L.U.P.T.: Ricerca, innovazione e PMI in due eventi e una nuova collana [EVENTI]

Oggi pomeriggio alle 15:30 a Napoli, presso la sede del Centro in via Toledo n°402, si terrà la presentazione del programma di eventi L.U.P.T.Centro Interdipartimentale di Ricerca, che fanno parte del World Urban Forum 6, e il lancio della collana ARTTISArea della ricerca, trasferimento tecnologico, innovazione, sviluppo.

Ma andiamo con ordine.

Che cos’è L.U.P.T.?

Il Centro interdisciplinare L.U.P.T. – Laboratorio di Urbanistica e Pianificazione Territoriale – nasce nel 1976, e da allora  si pone l’obiettivo di sviluppare la problematica relativa all’integrazione, valorizzazione e sviluppo del Mezzogiorno; verificare politiche alternative finalizzate alla ottimizzazione della localizzazione delle attività produttive e di servizi in aree territoriali, nonché alla tutela degli eco-sistemi ambientali; promuovere lo sviluppo territoriale ed assistere, sotto il profilo tecnico-scientifico.

Per unire questi aspetti con quelli della tecnologia, dell’innovazione e dello sviluppo e per diffondere anche a livello internazionale i risultati del Centro, è nata la collana ARTTIS.

Detto questo, andiamo a vedere come sarà strutturato questo pomeriggio e i giorni successivi.

Gli eventi L.U.P.T.

In questi giorni, fino al 7 settembre, a Napoli, è in corso la sesta edizione del  World Urban Forum, una conferenza tutta dedicata all’urbanismo in tutti i suoi aspetti.

Nell’ambito del Forum il LUPT organizza due eventi:

“Which “gender” of Cities for the future?”, un evento di Networking fortemente internazionale, che si terrà il 4 settembre;

“Safer Public Spaces for Women”, un evento di Training dedicato al mondo femminile, che si svolgerà il 5 settembre, entrambi presso la Mostra d’Oltremare.

La collana ARTTIS

La giornata vedrà la presentazione del primo libro della collana ARTTIS, “Progetto Sure e trasferimento della conoscenza al territorio”, a cura del Prof. Guglielmo Trupiano – Direttore del Centro e della collana – ed introdotto da un parterre mondiale, in cui daranno il loro contributo:

Teresa Boccia, Direttrice Scientifica di URBANIMA;
Ines S. de Madariaga, del Politecnico di Madrid e Direttrice dell’Unità “Donne e Scienza” del Governo spagnolo;
Ana Falù, Direttrice dell’Istituto di Ricerca INVIHAB, dell’Università Nazionale di Cordoba – Argentina;
Marisol Dalmazzo, Asoc. Vivienda Popular, Colombia, Olga Segovia, architetta e ricercatrice nella Corporaciòn de Estudios Sociales y Educaciòn del Chile;
Sophie Dimitrioulas, Vicepresidente dell’AFEM e Vicepresidente della Conferenza delle ONG del Consiglio d’Europa;
Cathy Mcllwaine, dell’Università Queen Mary di Londra.

Al termine dei lavori, inoltre, verrà presentato il Progetto Hidden – Hidden Innovative Initiatives for SMEs – dedicato alla capacità di innovazione delle PMI, con particolare attenzione al business development, marketing innovation e organizzazione.

Un pomeriggio ricco di contenuti e di riflessioni con menti internazionali, non perdetevelo!

Cibando, la startup sulla bocca di tutti [INTERVISTA]

Hai lo smartphone in mano, il tuo stomaco che borbotta, l’odore del caffè che proviene dai migliori bar della città. Non ti viene in mente un’idea? A me sì, un invito a colazione con Cibando!

Startup fondata dal ventitreenne Guk Kim, Cibando promette di accelerare il passaparola sull’offerta dei locali italiani, curando la creazione di esclusivi contenuti eno-gastronomici su misura per gli esercizi di ristorazione e distribuirli in rete tramite la comunicazione più innovativa.

Per fare tutto ciò, Cibando mette a disposizione una popolare applicazione “trova ristoranti, disponibile per iOS e Android, e crea contenuti multimediali esclusivi per gli stessi.

Ha già superato i 450,000 downloads (e la sua Fanpage di Facebook conta oltre 400,000 fan) ed in quanto prima società a cogliere l’opportunità offerta da un’importante partnership di cui stiamo per parlarvi, mette a disposizione degli utilizzatori italiani dell’app CircleMe la Plant Guide Restaurants in Italy.

Il funzionamento di Cibando e delle Plant Guides

Per l’utente è sufficiente disegnare su una mappa un cerchio che delimita geograficamente la ricerca, quindi può selezionare la categoria di ristorante preferito, il tipo di cucina o il prezzo.

Cibando fornisce a questo punto una lista dei ristoranti rispondenti alle caratteristiche indicate, offrendo anche per ognuno di essi un’anteprima del locale attraverso foto esclusive, video e informazioni aggiornate che aiutano l’utente nella sua scelta, o indicano come entrare in contatto con il locale selezionato, o ancora come prenotare, visionare il menu e innserirlo nella propria lista di preferiti.

Cibando, dicevamo, è anche la prima società a cogliere le potenzialità delle “plant collection”, prodotte da CircleMe, altra startup, di matrice italiana.

CircleMe è il social network che connette le persone alle cose che amano e a tutti coloro che condividono gli stessi interessi attraverso le Plant Guides, cioè collezioni di elementi ed oggetti curate dai partner, come Cibando.

“Siamo molto contenti di poter offrire ai nostri utenti le Plant Guides, capaci di portare alla loro attenzione una selezione di contenuti differenti e geolocalizzati ma in sintonia con i loro interessi -afferma Giuseppe D’Antonio, Ceo di CircleMe– Cibando è il nostro partner ideale, ha capito subito la potenzialità di questo nuovo strumento ed è subito salito a bordo occupandosi di realizzare una bellissima Plant Guide dei migliori ristoranti italiani. Molto presto altri partner distribuiranno i propri contenuti attraverso la piattaforma, aumentando la propria visibilità con utilizzatori molto attivi anche in mobilità”.

Cibando quindi, attraverso questa felice partnership, ha deciso di cogliere le opportunità offerte da CircleMe proprio con l’introduzione delle Plant Guides.

Guk Kim, Ceo di Cibando, dal canto suo sottolinea che “cibando rende ai suoi utenti facile e invitante la ricerca del ristorante, offrendo contenuti multimediali espressivi che costituiscono un’anteprima della “food experience” che il ristorante può effettivamente dare e permettendo in questo modo una scelta del locale più in linea con i gusti personali. E’ stato per noi naturale abbracciare la filosofia CircleMe e collaborare con loro, le Plant Guide costituiscono un ottimo strumento per distribuire contenuti e raggiungere nuovi utenti”.

Cibando in Italia: l’intervista a Daniele Cerroni, Marketing Manager

Come nasce l’idea e a quale stadio di sviluppo si trova?

“L’idea di Cibando nasce da un bisogno riscontrato nella vita di tutti i giorni, viaggiando spesso e dovendo sempre cercare un ristorante dove mangiare. Necessità fa virtù e quindi è nata l’idea di creare un’applicazione trova-ristoranti che faciliti il processo di ricerca di un locale adatto a soddisfare le varie esigenze ed evitando spiacevoli sorprese”.

Quanto si differenzia l’applicazione Cibando dalle altre dedicate specificatamente alla ristorazione?

“Cibando offre un servizio diverso rispetto ad altre applicazioni: garantisce visibilità ed accelera il passaparola dei locali. Questi hanno la possibilità di comunicare la propria qualità attraverso contenuti informativi e tramite splendide foto realizzate dai nostri food photographers professionisti, tutti elementi che riescono a trasmettere in maniera immediata l’essenza di un locale e la passione dei ristoratori”.

Come si colloca il lavoro di blogger, foto e videomaker e content manager all’interno del vostro servizio?

“Ci affidiamo ad un team di esperti per ogni settore in modo da creare una squadra unita, che cammina e si muove in simbiosi. Ogni singolo elemento apporta valore aggiunto a Cibando e la creazione dei nostri contenuti viene curata in maniera professionale a fronte di un lavoro di gruppo ed una passione comune”.

Cosa intendete esattamente con il concetto di “trovaristorante del futuro” così come lo definite voi?

“Cibando nasce da principio come trova-ristoranti, e non si è dovuto adattare al mondo “mobile” da una partenza cartacea. Ormai sono in molti a possedere la connessione internet sul proprio telefonino, palmare, smartphone, ecc. Tutti questi dispositivi vengono tenuti sempre a portata di mano ed offrono ricchi contenuti ed anche utili funzioni, come la geolocalizzazione e la navigazione, che permettono non solo di scegliere in anticipo il locale più adatto ma anche di essere guidati al suo ingresso”.

Come misurate l’impatto di Cibando sul raggiungimento dei risultati finali (ovvero, come avviene la stima del confronto tra le opportunità di business potenziale con il business reale)?

“Preferisco scegliere un ristorante consultando contenuti completi e di qualità oppure no? L’impatto di Cibando si basa su quanti rispondono affermativamente a questa domanda”.

Cosa prevede la timeline per i passi successivi di Cibando?

“Stiamo lavorando per rendere sempre più ricca e completa la nostra applicazione, procedendo costantemente con l’obbiettivo di offrire l’eccellenza del servizio per i nostri clienti”.


Beh, cosa resta da dire ancora?
Mentre finivo di editare questo post, avevo già scaricato l’app e iniziato ad usarla.

Oltre ad essere davvero utile e curata, la trovo molto divertente, potrei definirla “very socially correct“.
Sicuramente qualche migliorìa va ancora apportata. Per esempio, un difetto che salta subito all’occhio -almeno di chi conosce il luogo che sta esplorando con Cibando- è che la ricerca a tratti è ancora incompleta.

Pollice alzato, però, per il lavoro generale fin qui condotto. E un in bocca al lupo al team italiano.

Alla prossima!

Studio35Live: musica e social media, la parola ai Fluon! [ESCLUSIVA]

Ecco in arrivo la 5^ puntata di Studio35Live con ospiti i Fluon.

Abbiamo già visto a Studio35 altri esponenti della musica indipendente (Paolo benvegnù, 99 Posse, 2Pigeons, Baba Sissoko) e vi consigliamo di non perdervi il live concert dei Fluon che domani sarà pubblico sul canale ufficiale Youtube dell’iniziativa.

I Fluon band figlia del synth pop degli anni ’80 nata dal genio di Andy Fumagalli che ha saputo reinventarsi dopo l’esperienza intrapresa con Morgan nei Bluvertigo.

La band prende il nome dal “quartier generale creativo” dell’artista che riassume nel nome una vera filosofia di vita: “FLU” come fluorescenza e “ON” come costante modalità attiva di ricezione di un flusso continuo, un flusso che abbatte barriere e reinventa identità, che ha rotto convenzioni e offerto sprazzi di originalita’.

Andy da sempre attratto dalle arti visive riporta questa sua passione nel progetto con i Fluon, non creando solo musica ma plasmando un’esperienza artistica a tutto tondo: numerose sono le loro partnership con marchi italiani e non per la creazione di opere di design.

Se siete interessati alle dichiarazioni e altre curiosità sul gruppo vi consigliamo di leggere l’intervista del gruppo che ha accompagnato la live session, intervista che potete trovate integralmente in allegato a questo post del Centro Studi Etnografia Digitale.

Articolo redatto da Valentina Scannapieco.

Bic "For Her", la penna suscita polemiche e sarcasmo in rete

Questa volta ad avere un inciampo di percorso per scelte di marketing non proprio geniali è il colosso Bic. La grande azienda ha lanciato nell’Aprile 2011 una penna tutta al femminile, “progettata per stare bene tra le mani di una signora“, chiamata Bic “For Her”.

Inizialmente passata inosservata, da qualche settimana, probabilmente a causa dell’avvicinarsi del rientro a scuola, ha iniziato ad attirare l’attenzione e a far parlare di sè, in modi spesso non edificanti.

La penna, dal packaging “femminile” rosa e viola, o costellata di decori o strass, ha attirato miriadi di commenti sarcastici e divertenti sul sito Amazon.com, meritandosi anche una pagina dedicata su Tumblr.

Le polemiche scaturiscono dal fatto che la divisione di genere tra penne Bic e penne Bic For Her, che hanno operativamente parlando la stessa funzione, risulta essere sessista e retrograda.

Molti dei commenti lasciati su Amazon infatti, vertono proprio su questo aspetto: a che serve distinguere la penna per signore? Queste non sono forse in grado di scrivere anche con altri strumenti? Perchè solo alle donne dovrebbe piacere il rosa o il viola? O perchè si accosta una donna al colore rosa o viola? Ma una penna non è una penna in ogni caso?

Molte donne quindi, si sono sentite in un certo senso offese dalla distinzione attuata da Bic, ma piuttosto che reagire con proclami sulla parità dei sessi, gli utenti di Amazon, donne e non, hanno giocato sfoderando l’ironia e generando un tam tam incredibilmente efficace.

Commenti che giocano sul “sesso debole”:
Ho comprato queste penne per scrivere la lista della spesa, a piedi nudi in cucina. Ma la confezione era così difficile da aprire che ho dovuto aspettare che mio marito tornasse dal lavoro per farmela aprire! Poi ho provato ad usare questi aggeggi. Non sono riuscita a scrivere più di due parole di fila perchè continuamente distratta dal bellissimo inchiostro rosa luccicante che usciva da questa bella penna. Ho dovuto nuovamente chiedere aiuto a mio marito per la lista della spesa. “uova, latte, medicine per la mia prossima lobotomia..” Le donne sono così stupide, non è vero?

Commenti dal punto di vista maschile/maschilista:
Mia moglie ha sempre voluto il divorzio, ma quando è arrivato il momento di firmare le carte mi sono sbellicato di ridere nel suo tentativo di usare le mie penne Bic. Stupida donna, come poteva utilizzare queste penne?, non conosce la virilità della penna Bic onnipotente? Le sue mani non riuscivano a gestire la sua potenza e il testosterone. Poi Bic ha creato questo demone: uno strumento per consentire alla donna di scrivere. Non sono più i giorni in cui ho potevo rinchiudere mia moglie nelle segrete del mio seminterrato. Bic ha aperto il vaso di Pandora. Ora sono un uomo amareggiato e solo. Bic mi è costata il matrimonio!! * Scuote il pugno in aria con rabbia *

Commenti che osannano ironicamente il prodotto:
Prima di queste penne non ero niente. Ero una donna insignificante, che scriveva cose senza senso con delle penne troppo grandi che mi facevano apparire ridicola. […] Ma ora… Ora è tutto diverso. Queste penne mi hanno cambiato la vita, non soltanto la mia calligrafia. Queste penne mi hanno liberata..

Commenti negativi che riguardano “l’utilizzo domestico”
Mio marito me ne ha regalato un pacchetto, ma non so cosa farmene. Sono troppo sottili per usarle come mattarello. Non posso scodellarci la minestra. E con quella punta sottile non posso nemmeno affettarci la verdura!

..e per finire commenti che richiamano sex toys:
Penne per lei. Sono dotate di batterie con piccoli motori vibranti?
Bic ritiene che, in qualche modo, le donne non siano in grado di usare le stesse penne che vengono commercializzate per i non-donne?
Siate allora sicuri di prendere graffette per lei, punti metallici per lei, puntine da disegno e post-it per lei. Il tutto ad uno sconto del 20% sul prezzo, sia ben chiaro.

Questi sono solo piccoli esempi della reazione della rete, di utenti che hanno lasciato commenti sarcastici infarciti di luoghi comuni per sottolineare come Bic abbia fatto un passo falso, probabilmente basandosi strettamente su ricerche di mercato e dati, senza pensare alla logica.

Ciò che ne è scaturito risulta essere un’interpretazione geniale dei luoghi comuni, delle dicerie e dei pregiudizi sessisti e obsoleti che siamo abituati a combattere, legando gli utenti nel grande gioco della “presa in giro”.

Sicuramente chi ha pensato questa azione di marketing non è stato attento alle possibili conseguenze, con un po’ di ingenuità e inconsapevolezza. Probabilmente la diversificazione del prodotto avrebbe portato a margini più ampi di vendita e avrebbe evitato tali polemiche (seppur ironiche) se solo si fosse omessa la dicitura “For Her”.

Voi che ne pensate?

Restaura anche tu l’Ecce Homo di Borja e mostralo alla community!

Quello dell’Ecce Homo di Borja verrà ricordato come il restauro meno riuscito della storia. Ma anche come il tormentone che ha fatto impazzire il web. L’affresco del XIX secolo realizzato da Elías García Martínez,  è stato clamorosamente sfigurato dall’ottantenne Cecilia Gimenez che si è improvvisata restauratrice sperando in un miracolo evidentemente non riuscito.

Da oggi anche tu puoi cimentarti nel restauro (per fortuna virtuale!) grazie al sito The Cecilia Prize creato dall’agenzia BBH London e condividere il tuo capolavoro su Twitter usando l’hashtag #ceciliaprize

Non occorrono particolari velleità artistiche, anzi: la sfida è proprio riuscire a combinare un disastro peggiore!

Ecco il mio restauro: Ecce Ninja!

Spreadable Media e transmedia, la parola ad Henry Jenkins [INTERVISTA]

Qualunque studioso di marketing culturale conosce il nome di Henry Jenkins. Padre della Cultura Convergente, Provost’s Professor di Communication, Journalism, and Cinematic Arts alla University of California, creatore del programma Comparative Media Studies al MIT. A lui si deve lo sdoganamento del concetto di aca-fan, per identificare quegli accademici che in primis sono fan dei contenuti mediatici oggetto dei loro studi. Dal crossmedia al transmedia, le logiche del fandom, i fenomeni collettivi grassroot applicati all’industria culturale, comunicativa e simbolica rappresentano il campo dei suoi prolifici studi.

Ninja Marketing ha incontrato il professor Jenkins a seguito del suo speech al Centre Pompidou di Parigi. Ecco a voi l’intervista in esclusiva!

Una web tribe è un insieme di persone che svolge azioni sulla Rete, o uno sciame narrativo e flusso comunicativo?

Se mai c’è stato un qualcosa chiamato “web tribe”, e la cosa è altamente discutibile, il mondo online si è diversificato al punto oggi in cui sarebbe inutile parlarne come se esistesse solo un gruppo di “persone” o un set di attività. Usiamo il web per fare molteplici cose, come individui, come network e come comunità, alcune di queste cose le facevamo da prima che il web esistesse, alcune le facciamo perché esiste il web, ed alcune le facciamo anche se il web ci rende più difficile farle.

Credo dobbiamo spostarci dalle generalizzazioni semplici su cosa la web culture sia e sviluppare un linguaggio più descrittivo che guardi a che cosa succede su siti specifici, su come pratiche particolari siano impiegate da comunità particolari attraverso piattaforme particolari.

Quali sono i principali trend nella cultura partecipativa?

La cultura partecipativa descrive cosa succede quando ampliamo il numero di persone che hanno accesso ai mezzi di produzione e diffusione culturale. Il nostro attuale momento di cultura partecipativa emerge da svariate centinaia di anni di lotte da parte di tanti gruppi diversi per espandere la capacità comunicativa di persone normali e comunità grassroots, spesso contro l’espansione del potere di broadcasting dei corporate media. Stiamo raggiungendo il punto in cui la cultura partecipativa è una forza di cui tenere conto nelle decisioni fatte dai governi e dalle aziende. E dovunque il pubblico eserciti il suo potere di produrre e far circolare messaggi in modi che stiano aiutando a diversificare e democratizzare l’agenda culturale.

Avendo detto ciò, possiamo solo parlare del movimento verso una cultura sempre più paretecipativa: molte persone ancora hanno difficoltà con l’accesso limitato alla tecnologia (il digital divide) ed alle competenze ed esperienze necessarie per participare significativamente (il participation gap). Quindi, guardando al momento presente, le lotte principali riguardano il chi riesce a partecipare ed in quali termini.

E’ adesso molto più chiaro che il Web 2.0 e la cultura partecipativa non sono la stessa cosa: che non possiamo semplicemente annullare i desideri contraddittori di aziende e consumatori, per esempio, ma piuttosto dobbiamo confrontare i diversi interessi e le diverse agende che ciascuno di loro apporta ad ogni data transazione. Gli ultimi anni ci hanno mostrato continui dibattiti su termini di servizio — problematiche legate alla privacy, al copyright, alla censura, al data mining ed al branding, preoccupazioni sulla network neutrality, e su altri temi relativi alla possibilità per le nostre relazioni ed informazioni di essere mutuate da una piattaforma all’altra, ed ognuna di queste lotte ha implicazioni enormi per il futuro della cultura partecipativa.

Il mio prossimo libro, Spreadable Media (scritto con Sam Ford e Joshua Green) si incentra sulle tematiche di diffusione. Facciamo una distinzione principale tra distribuzione (la diffusione di content attraverso canali ben consolidati e controllati a livello corporate) e circolazione (il sistema emergente in cui comunità grassroots ed individui giocano un ruolo molto più attivo nella diffusione del content, spesso attraverso mezzi non autorizzati). Tali pratiche di networking esercitano un impatto molto più grande in termini di quali forme di culture catturino l’attenzione o che cosa costituisca i termini principali dei nostri dibattiti politici, in modi che metteranno ulteriormente in questione l’influenza dei mass media sulla nostra vita.

Quali attuali progetti transmediali nell’industria culturale catturano il suo interesse?

La parola transmedia, di per sé, si riferisce a qualsiasi insieme di relazioni che si dispieghi attraverso molteplici piattaforme media. La prima ondata di interesse sul transmedia si è concentrata sullo storytelling e sul branding, specialmente sulla complessa interazione tra questi due elementi in un’industria concentrata sempre di più su esperienze di branded entertainment. Sempre di più, sono interessato ad altre tipologie di relazioni transmediali — specialmente in modi in cui le logiche e le pratiche transmediali sono adottate da educatori, attivisti, oppure gruppi non profit, NGO, chiese

Quindi, ad un certo livello, c’è ancora molto lavoro interessante fatto da storyteller commerciali e professionali, che intendono usare molteplici piattaforme media per espandere ed approfondire le storie che possono raccontare e permettere ai fan di essere coinvolti con modalità più intense nei riguardi delle storie di loro interesse. Dall’altro lato, vediamo altri gruppi adottare pratiche transmedia in modi che non sono necessariamente motivati da proeccupazioni commerciali e possono renderle strumenti per costruire un mondo migliore.

Abbiamo costituito un gruppo di ricerca all’Annenberg Innovaction Lab che sta esplorando molte di queste dimensioni del transmedia. Il nostro progetto, Flotsam, che stiamo realizzando in collaborazione con The Alchemists, utilizza il gioco transmediale come un veicolo per enfatizzare l’apprendimento, creando una serie di esperienze intorno ad un premiato libro per bambini e che crei un ponte tra fiction e realtà, che incoraggi le interazioni cross-generazionali.

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Ci sono delle differenze tra progetti transmediali ideati e prodotti negli USA e quelli in Europa?

Gli Americani hanno fatto distinzione tra la scuola dell’East Coast e quella della West Coast per quanto riguarda il transmedia. La East Coast school è più incentrata sui giochi, spesso più indipendente, e spesso implica la creazione di un’esperienza di networking come un ARG, che fin dall’inizio include materiali creati e disseminati attraverso molteplici piattaforme media. La West Coast School è più guidata da Hollywood, tende ad incentrarsi sulla creazione di nuove estensioni per una “maternità” (un testo di base televisivo o filmico) ed è plasmata fortemente dalla logica di costruzione di un franchise.

Potremmo adesso aggiungere, a queste distinzioni, altre due: una emergente in Europa, dove la produzione transmediale è strettamente collegata e vecchie tradizioni del servizio pubblico televisivo e la produzione di cinema nazionale, quindi è molto più idoneo di entrambi i modelli americani ad essere legato ad ambizioni educative, pubbliche ed artistiche. La tradizione latino-americana, che si sta ancora formando, sembra più strettamente legata da un lato alle tradizioni della telenovela e dall’altro alle tradizioni della cultura folk, come il carnevale.

Non sono sicuro di saperne già abbastanza per sottolineare le differenze in queste quattro scuole di produzione transmediale, ma è chiaro che il risultato è la predominanza di diversi valori ed obiettivi di base, diversi modelli per come le parti interagiscono tra loro, assunti diversi su come l’audience interagirà con il contenuto, e diversi modelli di business e flussi di finanziamento.

E ovviamente, in ogni caso, ci sono eccezioni a questi modelli. In Europa, per esempio, vediamo degli spostamenti dal finanziamento pubblico per le industrie creative a causa della crisi economica, un aumento di privatizzazioni nella cultura produttiva, cosa che è destinata ad avere conseguenze in termini di quali tipo di agenda motivino la produzione transmediale. E in America Latina, ci si sposta lontano da un esclusivo focus sul mercato nazionale per aumentare le aspirazioni di divenire un media player globale, specialmente in Brasile. In entrambi i casi, questi trend possono spingere i media producer verso qualcosa di più vicino al modello della West Coast, ma sospetto che vedremo ancora una combinazione ibrida di queste due cose nell’immediato futuro.

SMPAFinalProject

Come molti autori affermano, il termine comunità è una categoria sociologica molto mal-definite per identificare le forme di aggregazione sociale online. Il sociologo Adam Arvidsson (tra gli altri) afferma che “la maggior parte delle forme di azione da parte dei consumatori online riguardano forme di coinvolgimento con brand e prodotti molto sciolte e transitorie: postare una o due volte in un blog, cercare su di un online forum sulla maternità per fare una domanda su di un prodotto e poi non tornare mai più, cliccare Like su Facebook e così via” (Arvidsson 2012). Dato questo nuovo scenario, come cambia il mondo del fandom e delle brand communities? Sono possibili nuove categorie sociologiche?

Non sono sicuro che ciò che facciamo online sia radicalmente differente da cosa facciamo offline, in questi termini. Tutto il giorno prendiamo delle decisioni, alcune delle quali sono altamente individualizzate (e dunque sono motivate in parte dal nostro desiderio di differenziarci da chi è intorno a noi) ed alcune emergono dalle nostre forti affiliazioni con gli altri (e sono motivate dal desiderio di socializzare).

Consumiamo media come fan (sia in termini di investimento appassionato e di forte attaccamento sociale con gli altri) ma a molto di esso ci relazioniamo in una modalità molto più casual e personalizzata. Alcuni brand creano comunità forti, ma molti altri li corteggiano e competono per loro attraverso tipi tradizionali di comunità, e la maggior parte finiscono per attrarre consumatori individuali.

Quindi, credo che concetti come comunità di fan e di brand abbiano valore nell’aiutarci a comprendere alcuni tipi di fenomeni, ma sono divenuti così seduttivi per un periodo di tempo che specialmente nell’industria dei media, si è giunti all’assunto per cui ogni brand voleva trasformare i propri consumatori in partecipanti all’interno di una comunità di marca. Ed è qualcosa che semplicemente non succederà. La maggior parte dei consumatori non si interessa alla maggior parte dei brand in questo modo. Questo non vuol dire che il consumo di network non sia un fattore potenziale nella vita di un brand, ma occorre riconoscere che queste comunità hanno la propria esistenza, le proprie storie, valori, e tutto ciò che entra nel proprio spazio deve entrare alle loro condizioni.

Ne parliamo molto in Spreadable Media. Gli individui ed i gruppi possono aiutare a far circolare messaggi di brand attraverso i loro network, ma più spesso lo fanno perché il brand diventa una risorsa che permette loro di apportare un contributo significativo al dibattito continuo della comunità, perché permette loro di contribuire alle interazioni sociali per loro rilevanti, perchè permette loro di dare qualcosa alle persone loro care, e non perché sono esageratamente interessati al messaggio del brand o alla sopravvivenza economica del brand che l’ha prodotto.

Quindi, vorrei dire che le aziende devono comprendere le dinamice sociali delle networked communities ma non devono necessariamente immaginarle come centrate intorno agli obiettivi ed interessi dell’azienda. Come suggerirebbe il mio collaboratore, Sam Ford, questo processo inizia ascoltando attivamente ai consumatori piuttosto che semplicemente raccogliendo dati che confermino le proprie ipotesi già esistenti o utilizzando le community semplicemente come un veicolo per diffondere il proprio messaggio.

[Ringrazio Mirko Pallera, Alex Giordano ed Antonio Prigiobbo per aver partecipato al pool delle domande!]

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Foursquare: dal 10 Settembre promoted update per tutti!

Questa estate Foursquare ci aveva avvertiti… e tra pochi giorni i promoted updatecosì come riportato da Foursquare Italia e dopo una breve fase di test – saranno ‘aperti al pubblico’ 😉

Gli aggiornamenti sponsorizzati non saranno visibili solo alle persone che seguono il brand sul social o da chi ha già fatto check-in in una venue, ma potenzialmente da chiunque stia cercando qualcosa collegato al contenuto della comunicazione.

Dopo i dubbi sulla profittabilità del business model di Foursquare, che deve riuscire a far fruttare gli oltre venti milioni di utenti e i 2,5+ miliardi di check-in fatti (dati Aprile 2012), questo servizio va verso la strada della rendita, frutto del pagamento dei business per comparire nella sezione ‘esplora’. Leggiamo e traduciamo liberamente sempre dal blog Foursquare:

“Funziona come la pubblicità di Google: là, se cerchi ‘laptop’, vedi un’ad che pubblicizza un sito di elettronica a fianco dei risultati. In Foursquare, se fai la stessa ricerca in ‘esplora’, potresti vedere un promoted special legato a un deal di un negozio di computer nelle vicinanze.”

Non ci resta che attendere! 😉

Social Media Week a Torino: si parla anche di innovazione e business


Anche quest’anno torna la Social Media Week in Italia. Dopo le edizioni di Roma e Milano, nel 2012 è la volta di Torino.

Il capoluogo piemontese è una delle 15 città (assieme a Barcellona, Berlino, Bogotà, Chicago, Doha, Glasgow, Hong Kong, Jeddah, Londra, Los Angeles, San Paolo, Seoul, Shanghai e Vancouver) che dal 24 al 28 settembre ospiterà la manifestazione.
L’edizione torinese della Social Media Week è organizzata da Dunter, in collaborazione con Codice. Idee per la Cultura ed ha in programma una serie di panel, workshop, conference ed eventi completamente gratuiti su topic di differente tipo, sotto il grande cappello dei social media.

Il tema del 2012 è “Empowering Change through Collaboration – Dare forza al cambiamento attraverso la collaborazione”. Alla base di questa scelta vi è la consapevolezza che i social media sono uno degli strumenti principali del cambiamento non solo delle regole e dei processi produttivi, ma anche e soprattutto di quelli decisionali e afferiscono al processo di creazione di una nuova opinione pubblica e una nuova “identità” globale, più consapevole e attiva.



L’obiettivo è dunque creare un dialogo tra istituzioni (politiche ed economiche) e cittadini, non solo offline, ma anche online. Per questo sono stati coinvolti nella Social Media Week personaggi noti della rete che lanceranno “tweet” di augurio e provocazione relativi al tema della giornata, ovvero:

      Lunedì 24: Society / #PARTECIPARE: società, beni pubblici e nuovi metodi di partecipazione
      Martedì 25: Tech, idee, innovazione / #INNOVARE: le frontiere dell’innovazione
      Mercoledì 26: A real new economy / #PRODURRE: fare impresa con i social media (industry, market, professioni, ADV)
      Giovedì 27: Culture, media, creatività / #CREARE: la produzione culturale, i suoi luoghi, education
      Venerdì 28: Il turismo / #VIAGGIARE: turismo, promozione e valorizzazione delle emergenze locali

Tech, idee, innovazione

Martedì 25 alla Social Media Week si darà dunque la parola all’innovazione: quella che esce dai laboratori, dagli incubatori e dalle start-up e diventa società ed economia; idee e inventori italiani che collezionano successi e si aprono a nuove sfide grazie alle tecnologie legate al mondo dei social media.

I social media sono entrati nel mondo dell’economia creando nuove prospettive sia per quanto riguarda la brand promotion sia per quanto riguarda la proposta di nuovi servizi e il feedback diretto con gli utenti: un’evoluzione del rapporto con i consumer che richiede nuove energie, nuove strategie e soprattutto nuove professionalità.

Non solo startup digitali alla Social Media Week però: si affronterà la “cultura del fare” in ambiti in cui, grazie ai nuovi media, la partecipazione ha creato e crea contesti applicativi nuovi, partendo dalla buone pratiche e da incontri con chi, cavalcando per tempo l’onda positiva dell’innovazione, ha maturato competenze e esperienze condivisibili.

I personaggi noti che animeranno questa giornata sono @pandemia, ovvero Luca Conti, giornalista freelance (Il Sole 24 Ore) e consulente di social media marketing; @mirkopallera, ovvero Mirko Pallera, founder di Ninja Markerting, e @dottavi, ovvero Alberto D’Ottavi: giornalista (Forbes.com), blogger, docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti, consulente freelance di Digital Strategy.

A real new economy

Mercoledì 26 invece si parlerà di argomenti di grande attualità che interessano anche i non addetti ai lavori: come cambia il mondo dell’economia grazie ai social media e come i social media possono aiutare l’economia in un mondo che vive una delle più grandi crisi economiche e finanziarie dell’era moderna.

Alla Social Media Week si indagherà come la rivoluzione digitale stia impattando sull’economia reale nei suoi gangli fondamentali – produzione e comunicazione – e come il ruolo del singolo possa divenire sempre più profondo, giungendo a permeare parte del processo produttivo e di comunicazione.

Ad animare questa giornata saranno @lucadebiase, giornalista, editorialista
@fabiolalli, esperto di social media, fondatore di Indigeni digitali.

Le iscrizioni alla Social Media Week sono aperte

Per approfondire, consultante il programma sul sito, dove potrete anche iscrivervi. E non dimenticatevi di seguire tutte le discussioni online grazie all’hashtag #smw12.

Università e start up: alla scoperta dei corsi attivi negli atenei italiani

Studiare all’università non serve per diventare buoni imprenditori?

Dal sud al nord è un vero e proprio boom di corsi di laurea, di seminari e competizioni che parlano di come progettare start up. L’Italia si sta adeguando al resto d’Europa (Inghilterra e Germania sono avanti da un pezzo) e per evitare la fuga di cervelli (anche sotto l’indicazione del ministro Profumo) è importante dare alcune indicazioni dell’offerta formativa di alcuni centri universitari di eccellenza italiani.

Focus Napoli

L’Università Federico II di Napoli, precisamente presso la Facoltà di Ingegneria Gestionale, ha avviato già da tempo una diffusa analisi all’interno del Corso in Gestione dello Sviluppo Imprenditoriale, diretto dal prof. Mario Raffa.

Alla fine del corso, gli studenti, divisi in gruppi di 3/4 persone, saranno in grado di preparare dei business plan di una nuova impresa spaziando dalla idea di impresa allo scenario economico, all’analisi di mercato, alla commercializzazione e all’innovazione tecnologica. Senza trascurare il ruolo delle banche, dei clienti, dei fornitori, del personale e del fisco.

Anche quest’anno i business plan di circa 200 ragazzi, scelti tra i migliori, sono stati presentati ad una giuria composta da imprenditori, venture capitalist, esperti di finanza e gestori di incubatori, nonché rappresentanti istituzionali.

Info sul sito www.ingegneria.unina.it

Focus Roma

Alla LUISS Business School nasce il LED Center, ovvero un laboratorio di progetti, di idee e di start up.

Si tratta di un vero e proprio corso in cui i giovani (inseriti in gruppi o lavorando singolarmente) avranno tutte le indicazioni su come realizzare un business plan, passando dall’idea creativa alla presentazione del progetto ad una commissione specifica, che valuterà le idee ed i relativi piani di business creati.

Durante lo start up contest sarà assicurato un servizio di assistenza e advisorship da parte di consulente esperto nella formulazione e presentazione  di piani di business start up, con l’obiettivo di ottimizzare il risultato finale di ogni gruppo.

Gli output saranno valutati e premiati dall’advisory board del LED center. Il gruppo vincitore avrà l’opportunità di essere incubato per 6 settimane in Enlabs, il primo incubatore ed acceleratore di impresa, sul modello di quelli esistenti in Silicon Valley, con sede a Roma e di cui vi abbiamo già parlato.

Il programma di incubazione, con il supporto dei mentori e del business networking, si conferma come strumento fondamentale per la nascita ed il successo delle start up. Le start up partecipanti al LED, avranno inoltre la possibilità di essere valutate da incubatori ed acceleratori d’impresa presenti su tutto il territorio nazionale.

Fondamentale è la messa in bando di borse di studio totali e parziali, le cui selezioni che chiudono il 20 settembre.

Per tutte le info e le richieste specifiche è possibile contattare led@luiss.it

Focus Milano

Lo Start-up Program è una delle iniziative dell’Entrepreneurship Academy, il programma culturale del MIP Politecnico di Milano, volto a supportare startupper, imprenditori ed executive nello sviluppo di progetti imprenditoriali.

Prenderà il via presso il MIP un corso dedicato agli aspiranti imprenditori che coniuga le competenze metodologiche del Politecnico di Milano, da sempre legato ai temi dell’innovazione tecnologica, con il bagaglio di esperienze maturato nelle migliori esperienze imprenditoriali in ambito high tech del nostro Paese.

Lo Start up Program si pone alcuni obiettivi principali, ovvero supportare i partecipanti nello sviluppo del proprio progetto imprenditoriale, fornire un insieme di strumenti e metodologie che possano aiutare lo startupper o l’imprenditore nell’analisi e nella gestione del proprio progetto imprenditoriale.

Altre info sulla business school di Milano sono sulla pagina di benvenuto.

Questa è l’università che ci piace. Si studia, si ascoltano imprenditori e startupper di successo, si incontrano investitori  e professionisti dell’innovazione.
E si sperimenta attraverso case histories e progetti concreti: primo fra tutti quello della propria startup.

    [Credits immagini:Thinkstock]