DKNY unisce arte alla realtà aumentata

Spodestato da Abercrombie & Fitch dopo 16 anni di onorata carriera, lo storico Billboard DKNY ha ritrovato nuova vita grazie all’ultima campagna realizzata dall’azienda.

L’iniziativa ha chiamato a raccolta 10 artisti provenienti da 10 città – New York, Londra, Parigi, Milano, Dubai, Kuwait City, Hong Kong, Shanghai, Seul e Tokyo – per creare delle opere d’arte che interpretassero New York City nel contesto della città in cui ogni installazione fosse posizionata. I lavori avrebbero potuto comprendere cartelloni, sculture, proiezioni multimediali e chioschi. DKNY ha poi realizzato per l’occasione un sito dove raccogliere le immagini delle opere anche attraverso i maggiori social network (Twitter , Instagram, Vine , Tumblr e Weibo).

Ma il sito non è stato l’unico strumento attraverso cui selezionare le opere. E’ stata realizzata per l’occasione una app per iOS e Android che, utilizzando la augmented reality, permette agli utenti che scattano foto dei lavoro di vedere un video contestuale.

Per incrementare l’engagement, una enorme installazione in 3D è stata posizionata a Londra e verrà spostata fra tre località segrete. Per trovarlo, gli utenti dovranno cercare indizi su Twitter e Facebook. Pur se questa risulti essere una campagna di branding, DKNY ha permesso che alcune delle opere venissero stampate su borse, sciarpe e altri oggetti in vendita.  Per quanto DKNY non possegga più l’ambito posto a Houston Street, al marchio va un plauso per aver pensato molto più in grande rispetto ad un semplice billboard.

Mind The Bridge a Napoli: intervista ad Alberto Onetti

Startupper, il prossimo appuntamento imperdibile è il 25 giugno a Napoli.

Tra le iniziative del programma Unite the two Bays segnaliamo quest’appuntamento realizzato con Mind the Bridge. Abbiamo raccolto per i Ninja qualche riflessione di Alberto Onetti, chairman MTB fundation.

Cosa differenzia le startup provenienti dallo scenario mediterraneo?

In Silicon Valley c’è ormai scarsità di talenti e soprattutto di figure tecniche. I costi per sviluppatori software stanno esplodendo. L’Europa e il Mediterraneo sono aree di grande interesse dal momento che ci sono talenti e risorse con elevati livelli di formazione e specializzazione. Di qui il tentativo di tutti i principali acceleratori della Bay Area (500Startups, YCombinator, TechStar) di aprire le loro porte a startup non americane.

Anche se stanno incontrando problemi perché è molto diverso lavorare con startup composte da stranieri rispetto a startup americane. Ci sono grandi diversità culturali, di mentalità, di approccio, oltre che barriere di lingua. Su questo fronte come Mind the Seed abbiamo un forte vantaggio competitivo visto che sono anni che siamo abituati a lavorare con “immigrants”.

Quali opportunità sta cogliendo il fondo Mind the Seed nei suoi primi mesi di vita?

Facciamo due batch di investimento all’anno (Winter e Summer) associati a due periodi di accelerazione di 10 settimane ciascuno (gennaio-marzo e agosto-ottobre). Nello scorso batch abbiamo investito su 6 aziende, 4 italiane (Atooma, Bad Seed Entertainment, Map2App e In3DGallery) oltre a una greca (Weendy) e a una spagnolo/israeliana (Myze).

Ora stiamo selezionando quelle da ammettere per il Summer Batch. Abbiamo ricevuto 300 application da tutto il mondo. Abbiamo portato oltre 20 startup a Trento per tre giorni a metà maggio per un Boot Camp di selezione. A breve annunceremo le ammesse.

Instagram e Summly, due realtà acquisite per somme stratosferiche, non avevano o non hanno un apparente business model o una logica di monetizzazione esplicita. Come bilanciare quindi da un lato l’esigenza di sviluppare traction e dall’altro quella di creare valore per gli investitori?

Non bisogna confondere il business model con il revenue model. Le aziende hanno diverse fasi e per le aziende high-tech la prima fase è di norma pre-revenue (ossia senza fatturato). In questa fase iniziale lo sforzo dell’azienda deve essere centrato sulla verifica che ci sia utilizzo del prodotto/servizio da parte degli utenti (esiste una value proposition solida?) e crescita sostenibile (ossia dettata da apprezzamento del prodotto e da viralità e non solo alimentata dai cosiddetti CAC – customer acquisition costs) del numero degli utilizzatori.

Costruita una base utenti ampia in grado di autoespandersi ci si porrà il problema su come monetizzarla, il che potrà avvenire direttamente (premium/freemium) o indirettamente (advertising).

Queste aziende il business model lo hanno, solo che la fase iniziale non prevede revenue. Le acquisizioni con moltiplicatori alti riflettono un mix tra superiorità tecnologica, ampia base utenti e strategicità per l’acquirente (ossia prospettiva di monetizzazione della base utenti).

Qual è il consiglio più importante da condividere con i nostri lettori startupper?

Mettetevi in gioco, senza avere paura di cadere (si impara a volare iniziando a cadere, frase purtroppo non mia ma del mitico George R. R. MartinA Game of Thrones, saga che sta appassionando me oltre che mezza America in questo periodo). Cercate di migliorare il vostro inglese (senza un Toefl 100 oggi non si va da nessuna parte) e cercate di fare esperienze all’estero, the more the better.

Chiudo con un consiglio di parte: fate application per la nostra Startup School a San Francisco. Sono tre settimane che vi apriranno la mente e vi consentiranno di capire se il progetto cui state lavorando ha senso o meno. Se una cosa non funziona, meglio scoprirlo subito (fail fast).

Non per entrare in depressione, ma per mettersi immediatamente al lavoro su un progetto nuovo, possibilmente più solido. La strada del successo è spesso lastricata di insuccessi. Diffidate di chi vi dice il contrario ma non fatevi abbattere da nessuno. Perché chi non si dà per vinto alla fine vince. E le vittorie sofferte sono quelle più belle.

Se siete interessati al progetto, cliccate il percorso di accelerazione: http://mindthebridge.org/accelerator/apply/
In bocca al lupo!

Appunti di VINEomaking: Vine e lo storytelling in 6 secondi

Ora che Vine è approdato anche su Android  la competizione tra aspiranti videomakers sarà serrata.  

Finalmente la diffusione dell’app è maggiormente capillare, da qui potrebbero esserci ottime occasioni da cogliere in termini di visibilità, popolarità ed acquisizione di consensi.  Dopo aver trattato l’esercizio stilistico su Vine, i consigli di ripresa video e di buona resa fotografica è doveroso soffermarsi sullo storytelling.

A chi storce il naso affermando che non sia possibile raccontare una storia in sei secondi si rivolge Robert De Niro, che li smentisce pienamente. A tal proposito basti pensare al nostro tempo, epoca di comunicazione in tempo reale e di informazioni veloci con cui le persone surfano e fanno del multitasking la loro ragione di vita.

Dunque, quali possono essere i trucchetti da utilizzare su Vine per tenere ben desta l’attenzione ed arricchire la narrazione? Qui alcuni spunti, ma come sempre, vi invitiamo a commentare per darci altri punti di vista!

Differenziare le inquadrature

Creiamo la storia alternando i campi lunghi, i primi piani, la figura intera, i piani americani, ecc. L’utilizzo stesso dell’inquadratura è una narrazione, non solo una tecnica stilistica. Dipende tutto da ciò che volete raccontare. Se all’inizio volete dare importanza all’ambientazione scegliete un campo lungo, se invece date spinta all’emozione del protagonista (anche un’arancia può esserlo) fate un primo piano, se svelate un arcano segreto utilizzate il dettaglio. Se non definite bene le inquadrature i sei secondi possono sembrare un’eternità. Di monotonia. 

Transizioni senza software di video editing

Volete dare un senso onirico alla vostra storia? Il collegamento tra una scena e l’altra manca di un certo non so che? Volete dividere il vostro girato in capitoli imitando Tarantino? Beh potete ricorrere a questi trucchetti. Per una dissolvenza da sogno bisogna coprire l’obiettivo con la mano per qualche secondo, poi toglierla improvvisamente e avviare rapidamente la registrazione. Il diaframma si autoregolerà producendo una grande luminosità. In alternativa è possibile posizionare un oggetto davanti all’obiettivo e poi toglierlo. Infine per inframezzare le vostre riprese potreste filmare una schermata nera così da poterla utilizzare tra un frame e un altro.

Storyboarding e sperimentazione

Siete in fissa con un’idea che vi sembra geniale? Pianificate la ripresa creando un piccolo schizzo. Disegnando un elementare storyboard e visualizzando il vostro pensiero vi renderete conto di aver idee ancora migliori di quella originale. Solo provando a creare i video si migliora e vengono fuori storie che non avevi neanche lontanamente immaginato.

Allora, siete pronti per creare?

Hall of Fame Art Directors Club 2013: insieme per una pubblicità migliore

Venerdì 7 Giugno 2013, presso l’Auditorium della Provincia di Milano, l’Art Directors Club italiano ha proposto una serata di riflessione “insieme per una pubblicità migliore“. Diversi i contenuti che hanno caratterizzato l’evento.

Non capita tutti i giorni che tre “non pubblicitari” vengano introdotti nella Hall of Fame dell’Art Directors Club. Appunto, non capita tutti i giorni, ma il 7 Giugno Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo sono stati accolti in questa speciale cerchia.

Giovanna Cosenza è laureata in filosofia, docente di semiotica e autrice di  SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicareSemiotica dei nuovi media e Semiotica della comunicazione politica.
Erik Gandini è è un regista e produttore cinematografico, noto per il suo ultimo film documentario Videocracy – Basta Apparire.
Lorella Zanardo Scrive e si occupa di tematiche inerenti il femminile ed è autrice del documentario Il corpo delle donne visto da 4 milioni di persone, e dell’omonimo libro.

Ciò che ci siamo chiesti è: perché premiare 3 “non pubblicitari”? La risposta è molto semplice: Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo svolgono un enorme lavoro volto a diffondere strumenti critici accessibili a tutti, per rendere la fruizione della TV e dei mass media più consapevole. Il lavoro di queste persone è, quindi, teso a responsabilizzare chiunque abbia accesso ai media e migliorare la comunicazione d’impresa e istituzionale in Italia.

Introdurre questi tre personaggi nella Hall of Fame di un’associazione di creativi pubblicitari rappresenta un forte segnale, ovvero, quello di una TV più sana, pubblicità compresa.

Durante l’evento inoltre c’è stata la proiezione e premiazione  dei lavori che hanno vinto i nove ori assegnati dalle giurie Adci Award 2013. Una retrospettiva, composta da alcuni commercial premiati dall’Adci a partire dal 1986 e l’assegnazione Grand Prix degli Adci Award 2013.

E se Facebook fosse esistito ai tempi della Prima Guerra Mondiale? [VIDEO]

La Prima Guerra Mondiale è il primo grande evento storico del secolo passato che ci viene insegnato quando ci troviamo tra i banchi di scuola. Tuttavia, noi che siamo abituati alle immagini e ai video, che siamo un pò vittime dell’overload informativo quotidiano, spesso tendiamo ad allontanarci da fatti tanto lontani da noi. Ecco perché il Musee de la Grande Guerre di Pays de Meaux ha “riportato in vita” il conflitto.

DDB Paris ha creato per l’occasione la campagna “Facebook 1914“, ipotizzando che Facebook esistesse ad inizio Novecento e raccontando tramite le sue pagine la storia di un giovane, Léon Vivien (qui trovate il profilo Facebook), partito per la guerra e della sua famiglia che rimane a casa ad aspettarlo.

Il profilo è stato aggiornato quotidianamente per 10 mesi, raccogliendo l’attenzione dei media e di migliaia di persone, che al termine della lunga campagna di teasing sono state invitate a visitare il Museo per scoprire di più di questo tempo lontano ma storicamente tanto importante (e capire se Leon è poi tornato a casa da moglie e figlio).

A giudicare dai numeri, l’iniziativa è stata un successo: la pagina ha ricevuto più di 50.000 seguaci entro le prime due settimane e 5.000 commenti, e il Museo ha visto il flusso di visitatori aumentare del 45%.

Con iOS 7 Apple scommette sulle emozioni

Fonte @Apple

Qualcuno disse una volta: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”

Cosa c’entrano Neil Armstrong e lo sbarco sulla luna con Apple e il nuovo iOS 7? Beh, se avete avuto modo di seguire il keynote di San Francisco e le discussione sulla rete, vi accorgerete che i discorsi della casa di Cupertino e dei suoi fan si scagliano a difesa del nuovo sistema operativo mobile con la stessa logica: Apple ha fatto un piccolo aggiornamento rispetto a quello che sta succedendo in tutto il mercato degli smartphone e dei tablet, eppure iOS 7 è una grande innovazione, il maggior cambiamento dall’introduzione dell’iPhone secondo Tim Cook.

Ma lo sarà sul serio? Forse la domanda però non è quella giusta: meglio chiedersi “Poteva Apple fare altrimenti?”

E’ oggettivo infatti che Apple non era pronta per presentare un nuovo device: lo fosse stata non ci avrebbe risparmiato l’annuncio presentandoci oggi questa nuova release dell’OS che di fatto si attendeva già da tempo. Si era già detto infatti all’uscita dell’iPhone 5 che l’OS non esprimeva in pieno le funzionalità dello smartphone e che rispetto alle ultime versioni Android, iOS non aveva implementato features fondamentali come il multitasking.

Ma che valore aggiunto ha per Apple definire iOS 7 “il più grande cambiamento” del suo OS dal 2007, se questo cambiamento andava fatto tempo fa? Probabilmente poco nella prospettiva che è un adeguamento allo stato attuale dei competitor; probabilmente molto se si pensa che nonostante l’adeguamento necessario, Apple ha fatto un grosso sforzo per mantenere la sua identità, nel bene e nel male…

Apple: un sistema “chiuso” o “affidabile”?

Il WWDC è prima di tutto l’evento clou per gli sviluppatori: in quel momento i veri interlocutori sono loro e le novità sono rivolte principalmente a dare nuove occasioni e opportunità per il development di software, widget, app.

Questa edizione ha però fatto sorgere un dubbio, soprattutto in seguito all’annuncio del nuovo iOS: il sistema che ruota intorno ai software, non sarà ancora troppo “chiuso” per gli sviluppatori?

Gli androidiani lo sanno già che il peccato più grande dell’OS mobile di Apple è che non è personalizzabile: con Android widget, launchers e la possibilità di sbloccare alcune funzionalità effettuando il root, rendono l’esperienza mobile estremamente flessibile secondo le proprie esigenze. E soprattutto danno infinite possibilità creative agli sviluppatori: in sostanza c’è più lavoro per gli sviluppatori.

Con Apple, e soprattutto con iOS 7, esistono così tante funzioni native al sistema operativo stesso che i widget e tutto il resto diventano inutili: questo è per Apple sinonimo di “affidabilità” del sistema operativo…. ma per gli sviluppatori le possibilità di intervento diminuiscono.

Facciamo un esempio pratico: il nuovo iOS 7 implementa una feature chiamata Control Center: dopo mille tweek inventati, ecco che in una sola schermata si avranno a disposizione i toggles per il Wi-fi, per il Bluetooth, la modalità aereo, AirDrop, Safari, la calcolatrice o qualsiasi altra cosa si voglia. Addio jailbreak insomma!

Ma pensate a come devono essersi sentiti gli inventori di tutte quelle app Torcia ( sono davvero moltissimi) appena hanno visto che nativamente il nuovo iOS implementerà anche un sistema per usare il flash come torcia…

Eppure poteva fare altrimenti Apple? Anche qui, Apple ha fatto una scelta: continuare a offrire un sistema operativo intuitivo e un ambiente già “arredato”, piuttosto che trasformare da zero il suo OS in un sistema aperto.

Se la differenza la fanno le emozioni

In un settore in continua crescita come quello del Mobile, in cui si affrontano aziende di software e device, il raggiungimento della perfezione del sistema operativo è il traguardo più ambito. Nell’ultimo biennio la guerra si è svolta più sul campo dei codici che su quello dei circuiti elettronici.

Come si fa però a definire realmente quale è il sistema operativo migliore? Ovvero: basta essere affidabili per piacere? O occorre al contrario essere “aperti”? Pensate all’eterno conflitto che da anni si consuma nel campo dei browser per internet o in quello dei sistemi operativi per desktop.

Apple ha deciso di tirar fuori quella che è la sua carta vincente da anni: l’emozione. Le caratteristiche del nuovo iOS 7 hanno infatti soprattutto un forte impatto emotivo: facciamo anche qui qualche esempio.

La nuova interfaccia di Safari, con la visualizzazione delle pagine come tab disposte a schede che ti permette di “sfogliarle” e di vederne il contenuto in anteprima, è di forte impatto visivo, oltre che utile.

Un’altra innovazione piccola ma che è comunque “emozionante”sono i nuovi filtri forniti nativamente dall’app Camera e la possibilità grazie a Photos di visualizzare le foto salvate secondo i luoghi in cui sono state scattate o l’anno o l’evento.

A settembre, quando l’aggiornamento a iOS 7 sarà disponibile per tutti, Apple avrà fatto abbastanza per farsi perdonare di non aver pronto un nuovo iPad o un nuovo iPhone e/o di non  aver un sistema operativo aperto? Staremo a vedere…

Google acquista Waze per 1,3 mld di dollari [BREAKING NEWS]

La tanto ambita app di social traffic alla fine è finita nelle mani di Google per la somma di 1,3 miliardi di dollari.
Non c’è dubbio che Waze sia una delle app più interessanti del panorama mobile e infatti era già finita nel mirino di Facebook qualche mese fa, ma l’affare poi non si concretizzò.

Waze, che fornisce le condizioni del traffico in tempo reale grazie al contributo in crowdsourcing dei sui circa 47 milioni di utenti, è sviluppata dal team Israeliano Waze Mobile e fornisce un supporto multi-piattaforma per Android, iOS e Blackberry.

Google conferma l’operazione sul suo blog ufficiale affermando che sono “eccitati sulle prospettive di miglioramento di Google Maps con alcune delle funzionalità sull’aggiornamento del traffico offerte da Waze e di miglioramento di Waze con le funzioni di ricerca di Google“.

La mossa di Google non è solo strategica perché permetterà di migliorare alcuni suoi applicativi, ma anche perché rallenterà il processo di espansione di Facebook.
Secondo voi si tratta principalmente di un’azione di espansione o di un’azione difensiva?

Let the world wait: 365 ragioni per festeggiare con birra Corona

I sostenitori del calendario Corona, creato dallo studio TBWA di Singapore, festeggiano eventi come il Beatles Day, il giorno in cui è stato brevettato il frigorifero o anche il giorno del Draw a bird come un modo per prendersi una pausa dal frenetico stile di vita a cui siamo abituati e godere ogni giorno di un momento con gli amici ed una Corona.

TBWA ha ricercato e curato maniacalmente 365 grafiche specifiche, il cui utilizzo può partire da messaggi social quotidiani, poster, fino a temi per eventi, promozioni e altre applicazioni adatte ai 14 mercati asiatici di Corona. I direttori creativi Gary Steele e Hagan de Villiers hanno sviluppato il Calendario Corona per dare un seguito alla campagna “Let the world wait” del 2012 per il mercato asiatico. Descrivendo la campagna Steele ha detto “Sotto forma di calendario siamo riusciti a fornire 365 idee pubblicitarie per eventi o anche solo per divertimento per il nostro mercato nel sud-est asiatico”.

I punti di forza della campagna sono la sua flessibilità e pertinenza, infatti una volta che i design delle 365 idee sono inviati ai vari distributori Corona in Asia, possono essere adattati alle varie festività regionali e ai vari medium di divulgazione che richiede il mercato.

Alcune feste hanno un significato storico, come la scoperta delle Filippine (16 marzo) mentre molti altri giorni sono festività pop come il Rolling stones Day, lo Star Wars Day o il compleanno di Tony Hawk, mentre altre ancora sono eventi culturali come l’Origami Day o il Plum Bossom Festival.

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Internet e multimedia: di questo si è parlato nell’ultimo rapporto annuale sulle tendenze di Internet, presentato il 29 maggio 2013 e pubblicato su kpcb.com (immagini tratte dallo stesso sito). In particolare si registra la crescita nell’utilizzo dei dispositivi mobile oltre allo scambio di contenuti multimediali all’interno dei social.

Ma tutto questo per quale motivo? Perché le persone ritengono vantaggioso utilizzare una connessione mobile?

La risposta sembra quasi scontata: la possibilità di collegarsi ad Internet in qualsiasi luogo, è un presupposto fondamentale dato che oggi la vita frenetica e lavorativa “costringono” le persone a rimanere in movimento in qualsiasi momento della giornata.
Grazie a questo fenomeno i dispositivi Android, iOS e Windows Phone hanno fatto registrare un’impennata nel loro utilizzo.
2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Da notare come nel 2012 i dispositivi Android, iOS e WPhone abbiano nettamente ribaltato la situazione rispetto al 2005, in cui la scena era dominato dal Nokia Symbian. Ciò spiega anche come il fenomeno Internet-mobile abbia aumentato notevolmente il fatturato nel mercato della telefonia.

Netto è il dominio del sistema operativo Android. Questo dato giustifica anche il successo Samsung degli ultimi tempi, la casa coreana infatti ha saputo al meglio sfruttare le potenzialità del sistema Android, caratterizzato da applicazioni che spesso richiedono la connessione ad Internet.
2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Per quanto riguarda il binomio pubblicità-mobile cosa si può dire? Qui il discorso cambia, in quanto, per questo settore ancora non c’è stato un decollo vero e proprio. Infatti come mostrato nel grafico (sopra), tenendo conto del rapporto tempo speso e spesa per annunci, nel mobile abbiamo un distacco di ben 9 punti percentuali, mentre per Internet con dispositivi fissi il distacco è di soli 4 punti percentuali, con percentuali nettamente più alte. Il mobile è sì molto utilizzato per navigare, ma ancora poco utilizzato per gli annunci pubblicitari.

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Vivere il cambiamento attraverso Internet. Social network, download, tag, mp3, sharing, sono tutti termini che oramai sentiamo tutti i giorni e che fanno parte della nostra vita. Ma ci siamo mai chiesti quanto abbiano cambiato la nostra vita? Proviamo a pensare per qualche secondo: cosa facevamo durante la giornata prima che arrivasse Internet? Non è facile trovare una risposta. Per provare ad eliminare qualsiasi dubbio dobbiamo capire e vivere “il cambiamento”.

Foto e Video. Dal rullino alla stampa del fotografo, dalla fotografia digitale alla stampante di casa propria, fino alla condivisione diretta sui social: Flickr, Snapchat, Instagram, Facebook. Dal cartaceo allo schermo. Questi i cambiamenti determinanti che hanno variato il nostro modo di agire e di condividere i nostri “ricordi conservati in un’immagine”.

Nel 2008 Facebook dominava la scena, fino a quando nel 2013 c’è stata la crescita sostenuta di social alternativi che permettono la condivisione di contenuti multimediali. Il tutto coincide con la crescita del collegamento Mobile,  che senza dubbio ha favorito lo sviluppo di applicazioni che consentono lo scambio di foto, vedi Instagram per Android.

Ecco anche spiegato l’aumento del numero di mobile-users.

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Prospettive per il futuro. Potranno esistere in futuro nuove tecnologie in grado di consentire scambi e condivisioni ancora più immediate che affiancheranno l’attuale servizio mobile? La risposta è affermativa, anzi molti di questi dispositivi sono già sul mercato, soprattutto se parliamo in termini di “servizi”.

Una di queste è l’applicazione che consente di utilizzare il proprio cellulare come un vero e proprio barcode, oppure il riconoscimento vocale offerto da Google, fino ad arrivare agli occhiali che consentiranno il collegamento ad Internet e la condivisione dei dati multimediali, oltre agli orologi Android.

2013 Internet trends: dal mobile al multimedia

Questi sono solo alcuni di quei cambiamenti continui che modificheranno sempre più spesso le abitudini delle persone, senza dubbio sempre più “sorprese” da ciò che offre la tecnologia e sempre più coinvolte dal mondo virtuale, le stesse persone destinate a chiedersi all’infinito: “Cosa facevamo durante la giornata prima che arrivasse Internet?” o meglio “Cosa facevamo durante la giornata prima che avvenisse questo cambiamento?”.

Sta a voi trovare le risposte! Intanto godiamoci le nuove tendenze che Internet e tecnologia ci offrono.

5 comportamenti che le aziende dovrebbero evitare su Facebook

Essere un brand su Facebook non è semplice. Anzitutto perché è una piattaforma nata per mettere in contatto amici e parenti vicini e lontani, per fare amicizia e per conoscere cosa fanno le persone che amiamo, e in secondo luogo perché oggi come oggi la competizione su chi avrà la prevalenza nella nostra timeline è sempre più furiosa.

Facebook è diventato per moltissimi il centro nevralgico del web. E’ attorno a questo strumento digitale che oggi ruotano moltissime campagne commerciali, anche dei brand più prestigiosi, e gli utenti tendono a consultare una fan page molto più di un sito istituzionale. La “battaglia” per guadagnarsi un like in più è sempre più agguerrita, e le aziende si contendono il vostro apprezzamento come fosse il vantaggio competitivo più importante sul mercato.

Proprio per questo, molto spesso, capita di scorgere da parte dei brand errori o comportamenti a tratti “disperati” che, però, generano l’effetto opposto, ossia quello di far fuggire a gambe levate l’utente-potenziale consumatore. Ecco quindi cinque banali comportamenti da non assumere nella gestione di una fan page:

Il Mendicante

Statisticamente, chiedere un “mi piace” o una condivisione di un contenuto potrebbe anche consentirvi di ottenerne qualcuno, ma se questa richiesta diventa continua e – soprattutto – inopportuna, può diventare controproducente.

La carta della “richiesta” va giocata solo quando il messaggio ha davvero un contenuto notevole, che non infastidisce l’utente a cui viene richiesta l’interazione ma bensì lo invoglia, con un messaggio simpatico o divertente che non sembra “implorare” il destinatario.

Lo Stock Boy

Che non è il ragazzo addetto al caricamento degli scaffali, bensì il brand che utilizza una serie di immagini casuali, non attinenti e a volte anche persino brutte solo per “riempire” un post, nella convinzione che un “post con un’immagine avrà più probabilità di essere condiviso”.

Se è vero che questa è una regola generalmente valida, è anche vero che può essere frustrante per l’utente vedere la propria timeline ricca di contenuti dalla scarsa attinenza con ciò che si aspetta, tanto più se questi ultimi arrivano da una fan page a cui ha – consapevolmente – dato un “mi piace”.

L’inappropriato

Molti brand esprimono vera e sincera solidarietà in caso di eventi tragici. Mettono da parte per un momento le logiche commerciali e si uniscono al cordoglio, alla commozione o semplicemente al silenzio legato ad una catastrofe. Altri, invece, non solo ne parlano ma tentano addirittura di utilizzarla a proprio vantaggio.

Quando ciò accade il web ti punisce. I feedback negativi sono feroci e – per quanto ci si possa scusare, cancellare il contenuto incriminato e cospargersi il capo di cenere – difficilmente il danno d’immagine potrà essere riparato facilmente.

In quanto brand si può parlare di tutto e spaziare su ogni tema. Tutto fa brodo ed ogni avvenimento può essere sfruttato a vantaggio della propria immagine. Ma non le tragedie: mai!


Il prolisso

Troppe parole e poco ascolto. Gli aggiornamenti di stato sono lunghi, appassionati, rindondanti e spesso noiosi.

Questo brand non si capacita di quanto poco il pubblico interagisca, vista la complessità e la completezza dei propri contenuti. Ma sono proprio le armi che reputa la sua forza a condannarlo miseramente.

Il superficiale

Ci provano sempre. Chi più, chi meno, ma qualsiasi brand prima o poi vi spara in faccia la foto di un adorabile gattino che gioca con un gomitolo di lana o il bel sorriso di un bambino bellissimo che guarda sognante al suo meraviglioso futuro.

Immagini come queste sono un rigore a porta vuota: like come non ci fosse un domani, un mare di condivisioni ed interazione assicurata. Ma poi? Cosa resta nella mente del vostro audience? L’interazione verrà associata all’immagine del vostro prodotto? Produrrà ciò che vi siete preposti quando vi siete iscritti su Facebook?

Sono domande fondamentali perché fin troppo spesso le fan page alla ricerca di “numeri facili” perdono il focus e si lanciano in spericolati – e spesso del tutto non attinenti – sentimentalismi che hanno solo l’effetto di far allontanare quel consumatore realmente intenzionato a provare il vostro prodotto.

Vi riconoscete in qualcuno di questi personaggi? Avete altri esempi di comportamenti da non seguire nella gestione di una fan page? Suggeriteceli nei commenti!