Apple: l'ultimo spot si ispira a "L'attimo Fuggente" [VIDEO]

Apple: l'ultimo spot si ispira a "L'attimo Fuggente" [VIDEO]

Poesia, amore, bellezza. È da molto tempo che non ci capita più di vedere un ad del settore tecnologico che mostra questo e non connessioni social, velocità di navigazione, tool integrati per fare tutto dappertutto. Con il suo ultimo video intitolato “Your verse“, Apple torna invece a parlarci di ispirazione.

Apple costruisce l’intera creatività del video su un bellissimo voiceover tratto dal film del 1989 “L’Attimo fuggente” (titolo originale Dead Poets Society), diretto da Peter Weir. La voce che recita il monologo sulla poesia è quella di Robin Williams nei panni del professor John Keating, insegnante di lettere anticonformista che cambia la vita agli studenti del severo collegio maschile Welton.

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo, o me o vita. Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?”

Il monologo si chiude con un potente interrogativo, che Apple riprende nel titolo del video. Il messaggio che emerge è altrettanto suggestivo: noi siamo tutti, metaforicamente, dei poeti, e la tecnologia può aiutarci a scrivere i nostri versi.

Apple: l'ultimo spot si ispira a "L'attimo Fuggente" [VIDEO]

Apple: l'ultimo spot si ispira a "L'attimo Fuggente" [VIDEO]

Apple: l'ultimo spot si ispira a "L'attimo Fuggente" [VIDEO]

Dopo gli ultimi video (tra cui il natalizio “Misunderstood“) che avevano portato al brand non poche critiche riguardo all’eccessiva rappresentazione del rapporto uomo-macchina a sfavore delle relazioni interpersonali, Apple sembra tornare allo stile comunicativo originale, quello di “Think Different” per intenderci, distillati di ispirazione e invito alla creatività.

Lo spot, che promuove iPad Air, è un interessante seguito al precedente “Pencil” in cui un’altra voce narrante, quella di Bryan Cranston, pure elogiava l’atto creativo, ma lo strumento iPad faceva da evidente e predominante filo conduttore.

“Your Verse” ha un respiro molto più istituzionale, tanto da fungere non a caso da trailer dell’iniziativa di Apple che invita tutti i fan a raccontarsi tramite le proprie creazioni. Un video di ispirazione globale, che mostra sequenze video provenienti da culture e costumi di tutto il mondo.

Ritorna il Winner Taco? Se i prosumer cambiano la strategia di Algida

Ricordate la polemica scoppiata su Facebook qualche mese fa intorno al Winner Taco (ne avevamo parlato nel post Algida e il caso Winner Taco su Facebook: i prosumer al potere!). Bene.

Poche ore fa sulla pagina facebook di Algida è apparso un annuncio particolare, che preannuncia un gran ritorno.
Ecco lo screenshot.


I commenti sono già moltissimi, e il gioco di Algida sembra essere, citandone uno “tremendamente serio”.
C’è chi annuncia di “mettere incinta la ragazza”, chi indica la mossa come la “più giusta da quando esiste il marketing”: è un fatto, però, che sarebbe un caso probabilmente fra i più interessanti da quando esiste il social media marketing.

Algida sta veramente per riproporre al mercato il Winner Taco? E se sì, la scelta è stata dettata da precise strategie industriali o da un moto rivoluzionario partito da un social network, in questo caso Facebook?

Ma la domanda più interessante è: cosa capiterà se veramente il Winner Taco non verrà rimesso sul mercato?

Se una strategia industriale fosse cambiata da un brand per via di una comunicazione serrata da parte degli utenti sui social network, saremmo di fronte alla prima vittoria (almeno su mercato italiano) di un profilo non più assimilabile al consumer ma al prosumer.
L’immissione di contenuto sugli spazi del brand diventano più importanti degli impianti strategici, perché in grado di orientare il mercato: in quanti non comprerebbero più gelati Algida, se l’annuncio fatto non rispettasse l’attesa dei fan del Winner Taco?

Sulla pagina Ridateci il Winner Taco, hub della protesta fin dagli anni scorsi, l’attesa è tanta e già si preannuncia battaglia:


In queste ore ci stiamo attivando per cercare qualche parere in esclusiva dall’azienda. Vi terremo aggiornati: intanto, spazio alle previsioni nei commenti.

Credete che il Winner Taco stia veramente per tornare, amici lettori?

UPDATE

Pare che un Winner Taco enorme sia apparso a Roma: che ci siano veramente delle novità? 😉

Corso Online in SEO e SEM Strategy: il benvenuto dei docenti SEO

Il Corso Online in SEO e SEM Strategy partirà ufficialmente il 21 gennaio alle ore 18. Potrai seguire i webinar in diretta o on-demand in tutta comodità e senza alcun limite di tempo. Grazie alle ore di Question Time potrai fugare ogni dubbio interagendo direttamente con i docente. La conversazione continuerà poi all’interno del gruppo Facebook dedicato dove potrai conoscere gli altri partecipanti e fare networking. Al termine del corso, previo superamento di un piccolo test di valutazione, avrai la possibilità di scaricare il tuo attestato di partecipazione.

Il benvenuto di Fabio di Gaetano e Luca De Berardinis

Caro Guerriero della comunicazione,
inauguriamo il 2014 con il primo corso della Ninja Academy su SEO SEM ed Inbound Marketing.

L’obiettivo delle nostre lezioni sarà quello di fornirti una bussola per fare acquisire la visibilità sui motori di ricerca alla tua attività o a quella dei tuoi clienti, tramite ricerca organica (SEO) e ricerca sponsorizzata Adwords (SEM), ma tenteremo anche di allargare i tuoi orizzonti per spingerti a pensare non solo come un Search Marketer ma come un Inbound Marketer a 360°, per far crescere realmente il business di cui ti occupi.

Infatti costruire valore e riconoscibilità per il brand che rappresenti è e diverrà sempre più un’esigenza: pensare ad un approccio olistico ti darà un vantaggio competitivo e ti renderà meno dipendente da qualsiasi aggiornamento nell’algoritmo di Google (calcola che ce ne sono 500 l’anno).
Essere visibili sui motori è e resta di fondamentale importanza specie per un brand non affermato. Ti porteremo esperienze concrete e reali da cui capirai come posizionamento e visibilità online possano decretare il successo o l’insuccesso di un’attività.

Eppure, mentre in passato era sufficiente godere di rendite di posizione sui motori di ricerca, oggi non è più possibile: l’avvento dei social e le recensioni online hanno stravolto le regole del gioco.

La SEO non è morta ma si è trasformata ed i SEO devono essere sempre più bravi e devono cambiar pelle e trasformandosi in Inbound Marketer.

Una premessa: seguire il corso non ti farà diventare un bravo SEO, SEM o Inbound Marketer. Solo sul campo imparerai le armi del mestiere, ma già il fatto che ti sia messo in cammino è un indice importante: sei sulla buona strada. Noi faremo di tutto per supportarti con la nostra esperienza: sappi che noi viviamo di SEO e ne conosciamo l’enorme valore.

Ti mostreremo casi concreti di aziende piccole e medie che, grazie a delle buone strategie, riescono a competere con big del settore e sono in grado di incrementare fatturati e redditività. Ti invoglieremo a continuare il percorso fornendoti le basi e le fonti a cui attingere. Il resto del lavoro dovrai farlo tu.

Sappi però che dovrai sporcarti le mani e stare sempre sul pezzo: Google si aggiorna dalle 300 alle 500 volte l’anno e tu dovrai passare ore ed ore studiando SERP ed Analitycs. Il cammino non sarà facile ma ti garantiamo che il gioco vale la candela.

P.S. Tutti possono diventare bravi Search Marketer: non servono competenze specifiche o intelligenze speciali, ma tanta volontà e comprensione dell’enorme valore di quello che si sta facendo.

Buon lavoro e Be Ninja!

***

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change.
BE NINJA.

Polar Vortex: il maltempo è l'ultima frontiera del social engagement

Quante volte la pioggia vi ha sorpreso durante una passeggiata in centro, proprio il giorno che siete usciti senza ombrello? Una bella seccatura, che però potete risolvere acquistando dai venditori ambulanti ombrelli da pochi euro che aiuteranno voi e il vostro cappotto nuovo a tornare incolumi a casa.

Ecco, quei venditori ambulanti vi hanno appena dato una lezione di marketing: l’oggetto desiderato è stato proposto al momento giusto ad una cifra ragionevole.

Qualcosa del genere è successo in questi giorni negli Stati Uniti, solo che in questa storia al posto dei venditori ambulanti ci sono brand internazionali e invece di una leggera pioggerella invernale c’è una delle più grandi tormente degli ultimi 20 anni.

Giusto per darvi un’idea, Chicago è stata ribattezzata per l’occasione Chiberia, e questo è quello che hanno potuto vedere gli attoniti abitanti della città al loro risveglio la scorsa settimana.

Nei giorni più freddi del “vortice polare”, divenuto rapidamente trend topic su Twitter come #PolarVortex, molti brand si sono divertiti a suggerire ai propri fan come affrontare il maltempo.

Giorni di home entertainment forzato che ancora una volta hanno dimostrato come l’ingaggio tra brand e utenti passa dal dialogo di tutti i giorni. Tanto più se l’argomento è quello del clima, hot topic storico delle conversazioni più improvvisate.

La AMC Theatres ha ironizzato su fatto che proprio nei giorni di freddo più pungente, nei cinema andasse alla grande il nuovo film di animazione Frozen.

Corona ha suggerito ai propri utenti di fare una bella scorta di birra, perché se sei chiuso in casa e fuori ci sono innumerevoli gradi sotto zero va bene tutto ma una cerveza ghiacciata guardando il football bisogna concedersela.

La catena di fast-food Wendy’s ha previsto per l’orario di pranzo una raffica di panini imbottiti al chipotle a soli 99 cents che porteranno le temperature dai -35° ai più godibili 40°. Temperatura perfetta per un sandwich piccantissimo.

Il portale di e-commerce di libri di testo Chegg propone ai follower di farsi spedire i libri a casa, per evitare spiacevoli inconvenienti tipo ipotermia, perdita dei sensi, somiglianza con Reinhold Messner.

I siti di food delivery come SeamLess e GrubHub sono stati chiaramente presi d’assalto (da ex portapizze empatizzo ed approfitto per esprimere tutta la mia solidarietà ai fattorini in servizio in quei giorni), mentre molti ristoranti si sono arresi all’evidenza e hanno chiuso i battenti per qualche giorno (fatta eccezione per quelli presenti negli aeroporti, che con i numerosi voli cancellati hanno visto decollare i profitti).

Ebay Now ha offerto la spedizione gratuita in giornata per tutti i residenti delle zone più colpite dal gelo, mentre piccoli retailer hanno promosso gift card a prezzi stracciati per scaldarsi con un po’ di shopping on-line.

Grazie ai social media l’argomento di conversazione da ascensore per eccellenza, il clima, è diventato vero e proprio topic per aumentare l’engagement. I venditori ambulanti di ombrelli avevano già capito il cosa e il quando. Ora abbiamo anche il come e il dove. Serve altro?

Il catalogo Ikea 2014 trasforma i prodotti in 3d

Il catalogo Ikea 2014 trasforma i prodotti in 3D

Il catalogo Ikea 2014 trasforma i prodotti in 3d

Lui: “Oh ma questo Billy? Potrebbe andar bene per il nostro salotto?!”.

Lei: “Non saprei, tesoro… vedi un po’ se ci siamo almeno con le misure…”.

Il ragazzo armato di metro, matitina e blocchetto appunti (tutto sponsored Ikea) dopo un paio di secondi sentenzia…

“No, è troppo grande, sfora di 10 centimetri, non si incastra tra il divano e la mensola, dobbiamo trovarne un altro…”.

Lei: “Ok, infatti non mi convinceva molto… così a occhio non penso possa abbinarsi con il resto dei mobili… forse va bene Kilby…?!”.

Tesoro scrolla le spalle e con visibile pazienza riprende in mano gli strumenti del ‘giudizio’.

Scene da un… giorno all’Ikea! 😛

Già perchè visitare lo store della grande catena svedese è un’esperienza di particolare intensità: è come entrare in una giostra ‘magica’ che percorriamo per ore ed ore vedendo passare davanti ai nostri occhi mobili e accessori per la casa tra i quali scegliere ciò che più rispetta le nostre esigenze non è cosa semplice.

Il catalogo Ikea 2014 trasforma i prodotti in 3d

Per andare incontro ai propri clienti Ikea ha pensato di ‘portare’ i propri prodotti nelle loro case con un catalogo 2014 veramente innovativo affinchè la scelta di ciò che più si ha bisogno possa essere semplificata.

Il tutto è possibile grazie alla realtà aumentata. Una volta scaricata l’app del nuovo catalogo (disponibile sia per iOS che Android) sullo smartphone o sul tablet, posizionate il catalogo nella stanza che volete arredare e precisamente al posto dove avete immaginato di mettere il prodotto che vorreste acquistare. Selezionato l’accessorio tramite l’app basta scattare una foto… et voilà Kilby apparirà magicamente nel vostro salotto… o meglio in 3D sullo schermo del vostro device, dandovi la possibilità di valutare così oltre che le dimensioni anche quanto si possa intonare con gli altri mobili della stanza.

Il catalogo Ikea 2014 trasforma i prodotti in 3d

Attualmente ci sono solo 90 pezzi sul catalogo di quest’anno che possono essere visti con la realtà aumentata, un po’ pochi considerando le 300 e più pagine della ‘bibbia dell’arredamento svedese’ ma questa è sicuramente una delle scelte più hi-tech realizzate da un’azienda per soddisfare i propri clienti. Come riportato da Wired, Ikea ha rilevato che il 14% dei propri clienti compra un pezzo di arredamento sbagliato e oltre il 70% delle persone non conosce realmente la grandezza delle loro casa.

Con la novità del 2014 le vostre visite da Ikea saranno sicuramente più rapide: dovrete solo ritirare il prodotto già comodamente scelto a casa e poi dedicarvi al suo montaggio… ahi ahi ahi, il montaggio!!! Per questo la tecnologia ancora non ha fatto niente! 😉

Ecco il video:

Hooked: ecco come app e social network creano dipendenza

Abbiamo tutti sperimentato un’addiction tecnologicaNir Eyal è un autore e consulente esperto sull’intersezione tra business, tecnologia e psicologia. Ha da poco pubblicato un libro in grado di spiegare – agli startupper ed a chi crea prodotti digital – come fabbricare motori di desidero in grado di trasformarsi in abitudini.

Hooked è un manuale che spiega quelle fasi costanti ed universali che sono dietro al successo di Farmville, Instagram, Pinterest, Twitter. Di app e siti web ai quali siamo ormai ritualmente “agganciati” nelle nostre routine quotidiane, fedeli e di ritorno più o meno consapevolmente.

Cos’è l’Hook Model

E’ una lotta affascinante quella che i prodotti digital combattono per occupare le nostre attenzioni. Nir Eyal teorizza un modello a 4 fasi – o ganci – in grado di guidare e spiegare lo user engagement.

L’innesco è ciò che può dare inizio ad un comportamento. Può essere esterno (come un’email, un link, un’icona di app) o interno, quando l’innesco esterno si aggancia ad emozioni o comportamenti esistenti. L’azione vera e propria dipende da una serie di fattori come la user friendliness o la motivazione psicologica ad agire.

La gratificazione variabile, aggiungendo la componente d’intrigo, è ciò che instilla prevedibilmente il desiderio dell’utente di riaprire un nuovo loop di comportamento. L’investimento avviene quando l’utente mette qualcosa di sé all’interno del prodotto digitale: tempo, sforzo, capitale sociale, soldi.

Ciò che le app ed i siti di successo riescono a fare è connettere un problema delle persone con una soluzione aziendale a tal punto da formare un’abitudine. Il che si traduce in vantaggio competitivo, traction, customer life cycle più duraturo. Ognuno di noi è soggetto alle abitudini – pensiamo banalmente a quali siti ed app sono ormai irrinunciabilmente parte della nostra giornata – e Nir Eyal è stato bravo a semplificare al massimo il perché alcuni prodotti digitali ci sono riusciti a discapito di altri.

Vitamine vs. antidolorifici

Tutti gli startupper si cimentano, prima o poi, con la domanda “Quale pain – dolore – del mercato vado a sanare?”. In realtà, suggerisce Nir, molte startup di successo non nascono come antidolorifici: nascono come vitamine, rispondendo a bisogni emotivi e offrendo sollievo psicologico.

Guardiamo alla storia di Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest. Sono tutti nati come vitamine nice to have: non ne sentivamo il bisogno finché non sono riusciti a divenire parte della nostra vita. Quando diventano un’abitudine, la loro assenza verrebbe percepita come un dolore, un vuoto, una lacuna: un’astinenza.

L’innesco

Così come un corpo estraneo che entra in un’ostrica diventa una perla per stratificazioni successive, anche l’abitudine ha bisogno di aggrapparsi ad un elemento esterno per formarsi. Prendiamo l’esempio di Instagram. Un innesco può essere paid (come si vocifera che sia l’account di Kim Kardashian), earned come il posizionamento in cima alle classifiche Apple; di relazione, come una foto condivisa da un nostro amico di IG su Twitter, oppure owned come una notifica dell’app sul nostro device.

L’obiettivo è nel tempo di non dipendere più da inneschi esterni come quelli appena menzionati, ma da inneschi interni che sono in grado di associare quel prodotto ad un pensiero, un’emozione o una routine pre-esistente. Quante volte apriamo Instagram o Facebook per noia e solitudine? Pinterest per rilassarci o Google per sanare la nostra confusione?

Azione

Per dare inizio all’azione, compierla dev’essere più facile che pensarla. Questa è la regola d’oro cui si aggiungono tre fattori fondamentali e compresenti in maniera equilibrata: la motivazione ad agire, l’abilità di agire, la visibilità dell’innesco. Nir Eyal cita lo studioso BJ Fogg nel ricordare che tutti gli esseri umani sono motivati dalla ricerca del piacere/fuga dal dolore, ricerca della speranza/fuga dalla paura, ricerca di accettazione sociale/fuga dal rifiuto.

Ad influenzare l’abilità ci pensano tempo, costo monetario, sforzo fisico, sforzo mentale, quanto quel comportamento sia accettato socialmente e quanto si inserisca nelle routine esistenti. La possibilità di loggarsi via Facebook/Twitter; l’infinite scrolling di Tumblr e Pinterest; la barra di completamento del proprio profilo LinkedIN sono esempi perfetti di come orientare la formazione delle abitudini.

Gratificazione variabile

Brian Knutson, professore di Stanford, ha dimostrato che ciò che spinge il nostro cervello ad agire non è la sensazione di piacere che riceviamo dalla gratificazione in sé e per sé, ma il bisogno di alleviare la brama di quella gratificazione. Per catturare la nostra attenzione in maniera sistematica, i prodotti digitali devono essere in grado di rompere il pattern di causa-effetto che abbiamo imparato ad aspettarci. Proprio come una slot machine e il gioco d’azzardo in generale, è l’imprevedibilità del premio a conquistarci nel tempo.

Le gratificazioni variabili esistono in tutte le nostre routine: nel controllare la posta districandoci tra email preziose e spam, nel leggere la homepage di Facebook tra articoli interessanti e contenuti inutili. In tutto quel che facciamo esistono tre tipologie di gratificazione: tribali (abbastanza intuitive), di caccia (derivate dal bisogno di cercare risorse ed informazioni) e del se’ (si pensi al mitologico status del nirvana chiamato Inbox 0, a Klout o a Quora).

Investimento

Prima che gli utenti possano formare le associazioni mentali che attivino comportamenti in automatico, resta l’ultimo step del ciclo: investire nel prodotto. E’ una sensazione che chi ha appena finito di montare con successo un prodotto IKEA conosce bene. Si tende a dare più valore a ciò che si è costruito personalmente.

Sicuramente molti prodotti, tra cui i social network, godono di esternalità positive – per cui spesso per evitare la dissonanza cognitiva del non amare qualcosa che agli altri invece piace molto ha lentamente ed inesorabilmente cambiato la nostra percezione di privacy e dei social media. Infine, è più probabile che un individuo sia coerente con i suoi comportamenti passati. Queste tre tendenze influenzano i nostri comportamenti futuri.

L’esempio perfetto di user investment avviene con Farmville: un gioco virtuale fatto da amici reali, dove investendo pochi soldi alla volta nel proprio orticello è possibile competere con più soddisfazione e vincere. E continuare a farlo, reinforzando i comportamenti preesistenti. Eppure su questi piccoli spiccioli aggregati si è costruito un business gigantesco – arenatosi per la sua incapacità di sostenere a lungo termine la gratificazione variabile.

Il tempo speso a curare la propria lista di follower e following su Twitter ci ha reso hooked e poco volenterosi di switchare ad un competitor (App.net). E’ nella fase di investimento che le tecnologie abitudinarie usano il comportamento degli utenti per iniziare a caricare il prossimo innesco. Come fa Snapchat implicitamente attraverso l’autodistruzione delle immagini inviate, innescando un botta e risposta potenzialmente infinito.

Fotografare troppi momenti può indebolirne il ricordo. E Snapchat risponde con la timeline effimera

point-and-shoot-memories

La fotografia era un processo meccanico: scattavamo, portavamo a sviluppare il rullino allo studio fotografico, poi andavamo a riprendere le foto stampate, le guardavamo, ricordavamo i momenti e quelli rilevanti li incorniciavamo. Poi è arrivata la rivoluzione digitale e abbiamo smesso di sviluppare.

Le foto venivano scaricate sul computer, visualizzate e ricordate. Oggi con gli smartphone è un processo molto più automatico: le foto vengono scattate, condivise sui social media e tendenzialmente dimenticate: potremmo chiamarli “ricordi punta-e-scatta”, secondo una recente ricerca della Fairfield University.

Ricordi “punta-e-scatta”

Come i ricordi fotografati si possano affievolire ce lo spiega lo studio “Ricordi punta-e-scatta: l’influenza dello scattare foto sui ricordi di una visita al museo”  apparso su Psychological Science. La Dott.ssa Linda Henkel, psicologa cognitiva alla Fairfield University, è partita dal presupposto che

“per catturare un momento le persone sempre più spesso tirano fuori la loro macchina fotografica sovrappensiero, a tal punto da perdere quello che sta succedendo di fronte a loro”

Per questo ha effettuato un esperimento con un gruppo di studenti al museo, chiedendo loro di scattare fotografie o semplicemente di osservare delle opere. Successivamente, interrogati sui loro ricordi, è stata notata una diminuzione della capacità di ricordare le opere fotografate e una maggiore attenzione ai particolari, invece, per quanto riguarda le opere osservate solo a occhio nudo. È il cosiddetto “effetto indebolimento causato dallo scattare foto”. Secondo la Dott.sa Henkel

“quando le persone delegano alla tecnologia i propri ricordi, si può avere un impatto negativo sulla qualità del ricordo di quella esperienza”

La seconda parte della ricerca invece richiedeva, nel medesimo scenario, di scattare una fotografia effettuando uno zoom. In questo caso il ricordo sia del dettaglio, sia dell’opera intera, era preservato. Per questo motivo, sempre secondo la Dott.ssa Henkel, è utile dedicare il giusto tempo alle foto che scattiamo, rivederle per ricordarle.

La conclusione, riportata anche in una intervista effettuata da Vice alla docente stessa, è che se la macchina fotografica memorizza solo quello che è inquadrato,

l’Occhio della macchina fotografica e l’Occhio della mente non sono la stessa cosa. Perché il cervello crea una rappresentazione dell’intero oggetto, anche se ne abbiamo guardato solo una parte”

Facebook in difficoltà

Questo fenomeno psicologico potrebbe mettere in difficoltà la strategia di Facebook, basata proprio sull’archiviazione statica dei ricordi. Le nuove generazioni iniziano a preferire Snapchat, il social media effimero che, controcorrente, si sta concentrando proprio sulla temporanea rilevanza dei ricordi: il momento (snap) può essere visualizzato per un massimo di 10 secondi e poi svanisce. Sarebbe interessante dimostrare se questa estrema concentrazione dell’azione di condivisione renda lo snap più rilevante e memorabile per la mente.

Demografica-Snapchat-Ottobre-2013

Pew Research Center's Internet & American Life Project

Snapchat, che recentemente ha rifiutato un’offerta di acquisizione milionaria da Facebook, ha da poco lanciato le Snapchat Stories, una sorta di catena effimera di ricordi che tiene memorizzata di continuo solo le ultime 24 ore, aggiungendo gli snap nuovi ed escludendo quelli vecchi. Una risposta originale alla Timeline di Facebook, e sicuramente uno specchio della nuova generazione mobile che popola un crescente internet visivo, privato e multipiattaforma.

Evan Spiegel, CEO di Snapchat, ha dichiarato a The Verge che preferisce quando “le esperienze digitali e analogiche si influenzano l’una con l’altra, invece di avere una mera trasposizione di una esperienza analogica dentro al mondo digitale”.

E come la Dott.ssa Henkel consiglia di concentrare l’attenzione sulle foto che scattiamo, la line di campagna alla fine del video di presentazione delle Snapchat Stories annuncia, quasi in una inaspettata epifania social: “Il momento è arrivato”.

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Open Automotive Alliance e Google: Android viaggia su quattro ruote

Tra le tante novità al CES 2014 di Las Vegas Google ha sorpreso la platea con  Open Automotive Alliance, un’alleanza globale tra il mondo della tecnologia e i leader dell’industria dell’auto per portare la piattaforma Android sulle quattro ruote già dalla fine di quest’anno.

La tecnologia mobile fa parte ormai delle nostre giornate ma, una volta entrati in auto, dove trascorriamo molte ore della nostra vita, questo legame si rompe e dobbiamo, giustamente, mettere da parte il nostro smartphone per dedicarci alla guida. L’integrazione tra auto e dispositivi mobili è ora spesso limitata a scambio dati tramite connessioni fisiche o bluetooth, limitandosi spesso a un dialogo tra piattaforme diverse anche se compatibili. Ma molte novità sono in cantiere già da qualche mese, vediamole insieme!

Automotive mobile: un mercato che fa gola a molti

Oltre 1.400.000 nuove auto vengono immatricolate ogni anno in Italia, 12 milioni in Europa e 14 milioni negli USA (dati 2012) senza contare Cina, Giappone, India, Russia, Brasile e altri mercati emergenti: un business incredibile che fa gola ai leader del mercato dell’auto, provati dal calo delle vendite conseguente alla crisi mondiale e alla ricerca di nuove leve che spingano all’acquisto, e ai colossi della tecnologia ghiotti di utenti e dei possibili sviluppi che nuovi mercati possano portare.

Attraverso l’Open Automotive Alliance, Audi, General Motors (che possiede i marchi Chevrolet, Cadillac, Baojun, Buick, GMC, Holden, Jiefang, Opel, Vauxhall e Wuling), Honda e Hyunday assieme a Google e Nvidia vogliono “condividere una visione di auto connessa e hanno così deciso di collaborare su una comune piattaforma per fare di questa visione, una realtà“: rendere la tecnologia della propria auto più sicura, facile e intuitiva.

Un ecosistema aperto e personalizzabile che dia opportunità agli sviluppatori e funzionalità innovative a guidatori e passeggeri.

Nvidia è già al lavoro: poche ore prima del lancio dell’Open Automotive Alliance ha presentato il sistema Tegra K1 VCM (vehicle computing module) in grado di guidare sensori e telecamere nel miglioramento della risposta automatica a imprevisti o distrazioni, nel riconoscimento di ostacoli o pedoni e nell’individuazione della direzione e dell’andamento della strada.

La sfida è iniziata: Apple vs Android

iOS in the Car @Apple

A giugno dello scorso anno Apple ha presentato iOS in the Car (in italiano iOS in auto), un’interfaccia basata su iOS7 con funzionalità semplificate e con Siri come principale funzione di comando. Vengono integrate così le attività di messaggistica (scrittura e lettura), la consultazione delle mappe e la navigazione, la ricerca tra i contatti e l’avvio o ricezione di chiamate e tutte le attività multimediali legate alla musica.

Ma questo sarà presumibilmente solo l’inizio. Al progetto hanno aderito BMW, Chevrolet, Ferrari, Hyundai, Honda, Infiniti, Jaguar, Kia, Mercedes-Benz, Nissan, Opel e Volvo.

Microsoft e Windows Embedded Automotive

Windows Embedded Automotive su Nissan (Fonte @Engadget)

Prima di Apple e Google si affacciò però sul mercato Microsoft, con il suo Windows Embedded Automotive, in una prima release nel 1998 e con l’ultima versione, la 7, nel 2010. Già in uso su Ford (è alla base del sistema Sync), Nissan, Kia con il sistema Uvo e del Blue&Me della FIAT ha aperto la strada all’infotainment su quattro ruote.

Chevrolet, sempre durante il CES 2014, ha annunciato che dal 2015 doterà le sue auto di tecnologia LTE e attiverà un app store dove poter scaricare applicazioni, installarle e, all’evenienza, rimuoverle. All’inizio saranno disponibili solo poche app legate alla musica e alle previsioni meteo ma in futuro sono previsti continui sviluppi.

Dalle nostre tasche, al nostro volante

Open Automotive Alliance, iOS in the Car e Windows Embedded Automotive si sfideranno per creare, negli abitacoli delle nostre auto, ambienti sempre più connessi e personalizzabili, ma anche più divertenti e ricchi di informazioni. Durante questo 2014 vedremo, secondo quanto annunciato, sia la prima auto basata su iOS (probabilmente BMW) sia il primo veicolo Android (voci dicono si possa trattare di Audi). A quel punto si apriranno gli orizzonti per nuove tecnologie e capiremo meglio ciò che ci aspetterà nei prossimi anni.

I giganti della tecnologia si stanno muovendo, creando alleanze e aspettative. L’eterna sfida a tre, Apple, Google e Microsoft si sposta ora su un altro aspetto della nostra vita invadendo, speriamo pacificamente, la privacy delle nostre auto.

Mistakes: uno spot d'impatto per la sicurezza stradale [VIDEO]

Mistakes: uno spot d'impatto per la sicurezza stradale [VIDEO]

NZTransportAgency, l’agenzia neozelandese dei trasporti, ha diffuso online qualche giorno fa il suo ultimo spot per la sicurezza stradale dal titolo “Mistakes“, sbagli.

Una campagna potente, visivamente e narrativamente, che sceglie di utilizzare un tono deciso e ben poco accomodamente nei confronti di chi interpreta i rischi della guida pericolosa come semplici errori, disattenzioni che possono capitare a tutti, in fondo. Proprio sul concetto dell’errore si basa l’insight della campagna: nella vita di tutti i giorni possiamo imparare dai nostri errori, in strada no; spesso non abbiamo una seconda possibilità, o non possiamo fare nulla per evitare di farci travolgere dallo sbaglio commesso da altri.

Sul sito della NZ Transport Agency leggiamo:

“Le precedenti campagne hanno messo in luce il fatto che più veloce è la nostra andatura, meno tempo abbiamo per reagire, più tempo ci vuole per fermarci e più grave è il disastro causato quando alla fine ci fermiamo. Ma la gente nega questa verità o pensa che non valga per loro. La loro velocità può essere oltre al limite anche di un minimo, come fare i 107 km/h in una zona con un limite dei 100 km/h. Nella loro mente non stanno andando troppo veloce, ma guidando in modo confortevole, e si sentono in pieno controllo.”

Una campagna sociale per la sicurezza stradale che non informa o sensibilizza, ma risemantizza

Siamo abituati a campagne di utilità sociale che, per veicolare il loro messaggio, cercano di informare il pubblico (anche con toni ionici come nello spot “Morning After“), di renderlo consapevole di un fatto o pericolo per lo più sconosciuto o sottovalutato, oppure che cercano di scioccarlo nel tentativo di creare un deterrente (vi ricordate di “#PubLooShocker“?)

Mistakes” sembra invece voler modificare una percezione ben consolidata nella società, forse più pericolosa della cattiva abitudine stessa della guida ad alta velocità: l’idea che basta sentirsi in grado di controllare l’auto per essere al sicuro, e tenere al sicuro passeggeri e altri automobilisti.

Quindi la scelta di utilizzare l’efficace espediente narrativo consistente nel “congelare l’attimo”, a simboleggiare proprio quella mancanza di tempo che ci costa cara in queste situazioni. Nello spot, vediamo i due protagonisti scendere dalle loro auto e avere una conversazione che li porterà alla sola conclusione possibile: dobbiamo scontrarci.

Mistakes: uno spot d'impatto per la sicurezza stradale [VIDEO]

Mistakes: uno spot d'impatto per la sicurezza stradale [VIDEO]

La campagna propone come target e allo stesso tempo protagonisti uomini adulti, padri di famiglia. Nulla a che vedere con giovani che bevono drink in qualche locale prima di salire in auto, destinatari di tante campagne per la sicurezza stradale.

A noi sembra si faccia qui uno sforzo comunicativo teso a ricollocare il segno del valore assegnato culturalmente al concetto di “velocità” che ad esempio, in tante campagne del settore automotive rivolte allo stesso target adulto e maschile, viene proposto come assolutamente desiderabile e anzi, decisivo nella scelta di aquisto o nell’esperienza di guida.

Voi cosa ne pensate, ritenete efficace questo approccio?

Credits:

Agency: Clemenger BBDO, Wellington
Executive Creative Director: Philip Andrew
Creative Director: Brigid Alkema
Copywriter: Emily Beautrais
Art Director: Emily Beautrais, Philip Andrew
Agency Producer: Marty Gray
Group Account Director: Linda Major
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I fashion brand più chiacchierati del 2013

Stilando una top 10 dei fashion brand più chiacchierati del 2013, non stupisce che emergano dei grandi nomi come Chanel, Louis Vuitton o Gucci.

Da un’attenta analisi di Mediarar che ha esaminato ogni fashion magazine, ogni menzione, ogni articolo e ogni foto correlati ad un brand di moda, ciò che piacevolmente stupisce è la presenza incombente di altri marchi più giovani come Stella McCartney e Proenza Schouler che hanno ottenuto rispettivamente con 657 e 747 credit superando marchi come Burberry e Givenchy.

Jackson Richard, che ha redatto la classifica, ha seguito magazine come Elle, Harper’s Bazar, In style, Marie Claire, Person Style Watch, Vogue e W. L’obiettivo di questa analisi è quello di favorire i publisher e i team di vendite per pianificare gli investimenti pubblicitari del prossimo fashion year.

Di seguito la classifica dei 10 brand che hanno registrato il maggior numero di credit:

  • Chanel: 1.656
  • Christian Dior: 1.456
  • Marc Jacobs: 1.225
  • Michael Kors: 1.221
  • Louis Vuitton: 1.181
  • Prada: 1.007
  • Gucci: 965
  • Calvin Klein: 905
  • Celine: 897
  • Balenciaga: 891