Farmacia a portata di app [INTERVISTA]

Tutto intorno a noi sta diventando sempre più social e sempre più informatizzato. Anche nei settori più tradizionali sta dilangando la voglia di aggiornarsi, avvicinandosi sempre di più al consumatore finale. Abbiamo intervistato Alberto Ceccolini che ci ha parlato dell’app CercaFarmaco, una delle primissime applicazioni dedicate al servizio farmaceutico.
Alberto ci spiega le motivazioni che l’hanno spinto ad avvicinare un settore tradizionale come quello farmaceutico al mondo social ed interattivo delle app mobile.

Farmacia a portata di app

Parlaci dell’App CercaFarmaco, come funziona?

L’app CercaFarmaco e’stata lanciata il 15 settembre 2012 da UFI (Unione Farmacie Informatizzate, un consorzio di esclusiva proprietà dei farmacisti che ne fanno parte), ed e’ disponibile per iPhone e per sistemi operativi Android.
Questa applicazione consente all’utente di trovare il prodotto che sta cercando (farmaco, parafarmaco, qualsiasi prodotto da farmacia) nella farmacia a lui più vicina. In questo mondo il cittadino eviterà giri a vuoto o peregrinazioni alla ricerca della farmacia di turno (che spesso è non facile da individuare da casa).

Farmacia a portata di app

Come è nata l’idea di creare questa applicazione?

L’idea e’ nata alcuni anni fa dalla richiesta giunta dalla Russia ad un programmatore del consorzio; cercavano nelle farmacie italiane un importante antitumorale per bambini che stava andando ad esaurimento, e subito il nostro consorzio si è attivato per soddisfare la richiesta. Intuendo che questo bisogno poteva essere frequente, abbiamo deciso di creare un app mobile per dare informazioni utili sulla disponibilità dei farmaci nelle strutture più vicine a dove ci si trova.

Che risultati avete ottenuto?

L’app sarà presentata ufficialmente al pubblico nei prossimi giorni, con una conferenza stampa. Le recensioni, circa una cinquantina fino ad adesso, sono al momento tutte positive. Gli accessi al sito CercaFarmaco, che replica il servizio su portale dedicato, sono 3500 al giorno in ciostante crescita, a testimonianza dell’aver centrato un bisogno che c’era!

Farmacia a portata di app

Qual è il punto forza del vostro servizio? Che vantaggio offre al cittadino?

Il punto di forza e’ senza dubbio l’attendibilità del dato, la disponibilità del prodotto e’ reale in quanto l’utente interroga un server centrale che si aggiorna una volta al secondo collegandosi a tutti i magazzini delle farmacie che aderiscono all’iniziativa. Tuttavia i farmacisti che stanno leggendo  quest’articolo possono stare tranquilli, il server centrale non conosce il magazzino delle farmacie, non “copia dati”, non quantifica i loro magazzini, verifica solo la disponibilità (se ne ho uno o 100 per il server centrale è uguale).

Prevedete nuovi sviluppi futuri?

Prevediamo un aumento nel numero delle farmacie ardenti, l’ obiettivo è avere in rete tutte le 16.000 farmacie italiane. Il servizio è davvero unico: è gratuito per il cittadino, un servizio puro, la farmacia non ci guadagna niente, direi quasi “istituzionale”, proprio per questo ci piacerebbe che, capita l’importanza, anche le associazioni di categoria e le pubbliche amministrazioni ci aiutassero a mettere in rete tutte le farmacie.
Come consorzio, abbiamo poi in mente un ambizioso progetto web, del tutto innovativo, che garantirà a chi acquista dei parafarmaci sul web (il farmaco in Italia non si puo’ vendere sul web) di comprare sempre al minor prezzo e sempre ed esclusivamente da una farmacia, con tutte le garanzie che questo canale distributivo assicura… stay tuned !!

"Fever", la rabbia di Paolo Marchetti premiata da Getty Images [INTERVISTA]

Paolo Marchetti,  fotoreporter romano classe ’74,  ha vinto il Getty Images Editorial Grant 2012 con un lavoro intitolato Fever – The Awakening of European Fascism. Noi di NinjaMarketing lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare com’è lavorare e affrontare situazioni difficili e a rischio per amore della fotografia e del proprio lavoro.

Hai vinto un premio molto importante per il tuo lavoro sul risveglio del fascismo in Europa e ti accingi a proseguire all’estero questa tua ricerca. In che modo cambierà il tuo lavoro e nello specifico l’approccio alla tematica del fascismo?

Il presupposto del mio gesto fotografico è sempre un lavoro che faccio su me stesso e sulla mia personalità, sul mio desiderio di incontrare davvero l’altro e dimostrargli la volontà di costruire insieme il mio racconto. Il passo successivo è sempre costituito da una lentezza che caratterizza questo mio approccio, necessario a comunicare che la mia urgenza non si esprime nella fotografia ma piuttosto nella volontà di capirci. Questo è stato il mio criterio fino ad ora e resterà invariato nelle fasi successive. Tuttavia ho intenzione di individuare quale potrà essere la nuova forma di racconto volta per volta, ricercando come sempre, la giusta distanza fisica e mentale. Ciò che raccoglierò tramite questo mio atteggiamento determinerà, come ha sempre fatto, la mia fotografia. Ritengo che non sia dunque possibile, ne’ tanto meno stimolante per me, programmare in anticipo quale possa essere lo scambio più giusto. Io non so prendere qualcosa e andarmene semplicemente, è una mia prerogativa, quello che voglio è scambiare.

Lavorando a Fever ti è capitato di trovarti in situazioni di pericolo?

Ho assistito in quattro anni a moltissime circostanze diverse tra loro e questo è stato il privilegio che ho avuto grazie al coraggio e all’accoglienza delle persone che ho voluto raccontare.
Lasciarmi entrare senza ribadire la mia estraneità è stato il loro gesto più prezioso e questo mi ha fatto respirare con serenità ogni tipo di accadimenti, anche quelli meno piacevoli.

Sei stato premiato in passato per un reportage sulle gang in Nicaragua, scattando dei ritratti in un carcere minorile. Cosa ti porta a lavorare all’estero e ad affrontare tematiche così crude?

In quell’occasione ho trascorso un periodo di tempo limitatissimo all’interno di alcune carceri minorili in Nicaragua per via delle restrizioni ministeriali e l’esperienza fu ancora una volta profonda, basata su un atteggiamento empatico e sullo scambio.
Trascorsi diversi giorni nelle carceri Nicaraguensi, in principio senza macchina fotografica e per poche ore al mattino, e lo feci per permettere ai detenuti minorenni di visualizzarmi, sì come un ospite osservatore ma non come un estraneo con l’intento di prendere qualcosa per portarselo via. Il tentativo fu quello di rendere il gesto fotografico naturale e senza che potesse farli percepire come animali in gabbia. Dunque realizzai quelle foto soltanto negli ultimi giorni trascorsi in ciascuna delle carceri. Il tempo trascorso senza la mia macchina fotografica rappresentò la chiave per accorciare le distanze e procurarmi la possibilità di dimostrare il rispetto che gli dovevo.

Ovviamente l’uomo è al centro delle mie ricerche, ma ciò che accomuna le storie che racconto è il mio desiderio di spingermi ai bordi dell’esistenza umana e cercarne una “traducibilità” visiva, che sia emozionale ma soprattutto fedele alla realtà. La fotografia nutre l’irreversibile ambizione di vivere il mondo personalmente, per conoscerlo e per conoscermi. Non c’è storia che mi interessi se non quelle che mi richiedano di liberarmi dalle mie strutture mentali e le mie consapevolezze, fare fotografia mi ha aiutato a maturare molto.
Prima di tutto questo però, c’è la consapevolezza che fare dell’informazione è una pretesa altissima e che rappresenta una responsabilità che non può mescolarsi alle smanie personali. Cerco dunque di investigare nelle storie e restituirle con la massima umiltà e con la consapevolezza che il desiderio di perdermi nel mondo è la diretta conseguenza di quello che faccio. Racconto la vita degli altri e questo in nessun modo può essere il passaggio che cerco per arrivare dove voglio.

Il tuo lavoro nelle carceri minorili e Fever hanno un trait d’union nei sentimenti forti come la rabbia e la ribellione. Qual è il tuo approccio a questo tipo di emotività e soprattutto, qual è il segreto per ritrarla allo stato puro, facendo in modo che la macchina fotografica sia un mezzo invisibile che non alteri in alcun modo situazioni e stati d’animo?

“Fever” è si il racconto di un fenomeno in grandissima crescita che si sta verificando nella nostra società ma, prima di tutto, rappresenta il primo grande capitolo di una ricerca più ampia che sto affrontando negli ultimi anni. Sto tentando di approfondire un sentimento primordiale che sta caratterizzando sempre più i nostri tempi: la rabbia.
Ho cominciato ad interrogarmi sui fattori scatenanti e sui molteplici strati emotivi in cui può esprimersi ed ho da subito intuito che il primo passo necessario sarebbe stato quello di farmi investire emotivamente, mediante l’esperienza diretta.
Il canale politico è stato il primo passo ed ho compreso da subito che inseguire la rabbia sarebbe stato un cammino denso, come correre nel miele, e il tentativo di impregnarsi completamente in certe dinamiche, attraverso la condivisione del quotidiano, si è spesso rivelato contaminante, faticosissimo.
“INTERRUPTED” è il nome del mio lavoro sui componenti delle gang detenuti nelle carceri minorili in Nicaragua, e racconta una storia davvero diversa, per caratteri culturali, sociali ed geografici con tutto ciò che ne comporta, ma la sensazione che ho vissuto interrogandomi sulla matrice di questo fenomeno è stata ancora una volta contaminante. Credo tuttavia che questo dipenda dal mio costante impegno nel rendermi disponibile nei confronti dell’altro.

Nella mia fotografia cerco l’opportunità di trovare una “traducibilità” visiva di studi personali sull’uomo in storie autentiche, attuali e tangibili. In questa mia fase di ricerca la rabbia rappresenta il nucleo di ciò che voglio conoscere.
Il mio metodo per riuscire a restituire le mie intuizioni? Un solo presupposto, lasciarmi contaminare da tutto questo, perdermi nel coinvolgimento emotivo senza mai abbandonare un presupposto etico imprescindibile, il rispetto e la voglia di conoscere la matrice delle storie, senza porre filtri, né ideologici né culturali.

La vita da reporter. Raccontaci quali sono le emozioni che si provano a lavorare in contesti difficili e, per i più, scomodi.

Come ho già detto l’esperienza è definitiva, spesso troppo forte e la lentezza per affrontare tutto questo è necessaria. La scelta di volersi contaminare e condividere in certi contesti ha un prezzo che personalmente pago con regolarità, ma questo è un approccio empatico che utilizzo anche negli approfondimenti giornalistici di diversa natura. E’ la mia maniera, l’unico metodo che ho per assicurarmi di aver davvero respirato nel nido delle storie che scelgo.
A dire il vero, risolvo le mie ripercussioni emotive ricorrendo all’umiltà, un principio imprescindibile che mi rende capace di aprire il cuore ogni volta che ho la presunzione di voler tradurre i sentimenti in informazione per tutti.
Il fotogiornalismo è una disciplina delicatissima e trovo imprescindibile il lavoro sulla propria personalità di cui parlavo precedentemente.

Fever è un progetto che porti avanti da quattro anni. E’ cambiato il tuo modo di lavorare nel corso di questo tempo e se sì che tipo di evoluzioni ci sono state?

In quattro anni ho cambiato il mio metodo moltissime volte ed ho imparato a concentrarmi sulla distanza fotografica ed umana. Questa ricerca sulla distanza mentale, ideologica e fisica nei confronti degli altri si è rivelata ovviamente retroattiva, dunque le dinamiche umane tra me e i miei soggetti mi hanno sempre aperto porte in termini di conoscenza del tema sul quale stavo indagando, ma anche sullo strumento più importante per raggiungere i miei scopi, ovvero la mia personalità. E’ proprio in questo che la fatica emotiva si esprime ai massimi livelli, lavorare sugli altri ha questo presupposto cioè mettere in gioco innanzitutto se stessi. Credo che il risultato più probabile di questo atteggiamento sia la restituzione autentica di fotografie capaci di raccontare il mondo e svelare la nostra lettura della realtà. Questo è un percorso lunghissimo però e sento di dover ancora imparare molto.
Le evoluzioni che ho attraversato durante questi quattro anni si sono sempre evidenziate su di me, sulla mia capacità di lettura della realtà, sulla mia lucidità in fase di analisi e sul linguaggio del corpo opportuno volta per volta. Si può ottenere o perdere per sempre una fotografia grazie soltanto a questo, il linguaggio del corpo.

Hai ricevuto diversi premi e collabori con le maggiori testate nazionali e internazionali. Ti è mai capitato di rifiutare un lavoro o di aver detto “Questo proprio non posso farlo”?

Fino ad oggi ho accolto sempre con il massimo entusiasmo ogni proposta , anche quelle che sentivo più distanti da me, ma sono un professionista e un amante profondo di questa disciplina, dunque ritengo di dovermi sempre misurare anche quando presumo che la commissione non sia in grado di farmi vibrare. Ritengo inoltre che sia rischioso per il proprio percorso culturale rifiutare certe esperienze a meno che non si tratti di qualcosa che violi i propri principi.

Quando si lavora a stretto contatto con persone che non si conoscono, in  mondi lontani dal nostro, la prima regola è il rispetto per le usanze altrui. Come si fa a farsi rispettare e guadagnarsi la fiducia, da straniero e soprattutto, da fotoreporter?

Si può fare molto con il linguaggio del corpo, con gli occhi, con l’atteggiamento e con la lentezza ovvero, la voglia di vivere personalmente il mondo senza farsi gestire dall’urgenza di portate a casa il lavoro. Io fotografo per vivermi tutto questo e per tornare con un bagaglio il più ricco possibile e credo che il desiderio di voler essere davvero testimone della vita degli altri si percepisca. Credo che le persone lo sentano e si accorgano degli intenti di chi vuole condividere e raccontare la loro vita. Questo di desiderio lo porto nello sguardo, e gli altri credo se ne accorgano facilmente.

Quali consigli daresti a chi si avvicina a questo mestiere e sogna di seguire le tue orme?

Consiglio con forza di essere innamorati di questa materia e di quello che rappresenta. Scordarsi del gesto fotografico ed indagare sul proprio desiderio di voler raccontare con le immagini. Lavorare su se stessi e capire fin da subito che impregnarsi della realtà che si decide di restituire tramite la fotografia, rappresenta il presupposto imprescindibile.

Gravidanze, sorrisi ed ironia: i migliori annunci stampa della settimana

Quelle citate nel titolo sono advertising di brand forti nel mercato, e questa settimana vincono il premio (evanescente ma non per questo a noi poco caro) delle più belle campagne pubblicitarie della settimana.

In termini creativi pare ci siano stati tempi migliori ma nonostante ciò il nostro impegno è stato massimo per soddisfare le vostre pretese

Parlare di sesso non deve essere un tabù

Advertising Agency: Serve Marketing, Milwaukee, WI, USA
Creative Director: Gary Mueller
Art Director: Bryan Padovano
Copywriter: Nick Pipitone
Photographer: Jeff Salzer
Photo Retouching: Anthony Giacomino
Account Executive: Matt Larson
Published: October 2012

Adatta a tutti gli stili

Advertising Agency: BBDO, New York, USA
Chief Creative Officer: David Lubars
Executive Creative Director: Toygar Bazarkaya
Creative Directors: Oliver Handlos, Nick Klinkert, Tom Kraemer, Jens Waernes
Copywriters: Oliver Handlos, Tom Kraemer
Art Directors: Nick Klinkert, Jens Waernes
Illustrator: Issam Kerriou
Art Buyer: Betsy Jablow
Account Managers: Henrie Clarke, Dylan Green, Cassi Pires
Retouch: Steve Lakeman

Kiknet materiale originale, da puro reality

La rete di trasmissione canale TV in Africana, lanciato da DStv operatore satellitare nell’ottobre 1999, è diventato un successo locale attraverso il suo mix di attualità e reality show presentato dalla classe media Sudafricana piuttosto che da personaggi o celebrità.

Advertising Agency: Ogilvy, Johannesburg, South Africa
Executive Creative Director: Fran Luckin
Creative Director: Mariana O’Kelly
Copywriters: Nico Botha, Mariana O’Kelly
Art Director: Renier Zandberg
Photography: David Prior
Account Handler: Caree Ferrari
Marketing Manager: Haddad Viljoen

Segni antiestetici impressi su tela

Advertising Agency: Brandbox Branding & Creative, Tashkent, Uzbekistan
Creative Director / Art Director: Kiro Altman
Copywriter: Oscar Djalilov
Illustrator: Temur Sagdiev

Cincinnati ballet

Peter Frampton decide di miscelare le sue composizioni alle esibisioni di musica classica, ai più pare che il risultato spettacolare sia garantito

Advertising Agency: Northlich, NY, USA
Executive Creative Director: Jason Schmall
Creative Director: Jeffrey Warman
Art Director: Brian Nelson
Copywriter: Larissa Cole
Photographer: Jonathan Willis
Post/Compositing: Brian York

Igienismo dentale

Advertising Agency: Beacon Communications/Leo Burnett, Tokyo, Japan
Executive Creative Directors: Keizo Mugita, Masahiko Yasuda, Jon King
Art Directors: Hisamichi Takase, Tomo Tanaka
Copywriters: Keizo Mugita, Minoru Hongo
Agency Producers: Takumi Kubota, Mamoru Tanno
Director / Editor: Hiroki Yamaguchi
Production Producer: Takuma Kinoshita

Il turismo in Kerala, il più grande gesto

Advertising Agency: Stark Communications, India
Creative Director: Shelton Pinheiro
Associate Creative Director: Ajith Gopinath
Art Director: Madhu AV
Copywriters: Ajith Gopinath, Shelton Pinheiro
Photo Manipulation: Muhammed Akbar

Scura dentro ma buona fuori

7 aziende di successo che hanno iniziato vendendo tutt'altro


Le aziende sono come delle persone. Hanno un proprio bagaglio e se lo portano dietro in ogni momento. Il cammino sembra sempre lineare e limpido. Poi se si prova a guardare un attimo indietro, ci si accorge come questo sia spesso stato contorto e poco prevedibile.

D’accordo. Lasciamo la filosofia ad altri, senza però sottovalutarne l’importanza in una scienza sociale qual è il business management.
L’insegnamento, però, è chiaro. Il cambiamento del macroambiente o del microambiente, un’opportunità colta con astuzia, una debolezza sapientemente curata o un’intuizione rivelatasi geniale. Tutto può cambiare lo status quo.

3M

Si legge 3M e si pensa ai Post-it. L’associazione è tanto immediata quanto scontata. Tuttavia l’obiettivo dei fondatori di Minnesota Mining e Manufactoring nel lontano 1902 era vendere il corindone, un minerale resistente all’usura e all’impatto, necessario per creare mole abrasiva.

I post-it entreranno in commercio solo nel 1977 per idea di un ricercatore della Divisione sviluppo prodotti. La storia è stramba quanto affascinante. Appassionato e devoto corista in chiesa alla domenica, era solito inserire nel libro da messa alcuni foglietti di carta, in corrispondenza dei canti prescelti. Spesso però i foglietti cadevano ed ogni volta si trovava nei guai. Con l’utilizzo di un particolare tipo di adesivo ideato da un collega risolse il suo problema e nacque il prodotto più famoso dell’azienda del Minnesota.

Tiffany & Co.

Quando il 18 settembre 1837 Charles Lewis Tiffany e John B. Young aprirono la loro bottega a Manhattan, avevano in mente un negozio con una gran varietà di articoli, cancelleria inclusa. Altro che simbolo della felicità materiale! Neanche potevano immaginare che, con il corso del tempo, il loro brand avrebbe influenzato lo stile delle donne più importanti al mondo.

Solo dopo ben 15 anni l’azienda invertì la rotta del proprio core business, focalizzandosi prettamente sui gioielli. A proposito, sareste in grado di immaginare una scena dell’ormai cult movie Colazione da Tiffany in cui la divina Audrey Hepburn entra in un negozio Tiffany e Co. per comprare un astuccio con delle penne?

Nokia

Ancora una domanda. Quanti di voi sapevano che il gigante finlandese Nokia ha emesso i suoi primi vagiti fabbricando carta sulle rive dell’omonimo fiume? Una segheria che sfruttava la corrente del corso d’acqua fu il primo grande investimento dell’incontrastato dominatore della telefonia sino all’avvento della telefonia mobile.

L’azienda, che capì prima degli altri che il cellulare non fosse solo un “telefono”, ha dedicato la sua attenzione a numerosi business prima di dedicarsi esclusivamente alle telecomunicazioni.

Avon

Altrettanto sui generis è il curriculum vitae di Avon. Nel 1886 David McConnell ebbe l’idea di vendere libri porta a porta con una particolare intuizione. Per aumentare il leveraging sulle donne, pensò di regalare profumi come complementors. Ben presto però si rese conto come i cosmetici in regalo fossero divenuti più popolari dei libri. E l’azienda prese la piega che ad oggi conosciamo noi. Incredibile ma vero.

Colgate

Nasce nel lontano 1806 producendo inizialmente sapone e candele. Tutto cambia quando circa 70 anni dopo l’azienda lancia il suo primo dentifricio. Il resto è storia conosciuta. In molte parti del mondo il termine “Colgate” è divenuto addirittura sinonimo di dentifricio, rientrando nell’olimpo dei cosiddetti “brandotti, riservato solo a pochi e fortunati marchi.

Hasbro

La compagnia è attualmente first follower del colosso Mattel nel settore dei giocattoli. I fratelli Hassenfeld non intendevano tuttavia fare questo in principio. Nel 1923, data della fondazione, l’azienda operava nel settore tessile. Gradualmente il focus si è spostato, sino a fare il grande salto nel 1952 con il famoso Mr. Potato Head.

Abercrombie & Fitch

Quando David Abercrombie fondò il suo negozio di vestiti nel 1892 a New York City, non avrebbe sognato di vestire i ragazzi delle università di mezzo mondo. Il magazzino nacque originariamente come un negozio di articoli sportivi. Tra l’altro, Abercrombie vestì Charles Lindbergh nella sua famosa trasvolata atlantica. La versione di A&F che conosciamo noi oggi risale al 1988, quando la compagnia fu comprata e riposizionata.

Reinventarsi di continuo

Non stupisca come le aziende citate siano quasi tutte americane. Negli USA il concetto di diversification è ormai interiorizzato nella cultura aziendale. E solo la spinta verso la ricerca di business units conglomerali può generare miracoli del genere.

Sono ancora qui, tra di noi, con i loro successi transgenerazionali, ma la grinta di una matricola. Con la speranza di cogliere anche “al prossimo giro” le sfumature della continua evoluzione, prima di qualcun altro. Non basta più seguire il cambiamento. Bisogna essere il cambiamento stesso. Sono nate tonde ma poi sono morte quadrate. Anzi no. Non sono morte ancora e non è detto lo facciano. Nonostante gli anni. In quest’ultimo punto le aziende non sono come le persone. Purtroppo o per fortuna?

La famosa matrice di H. Igor Ansoff (Corporate Strategy, 1965)

DATA FIELDS: Andrea Graziano vi svela Grasshopper di Rhino3D! [EVENTO]

La MEDAARCH  – Mediterranean Academy of Architecture – offre uno special price ai lettori di Ninja Marketing per la partecipazione al workshop DATA FIELDS, organizzato dall’Accademia Mediterranea di Architettura, centro di formazione e di ricerca di Cava de’ Tirreni (Salerno).

Il workshop sarà tenuto dal tutor di prestigio internazionale, l’arch. Andrea Graziano, membro e co-fondatore di Co-de-it, dal 01/11/2012 al 04/11/2012.

L’obiettivo del workshop è quello di fornire i fondamenti della modellazione parametrica e generativa attraverso Grasshopper, plug-in di programmazione visuale per Rhinoceros.

Le borse di studio sono offerte agli studenti e ai professionisti connessi al gruppo Ninja Marketing e consistono nella riduzione della tassa d’iscrizione da 300,00 euro + iva, a 200,00 euro + iva.

Gli interessati dovranno mandare la propria adesione all’indirizzo mail francesca@medaarch.com ponendo come oggetto il proprio nome e cognome seguito dalla dicitura “iscrizione workshop DATA FIELD per membro ninja”.

Obiettivi e finalità

Lo spazio in cui viviamo è in ogni suo aspetto monitorabile e risulta essere un gradiente di dati in continua evoluzione e cambiamento. Uno dei maggiori vantaggi degli strumenti parametrici è quello di poter informare i processi progettuali con flussi di dati accurati, specifici e variabili nel tempo e nello spazio.

“Data Fields” è un workshop dedicato al plug-in Grasshopper di Rhino3D che si focalizzerà sulla sua principale natura di processore di informazioni e su come può essere usato per acquisire e manipolare flussi di dati provenienti da varie fonti e usarli per informare sia i processi logici che le geometrie, dalle più semplici fino a quelle maggiormente complesse.

L’obiettivo è quello di fornire una comprensione del valore delle informazioni e dell’articolazione dei dati, e di come siano già di per sè un’operazione progettuale, spaziale e architettonica. I risultati potranno quindi variare da puri protocolli di comunicazione dati, dataViz o geometrie “data-driven”.

Informazioni sul workshop:

Il workshop si svolgerà nella città di Cava de’ Tirreni (Salerno), presso il Mediterranean Fab Lab, situato alla Mediateca MARTE di Cava, e avrà durata di 4 giorni complessivi (1-4 nov 2012).
Data Fields è il primo dei sei appuntamenti formativi organizzati dalla Medaarch per l’anno 2012. Vai su www.medaarch.com per conoscere gli altri!

Quando YouPorn incontra l'Xbox XXXBox

Quando YouPorn incontra l'Xbox: XXXBox?

Quando Youporn incontra l'Xbox: XXXBox

Se n’è spesso parlato e molti lo temevano: il porno approda su una console per videogames. Dopo anni di resistenza uno degli ultimi tabù cade, ma in che modo?
Microsoft, in un recente aggiornamento (per ora in fase beta ma entro fine anno pubblico) della dashboard di Xbox 360, ha introdotto la possibilità di utilizzare il nuovo browser Internet Explorer 10. In poche parole da oggi in poi, alle numerose funzioni già presenti, si aggiunge la possibilità di navigare su Internet.

Quando Youporn incontra l'Xbox: XXXBox

Fin qui, oltre l’indubbia utilità null’altro di clamoroso. Non fosse che i responsabili di YouPorn hanno sbandierato ai 4 venti la possibilità di visionare i propri contenuti anche attraverso la nuova interfaccia offerta da Xbox.
Puntuali come un blue screen di Windows Millenium, ecco che padri e madri di mezzo mondo sono sul piede di guerra (e loro poi, da dove l’avranno appresa la notizia?).

Microsoft, da sempre attenta alla gestione dei contenuti sensibili, ha già smorzato i toni, dichiarando che sarà possibile impostare il ”parental control” per vietare l’accesso a questo tipo di contenuti. C’è chi invece ha mal interpretato quest’informazione, pensando ad una possibile ”apertura” di Microsoft all’integrazione tra Xbox360, Kinect e mondo hard.

Quando Youporn incontra l'Xbox: XXXBox

Un connubio per alcuni allettante. È da i tempi della prima PlayStation (ma forse anche prima) che molte software house han provato a portare su videogame questa redditizia realtà, sempre però stoppate in tempo dalle relative aziende produttrici.
Alle volte riuscendoci tramite hack e modifiche (chi di voi si ricorda dell’hack di Dead or Alive Extreme Volleyball?). Ma di veri giochi porno, comunque, non v’è traccia.

Quando Youporn incontra l'Xbox: XXXBox

Ritornando in topic, voi cosa ne pensate dell’annuncio di YouPorn? Troppo sfrontato?

Io credo che, economicamente parlando, porno e realtà aumentata prima o poi andranno a braccetto. D’altronde l’industria del porno ha sempre saputo cavalcare l’onda delle innovazioni, dal Vhs, passando per i Dvd, fino all’internet video streaming.

Per dovere di cronaca ecco il comunicato ufficiale: “Gamers and free porn lovers around the world rejoice! Thanks at long last to the introduction of Internet Explorer for XBox, you can now tap in to and stream all your favorite free YouPorn videos right from your XBox…” [ok, poi il comunicato continua ma per noi è meglio fermarci qui].

8 consigli indispensabili per migliorare la gestione delle fanpage delle PMI

Oggi, in fatto di social media marketing, esistono diversi casi di eccellenza come quello di Red Bull o Coca Cola, che grazie ad ingenti investimenti e ad un impegno costante riescono a diventare punti di riferimento nell’ambito delle moderne dinamiche social e digital.

Ma accanto ai (pochi!) colossi esistenti, il nostro tessuto imprenditoriale è prevalentemente composto da una miriade di PMI, che possono contare su una struttura organizzativa molto piccola, pochi investimenti e, soprattutto, una quota di tempo minima da dedicare all’aggiornamento sulle evoluzioni dei social network. Questo è vero in particolare sui continui aggiornamenti cui Zuckerberg ci ha abituati negli ultimi tempi per le fanpage.

Per dare un contributo al ‘problema’, dopo avervi parlato di Twitter qualche tempo fa e riprendendo un articolo di Simply Zesty, proponiamo allora questo piccolo prontuario fatto di 8 consigli per le PMI per migliorare la gestione delle pagine Facebook. Dedicati a chi desidera crescere ma che per forza di cose dove “fare da sé”: in una situazione del genere, tanto vale fare meglio che si può!

1. Pianificate il vostro messaggio

Come già sottolineato, quello che spesso manca alle PMI impegnate a creare un’audience importante su Facebook è il tempo. Spesso, infatti, tutte le risorse sono impegnate sul core business aziendale, e può accadere che in determinati periodi la fan page venga lasciata a sè tradendo una delle regole d’oro dei social media: “mai trascurare i vostri fan“.

Proprio per evitare questo errore fatale ci viene incontro Facebook con una feature abbastanza recente che ci consente di pianificare la pubblicazione del nostro aggiornamento. E’ una possibilità molto importante, perché a differenza del classico Hootsuiteè estendibile anche a deal, eventi e altri contenuti non programmabili dal fidato “gufo”.

Mai dimenticare, però, di fare una capatina per rispondere ai fan. L’interazione resta fondamentale ed imprescindibile.

2. Evitate i concorsi

Per questo consiglio va fatta una premessa fondamentale: per regolamento, siglato all’atto della registrazione, Facebook vieta di utilizzare i suoi strumenti nativi (commenti, like e condivisioni) per realizzare concorsi a premi di qualsiasi natura.

Per poter realizzare un concorso rispettando le regole bisogna allora realizzare un’app (o ottenerne una già realizzata da terze parti).

Possiamo però sbilanciarci dicendo che il concorso in sé è uno strumento che può risultare utile ai grandi brand, con molte preferenze e premi sostanziosi da offrire. Una piccola azienda che mira a crescere nel numero di like e nella qualità delle interazioni dovrebbe pensare a soluzioni differenti, che stimolino interazione, curiosità ma soprattutto condivisione e spirito di community.

3. Invitate i vostri amici

Questa è probabilmente l’azione più antica del mondo, ma rappresenta sempre un ottimo inizio. Facebook aveva interrotto per un periodo questa possibilità, reintroducendola a grande richiesta.

Gli amici sono, infatti, persone di cui ci fidiamo, di cui conosciamo gusti ed inclinazioni e che quindi potenzialmente rappresentano i fan perfetti.  Però attenzione: un amico va invitato a diventare fan solo se si ritiene che il contenuto sia incline ai suoi gusti, altrimenti un’azione indiscriminata può essere percepita come fastidiosa e creare una bad reputation per la pagina verso alcune persone.

4. Promuovete gli aggiornamenti

In premessa abbiamo detto che spesso le PMI non hanno risorse da investire nelle attività social. Ma è importante, soprattutto in una fase di crescita, effettuare investimenti anche se minimi ma fortemente efficaci in termini di risultati.

Non dobbiamo pensare, infatti, che essere riusciti ad ottenere un buon numero di fan sia condizione sufficiente per avere un buon audience. Facebook, infatti, utilizza un algoritmo chiamato “Edgerank” che determina chi visualizzerà i contenuti di una fan page sulla base delle interazioni passate. Quindi, chi regolarmente commenterà o interagirà con la pagina visualizzerà sempre nel suo feed i nuovi aggiornamenti, mentre chi non ha un’interazione regolare molto probabilmente no. Si stima che circa il 10-15 % dei fan visualizzi effettivamente i nuovi aggiornamenti nei propri feed.

Per ovviare a questo problema c’è un utile strumento di promozione creato da Facebook, che con un budget anche minimo aumenta il target a cui quel messaggio sarà rivolto. Anche in questo caso è fondamentale la selezione: vanno “spinti” solo i post che possono portare un reale ritorno in termini di interazione attiva.

5. Individuate un target specifico per i vostri messaggi

Non tutti gli aggiornamenti possono interessare tutti i fan.

Anche in questo senso Facebook ci aiuta, consentendoci di targhettizzare il nostro post rivolgendolo solo a chi ne è potenzialmente interessato, evitando così la dispersione del messaggio e l'”effetto spam” per coloro che a quel messaggio sicuramente non saranno interessati.

6. Sfruttate la Timeline

Grazie alla Timeline di Facebook estesa anche alle fanpage è possibile condividere con i vostri fan i momenti principali della ‘vita’ della vostra azienda. In questo modo non solo si genera curiosità nell’utente, ma si da un tocco umano all’attività svolta negli anni.

Aggiornate sui vostri successi i vostri fan e rendeteli partecipi degli stessi: vi resteranno fedeli!

7. Scegliete un’immagine di copertina adatta

La Copertina è la presentazione immediata della tua pagina. E’ un messaggio fotografico immediato, con il quale l’utente (soprattutto i potenziali fan) si fa un’idea immediata del tipo di contenuti che troverà. Mai sottovalutare la potenza evocativa di una foto o di un’immagine ben studiata. Le dimensioni ideali per un’immagine di copertina di qualità sono di 851 x 315 pixel, con un minimo di 399 pixel di larghezza.

Scegliete un’immagine simpatica, curata, in alta definizione che trasmetta chi siete e come comunicate. E’ il miglior modo di presentarsi!

8. Siate precursori e innovatori

Facebook offre sempre nuove funzioni e possibilità. Anche se non si ha tempo, è importante avere un’idea delle immediate novità disponibili e provarle subito, sfruttando il vantaggio di conoscenza come leva per attirare nuovi utenti e generare like. In questo senso un esempio lampante è Facebook Offers, il nuovo servizio di social shopping realizzato da Facebook ed ancora in fase sperimentale, con il quale si possono offrire ai propri fan sconti esclusivi. Leggendo articoli come questo si possono anche tastare le prime esperienze sul campo.

Ci vuole davvero poco per fare un importante salto di qualità: un pizzico di informazione, un po’ di costanza e tanta, tanta fantasia. Sfruttate le armi a vostra disposizione e non avrete nulla da invidiare neanche ai grandi colossi social!

Sergio Tacchini: la nuova strategia di nicchia punta agli alto spendenti

Il brand per eccellenza della tradizione tennistica: così si presenta Sergio Tacchini. Dal 2009 nuovo management e nuova proprietà hanno contraddistinto una diversa linea nelle azioni dell’azienda, focalizzata molto di più sulle sponsorizzazioni e sull’organizzazione di eventi.

Basti ricordare, infatti, il sodalizio come sponsor tecnico con tre tornei ATP Masters 1000: Monte-Carlo Rolex Masters, Internazionali BNL d´Italia, Shanghai ATP Masters 1000.

Sergio Tacchini International fa parte ormai del gruppo Tacchini H4T (Hembly for Tacchini), società cinese controllata da Billy Ngok, presidente di Hembly International Holdings.

Obiettivo del 2013 sarà quello di rilanciare il brand a livello internazionale attraverso accordi di distribuzione precisi e mirati. La gestione del licensing del marchio italiano è stato difatti affidato da qualche giorno all’agenzia IMG, conosciutissima per la sua azione nel mondo dello sport, della moda e dei media.

L’obiettivo stavolta, però, è più ambizioso. Tutte le nuove strategie di marketing saranno mirate a un consumatore con un maggiore potere d’acquisto.

Mentre Nike e Adidas detengono quote importanti nel mercato dell’abbigliamento sportivo, l’attività di marketing di S. Tacchini, invece, si concentrerà sulla creazione di una nicchia di consumatori: giovani, dinamici, ma soprattutto dotati di “stile”.

Le iniziative di sponsorship e gli eventi saranno organizzati considerando le attività più importanti del mondo del tennis, della vela e della corsa.  L’azienda ha iniziato a stringere un accordo con la star del tennis Novak Djokovic, quest’anno vincitore per la seconda volta degli Australian Open e al 2° posto del ranking  mondiale ATP.

Il direttore generale di Sergio Tacchini, Janny Tang, ha dichiarato: “La strutturazione internazionale delle licenze e la forte esperienza nel mondo della moda e del tennis rendono Img il partner perfetto per lo sviluppo del nostro brand. L’azienda ha un forte team di specialisti a livello locale, che collaboreranno con noi in Europa, America e Asia“.

In sinergia con il management del marchio Tacchini si lavorerà su sponsorizzazioni, strategia, promozioni, e-commerce e altre attività commerciali per il rilancio del brand a livello internazionale.

Sarà questo l’ace vincente di Sergio Tacchini?

Networking e creazione di valore per il business al femminile europeo

Sviluppare la propria idea di business, condividere esperienze e conoscenze per accrescere il valore della propria impresa, fare e ricevere mentoring, creare una rete di contatti per generare valore insieme: in sintesi è questo il ventaglio di opportunità che l’iscrizione a Fe:male offre alle donne imprenditrici, o aspiranti tali, d’Europa.

Fe:male, lo dice la parola stessa: il social network, perchè di questo si tratta, nasce per le donne. Scambiarsi opinioni, accrescere la propria formazione specifica attraverso corsi e conferenze online, partecipare ad eventi ad hoc che mettano in contatto imprenditrici sparpagliate per tutto il territorio europeo e che, altrimenti, non avrebbero modo di fare sinergia tra loro: non è poco per le 221 business women che già si sono registrate alla piattaforma.

Perchè e come nasce Fe:male?

Non solo social network, ma anche piattaforma di e-learning che nasce nell’ambito del Lifelong Learning Programme, gestito da un consorzio di organizzazioni che provengono da Italia, Inghilterra, Olanda, Malta e Cipro. Per l’Italia il partner è l’azienda catanese Viteco, che fa parte del gruppo Jo.

Abbiamo avuto modo di incontrare il fondatore di JoGroup, Giuseppe Ursino, che ci ha spiegato come dopo essersi in primis occupati della realizzazione dell’architettura software della piattaforma di e-learning e, quindi, della tecnologia sottostante al social network, adesso l’azienda catanese sta sostenendo finanziariamente il progetto Fe:male, per fortificarne le basi e favorirne la crescita prima di poterlo fare camminare con le sue gambe e, magari, con l’aiuto di sponsor.

Ci siamo chiesti che feedback si è già registrato da parte delle imprenditrici che hanno aderito all’iniziativa.
Ursino risponde che:

C’è già una grande partecipazione. A giugno abbiamo organizzato un evento di lancio del social a Malta ed era visibile l’entusiasmo e la voglia di fare di centinaia di donne imprenditrici che ci fanno capire come si sentisse il bisogno di uno strumento che le aiutasse a non rimanere isolate nel loro business“.

Lo scopo di Fe:male, infatti” continua Ursino “è quello di creare una community che risolva un problema che spesso affossa il business delle donne che fanno impresa: il sentirsi abbandonate.
Fare partnership con colleghe magari lontane geograficamente aiuta ad espandere lo scope del proprio business, sfruttando le sinergie per crescere. A questo mira Fe:male
“.

Fe:male: How to join the network?

E alle donne che sono intenzionate a lanciare una startup che, in primis, parliamo con questo post.
Per iniziare, basta iscriversi alla piattaforma. Si parla inglese, ma è anche vero che alcune pagine sono in italiano.
Nella sezione Connect in Europe, il social network vero e proprio, ogni female entrepreneur crea il proprio profilo, specificando se si trova allo stadio di una semplice idea di business o è già sul mercato, ed indica espressamente a quali contatti è interessata.

Nella sezione Mentoring circles operano le mentor affermate che offrono sostegno alle altre, anche con esercizi interattivi per imparare a creare un piano aziendale e sviluppare le skill indispensabili per chi vuole occuparsi di management.
E poi? non resta che iniziare ad interagire ed il gioco è fatto.
Cosa aspettate a fare il Log-in? 😉

4 cose incredibilmente brutte nel primo spot Facebook

Incredibile anche solo pensare che Wieden+Kennedy potesse sbagliare. E farlo su uno dei brand più importanti almeno dell’ultimo decennio, Facebook. Ma andiamo con ordine e partiamo dalle basi. Questo qui sotto é il primo spot nella storia del più grande social network che ha appena sorpassato quota 1 miliardo di utenti.

C’é una tremenda serie di cose che non mi convincono, che suonano strane sotto l’apparente superficie di coerenza di questa pubblicità.

Gli oggetti social

Sedie, campanelli, basketball. Cose che esistono per ricordarci che non siamo soli e per connetterci gli uni con gli altri. E’ una metafora molto astratta, incapace di risuonare emotivamente con chi guarda il video. Che intendo dire? Che vale molto più uno degli spot The Web is What You Make of it (Google) che questo. Anche solo per la capacità di attirarti nella storia, raccontata e vista attraverso gli occhi dell’utente, cioé i tuoi occhi. Qui non c’é storia, solo una sequenza di immagini stereotipate, di stock e già viste. Perché amiamo Facebook e lo usiamo cosi’ tanto nella quotidianità? A questa domanda lo spot non risponde, é quasi come se parlasse di tutto cio’ che Facebook non é. Sicuramente non é un oggetto, non é una cosa. Una sedia non mi chiede a che cosa sto pensando, ogni singola volta che la vedo.

La totale assenza di attività online

Non uno schermo, non un computer, non un cellulare. Solo interazioni vis-à-vis. Perché raffigurare una scena come quella sopra? E’ l’ultimo momento in cui ti verrebbe in mente di usare Facebook (spero!). Non uno schermo, se non in un mezzo secondo: un lettore mp3 usato da due ragazzini, visto da dietro. Questo é uno sforzo creativo troppo grande, un salto vanaglorioso più lungo della gamba per un brand digitale.

Chairs are for people, and that is why chairs are like Facebook

Questa frase é più forzata, tragicomica ed inutile di un Poke. “The Universe, it is vast. And dark”. Ma seriamente? Un brand spesso accusato di essere invasivo forse non dovrebbe usare un tone of voice cosi’ esplicito ed esplicativo a tal punto da tirare tutte le conclusioni al posto dello spettatore.

La scena del ristorante


Se non altro, qui l’esecuzione é perfetta rispetto ai valori del brand. Siamo al ristorante La Popular, tutti hanno la stessa quantità di vino, nessuno mangia piatti diversi, presenti tutte le età. E un registratore di cassa é nella penombra.