Forward: reverse-video surreale di Messe Kopp [VIRAL VIDEO]

Come si fa ad andare avanti, andando indietro? Probabilmente qualcosa di simile frullava in testa al geniale Messe Kopp nell’ideare il surreale video “Forward”: il protagonista è proprio l’art director israeliano che cammina tra le strade di Gerusalemme, mentre tutto ciò che lo circonda gli scorre di fianco al contrario.

La tecnica utilizzata è quella di montare il video “riavvolgendo il nastro”: Kopp, per quanto le sue azioni sembrino molto naturali, in realtà si muove e cammina all’indietro, ed il contrasto con i movimenti delle persone circostanti rendono il video ipnotico, a tratti assurdo.

Mentre il video scorre è impossibile non chiedersi come il regista abbia fatto a realizzarlo e per questa ragione l’utente di Youtube “anything 897” ha caricato un “making of” che mostra la sequenza di immagini così come sono state riprese.

L’israeliano non è stato però il primo a realizzare un “backwards video”, chi guardandolo non ha pensato al videoclip della famosissima “The Scientist” dei Coldplay o magari a quello meno famoso di “Drop” dei The Pharcyde? Quello che rende questo lavoro davvero entusiasmante è il fatto che sia stato girato interamente su un unico piano sequenza, quindi senza editing, stacchi o tagli.

Il video ha circa 4 milioni di views quasi a mostrare quanto, molto spesso, l’idea conta più di qualsiasi effetto speciale: per la realizzazione infatti il regista si è servito di un semplice programma di editing e dopo aver immaginato lo storyboard ha impiegato appena due ore per le riprese per poi limitarsi semplicemente a “mandare indietro”.

Minus IQ Pills, le nuove pillole per ridurre il quoziente intellettivo [VIDEO]

Minus IQ  è assolutamente un video provocatorio e irriverente e forse proprio queste due caratteristiche sono il “segreto” del successo di questo video che nei primi due giorni aveva raggiunto quota 700 mila visualizzazioni su Youtube e ad oggi è a più di un milione.

Dietro a questo video non ci sono grandi brand o complesse pianificazioni di comunicazione ma è semplicemente il modo che una piccola agenzia creativa di Londra – SleepThinker – ha deciso di utilizzare per promuoversi. L’ideazione di un video virale che dimostra concretamente la capacità creativa dell’agenzia stessa.

Il video è un mash-up di codici di linguaggio in cui l’impostazione informativa si fonde con il classico spot televisivo e in poco più di due minuti viene diluito il messaggio chiave del video che ironizza intorno alla stupidità.

Sicuramente, oltre all’interesse che può suscitare l’idea di una pillola che riduca le proprie capacità intellettive, il tipo di humour utilizzato in Minus IQ gioca un ruolo chiave nella diffusione di questo video, in quanto può risultare offensivo o arrogante per alcuni come invece può essere percepito divertente e arguto per altri; e questa dualità di posizioni possibili crea un potenziale dibattito tra gli utenti.

Assurdo, humour e un editing “credibile” rendono questo video un buon esempio di viral video d’autore. Che sia anche questa una provocazione?

Email marketing: 7 regole per un design efficace

L’Email marketing, un tipo di direct marketing che utilizza la posta elettronica per comunicare con il suo pubblico, nonostante l’avvento delle nuove piattaforme 2.0 è tutt’altro che morto.

Infatti è tuttora considerato tra le più importanti tecniche di marketing cui le aziende e i professionisti possano fare ricorso, ma a una condizione: che si conosca lo strumento riuscendo a trarne il massimo beneficio.

A tal proposito abbiamo estrapolato dell’interessantissima infografica creata da Email Monks le 7 regole da seguire perché la progettazione delle vostre email risulti impeccabile. Eccole qua:

1) Brand optimization

Nello spazio dedicato al mittente dell’email inserite il nome del vostro brand e un’indirizzo email di provenienza che sia identificabile e risulti quanto più affidabile possibile.
Anche l’oggetto gioca un ruolo importantissimo nell’email marketing: sceglietene uno che riesca a essere al tempo stesso informativo, riconoscibile e breve (massimo 35 caratteri), evitando parole tipiche dello spam e utilizzando con parsimonia le lettere maiuscole.

2) Pre-header & header

Prevedendo che la vostra email possa non essere visualizzata correttamente, il pre-header è il posto giusto dove inserire un link per la versione online.
Inoltre tenete in considerazione il fatto che alcuni client di posta elettronica permettono di inserire un testo di anteprima intorno ai 100 caratteri, un’interessante opportunità per approfondire il messaggio che avete già accennato nell’oggetto.
Per quanto riguarda la testata, invece, la sua larghezza ideale è entro i 150 pixel, per evitare che l’utente debba scorrere troppo in basso per visualizzare il messaggio principale.

3) Email layout

Fondamentale, in ottica di email marketing, è la progettazione del layout, preferibilmente verticale e con una larghezza che si aggiri tra i 500 e i 600 pixel. Equilibrate la ricorrenza di testo e immagini e prevedete, se occorre, una barra di navigazione per districarsi con facilità tra i vostri prodotti e le rispettive categorie, nel caso siano abbondanti.

4) Impatto visivo

Grafiche e immagini sono più eloquenti delle parole e sono l’ideale per la delineazione delle sezioni. Tuttavia potrebbero non essere visualizzate correttamente in alcuni client di posta elettronica, perciò, in fase di progettazione, è bene sviluppare i contenuti in modo che possano essere autonomi e significativi in caso di assenza del proprio accompagnamento visivo.
E, a proposito di immagini, meglio prediligerle ai video, magari incorporandovi un link che porti a una landing page contenente il video in questione.

5) Contenuti e formattazione

Nell’email marketing la strategia di contenuti deve rispettare le regole generali del copywriting e del web editing: frasi brevi e suddivisione in paragrafi, utilizzo sapiente del grassetto e dei titoli, elementi grafici per suddividere in modo chiaro le sezioni e uso di font standard per il web supportati da qualunque piattaforma.
Calcolate una grandezza di 14 pt per il corpo del testo e di minimo 22 pt per i titoli e non dimenticate di revisionare i contenuti: sembra banale, ma i refusi e gli errori grammaticali sono sempre in agguato e non fanno fare una bella figura!

6) Footer

Posto alla fine della vostra email, il footer è uno spazio da non sottovalutare, perché è il posto ideale dove includere tutti i vostri contatti, i link alle sezioni principali del vostro sito web e i bottoni social per condividere con facilità la vostra email. Ecco che la vostra strategia di email marketing strizza l’occhio alle nuove piattaforme che, adesso ci sembra chiaro, più che sostituirla si prestano a collaborare in un’ottica di marketing a 360°!

7) Mobile email design

Non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza degli utenti controlla quotidianamente le proprie email attraverso il proprio smartphone. Per questo motivo la vostra progettazione deve tener conto della risoluzione su mobile, con un layout a una colonna o, meglio ancora, che sia responsive a adattabile a qualunque risoluzione. Call to action, link e bottoni devono essere intuibili e a portata di dita.

L’infografica completa la trovate qui.

Bees Awards 2013: i giurati svelano i segreti delle migliori campagne social [INTERVISTA]

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato della quarta edizione Bees Awards, un premio internazionale che riconosce i migliori progetti nell’ambito del social media marketing.

Da bravi ninja abbiamo deciso di intervistare due membri della prestigiosa giuria internazionale: Andre LeMasurier e Richard Ting.

Andre LeMasurier è Integrated Creative Director alla sede di Los Angeles di Saatchi&Saatchi ed è riconosciuto internazionalmente per i suoi contributi ad aziende globalmente riconosciute come Disney, Lexus, Nokia, Mastercard e Samsung, per citarne alcuni.

Richard Ting è EVP, Global Executive Creative Director, Mobile & Social Platforms alla R/GA e si concentra sulla creazione di piattaforme digitali integrate fruibili su web, mobile e sui social media. Anche lui ha collaborato con grandi aziende come Nike, Verizon, Walmart.

Questi due ex-partecipanti ed ex-vincitori quest’anno si trovano dall’altra parte del tavolo e starà a loro giudicare il lavoro dei candidati.

Ecco cosa gli abbiamo chiesto:

Prima ancora di aver visto i lavori dei partecipanti ai Bees Awards 2013, quale pensi sia stata la miglior campagna dell’anno?

Andre LeMasurier:

Tra le campagne che hanno spiccato finora, secondo me la più degna di nota è il tweet di Oreo sul blackout del SuperBowl – non solo si è aperto un varco nel disordine, ma ha anche messo l’accento su un particolare momento sfruttandolo per guadagnare visibilità nei media (una cosa per nulla facile). L’abilità di un brand di agire in tempo reale è più importante che mai di questi tempi.

La seconda campagna che risalta in maniera particolare è la caduta libera stratoferica del Red Bull Stratos – il massimo in termini di sponsor e stunt. Tutti la stava guardando, ne stavano parlando, condividevano contenuti al riguardo e questa acrobazia folle ha lasciato il mondo incantato per settimane.

Una terza candidata potrebbe essere la campagna #FindYourGreatness di Nike durante i giochi olimpici. Il guerriglia marketing ha fatto il suo lavoro gettando ombra su Adidas – lo sponsor ufficiale – con facilità.

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Una menzione speciale va ad Old Spice che ha spaccato ancora con “Old Spice Muscle Music“, il primo player interattivo mai creato su Vimeo, e con il videogioco old school che si burlava della previsione dei Maya, “Dikembe Mutumbo’s 4 1/2 Weeks to Save the World”. Entrambi sono esplosi in un baleno e hanno ottenuto numeri enormi, condivisione e feeling.

Richard Ting:

Penso che la campagna “Hashtag Killer” di DDB New York e Water is Life sia stata molto interessante. Consisteva sostanzialmente nel giocare sull’ironico meme #firstworldproblems che circola su Twitter, chiedendo ad alcuni abitanti di Haiti di recitare alcuni tweet sui “problemi del primo mondo” (ad esempio non avere i sedili riscaldati).

Ponendo l’accento sull’hashtag #firstworldproblems, la campagna è riuscita a direzionare l’attenzione verso i veri problemi che colpiscono il mondo, come la mancanza di acqua pulita nei paesi in via di sviluppo.

 

Abbiamo posto ai giurati anche una domanda specifica del settore di marketing dei quali si occupano:

Andre, come dovrebbe essere attuata una strategia di advertising per poter avere successo?

Una strategia di advertising deve concentrarsi su una verità precisa e profonda riguardante il consumatore e il produttore – possibilmente entrambi.

Bisogna comprendere in maniera chiara a chi ci si sta rivolgendo e di cosa si sta parlando, e un buon sommario strategico vi darà un’intuizione di base o un’idea che sfocerà immediatamente nel vero potenziale della campagna. Questo, inoltre, indicherà i punti in cui il brand può vincere in un mercato molto trafficato.

Qual è l’unica proposta che vende? Dove può risaltare il brand rispetto alla concorrenza e distinguersi? Cosa possediamo che nessun altro ha? Una volta identificato il problema, hai scovato la tua opportunità.

Richard, cosa ne pensi della recente tendenza dei social network ad unificare le interfacce desktop e mobile (per esempio il nuovo NewsFeed ha preso molto dalle app per iOS e Android)?

É assolutamente logico dal punto di vista del branding e dell’usabilità. La modalità d’utilizzo dovrebbe sembrare più unificata e simile possibile, indipendentemente dalla piattaforma che il consumatore sta usando per avere accesso ai tuoi contenuti ed esperienze.

La presenza di interfacce e layout simili è anche positivo per il brand, in quanto i consumatori non devono reimparare completamente ad utilizzare una nuova interfaccia quando passano da desktop a mobile.

Ed infine abbiamo chiesto ad entrambi alcuni consigli:

Dicci tre elementi che caratterizzano un’idea vincente

Andre LeMasurier:

Anche se non c’è un elenco magico per avere grandi idee, ci sono tre elementi chiave che solitamente possono aiutare: arguzia, tempestività (intrecciata in maniera ideale nella trama che è il mondo di chi vi ascolta, nel momento in cui vi ascolta) ed un’esecuzione perfetta di solito sono la chiave. Tutti possono avere un’idea brillante, ma senza un’esecuzione adatta di solito cadrà nel silenzio.

Richard Ting:

Grande idea – deve essere chiara, di impatto, e basata su un aspetto profondo del consumatore;
Grande esecuzione – dev’essere ben fatta, altamente usabile e consegnata in maniera esperta al consumatore;
Grande uso dei social – deve portare i consumatori a condividere e avvicinarsi ai contenuti del brand.

Digital fundraising e marketing sociale: come si dirige una campagna efficace [II PARTE]

Ormai sappiamo bene che il fundraising non è prerogativa del volontariato e che sia singoli che PMI possono trovarvi ottime opportunità professionali.

Ad un certo punto ci siamo chiesti in che modo un’impresa può promuovere attraverso attività di fundraising i suoi interessi commerciali, passando dal prodotto all’anima, e avere così anche un impatto sociale: per capirne di più occorreva farci spiegare nel dettaglio le strategie di comunicazione e marketing legate alla cultura d’impresa e al management per il fundraising.

A chiarirci le idee è stato Lorenzo Catapano, responsabile Digital Media di Save The Children Italia, che ieri ci ha raccontato strumenti e metodi per realizzare una campagna di raccolta fondi efficace. Ecco la seconda parte dell’intervista, durante la quale abbiamo anche commentato i due anni di guerra in Siria, che è una delle cause a cui sta lavorando l’organizzazione.

Cosa pensi delle piattaforme di crowdsourcing, utili sia a creare un proprio progetto che condurre da soli una piccola campagna di raccolta fondi per finanziarlo?

Se parliamo di crowsourcing e in particolare di crowdfunding, visto che consideriamo nello specifico il fundraising, credo che ci siano davvero molte piattaforme che siano in grado di supportare efficacemente una persona comune che decide di promuovere una causa.
Mentre però nei paesi anglosassoni c’è maggiore predisposizione culturale a queste meccaniche di raccolta fondi – probabilmente il case study di eccellenza è Kiva.org – in Italia le iniziative promosse tramite queste modello trovano maggiore successo quando sono focalizzate su una causa molto specifica e generalmente riescono ad ottenere buoni risultati quando chi le promuove parte dalla propria community amicale e familiare.

Ad ogni modo, credo sia fondamentale non concentrarsi solamente sulle meccaniche di raccolta fondi offerte al livello di piattaforma, ma piuttosto partire dalla realizzazione di uno storytelling efficace che sia in grado di coinvolgere i contatti raggiunti, sensibilizzandoli in maniera forte rispetto alla causa e solo dopo proponendo loro una donazione.

C’è qualcosa per cui, secondo te, dovremmo imparare a stare attenti quando decidiamo di preferire queste risorse online?

Se vogliamo invece sottolineare alcune criticità che iniziative del genere potrebbero far emergere, c’è senza dubbio la difficoltà nel verificare in maniera approfondita l’autenticità della causa e soprattutto la capacità di realizzarla da parte di chi le propone. E’ per questo probabilmente, anche per colpa del nostro scetticismo, in alcuni casi utile, che in Italia i progetti di crowdfunding solidale trovano maggiore efficacia all’interno di community vicine a chi le propone e su cause di entità più contenute o davvero molto specifiche.

Da fundraiser professionista, come si sceglie la Buona Causa? E da potenziale donatore?

In realtà non penso sia così difficile scegliere una Buona Causa, ce ne sono davvero tante da avere l’imbarazzo della scelta.

Credo piuttosto che da parte delle organizzazioni debba esserci grande attenzione nel promuovere progetti che abbiano la capacità di produrre un impatto realmente positivo, che siano sostenibili nel tempo, e cosa altrettanto importante, che siano effettivamente rendicontabili ai donatori rispetto ai risultati raggiunti.
Lo scetticismo diffuso attorno alle realtà non profit va controbilanciato dalla capacità delle organizzazioni di instaurare una comunicazione e una relazione il più possibile trasparente e onesta con i propri donatori e con la società civile in generale.

Sempre di più, le persone che donano anche solo due euro tramite sms sono interessante a conoscere dove andranno i loro soldi e quanto l’organizzazione sarà efficiente quando li impiega nei progetti. Credo sia essenziale che ogni realtà non profit sia molto attenta a questi aspetti, che sappia chiedere fondi e restituire informazioni nei tempi adeguati, che pubblichi online il proprio bilancio e che lo comunichi all’esterno con soddisfazione, invece di posizionarlo in una pagina sperduta del sito.

In Save the Children siamo molto attenti a questi aspetti e ci sorprendiamo sempre positivamente di quanto non solo i donatori, ma anche chi ci segue, come fan e follower, sia davvero molto interessato a saperne di più su come le donazioni vengono impiegate e come in generale l’Organizzazione è in grado di produrre risultati positivi.

Non solo lavoriamo molto sul formato e il testo del bilancio per renderlo il più possibile “parlante” rispetto a ciò che facciamo, ma prevediamo dei momenti dell’anno in cui lo comunichiamo in maniera approfondita e proattiva, e quindi non solo reattiva rispetto a eventuali richieste di informazioni che ci provengono dalla rete.
Questo tipo di comunicazioni è sempre molto apprezzato e sono convinto che impatti indirettamente anche sui nostri risultati di raccolta fondi.

La causa siriana: Childhood under fire

Recentemente Save The Children ha denunciato, attraverso rapporto “Childhood under fire“, la gravissima situazione della guerra civile in Siria, in occasione del secondo anniversario della rivolta anti-Assad: due milioni di bambini soffrono per traumi fisici e psicologici, malnutrizione e malattia.

Per molti di loro questo significa la fine dell’infanzia e per molti altri, invece, corrisponde al momento del loro reclutamento nei gruppi armati, venendo impiegati come sentinelle, informatori o scudi umani durante i combattimenti. Anche un rapporto dell’Unicef di qualche settimana fa informa che una generazione sta scomparendo sotto le macerie di questa guerra.

Alla luce di tutto quel che ci siamo detti fin qui, te la senti di commentare questa notizia e, quindi, di passare dalla teoria alla pratica?

Quello che sta succedendo in Siria è una vera catastrofe.

I numeri che hai citato danno le dimensioni di questa drammatica situazione e la mobilitazione delle organizzazioni umanitarie è fondamentale.
Il 15 marzo è stato il secondo anniversario dall’inizio del conflitto e l’uscita del nostro rapporto ha voluto riportare in maniera molto evidente la reale situazione in cui quei bambini sono costretti a vivere e cosa hanno dovuto subire.

Per questi motivi, lo sviluppo di una forte campagna integrata online/offline ci ha permesso di dare voce a questi bambini e di lanciare una petizione per chiedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e al Segretario Generale Ban Ki-moon di attivarsi per porre fine a queste violenze e garantire agli aiuti umanitari di raggiungere i bambini in Siria.

La mobilitazione delle persone è stata davvero alta e in dieci giorni siamo riusciti a raccogliere più di 10.000 firme, come anche numerose donazioni per portare avanti il nostro intervento nei campi profughi al confine siriano.

In che modo questa situazione oggi ha più visibilità rispetto a quanta ne avrebbe avuta nel passato? Rischiamo una speculazione d’informazione in questo senso?

Al di là della specifica campagna, è sicuramente corretto dire che l’utilizzo dei social media e dell’online in generale permette potenzialmente di raggiungere un’ampia audience e di dare più visibilità a questo tipo di situazioni, ma nella pratica è comunque molto difficile riuscire in questa impresa, soprattutto quando i media mainstream coprono molto poco questo tipo di emergenze.

Di conseguenza, credo che oggi ci sia sicuramente maggiore spazio per far circolare le informazioni, ma allo stesso tempo si rischia anche una maggiore dispersione e una generale confusione rispetto alle fonti.
In questo senso, chi è destinatario di questi appelli di mobilitazione o di raccolta fondi può in alcuni casi dimostrare una minore attenzione rispetto alle tante “buone cause” che gli vengono proposte e in generale un maggiore scetticismo che può portarlo ad attivarsi meno.

Ancora una volta, credo sia compito delle organizzazioni quello di posizionarsi in maniera forte e continuativa su alcuni temi importanti, come del resto Save the Children ha fatto fin dall’inizio del conflitto rispetto alla situazione siriana, in maniera da costruirsi una buona credibilità, che superi l’esigenza di raccolta fondi specifica e che renda la realtà non profit davvero autorevole agli occhi della persone.

Sono sicuro che i donatori, seppur sottoposti ormai a una miriade di richieste di donazione, sapranno premiare chi ha lavorato maggiormente in questa direzione.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Non molto tempo fa vi parlammo di un possibile futuro trend, quello della ricarica wireless. Lo facemmo parlando di Nokia che puntava – e sembra intenzionata a continuare – allo sviluppo di questa particolare caratteristica che sta incontrando ultimamente i favori anche di altri produttore di smartphone.

Quest’oggi vi presentiamo le nuove cuffie stereo wireless Nokia Purity Pro (realizzate in collaborazione con Monster) e l’altoparlante con ricarica wireless integrata PowerUp di JBL per Nokia.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Il primo accessorio di cui vi parliamo è l’altoparlante JBL PowerUp, che oltre ad essere particolarmente curato sotto il profilo estetico, è anche ricco in caratteristiche hardware.
Disponibile in nero, bianco e azzurro, conta sull’esperienza decennale di JBL, quindi garanzia di un’esperienza audio appagante.

Un suono incredibilmente potente e pulito esce da questo altoparlante, che però si caratterizza per altre due caratteristiche: in primis abbiamo la doppia connettività Bluetooth/NFC che ci permette, con un solo gesto, di ascoltare la musica precedentemente riprodotta dallo smartphone con il nostro altoparlante.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Ma non è tutto, perché grazie alla base di ricarica wireless (standard Qi) abbiamo anche la possibilità di ricaricare il nostro cellulare mentre ascoltiamo la musica. Vari i modelli che supportano questa caratteristica, come il Lumia 920.
I comandi sono a sfioramento, basterà quindi passare il dito sopra per mettere in pausa, andare avanti, alzare il volume, etc.
Per avere maggiori informazioni visitate il sito di JBL PowerUp by Nokia.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Veniamo ora alle cuffie Nokia Purity Pro di Monster, disponibili in giallo, rosso, bianco e nero.
La prima caratteristica evidenzia la possibilità di ripiegare le cuffie al fine di avere un minore ingombro. Questa peculiarità non è solo estetica ma anche funzionale, poiché una volta aperte le cuffie, queste si accenderanno in automatico e, viceversa, le potremo spegnere richiudendole.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Anche qui abbiamo l’utilizzo della tecnologia NFC (Near Field Communication) che permette di collegare le cuffie allo smartphone con un semplice e veloce tocco tra i due dispositivi, in gergo tap. Ovviamente non manca il più classico Bluetooth.
Messe le cuffie in testa ci accorgeremo subito dell’entrata in azione – anche questa automatica – dell’Active Noise Cancellation, il quale, riducendo i rumori di sottofondo, renderà l’audio in cuffia migliore.

Nokia punta sulla tecnologia wireless e reinventa altoparlanti e cuffie

Ed i fili? Ebbene si, sono cuffie wireless, dimenticatevi pure dei fastidiosi fili che tante noie ci danno quando si tratta di sbrogliarli!
Per ulteriori info visitate il sito di Nokia Purity Pro by Monster.

I prezzi? Sia le cuffie che gli altoparlanti costano 299 euro.

Potere e Salumi: il primo “mockumentary” sulla corruzione italiana [INTERVISTA]

Mortadella pregiata scambiata per trasformare una zona agricola in terreno edificabile, etti di prosciutto usati come mazzette in un losco giro di calcio-scommesse, accumulo illegale di salumi in paradisi offshore.

È “Potere e Salumi”, innovativa campagna in stile “mockumentary” pensata dall’agenzia McCann Italia per il riposizionamento di Fiorucci, brand acquisito lo scorso anno dalla spagnola Campofrio, leader europeo nella lavorazione delle carni.

“Tutti mangiano. Alcuni più di altri” è l’incisiva headline scritta per la campagna, tutta incentrata sul problema italiano della corruzione dove le tangenti hanno il sapore irresistibile dei pregiati salumi italiani.

A sorprendere di questa campagna non è soltanto la scelta insolitamente creativa per una pubblicità di salumi, ma anche l’attentissima pianificazione strategica grazie alla quale, con un unico passaggio tv il giorno dopo delle elezioni politiche, si è riusciti a creare un fenomeno virale in Rete.

Per saperne di più abbiamo intervistato Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup, la mente dietro la coraggiosa scelta di “Potere e Salumi”. Ecco cosa ci ha detto.

Alex Brunori

Alex Brunori, Executive Creative Director di McCann Worldgroup Italia

Nello spot non compaiono famigliole felici e non c’è sovraesposizione del brand; un umorismo amaro prende il posto della paciosa comicità casalinga. Avete rotto completamente con il tradizionale modo di fare pubblicità ai salumi. Cosa vi ha spinto ad esplorare territori così nuovi?

Anche se è un’ovvietà, vale la pena ricordarlo: la nostra professione dovrebbe costantemente esplorare nuovi territori e non ripetersi all’infinito. È altrettanto ovvio che questo non è sempre possibile, né sempre giusto. In questo caso, rompere le regole della categoria per ottenere una awareness rilevante a fronte di un budget relativamente contenuto era una parte fondamentale del brief. Un unicum per Fiorucci, ma un modo di fare comunicazione più noto a Campofrio, il gruppo che ha rilevato Fiorucci.

Sin dalla pubblicazione dello spot su YouTube, in Rete è montato il buzz intorno alla campagna: 70.000 fan su Facebook, due milioni di visualizzazioni su YouTube, una ricca rassegna stampa. Secondo te è finita l’era in cui le aziende si tenevano alla larga dal dibattito pubblico? Oggi è necessario prendere posizione?

Il percorso di evoluzione che i brand hanno subito dal dopoguerra a oggi porta naturalmente in quest’area. Una volta era sufficiente comunicare la marca, poi si è passati a definire l’identità e successivamente la personalità della marca. Una volta fatto questo passaggio e abbracciata una strategia di comunicazione social, è quasi impossibile non prendere posizione. La gente non solo si aspetta un dialogo, ma vuole sapere che ruolo ha la marca nella sua vita e come vuole comportarsi di conseguenza. Detto questo, non è necessario per tutti i brand “prendere posizione”: per alcuni è naturale farlo ora, altri ci arriveranno in seguito.

Lo spot tv è soltanto una parte di una più ampia campagna. Molto infatti è stato fatto sul web: dal sito-blog alla pagina Facebook su cui vengono commentati fatti di corruzione di stretta attualità. Quale ruolo hanno i social network nella vostra strategia di comunicazione?

La campagna è stata progettata per vivere online e sui social network (anche se abbiamo fatto un passaggio in TV il giorno successivo alle elezioni per approfittare del momento di grande attenzione in un territorio così rilevante) e i risultati dimostrano sia la correttezza della strategia che la corretta gestione di questa strategia. La nostra esperienza in termini di social network ed engagement (McCann ha già portato con successo più di venti brand su Facebook) ci ha aiutato a gestire correttamente un processo delicato.

A fronte di un mercato molto frammentato come quello dei salumi e di un budget relativamente basso, avete ottenuto grandi risultati in termini di visibilità. Quali sono secondo te gli ingredienti fondamentali per rendere una campagna virale?

Non è mai possibile prevedere la viralizzazione, ma se il lavoro strategico, creativo e produttivo è fatto in modo corretto la si può favorire. Se guardiamo le classifiche dei viral video è facile capire che al di là dell’eventuale imprevedibile meme ci sono alcuni tratti comuni: un insight rilevante che va al di là dell’oggetto dell’operazione; una creatività outstanding, massimo impegno produttivo (spesso superiore a quello di un commercial) e una corretta strategia di pianificazione. In altre parole, quello che dovremmo cercare di fare sempre.

Genuino locale economico. Le nuove regole della distribuzione alimentare

Genuino locale economico.Le nuove regole della distribuzione alimentare

E se il vostro supermercato di fiducia chiedesse proprio a voi quali prodotti vorreste vedere sugli scaffali?

Pensereste a un nuova trovata pubblicitaria, l’ennesimo tentativo di coinvolgere i consumatori solo per avere un po’ di visibilità? Presupponendo che non sia così, ed è questo il caso, sareste davvero in grado di rispondere?

Noi popolo di consumatori, manipolato dalla comunicazione, siamo sicuri di sapere che quello che acquistiamo è realmente ciò che ci piace?

A porsi il problema sono stati i danesi. A domandarlo una nota catena di supermercati SuperBrugsen che ha da poco lanciato una nuova iniziativa diretta ai suoi clienti, i quali sono chiamati a segnalare al supermercato quali prodotti di produzione locale vorrebbero trovare sugli scaffali. A quanto pare i danesi hanno le idee chiare, dato il successo dell’iniziativa che ha presto fatto il giro del mondo.

Genuino locale economico. Le nuove regole della distribuzione alimentare

Tre sono i principi alla base di questa attività: mangiare sano, spendere meno e sostenere l’economia locale. La maggior parte degli alimenti in vendita provengono da multinazionali e/o piccole-medie imprese non locali, portando dunque a un aumento del costo del prodotto, dell’emissione di anidride carbonica, a danno della qualità e freschezza del prodotto e delle imprese locali.

Da qui per l’appunto l’iniziativa di SuperBrungsen. Andando sul sito internet della catena di supermercati, compilando una semplice form, i consumatori possono indicare uno o più alimenti prodotti da un’azienda locale oppure segnalare direttamente il produttore (sempre locale), aggiungendo qualche riga di spiegazione sulle motivazione per cui SuperBrugsen dovrebbe collaborare con il produttore segnalato.

Un team di manager “assaggiatori” avrà l’ingrato ruolo di testare la qualità dei prodotti segnalati, inserendoli o meno nella gamma di prodotti presenti sugli scaffali del supermercato. La società si augura di inserire fino a 500 nuove etichette locali nei 250 store presenti su tutti il territorio nazionale.

Quest’iniziativa non è isolata ma rientra in un clima di cambiamento che sta coinvolgendo il settore della distribuzione.

Genuino locale economico. Le nuove regole della distribuzione alimentare

L’esigenza dei consumatori di spendere meno, la maggiore attenzione all’alimentazione, la salvaguardia e la tutela del territorio e la necessità di risollevare l’economia locale, sono i fattori che hanno portato a un ritorno a quella che può essere definita la tradizionale forma di distribuzione: dal produttore al consumatore. In quest’ottica sono nate realtà importanti quali Farmigo/a> e Jenuino, che si sono fatti interpreti di un’esigenza generata dal nostro tempo.

Mentre la tecnologia si sta evolvendo verso forme “intelligenti”, pensiamo ai robot, alla automaticità di molti settori, il ritorno alla collettività e al rapporto base consumatore – produttore nella distribuzione alimentare è da considerarsi un’evoluzione o un’involuzione?

Social Farter, la campagna sociale che mette il fumo in ridicolo [VIDEO]

Come attirare l’attenzione dello spettatore in una campagna antifumo? I toni solitamente usati si dividono in drammatici e ironici. È questo il caso dell’ultima campagna del Ministero della Salute canadese, Quit The Denial, che prende il via da una delle frasi che più spesso sentiamo pronunciare dai nostri amici fumatori: “Fumo solo in compagnia!

Social smoking is smoking“, questa la headline dello spot che utilizza una metafora bizzarra quanto efficace per evidenziare l’ingenuità di un’affermazione del genere. Nel video i protagonisti non sono fumatori, ma ‘social farter‘ che approfittano di feste e momenti di convivialitá per ‘liberarsi’ e fare amicizia con chi condivide lo stesso vizio.

Che scemenza, direte voi! Bene, lo spot potrebbe aver centrato il punto allora 🙂

< Ecco un'altra versione del concept, che vede all'azione uno 'sbocconcellatore sociale da piatti altrui'!

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Hater, la social app per condividere quello che odiate

Bisogna essere se stessi fino in fondo anche quando c’è qualcosa che non apprezziamo o che detestiamo. Nel corso della vita chi non si è trovato almeno una volte ad affrontare situazioni o momenti scomodi. Perché, allora, non poterlo esprimere apertamente?! Più persone arrabbiate fanno la differenza e potrebbero modificare la realtà basandosi sul malcontento condiviso.

Con questo intento, Jake Banks ha sviluppato l’applicazione Hater lanciata sul mercato lo scorso 8 marzo. Disponibile gratuitamente per i dispositivi iPhone, ma in arrivo anche per quelli Android, Hater vuole eliminare tutti i cuori e i pollici all’in sù proposti dagli altri social network.

A parte l’aspetto divertente e controcorrente che l’app può avere, Jake Banks conta di modificare Hater nel corso del tempo, perché se l’odiare profondamente qualcosa può spingere le persone a cambiare conviene provarci attraverso un’applicazione.

In molti hanno lamentato diversi difetti soprattutto in termini di design e stabilità della giovane applicazione, ma se sfogare la propria frustrazione portasse degli effetti socialmente costruttivi, é meglio lasciare che il giovane sviluppatore ci lavori su.

@apple.com

Probabilmente questa applicazione potrà ricordarvi EnemyGraph, lanciata da Facebook l’anno scorso, la quale permette agli utenti di dichiarare inimicizia nei confronti di un altro utente. Lo scopo però di Hater é ben diverso da quello di essere negativi e autocommiserativi. La vera utilità è nel poter anche denunciare ciò che non va e questo può davvero essere socialmente utile!

Il meccanismo che c’è alla base è molto simile a quello di Instagram, ma la foto non è obbligatoria. Inoltre, c’è la possibilità di postare immagini o articoli, apparsi su altri siti web, che si odiano attraverso la stessa applicazione.

Dopo aver istallato l’app sul proprio device si possono cominciare a scattare foto ed applicargli differenti filtri o semplicemente pubblicare un commento, tutto però all’insegna di accumulare quanti più dissensi da parte dei propri followers.

Seguire i propri Haters preferiti é semplice, basta solamente fare una ricerca attraverso gli hashtags e decidere di essere sempre aggiornato da coloro i quali si avvicinano maggiormente al tuo personale gusto di odiare. Inoltre, tutti i feed sono in live streaming, quindi, non c’é possibilità alcuna che qualche odio passi inosservato.

@apple.com

Chi non vuole rivelare la propria identità non dovrà farlo con Hater, poiché esistono degli Alter Ego che penseranno a mascherare ogni utente.

E alla fine perché non condividere tutto su Twitter e Facebook grazie a un click, giusto per far non avere la malinconia del famoso pollice all’in sù o dei retweet.

Ecco dove potete scaricarla:

@apple.com