Second Life: slumbering passions e l’ardore allo stato puro

Una scultura di Nessuno Myoo

Di Ivonne Citarella – Sociologa e Second Lifer

Nei miei precedenti articoli qui sul Ninja Marketing ho ampiamente parlato delle molteplici opportunità che Second Life offre in termini di competenze che si possono acquisire grazie sia al metodo del learning by doing, sia grazie all’intuitività del software che, unita alla sua ludicità, permette il raggiungimento di vari livelli di professionalità.

Second Life potrebbe però così apparire solo un mondo freddo e distaccato in cui, oltre al perseguimento di scopi commerciali o militari (purtroppo sì), il top più hot sia quello di perdersi con una seconda libertina identità. Per fortuna Second Life è ben altro!

Si nasce avatar e senza nessun idea precostituita, ci si mette in gioco ed ecco che sopite o ignote passioni cominciano ad emergere. Passioni sconosciute a se stessi o semplicemente addormentate che fanno capolino riempiendo il tempo e ampliando i confini della propria conoscenza, che viene così invasa da quell’ardore l’unico capace di abbattere i limiti che noi stessi ci poniamo e di appagare reconditi desideri.
Sopito o ignoto, Second Life pulsa di questo entusiasmo in tutti i campi dall’arte alla musica, dalla poesia alla scrittura inoltrandosi finanche in ambiti più intimi e personali.

Ecco perché non potevo rimanere  indifferente nel leggere il post di Nessuno Myoo che in un primo momento volevo solo commentare ma poi, per la pienezza di alcuni concetti in esso espressi in linea con i miei, ho preferito, con il suo permesso, riportarne uno stralcio qui. Nessuno Myoo è, nella rosa degli artisti della comunità italiana e di tutto il mondo virtuale di Second Life, uno degli  scultori più apprezzati.

Nel suo post tenta di dare una spiegazione al verificarsi di inesorabili dinamiche di notorietà alle quali vanno soggette anche le opere di Second Life, respingendo l’eventuale loro inseguimento e rimanendo fedelmente e felicemente legato alla propria passione perché diversamente, egli spiega, non potrebbe agire.

Le sue parole collimano perfettamente con il concetto di passione allo stato puro ma anche della libertà e della volontà di perseguirla al meglio, arricchendo in questo modo oltre se stessi anche il mondo virtuale con opere magnifiche a beneficio di tutti e distanziando a priori meccanismi ben noti della società nella quale viviamo.

Qui di seguito lo stralcio del suo articolo:

“………. Alla luce di tutto questo ragionamento, alcune differenze ‘solo’ apparentemente incomprensibili o inspiegabili nel difficile compito di interpretare umori e malumori del pubblico di fronte a dei manufatti artistici, assumono una logica e una coerenza, e purtroppo – mi verrebbe da dire – pochissime eccezioni a conferma di ancora meno regole.

Per ritornare agli interrogativi legittimi di Rose direi che: nulla o poco importa se alcune dissonanze cromatiche presenti in alcuni lavori sono miscelate con una cura maniacale al limite della ossessione. Per essere sottolineate ed apprezzate su larga scala occorre sempre caricare in maniera eccessiva e qualche volta volgare. Nulla o poco importa che in altri sia presente una metrica ed una ritmica costruttiva che in immagini spesso si traduce in una pregevole musicalità.

Per essere goduta ed apprezzata su larga scala deve potersi ascoltare solo all’orecchio. Nulla o poco importa che in altri ancora l’esplosione del movimento è sublimata in ognuno dei singoli prim, nei gruppi che ne compongono parte dei dettagli, fino ad arrivare, via via, in un crescendo d’insieme quasi coreografico. Per essere accessibile ai più occorre che si muovano davvero questi benedetti prim! Magari dopo averci cliccato su, così che anche l’aspetto giocoso legato all’interattività -altro termine di cui si abusa da sempre – è pienamente appagato.

Ma di cosa stiamo parlando poi alla fine? Potrei impegnarmi a fare diversamente per raggiungere un consenso maggiore? Si, e forse dovrei. Ma non lo farò. Perchè tradirei la mia natura. Che è appunto quella di provare a fare sculture ricche di cromatismi spesso con la quasi totale assenza di colore. Ricche di musicalità con la quasi totale assenza di suoni.
E soprattutto, ricche di movimento, pur restandosene lì, piantate ed immobili, a sfidare il buon senso. Qualche volta anche il mio :)”

Concludo dicendo che contrariamente a quanto ribadito nel titolo del suo post “ In verità vi dico…e Niente “ Nessuno Myoo dice invece Tutto, accogliendo nella sua arte, tutta da vedere e da ammirare, il suo vero senso, quell’arte che nasce per esprimere la scintilla creativa dell’artista e non per performarsi ad idee spettacolari fini a se stesse.
L’arte parla della propria anima e le fredde e calcolate competizioni non possono certamente avere la meglio.

Made in Italy: origini e problemi del marchio più imitato al mondo

Torniamo a parlare di Made in Italy e stavolta proviamo a rintracciarne un altro filo rosso per incentivarvi a investire in questo importante mercato italiano.
Quante volte prima di acquistare un prodotto vi siete fermati a cercare l’etichetta per capirne la provenienza? Quel “made in …” nella nostra testa è un indicatore di garanzia perché associamo ad ogni paese l’eccellenza in una determinata caratteristica.

Leggendo “made in Usa”, ad esempio, pensiamo all’innovazione, al Giappone colleghiamo l’alta tecnologia. “Made in Germany” è sintomo di affidabilità e robustezza, o ancora la Svizzera ci darà l’idea di precisione. E il “Made in italy”?

Le origini del marchio Made in Italy

A differenza da quanto si può immaginare, il marchio non è nato a difesa dei prodotti italiani, bensì con l’intento opposto. Agli inizi degli anni sessanta, infatti, alcuni paesi europei, tra cui Germania, Francia e l’Inghilterra, per difendere la loro produzione interna apponevano delle etichette sui prodotti stranieri, per indicare ai consumatori quali fossero quelli da evitare.

Con il passare del tempo i produttori italiani sono riusciti a trasformare questo isolamento in opportunità. Quello che all’inizio è nato come un handicap, si è rivelato essere una fortuna grazie alla quale l’Italia ne è uscita con un’identità ben precisa, diventando simbolo di creatività e qualità.

Un mercato che vale oro

La Fondazione Edison ci propone un’analisi sull’export italiano, basata sullo studio di oltre 5500 prodotti scambiati nel mercato internazionale. Lo studio, del quale vi abbiamo già parlato in occasione del lancio di Italia Caput Mundi, ha portato alla costruzione di un «Indice delle eccellenze competitive nel commercio internazionale», detto Indice Fortis-Corradini, che mostra quale posizione il nostro Paese occupa nella classifica degli esportatori per ogni singolo prodotto.

L’Italia è risultata prima esportatrice mondiale di 249 prodotti, seconda esportatrice di 347 prodotti e , terza esportatrice di altri 387 beni (dati 2009). Le eccellenze del “made in Italy” si completano con altri 610 prodotti in cui il nostro Paese nel 2009 figurava quarto o quinto tra gli esportatori a livello mondiale, per un mercato di circa 250 miliardi di dollari.
Questi numeri ci spiegano come mai ci sia tanto interesse nel cercare di speculare sull’esportazione dei prodotti italiani.

Gli effetti della contraffazione

L’Ocse, nel suo rapporto “Il fenomeno della contraffazione ed il suo impatto sul made in Italy”, mette in evidenza gli effetti negativi della contraffazione:

– indeboliscono l’ innovazione ;

– incidono negativamente sul commercio e sugli investimenti diretti esteri;

– hanno effetti negativi sull’occupazione e sulle politiche di tutela ambientale;

– possono creare problemi alla salute dei consumatori;

– limitano le entrate fiscali dei governi;

– determinano dei costi aggiuntivi per adottare misure anti-contraffazione;

– rafforzano la diffusione di attività criminali.

L’Italia è il paese più colpito dalla contraffazione alimentare, e l’Italian sounding, termine utilizzato per indicare la commercializzazione di prodotti che portano nomi di marchi che suonano italiani ma che non sono affatto prodotti in Italia, vale circa 21 miliardi contro i 13 dei prodotti originari.

La contraffazione “legale”

Accanto a fenomeni illegali come la contraffazione, esiste anche una minaccia che arriva dagli italiani stessi, che a volte sfruttano la notorietà del marchio Made in Italy, senza però garantire le caratteristiche di eccellenza ad esso legato.

La legge attuale consente alle aziende di apporre la provenienza italiana sui prodotti a condizione che la sede legale dell’azienda o l’ultima fase della produzione si trovino all’interno del territorio italiano. In questo modo è possibile spostare parte del processo in paesi dove le risorse costano meno, creando prodotti per i quali non è possibile controllare ne le tecniche di produzione ne la provenienza delle materie prime.

Certificazione 100% Made in Italy


Per ovviare al problema è stato introdotto un nuovo strumento volto alla tutela dei prodotti che esauriscono tutto il processo di produzione all’interno del territorio italiano: il marchio 100% made in Italy.

La certificazione ha l’obiettivo di consentire al consumatore di avere la garanzia sull’origine italiana e sulla qualità dei prodotti aquistati e viene rilasciata dall’Istituto per la Tutela dei Produttori Italiani.

Per un quadro più generale sull’eccellenza italiana, leggi Una classifica dei prodotti top a marchio “made in Italy”.

Cosa provocherebbe un aggiornamento di Facebook nel mondo reale [VIDEO]

Facebook ci sottopone periodicamente, troppo di frequente nell’opinione di molti, a continui aggiornamenti e modifiche di policy: ciò significa molto spesso intrusioni ‘impreviste’, inviti a tour virtuali delle nuove feature, qualche scocciatura che proprio non vorremmo.

Ma pazienza, tanto è tutto virtuale, e non dobbiamo che sistemare le impostazioni dell’account. E se invece Facebook e i suoi update fossero reali? I ragazzi di ExtremelyDecentFilm hanno provato ad immaginare cosa accadrebbe.

Entrando nella vostra home, giocando con il doppio significato di ‘casa’ e ‘feed principale’ del social network, trovereste un tizio estremente fastidioso e oltremodo petulante che insisterebbe nel farvi fare per la milionesima volta una visita del vostro appartamento.

Trovereste tv e finestre ridotte, per dare spazio alle nuove funzioni. la vostra stranza più personale (esatto, la camera/bacheca con foto e tutto quanto vi riguarda) sarebbe invasa da amici (nel senso social del termine) che hanno di recente avuto libero accesso ai vostro spazi, a vostra insaputa.

Insomma, sarebbe una disastrosa incursione nella vostra privacy, che proprio non accettereste. Ma tanto è tutto virtuale, no? 😉

SMS, iMessage e WhatsApp: i nostri dati sono al sicuro?

Sono comparsi in rete nei giorni scorsi diversi articoli che hanno posto la lente di ingrandimento sulla sicurezza dei dispositivi Apple. In particolare, un articolo di TechCrunch riporta come la stessa Apple, secondo un nuovo report CNET, sia in ultima istanza l’unica ad essere in grado di recupere le informazioni archiviate in un iPhone. A patto che quest’ultimo sia bloccato con un passcode.

iPhone estremamente sicuro contro il furto di dati personali archiviati

Ebbene si, sembra che le forze dell’ordine non siano attualmente in grado di “forzare” i dispositivi Apple aggiornati con iOS 6 e protetti con un codice di blocco. In particolare, negli articoli sopra menzionati si fa riferimento ad un agente della ATF (Federal Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives) che dopo averle provate tutte si è dovuto rivolgere proprio ad Apple per esportare i dati da un iPhone.

Il fatto se vogliamo simpatico è che Apple ha accolto la richiesta dell’agente, ma mettendolo in “lista” con un’attesa di circa 7 settimane! A conferma del fatto che, anche se in presenza di un mandato ufficiale, per esportare i dati degli utenti iPhone in supporti esterni analizzabili , non siano sufficienti software o classici esperti forensi ma serva il know-how dell’azienda di Cupertino, sempre più spesso chiamata a “svelare” i segreti contenuti nei device sequestrati dagli investigatori.

Come è intuibile, in via definitiva l’iPhone si dimostra non sicuro al 100% ma del resto, quale dispositivo lo è? Al contrario, Apple dimostra una forte attenzione alla sicurezza e protezione dei dati di chi sceglie prodotti della mela.

iMessage, messaggi crittografati a prova di intercettazioni

A metà 2011, quando Apple ha lanciato il suo sistema di messaggistica, iMessage, ha dichiarato di voler utilizzare la crittografiaend-to-end” sicura. Rapidamente iMessage è diventato il più popolare ed utilizzato sistema di chat criptato della storia.

Da un altro interessante dossier CNET, si evince come la “resistenza” della crittografia by Apple sia concreta. Da documenti interni alla DEA Americana, riferiti ad un indagine penale di febbraio 2013, si legge come “è impossibile intercettare iMessage tra due dispositivi Apple, anche con un ordine del tribunale approvato da un giudice federale“.

Se possiamo considerare iMessage un sistema di chat sicura, cosa dire di Whatsapp?

Il sistema chiuso di Apple funziona a meraviglia, quando ci troviamo dentro i suoi confini. Ma il numero degli smartphone in circolazione è in costante aumento ed una grossa fetta non veste i panni di Cupertino, ma monta altri sistemi operativi, Android su tutti.

Whatsapp deve molto della sua popolarità all’esistenza di versioni dell’app multi-piattaforma. Gli sviluppatori hanno ben pensato di far si che praticamente ogni sistema operativo mobile avesse la sua versione dell’applicazione di messaggistica che è così diventata la più diffusa ed utilizzata app di chat multi-piattaforma di sempre.

Fra le prime fu Blackberry, con il suo BB Messenger a intuire le potenzialità delle chat su rete internet alternativa agli SMS. Grosso limite di questi programmi proprio l’impossibilità di interagire con altri device.

Whatsapp: con la sicurezza come la mettiamo?

Con 18 miliardi di messaggi scambiati ogni giorno e 200 milioni di utenti attivi al mese, Whatsapp sta raggiungendo numeri spaventosi. Ma la sicurezza garantita dai metodi con cui i messaggi vengono scambiati fra gli utenti non è assolutamente adeguata.

Fino al 2012, i messaggi venivano scambiate in rete in maniera completamente trasparente (non cifrati). Attualmente i messaggi vengono cifrati, ma con un sistema di crittografia che è stato “decifrato” ed i numeri degli utenti ancora restano in chiaro. Inoltre, sui loro server il nome utente corrisponde al numero di telefono che si presume, gli interlocutori conoscano bene.

Riporto uno stralcio di articolo che sintetizza il concetto:

[…] la sicurezza e la privacy che attualmente WhatsApp vi garantisce è quasi pari a zero in quanto è implementato in maniera realmente indegna contro qualsiasi buona regola di ingegneria e sicurezza del software. Una qualunque persona che capisca qualcosa di informatica, non solo potrebbe intercettare i vostri messaggi, ma sopratutto potrebbe loggarsi e ricevere/inviare al posto vostro!!

Addirittura circola in rete una “guida” per fare ciò, che preferisco non linkare.

Tutto questo quando, ancora oggi, le compagnie telefoniche tradizionali continuano ad inviare nell’etere i nostri SMS “in chiaro.

Google e il futuro della messaggistica integrata e multi-piattaforma: Google Babel (Hangouts)

E’ in programma l’evento Google I/O questa settimana (dal 15 al 17) a San Francisco, dove ci si aspetta che Google presenti diverse novità, soprattutto in ambito software. E’ data oramai quasi per certa la presentazione del nuovo sistema di chat multi-piattaforma by Google, chiamato fino ad oggi Babel, ma che da ultime indiscrezione sembra prenderà il nome di Hangouts, l’attuale sistema di video-chat di Google, implementando così un sistema di chat testo-audio-voce completo.

Nelle settimane scorse, ha circolato anche la notizia di una possibile acquisizione di Whatsapp da parte di Google, segno dell’interesse di Mountain View all’argomento.

Se Google riuscirà a colpire nel segno, senza tralasciare importanti aspetti legati alla sicurezza ed alla privacy degli utenti, potrebbe diventare presto leader anche in questo settore, scalzando i vari Whatsapp & co.

Ci aggiorniamo presto. E voi cosa vi aspettate dall’evento Google I/O?

Problemi con i pannolini del vostro bebè? Huggies lancia TweetPee

Problemi con i pannolini del vostro bebè? Huggies lancia TweetPee

Problemi con i pannolini del vostro bebè? Huggies lancia TweetPee

Mamme e papà quante volte, sentendo il vostro piccolo piangere, vi siete precipitati a cambiare un pannolino che però era asciutto… toppando in pieno l’interpretazione della baby protesta?! In tempi di crisi arriva Tweet Pee, il dispositivo di Huggies che vi avvisa quando è il giusto momento per sostituire il pannolone. La novità, firmata dalla famosa azienda produttrice di pannolini per bebè, arriva dal Brasile ed è stata lanciata con un sito internet apposito e un video che descrive il suo funzionamento.

Huggies lancia TweetPee

TweetPee si presenta come un piccolo gadget, con la forma di un uccellino azzurro (twittamente familiare), ergonomico, facile da usare e riusare, che va attaccato sul lato anteriore del pannolino. Il dispositivo ha un sensore che misura il livello di umidità del pannolone e aggiorna i genitori, o chi è autorizzato, inviando un avviso sullo smartphone.

TweetPee, infatti, è collegato a un’App ed i messaggi vengono inoltrati con una cadenza temporale varia. Ad esempio:

– ORE 6.30: “Tutto ok qui”, cinguetta il gadget

– ORE  7.00: “Ancora asciutto”

– ORE 9.00: “Ha fatto un paio di gocce”

– ORE 10.30: “E’ arrivata l’ora di cambiarlo”.

L’App permette anche di avere una “visualizzazione grafica” del livello di umidità del pannolone per meglio tenere sotto controllo la situazione.

TweetPee è economicamente utile anche perché offre uno storico dei cambi: conta quante volte è stato cambiato il pannolino al bebè ogni giorno, calcola a che punto è la vostra scorta e, funzione veramente comoda, vi offre la possibilità di acquistare i pannolini online ovviando al rischio di rimanere senza.

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“Huggies TweetPee monitora, organizza e compra online i pannolini per una maggiore tranquillità di mamma e papà” dice in portoghese, con tono dolce e simpatico, il bimbo-voce narrante del video presentando il gadget.

Anche noi siamo convinti che l’invenzione di Huggies sia molto utile a tutti coloro i quali hanno a che fare con i bebè. L’azienda ha fatto un grande passo in avanti verso l’hi-tech e il buzz ma vorremo ben capire se e dove TweetPee è in distribuzione, quanto costa e come comprarlo. Al momento pare che i più fortunati siano le mamme e i papà brasiliani.

Fermiamo la pubblicità sessista in Italia, firma la petizione di ADCI

Gli italiani sono sempre più attenti ai messaggi trasmessi nelle pubblicità nazionali e mostrano una certa insofferenza nei confronti di pubblicità che abusano del corpo femminile e dei luoghi comuni, offendendo la dignità di diverse categorie di pubblici.

L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria può agire tempestivamente contro gli eccessi imponendo un rapido ritiro delle campagne più offensive. Ma tutto ciò non basta.

I modi in cui una pubblicità può essere degradante sono molti, sottili e infidi: la diffusione ripetuta di stereotipi di genere consolida discriminazioni e frena lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturali arretrati, riduttivi e dannosi.
Donne tutte uguali e unicamente dedite alla bellezza seduttiva, o alla pulizia della casa e alla cura della famiglia, la cui identità si esaurisce nell’essere “casalinghe” o “sexy” o “madri” o “nonne”.

Vediamo uomini tutti uguali e interessati solo a sesso, successo, calcio. Vediamo bambini intrappolati in comportamenti e relazioni familiari connotate dal genere: questi sono esempi di cliché. La loro ripetizione incoraggia il pensiero unico.

E allora l’Italia vuole dare l’esempio e non rassegnarsi, e a rappresentanza dell’intera categoria di pubblicitari (ma non solo, soprattutto non solo) l’ADCI rivolge una petizione al Ministro Josefa Idem.

L’Art Directors Club Italiano riunisce i protagonisti del processo di creazione dei contenuti pubblicitari, accomunati da un obiettivo: migliorare la pubblicità in Italia.

Selezionare i migliori lavori, ogni anno dal 1986, non è bastato, nè tantomeno scrivere nero su bianco le buone regole del mestiere nel manifesto deontologico ADCI (diffuso e pubblicato su Il Sole 24 Ore, nell’aprile 2011)

Dietro ogni campagna pubblicitaria che viene prodotta (decine di migliaia, ogni anno) ci sono tante decisioni prese da tante persone: singoli professionisti, persone che lavorano nelle agenzie e nelle aziende, fotografi, registi… Ancora troppi credono che la pubblicità debba vendere a qualsiasi costo e che, così come la si sta facendo, vada bene e piaccia agli italiani. Non è vero.

Nel marzo 2013 è stato commissionato dall’ ADCI un sondaggio all’Istituto Piepoli, ed è emerso che il 58% degli italiani è d’accordo nel ritenere che le pubblicità attuali trasmettano più messaggi negativi rispetto al passato.
La pubblicità italiana è considerata da osservatori internazionali tra le più sessiste del mondo.

È possibile cambiare le cose? Certo.

La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a farlo. In diversi paesi sono in vigore norme sulla pubblicità sessista. Anche in Italia dobbiamo poterla scoraggiare. Dobbiamo poterla sanzionare in modo più esteso ed energico di quanto avvenga ora.


Da addetti ai lavori, possiamo dare il nostro contributo perché in Italia nuove norme sulla pubblicità sessista non restino solo “sulla carta”, come spesso succede alle buone intenzioni di difficile realizzazione, ma incidano in modo sostanziale migliorando le pratiche della nostra professione.

Abbiamo però bisogno che le cittadine e i cittadini esprimano il bisogno collettivo e urgente di cambiare le cose.

Per questo la petizione “Fermiamo la pubblicità sessista in Italia” è indirizzata al Ministro per le Pari Opportunità, Josefa Idem.

App gratuite: è finita l'era dei contenuti a pagamento?

Di quanti device avevamo bisogno una volta per fotografare, filmare, segnare appuntamenti, registrare, telefonare? Con l’avvento degli smartphone, tutto è cambiato. Le persone hanno a dispozione letteralmente il mondo in un solo strumento. Il modo di fruire musica, videogiochi, media è esponenzialmente più semplice.

Far pagare per un contenuto, – scaricabile o visualizzabile in streaming (non sempre legalmente) – è sempre più difficile ed è necessario utilizzare le Best Practice Mobile che vi illustrerò più avanti.

L’epoca del Palinsesto Digitale

Pensate a questo esempio: Domenica 5 maggio 2013, seconda serata: per il canale via cavo americano AMC è il momento per l’attesissima sesta puntata della sesta stagione di Mad Men, pluripremiata serie ambientata a cavallo degli anni ’60 che parla delle vicende di un’agenzia pubblicitaria newyorkese e in particolare del suo controverso direttore creativo, Donald Draper.

Pochi minuti dopo la fine dell’episodio, un file dal nome Mad.Men.S06E06.HDTV.x264.-EVOLVE.mp4 è già presente sul web, disponibile per il download tramite l’App uTorrent e “alleggerita” degli spot pubblicitari: un esempio che potremo applicare a tanti altri prodotti simili.

Secondo un recente sondaggio effettuato da Censimento.tv, il motivo principale per un tale successo del download di telefilm sarebbe “il poter seguire la programmazione originale senza tempi d’attesa” seguito a breve distanza dal fatto che gli spettatori italiani “non amano il doppiaggio”, una tesi confermata anche da un recente articolo di Repubblica.it che parla di come “Senza doppiaggio il cinema piace di più”.

L’ansia per l’attesa

Parliamo di eventi sportivi come la Champions League un fenomeno che dai quarti di finale in avanti riunisce molti milioni di telespettatori davanti a schermi di ogni grandezza: dal megaschermo televisivo… al piccolo schermo di uno smartphone. In quest’ultimo caso, molti di voi smanettoni e appassionati di streaming mobile avranno già riconosciuto l’app di cui sto parlando, Veetle.

Originariamente Veetle era un semplice sito web dove era possibile visualizzare streaming di ogni genere, una sorte di Rojadirecta concepito in maniera differente; con l’evoluzione delle tecnologie e la convergenza mobile degli ultimi anni, favorita dalla diffusione degli smartphone, Veetle ha creato un’app che nulla di nuovo apportava alla versione web.

 

A dare una nuova impronta all’utilizzo di questa applicazione sono stati però gli utenti stessi, come sempre più spesso accade: con la telecamera dei propri smartphone, gli utenti utilizzano Veetle registrando e trasmettendo in diretta eventi sportivi dal vivo, spesso puntando la telecamera direttamente sul proprio televisore.
Successivamente altri veetleiani possono ricercare l’evento sportivo che vogliono vedere tramite un metodo hashtag Twitter-style.

Un successo senza precedenti che spaventa sempre di più servizi come Mediaset Premium, già in crisi di risultati da tempo.

E’ finita l’era delle App a pagamento?

E’ praticamente possibile avere accesso ad ogni programma/servizio/applicazione… in un modo o nell’altro. Stratagemmi come il Jailbreak per iPhone o addirittura app scaricabili tramite Google Play Store come Aptoide  permettono di ottenere buona parte delle app più popolari senza spendere un centesimo.

E’ vero che il pericolo di virus o malware sono sempre dietro l’angolo, ma per molti utenti il gioco vale la candela (senza contare la possibilità di utilizzare mobile antivirus come Avast!).

E le software house come reagiscono? Qual è il metodo con cui questo trend piratesco viene contrastato? La metodologia giusta è il cosiddetto Spotify-style, forse la migliore Best Practice del momento in ambito digitale.

Un concetto di marketing vecchio come la scoperta del fuoco ma che non muore mai: il primo passo per conquistare un cliente e renderlo fedele è concedergli un sample, di un quantitativo tale da ingolosirlo ma senza renderlo soddisfatto al cento per cento.

Questo concetto è perfetto per chi sviluppa app al giorno d’oggi ed è stata seguita alla lettera da Spotify: gli utenti hanno a disposizione una versione basic, dove è possibile ascoltare illimitatamente (all’inizio!) i propri brani preferiti da computer sorbendosi ogni tanto degli spot pubblicitari, proprio come su una radio tradizionale.

Per chi vuole eliminare ogni interruzione con il più il vantaggio di ascoltare tramite smartphone le proprie list preferite… non resta altro modo che mettere mano al portafogli!

Le Mobile Best Practice

Un concetto tanto semplice quanto efficace, che è seguito molto efficacemente da alcuni giochi di successo come Temple Run 2 o Fruit Ninja (tanto per citare un titolo sicuramente caro ai lettori di questo sito!), con metodologie diverse:

  • Il primo è gratuito e resta sempre tale, ma è possibile acquistare dei bonus e power up che facilitano nell’avanzamento del gioco;
  • Il secondo è scaricabile gratuitamente, ma dopo un certo livello per proseguire è necessario acquistare la versione a pagamento.

Personalmente ritengo questo secondo metodo che “taglia” il divertimento dei giocatori sul più bello possa avere anche risvolti negativi (vedi la possibilità di scaricare illegalmente i giochi) ma che può risultare efficace per una fascia di consumatori che non sono in grado di smanettare con il proprio smartphone.

 

Ritengo invece la strategia adottata dagli sviluppatori di giochi come Temple Run e simili sia al giorno d’oggi quella maggiormente efficace: lasciare la scelta agli utenti non è più una delle scelte, ma una necessità. Sono loro che decretano il successo di un’applicazione, di un servizio, di un telefilm. Il metodo che scelgono per usufruirne è spesso il metodo migliore.

Sviluppatori e manager devono prendere spunto dai feedback che lasciano gli utenti: un semplice commento sull’Apple Store può cambiare la storia di di un’app.

A volte non è necessario abbandonare un mercato in crisi ma cambiare il mercato stesso, adattando il prodotto alle mutate esigenze del consumatore.

E come diceva un vecchio adagio “Ogni lasciata è persa”. Specialmente nell’epoca in cui viviamo oggi.

Facebook Home: come cambierà l'advertising?

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Con il lancio di Home, il social più famoso del mondo ha svelato chiaramente le sue strategie di sviluppo per il futuro, intraprendendo una decisa svolta mobile.

Questa scelta strategica appare motivata dai dati finanziari del primo trimestre del 2013 rilasciati pochi giorni fa.

Dai dati del Q1 2013 emerge infatti che gli utenti mobile sono quelli che stanno crescendo maggiormente (+54% rispetto al 2012) e che ormai una quasi un terzo delle entrate pubblicitarie arrivano proprio dal mobile (+23% rispetto al trimestre precedente).

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Ma cerchiamo di andare oltre e di capire quale sarà l’impatto di questa strategia per il Facebook Marketing.

1. Il fattore “Permanent logins”

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Il principale motivo relativo all’introduzione di Home non sono le inserzioni, che a detta dello stesso Zuckemberg verranno inserite in un secondo momento, ma bensì la possibilità di migliorare la conoscenza del proprio target audience.

La nuova APP supporta la strategia mobile di Facebook  aiutandolo a risolvere uno dei problemi più complessi che si trova ad affrontare il marketing digitale: la conoscenza della relazione tra l’utilizzo di dispositivi mobile e desktop.

Conoscendo al meglio questa relazione Facebook sarà in grado di sapere come e quando passiamo da un dispositivo all’altro e questo permetterà ai suoi inserzionisti di realizzare campagne cross-device notevolmente più efficaci. 

2. Advertising Geolocalizzato

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Una delle possibili implicazioni dell’advertising collegato ad Home è la possibilità di essere raggiunti direttamente nel proprio smartphone con inserzioni geolocalizzate.

Robin Grant, amministratore delegato di We Are Social, conferma questa possibilità affermando:

Lo sviluppo più interessante per gli inserzionisti sarà l’opportunità di utilizzare Facebook Home per tenere traccia della posizione di un consumatore. In questo modo gli inserzionisti potrebbero offrire ai consumatori messaggi commerciali rilevanti in maniera tempestiva in base alla loro posizione.”

3. Il rischio Saturazione

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Facebook Home è stata lanciata il 12 Aprile senza alcun tipo di inserzione, ma come già detto, fin dalla sua presentazione è stato comunicato che in futuro potrebbero essere inserite.

Il rischio di uno swich-off immediato da parte degli utenti è però molto elevato considerando che la presenza di pubblicità in uno spazio così personale come il proprio smartphone potrebbe essere molto meno tollerato rispetto a quanto avviene con i dispositivi desktop.

4. Il problema Privacy

L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Facebook Home ha già messo in allerta i sostenitori della privacy che sostengono che la possibilità di trasmettere dati sensibili relativi alla propria posizione potrebbe permettere al gigante dei social network di dedurre facilmente informazioni di natura personale come il proprio domicilio.

5. C’è ancora molta strada da fare

Prima di arrivare a quanto affermato in precedenza, dobbiamo ammettere che la strada da fare è ancora molta ed in salita per Facebook Home.

Per rendersene conto basta guardare il suo rating all’ interno di Google Play: 2,2 su 5 con ben oltre il 50% degli utenti che lo hanno recensito con il punteggio minimo. L’evoluzione mobile del Facebook Marketing Spulciando qualche recensione appare evidente che malgrado l’idea possa essere considerata anche buona la realizzazione invece sia stata totalmente insufficiente e che l’utilizzo del launcher di Facebook vada di fatto a limitare le potenzialità del proprio smartphone Android.

Quindi c’è ancora molto da fare, ma le potenzialità per un ulteriore sviluppo di Facebook in chiave mobile ci sono tutte. E voi che ne pensate?

Google

Qual è il videogioco perfetto per te?

Qual è il videogioco perfetto per te? [INFOGRAFICA]

Qual è il videogioco perfetto per te?

Ogni tanto, un bel videogioco per passare un paio d’ore non è una cattiva idea. Cosa preferite? Una simulazione sportiva o un platform? O ancora un party game, ideale per una serata in compagnia degli amici? Ce n’è per tutti i gusti… ma hai mai pensato che esiste un gioco, un videogioco preciso, perfetto per la tua personalità? A dare una risposta ci pensa l’infografica di Gamesnext.com!

Si parte da una domanda spinosa: preferiresti evitare di usare troppo il cervello? E di lì si può finire nei pericolosi territori del MMORPG più famoso di sempre, World of Warcraft, oppure sul palco con i mostri sacri del rock (Rockband) o ancora a costruire e gestire con sapienza una città (Sim City 2000).
Non mancano i grandi classici come Tetris e Monkey Island.

Mi sono divertito a fare e rifare il test e, a seconda delle diverse risposte, ho seguito i percorsi che mi hanno portato a Braid, World of Wordcraft, Super Punch Out, Secret of Mana. Che tu sia un retrogamer o un appassionato delle console di ultima generazione, un gioco per te c’è sempre.
Cosa aspetti a provare?

Qual è il videogioco perfetto per te?

facebook

Perché Facebook vuole comprare Waze?

Da qualche giorno in Rete si  parla del nuovo, possibile, acquisto di FacebookDopo aver acquistato Instagram, il social network di Mark Zuckerberg sembra voler mettere le mani su Waze.

Quest’ultima non è una semplice applicazione GPS per evitare il traffico, anzi, con il tempo tra i suoi utilizzatori si è sviluppata una vera e propria community di guidatori . Scopriamo insieme i punti forti della community di Wazers e le lacune “facebookiane” che potrebbero essere colmate grazie all’integrazione con quest’app.

Aspetto competitivo

La prima motivazione si lega all’aspetto competitivo, visto che tutte le grandi compagnie tecnologiche quali Microsoft, Google ed Apple possiedono un servizio di mapping.

Con l’acquisto di Waze anche Facebook potrebbe dimostrarsi alla pari delle tech majors, sfruttando una mole di utenti attivi sul social network che apporterebbero informazioni sempre più dettagliate sugli itinerari di viaggio.

Crowdsourcing in tempo reale

Grazie alla possibilità di aggiornare in tempo reale gli altri automobilisti su situazioni di pericolo, traffico, posti di blocco ecc…, fornendo di conseguenza le alternative più efficaci ed efficienti per evitare inconveniente lungo il percorso di viaggio.

Creando per questo un’autentica crowdsourced map con aggiornamento in tempo reale. Con una successiva monetizzazione delle ricerche locali e gran felicità per le attività di zona.

Motivare la geolocalizzazione su Facebook

Fino ad ora la geolocalizzaazione su Facebook non ha motivato abbastanza gli utenti nel fare il check-in in diversi luoghi. Un interesse che ha visto utilizzare questa funzionalità solo per far vedere ad amici e parenti dove ci si trovava il tal giorno.

Non è  mai stato possibile, facendo un paragone con Foursquare, offrire sconti in cambio di check-in. L’acquisizione di Waze ne permetterebbe un‘integrazione con la Graph Search, godendo di un appeal estetico oltre che funzionale.

Social gaming su quattro ruote

Altro punto forte di Waze è l’aspetto ludico dell’applicazione, in quanto arrichisce l’esperienza del viaggio con l’aspetto del social gaming.

Ebbene sì, viaggiare diventa un gioco (non uno scherzo sia ben chiaro  😉 ). Si accumulano punti macinando km di viaggio e si condivide il proprio punteggio in classifica top wazers su Facebook, grazie alla connessione tra l’app e la piattaforma social.

Per avere in seguito un piccolo momento di celebrità anche sulla pagina Facebook di Waze!

 

Qual’è la posta in gioco nell’accordo? Un miliardo di dollari; per avere accesso a una mole di dati relativa alle abitudini di spostamento degli utenti.

Cosa avranno in serbo Facebook e Waze? Nessuna delle due parti si sbilancia nel rilasciare dichiarazioni, per ora nessuna smentita. Staremo a vedere.