Con il fundraising puoi finanziare i tuoi progetti (o trovare opportunità di lavoro)

Dopo lo tsunami che ha colpito l’Asia nel 2004, vennero raccolti immediatamente 350 milioni di dollari solo negli Usa, di cui ben il 65% provenivano da internet. Intanto nel Regno Unito veniva toccato il record di raccolta fondi on line, quando in 24 ore furono donati 5 milioni di sterline da oltre 135.000 donatori.

Il record di raccolta fondi per una campagna elettorale invece, sempre attraverso internet, spetta a Ron Paul che, in un solo giorno, il “mass donation day“, ha raggiunto 6 milioni di dollari infrangendo quello di 2,7 milioni stabilito in 48 ore da John Kerry nelle primarie del 2004.

Di cosa stiamo parlando? Di fundraising, che in senso stretto -ormai si è capito- è un’attività di raccolta fondi, composta da un insieme di tecniche e strumenti, in parte mutuati dal mondo del marketing e della comunicazione, utilizzato per reperire risorse capitali da individui, imprese, fondazioni o agenzie governative, da destinare ad una Buona Causa.
Materialmente viene realizzato attraverso un evento singolo o una campagna di raccolta capitali.

Il successo del Fundraising oggi: internet

Innanzitutto, laddove il finanziamento pubblico è limitato, il fundraising rappresenta una significativa soluzione per il sostenimento di progetti di tutte le organizzazioni no profit, religiose o politiche.

Sebbene in Italia si tenda ancora a condividerne poco la filosofia -un pò colpa anche della politica dei sussidi, che non mette in condizioni di pensare ad alternativi modelli di finanziamento- c’è da dire che ormai persino con le piattaforme di social networking le opportunità di sviluppare un’efficiente campagna di raccolta fondi sono elevate.

Tra le variabili in causa per la buona riuscita di una campagna fundraising, il primato va infatti alla Rete che, negli ultimi anni, ha svolto un ruolo importantissimo per lo sviluppo e l’accelerazione dei processi di raccolta dei fondi, grazie alla rapidità di diffusione dei messaggi e alla possibilità di costruzione di un network di sostenitori che ne possano promuovere contenuti e coordinare le attività.

I pregiudizi italiani sul Fundraising

Il fundraising è un’attività che necessita di un’organizzazione strutturata e di un investimento iniziale. Il 50% degli startup falliscono per mancanza di competenze e risorse, così se fare fundraising significa pensare in termini di sostenibilità organizzativa, economica e strategica per il medio-lungo periodo, la maggior parte del noprofit italiano stenta a raggiungere questo obiettivo.

I motivi sono principalmente di natura culturale: poiché si tratta di uno scambio di fiducia prima che economico, prevalgono pregiudizi nei confronti dei professionisti che lavorano alla Causa, così come verso le procedure per fare rete e costruire relazioni tra donatori e obiettivi, inoltre è sottinteso che i costi di gestione e comunicazione delle organizzazioni nonprofit nascondano guadagni illeciti. In altri paesi, invece, si sta molto attenti ad educare all’importanza sociale del dono, che viene considerato come contributo alla costruzione di un bene comune, guadagnandone anche in termini di valore civile ed etico.

Di questi tempi tutte le organizzazioni noprofit italiane avrebbero bisogno di creare occasioni per il fundraising: le premesse ci sono in particolare per le aziende che operano nel mondo della Sanità, della Formazione, della Ricerca, delle Arti e dello Spettacolo.

Alla ricerca della Buona Causa (e del buon fundraiser)

Senza dubbio bisogna fare un’altra considerazione per orientarci alla creazione di un’efficiente campagna fundraising: ci sono Buone Cause che attraggono più attenzione o più risorse di altre. Questo accade perché sono campagne costruite molto bene per colpire e coinvolgere l’emotività del potenziale donatore.

In quest’area rientrano soprattutto le Cause poste al di sotto della normalitàpovertà, malattie, calamità naturali, in particolar modo se legate a situazioni di emergenza: fattore di notevole peso della motivazione delle persone a donare.

Il buon fundraiser è quindi un professionista del marketing e un conoscitore dei settori per i quali opera, dotato perciò di ottime capacità relazionali e di creazione di networking, e si occupa di pianificare, gestire e coordinare tutti gli aspetti delle attività di raccolta fondi.
Si ritiene impensabile che un fundraiser debba guadagnare a percentuale, come spesso accade, poiché il principio di base è che la Causa non è in vendita, così negli ultimi anni si sta spingendo molto, attraverso corsi di formazione, manifestazioni e festival, alla creazione di un’identità professionale riconosciuta da tutti.

Ma in che modo pianificare obiettivi, scegliere risorse marketing, trovare persone appassionate di fundraising per realizzare una raccolta fondi oppure diventare fundraiser professionisti?
Ve lo diremo con il nostro prossimo post sul Fundraising, entrando nello specifico di tutte le questioni che lo riguardano, guidati da un esperto del settore.

Alexander Wang lancia la nuova linea con un video 'cafone' [VIDEO]

Un mood comico e senza filtri per la nuova collezione “T” firmata dal giovane stilista Alexander Wang.

Noto per lo stile dei suoi abiti femminili, Alexander è considerato un genio della moda, circondato da un team di menti creative e illuminate. E il lancio della sua seconda linea non poteva che essere presentata in modo bizzaro e lontano dai classici canoni del mondo delle passerelle.

Riprendendo il contatto con l’ambiente urbano e le persone reali, la campagna video stagionale, unico nel suo genere, lancia la collezione per la primavera/estate. La protagonista è l’attrice comica Anjelah Johnson, che ripresenta il personaggio di Bon Qui Qui, lanciato su MADtv nel 2007, nella nuova versione di commessa del flagship store newyorkese.

Il suo linguaggio senza filtri, da vera ragazza cafona del ghetto, lascia i clienti dello store, rappresentati dalle top model Alessandra Ambrosio e Shannan Click, dall’attrice Natasha Lyonne, dal rapper A$AP Rocky e dall’ambasciatore creativo di Barneys New York Simon Doonan, assolutamente seccati e senza parole!

Sempre più spesso l’industria della moda si affida ai video online per promuovere il lancio di un nuovo prodotto o linea. Molte volte, con la volontà di essere coerenti con la brand equity, anche lo stile di questi video diventa un pò ‘haute couture’, mischiando moda, arte, teatro. Qualche volta poi, come in questo caso, ci imbattiamo in filmati che sfidano questo paradigma propendendo per un tono più scanzonato. Vi ricordate anche il video di Diesel Eyewear?

Divertitevi durante questi 3 minuti, diretti da Gavin McInnesper, anche se non capite l’inglese, perché comprendere la nostra ragazzaccia Bon Qui Qui basta osservare le sue mosse!

I migliori ed i peggiori spot del Super Bowl XLVII

Siamo arrivati al fatidico momento. Ieri notte al Superdome di New Orleans è andata in scena la sfida sportiva che tutti attendevano tra i Baltimore Ravens (vittoriosi) ed i San Francisco 49ers per il Super Bowl n°47.

Oltre all’evento sportivo è andata in scena una sfida tra i brand di tutto il mondo. Hanno speso più di 4 milioni di dollari per 30 secondi di spot durante la diretta della manifestazione e hanno proposto ad una platea di oltre 120 milioni di spettatori le loro nuove campagne pubblicitarie. Dunque..

Qual è stato il risultato dei brand?

Non molto brillante: si assiste a ritmi lenti, fuori sincro con l’attenzione di chi guarda; sorprese e colpi di scena annunciati e poi più banali delle aspettative. Sin dai primi manuali di comunicazione, ci hanno sempre ripetuto che la pubblicità non deve mai tirare da sola le proprie conclusioni. Mai essere ovvia: eppure questo SuperBowl è uno dei più espliciti nel tono di voce usato dai brand. Anziani che fanno i bagordi fino all’alba sgranocchiando Taco Bell, uomini che superano leopardi, sfigati che quasi vendono l’anima al diavolo per una nuova Mercedes. Ma un imprevisto ha risvegliato l’audience e soprattutto i creativi in ascolto: un blackout elettrico ha interrotto la visione della partita e degli spot per 34 minuti. Un plauso ad Audi, Mondelez e P&G, i brand più reattivi nell’ovvio riversarsi dei tifosi su Twitter, attratti da #SuperBowlBlackout. Ma adesso, spazio agli spot!

Il meglio

Asking Amy – Best Buy

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Uno spot non solo veloce e ritmato al punto giusto, ma perfettamente in linea con lo storico brand value di Best Buy improntato al servizio incondizionato della forza vendita. Da Cannes al Super Bowl, la coerenza paga.

Coca Cola Cameras

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Nulla di nuovo sotto il sole e sotto le telecamere di sicurezza.

Whisper Fight – Oreo

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Si continua a mettere in risalto gli aspetti ritualistici connessi al consumo dei biscotti: quest’anno Oreo battezza Instagram come media mainstream per l’engagement dei consumatori, grazie al claim Choose your side on Instagram @oreo. Una menzione speciale per la proattività durante il blackout:

La grafica è stata “disegnata, scritta ed approvata in pochissimini minuti”, racconta Sarah Hofstetter, presidente di 360i – la digital agency di Oreo. Tutte le decisioni sono state prese in tempo reale dal momento che marketer e creativi erano asserragliati in una social media room di proprietà dell’agenzia a Manhattan.

YourBigIdea.co – Go Daddy

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Originale nella sua risonanza con i veri comportamenti di consumo di startupper, innovatori, inventori sparsi per il globo. Efficace.

Wish Granted – Kaley Cuoco

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Degno di nota per aver guadagnato più di 13 milioni di views su Youtube, grazie ad una early release pre-partita.

Get Happy – VW

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Lo sapevamo che sarebbe stato difficile bissare l’impresa di The Force. Specie quando il pubblico decide di giocare la carta razzista e polemizzare sull’accento giamaicano. Come se essere considerati un popolo felice e sorridente sia un problema. Tornando allo spot, direi che è stranamente forte e debole al tempo stesso.

Mirage – Coca Cola

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Anche quest’anno Coca Cola compie uno sforzo narrativo influenzato in real time dagli spettatori (l’anno scorso ricorderete i due Orsi Polari tifosi). Quest’anno vediamo il cast di Django, Lawrence d’Arabia e l’entourage di Katy Perry sfidarsi nella corsa ad una mega bottiglia di Coca Cola. Anche in questo caso, si sono sentite polemiche sul razzismo implicito nello spot. Un territorio delicato per Coca Cola, reso ancora più incerto dalla concomitanza col blackout elettrico che ha cannibalizzato l’hashtag #CokeChase.

Lifeguard – Axe

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Un meta-stereotipo. Oggi va bene, ma continuiamo così e tra 5 anni la comunicazione Axe diventerà un frattale pronto a collassare su sé stesso.

Blackberry — “Z10”

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Divertente ed (auto)ironico.

Farmer – Ram Trucks

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Copy splendido. Voce ipnotica. Payoff universale. Stranisce l’utilizzo delle foto, ma in termini di magnetismo e memorabilità, abbiamo il nostro vincitore della serata.

The Next Big Thing

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Esilarante. Colpisce ed affonda gli spot visti finora e, in generale, le ultime mode della pubblicità. Crowdsourcing low-cost, mandare tizi nello spazio, sfruttare successi globali made in Korea. Morale positivo della favola Super Bowl? Speriamo che “the next big thing” arrivi soprattutto nei reparti creativi.

Il peggio

Audi Prom

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Perfect Match – GoDaddy.Com

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Goat for Sale – Doritos

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Eccoci al sesto anno di crowdsourcing Doritos. Il sonno della creatività genera mostri? In ogni caso, ecco tutto quel che c’è da sapere sulla “capra”! Nozioni gratis per far vedere quanto ci si tiene aggiornati sulla pop culture:

– Il regista vincitore del contest vince 1 milione di dollari più l’occasione di lavorare con Michael Bay sul prossimo set dei Transformers

– La capra si chiama Moose ed ha una gemella che si chiama Kudzu

– Appartiene all’amico e co-sceneggiatore del regista, Brian Callner

– Moose non urla veramente.

Fashionista Daddy – Doritos

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Leggermente meglio della capra, ma il livello amatoriale lo si percepisce e non in un buon modo.

Concept – Calvin Klein

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Caramelle per gli occhi femminili. Tant’è, ma è un peccato non intravedere più la coolness che contraddistingueva il brand anni fa. Pari merito con Bar Refaeli!

Morning Run – Milk Processor Education Program

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Solo a me da fastidio, a fine spot, la mancanza di baffi da latte su The Rock?

Congratulations Jared – Subway

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Subway rimette al centro della scena Jared, il ragazzo che ha perso non so quanti chili mangiando solo da Subway. Fino a quando mungeranno la mucca di una delle vere brand stories più di successo? Richiamate The Rock, qui avanza del latte.

Brotherhood – Budweiser

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Christian the Lion in versione alcolica.

Whole Again – Jeep

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“Half the Battle”? Troppo presto dopo Halftime in America di Chrysler. Un atroce exploit dei sentimenti umani, che per di più calca lo stesso solco già visto nel 2012.

Get Cracking – Wonderful Pistachios

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Ti piace vincere facile? L’unica cosa degna di questo spot è che, proprio come i pistacchi, vorresti fermarti subito ma non ci riesci.

Social media e salute: un tweet al giorno, toglie il medico di torno! [INFOGRAFICA]

I social media, lo sappiamo bene, hanno rivoluzionato il modo in cui viviamo, comunichiamo, ci relazioniamo, cerchiamo informazioni e acquistiamo. Sono ormai diventati parte integrante del nostro quotidiano in tutti i settori della nostra vita.

Fra questi, uno dei più interessanti da scoprire e analizzare dal punto di vista della loro adozione ed utilizzo è quello della salute.Sempre più spesso, si parla infatti di Social Healthcare proprio per indicare la natura “sociale”, di condivisione e supporto che il mondo della salute sta assumendo grazie all’avvento di internet, social media e tecnologie mobile.

Lo sapete, ad esempio, che secondo una ricerca di Allied Health World , più del 40% degli utenti ha affermato che le informazioni trovate sui social media hanno influenzato il modo in cui si occupano della propria salute? E che uno dei motivi principali del loro utilizzo – oltre che nella ricerca di informazioni – sta nel ricevere e dare supporto emotivo e collegarsi con persone che affrontano problemi simili?

E’ proprio su questo principio che si basa la nuova Twitter-dieta: 10 tweet fanno perdere lo 0,5% . Secondo uno studio pubblicato sulla rivista americana Translational Behavioral Medicine sembra infatti che un gruppo di persone sovrappeso, digitando i famosi 140 caratteri di Twitter per confrontarsi con gli altri “colleghi” sui successi alimentari – incoraggiare i sacrifici di uno e biasimare i peccati di gola dell’altro – sia riuscito ad ottenere il dimagrimento maggiore.

Una sorta di gruppo di auto-aiuto che utilizza il social network come stanza virtuale dove farsi coraggio l’un l’altro.

Il trend che prevede il sempre maggior utilizzo dei social media sembra però essere in forte crescita anche per quanto riguarda l’altro lato della medaglia: medici, operatori sanitari ed ospedali. Sempre secondo la ricerca di Allied Health World, infatti,  il 60% dei medici intervistati crede che i social media migliorino la qualità delle cure che forniscono.

Curiosi di scoprire ed approfondire il rapporto social media-salute? Allora non perdetevi questa ricca ed interessante infografica 😉

Moleskine presenta: Mickey Mouse limited edition

L’arrivo di una nuova edizione limitata è sempre un grande evento in casa Moleskine, evento che appassionati e collezionisti del celebre taccuino attendono sempre con grande entusiasmo e tanta curiosità.

D’altra parte, Moleskine sa sempre quale corda stuzzicare per lasciare i suoi estimatori di stucco: da Star wars a Lo hobbit per gli appassionati di cinema, da Peanuts a Lego per gli eterni bambini e tante altre edizioni hanno sempre riscosso grande successo.
Anche questa volta sembra averci azzeccato: chi non s’invaghirà, infatti, della nuova edizione limitata Mickey Mouse?

A 85 anni dalla sua prima comparsa, il nostro amato Topolino si prepara ad abitare le pagine del notebook più famoso del mondo.
Dal felice incontro nasce un taccuino finemente personalizzato dalla punzonatura in copertina e corredato da una brillante brochure che vi svelerà tutti i trucchi e le istruzioni per imparare a disegnare uno dei personaggi più popolari della storia dell’animazione.

Persino la fascetta è un elemento prezioso da conservare, all’interno della quale con una semplice infografica viene mostrata l’evoluzione di Mickey Mouse dal 1928 a oggi. E per chi non si accontenta, a breve arriverà il video di presentazione dell’edizione limitata nel canale Moleskine su Youtube.

Manca poco, ormai: l’edizione sarà disponibile nei negozi dalla prima settimana di Marzo, e per gli impazienti è già possibile prenotarla nel Moleskine Store!

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione

La realtà aumentata, detta anche augmented reality o semplicemente “AR”, è un arricchimento della percezione sensoriale umana, che si sostanzia in manipolazioni della percezione della realtà tramite diversi dispositivi: computer, smartphones, occhiali, ecc.

Questa tecnologia ha diverse applicazioni, di cui una delle più interessanti è certamente l’educazione. L’interattività è infatti uno dei migliori modi per incoraggiare e approfondire la conoscenza di determinati argomenti, specie se si deve trattare con generazioni di studenti che già utilizzano normalmente computer, tablet e smartphone per scoprire l’universo intorno a loro.

Nel mondo ci sono diversi strumenti già utilizzati dai pionieri delle nuove tecniche per l’educazione: alcuni hanno sviluppato strumenti ad hoc, altri invece hanno sfruttato quelli già presenti sul mercato e li hanno adattati.
Ecco una breve carrellata di alcuni progetti interessanti che sfruttano la realtà aumentata a scopi educativi:

1. Second Life

Alcuni insegnanti hanno utilizzato Second Life per creare mondi virtuali, in cui piccole classi di studenti o appassionati di determinate materie possono esplorare mondi virtuali ricreati ad arte, assistere a dimostrazioni, presentazioni o dibattiti.

Uno dei progetti più interessanti è stato intrapreso da un bibliotecario e da un professore di informatica americani, che hanno utilizzato proprio Second Life per proporre alla propria classe virtuale problemi di geometria e fisica, dando loro l’opportunità di visualizzare su uno schermo ciò che difficilmente possono vedere nella realtà effettiva o studiare solo sui libri.

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione

2. Augmented Reality Development Lab

Si tratta di un’azienda che sviluppa e commercializza software e dispositivi per portare la realtà aumentata nelle aule scolastiche. L’offerta spazia da pacchetti standard a soluzioni personalizzate; l’obiettivo dell’ARDL è quello di creare ambienti virtuali in cui gli studenti possano interagire e visualizzare in maniera tridimensionale ciò che studiano sui libri di scuola. Una delle applicazioni più apprezzate per ora è quella in cui gli studenti possono sezionare virtualmente il corpo umano ed i suoi organi, scoprendone il funzionamento.

3. Mitar games

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione Anche il famoso Massachussets Institute of Technology non è rimasto a guardare nella corsa alla realtà aumentata. Con MITAR Games, il MIT ha voluto creare una piattaforma che permettesse l’organizzazione di simulazioni e giochi che combinano le esperienze del mondo reale con informazioni ottenibili da dispositivi portatili.

Tramite questa piattaforma, il MIT ha già organizzato con successo alcuni giochi di ruolo, uno dei quali è “Environmental Detective”. La simulazione prevedeva che dei giocatori trovassero la fonte di un avvelenamento ambientale, intervistando personaggi virtuali ed effettuando rilevazioni tramite il dispositivo portatile, il tutto interagendo con ambientazioni (reali) molto estese.

4. The Civil War Augmented Reality Project

I musei che utilizzano la realtà aumentata stanno prendendo sempre più piede: uno dei più interessanti è certamente il museo della guerra civile in Pennsylvania, per il quale è in cantiere un progetto che prevede l’utilizzo di postazioni con binocoli fissi, tramite i quali si potranno realizzare dei tour virtuali e visualizzare le storiche battaglie.

La scelta dei binocoli fissi, sviluppati sulla falsa riga di quelli utilizzati nei luoghi pubblici per ammirare vedute suggestive, è stata effettuata con l’obiettivo di avvicinare alla realtà aumentata anche coloro che si sentono intimoriti dalla tecnologia.

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione

5. Geotagging

Realtà aumentata: la nuova frontiera dell'educazione Alcuni insegnanti stanno sperimentando con successo l’utilizzo di applicazioni quali Instagram e Picasa per mettere in contatto i propri studenti con altri studenti di Paesi o di località lontane. In questo modo i giovani possono imparare fotografando monumenti, località o momenti legati alle tradizioni locali.

Allo stesso modo, gli studenti di altre classi possono compiere le stesse operazioni, creando interessanti scambi culturali. Alcune classi più evolute utilizzano addirittura Skype o programmi analoghi per sviluppare vere e proprie lezioni ed incontri virtuali.

La realtà aumentata è ancora una tecnologia con ampi margini di sviluppo, ma che trova nuovi ambiti di applicazione giorno dopo giorno. L’educazione è indubbiamente uno dei più interessanti, soprattutto perché gli studenti (ovvero i beneficiari) potranno finalmente imparare con strumenti nuovi e, forse, meno noiosi dei vecchi libri ;).

3 brand già presenti su Vine

Sono passati soltanto pochi giorni dal lancio di Vine, l’app di video-hosting di Twitter, e i grandi brand si sono già lanciati nell’esplorazione della piattaforma alla ricerca di nuovi modi di interagire con i propri follower. Si tratta per lo più di tentativi con i quali le aziende provano a capire se è possibile raccontare una storia nello spazio ristretto di sei secondi.

Per il momento i video-tweet si limitano ad essere loop di prodotti o loghi, ma alcuni esibiscono già una forte dose di creatività. A confermare il fatto che si tratta di una fase iniziale di sperimentazione è Gary Vaynerchuk, fondatore di VaynerMedia, la società che sta curando la comunicazione sul social network di Trident Gum, Dove e Ritz Cracker, non a caso le prime a debuttare su Vine e a distinguersi per ironia e creatività.

Intervistato da Drew Olanoff, Community director di Techcrunch, Vaynerchuk ha spiegato che prima di ogni seria pianificazione esiste una finestra di tempo dedicata esclusivamente alla sperimentazione:

“Diciamo ai nostri clienti che c’è un periodo di 72 ore in cui non si può nemmeno pensare a un ritorno dell’investimento. Si tratta solo di provare”.

La cosa più interessante che sembra emergere da questi primi tentativi di marketing su Vine è la possibilità di veicolare messaggi in maniera spiritosa, non invadente, ma soprattutto immediata.

A porre la questione dell’immediatezza della comunicazione è Brett Petersel, analista di The Community Manager, anche lui intervistato da TechCrunch:

“Sono curioso di vedere come Vine permetterà ai brand e alle compagnie di diffondere il proprio messaggio in soli 6 secondi o meno. Molte persone hanno una curva dell’attenzione molto bassa e spero che i brand affrontino il problema del tempo e usino Vine in modo creativo. Non vedo l’ora di vedere chi vincerà la sfida”.

Intuendo le potenzialità della piattaforma, anche Youtube ha aperto un account su Vine. Non ha postato ancora contenuti, ma è facile ipotizzare che utilizzerà la nuova piattaforma di Twitter per diffondere brevi teaser di 6 secondi con link di rimando ai contenuti completi.

Visto l’interesse mostrato dai grandi brand, la mossa attuata da Twitter di dotarsi di una piattaforma proprietaria di mini video-sharing sembra andare nella direzione giusta. Questo significherà però che Twitter prima o poi cercherà di monetizzare l’investimento. Ma come? Non è ancora chiaro, ma molto probabilmente seguirà la via già segnata dai tweet sponsorizzati.

Vediamo allora come si sono mossi i primi tre grandi brand che hanno debuttato su Vine.

Trident Gum

Dove

Ritz Crackers

 

Non avranno certo la complessità narrativa di un commercial o l’incisività di un video virale, ma bisogna ammettere che sono molto simpatici.

Gestire e monetizzare i videogames con i servizi cloud di //staq

Si sono conosciuti durante il liceo. Durante i primi anni di università, hanno fondato, insieme ad un gruppo di imprenditori italiani e americani, la loro prima startup: DomainsBot. Hanno esperienza nella gestione dei big data e la passione dei videogames. Così, ora Massimo Andreasi (CEO di //staq), Luca Martinetti (CTO di //staq) e Francesco Simoneschi (COO di //staq) hanno fondato //staq, la loro seconda startup.

Nel 2012 //staq è stata selezionata per partecipare al programma di accelerazione Microsoft accelerator for Windows Azure, realizzato attraverso una collaborazione tra l’acceleratore di startup Techstars e il programma Microsoft Bizspark.

Ci facciamo così raccontare da Francesco com’è andata, a partire dalla nascita della loro seconda startup.

Com’è nata l’idea?

Massimo, Luca ed Io abbiamo acquisito negli anni una grande esperenzia nel realizzare e gestire servizi Big Data massivamente scalabili.

Dopo otto anni di lavoro a DomainsBot, la startup che abbiamo fondato non ancora ventenni, abbiamo deciso di mettere le nostre conoscenze al servizio di un’industria diversa e con una grossa necessità di gestire grosse moli e flussi di dati.

L’industria dei videogames è in fortissima espansione e con l’avvento del free-to-play la mole dei dati da gestire e da cui estrarre valore è cresciuta esponenzialmente.

Abbiamo quindi deciso di prendere queste due cose che ci piacevano particolarmente, big data e videogames, e fondare //staq.

Cos’è //staq?

//staq è una piattaforma di gestione e monetizzazione di videogames su mobile, web e console.

Il marcato dei video games ha ormai adottato il free-to-play come business model di riferimento, ma i game studios tradizionali, abituati a vendere giochi sugli scaffali, hanno estrema difficolà nel diventare online service providers. Sia per una mancanza di know-how sia per una mancanza di strumenti.

//staq vuole fornire ai game developers un set di servizi cloud per la gestione della valuta virtuale, distribuzione di digital goods, analitica, strumenti di promozione e cummunity management.

Qual è il business model?

Come ogni altro cloud service provider i nostri costi variano in base al consumo che si fa del servizio.

Volevamo però trovare il modo di aiutare il piccolo game developer nell’abbassare i suoi costi iniziali nella fase di startup. Per questo motivo abbiamo deciso di monetizzare il servizio prendendo una piccola percentuale degli acquisti fatti in-app, senza quindi pesare sui costi fissi di infrastruttura.

Per quanto riguarda invece i game studios più grandi, offriamo dei contratti di livello enterprise che vanno incontro alle loro esigenze di personalizzazione e supporto.

Come siete entrati nel programma Microsoft accelerator for Windows Azure?

A gennaio del 2011 abbiamo aperto un nuovo ufficio di DomainsBot a San Francisco e siamo stati inevitabilmente contaminati dalla cultura imprenditoriale che si respira nella Silicon Valley.

Durante una conferenza organizzata da Microsoft a San Francisco, abbiamo avuto modo di conoscere Scott Guthrie, Corporate Vice President di Microsoft. Scott ci ha raccontato del programma e ci è sembrato da subito un’ottima occasione per rimetterci in gioco. Il fatto che poi l’accelerator facesse parte del network di TechStars, primo acceleratore d’america, ci ha dato un’ulteriore conferma della qualità di quello che Microsoft stava organizzando.

Abbiamo quindi applicato per l’accelerator e dopo un processo lungo ed estenuante (eravamo 600 startup, ne sono state selezionate 10) siamo stati scelti per far parte della classe invernale del programma, avendo così l’opportunità di vivere l’esperienza del campus Microsoft a Redmond e di ricevere supporto tecnico e visibilità verso investitori.

Cosa vi ha dato l’esperienza di accelerazione negli US?

Questo programma è stato per noi uno dei momenti più eccitanti della nostra carriera imprenditoriale. TechStars e Microsoft ci hanno messo da subito a disposizione il loro network di imprenditori, investitori e dirigenti che nel corso dei mesi ci hanno aiutato a connetterci con l’industria e a validare le nostre idee. Questo ci ha dato la possibilità di accelerare drasticamente il nostro processo di crescita, ideazione e creazione del prodotto.

Siamo riusciti a creare rapporti di stima ed amicizia personale con alcune delle personalità più influenti del panorama della tech industry americana e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo programma.

Per chi è interessato a conoscere più da vicino il programma Microsoft accelerator for Windows Azure, sul sito di TechStar potete trovare i video che ripercorrono tutto il percorso di accelerazione.

5 scene di grandi film viste attraverso Google Street View

“The Blues brothers”

Ormai è risaputo che Tumblr, alla pari di Flickr, è una fucina creativa da cui scaturiscono continuamente nuove brillanti iniziative. Oggi vogliamo parlarvi del nuovo progetto di Tre Baker che ha avuto l’idea di applicare l’estetica di Google Street View a scene di film famosi. Tutto ciò è stato possibile grazie ad una buona dose di pazienza, per vedere i film, e grandi doti grafiche per manipolare le foto fino a farle diventare uguali a quelle di Google.

“Il Padrino”

In un intervista, Tre Baker afferma che “La difficoltà risiede nel fatto che le immagini devono essere esattamente uguali, dal punto di vista dell’angolazione, di quelle che la Google Street View car fa realmente”, quindi “ Non posso utilizzare scene notturne o punti di vista differenti di quelli della macchina”.

“Godfellas”

Attualmente il progetto è in via di sviluppo, molte foto dovranno essere ancora aggiunte, ma resta il fatto che questo tumbrl è sicuramente uno di quelli da tenere d’occhio! Di seguito qualche immagine che mi è piaciuta particolarmente, riuscite a riconoscere i film? 🙂

“The Bourne Identity”

“Ritorno al Futuro”

La moda nel cinema: 5 grandi stilisti che hanno vestito film cult

In moltissimi aspetti il cinema è al contempo specchio e ispirazione della società: se da un lato, infatti, rappresenta la realtà in cui nasce, dall’altro è in grado di lanciare nuove tendenze e modificare la realtà stessa.

Un esempio calzante è il legame indissolubile con la moda, spesso rappresentato dalla collaborazione dei più grandi stilisti con le produzioni di quei film destinati a rimanere nella storia. Qui vi proponiamo una selezione di cinque fashion designer che hanno vestito le pellicole diventate ormai cult.

Miuccia Prada per Il grande Gatsby di Baz Luhrmann

Dopo Romeo+Giuliet, per il quale aveva disegnato il vestito indossato da Leonardo Di Caprio, Miuccia Prada torna a collaborare con Baz Luhrmann per Il grande Gatsby, nelle sale la prossima estate. I bozzetti presentati richiamano palesemente lo stile Prada ma con chiari rimandi alla moda anni ’20 e un trionfo di paillettes in scintillanti abiti a balze. Possiamo solo immaginare il risultato finale, non ci resta che attendere l’uscita del film!

Jean Paul Gaultier per Il quinto elemento di Luc Besson

Adoperando con disinvoltura materiali sintetici quali gomma, plastica e lattice, lo stilista d’alta moda Jean Paul Gaultier ha disegnato la maggior parte dei costumi presenti nel celebre film di Luc Besson, dando l’ultimo tocco futuristico a un film già scenograficamente visionario. Dal bendaggio minimal di Milla Jovovich all’esagerato collo elisabettiano per Chris Tucker, gli abiti del fashion designer sono sicuramente passati alla storia!

Manolo Blahnik per Maria Antonietta di Sofia Coppola

Dopo un attento studio tra i musei e le collezioni parigine e londinesi, Manolo Blahnik ha realizzato le calzature d’epoca per il film Maria Antonietta, diretto da Sofia Coppola. Con un sapiente uso della seta e del broccato e con l’attenta scelta dei dettagli, il lavoro del celebre stilista di moda ha sicuramente contribuito alla vincita dell’Oscar per i migliori costumi.

Rodarte per Il cigno nero di Darren Aronofsky

Data la loro naturale attrazione per lo stile gotico, le sorelle Laura e Kate Mulleavy di Rodarte non potevano che accettare con entusiasmo di disegnare i costumi per l’ultimo film di Aronofsky, Il cigno nero. Dopo essersi documentate sul balletto hanno approfondito l’aspetto spesso controverso della psicologia dei ballerini, cercando il modo di rendere stilisticamente la dualità, fulcro del film. I progetti sono stati poi modificati in base alle esigenze del cast e i cristalli di Swarovsky hanno solo completato l’opera.

Giorgio Armani per American Gigolo di Paul Schrader

Nel celebre film American Gigolò Richard Gere completa la sua immagine di uomo elegantemente narcisista indossando abiti firmati Armani, scelta che ha contribuito a innescare il boom, negli anni ’80, dell’alta moda italiana, facendola diventare sinonimo di eleganza e sensualità.