Moncler e il caso "Siamo tutti oche": disastro o fuoco di paglia?

Moncler e le piume d’oca, Moncler e i social network, la gestione della crisi di Moncler: il dibattito scatenato sui social network dalla puntata di Report ha occupato i newsfeed di tutti i maggiori social network dell’ultima settimana.

Fra colpevolisti e innocentisti, pro-piumino e consumatori indignati, sono state espresse tutte le opinioni possibili: uno scambio di idee che continua ancora in queste ore sulla brand page dell’azienda, la quale continua a rispondere in maniera decisa alle accuse mosse dal team di giornalisti della Gabanelli, negando qualsiasi addebito e annunciando querele.

Molti analisti hanno sottolineato come la crisi scatenata dalla trasmissione di RaiTre, grazie anche al booster dei social network e alla viralizzazione dei contenuti di Report, avrà conseguenze importanti per l’azienda: eppure qualche dubbio rimane, soprattutto se si confronta l’attuale situazione a casi più o meno recenti, che come per Moncler hanno visto multinazionali difendersi da accuse fondate e non.

L'(in)sostenibile leggerezza delle piume per gli azionisti Moncler

Alcuni lettori hanno imputato al nostro Francesco Turturiello di aver affrontato il caso Moncler in una forma forse troppo superficiale, non valutando gli effetti complessivi della crisi d’immagine generata dal servizio di Report.

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Il nostro lettore non sbaglia a indicare come i tempi di risposta di Moncler abbiano influenzato gli effetti della crisi, in particolare per ciò che riguarda tutta la fase di community management: ma è altrettanto corretto dare la colpa del crollo in borsa alla puntata di Report? Ni.

A guardare il trend della settimana trascorsa, si direbbe che le azioni Moncler comincino a perdere valore in concomitanza dell’hype di discussione su oche e piumini:

Andamento del titolo Moncler nella settimana 3-7 novembre (Fonte: Ilsole24ore)

L’inchiesta di RaiTre è stato l’unico fattore a determinare il crollo? A sottolineare la cosa è già Il Post, che in un articolo recap del caso sottolinea come alcuni analisti finanziari abbiano associato la perdita di valore non solo alla “crisi delle piume”, ma a una valutazione negativa fatta da BPN Paribas del titolo. Fattori insomma lontani dal mondo dei media, social e non.

Inoltre, rimane il dubbio: prima qual’era l’andamento del titolo Moncler? Una domanda da porsi considerando che mentre scriviamo il titolo guadagna circa 2 punti percentuali.
Analizzando il trend su base annuale, il risultato è abbastanza inaspettato:

Andamento del titolo Moncler nel 2014 (Fonte: Ilsole24ore)

Moncler è stata quotata in borsa nel 2013, e il titolo sembra aver avuto un andamento naturalmente altalenante con picchi in negativo già prima della crisi delle oche: ora, questo non è un blog finanziario e chi vi scrive non è un’analista finanziario, ma osservando il grafico il presentimento che il dibattito generato intorno alle oche e alle procedure di prelievo delle piume sia stato un po’ sopravvalutato resta, rispetto ai reali effetti che ha generato almeno a livello finanziario (se provate a cercare maggiori informazioni, potete imbattervi in articoli tipo questo).
Certo, resta la crisi d’immagine da gestire sui social e le motivazioni che, come sottolinea il nostro lettore, hanno portato Moncler a rispondere a Report con tempi più dilatati. Ma è dipeso tutto dalla velocità di reazione o le cause sono da imputarsi a ragioni più articolate?

Corporate identity e contenuti: cosa deve raccontare un’azienda?

Sarebbe bastato intervenire in real time sulla brand page di Facebook per limitare la crisi? Sarebbe stato necessario intervenire anche in altri ambienti digitali? Osserviamo un altro media dell’ecosistema Moncler: il suo sito internet.


La home page del mercato Italia apre con un top dedicato interamente al casus belli e una tematica più da Corporate Social Responsability che non di prodotto: la qualità della materia prima e la bontà del processo produttivo che serve ad ottenerla. Chiaramente, un contenuto inserito dopo l’esplosione della crisi. Un intervento che pare essere non l’unico fatto “dopo”, secondo le nuove accuse mosse dal team di Milena Gabanelli (per maggiori info, guardate il servizio pubblicato sul sito della trasmissione televisiva): su questo lasciamo che siano gli attori coinvolti a rispondere nelle sedi opportune.

Rimanendo però sulla semplice strategia di comunicazione,  possiamo dedurre, analizzando l’ecosistema Moncler e i tempi di reazione, che:
– tale contenuto sia quasi uno snaturamento del sito di prodotto, data l’assenza di sezioni dedicate a temi quali le tecniche di produzione o standard di qualità;
– le tematiche suddette, apparentemente, non rientrassero prima nella crisi nei piani editoriali e in generale nella content strategy del brand.

Ita.moncler.com è infatti giustamente virato sul prodotto, i suoi contenuti relativi alle collezioni e la sua comunicazione orientata solo al consumatore che intende informarsi sull’offerta commerciale. Provando a cambiare paese, ad esempio scegliendo la home page internazionale (http://eng.moncler.com/):


la differenza è ancor di più marcata.

Che però il caso delle oche meritasse un focus dedicato era palese, tanto che anche sul sito Corporate, MonclerGroup.com è stato inserito un avviso dedicato con varie call to action d’approfondimento:


Call to action che, come nel caso di prodotto, rimedia all’assenza di contenuti relativi alle tematiche di cui sopra.

Su questo punto è necessario soffermarsi, aprendosi a confronti anche particolari: è mai capitato che Moncler abbia dovuto confrontarsi con accuse di questo genere, prima? E quanto contenuti virati sull’importantissimo tema della Sostenibilità sono sembrati indispensabili per rispondere a una crisi? Rispetto dell’ambiente e accuse sui prezzi sono topic nuovi per un’azienda che ha fatto dell’esclusività, della qualità e dell’essere “senza tempo” i suoi valori fondanti:

I valori di Moncler (fonte: MonclerGroup.com)

Prima del servizio di Report, Moncler non aveva mai ritenuto necessario fare proprie tematiche di questo genere e tradurre il proprio approccio in contenuti da usare come leva di comunicazione. Spiegare che tipo di piume venissero usate per fare i piumini Moncler o giustificare i prezzi non serviva: semplicemente perché il consumatore non lo chiedeva, o non lo considerava un criterio di scelta.
Rispondere in real time, insomma, è stato impossibile: perché mancavano i contenuti per farlo.

Voi direte: ok, dopo Report però sarà probabilmente così. Ma siamo sicuri che Moncler subirà un danno consistente in termini di vendite?

I contenuti come strumento di difesa dalla crisi

Prima di rispondere alla domanda, un piccolo inciso.
Appare chiaro come una strategia in grado di veicolare tematiche di Sostenibilità Ambientale, magari usando una sezione dedicata sul sito corporate, avrebbe fatto molto comodo a Moncler nella gestione della crisi: si sarebbe potuto rispondere in tempi ragionevolmente più snelli e anche in forma più credibile, costruendo una meccanica per cui alle reazioni del pubblico sui social network dopo la trasmissione del servizio il brand si sarebbe presentato con toni più sereni e rassicuranti.
Ovvio: sono le occasioni che determinano eventuali necessità mai preventivate. Senza dubbio il bisogno di interagire con un pubblico molto ampio anche non in target, in grado però di incidere sulla percezione del marchio, è una situazione particolarmente inedita per Moncler: può però essere interessante per far diventare una crisi un’occasione di dialogo, di potenziamento della brand reputation e chissà, un touch point per eventuali prospect.

Cambiando settore, ci sono multinazionali che si sono prodigate per mostrare come molte accuse fossero infondate e cercando, appunto, di usare tutti gli strumenti in loro possesso per avviare questo dialogo (e contestualmente, magari far cambiare opinione ai detrattori).

Su tutte, l’esempio forse più interessante è Nestlè, la corporate svizzera che da decenni combatte contro accuse anche molto gravi e potenzialmente pericolose:


Non è questo il luogo per dire se un’azienda, una multinazionale, un brand sia più o meno senza scrupoli. Mettere però in condizione il consumatore di scegliere è parte del ruolo di ogni player del mercato, e il ruolo dei media digital e social è proprio quello di offrire le informazioni nel modo più semplice possibile.

La strategia di Nestlé per rispondere a critiche potenzialmente devastanti per il suo posizionamento nel mercato non si limita ai social network e alle attività di community management, ma non si limita lì, e anzi coinvolge su tutti gli ambienti digitali.
L’obiettivo è raccontare una corporate identity il più possibile trasparente e corrispondente alle aspettatitve dei consumatori, ponendo al centro della relazione componenti più valoriali ed emozionali, stressando il concetto di sostenibilità fino a farlo diventare l’architrave con cui raccontare l’azienda (a partire dal logo, accompagnato da un claim forte e indicativo, fino ad arrivare alle sezioni del sito stesso). Una declinazione del contenuto con ampio impiego della metodologia dello storytelling ha fatto il resto: una narrazione in grado di misurarsi, potenzialmente, con tutti i servizi di Report del mondo e che è in grado di accogliere le critiche con un modus operandi percepito come meno improvvisato e più radicato nell’identità dell’azienda (e conseguemente, dei brand).

Cosa resterà della “crisi delle piume”

Ricollegandoci alla domanda di prima, proviamo a formulare una teoria.

Della crisi d’immagine che ha coinvolto Moncler, nel medio e lungo periodo rimarrà poco o nulla: chi comprava Moncler prima continuerà a farlo, così come chi non poteva/voleva comprare i loro prodotti continuerà a mantenere le proprie preferenze d’acquisto, magari suffragando la propria scelta con la leva del prezzo che Report ha sostenuto non essere non giustificato. Il titoli in borsa salirà se vi sarà un inverno particolarmente freddo (come già capitato all’inizio dell’anno) e gli investitori faranno le loro valutazioni a seconda dei feedback ricevuti dalle società di rating.

Attenzione: queste sono ipotesi. Ma è altresì vero che ad oggi si registra un solo caso in cui un’azienda ha pagato realmente il dazio di una crisi d’immagine fino a veder crollare così tanto la propria brand reputation da dover cambiar nome: Mosaico Arredamenti. Un’azienda tutto sommato molto più piccola rispetto a Moncler e – ci perdoni il suo fondatore – anche con una storia e un’affiliazione decisamente minore.

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A supporto di ciò, citiamo una ricerca di Nielsen del 2013 secondo cui il primo criterio di scelta degli italiani per acquistare un prodotto è la Qualità (65%). Secondo è il prezzo (53%) mentre il 34% si dichiara di esser disposto ad acquistare prodotti ecofriendly a dispetto del prezzo. Nel settore dell’abbigliamento però “in Italia il 42% definisce il prezzo come fattore chiave (Europa 48%), il 37% il design (Europa idem), il 18% la qualità (Europa 22%).“: statisticamente, quindi, criteri che non includono ad esempio l’impatto della produzione sugli animali, fulcro dell’inchiesta di Report.

Per concludere, ciò che è prevedibile è un acutizzarsi del processo di polarizzazione fra “pro” e “contro” Moncler, tipico di tutti i love brand che acquisiscono un profilo d’esclusività e riescono a diventare status symbol. A Moncler era già successo negli anni ’80, quando il piumino insieme alle Timberland e prodotti di altri marchi era diventato uno dei simboli di una subcultura giovanile abbastanza nota fra gli over 30: c’era chi comprava i suoi prodotti e chi li detestava. Piani diversi di paragone, visto che la non sopportazione era dettata da questioni di stile più che da alti principi morali come l’amore per gli animali. Ma, osservando anche le scelte fatte a monte da Moncler e che abbiamo dedotto dall’osservazione del suo ambiente digitale, sembrano questi temi che non riguardano il target di riferimento dell’azienda e che, paradossalmente, non sembrano mai esser sembrati strategici.

Certo, questa crisi ha aperto degli spiragli e posto delle domande; anche per questo, potrebbe diventare un’occasione per Moncler per aprirsi ad altri mondi di contenuto e nuovi approcci comunicativi e, conseguentemente, ad altri target… Sempre che ci sia interesse da parte dell’azienda stessa.

Con buona pace delle oche e delle loro piume, che continueranno a riempire i piumini e scaldare chi vorrà acquistarli (e dopo averne riempiti per tutto l’inverno, che tornino a ricrescere addosso alle legittime proprietarie: perché in fondo, anche le oche ci risultano molto simpatiche!).

Consigli per un Corporate Storytelling efficace [INTERVISTA]

corporate storytelling intervista

Ve lo abbiamo anticipato qualche giorno fa, il 05 e 06 dicembre i ninja, in collaborazione con Storyfactory, vi aspettano allo Spazio Cairoli di Milano per guidarvi nello stimolante percorso del corporate storytelling!

Per l’occasione abbiamo intervista Francesca Marchegiano, docente del corso, ecco cosa ci ha raccontato..

Ciao Francesca, vuoi spiegare ai nostri lettori cosa fa e come si diventa Storytelling Specialist?

Uno Storytelling Specialist è la figura professionale che affianca i brand nella narrazione, valorizzazione e promozione della loro identità. Svolge formazione sulle storytelling-skills in ambito corporate, sia per la formazione che per il marketing. Ma ovviamente uno Storytelling Specialist non si rivolge solo ai brand: affianca anche manager in percorsi di personal brand, si occupa della narrazione turistica e di territori e può anche svolgere consulenze in ambito socio-sanitario.

Oggi non c’è un percorso di studi universitario specifico per diventare Storytelling Specialist, bisogna crearsi il giusto mix in ambito formativo unendo aspetti di comunicazione, marketing e narrazione. Io, ad essi, ho unito anche competenze in ambito sociale, in quanto la narrazione è emozione, e non si possono studiare strategie a tavolino se non si conosce l’Uomo… e se non si è esplorata approfonditamente la propria storia!

Che cos’è il Corporate Storytelling?

È la conoscenza di tecniche, strumenti e strategie per analizzare, valorizzare, presidiare e posizionare efficacemente qualsiasi realtà del mondo lavorativo. È la possibilità per un brand di mettersi in ascolto dei propri consumatori (o futuri tali), entrando in contatto con loro, ingaggiandoli e trasformandoli in fan.

Corporate Storytelling efficace

Ci dareste 3 consigli per un Corporate Storytelling efficace?

1. Esplora le tue radici e la tua identità
2. Conosci la tua audience
3. Crea ponti narrativi tra la tua storia e quella dell’audience, facendo sì che dialoghino continuamente, influenzandosi e trasformandosi a vicenda.

Il 05 e 06 dicembre sarà tempo di “Corporate Storytelling” alla Ninja Academy: ci daresti qualche anticipazione?

Saranno due giorni intensivi dove esploreremo il Corporate Storytelling da varie angolazioni, una sorta di volo panoramico sulla tematica con discese improvvise nella concretezza e spendibilità dei contenuti nella propria quotidianità professionale. Partiremo da lontano, dalle storie impresse sulla pietra delle caverne, fino ad arrivare alle narrazioni transmediali, passando per le emozioni spontanee e le strategie narrative. Ci saranno esercitazioni da svolgere in aula per sperimentare subito i concetti espressi, spazio per condividere esperienze… occasioni per scambiarsi idee e far rete, creando (perché no) nuove opportunità professionali e progetti di Corporate Storytelling.

Grazie Francesca, ci vediamo al corso!

L'alleanza esplosiva tra l'acqua Perrier e la street art


Questo articolo è a cura di INWARD, osservatorio che svolge ricerca e sviluppo nell’ambito della creatività urbana (street art, urban design, graffiti), operando con un proprio modello di valorizzazione, attraverso attività di Ricerca e azioni di Sviluppo nei settori Pubblico, Privato, No profit e Internazionale. La sua unità Streetness, omonima di questa rubrica, sostiene i migliori street artisti nel sistema dell’arte contemporanea e verso le imprese italiane e internazionali per produzioni innovative in edizione limitata.

(di Francesca Cartolano)

Dopo aver parlato dell’iniziativa Campari la scorsa settimana, è ancora un marchio beverage a sposare la street art per una campagna di marketing non convenzionale legata alla creatività urbana.
Il prestigioso marchio Perrier, produttore della leggendaria acqua minerale frizzante, si è affidato alla creatività di tre diversi artisti scatenando un esplosivo e globale successo.
Ancora una volta, un anno dopo aver sposato lo stile pop di Andy Warhol, Perrier si affida all’arte per rappresentare i tre diversi aspetti della sua acqua.

Scintillante, con JonOne. Americano di nascita, parigino di adozione dagli anni 80, l’artista ha personalizzato con colori vivaci e linee forti la classica bottiglia di vetro.

Elegante e sensuale con Sasu, da Tokyo. L’unica donna del team, rompe gli schemi ripensando al design dell’etichetta, portando la natura del Giappone e la calma presenza dell’Asia per il restyling della confezione in plastica.

Kobra, infine, passa dalle grandi facciate di San Paolo alle piccole dimensioni con straordinaria vivacità. L’eccentricità e l’amore per la vita di uno stile giovane, caleidoscopico che risulta ancora più di tendenza grazie al richiamo alle figure delle pin up, divertite e spensierate sulle vivacissime lattine.

Il risultato è sorprendentemente e totalmente al passo con i tempi per un marchio iconico e storico: sfruttare la street art, in sé effimera ma in uno stato di permanente rivoluzione, dimostra che non c’è limite alla creatività e al suo utilizzo.
Che si voglia pensare all’acqua Perrier come squisita acqua minerale o come ingrediente di frizzantezza – in alternativa all’alcool – per particolari cocktail , certo è che la street art rende più glamour il suo consumo.

Oltre ad essere presentata in esclusivi eventi in giro per il mondo, per completare questa campagna di street art Perrier ha puntato anche a performance live in strada: Brooklyn, Manhattan, Chicago e Los Angeles hanno accolto grandi e coloratissimi murales.
A completare la campagna, a Dicembre, si aspetta il grande murale di Miami annunciato per l’attesissima Miami Art Week.

Stay tuned & join the experience su facebook.com/perrier

I vantaggi dello Storytelling [INFOGRAFICA]

I vantaggi dello Storytelling

Grazie alla diffusione dei social network e alla bidirezionalità della comunicazione online, le aziende stanno riscoprendo lo Storytelling come strumento per comunicare i propri prodotti. Raccontare storie che coinvolgano emozionalmente i consumatori porta ad un accrescimento del Brand Value.

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Attraverso questa infografica Lou Hoffman ci illustra quelle che sono le grandi differenze tra una comunicazione classica aziendale e lo storytelling.

I vantaggi dello Storytelling

1. Lo storytelling piace più dello spot pubblicitario

La prima sostanziale differenza è che il racconto di una storia è molto più accattivante ed affascinante di una noiosa réclame pubblicitaria: a nessuno interessa quanto il tuo brand sia figo, la gente desidera contenuti interessanti.
Il messaggio deve essere in una forma discorsiva ed intuitiva, basta gerghi tecnici che siano comprensibili solo dagli addetti ai lavori: in molti casi non ci interessa il pieno potenziale di ciò che compriamo, ci interessa l’emozione che il nostro acquisto ci può dare!

2. Lo storytelling mette in comunicazione il brand con il suo pubblico

La narrazione deve essere orientata verso l’esterno, verso il pubblico a cui si vuole comunicare, non deve essere totalmente incentrata sul brand. Deve esserci una narrazione, una storia. non si possono emozionare le persone soltanto attraverso parole e slogan. Una comunicazione aneddotica è molto più efficace di un banale messaggio pubblicitario.

3. Lo storytelling fa emergere i gusti dei consumatori

Il consumatore medio preferisce una storia eroica ed avventurosa, non un racconto meccanico di avvenimenti: il messaggio deve mirare ad intrattenere e non a vendere. Una comunicazione che sia avvincente e non monotona farà ricordare il nostro brand e le vendite arriveranno dopo come conseguenza.

Per colpirci la narrazione deve essere stridente piuttosto che tranquilla, con una stuttura complessa; deve riguardare la vita reale, non situazioni surreali e deve contenere gli ostacoli che affrontiamo tutti i giorni.

4. Lo storytelling offre già molte case histories a cui ispirarsi

Molti brand hanno ormai abbandonato la loro tradizionale comunicazione corporate per tramutare i loro comunicati in racconti, Coca Cola ha addirittura trasformato il proprio sito in un giornale. Il tuo brand preferito che storie ti racconta?

LEGGI ANCHE: La ricetta segreta della Coca-Cola? Lo storytelling

App of the Week: Openfolio, l'app per i tuoi investimenti finanziari

Openfolio è un’app che sfrutta le reti personali degli utenti per aiutarli a prendere decisioni sui propri investimenti. E’ possibile monitorare e vedere gli investimenti fatti da altri utenti, e decidere se investire o meno in una determinata azione finanziaria.

Openfolio ti aiuta in sostanza a prendere decisioni più intelligenti, più strategiche per i tuoi investimenti. Ispirato dalla cultura aperta ma anche molto competitiva di Wall Street, Openfolio replica per i suoi utenti l’esperienza di chi lavora in un ufficio trading.

Come funziona

Creando un account si possono caricare i dati dei propri investimenti sul proprio profilo. Openfolio mostrerà un benchmark rispetto a tutti gli altri utenti della propria rete e in base all’andamento delle azioni. L’applicazione mostrerà anche il rendimento rispetto ai mercati in generale, insieme ad un elenco di pareri degli esperti finanziari.

  Tutti i dati finanziari sono rappresentati in percentuale e non in dollari, il che significa che non c’è bisogno di mostrare quanti soldi sono realmente investiti in una determinata azione; inoltre, Openfolio mostrerà solo gli andamenti delle azioni in positivo e non di quelle in negativo. Gli utenti sono comunque liberi di scegliere se mostrare i loro risultati o se rimanere privati, rispettando la propria privacy.

Le notifiche in tempo reale avvertono l’utente di importanti tendenze di investimento o quando gli investimenti specifici di cui è interessato sono in discussione tra le persone all’interno della rete. Queste informazioni possono stimolare l’utente a cambiare tabella di marcia sugli investimenti, o possono aiutarlo a sentirsi più sicuro nelle decisioni già prese.

Tutti i motivi per utilizzarla

Migliori i tuoi investimenti personali osservando la tua rete di utenti;

– Openfolio aumenta le tue capacità di investimento perché ti permette di confrontarle con le competenze altrui;

– Puoi mostrare alla tua rete personale le componenti di ogni singolo investimento;

– Openfolio rispetta la tua privacy, perché mostra solo gli investimenti positivi, in percentuali e solo se tu lo vuoi;

– Gli utenti possono visualizzare i profili di persone all’interno e anche al di fuori della loro rete.

Ed ecco infine perché può piacere agli investitori esperti:

– Opt-out per mantenere i vostri dati di performance nascosti;

– nessuno ha accesso ai dati grezzi privati degli utenti;

– potete utilizzare Openfolio anche senza avere conti di intermediazione;

– potete migliorare le vostre prestazioni controllando in tempo reale quello che fanno gli esperti del settore.

L’app al momento è disponibile solo per iOS; potete scaricarla qui.

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

“Come hai imparato così bene l’inglese?”. “Mi guardo tanti film in lingua originale!” è una delle risposte che anche voi avrete probabilmente sentito più spesso. A quanto pare questa strategia non porta molti frutti in Perù, dove sembra fortemente radicata l’abitudine ad aggiungere sottotitoli spagnoli alla visione di film in inglese. Da qui nasce la campagna di Eurodiomas dal titolo “Leave Subtitles Behind“.

La scuola di lingua ha utilizzato molto intelligentemente il formato banner di YouTube per attirare l’attenzione dei peruviani che sulla piattaforma fruiscono contenuti inglesi in questo modo: dopo qualche secondo di visione, i sottotitoli venivano interamente coperti dai banner che riportavano claim come “Go to watch movies, not to read them” (vai a vedere i film, non a leggerli).

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

Stop ai sottotitoli: una brillante campagna banner per corsi d'inglese

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Che dite, sarebbe stato più utile tradurre quei banner in spagnolo? A noi l’idea è comunque piaciuta molto!

Il regalo di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

L’agenzia creativa canadese Union Toronto ha creato un video che i creativi nascosti tra voi ameranno, memori e consapevoli della fatica, del sudore e dell’impegno che servono per creare una buona campagna pubblicitaria.

Lo stesso impegno col quale si prodigano i dipendenti dell’agenzia canadese e che i loro titolari hanno voluto premiare con una bellissima sorpresa.

I proprietari dell’agenzia, Lance Martin e Subtej Nijjar, hanno quindi organizzato una giornata premio davvero emozionante per i loro creativi: dopo aver viaggiato tutti assieme a bordo di uno scuolabus, i dipendenti sono stati portati all’interno di una palestra dove hanno potuto incontrare… le loro famiglie!

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

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Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Il premio di un'agenzia creativa canadese ai suoi dipendenti [VIDEO]

Dopo tanto tempo di attesa, lacrime e abbracci non bastano mai! C’è anche chi ha dovuto ricorrere ad una fotografia per riconoscere i propri figli, oramai adolescenti!

Questo simpaticissimo video è stato realizzato per celebrare la candidatura dell’agenzia al premio Agency of The Year indetto da Strategy Magazine.

Social media e Storytelling: perchè raccontare e come farlo

 

Ormai lo sappiamo: lo storytelling è il cuore della comunicazione sui social network.

Raccontare è un atto antico quanto l’uomo stesso e fa parte, oggi come ieri, di ogni nostro giorno.

Tornati a casa dopo una lunga giornata di lavoro, non elenchiamo ai nostri partner quante telefonate abbiamo fatto, quanti caffè bevuti, che mezzi abbiamo preso o quali degli obiettivi prefissi abbiamo – o no – raggiunto.

Raccontiamo storie, che hanno sempre un inizio, un eroe (che coincide di solito con la nostra persona), una missione, un nemico, una ricompensa e una conclusione.

Più saremo avvincenti nel nostro narrare, meglio arriveremo alla testa e al cuore di chi ci ascolta che, con tutta probabilità, si farà egli stesso nuovo portatore di questa storia ad altre orecchie.

Lo stesso schema è utilizzato, da sempre, da chi cerca di venderci i suoi prodotti.

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Ma che caratteristiche specifiche  ha lo storytelling su Facebook, Twitter e tutti gli altri Social Media?

Abbiamo trovato interessante un approfondimento in 5 parti di Hootsuite, derivato da una presentazione di Cameron Uganec, Direttore Marketing di Hootsuite, e di Michael Brito di Edelman Digital, tenuta in occasione del Marketo’s 2013 Summit Conference a San Francisco.

Back to the Future

 

Con i social media e l’applicazione dello storytelling torniamo, in un certo senso, indietro nel tempo.

A sostenerlo è Jonah Sachs che, nel libro Winning the Story Wars, sviluppa un’interessante riflessione su 3 ere dell’esistenza umana: quella della tradizione orale, quella dei broadcast e quella digitale.

Nella prima fase, eravamo seduti intorno a un fuoco a raccontarci storie e ogni persona faceva proprio il racconto appena ascoltato; nell’era dei broadcast, le idee erano di esclusivo possesso dei loro creatori e trovavano nel pubblico solo un ricevitore sterile; nella fase attuale, quella digitale, si è tornati alla fase iniziale: ogni giorno usiamo le idee di altri, le modelliamo mescolandole ad altre, le condividiamo, creiamo dei meme, le teniamo per noi stessi o ci facciamo qualcosa di creativo e interessante.

 

Un altro aspetto che accomuna l’era orale a quella digitale è legato al passaggio del messaggio: si è tornati ad avere un oratore che parla a una persona che, a sua volta, racconterà a un’altra e a un’altra ancora e via di questo passo.

Si è quindi superata la fase dei broadcast in cui una persona o una realtà commerciale comunicava contemporaneamente a moltissime persone che, però, non venivano coinvolte nel passaparola, rendendo il messaggio sterile e spersonalizzato.

È importante ricordare che alla base di tutto c’è l’umanità!

È vero: passiamo sempre più tempo a fissare monitor e sembriamo degli esseri dissociati, ma spesso siamo semplicemente persone che condividono con altre persone; la tecnologia rende solo il tutto più veloce e semplice, ma alla base c’è il solito, vecchio, fondamentale, desiderio di comunicare.

Ultimo aspetto che accomuna la prima e la terza fase è quello legato alla qualità del messaggio: è finita l’era dei più ricchi ed è tornata quella dei più interessanti.

Mai come negli ultimi anni abbiamo visto come alla base del successo di una strategia comunicativa c’è la qualità dell’idea e non i soldi che s’investono per diffonderla.

Perché la gente condivide contenuti?

 

Il New York Times Insights ha pubblicato uno studio che analizza i fattori chiave che invogliano il pubblico a condividere:

  • far arrivare valori e contenuti interessanti ad altre persone

  • per far conoscere noi stessi agli altri

  • per far nascere e crescere relazioni

  • per far interessare la nostra comunità ai brand e alle cause che ci toccano di più

Ci ritroviamo a compiere queste azioni quando la storia che ci viene raccontata suscita in noi sentimenti chiave, positivi (ispirazione, divertimento, commozione, fierezza) o negativi (preoccupazione, paura, disgusto, orrore).

Se leggiamo una storia che ci muove in queste direzioni, con tutta probabilità la faremo nostra e la racconteremo a nostra volta.

Ma se la storia vogliamo crearla noi, esiste una strategia per renderla di sicuro successo?

La risposta non vi piacerà: no, non esistono!

Questa non è una scienza esatta (e diffidate da chi vi assicura la buona riuscita di una pratica di storytelling!).

Ci sono però dei consigli che possiamo tenere a mente:

  1. fate leva sulle motivazioni chiave del vostro pubblico, per cercare di raggiungere tutti coloro che le hanno (anche chi non segue il vostro brand)

  2. sforzatevi di creare una storia

  3. siate sempre veri e voi stessi (se perdete credibilità, potreste anche non recuperarla più)

  4. la semplicità è la vostra arma in più

  5. fate appello a sentimenti positivi (sono quelli di cui il pubblico ha più bisogno)

  6. fate sì che emerga un senso di urgenza in quel che raccontate

E se tutto ciò non dovesse bastare, potete sempre rivolgervi a quelli di Buyral! 😉

L’approfondimento di Hootsuite continua con l’importanza delle immagini e dei video per una corretta applicazione della metodologia dello storytelling.

Buona lettura (e buoni racconti!)

Samsung, Spotify, LG, Amazon e Nokia: conoscete l'origine del nome di queste 5 Tech Companies?

Photocredits @Michael Brenner

Molto spesso, all’interno del nome di un’azienda, è insita una parte della sua storia o della propria mission. In molti altri casi, il brand name deriva da situazioni o fatti curiosi, non immediatamente riconducibili a quello di cui l’azienda si occupa nel presente.

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Per questo motivo, vogliamo raccontarvi l’origine del nome di cinque famosissime Tech Companies, per scoprire insieme che cosa si nasconde dietro alla scelta di un determinato naming.

Samsung

La prima realtà tech è la coreana Samsung. Diventata una delle imprese globali a più alto tasso di crescita, numero di prodotti e settori in cui è coinvolta, alle sue origini (nel 1938) Samsung si occupava dell’esportazione nella zona cinese della Manciuria e a Pechino di pesce essiccato, frutta e verdura. Il suo nome significa tre stelle, ed è stato scelto per rappresentare le virtù di essere “grandi, numerosi e potenti” (come le stelle nel cielo, appunto).

Nel corso degli anni, Samsung si è evoluta fino a raggiungere l’odierna dimensione di produttore di eccellenza nei più svariati settori merceologici, (tra cui l’elettronica, a partire dal 1987, in concomitanza alla nomina del nuovo CEO Kun-Hee Lee, figlio del fondatore Lee Byung-Chull). Anche il suo logo ha subito importanti cambiamenti nel corso degli anni:

Credits @thenextweb.com

Dal 1993 però, il logo è diventato quello che si è mantenuto al giorno d’oggi, senza quindi le tre stelle. Anche se c’è qualcuno che sostiene di sapere del perchè di questa mancanza  🙂

Photocredits @cultofmac.com

Spotify

Spotify, entrato trionfalmente in Italia all’inizio del 2013, è uno dei servizi di streaming musicale più utilizzato al mondo, ed è stato sviluppato a partire dal 2006 a Stoccolma, in Svezia.

La parola Spotify non ha alcun significato in svedese, e la sua origine è davvero curiosa e raccontata direttamente da uno dei suoi fondatori ed attuale CEO, Daniel Ek, su Quora:

“Io e Martin (Lorentzon, altro fondatore) ci trovavamo in due differenti stanze, alla ricerca di un nome adeguato. Ad un certo punto Martin urlò un nome, ed io capii “Spotify”. Con sorpresa, quella parola non esisteva in Google, così decidemmo di registrarla come nome e dominio della nostra società.”

Spotify HQ - Photocredits @Rosapolis, on Flickr

Originariamente, quasi per l’imbarazzo a spiegare un’origine del brand così casuale, i due fondatori avevano dichiarato alla stampa di avere costruito il brand dall’unione delle parole ‘SPOT’ ed ‘IDENTIFY‘.

LG

Anche nel caso di LG, altra compagnia coreana di elettronica ad enorme tasso di successo, il nome non corrisponde a quell0 originario della società. Nel 1947 infatti, fu fondata la Lak-Hui Chemical Industrial Corp (il cui nome abbreviato era “Lucky“), compagnia che si occupava di cosmetica. Successivamente, dopo la guerra coreana, la compagnia aveva focalizzato la sua produzione nei prodotti pulenti per la casa.

Nel 1958 però, con il nome di Goldstar, nacque una sua divisione destinata alla costruzione di devices elettronici (in particolare, la prima radio coreana). Era quindi nata la Lucky Goldstar.

Ancora come divisione, Goldstar ha conosciuto una crescita esponenziale negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, producendo praticamente ogni cosa dal punto di vista dell’elettronica, dagli ascensori alle TV, espandendo il suo business anche all’interno del settore chimico.

Dal 1995 la “Lucky Goldstar” ha ufficialmente preso il nome unico di LG, con il motto “Life is Good“.

Amazon

Il primo nome della società fu Cadabra, esattamente come una parte della formula magica “Abracadabra“: Jeff Bezos, il suo fondatore, voleva infatti che la sua libreria online fosse velocissima e facile, come in una magia.

Cadabra era anche il nome di registrazione nel 1994, ma nel 1995 la società si presentava online con il nome di Amazon, derivante dal Rio delle Amazzoni, il più grande fiume del mondo.

Cosa aveva provocato questo cambio? Da vari libri sull’argomento, si evince che l’avvocato di Bezos capì male il nome (sentì infatti la parola “Cadaver“), ed il fondatore si convinse immediatamente che era necessario un cambio.

Photocredits @digitaltrends.com

Il cambio venne effettuato anche per un motivo pratico: la lettera A di Amazon sarebbe risultata prima in una directory online o in un elenco.

Una piccola curiosità: il sito Relentless.com rimanda ad Amazon. Questo nome infatti, che in italiano significa “implacabile, inarrestabile” era stato considerato un valido candidato ma, dagli amici di Bezos, venne definito “un pochino sinistro“. Come potete vedere però, il dominio rimane attivo e rimanda direttamente ad Amazon.

Nokia

Infine, una delle compagnie che ha creato alcuni dei telefoni cellulari più famosi al mondo prima dell’avvento degli Smartphone: stiamo parlando di Nokia.

Come noto, Nokia ha iniziato la sua attività ben lontana dalla produzione di elettronica: la sua fondazione risale infatti al 1865, vicino alle rapide del fiume Tammerkoski in Finlandia, come industria per la lavorazione del legno e della cellulosa. In seguito, dopo l’apertura nel 1868 di un nuovo sito produttivo nei pressi del fiume Nokianvirta a pochi km dalla città di Nokia, ci sarà l’ispirazione per l’attuale nome (che deriva da un piccolo animale dal pelo scuro, simile allo zibellino, che abitava la zona circostante il fiume).

Nokia ha poi assunto l’attuale nome di Nokia Corporation nel 1967, con cinque business (acquisiti nel corso degli anni) relativi a lavorazione gomma, silvicoltura, collegamenti via cavo, generazione di energia e, naturalmente, elettronica.

Il resto è storia recente: con l’avvento di Microsoft, la divisione “Devices and Services” è stata venduta, facendo rimanere Nokia focalizzata su tre business: Nokia Networks, Nokia Technologies ed HERE Maps.

Bene, ecco 5 suggestioni relative a 5 importanti brand name: avete altri nomi da segnalarci? Raccontateci la loro storia!

La nuova campagna Netflix vi parla dai muri tramite GIF animate

Non sempre la tecnologia nasce per lo scopo per cui è poi quotidianamente utilizzata. Pensate che Bell (o Meucci, fate voi) avesse pensato al telemarketing quando inventò il telefono? O Marconi avesse ipotizzato i jingle radiofonici ideando il suo sistema di comunicazioni radio?

Questa è la storia di un formato per immagini digitali che nel corso degli anni ha interpretato diversi ruoli, da attore non protagonista a star di prima fascia. Questa è la storia del Graphics Interchange Format, per gli amici GIF.

Molti di voi le scoprirono come emoticon livello pro per MSN Messenger, molti altri le usarono sulle proprie glitteratissime pagine di MySpace, quasi tutti le conobbero come cuore pulsante di piattaforme come Tumblr e come mezzo per veicolare i meme più arditi sui social network in generale.

Il destino aveva però altri piani per le GIF. Compresa la potenza virale di queste brevi animazioni personalizzabili, diversi brand hanno fatto delle GIF il veicolo privilegiato per trasmettere il proprio messaggio. Basti pensare alla recente campagna Fiat USA per la 500.

Adesso è il turno di Netflix.

LEGGI ANCHE: Perché ci piacciono tanto le GIF animate?

Per spingere il lancio della piattaforma Netflix in Francia, Ogilvy ha creato 100 GIF animate prese dai diversi show più di successo disponibili nel catalogo del servizio di streaming online on demand americano. Le gigantesche animazioni sono state affisse in tutto il Paese in luoghi strategici (fermate bus, stazioni metro, etc..).

In questo modo anche i passanti più distratti non hanno potuto evitare di guardare in faccia la grande opportunità che gli si stava offrendo.

Il capolavoro di ambient marketing è stato sicuramente raggiunto con le GIF “responsive”, affisse cioè per interagire con l’ambiente circostante.

Durante un temporale è stata trasmessa l’animazione di Leonida di 300 mentre sfida la tormenta, e all’entrata di un centro commerciale durante  i saldi è stato il turno dell’orda di zombie di The Walking Dead (elegante e provocatorio omaggio al secondo capitolo della trilogia di Romero).

ambient marketing

Un utilizzo originale di una tecnologia vecchia 25 anni, ma fino ad oggi relegata a strumento di entertainment, ha ottimizzato una diffusione multi piattaforma originale che sicuramente non ha lasciato indifferenti i francesi, prossimi all’accesso ai servizi Netflix.

Da oggi ancora più stimolati a seguire assiduamente i propri show preferiti.