Bees Awards 2013: ecco i vincitori!

Si è conclusa venerdì, con la premiazione la quarta edizione dei Bees Awards. Dopo aver ricevuto qualche consiglio dai giurati su come attuare una campagna di social media marketing di successo, ecco finamente in vincitori!

Miglior utilizzo delle piattaforme di microblogging

Metropole Tweetphony

Agenzia Havas WorldWide Amsterdam

Miglior utilizzo delle piattaforme di social media

Skype: Say it with Skype

Agenzia 1000heads

Miglior utilizzo mobile

Discovery Channel – Gold Rush

Agenzia OMD

Miglior utilizzo di strumenti alternativi

Dunk Tank

Agenzia Clear Channel Spectacolor

Miglior utilizzo degli analytics

Agora Social Visualizer

Agenzia 1000heads

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Miglior engagement con i consumatori

Discovery Channel – Moonshiners

Agenzia OMD

Miglior relazione con i blog

Cotton 24-Hour Runway Show

Agenzia Jack Morton Worldwide

Miglior gestione della reputazione

Tanks Of Thanks

Agenzia Colle+McVoy

Miglior gestione della crisi

Making a Difference for a Sandy Hook Family

Agenzia Havas PR North America

Miglior social CRM

The Social Home Tour

Agenzia Artplan

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Miglior brand viral video

Bubba’s Hover

Agenzia Thinkmodo

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Miglior marketing con i social games

Intel Angry Birds

Agenzia OMD

Miglior utilizzo della geolocalizzazione per il social media marketing

Tag the Weather

Agenzia Saatchi & Saatchi Stockholm

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Miglior utilizzo delle app per il social media marketing

Bradesco F.Banking

Agenzia AG2 Publicis Modem

Miglior utilizzo di strumenti tecnologici per il social media marketing

The CW “Twitter in Print”

Agenzia OMD

Miglior progetto degli studenti

Google Music Translate

Forsbergs School of Design and Advertising

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Miglior brief degli studenti

Snapchat with Chile

Media Design School

Miglior teoria di social media marketing

Measuring What Matters

Agenzia Blueocean Market Intelligence

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Miglior innovazione

Blind

Agenzia Hungry Boys

Miglior copywrigt

Advertising Week Question Generator

Agenzia Colle+McVoy

Miglior art direction

GAME OF THRONES DRAGON SHADOW LAUNCH

Agenzia PHD

Miglior campagna

The Great American Bacon Barter

Agenzia 360i

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Agenzia dell’anno

360i

La mamma che ha costruito una marca globale grazie ad Internet

“Nacque tutto per necessità. Io avevo bisogno di pagare le rette scolastiche di mia figlia, la quale era stata anche vittima di bullismo. Le promisi che l’avrei portata in un posto dove sarebbe stata finalmente felice ed al sicuro”.

Si sa, quando una mamma promette qualcosa non vuole tornare indietro. E’ l’anno 2008 quando nell’uggiosa campagna inglese la tenace Julie Deane fonda la Cambridge Satchel Company. Ha un grande spirito imprenditoriale, ma non lo sa ancora.

Sviluppa alcune possibili idee per creare un’impresa con un budget di sole 600 sterline. In futuro dichiarerà che quella cifra le sembrava più che sufficiente, in modo da poter capire “se quello che stava facendo fosse valido, senza andare troppo in profondità”.

L’idea è quella di produrre vecchie cartelle, come quelle che si vedevano tanti anni fa, e rivitalizzarle come accessorio fashion. Julie inizia a googlare produttori, artigiani della pelle, fornitori di cuoio, sellai e chiunque fosse correlato a borse e cartelle.

Scandaglia il Web e si assicura che “nessuno avesse intenzione di fare quello che aveva in mente”. In ogni Università del globo questo processo viene studiato con il nome di competitor analysis. Ma lei non lo sa ancora. Tuttavia le piacerebbe mandare sua figlia all’Università quando arriverà il momento. E’ la sola cosa che sa e le basta.

Inizia a lavorare ad un primo prototipo e decide che il suo canale di distribuzione iniziale sarebbe stato Internet. Dopo 3 giorni di full-immersion in manuali di SEO e Web Marketing, prova a creare da sola il suo sito e stringe contatti con il popolo della rete. Quando propone il suo prodotto, automaticamente cerca di ottenere feedback da numerose fashion blogger.

Settimana dopo settimana, chiede a chiunque compri la sua borsa foto e testimonianze con le quali arricchire il suo spazio online. Non lo fa perché abbia una strategia ben precisa. O forse ce l’ha, ma anche questo non lo sa ancora.

In seguito, affermerà che non avesse la più pallida idea di “quante persone frequentassero quei fashion blog”. All’inizio non può regalare le borse, ma pubblica solo alcune immagini che rendono curiosi gli utenti della blogosfera. Il suo stile inizia a diventare apprezzato e l’oggetto diviene un cult.

Quando pensa a nuovi colori per le sue borse, non c’è nessun guru da consultare. Entra in rete e domanda ai suoi clienti passati o potenziali di aiutarla. Oggi tutti parlano di customer brand engagement, word-of-mouth sui social, effetto buzz, ecc. Concetti che mamma Julie applicava con naturalezza, lasciando la fuffa agli altri.

Dove riesce a vincere? Capisce prima e meglio di giganti multinazionali come coinvolgere gli early adopters della rete. Lo realizza con l’inconsapevolezza di quei forti ed ingenui che rompono le regole del gioco. Lei vuole semplicemente consigli per migliorare la sua offerta.

Nel 2011, Elle UK, un importante fashion magazine britannico, la contatta e le domanda se fosse possibile produrre un modello di borsa fluorescente. Una richiesta mista a provocazione. La nostra mamma imprenditrice raccoglie l’idea e decide di regalare i nuovi prodotti a tutte le fashion blogger del suo network. La storia termina con le sue creazioni celebrate dal New York Post come regine della New York Fashion Week.

Tutto questo passaparola positivo arriva a chi il mondo degli affari lo studia e lo forgia. Vengono domandati fatti e tabelle riguardo all’impresa. Come fosse nata e come avesse costruito la propria reputazione esclusivamente attraverso Internet. Lei non sa come rispondere in termini tecnici e non sa quelle persone chi siano.

Alla fine lo scopre. Quelli di Google si erano accorti di lei. Avevano deciso che Julie e la sua creatura fossero perfette per sponsorizzare Chrome. Con lei c’era davvero la sensazione che “the Web is what you make of it”. La sua faccia è associata all’azienda californiana per 2 mesi.

Neanche a dirlo, riceve un enorme ritorno di immagine dopo questa esperienza. Le vendite e il traffico sul suo sito impennano e Richard Pleeth, consumer marketing manager di Google, dichiara che Cambridge Satchel sia “un esempio di come un’azienda che costruisce il suo business online, veda crescere il suo fatturato dalle 4 alle 8 volte più velocemente di una normale startup”.

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Il circolo virtuoso è ormai stato innescato. Numerose star vengono fotografate con borse firmate da Julie. L’endorsement spontaneo di personaggi famosi è qualcosa che poche marche possono vantare. Nel 2013 le cartelle di Julie sono vendute in 100 paesi e l’azienda fattura più di 10 milioni di euro l’anno. Ma la mamma imprenditrice non ha dimenticato da dove viene la sua fortuna.

Durante la London Fashion Week, Cambridge Satchel inaugura il suo primo store brick-and-mortar. E cerca di ricambiare tutto il lavoro non retribuito che le fashion blogger le hanno dispensato nel corso degli anni. Un intero piano è dedicato a coloro che “hanno letteralmente venduto le sue borse”. Gratis. In letteratura si parla di doppio meccanismo espropriativo. I consumatori lavorano gratis per la marca, andando inoltre a pagare un premium price per la loro stessa creazione.


Nasce tutto online e si fortifica offline in un secondo momento. Magari la nostra mamma sarà anche una talentuosa creatrice di borse. Il punto è che ha capito come un minuto o un euro spesi per fomentare il word-of-mouth valgano quasi più di corposi budget spesi in pubblicità tradizionale.

Le persone chiudono orecchie e cuore davanti ad un annuncio che vuole convincerle a comprare un oggetto. Non esitano se invece leggono che la loro fidata amica blogger parla di quella stessa cosa con entusiasmo. 

Nell’era della conoscenza digitale, un’azienda non può più decidere cosa essere. Quello lo decidono gli stessi consumatori. Il circolo virtuoso della brand reputation e delle pubbliche relazioni innescato grazie ad Internet è stato la più grande vittoria di Julie. La quale magari ancora non sa tutte queste. Ed è per questo che è la migliore.

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Crisi del branding?Da No Logo a Buycott, l'app che boicotta le multinazionali

 

Sono ormai passati più di dieci anni dalla pubblicazione di No Logo, best seller scritto da Naomi Klein, che si occupa principalmente del fenomeno del branding, del business delle multinazionali e del movimento no-global attraverso una serie di ricerche e di inchieste giornalistiche realizzate sul campo.

Naomi Klein afferma che negli ultimi vent’anni avrebbe avuto luogo un radicale cambiamento nel capitalismo: se prima era centrale la fase della produzione di merci, ora quest’ultima diventa marginale e trascurabile, mentre si impiegano sempre più forze e denaro sul marchio e sulla proposta di una serie di valori immateriali ed ideali da collegare ad esso, con lo scopo di crearsi una propria fetta di monopolio.

Le ingenti risorse monetarie che queste strategie richiedono derivano dal risparmio sulla produzione, che viene dislocata nei paesi del Terzo mondo dove l’azienda può sfruttare impunemente la manodopera operaia.

 

 

Descrive numerosi movimenti di reazione alle politiche applicate dai grandi marchi, da Reclaim the Streets alle pratiche del culture jamming. In questo contesto vengono tratteggiate le “storie di successo” relative agli attacchi volti da questi movimenti ad alcuni marchi come Nike (la lotta per un buon lavoro), Mc Donald’s (la lotta per la scelta) e Shell (la battaglia per gli spazi liberi).

 

Questi fenomeni di “boicottaggio” sono sempre più presenti in tutto il mondo, anche perchè, ancora oggi, continua ad esserci lo sfruttamento  delle popolazioni del sud del mondo. Tra gli ultimi avvenimenti in ordine temporale vi è il crollo della fabbrica di abbigliamento in Bangladesh, che impone una domanda: in che modo si possono evitare simili tragedie? Al Rana Plaza Building di Savar hanno perso la vita almeno 500 persone.

 

 

Nelle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh in passato si sono verificati anche incendi, fughe e altri incidenti che hanno causato centinaia di morti. Il fatto è che  il settore dell’abbigliamento (che riguarda l’80% delle esportazioni annuali del Bangladesh) dà lavoro a circa 4 milioni di persone. A chi spetta, quindi, garantire che tali incidenti non si verifichino? Al governo del Bangladesh? Ai produttori locali? O ai marchi internazionali?
Oppure la responsabilità è dei consumatori, che per primi dovrebbero rifiutarsi di acquistare capi realizzati in quelle condizioni?

Oggi, nell’era digital e smart, diventa un po più semplice restare informati, anche sulla tipologia di prodotto che si acquista e sulla sua provenienza.

 

Agli inizi di maggio, infatti,  è stata lanciata una nuova app. Si chiama “Buycott” e nell’assonanza tra le parole boicottare e comprare (to buy in inglese) sta tutto il senso della nuova App per smartphone. L’obiettivo del team di giovani sviluppatori americani è di dare la possibilità ai consumatori di effettuare acquisti consapevoli.

Una volta installata, basta passare il proprio dispositivo sul codice a barre dei prodotti presenti sugli scaffali dei negozi e dei supermercati del pianeta per mapparne origine e caratteristiche, tracciando una sorta di albero genealogico del bene di consumo. Chi lo ha prodotto? Come e dove? L’intero processo produttivo si è svolto nel rispetto dell’ambiente e di dignitose condizioni di lavoro? Acquisite in tempo reale le informazioni, si potrà così decidere se il bene di consumo risponda ai propri principi etici e “meriti” di essere acquistato.

 

 

Con “Buycott” è possibile, inoltre, intervenire o seguire campagne d’opinione: la posizione (in un senso o in un altro) di una multinazionale sugli Ogm, sugli esperimenti sugli animali, perfino sulcopyright e sull’open source. Pur avendo un ricco database, la nuova app ha, però, una limitata conoscenza dell’enorme gamma di prodotti commercializzati nel mondo. Ed ecco allora che lo stesso acquirente può immettere informazioni, anche in considerazione della complessità delle strutture societarie delle multinazionali, soggette a continui cambiamenti di asset da un capo all’altro del mondo.

 

Non crediamo però che il solo boicottaggio distruttivo sia la sola chiave per proteggere e difendere le nostre culture, il sud del mondo, il lavoro, l’ambiente, la nostra etica e la nostra morale. Nel prossimo articolo scopriremo come poter realmente fare qualcosa di costruttivo, racchiudendo tutti questi elementi.

State of the Net 2013, gli interventi in sintesi

Anche quest’anno State of the Net ha portato un pò di buone idee a Trieste. Come l’anno scorso, la manifestazione è stata una vera sorpresa sia in termini di contenuto che di affluenza. La bella cornice del Molo IV ha sicuramente aiutato, ma il merito del successo è da attribuirsi al tema: la complessità.

Una tematica sicuramente difficile, che però è stata affrontata nel migliore dei modi grazie alla grande professionalità degli speaker. Dagli interventi della prima giornata, dedicata ai numeri e allo stato della rete sia a livello nazionale che mondiale, è emerso che il nostro paese ha bisogno ancora di qualche spinta per mettersi in pari con le altre grandi potenze. I keynote di Vincenzo Cosenza, social media strategist per Blogmeter, James Ktrechmar, director of technology per Akamai EMEA, e di Daniele Bernardi, solution engineer per Facebook, hanno delineato un quadro chiaro sull’evoluzione di Internet e dei social network: le nostre vite sono sempre più influenzate dalla rete e sta a noi decidere come utilizzare questo elemento a nostro favore.

Sembra un argomento semplice, ma non lo è. Dave Snowden, CEO di Cognitive Edge, ha ricordato come sia facile cadere nella banalità. La Rete non deve essere un luogo sterile e anonimo, dove andiamo solamente per iscriverci ai social network o a fare shopping, ma deve essere vista come uno strumento atto a potenziare il potere della collettività. La nostra mente deve giocare un ruolo importante in tutto ciò, Internet ci da la possibilità di accedere ad una vera e propria Agorà, in cui possiamo (e dobbiamo!) collaborare per creare progetti innovativi e utili al progresso della nostra comunità.

Anche il bellissimo talk “Using internal social business tools” tra Doc Searls (uno degli autori di Cluetrain Manifesto), Dave Snowden e Euan Semple (knowledge managment per BBC), ha sottolineato il fatto che la rete, ed in particolare i social media devono essere usati per aiutare a migliorare la comunità. I marketing manager non devono pensare solamente alla monetizzazione, ma devono iniziare a fornire contenuti utili e di qualità ai propri fan. I concetti di Marketing 3.0 e di Social Relationship Management proposti da Kotler si fanno sentire a gran voce anche durante il talk “Brands or fiends?”, durante il quale Daniele Bernardi ci ricorda con forza l’importanza della coerenza tra immagine online ed effettivo operato del brand.

A State of the Net la complessità non viene spiegata solo con grafici e parole, ma anche con la musica. Gigi Tagliapietra, noto imprenditore del settore delle tecnologie innovative, è riuscito a spiegare come dovrebbe essere la relazione tra aziende e consumatori con l’aiuto di Bach! Grazie alla performance del bravissimo musicista triestino Tullio Zorzet, Tagliapietra è riuscito a far capire al pubblico come ogni esibizione della stessa opera musicale sia diversa in base a moltissimi fattori. “Ogni interpretazione delle note è diversa, questo ci fa capire come ogni soluzione standard (in questo caso lo spartito musicale,n.d.r.) deve essere adattata al momento, alla persona e allo strumento“.

La seconda giornata è iniziata con degli interessanti interventi sulle possibilità offerte dal Cloud Computing e sui problemi collegati agli Open Data. Marco Zamperini aka Funky Professor ha deliziato i presenti con la sua presentazione sui tech toys e su come ormai le persone siano totalmente dipendenti da essi. A conclusione dell’argomento Jan Reichelt ha presentato Mendeley, di cui è co-founder, ovvero una della maggiori piattaforme mondiali per la collaborazione nel campo della ricerca. Mendeley sfrutta il Cloud per mettere a disposione le ricerche accademiche di tutto il mondo agli studiosi interessati, in modo da creare una rete di collaborazione tra i gruppi di ricerca.

Durante la conferenza si è anche parlato di politica. Pietro Speroni di Fenizio e Jon Worth sono riusciti a creare un’interessante conversazione sullo stato della politica mondiale e sul suo rapporto con la rete ed i cittadini. Passando per gli Indignados, la rivoluzione araba fino ad arrivare al Popolo Viola ed al Movimento 5 Stelle, i due studiosi hanno delineato uno scenario complesso e pieno di spunti di riflessione. E possibile realizzare un governo “di tutti”? La rete e l’Open Source possono sostituire i governi? In risposta a ciò, Worth ha lanciato la sua idea di network politico basato sulla cittadinanza in cui la vecchia concezione di “partito” come organizzazione gerarchica non esiste più!

L’ultima parte di State of the Net ha visto Carlo Petrini, presidente di Slow Food, parlare di complessità alimentare. Chiarito che “La gastronomia è biologia, chimica, genetica, storia, antropologia, economia: un fenomeno complesso”, Petrini ha poi sottolineato il fatto che un gastronomo deve avere un rapporto diretto con l’ecologia. L’approccio olistico che differenzia Slow Food infatti, si basa anche sulla fraternità: “Siamo tutti figli della madre terra” per questo motivo, bisogna collaborare attivamente in rete per migliorare il nostro pianeta.

I due giorni di conferenza sono stati veramente un successo; gli ospiti più geek si sono scatenati su Foursquare e su Twitter. Il risultato? Un bellissimo swarm badge e la soddisfazione di aver contribuito a mantenere #sotn13 trending topic per ben due giorni di seguito!
ps: Gigi Tagliapietra ha ricordato che “La musica muore dopo l’ultima nota”, speriamo non sia così anche per gli illuminanti spunti che gli speakers di State of the Net hanno dato!

The Sleepover Chef, la nuova campagna social di Garofalo

Dimenticate i vecchi concorsi lanciati dalle aziende alimentari che vantavano un monte premi in gettoni d’oro o, peggio ancora, forniture a vita del prodotto oggetto del concorsone.

Oggi donne, uomini, giovani, quasi giovani e non più giovani vogliono solo una cosa quando a premiare è un’azienda del modaiolo mondo gastronomico: lo chef personale!

Non si è ancora capito in quale preciso momento la moda dello chef si sia trasformata in ossessione. Fatto sta che averne uno in casa che cucina per te sembra essere il premio migliore che un produttore possa offrire al suo cliente.

Questa tendenza non è solo italiana. Anche l’America sembra averci preso gusto, tanto da convincere il marketing di Pasta Garofalo a lanciare un interessante campagna di social media marketing negli States che prende il nome di “The sleepover chef“.

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Il meccanismo è semplice: tu offri ospitalità per una notte allo chef/attore di Garofalo e lui verrà a cucinare a casa tua, dispensando consigli di cucina italiana.

Il tutto parte da Facebook, dove ci si registra sperando di essere tra le fortunate case estratte a sorte. E si conclude attorno a un tavolo: cosa volete di più semplice e divertente?

Dopo Gente del Fud, Garofalo si dimostra capace di interpretare le esigenze dei gastroappassionati, partendo, ancora una volta, dal web.

 

Pubster, l'app che ti offre da bere

La loro mission è offrire da bere a tutto il mondo. Con questo obiettivo Andrea Pastina, Gabriele Fronza, Silvia Salvadori e Davide Caroselli hanno partecipato ad InnovActionLab, il primo corso interuniversitario che ti insegna come portare la tua idea ad un investitore, arrivando fino alla finale nazionale. Dopo pochi mesi sono stati selezionati per partecipare al secondo programma di incubazione di LUISS Enlabs, e, per la loro startup Pubster, hanno ricevuto un microseed dal fondo di investimento quotato in borsa Lventure (LVENT). Vediamo allora con Gabriele, co-founder e CMO, come funziona la loro idea.


Come è nata la vostra idea? In cosa consiste?

“Non sai cosa fare, esci e spendi tanti soldi senza divertirti?” Non trascorrere più serate del genere è il motivo per cui è stata creata Pubster.
Chi usa Pubster scopre i locali nelle vicinanze, trova i migliori eventi della città ma, soprattutto, beve gratis nei locali che frequenta.

Pubster è la prima app che ti offre da bere e funziona in cinque passi:
1) devi scaricare gratuitamente la’App, disponibile sia per iPhone che per i dispositivi Android;
2) poi vai nei locali della rete Pubster e, grazie all’App, scopri gli eventi nella tua città e decidi cosa fare la sera;
3) nel locale devi trovare l’adesivo QRcode, inquadrarlo con l’App e guadagnare le monete che ti spettano;
4) quindi devi raccogliere le monete Pubster, ogni volta che vai nel locale, una volta al giorno e per ogni evento in corso;
5) a questo punto puoi goderti il tuo drink gratuito: presentandoti al bancone e acquistandolo con il credito Pubster raccolto nel locale.

Qual è il vostro modello di business?

Non c’è dubbio che i nostri utenti sono più che soddisfatti! E i nostri clienti?
Pubster, aumenta i guadagni dei gestori di locali e, allo stesso tempo, soddisfa i clienti!
Per un gestore, infatti, offrire da bere è molto più vantaggioso che applicare periodicamente promozioni o sconti, che riducono solamente il margine di guadagno e svalutano il suo locale.

Mettendo in palio una consumazione gratuita, il gestore crea un rapporto di amicizia con il cliente, che tornerà molto più volentieri nel suo locale.

Un locale che entra in Pubster, con la spesa di soli 19,99 € al mese:
∙ rende felici e fa tornare nel locale i propri clienti;
∙ incrementa il valore generale dell’attività;
∙ vede aumentare il fatturato.

Quali sono le prospettive / difficoltà in Italia per una strartup nel vostro settore?

Le prospettive sono buone, il mondo delle startup in Italia è cresciuto molto negli ultimi anni. L’attenzione verso il nostro mondo è in continuo aumento, e questo ci aiuta molto.

L’esistenza di un ecosistema orientato all’innovazione, infatti, aiuta a superare le grandi difficoltà burocratiche e istituzionali che si è costretti a fronteggiare per creare, far crescere e portare al successo una startup.

Dove vi vedete tra 1 anno?

La prima versione dell’app, recentemente lanciata su App Store e Google Play Store, ha ricevuto una grandissima risposta dai locali, che hanno iniziato ad offrire da bere nella capitale.

Prevediamo entro l’estate di affermarci nel territorio romano ed espanderci a tutta Italia, partendo dalle città di Milano e Bologna.

Il nostro obiettivo è di espanderci in tutta Italia entro un anno, con il sogno di offrire da bere a tutto il mondo!

Associazione Vera Pizza Napoletana: comunicare il food nell'era digitale [INTERVISTA]

In Italia stiamo attraversando molte difficoltà in questo momento ma possiamo andare fieri di come il nostro cibo viene accolto all’estero.  E dobbiamo dire grazie a chi si impegna a promuoverlo e farlo conoscere ovunque, come l’Associazione della Vera Pizza Napoletana. Abbiamo intervistato Gianluca Liccardo, Marketing Manager dell’associazione che, dal 1984 tutela e regolamenta l’originale pizza napoletana.

Quello che ci interessa è capire come un’associazione senza fini di lucro del settore food  sia capace di farsi ascoltare nel mercato interno e straniero, dai produttori, dai fornitori e dai consumatori!

Che ruolo avete con i fornitori delle materie prime (farina, pomodoro, mozzarella)? Riuscite a fare squadra sul mercato nazionale e estero?

La nuova strategia di comunicazione dell’Associazione verso i fornitori delle materie prime è stata pianificata nel 2009. Lo spunto da cui è partita la riorganizzazione operativa è stata una domanda di un consumatore che ci chiese qual era la migliore farina per la vera pizza napoletana. Il quesito legittimo fece nascere un importante dibattito all’interno del nostro comitato direttivo. Decidemmo pertanto di dar vita ad una partnership con l’Università Federico II per definire congiuntamente i parametri idonei a preparare la pizza napoletana.

La pubblicazione di questi parametri ha spinto le aziende leader del settore a richiedere la certificazione dei loro prodotti da parte della nostra Associazione. E’ nato così l’Albo dei Fornitori Qualificati AVPN e il logo Approved Vera Pizza Napoletana presente sul packaging dei prodotti verificati. Con queste aziende, ad oggi 16, collaboriamo quotidianamente a livello nazionale ed internazionale nella promozione della Vera Pizza Napoletana.

Avete una strategia social media che vi sta aiutando a veicolare i concetti della vera pizza napoletana nel mondo?

L’Associazione ha deciso di puntare con decisione sui social media negli ultimi due anni. Indiscutibilmente i social media hanno cambiato il modo di comunicare “la pizza” e con esso il coinvolgimento degli operatori del settore e degli utenti.

L’apertura delle pagine AVPN su Facebook, Twitter, Youtube, Pinterest e Google + ci ha aperto nuovissimi scenari consentendoci un contatto più rapido e diretto con tutti i nostri affiliati presenti ormai in 25 nazioni. Nell’ultimo periodo la strategia di comunicazione sui social media si è sempre di più spostata dagli operatori ai consumatori.

Ai primi sono stati dedicati gruppi chiusi, cerchie che consentono loro di comunicare tra loro e di avere risposte immediate dall’Associazione, mentre ai secondi dedichiamo le news per tenerli costantemente informati sulle iniziative e sulle attività che quotidianamente svogliamo.

Un successo speciale, per la viralità raggiunta dal messaggio,  è la campagna web “Sient’ a mme…” (in inglese Listen Up) dove con semplici postcard si chiarisce come NON deve essere una Vera Pizza Napoletana.

La pizza è un prodotto moderno. Cosa fate per stimolare i giovani al tema della pizza di qualità a dispetto di una pizza comune?

La pizza, a nostro parere, è un prodotto senza età. E’ un piatto che piace ai più piccoli, agli adolescenti, ai ragazzi, agli adulti e agli anziani.

Per stimolare tutti coloro che non si accontentano di una buona pizza ma desiderano assaggiarne sempre una migliore abbiamo dato vita ad un programma di iniziative dedicate ai nostri diversi pubblici:

Per i più piccoli sono stati realizzati ideati i laboratori itineranti “Ri-Creiamo la Vera Pizza Napoletana”, un percorso ludico ma al contempo didattico di avvicinamento alla pizza, dove maestri pizzaioli dell’Associazione affiancati da nutrizionisti spiegano ai bambini come realizzare a casa la propria pizza.

Per i grandi nel 2012 abbiamo creato il Club degli Amici, una community internazionale, contemporaneamente reale e virtuale, di persone amanti della “Vera Pizza Napoletana”, aperta a chi vuole conoscere meglio il nostro mondo e a chi è appassionato del mangiar bene, a chi vuole scoprire più da vicino i prodotti, i processi e le tecniche di lavorazione di questa eccezionale pietanza, a chi vuole imparare a preparare una Vera Pizza Napoletana.

Insieme a questi amici abbiamo dato vita ad un tour che toccherà tutta la penisola, chiamato “Alla Scoperta della Vita Napoletana”, dove nelle pizzerie affiliate impariamo insieme ai consumatori a conoscere per riconoscere le caratteristiche e le specificità del nostro prodotto. Con gli Amici stiamo in costante contatto sui social media per rispondere ai loro dubbi e scambiare consigli e pareri sulle pizze e sulle pizzerie, segnalando, quelle virtuose e non.

Non mi paghi? Lo dico ai tuoi clienti dalla TUA homepage! [UPDATE 2x]

Creativi, programmatori, freelance di tutta Italia, quante volte avete avuto a che fare con un cliente in ritardo con i pagamenti? Quante volte avete lavorato ed erogato i vostri servizi per poi sentire la solita scusa della crisi e aspettare mesi e mesi per essere pagati?

Stamattina ci siamo imbattuti in un caso del genere:

La Web Agency Creorin, diretta da Giuseppe De Napoli, ha trovato un modo per ribellarsi ad un loro cliente che è in ritardo col pagamento. Coloro che stamattina si sono connessi al sito web della Agitmedia Srl di Francesco Armentano hanno letto questo annuncio:

Cosa ne pensate?

UPDATE&NDR: Attenzione, perché questa azione può costare caro all’autore e farlo passare dalla parte del torto! Se da un lato è sicuramente un gesto epico e catartico per molti creditori, ci possono essere delle conseguenze giudiziarie come riporta l’avvocato Melica in questo post.

03/06/2013: Oggi la homepage della Agitmedia S.r.l. è stata ulteriormente modificata con un invito a far parte della community degli insoluti, seguendo la vicenda attraverso l’hashtag #justmymoney.

Il Grande Gatsby: il backstage fotografico del brand design

Il Grande Gatsby, il film di Baz Luhrmann approdato nelle sale cinematografiche lo scorso 16 Maggio, è stato un gran successo, in barba alle opinioni della critica; uno dei motivi l’abbiamo esaminato proprio qui su Ninja Marketing, in un post il cui titolo la dice lunga: Il Grande Gatsby: il successo grazie ai social network.

Questa volta vogliamo invece illustrarvi il processo creativo dietro il marchio che tanto caratterizza il film, mediante un backstage fotografico fornito da Like Minded Studio, l’agenzia che ha avuto l’onore di collaborare con Luhrmann per il branding.

Il progetto riguarda sia il disegno del logo “Il Grande Gatsby” che la realizzazione del font che ha accompagnato l’intero film, entrambi pensati per la loro convivenza e per rispecchiare al tempo stesso i ruggenti anni ’20 e il celebre romanzo. Titoli e logo sono infine stati sviluppati in 3D.

Inoltre, se il carattere tipografico vi risulta familiare, provate a dare un’occhiata all’alfabeto di K.H. Schaefer: trovate qualche somiglianza?