Department Store: strategie digital in uno scenario in cambiamento

Il report Digital IQ Index®: Department Stores, realizzato dall’agenzia di ricerca L2, ha esaminato le competenze digitali di 56 tra i maggiori department store al mondo. L’indagine ha analizzato come queste aziende sono riuscite a integrare e-commerce, mobile e social media alle attività di vendita in store: i risultati hanno evidenziato una forte disomogeneità in fatto di performance digitali.

Una panoramica

Il numero di grandi magazzini è considerevolmente diminuito negli ultimi dieci anni e alcuni degli attori più forti sono stati sopraffatti. I department store sono messi a dura prova dai portali online, primo fra tutti Amazon. Tuttavia, l’approccio brick-and-mortar resta importante: il 90% delle vendite avviene ancora in nel punto vendita e i department store prevedono nei prossimi 5 anni una crescita globale del 22%, specialmente grazie ai mercati emergenti.

L’e-commerce e il mobile ottengono risultati sempre migliori. Chi si muove solo sull’offline è obbligato a evolvere se vuole sopravvivere. In questa battaglia vince chi riesce a sfruttare le proprie risorse digitali per potenziare l’esperienza in store, e viceversa. Si moltiplicano così le azioni omni-channel.

Anche le strategie social dei department store stanno cambiando: dalla gestione di una community all’uso dei social come mezzi per amplificare la propria risonanza e mirare direttamente al cliente. Da questo punto di vista le aspettative dei consumatori sono alte e solo una manciata di rivenditori sono stati capaci di rispondere prontamente.

I migliori e i peggiori

La ricerca di L2 ha esaminato le strategie omni-channel dei department store in tutte le sue declinazioni: dai programmi fedeltà al merchandising, dal seguito sui social media alle funzionalità delle app per mobile. Le aziende sono state classificate in 5 categorie: debole (feeble), incompleto (challenged), nella media (average), dotato (gifted) e esperto (genius).

  • Nordstrom, Macy’s e Sears si sono rivelati i primi della classe.
  • Con buone performance al secondo posto troviamo Marks & Spencer, JCPenney, Bloomingdale’s, Kohl’s, Saks Fifth Avenue, John Lewis, Nieman Marcus, House of Fraser, Debenhams e Net-a-Porter.
  • Prestazioni nella media per Lord & Taylor, Harrods, Hudson’s Bay, Barney’s New York, Dillard’s e Bergdorf Goodman.
  • Un po’ incerti sono invece  Bon-Ton, Myer, Intermix, Shinsegae, Century 21, Von Maur, e The Galleria.
  • Il cucchiaio di legno infine va a Brown Thomas, Hyundai, Fenwick, Daslu, Rym e Liverpool.

Nordstrom: la best practice

Nordstrom, già nel 2007, ha visto il passaggio al digitale con l’abbattimento del muro tra negozio e on-line. Per questa società la svolta digitale è diventata parte integrante delle procedure operative standard.

L’azienda di Seattle ottiene i migliori risultati su Twitter, Instagram e la nuova piattaforma Wanelo. Su Twitter conta una media di 135 tweet al giorno e il più alto tasso di risposta alle menzioni. Su Instagram Nordstrom ha avviato una partnership con Liketoknow.it per abilitare gli acquisti direttamente dalla piattaforma social. È anche uno dei pochi brand che nei commenti di Instagram risponde ai clienti che chiedono dove è possibile trovare il prodotto. Su Wanelo quello di Nordstrom è l’account di un department store con il maggior numero di follower. Inoltre si sta testando, sempre in collaborazione con Wanelo, la possibilità di acquistare in-app.

Questa visibilità sui social ha accresciuto la popolarità dell’azienda. Dopo Sears, Nordstrom è il secondo department store più ricercato sul web. Conseguentemente il brand riesce ad apparire sulla prima pagina di Google per il 53% delle ricerche di termini inerenti al lusso, più di qualunque altro department store o e-tailer.

Corso Intensivo in Social Media Marketing: Tommaso Sorchiotti [creative digital strategist] e Lorenzo Viscanti [social media strategist] vi aspettano per una due giorni di full immersion di alta formazione professionale.

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Social Media Marketing: i social network come strumento di Business [INTERVISTA] #ninjaMI

Corso in Social Media Marketing Milano

Cari Ninja,

come sapete, dopo il grande successo dell’edizione romana, il 24 e 25 Ottobre i ninja tornano a Milano con il Corso Intensivo in Social Media Marketing: Tommaso Sorchiotti [creative digital strategist] e Lorenzo Viscanti [social media strategist] vi aspettano per una due giorni di full immersion di alta formazione professionale.

Social Media Marketing, Social Media Analytics, Social Media Strategy, Community Management, Crisis Management, Lead Generation, Social Media ROI sono solo alcuni degli argomenti che saranno approfonditi e analizzati all’interno del corso.

#NinjaMI

Prima di leggere l’intervista a Tommaso e Lorenzo, ne approfitto per ricordarvi che lo SCONTO Early Booking scade fino al 07 ottobre (e si somma agli ulteriori sconti e bonus se avete già frequentato uno o più corsi Ninja Academy). POSTI LIMITATI.

 

Tommaso Sorchiotti
Creative Digital Strategist

Ciao Tommaso, qual è secondo te il ruolo e il peso delle attività Social all’interno di una azienda o agenzia?

Dipende chiaramente molto dal tipo di agenzia a cui ci riferiamo. Di certo, rispetto a qualche tempo fa, il ruolo del Social non può essere sottovalutato, dal momento che ogni area ha sperimentato come il mobile e il digital in generale, sono importanti nella giornata delle persone. E quali sono i risvolti di tutte le informazioni e i contenuti che circolano in Rete.

Sapresti dirci come elaborare un piano strategico di contenuti sui Social Media?

Io utilizzo un modello abbastanza semplice e funzionale, che ho sviluppato e definito con l’acronimo ORCO. ORCO sta per Obiettivi, Risorse, Contenuti, Opportunità. Una volta analizzati e sviluppati questi singoli elementi è abbastanza semplice sviluppare un piano strategico di contenuti. Ovviamente occorre appoggiarsi agli strumenti giusti e definire un processo lavorativo dei contenuti chiaro e condiviso con tutti gli interlocutori coinvolti.

Lorenzo Viscanti
Social Media Strategist

Ciao Lorenzo, quali sono a tuo avviso i modelli da seguire per lanciare attività di social media advertising efficaci?

Il prodotto e il brand diventano contenuti che interessano il lettore al punto da farlo diventare consumatore del prodotto stesso.
È un passaggio difficile quello da markettaro a produttore di contenuti, i brand all’avanguardia lo hanno già fatto, penso a coca cola, tanto per fare un esempio. Una volta che siamo diventati produttori di contenuti dobbiamo fare in modo che le persone li leggano. Content is king but distribution is queen. Per completare il passaggio verso il nuovo marketing i brand devono diventare veri e propri editori, ed è qui che bisogna confrontarsi con il social media advertising. Il futuro è di chi non teme questa trasformazione.

Quali sono le metriche che bisogna imparare a leggere e interpretare per valutare azioni, progetti e campagne social?

Contenuti favolosi hanno bisogno di distribuzione efficacissimo, quindi i brand devono sapersi confrontare con le metriche degli editori. Traffico verso i propri contenuti e conversioni per chi riesce a generare una transazione economica sul web. Chi non vende online deve capire in che modo riesce a colpire i consumatori e a rimanere impresso nella loro mente determinando un cambiamento del processo di acquisto. Un processo di misurazione è possibile per tutti, per poter misurare gli investimenti, soprattutto in periodi in cui non è facile farli.

Grazie Tommaso, Grazie Lorenzo! Ci vediamo il 24 e 25 Ottobre al Corso Intensivo in Social Media Marketing! #ninjaMI

Instafame all'italiana: per diventare famosi grazie ai social network bisogna essere trash?

Qualche mese fa, la nostra Elena Silvi Marchini ci parlo nel post Instafame, un documentario sulla celebrità da social network [VIDEO] del fenomeno Shawn Megera, un 15enne apparentemente normalissimo divenuto famoso grazie a Instagram.

81 mila followers sul social network “fotografico” per eccellenza lo hanno portato a diventare soggetto di un documentario intitolato Instafame, che si può trovare su Vimeo, in cui gli autori hanno esplorato il concetto di fama che nasce e si sviluppa nell’ambito delle reti digitali, grazie ai regimi di condivisione che essi permettono.

L’Instafame è fama reale? Quella per intenderci che possono vantare attori da premio oscar, cantautori da leggenda o premi Nobel, oppure un’estensione della Microcelebrità (una definizione è reperibile qui)?

Un fenomeno che anche in Italia sta portando all’attenzione del grande pubblico tanti casi più o meno qualitativamente interessanti, che aprono scenari per certi versi inediti e che possiamo considerare indicatori della trasformazione del gusto del pubblico.

I vip di Torino: le persone “importanti” si raccontano sui social network

Diventare famosi senza particolare meriti e responsabilità, ma solo per il fatto di essere sè stessi. E pazienza se la propria identità viene snaturata diventano macchiettistica e prestandosi alla presa in giro e, talvolta, alle minacce più becere.
Rientra nel caso la pagina di Facebook Vip di Torino con i suoi (particolari) protagonisti.

Uno spazio specifico sul social network più popoloso, dove da diversi mesi, a fase alterne, anonimi web master condividono foto e “schede tecniche” di alcuni gruppi di giovani torinesi, i quali si fregiano di titolo di Vip nonostante la giovane età.


Le reazioni del pubblico, leggendo i commenti, non sono ovviamente entusiastiche come forse i protagonisti della pagina si aspettavano. Eppure, i Vip di Torino hanno continuato per un bel pezzo a postare loro immagini e le loro description, convinti che “+ haters = + fama”.

Grazie ai social network questi ragazzi sono diventati veramente “famosi”?
Osservando i numeri che sviluppa una singola foto, si direbbe di sì: un crescendo di notorietà indipendente dal reale motivo della stessa, che dipende da una capacità di emergere rispetto la convenzionalità, che prescinde dalla qualità e sfocia nella notiziabilità.

Una ricerca continua dell’andare oltre gli schemi che genera, è proprio il caso di dirlo, fenomeni altamente indicativi di come, sui social network, non sia vincolante il possesso di un talento preciso e riconosciuto, quanto piuttosto la capacità di distinguersi rispetto agli altri.

Basta condividere contenuti puntando sul tasso di viralità che – la comunicazione odierna ci insegna – contempla altri aspetti, come appunto il saper essere “differenti”, offrire modelli stilistici e comportamentali non convenzionali, il riuscire ad affermare la propria unicità andando oltre i canoni estetici e morali.

I social network, stando così le cose, sono l’habitat adatto per chi vuole affermare la propria identità: siano i motivi legati al miglioramento del proprio personal branding o (come vedremo fra poco) a una banale esigenza di lucrare, non importa. Perché la cosa importante è la fama. A costo di diventare simboli di una decadenza non solo valoriale, apparendo come macchiette il cui unico scopo è far ridere, facendosi deridere.

Sui social network c’è posto per tutti: da Gemma del Sud a Bello FiGo

Ricordate Gemma del Sud?

Una ragazza del meridione Italia, che a partire dal 2010 raccolse migliaia e migliaia di visualizzazioni su YouTube grazie a una serie di video, ad esser generosi, difficilmente fruibili. Eppure, cercando su Google, seppur il canale YouTube sia stato presumibilmente chiuso e riaperto, il suo ultimo video risalga a più di nove mesi fa e non ci siano notizie certe su cosa le sia capitato, il suo è ancora un nome che restituisce molti risultati se utilizzato come chiave di ricerca. Addirittura, si possono trovare articoli che propongono sue serate in discoteca a Prato, con tanto di pubblico e di concerto.

Fu uno dei primi esempi di come i social network potessero, grazie alla viralizzazione del contenuto, rendere “famoso” chiunque, a prescindere dalla declinazione positiva o negativa del significato di “fama”.

Che cosa spingeva Gemma del Sud a mettersi in gioco così tanto? Una reale consapevolezza del proprio esser personaggio goliardico, o una presunzione di reali capacità canore? E il gioco valeva la candela? Valeva esporsi al pubblico ludibrio?

Un paio di commenti lasciati su uno dei suoi video poteva già lasciar qualche spunto di riflessione interessante:

Un’occasione per tutti? Sicuramente è così, osservando un altro grande fenomeno digitale dei social network italiani: Bello FiGo.

Lo conoscete? Un ragazzo di Brescia che inizia la sua “carriera” di rapper improvvisato con il nome Gucci Boy, all’incirca nel 2012: cambiò però nome poco tempo dopo, quando la Gucci gli fece causa perché i primi risultati che Google restituiva cercando “Gucci” erano i suoi video, invece che i siti ufficiali (come dichiarò lui stesso in quest’intervista al Giornale di Brescia): un talento suo malgrado nell’arte del SEO, oltre che della trash-music.

Oggi, a 21 anni, grazie a “hit” come Pasta col tonno o Matteo Renzi (SWAG) iTalia Renzi STai Li AscolTare il canale di Figo Verkel raccoglie 65.420 iscritti, mentre su Facebook gli affilati alla fan page sono 109.000 circa. Senza considerare le comparsate in giro per i locali e le collaborazioni con personalità (sic!) del calibro di Andrea Diprè, sono questi risultati la vera manna dal cielo per Belo FiGo, che raccoglie introiti ingenti dalla pubblicità che anticipa i suoi video su YouTube. Una ricchezza garantita dalle 100.ooo views medie di ogni suo video, con punte di un milione con la succitata Pasta con Tonno che ne fanno un vero e proprio fenomeno di costume, digitale e non.

Come nel caso di Gemma del Sud, i contenuti di Belo FiGo non sono certo di qualità: il più delle volte sono brani improvvisati su basi abbozzate, costellate di volgarità e concetti abbastanza discutibili. Eppure, le sue clip musicali attirano il pubblico che abita i social network, portano danaro fresco nelle tasche dell’autore.

Un principio, quello del contenuto che genera valore, mutuato anche da alcuni ragazzi di Milano finiti sulle pagine dei giornali nei giorni scorsi, per alcune candid camera troppo reali: un agguato inscenato in posti particolarmente bui della città a ignari passanti, il White Mask Gang tra la Gente, che ha generato 300 mila iscritti al canale su You Tube The Show, oltre che più di 320 mila views alle varie clip. Gli autori parlano di “esperimento sociale”, i maligni accusano invece gli ideatori di aver speculato sulle paure delle persone per aver contenuti ad alto potenziale virale da hostare su YouTube per generare traffico (e danaro).

Gemma del Sud, Belo FiGo, il fenomeno White Mask Gang tra la Gente: personaggi di un immaginario collettivo, che acquistano fama e notorietà dalla condivisione di contenuto e sulla “sfida” alla pubblica moralità. Perché?

Sui social network chi “parla più forte” vince.

Se nel mondo televisivo i format trash hanno garantito per anni un’ottima audience ai programmi più discutibili (e non serve elencare qualche esempio per far tornare alla mente di che genere di programmi parliamo), così sui social network la deriva scandalistica sta prendendo il sopravvento.


Bolle in cui una gestione più “raffinata” del contenuto si rivela virtuosa stanno diventando sempre più rare a favore di una generale deriva che sta portando gli spazi e gli autori più scandalistici a diventare “geneticamente virali”.
Esempi come la pagina di Facebook La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno dove ad esser protagonista insieme a un Guru come appunto Toto Cutugno è la ripetitività spinta all’eccesso, si fanno sempre più rari: ancor più curioso è che gli ideatori di spazi simili (come gli ideatori del famigerato @Vendommerda su Twitter, che intervistammo qualche tempo fa nel post Vendommerda, gli antieroi più amati (e odiati) dai twitteri italiani [INTERVISTA]) talvolta preferiscono rimanere nascosti, quindi non diventar “famosi”.

La fama diventa la chimera per chi “è pronto a tutto”: l’adagio diventa “più creererò qualcosa di lascivo, ridicolo, stupido, volgare, disinibito, più questo potrà essere condiviso e genererà valore”… All’autore. Peccato, visto anche esempi virtuosi che hanno fatto dei social network, in Italia soprattutto, un luogo più bello.

Un caso da citare in questo senso è Gianni Morandi con la sua fan page di Facebook: una sorta di social blog che ha raccolto più di un milione di iscritti, non solo di suoi fan ma di semplici utenti che apprezzano il piglio e la positività dei contenuti proposti dal cantautore bolognese. Gianni Morandi diventa “famoso” per ciò che fa su Facebook, più che affermarsi come cantante già famoso.

La dimostrazione pratica che non sempre il registro trash paga, e che un approccio positivo e incurante della necessità di “parlare più forte” rispetto a vicini più volgari e caciaroni può essere vincente se si punta anche a un target distante dal proprio.

Rimane il dubbio che la via più breve per la celebrità sia quella di “urlare” la propria identità, snaturandola in una forma di macchiettismo poco rispettosa del sè, sia la più giusta. Se così fosse, allora il problema sarebbero gli utenti che abitano i social network, il gusto generale dell’audience, la necessità di contenuti sempre più “non convenzionali”, per non dire poco ortodossi.

Voi cosa ne pensate, amici lettori? Stiamo veramente premiando, facendoli diventare “Instafamosi”, gli esempi più discutibili che isocial media offrono?

4 innovazioni digitali destinate a rivoluzionare il mondo del retail

Quando si parla di nuove tecnologie digitali applicate al business, uno dei primi pensieri è rivolto quasi sempre al mondo del retail. Distribuzione, negozi e store hanno da sempre la profonda necessità di attirare e trattenere persone in loco per la vendita dei prodotti, e a prima vista l’avvento delle stesse tecnologie può sembrare un vero pericolo per la loro sopravvivenza. Pensiamo per esempio alle discontinuità nei tradizionali modi di fare shopping portate da colossi come l’ecommerce Alibaba (di cui abbiamo recentemente analizzato le principali ragioni del successo).

Ma non sempre questa preoccupazione si rivela fondata. A proposito, un report a cura di un gruppo di analisti di Forrester Research riporta alcune innovazioni oggi ancora poco diffuse ma che si riveleranno importanti per lo sviluppo futuro del mondo retail. Tra esse ne abbiamo scelte quattro: soluzioni di prossimità, wearable, tecnologie per lo scanning facciale e stampanti 3D. Esploriamole meglio, una ad una!

Soluzioni di prossimità

Con Kairos (καιρός) i Greci intendevano il momento buono, profittevole per svolgere una determinata azione o trarre vantaggio da una certa situazione. Su questa logica si fonda anche il successo delle tecnologie di prossimità, presenti da diverso tempo nelle strategie di marketing, comunicazione e business delle realtà più innovative ma che stanno conoscendo un’ampia diffusione soprattutto negli ultimi anni. La rivoluzione portata da Apple con gli iBeacon la dice lunga: un sistema di proximity messaging che riesce e individuare e localizzare lo shopper, aprendo le porte a nuove prospettive in termini di loyalty e personalizzazione dell’offerta.

Tecnologie indossabili

La seconda innovazione destinata a rivoluzionare il mondo del retail è quella dei wearable. Il grande vantaggio in questo caso è dato dalla bassa intrusività della soluzione, che permette al responsabile commerciale di acquisire dati molto preziosi per studiare e analizzare l’acquirente senza generare troppo disturbo allo stesso. Come sottolineato da retailtouchpoints.com nel post “Will Wearable Technology Shake Up The Retail Landscape?”, Barneys New York e Kenneth Cole si stanno attrezzando in tale direzione, per non trovarsi impreparati al momento della loro esplosione. Le stime riportano una spesa complessiva di tecnologie indossabili a livello globale da parte degli utenti di 19 miliardi di Dollari entro il 2018. Orologi, indumenti, occhiali, monitor, sistemi di tracking fungeranno sempre più da estensioni naturali dell’esperienza di marca online e mobile.

Scanning facciale

Ecco un’altra tecnologia molto interessante, che permetterà nell’immediato futuro di personalizzare al massimo le comunicazioni pubblicitarie e le offerte agli specifici utenti. Non è un caso che colossi come Tesco siano da tempo impegnati nell’implementazione di sistemi di riconoscimento facciale, nel tentativo di parlare meglio e attraverso strategie più tailored con i propri clienti e consumatori.

Il New York Times riporta invece il caso di NEC Corporation, che ha deciso di implementare un software di V.I.P. identification abile a identificare con poco sforzo personaggi famosi e clienti premium.

Stampanti 3D

Il team di analisti Forrester Research cita anche le stampanti 3D, grazie alla continua decrescita del loro costo e al parallelo costante incremento delle potenzialità offerte. Per esempio, le stesse stampanti permetterebbero di diminuire i costi della supply chain e localizzare molte attività, migliorando al contempo time to market e reattività alla domanda dello shopper. Si passerebbe a un contesto di produzione in piccole quantitù ed in tempo reale, con conseguente mancanza di necessità da parte dei retailer di conoscere ex-ante le precise abitudini di acquisto dei propri clienti. Staples si sta dando già da fare: cosa aspettate?

Conclusioni: verso l’integrazione tra online e offline

Proximity marketing, wearable, scanning facciale e stampanti 3D: ecco solo 4 delle principali innovazioni destinate a rivoluzionare nel breve periodo il mondo del retail a livello globale. Certamente i limiti attuali sono ancora tanti, dalle grandi problematiche relative alla privacy fino alla poca precisione raggiunta oggi da alcune soluzioni citate.

Ad esse si aggiunge poi l’ulteriore sfida per i professionisti di (trade) marketing di sapere coniugare alla perfezione esperienza on e offline, offrendo percorsi multicanale capaci di ‘traghettare’ il consumatore verso il valore di marca. A sostegno di quanto detto citiamo anche il report 2014 dedicato all’argomento prodotto e distribuito da Walker Sands.

L’omnicanalità diventa una variabile determinante, come ben mostrato dalla presentazione di Gianluigi Zarantonello, Digital Marketing Manager del Gruppo Coin, all’ultimo Forum Retail organizzato dalla Fondazione CUOA.

Ninja, cosa ne pensate di queste tecnologie? Avete già visto casi virtuosi che vanno in questa direzione?

Recensioni online e turismo, le opinioni che influenzano i prezzi

Recensioni online e prezzi: che rapporto tra i due?

L’esperimento

L’importanza delle recensioni online nel settore turistico è sotto gli occhi di tutti. Online Travel Agency, meta-motori di ricerca e siti di valutazioni e consigli influenzano le scelte dei viaggiatori ed offrono una preziosa visibilità globale alle strutture alberghiere e agli alloggi extra-alberghieri.

Quantificare questa importanza, tuttavia, è spesso difficile.

TrustYou e Donna Quadri-Felitti, accademico e professore associato presso la New York University, Preston Robert Tisch Center for Hospitality and Turismo, hanno condotto un esperimento per misurare l’effetto che le recensioni online hanno sui prezzi delle strutture alberghiere ed i tassi di conversione al momento dell’acquisto. Questo studio, primo del suo genere, utilizza motori di prenotazione simulati e tecnologia di mappatura termica allo scopo di tracciare il processo decisionale degli internauti.

Il panel di riferimento comprende 513 inglesi adulti, uomini e donne, che hanno viaggiato almeno una volta negli ultimi 12 mesi, per svago o per lavoro: sono stati chiamare a scegliere quale hotel prenotare tra 3 strutture fittizie, presentate in 4 diversi scenari con con diverse combinazioni di prezzo e qualità delle recensioni.

I risultati così ottenuti confermano che i giudizi dei viaggiatori influenzano il processo di prenotazione in modo deciso, contribuendo a determinare il tasso di conversione e il prezzo che l’utente è disposto a pagare.

L’esito

Dall’analisi dei dati, emerge che:

  • A parità di prezzo, i viaggiatori sono 3,9 volte più inclini a scegliere un hotel con un alto punteggio totale nelle recensioni online.
  • Negli scenari in cui i prezzi degli alloggi più votati sono aumentati, i viaggiatori si sono rivelati comunque propensi a prenotare tali strutture, purché tale incremento risulti proporzionato al valore delle recensioni.
  • L’hotel meglio recensito ha ottenuto complessivamente la maggioranza dei click delle 4 simulazioni, segnalando però una lieve inversione di tendenza mano a mano che i suoi prezzi si sono discostati dalla media dei concorrenti.
  • Quando gli è stato esplicitamente chiesto, il 76% dei viaggiatori ha affermato di essere disposto a pagare una somma maggiore per un hotel con un alto punteggio nelle recensioni. In media, i viaggiatori pagherebbero 5-9% in più per un hotel con un punteggio più alto recensione 5%.

Recensioni online e prezzi: che rapporto tra i due?

Le conclusioni, il rapporto tra recensioni e prezzi

Il volume delle opinioni online continua a salire e questi user generated content diventano sempre più importanti nelle decisioni di prenotazione viaggiatori, influenzando i tassi di conversione e la percezione dei prezzi. Questo accade perché il fattore che più suscita la fiducia dei consumatori è il passaparola, reale ma anche digitale.

I risultati della ricerca devono tuttavia essere considerati alla luce di tre filtri:

  • Il posizionamento della struttura nella pagina dei risultati: una ricerca di C.K. Anderson del 2012 afferma che le possibilità di una struttura di essere scelta dagli utenti cala dell’11,5% per ogni posizione persa nel ranking.
  • La qualità dei contenuti: testi e foto possono influenzare il pubblico sia razionalmente che emotivamente; come si suol dire: “content is king”.
  • I fattori offline: le caratteristiche di una struttura non vanno dimenticate. “Location, location location”, dicono negli USA, per non parlare della valorizzazione dei servizi offerti.

Ciò che paga (e genera recensioni positive) è offrire una qualità percepita proporzionata alle proprie possibilità, e mantenere questa tacita promessa una volta incontrato il cliente.

Un suggerimento extra? Eccolo, direttamente dal Tripbarometer di Settembre: relazionarsi con il cliente, iniziare a raccontargli una storia, la sua,  ancor prima che arrivi a destinazione, sfruttando l’euforia  ingenerata dall’imminente viaggio.

Recensioni online e prezzi: che rapporto tra i due?

Ello: l'ultimo social anti-Facebook, senza pubblicità e gay-friendly

Ello

Da qualche giorno è sulla bocca di tutti: Ello, il nuovo social network.

Ello, l’anti-Facebook.

Ello, finalmente un social senza pubblicità.

Ello, il social gay-friendly.

Approfondiamo meglio questi slogan (veritieri).

Ello è stato fondato nel 2013 da Paul Budnitz, Berger & Fohr e Mode Set; non è quindi una novità delle ultime settimane, ma in quest’ultimo lasso di tempo ha incrementato fortemente il suo bacino di utenza (i dati parlano di 30.000 richieste all’ora!).

Come logo ha uno smile nero senza occhi e ha una grafica minimale, pulita ed elegante (probabilmente donata al progetto dallo stesso Baudnitz, che è anche un designer di giocattoli e biciclette e un videomaker).

Al momento è ancora in fase beta e ci si può registrare solo se invitati da qualcuno già all’interno, oppure inviando esplicita richiesta.

Ello invite

A cosa è dovuta, dunque, questa impennata d’interesse?

Una grossa mano gliel’ha data Facebook stesso, quando ha deciso di sospendere le pagine personali di alcune drag queen americane (che per tutta risposta hanno sollevato un polverone mediatico che culminerà con una manifestazione il 2 ottobre a San Francisco).

Il fatto è che Mark Zuckerberg ha introdotto la Legal Name Policy sul suo social – una legge per cui non si può avere profili con nomi fittizi – e alcuni esponenti del mondo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali ndr) si sono visti chiudere le proprie bacheche a causa dei loro nomi d’arte.

In loro soccorso è però giunto Paul Budnitz, dichiarando al Daily Dot:

“Non devi usare il tuo vero nome su Ello. Noi incoraggiamo le persone a essere chi vogliono essere”.

A sostegno di quanto appena detto, si promette lotta dura contro i post d’odio e contro i troll, oltre all’istituzione di severe misure per la privacy e per la tutela degli utenti. Questa è una delle regole contenute nel Manifesto di Ello.

L’altra, forse quella che fa più clamore, è che Ello non ha pubblicità al suo interno (il claim infatti recita “Simple, beautifull and ad-free”, “Semplice, bellissimo e senza pubblicità”).

Ello beta

Il tuo social network è di proprietà degli inserzionisti. Ogni post che condividi, ogni amicizia che stringi, ogni link su cui clicchi viene monitorato, registrato e convertito in dati. Gli inserzionisti acquistano i tuoi dati in modo da poterti mostrare più annunci pubblicitari. Tu sei il prodotto che viene comprato e venduto. Noi crediamo che ci sia un modo migliore. Tu non sei un prodotto”.

Tralasciando l’enfasi della frase – che non sfigurerebbe al fianco del claim di Fight Club “Non sei il tuo lavoro. Non sei il tuo conto in banca” – il concetto è di sicuro interessante e sta conquistando i moltissimi che iniziano a essere insofferenti per le pubblicità presenti su Facebook.

Ci si chiede quindi, di cosa vivrà Ello: a inizio anno ha  ricevuto fondi pari a 435.000 dollari dalla FreshTracks Capital, ma di certo se i numeri dei nuovi utenti dovessero continuare a crescere, qualcosa si dovranno inventare (c’è chi già immagina una conversione  servizio freemium).

Ma che il prodotto fossimo noi, in una realtà come quella di Facebook, non è certo una novità – “ma che strani questi annunci di scarpe, proprio quando ne ho bisogno!” – e chi vuole starsene in santa pace, senza mille avvisi promozionali, già lo fa su Google+, che, è bene ricordarlo, iniziò la sua vita solo su inviti e prometteva una piazza meno affollata di quella di Facebook… Fatto che si può dire sia rimasto tale!

Non crediamo, insomma, che Ello continuerà a togliere utenza a Facebook e siamo sicuri che non riuscirà a spodestarlo dalla vetta dei social. Ad oggi Facebook rimane la grande piazza generalista, e la stragrande maggioranza di coloro che la popolano l’apprezzano proprio per quello che è.

Ello è però un tentativo interessante, che può essere letto come un altro passo nell’evoluzione dei social.

La materia “social network” è ancora giovane e non è pensabile che si rimanga per sempre “a vivere” sul social che per molti è stato il primo passo verso il web (sarebbe come sposarsi con la prima fidanzatina avuta alle elementari!). E’ giusto, quindi, cercare strade nuove e sperimentare!

Ma chi suona le campane per l’imminente funerale di Facebook, sta semplicemente cavalcando l’onda dello scoop.

Iscrivetevi a Ello, ma non credetegli!

50+ Content Marketing Tools per la tua Content Strategy – Parte 2

Eccoci con la seconda parte di link per il Content Marketing (hai perso la prima parte? Clicca qui).

Se il Content Marketing e le attività di Content Strategy sono così importanti per un’azienda, come mai non esistono piattaforme dedicate all’interno flusso di attività di Content Marketing? In realtà queste piattaforme esistono:

Content Marketing: Gestione del processo dalla creazione alla distribuzione del contenuto.

Le piattaforme di Content Marketing hanno tutte varie caratteristiche (e pricing). Si estendono in maniera variabile a coprire le singole fasi del processo. Queste piattaforme di Content Marketing permettono di:

  • Organizzare le Idee che diverranno la tua Content Strategy
  • Trovare Content Creator per alimentare il tuo Content Marketing (ad esempio autori o videomaker)
  • Gestire le attività di Project Management fra membri del team coinvolto nel Content Marketing
  • Pianificare la pubblicazione dei contenuti sui vari canali (social e non)
  • Misurare l’impatto del Content Marketing e l’andamento dei KPI a supporto

Ecco qui le mie piattaforme preferite (ricorda: non tutte hanno le stesse caratteristiche. Ti suggerisco di testarle. Solo l’utilizzo ti può rivelare qual è la più adatta a te)

Bonus 1: se stai cercando qualcosa che ti aiuti nella creatività delle email, ti suggerisco di guardare Flash Issue: http://www.flashissue.com/

Bonus 2: vuoi giudicare la performance del tuo contenuto prima di pubblicarlo? Se scrivi in lingua inglese ti consiglio di testare Inbound Writer: http://www.inboundwriter.com/ e il suo motore di previsione.

Content Curation: Trovare Contenuti per il tuo Content Marketing

Una delle cose più difficili da fare se avete deciso di fare Content Curation, è trovare i contenuti adatti. Adatti per argomento ma anche adatti per qualità. Personalmente trovo ottimi i contenuti suggeriti da Daily e Klout. Si tratta di due piattaforme che conoscono molto bene le reazioni dei lettori ai contenuti, dato che presidiano anche la fase di distribuzione. I contenuti che suggeriscono sono sempre a garanzia di click. Se come me non disdegnate poi i metodi della vecchia scuola, il mio suggerimento è quello di provare Feedly: è un ottimo lettore di feed. Trovate dentro degli ottimi suggerimenti di siti da seguire già divisi per categoria. Molto utile il sistema interno che mostra i feedback dei lettori della piattaforma rispetto al singolo articolo. Ricorda lontanamente il tempo di PostRank prima che Google lo chiudesse.

Una buona opportunità di individuare contenuti interessanti è offerta da LinkedIn Pulse. La piattaforma aggrega ottimi articoli in funzione di cosa è molto condiviso su LinkedIn. Prevalentemente dunque contenuti legati al mondo della professione (leadership e management su tutti). E poi c’è Reddit, ormai diventato la cloaca di qualsiasi argomento, vero o falso che sia. Ma un ottimo banco di prova per individuare notizie acchiappa-click (vere o false che siano).

Per contenuti frivoli la bibbia è Buzzfeed. Ma se cerchi qualcosa che sia potenzialmente virale ma che mantenga un senso (e soprattutto: che non sia fasullo), allora il sito che fa per te è Upworthy. Per pescare contenuti dai social, a prescindere dal loro potenziale virale, io utilizzo Tagboard.

Bonus: se sei interessato a tecniche per aumentare click sui tuoi contenuti ti consiglio di tenere d’occhio queste due community: http://inbound.org/ e http://growthhackers.com/

Distribuire i Contenuti: Content Marketing e Canali Social

Questo paragrafo da solo potrebbe essere un articolo. Ma francamente di tool per la programmazione dei contenuti sui canali social ne esistono troppi. Quindi ti evito un lungo giro di test vari e punto dritto ai due strumenti che per me vincono: Buffer e Postcron. Sono semplici e veloci. Niente fronzoli. Fra i due il mio preferito resta buffer, nato attorno alla semplice (e geniale) idea di creare dei buffer predefiniti per la pubblicazione di un flusso di contenuti. Cioè: in un paio d’ore leggi e condividi su Buffer tutti gli articoli, e poi lui li distribuisce nelle fasce orarie che avevi predeterminato. L’utilizzo è gratuito fino a dieci contenuti per canale contemporaneamente in buffer. Quindi per utilizzo professionale è probabile che tu debba pagare la versione Pro.

Distribuire (o Monetizzare) i Contenuti: Circuiti di Diffusione

Al di la dei social esista la possibilità di diffondere i tuoi contenuti in luoghi dove si trovano già dei lettori: i siti di contenuto degli altri. Gli stessi network che mostrano i tuoi contenuti, in appendice ai contenuti di qualcun altro, possono essere utilizzati per monetizzare i tuoi articoli. Ma il nostro focus resta la distribuzione. In questo caso a pagamento. I network sono tutti più o meno uguali nel funzionamento. I più diffusi nel mondo sono:

Bonus: sei interessato a monetizzare i tuoi contenuti? Mi dispiace, non è questo il fine principale di questo articolo. Ma se sei arrivato fin qui per colpa di un motore di ricerca ti regalo un link utile: http://www.vibrantmedia.com/.

Content Marketing: Creare Contenuti Video Professionali con iPhone e Android.

Una buona Content Strategy non può fare a meno dei video. Tuttavia riuscire a catturare momenti interessanti è difficile, soprattutto se si tratta di creare contenuti che non siano rigidamente pianificati. Quindi si esclude la possibilità di avere adetti alla ripresa, fotocamere e luci organizzati in un vero e proprio set. Certo la GoPro ha migliorato di molto la situazione. Ma resta comunque uno strumento che richiede una certa capacità ed esperienza. La maggior parte dei video sono creati sul momento utilizzando lo smartphone: iPhone o Android. Se anche voi, come me, create video con il cellulare, vi consiglio di ricorrere a YouTube Capture. Si tratta di una app semplice ed intuitiva con tutte le funzioni basilari che vi servono. Unitamente ad uno dei tanti pacchetti di attrezzature fotografiche che trovare su Amazon, è sufficiente per la creazione di video ad alta definizione in pochissimo tempo. Se poi volete una piattaforma per contenuti video più legati alle illustrazioni allora PowToon fa più per voi: potete creare veri e propri cartoni animati video.

Bonus: se ti serve catturare solo l’audio, la mia preferenza va al caro, vecchio Audacity (http://audacity.sourceforge.net/). Fa molto anni 90, ma è ancora valido.

Content Marketing: Trovare Autori Freelance per Articoli, Video, Foto

Trovare autori freelance per i tuoi contenuti è una funzione che abbiamo già descritto sopra, con riferimento alle piattaforme di gestione del Content Marketing. Ci sono però alcune piattaforme specificatamente dedicate a questo. Una di queste la conosco molto bene: si chiama Amplr ed è tutta italiana. Se la tua fame d’autori freelance non conosce confini linguistici, ti suggerisco di provare anche le altre elencate sotto:

Suggerimento: hai acquistato un contenuto in inglese e vuoi essere sicuro che sia scritto per bene? Ecco quello che fa al caso tuo: Wordy (https://wordy.com/)

Fin qui la parte 2. Nella prossima ed ultima parte parlerò di contenuti un po’ particolari: Immagini e Grafici. Se ti sei perso la parte 1, eccola: http://www.ninjamarketing.it/2014/09/22/50-content-marketing-tools-per-la-tua-content-strategy-parte-1/ 

Sei già un professionista del Content Marketing? La Content Strategy è il tuo pane quotidiano? Allora commenta e condividi i tool che utilizzi nel tuo lavoro: saranno utili a me e a tutti gli altri lettori.

(La foto in apertura è di: Victor Hanacek, via PicJumbo)

Https e sicurezza digitale: i siti sono a prova di phishing?

Https e sicurezza online, siti a prova di phishing?

Una sigla – https – e un lucchetto: così su internet si è teoricamente certi di navigare in maniera sicura, proteggendo i propri dati da male intenzionati. Ma tale certezza giorno dopo giorno è sempre più messa in discussione. Come segnalato da Tech Economy, gli esperti di TrendMicro hanno recentemente individuato molti siti che nonostante l’utilizzo del protocollo sicuro, HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer, sono usati per campagne di phishing; inoltre, pare che il numero di questi siti malevoli sia destinato ad aumentare.

https phishing site

Come funziona l’https?

Realizzato nel 1994 per Netscape e poi applicato da tutti gli altri web browser, l’https ha lo scopo di rendere sicuro lo scambio di informazioni tra due nodi web. Potremmo definirlo come un’evoluzione del semplice protocollo http usato per prevenire attacchi di hacker, man-in-the-middle, ovvero casi in cui una terza entità si inserisce nella linea di comunicazione tra client e server ed intercetta tutti gli scambi informativi tra i due nodi.

Il protocollo non solo garantisce l’identificazione del sito web che si sta visitando e del server web che lo ospita ma fornisce anche la crittografia bidirezionale della comunicazione. Un ulteriore sicurezza è data dal fatto che le autorità di certificazione (VeriSign, Microsoft, GoDaddy, VeriSign e Entrust) forniscono i certificati digitali che attestano l’autenticità del portale web visitato.

come funziona https

Https: quali sono le principali falle?

A volte può capitare però che tale protocollo e tutto il sistema vengano violati. Il caso più eclatante è la falla Heartbleed: ve ne abbiamo già parlato ad aprile nel post “Heartbleed: i siti colpiti e le password che dovreste cambiare il prima possibile”. Con il bug siti di banche online, webmail, social network e spazi cloud la sicurezza dei dati dei clienti è messa in grave pericolo.

Un altro problema recentemente emerso è con i routers. Come riportato da Tomshw, il CERT (Polish Computer Emergency Response Team) ha segnalato un attacco su larga scala tramite la modifica dei DNS dei routers.

falle https

Secondo i ricercatori del CERT i criminali intercettano le richieste non criptate e modificano i link da https al normale http: la connessione è dirottata su tali server e il collegamento protetto quindi cade prima che raggiunga l’utente; in tal modo, il contenuto decriptato (e modificato) viene trasmesso al cliente.

“Tuttavia, nei casi esaminati – affermano i ricercatori polacchi – gli hacker hanno prodotto certificati auto-firmati per il dominio thawte.com, causando messaggi di allerta da parte del browser per via della differenza tra i nomi del dominio e la mancanza di un certificato valido. Questo dovrebbe essere un chiaro segno di frode per la maggior parte degli utenti”.

Inoltre l’attuale sistema di gestione dei certificati è in parte viziato. Come evidenziato da Kaspersky (di cui abbiamo recentemente intervistato il Marketing Director Europe Aldo del Bo’) nell’affidabilità dei siti entrano in gioco i certificati root, cioè certificati considerati affidabili di default dalla maggior parte dei browser e che hanno il potere di estendere la loro attendibilità ad altri certificati.

“Diciamo che qualcuno di nome Larry distribuisce certificati ed è una certificate authority di certificati root. Il tuo browser si fiderà di qualsiasi certificato di Larry, ma non solo; si fiderà anche di qualsiasi altro certificato per cui Larry garantisce. Esistono molte certificate authority sul mercato e questo è il loro modo di verificare l’autenticità. Lasciamo quindi che le autorità certificative affidabili decidano quali siano le altre autorità certificative attendibili e tutti vivranno felici e contenti. Vi sembra giusto? Beh, non è così che dovrebbe funzionare”.

La riflessione è presto fatta: mettere a segno una campagna di phishing su https non è poi così difficile: ‘basta’ compromettere un sito che utilizza il protocollo sicuro, rubare un certificato e utilizzarlo per il dominio che si vuole forzare o forzare il DNS di un router.

Phishing: come proteggersi?

Davanti a tutti questi interrogativi, viene spontaneo chiedersi come potersi proteggere da mali intenzionati ed evitare di essere truffati online.

  • E’ importante stare attenti che il sito dove si naviga utilizzi il protocollo sicuro, e che durante l’operazione non compaiano pop-up o altre finestre che rimandano verso altri siti non protetti. Nel momento in cui si usano carte di credito si può verificare anche l’autenticità dei certificati di sicurezza: se si accede alla versione https del sito e la pagina non ha un certificato valido, appare un messaggio di avviso SSL come il seguente.

sicurezza https

  • In via precauzionale si può evitare di diffondere informazioni personali tramite cellulare ed email, evitare transazioni da smartphone e tablet. Inoltre si può proteggere il proprio computer con firewall, filtri anti-spam, anti-virus e anti-spyware. E’ utile anche verificare periodicamente il proprio conto online per controllare se ci sono stati accessi o transazioni non autorizzate.
  • Per quanto riguarda i routers è importante modificate nome utente di default e relativa password di accesso, aggiornare il firmware all’ultima release, prestate sempre attenzione ai messaggi di alert del browser e disabilitare l’impostazione di amministrazione remota, evitando qualsiasi accesso non da rete locale.

E voi guerrieri, che ne pensate? Vi è mai capitato di subire violazioni su https? Quali armi Ninja avete sfoderato?

Un video musicale girato con gli schermi di 14 iPad e iPhone [VIDEO]

Un video musicale girato con gli schermi di 14 iPad e iPhone [VIDEO]

Una delle tendenze più importanti dell’online video negli ultimi mesi è la produzione di video musicali ufficiali insoliti, divertenti, cinematografici, intricati. L’ultimo di questi è la clip di un gruppo di origini ucraine, i Brunettes Shoot Blondes, che per la loro “Knock Knock” hanno realizzato un’animazione utilizzando gli schermi di ben 14 dispositivi Apple, tra iPhone, iPad e iMac.

Una storia d’amore che si snoda tra un device e l’altro, in una meccanica godibile e magnetica che ricorda le Rube Goldberg più affascinanti da una parte e la grafica minimale e creativa dall’altra.
E che ci ricorda molto un filmato che qualche anno fa, non a caso, diventò virale: un video-karaoke-puzzle creato sulle base di We Are Young dei F.U.N..

Ecco a voi “Knock Knock“.

Delacroix, Jeep e Lotto: i migliori annunci stampa della settimana

Ben ritrovati all’appuntamento fisso con la creatività! Anche questo lunedì abbiamo selezionato per voi i migliori annunci stampa pubblicati questa settimana. Check it out:

HJK Helsinki: Supporter Leading the People

Delacroix, Jeep e Lotto

I nostri cugini francesi saranno inorriditi! A noi invece questa “rivisitazione” de La Liberté guidant le peuple piace davvero molto.

L’intento dei creativi dell’agenzia finlandese Passion Agency Cassius era quella di celebrare l’entrata in Europa League della squadra di calcio del HJK Helsinki dopo 16 anni di attesa.

Advertising Agency: 
Passion Agency Cassius, Helsinki, Finland
Creative Director: Erkko Mannila
Art Directors: Hermanni Kanerva, Tuukka Tujula
Copywriters: Antti Tuominen, Axa Fahler, Erkko Mannila
Production company: Piñata
Illustrator: Antti Lukinmaa
Original artwork: Eugène Delacroix

John Lewis: Home/Beauty/Little Waitrose

John Lewis

Grandi arrivi (in tutti i reparti) al centro commerciale John Lewis a Southampton!

Advertising Agency: adam&eveDDB, UK
Executive Creative Directors: Ben Priest, Ben Tollett, Emer Stamp
Art Director: Jon Farley
Copywriter: Alex Lucas
Photographer: Romin Favre

Wild Guanabana: Crocodile/Shark

Wild Guanabana
Wild Guanabana

Se avete bisogno di un viaggio all’insegna dell’avventura il sito wildguanabana.com (sì, esiste davvero) fa per voi! Extreme! 

Advertising Agency: Drive Dentsu, Dubai, UAE
Chief Creative Officer: Christian Djermakian
Executive Creative Director: Hisham Kharma
Art Directors: Bernardo Canto, Janpier Beauchamp, Fady Youssef

Loto Libanais: Balls

Loto Libanais
Loto Libanais
Loto Libanais

Se in Italia ci vuole culo, in Libano ci vogliono le palle.

Se non le hai, e vuoi essere un figo, hai solo una possibilità: vincere al lotto libanese!

Advertising Agency: Impact BBDO, Dubai, UAE
Executive Creative Director: Fadi Yaish
Creative Directors: Aunindo Sen, Gautam Wadher
Executive Integrated Producer / Art Buyer: Clarisse Mar Wai May
General Manager / Account Supervisor: Karim Khouri

Jeep: Keep/Deep/Beep



Keep, Deep, Beep. Il logo è quello inconfondibile di Jeep, le immagini ritraggono dei bellissimi paesaggi della natura più selvaggia che diventano idealmente raggiungibili dell’auto e che esprimono caratteristiche importanti del prodotto: Keep = attenzione alla sicurezza e alla famiglia, Deep = prestazione in tutti gli scenari, Beep (clacson) = egemonia e unicità.

Molti gli animali, manca solo il leone, ma quello, sicuramente, arriverà il prossimo anno a Cannes.

Advertising Agency: Leo Burnett, Istanbul, Turkey
Creative Directors: Oktar Akin, Emrah Akay
Art Director: Mert Özkaner
Copywriters: Ömer Siber, Ari Koen
Creative Group Head / Art Director: Ekin Arsiray
Account Director: Tuba Azak
Graphic Designer: Funda Kentüş