Business del calcio italiano in crisi. Addio serie A [Parte 1]


Lo hanno chiamato “l’anno zero del calcio italiano”: si tratta della possibilità, in termini di soldoni, per molte delle nostre squadre di mettersi in discussione e trovare un modo per rendere sostenibile un business a dir poco speculativo. Accettare la svalutazione delle maglie oppure affrontare un grande cambiamento manageriale, prima che gli interessi finanziari finiscano di mangiare anche la passione alla base di questo grande mercato.
Intanto gli spettatori stanno già voltando le spalle al calcio preferendo altri contenuti, e con lo show dei mondiali appena terminati, si è visto che anche i calciatori non sembrano essere stimolati a fare del loro meglio. Una crisi che può solo mettere in discussione questo abnorme star system: un’analisi di Cristiano Carriero, oggi nostro ospite.
Buona lettura,
Rosanna Perrone

Dalla prima giornata di serie A emerge subito un dato di fatto: sette squadre sono senza sponsor. Non era mai accaduto prima, e si tratta di un record negativo anche nei confronti dei quattro campionati top d’Europa (Liga, Bundesliga, Premier League e Ligue 1) che, per inciso, da oggi diventano cinque visto che il Milan ha appena venduto, per una cifra irrisoria (6 milioni di euro) uno dei suoi talenti di maggiore prospettiva, Bryan Cristante, al Benfica, campionato portoghese. Fantacalcio, fino a qualche anno fa. La verità è che il nostro campionato si appresta a diventare, sempre di più, un cimitero di elefanti. Con tutto il rispetto per gente come Fernando Torres.

La svalutazione delle maglie italiane

Fino a dieci anni fa le maglie di Milan e Inter erano tra le più vendute al mondo. Oggi Adidas e Nike si inventano, di tutto, anche togliere le strisce dalle maglie, per vendere l’invendibile. Ma non basta comprare Osvaldo o Menez, se non sei competitivo. Roma, Lazio, Fiorentina, Genoa, Palermo, Cesena e Sampdoria sono prive di sponsor, per motivi differenti, in ogni caso non paragonabili a quelli nobili che un tempo accomunavano Athletic Bilbao e Barcellona. Entrambi i club, simboli inequivocabili dei Paesi Baschi e della Catalogna, non volevano sporcare le divise con una volgare scritta e rifiutavano offerte miliardarie per difendere un principio. Finché non sono arrivati gli sceicchi del Qatar a mettere il loro marchio sulle maglie azulgrana. Curioso notare che tra gli sponsor che pagano meglio, nel mondo, ci siano tre compagnie aeree arabe: Qatar Airways (Barcellona), Fly Emirates (Real Madrid, Milan, Arsenal, PSG) ed Etihad (Manchester City).

Il calcio italiano, Milan a parte, fa storia a sé. Sempre a proposito di compagnie aeree, la Roma ha rinunciato a 5 milioni di euro da Turkish Airlines, non ritenendo l’offerta adeguata alle aspettative del brand. La nuova divisa Nike merita, secondo i dirigenti giallorossi, almeno una sponsorizzazione da 10-15 milioni. La Fiorentina invece ha perso 5 milioni da Mazda e per il momento si “accontenta” di Sky Sport, ma è evidente che la maglia viola non abbia più l’appeal di una volta. Così come il Genoa e la Sampdoria che da par sua può campare la scusante del cambio di proprietà. Magari presto potremmo vedere sulle maglie blucerchiate i titoli dei film delle sale di Ferrero. A proposito, che personaggio il nuovo presidente della Samp.

Costi, cultura e imitazioni del merchandising

Parliamo di cifre: la serie A vale attualmente 117 milioni di euro contro i 908 della Premier. Non per niente Falcao sceglie il Manchester United (e non la Juve) e Diego Costa il Chelsea. E hai voglia a dire che il Milan ha fatto un affare vendendo Balotelli al Liverpool. Ad Anfield Road pensano esattamente il contrario, ed hanno ragione. D’altronde se voi rappresentaste una multinazionale dove mettereste il vostro brand? Sulla maglia del Liverpool o su quella della Lazio? Investireste a Londra o a Palermo? Senza contare che un eventuale nuovo flop internazionale potrebbe portare a 2 le nostre rappresentanti in Champions. Mala tempora currunt.

Anche sul fronte del merchandising, dove ci attestiamo a 1,18 milioni di maglie vendute contro una media europea di 2,6, il piatto piange. Vero è che le maglie costano troppo (circa 70/80 euro) in un contesto di crisi, verissimo è anche che da noi non si usa, come in Inghilterra indossare la divisa ufficiale allo stadio. Aggiungete a questi dati il fenomeno delle imitazioni e delle maglie e avrete chiaro il quadro della situazione. Persino in Francia si vendono più maglie e gli sponsor offrono di più. Per non parlare della Spagna dove il Real Madrid acquistando James Rodriguez per 80 milioni è riuscito a rientrare del 20% dell’investimento solo con la vendita di camisetas blancas.

Le doppie sponsorizzazioni e i diritti televisivi fanno i conti con le nuove scelte dei giovani spettatori

A dire il vero, in Serie A c’è anche chi di sponsor ne ha due: è il caso di Napoli e Torino. Lete e Garofolo per la prima, Beretta e Suzuki per la seconda. Qualcosa di simile accadeva in Francia dieci anni fa, ed era considerato quasi immorale in Italia. Infatti non affermiamo niente di male dicendo che il doppio sponsor rende la maglia bruttissima. E di conseguenza difficilmente vendibile fuori dal circuito dei tifosi. Anche gli sponsor tecnici possono così permetterci di speculare sulle nostre squadre. Se la Juventus percepirà dall’Adidas 23 milioni a stagione, il Manchester United ne riceverà più di quattro volte tanto. Togliendo dal conto Inter, Milan e Roma ci accorgiamo che tutte le altre squadre di Serie A non arrivano a questa cifra. E le cose non possono che peggiorare. I campioni scelgono altre destinazioni, i nostri giovani (non solo Cristante ma anche Immobile, Verratti, Donati e lo stesso Balotelli che ha solo 24 anni) scelgono altri campionati. I diritti televisivi sono sempre più difficili da vendere, complice anche il fatto che piazze come Bologna, Catania, Bari e Perugia sono in Serie B mentre in Serie A ci sono piccole provincie e matricole terribili.

De Laurentiis, Presidente del Napoli, propose qualche anno fa una lega bloccata con le città più rappresentative d’Italia in Serie A. Poi parlò di un unico campionato europeo. Qualcuno lo prese per pazzo, oggi questa appare una delle poche soluzioni praticabili per uscire da questa situazione. La svolta del campionato inglese passò, un ventennio fa per una serie di operazioni molto drastiche, compresa quella del cambio di nome. La Big League diventò la Premier e iniziò pian piano a rappresentare il top del calcio mondiale. Una delle aspirazioni massime di un calciatore.
Nel frattempo, da noi, si raccontava la favola del campionato più bello del mondo.

E se fosse il momento di dire davvero addio alla Serie A?

Cristiano Carriero
Classe ’79, calciatore mancato (troppo estroso), chitarrista mancato (suono ai falò a ferragosto), professore mancato (ho una laurea in lettere a chilometro zero). I progetti, almeno quelli, non mancano. Socialmediacoso di mestiere, giornalista per passione, canto il calcio come se fosse una storia d’amore e perdo amori come fossero partite di calcio. Ma resto un tipo sportivo. Editor di blogdisport, contributor de Il Giornale Digitale, autore di Che Storia La Bari (Gelosorosso, 2014).
www.cristianocarriero.me

Ice Bucket Challenge, le ragioni del successo di un fenomeno virale

A meno che non siate andati in vacanza in una caverna isolata da tutto e da tutti, sapete sicuramente di cosa parliamo. L’Ice Bucket Challenge è stato il tormentone dell’estate 2014.

Ormai siamo abituati alle ossessioni passeggere del popolo della rete: notizie, personaggi, film, canzoni, prodotti che a cadenza regolare catturano la nostra attenzione e diventano meme.  Ad un primo sguardo, l’Ice Bucket Challenge sembra un fenomeno virale molto simile a Nek Nomination, Harlem Shake e simili: il protagonista del video si filma mentre si versa addosso un secchio d’acqua ghiacciata, lo condivide sui social network e sfida gli amici a fare lo stesso attraverso un tag.

Stavolta c’è una differenza: l’iniziativa nasce per porre l’attenzione su una malattia, la SLA.

Le reazioni

Diverse sono state le reazioni alla nomination: c’è chi ha accettato la sfida e ha invogliato i propri amici a fare lo stesso, c’è chi si è gettato l’acqua gelata addosso e ha anche dimostrato di aver effettuato la donazione, c’è chi si è rifiutato di fare la prova e ha posto l’attenzione sulla donazione, c’è chi ha approfittato per parlare anche di altri importanti cause e infine c’è chi ha accettato la sfida senza neanche sapere o dire il perché.

L’onorevole scopo dietro l’iniziativa ha incoraggiato soprattutto personaggi famosi, politici e atleti a mettersi in gioco, cosa che ha portato ad una maggiore condivisione del fenomeno anche da parte dei media tradizionali.

Abbastanza ovvie le critiche sul consumo di acqua, preziosa risorsa limitata, o sul fatto che ci sono anche altre cause che meritano la nostra attenzione. Molti difendono a spada tratta il diritto alla privacy, secondo cui fare beneficenza dovrebbe essere un’azione privata. C’è anche chi critica coloro, soprattutto i VIP, che non hanno mostrato la somma donata, o i VIP che hanno mostrato la somma donata, e i VIP la cui somma donata è stata considerata una cifra troppo bassa.E poi ci sono i VIP a cui questa iniziativa ha fatto proprio innervosire. Politici criticati per aver realizzato il video senza aver mai fatto nulla di concreto a riguardo, e altri che sono stati esempio di epic fail.

E i brand?

Non potevano mancare all’appello i brand. Docce gelate di CEO e impiegati a parte – vedi Tim Cook e Topshop – le Ice Bucket Challenge brandizzate più interessanti sono quelle per cui gli uffici marketing hanno fatto uno sforzo in più, cercando di rimanere nel personaggio. Ne sono un esempio Old Spice, McDonald’s e KFC.

Ma l’azienda che ha fatto parlare di più è stata Samsung che ha partecipato alla sfida, senza essere stata nominata da nessuno, con il suo Galaxy S5 resistente all’acqua.

Abbastanza scontate le nomination a iPhone 5S, HTC One M8 e Nokia Lumia 930. Colpo da maestro o mossa fuori luogo?

I risultati

Nonostante le sue origini non siano ancora del tutto chiare, è certo che il fenomeno virale del 2014 abbia preso piede molto in fretta: sono oltre 118.000 i tweet pubblicati con l’hashtag #icebucketchallenge da metà giugno.

Su Facebook oltre 28 milioni di persone hanno partecipato alla conversazione sull’Ice Bucket Challenge attraverso post, commenti o like e 2,4 milioni di video condivisi. La maggior parte dell’attività è avvenuta tra il 10 e il 17 agosto e Stati Uniti, Australia e Zelanda sono stati i Paesi più coinvolti.

Cosa più importante è il risultato in termini di donazioni. Il Time scrive che la ALS Association ha raccolto 79,7 milioni di dollari da 1,7 milioni di donatori dal 29 Luglio. L’anno scorso nello stesso periodo erano stati raccolti solo 2,5 milioni.

I motivi del successo

Perché l’Ice Bucket Challenge ha avuto così tanto successo? Proviamo a capirlo seguendo il modello Tensione/Emozione/Catarsi e la formula CREATE (Catarsi-Riusabilità-Emozione-Archetipi-Tensione-Elevazione) elaborato da Mirko Pallera, che i Ninja utilizzano per analizzare i fenomeni virali.

Il modello Tensione/Emozione/Catarsi ci dice che un contenuto virale deve fare leva su una tensione psico-culturale e liberare le emozioni provocando una catarsi nello spettatore.

Partendo dalla tensione che nasce dalla lotta contro una malattia, obiettivo principale dell’Ice Bucket Challenge è emozionare il pubblico, seppur attraverso un atto comico,  sperando in tal modo di generare consapevolezza della malattia e incentivare le donazioni.

Il format utilizzato ha la caratteristica imprescindibile di ogni fenomeno virale: la riusabilità. Per accettare la sfida bastano un secchio d’acqua ghiacciata e uno smartphone, se poi vogliamo farla proprio bene è sufficiente donare anche solo 5 euro. Ed ognuno è libero di cambiare le regole a proprio piacimento, purché il risultato sia sempre lo stesso.

Non è difficile trovare l’archetipo a cui si fa riferimento: quando accettiamo la sfida e doniamo anche una piccola somma alla causa non facciamo altro che sentirci un po’ Angeli Custodi, che si prendono cura degli altri con compassione e sacrificio. C’è una narrazione archetipica forte anche nella nomination, attraverso la quale ci viene affidata una missione, ci viene richiesto di compiere un gesto eroico tipico del Martire, figura archetipica considerata ombra dell’Angelo.

Certo, parliamo di un martirio ironico, adatto ai social network, ma che è comunque molto sentito. Un martirio che si sente sulla propria pelle, attraverso un gesto, quello del versarsi addosso dell’acqua ghiacciata, che amplifica l’emozione.
La Catarsi sta proprio nel vedere l’effetto su chi ha accettato la challenge e nello sdrammatizzare il tema con l’ironia di una sfida che ci fa fare un piccolo sacrificio. E l’Elevazione sta nel sentirsi persone migliori per aver contribuito ad una giusta causa.

Voi avete partecipato alla Ice Bucket Challenge? Se non l’avete fatto vi invitiamo a dare il vostro contributo su www.aisla.it o www.alsa.org.

Intanto vi lascio con la mia Ice Bucket Challenge preferita, quella di Benedict Cumberbatch.

10 errori da evitare per il vostro sito internet

10 errori da evitare per il vostro sito internet

Credits @ Photl.com

Nell’epoca del digital marketing facciamo tanto per creare contenuti di qualità che attirino l’attenzione degli utenti nel mare magnum del web ma poi capita che, nel tentativo di essere originali, si finisca per perdere per strada l’utente. Spesso accade che su un sito vi siano elementi che rischiano di distrarre i navigatori e sortiscono quindi l’effetto contrario a quello sperato.

Onde evitare che dal vostro spazio web possa verificarsi una fuga di massa abbiamo raccolto da Ragan.com le 10 mosse da non compiere se volete che l’utente visiti il vostro sito internet per più di qualche secondo.


1- Iscrizione mail obbligatoria

Praticamente è come chiedere all’utente di firmare un contratto a scatola chiusa! Se appena approdato sulla vostra pagina si apre la finestra che gli chiede di iscriversi per poter visitare il sito… avete appena trovato un modo per allontanarlo. La richiesta è legittima ma come sempre sono i modi che contano: proponete l’iscrizione tramite mail in maniera discreta, non come un obbligo.

2- Video e musica imposte

Per l’utente non c’è niente di peggio che spulciando un sito si trovi bombardato improvvisamente e senza preavviso da video, audio e musiche varie. Anche se l’intento è attirare la sua attenzione o guadagnare qualche soldino, questa tecnica non frutta di certo!

10 soluzioni sbagliate per un sito internet

3 – Navigazione complicata

“Non scoraggiare il consumatore” è la regola d’oro delle vendite! E anche nella comunicazione multimediale funziona in maniera simile con gli utenti: non si deve mai scoraggiare l’interazione con la piattaforma, è fondamentale realizzare percorsi semplici che rendano facile la scoperta dei contenuti sul sito.

4 – Pop-up ads e indagini

I pop-up con le pubblicità allontano gli utenti e se a questi si aggiungono anche le indagini praticamente avete realizzato un cocktail letale! La qualità dei vostri contenuti non può bastare davanti a questi elementi ed è così messa duramente alla prova. Fermatevi un secondo e mettetevi nei panni dei vostri stessi utenti: voi come vi comportereste se appena approdati su un sito vi tartassassero proponendovi pubblicità e richieste di info?

5- Link che si aprono nella stessa finestra

Molto spesso capita che un sito rimandi a un’altra pagina tramite un link che però non si apre a parte ma nella stessa pagina di navigazione. L’effetto è allontanamento dell’utente dal vostro contenuto e dalla vostra piattaforma. Questa tecnica è frutto di ignoranza o a volte anche di sbadataggine: è importante fornire a chi vi legge degli approfondimenti che vadano oltre il vostro spazio ma non bisogna farlo nel vostro stesso spazio… scusate il gioco di parole ma rende molto l’idea di quanto sia importante che l’utente riesca a tornare alla fruizione dei vostri contenuti.

10 soluzioni sbagliate per un sito internet

6 – Troppo testo in home page e troppi contenuti visuali

Si suol dire che “non c’è una seconda occasione per dare la prima impressione”: se appena arrivato sulla home del sito l’utente si trova tanto testo e poche immagini che attirino la sua attenzione sarà automaticamente indotto a giudicare male la vostra pagina e ad abbandonarla immediatamente. Allo stesso tempo però troppi elementi grafici e visuali finiscono per ostacolare la fruizione dei contenuti. Quindi è fondamentale trovare il giusto equilibrio per attirare l’attenzione dell’utente e saperla mantenere viva per consentirgli la scoperta piena della vostra creatività.

7- Movimenti eccessivi

Realizzare siti con elementi che garantiscono dinamicità può essere una buona soluzione per attirare l’attenzione e incuriosire ma non bisogna mai esagerare: ad esempio il vostro logo in home page che salta e zompetta davanti agli occhi dell’utente lo potrebbe molto infastidire… meglio non osare troppo.

8 – Difficoltà a reperire info di contatto

Oramai sito internet e mail sono entrati in piena regola nelle nostre agende, per questo è fondamentale dedicare una parte del nostro spazio online alle info di contatto. E’ altresì importante che questo spazio sia facilmente reperibile nella navigazione dell’utente.

9- Troppi annunci pubblicitari

Ospitare banner pubblicitari può essere sicuramente motivo di prestigio per un sito internet ma è anche vero che se questi diventano troppi infastidiscono il percorso dell’utente e veicolano un messaggio sbagliato: “mi interessano i soldi della pubblicità e non la tua soddisfazione”. Niente di più sbagliato, non trovate?!

10- Rispetto per i tempi dell’utente

Sarete sicuramente il creativo o l’azienda migliore al mondo ma se sul sito non fornite subito all’utente il materiale di cui è alla ricerca avete fallito la vostra mission digital. E’ fondamentale realizzare un sito leggero che permetta il caricamento rapido dei contenuti perché oggi nessuno ha tempo da perdere, soprattutto online!

Allora, Guerrieri quale di queste regole notate sia più spesso infranta? O qual è la mossa che non riuscite a rispettare con più frequenza?

Test della personalità durante i colloqui di lavoro: poco efficaci

MBTI (Myers Briggs Type Indicator), PAPI (Personality and Preference Inventory), TAT (Thematic Apperception Test), sono solo alcune delle molte abbreviazioni che indicano i principali test psicologici della personalità usati durante i colloqui di lavoro da parte degli addetti HR.

Oggi ci chiediamo quanto questi siano realmente efficaci in determinate sedi e quanto effettivamente i loro risultati siano davvero veritieri e indicativi di una personalità adatta ad una determinata carriera e occupazione.
Andando a leggere e studiare i risultati di alcune ricerche effettuate, siamo giunti a conclusioni significative.

Test della personalità, una giusta prova di selezione

Nonostante siano metodi in parte molto criticati, perché come è largamente risaputo la personalità è un “fenomeno” altamente relativo e per questo non facilmente standardizzabile, ma, piuttosto, suscettibile di modificazioni nel corso di situazioni ed eventi anche particolari della vita di un individuo, l’uso dei test che comprendono tale aspetto, in fase di reclutamento, è sempre una prova molto gettonata da parte dei recruiter.
“MBTI, Sosie e PAPI. Queste sono le prove di valutazione più comunemente utilizzate in Francia”, dice Antoine Morgaut, amministratore delegato per l’Europa e il Sud America al recruiter Robert Walters (RWA.L).
Non a caso, anche secondo l’indagine francese “Sourcing Cadres 2013” dell’”Association pour l’emploi des cadres” (APEC), condotta da gennaio 2012 a febbraio 2013, i test di personalità si confermano sempre il migliore modo per designarne il profilo psicologico-professionale di un aspirante candidato a un determinato tipo di impiego.

A cosa serve un test della personalità in fase di recruiting?

Pratica ormai frequente è quella di utilizzare come strumento di valutazione, in fase di recruiting, i test. Tali strumenti forniscono generalmente valutazioni attendibili delle conoscenze possedute dagli aspiranti candidati e possono essere per questo di tipo diverso.

Si hanno, di fatti, test di sviluppo intellettuale generale, test di abilità specifiche o attitudinali, test di acquisizione e i già menzionati test di personalità. Quest’ultimi hanno la particolare funzione di indagare sugli aspetti motivazionali, affettivi, comportamentali, che portano a reagire all’ambiente in modo personale e prevedibilmente costante da parte di un individuo.

Lo scopo di un test sulla personalità è quello cioè di esaminare la nostra personalità in base a varie scale di valutazione.

Delicata, per questo motivo, è l’interpretazione dei suoi risultati. Non esistono risposte idonee o meno a tale tipo di prova, lo scopo è comunque quello di collocare la persona giusta al posto giusto.

La personalità non è tutto!

Testons les tests!, l’indagine della Neoma Business School, pubblicata il 10 Febbraio scorso, afferma, di fatti, proprio questo. Nonostante la maggior parte degli addetti HR, come su scritto, dichiara che tali test siano molto efficaci in fase di selezione di un candidato, la ricerca, invece, risponde che tali prove non sono e non devono essere gli unici indici su cui poter effettivamente e realmente contare.

Effettuare tali test non determina, infatti, in maniera univoca e non permette di pronosticare in toto il comportamento professionale di un individuo perché
“Il comportamento dipende sempre dal contesto e i test non tengono assolutamente conto di questo e non sono soprattutto costruiti su questo”, spiega lo psicologo Jean Pralong.
Ci sono quindi tutta una serie di fattori situazionali, ambientali, ad esempio, che non possono essere quantificati e categorizzati con una semplice prova, ma che un bravo recruiter deve comunque tenere conto e saper individuare in fase di selezione.

La personalità è un indice che predice molto bene alcuni parametri individuali e professionali di una persona, ma la ricerca su menzionata ci ricorda che è sempre utile trovare tracce di valutazione più promettenti e affidabili.

Il peso dei Test nelle assunzioni

Le aziende sono sempre più attente e rigorose nelle valutazioni dei candidati perché un errore di assunzione può avere conseguenze negative in termini di costi, ma anche e soprattutto di equilibrio nell’ambiente di lavoro.

Ecco perché sempre più reclutatori lasciano perdere i test di personalità e creano piuttosto delle prove che corrispondono maggiormente ai bisogni specifici della loro azienda.

La proposta di Testons les test!, come anche di molte odierne ricerche, non è tanto quella di condannare i test di personalità e suoi risultati, i quali dimostrano comunque che gli indicatori su cui fanno riferimento sono indici ad ogni modo affidabili per individuare un “buon” il comportamento professionale, ma bisogna comunque valutarli e adottarli con una certa accortezza.

Test della personalità, quanto conta davvero?

Con i test della personalità il soggetto esaminato può imparare a conoscersi meglio, mentre l’analista lo usa per situare un individuo rispetto agli altri e per prevedere il suo comportamento in alcune situazioni. In ogni caso, ci sono decisioni da prendere e il test non permette di prendere la decisione in sé, ma di categorizzare, prima ancora di sapere a quale categoria corrisponde la situazione in questione.

Si può azzardare nel dire, a tal proposito, che questo aspetto è poco “umano” perché la categorizzazione va contro le sfumature che caratterizzano in definitiva ogni individuo.

È davvero, quindi, cosa buona e giusta utilizzare i test della personalità nei colloqui di lavoro? Sono realmente affidabili, veritieri ed efficaci in determinate situazioni? E se non sono davvero così importanti, ci sono migliori indicatori per gli addetti HR per valutare un aspirante candidato in sede di reclutamento?

A voi la parola.

10 motivi per utilizzare Vine per un Brand

Impossibile non conoscere Vine, l’app famosa per quanto riguarda i suoi videoclip, ultimamente ha introdotto numerosi aggiornamenti e si è resa sempre più appetibile per i brand. Da quando è nata, i 6 secondi di video in loop sono diventati un vero e proprio format per quanto riguarda la comunicazione digitale ed i social media. Proprio per questo negli ultimi mesi l’app ha introdotto la nuova funzione di importazione dei video che permette di caricare piccoli clip anche se registrati in passato.

Perché scegliere Vine? Di sicuro siti web come Youtube, o app come Instagram, hanno un’affluenza maggiore di utenti. Ma se il vostro scopo è attirare l’attenzione dei più giovani, in maniera creativa, intuitiva, e soprattutto veloce, Vine è perfetto per il vostro brand.
Nel dettaglio eccovi ben 10 motivi che son stati stilati da Mashable nell’articolo originale che trovate a fine pagina.

1. E’ facile da usare.

Non è fondamentale essere degli esperti registi o videomaker per creare un buon video su Vine. Per registrare un clip è necessario tenere premuto il vostro dito sul touchscreen e con un minimo di creatività e praticità nello sfruttare particolari inquadrature o situazioni, avrete un ottimo risultato, stupendo i vostri followers.

2. E’ facilmente assimilata.

Riuscire ad emergere all’interno del contesto dei social media, con un messaggio spesso troppo complesso, non è semplice. Tramite i video su Vine, la comunicazione verrà assimilata celermente, in maniera efficace senza togliere troppo tempo ai vostri fans. L’utente non perderà più di 6 secondi sul vostro messaggio, e se ritenuto valido gli basteranno.

3. E’ live.

Spesso risulta veramente efficace condividere con i propri followers dei momenti d’impulso, vissuti in prima persona in una determinata situazione interessante. Sfruttando ciò che succede attorno ad un determinato brand si può trasmettere la volontà di esser sempre in contatto con i propri followers e di tenerli aggiornati. Proprio per gli eventi live come i concerti, gli eventi sportivi, ecc. Vine risulta un ottimo strumento per includere esperienze comuni tramite i video.

4. E’ economicamente conveniente.

Vine è un’app gratuita che vi permette di raggiungere migliaia di utenti mensilmente, semplice da usare e dai contenuti brevissimi. Dal punto di vista economico risulta meno dispendiosa rispetto alla gestione di un qualsiasi canale social.

5. E’ istruttiva.

Molti utenti hanno riscontrato come Vine sia un’ottima piattaforma per imparare e mostrare determinati apprendimenti ai propri utenti. Si passa dal giardinaggio, alla cucina, alla musica, condividendo i segreti o i vari tricks per fare qualcosa al meglio. Tutto ciò diventa stimolo per un brand, che può utilizzare un clip video per spiegare una procedura d’utilizzo di un prodotto, proprio come nel caso di Sephora.

6. E’ fonte di intrattenimento.

Qualsiasi brand deve cercare sempre di stupire i propri followers sui social media, attraverso Vine è possibile sperimentare ed osare, creando qualcosa di magico, come nel caso di Oreo Cookie.

7. E’ coinvolgente.

Proprio come negli altri social media, tramite Vine è possibile far partire dei video-contest e sfruttare il canale per i commenti e le condivisioni. Un caso particolare è quello Nissan, che ha dato l’opportunità di apparire all’interno dello spot tv, al video vincitore tra partecipanti al contest su Vine e Instagram.

8. E’ creativa.

Vine è sicuramente un’app che permette un’elevata creatività. Essendo un contenuto molto breve, in sei secondi non si rischia una dispersione di idee. E’ possibile unire la creatività che stupisce ed emoziona, ad un ottimo messaggio promozionale.

9. E’ promozionale.

Chi vi dice che uno spot commerciale non possa esser realizzato in soli sei secondi anziché dei classici 15 o 30?
Vine è l’esempio concreto in cui è possibile realizzare piccoli spot pubblicitari, a basso impatto economico ma di forte impatto emotivo. Di seguito trovate il simpatico esempio di Taco Bell. 

10. E’ misurabile.

Tramite Vine è possibile visualizzare quanti commenti e condivisioni sono state fatte su un video, ma non solo. E’ possibile contare quante volte il video è entrato in loop, realizzando una misurazione della popolarità maggiore rispetto agli altri canali social.

 

Scarabeo, Van Gogh e vip: i migliori annunci stampa di Agosto 2014

Un vero Ninja lo sa bene: la creatività non va in vacanza! Per questo abbiamo tenuto d’occhio le migliori pubblicità dell’estate!  Ecco i più interessanti annunci stampa del mese di agosto! Buona visione.

Scrabble




Per iniziare un bel giochino. trovate le due parole nascoste dietro queste illustrazioni come farebbe un bravo giocatore di Scarabeo. Vi diamo la soluzione della prima ad per agevolarvi:  “Car-rot” (Car e Carrot). Ora arrovellatevi il gulliver con la seconda!

Scrivete nei commenti le vostre soluzioni! Primo premio: prestigiosa penna stilografica a forma di volatile artico!

Advertising Agency: Twiga, Kiev, Ukraine
Creative Director: Slavik Fokin
Art Director: Dima Tsapko
Design Studio: Tough Slate Design
Copywriters: Slavik Fokin, Dima Tsapko

GAP: Dress normal

Tanti testimonial famosi (ma non troppo) del piccolo e del grande schermo e un concetto nuovo: “Vesti normale“. La nuova campagna di Gap per la collezione autunno-inverno.

Advertising Agency: Wieden + Kennedy, New York, USA

Isuzu D-Max: Hamburger/Pizza/Ice Cream

Il tuo fuoristrada si nutre di polvere e terra. Ed è affamato. Ottima esecuzione grafica! Viene voglia di sgommare nella campagna!

Advertising Agency: Garabato, Asuncion, Paraguay
Creative Director / Copywriter: Andres Poggi
Art Director: Veronica Velazquez
Graphic Designer: Guillermo Collar
Account Director: Mauricio Alfaro
Account Executive: Paloma Mongelos
Photographer: Ivan Wunderlich

Panasonic: Van Gogh

Vincent corre ai ripari per non perdersi un’esperienza sonora straordinaria.

Advertising Agency: McCann TLV, Israel
Creative Director: Itay Galon
Art Director: Netanel Hagag
Copywriter: Dave Cohen
Illustrator: Yael Kimhi

Sulinka: Boy/Girl


Due enormi cerini umani pronti ad accendersi. La capocchia-ventre pronta ad innescare le fiamme. L’acqua minerale Sulinka promette di prevenire il bruciore di stomaco.

Advertising Agency: Twiga, Kiev, Ukraine
Creative Director: Slavik Fokin
Art Director: Dima Tsapko
Design Studio: Tough Slate Design
Copywriters: Slavik Fokin, Dima Tsapko

Partecipa GRATIS al free webinar del Corso in Facebook Marketing #ninjaFB

Corso in Facebook Marketing

© Brian Jackson - Fotolia.com

Come progettare campagne e sviluppare business con Facebook?

Come sapete il Corso Online in Facebook Marketing (SCONTO EARLY BOOKING fino al 09 settembre) illustrerà come essere presenti su Facebook con i propri contenuti, per poi concentrarsi sull’utilizzo degli strumenti utili a profilare e selezionare gli utenti target delle iniziative. Grande attenzione sarà posta sulla definizione di obiettivi concreti di marketing utili a facilitare le vendite di servizi e prodotti, e alle metodologie di misurazione.

#ninjaFB

Per farvi arrivare preparati al Corso, abbiamo intervistato i docenti (se avete perso l’intervista, potete ritrovarla QUI) e organizzato per il prossimo Venerdì 05 settembre un FREE WEBINAR di presentazione: una lezione gratuita di introduzione nella quale Lorenzo Viscanti e Laura Saldamarco, docenti del corso, presenteranno le tematiche e le case-history che verranno affrontate nel percorso formativo.

Iscriversi è semplicissimo! A partire da questa pagina, cliccando su “Iscriviti, é Gratis!” vi si aprirà il form di iscrizione, da compilare in tutte le sue parti. Una volta registrati, vi arriverà una mail di conferma con tutte le indicazioni.

I posti disponibili sono solo 500: quindi “chi prima arriva meglio alloggia”! ;)

Free webinar facebook marketing

  Ricapitolando quindi:

FREE WEBINAR
Corso Online in Facebook Marketing
con Lorenzo Viscanti e Laura Saldamarco

Venerdì 05 settembre 2014, dalle ore 18

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E non dimenticate di dare un’occhiata ai nostri prossimi corsi in programma!

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change!
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