Samuel Adams Beer co-creata dai fan Facebook

Un modo nuovo di fare impresa è soprattutto quello in cui sempre più spesso i consumatori entrano a fare parte del processo produttivo. Come? La risposta è in una parola: crowdsourcing.

Un esempio interessante e recente viene dagli USA: la prossima birra del brand Samuel Adams nascerà grazie all’aiuto dei suoi fan su Facebook. L’azienda sta infatti usando un’interattiva applicazione Facebook per permettere ai suoi fan di co-creare un nuovo tipo di birra artigianale.

E’ un altro esempio di come il crowdsourcing sia divenuto per le imprese un importante mezzo per connettersi in modo significativo e collaborativo con la propria clientela, e Facebook sembra lo strumento migliore per farlo.

L’applicazione “The Crowd Craft Project” permette agli utenti di scegliere una serie di elementi che una birra dovrebbe avere.

In particolare, i bevitori di birra potranno scegliere un determinato grado di colore, di chiarezza, di corpo, di malto (dolcezza) o di luppolo (amaro) e anche di lievito, così da decidere il livello di finitura e complessità del sapore del nuovo prodotto.

Le categorie più scelte dai fan saranno utilizzate dalla società per sviluppare la ricetta della nuova “crowdsourced beer”, che sarà presentata il 10 Marzo ad Austin (Texas) in occasione del South by Southwest Festival.

Prima di una commercializzazione più diffusa, la nuova birra sarà comunque sperimentata in alcuni locali selezionati e direttamente nella fabbrica di Boston.

Le campagne in crowdsourcing hanno il grande vantaggio di poter raggiungere direttamente il consumatore per potergli offrire esattamente ciò che vuole, bypassando quindi ogni tipo di intermediario.

Prima di sperimentare la campagna di co-creazione di un prodotto non si può sapere quanti utenti parteciparanno al progetto, ma è molto probabile che il progetto in crowdsourcing di Samuel Adams, con una base fan di più di 130 mila unità su Facebook, raggiungerà ottimi risultati.

 

Intervista ad Obama in videoritrovo su Google+!

L’avevamo ipotizzato non appena il presidente Barack Obama si era iscritto a Google+ ed ora è arrivato: il primo hangout del Presidente degli Stati Uniti!

Dopo che anche la Casa Bianca è approdata su Google+, Lunedì 30 Gennaio Obama risponderà ad alcune domande selezionate tra le più votate in un’intervista live-streaming su G+.

 

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Potete inviare le vostre domande sul canale YouTube della Casa Bianca e/o votare le domande che preferite.

Le domande prescelte faranno da guida l’intervista, e gli utenti che otterranno più voti saranno selezionati per partecipare alla conversazione dal vivo su G+ con Obama.

L’intervista con il presidente Obama sarà trasmessa in diretta alle 17:30 ET (23:30 italiane) del 30 Gennaio sul canale Youtube della Casa Bianca.

Avete tempo fino alla mezzanotte del 28 Gennaio per inviare la vostra domanda e dire la vostra opinione sui temi che vi interessano direttamente al Presidente degli Stati Uniti: cosa aspettate? 😉

Gli Antamontabili: prodotti cult che fanno rivivere il passato

 

Col sapor di cioccolato rende il latte prelibato” o “Il buco con la menta attorno“. Non diteci che non avete ripetuto questi claim almeno una volta!

Spot che hanno accompagnato per alcuni l’infanzia, per altri ancora l’adolescenza, ma nonostante siano passati tanti anni, rimangono ancora ricordi intramontabili.

Ed è proprio sulla scorta delle emozioni passate che Found!, la prima società italiana specializzata nel Mood Marketing Communication, ha realizzato uno studio sugli  ANTAMONTABILI,” i prodotti cult, senza tempo che per la generazione degli ‘Anta sono in grado di regalare l’emozione di tornare bambini “.

L’indagine condotta da Found!, è stata realizzata mediante la metodologia WOA (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio on line sui principali social network – Facebook, Twitter, YouTube – blog e community interattive, coinvolgendo circa 1300 persone tra i 35 e i 55 anni per capire perché alcuni prodotti hanno così successo fra gli ‘anta’.

Secondo l’indagine “la prima generazione degli ‘anta’ è quella che, per sua natura, si trova a tracciare un primo bilancio della vita – afferma Saro Trovato, sociologo, mood maker (creatore di emozioni) e fondatore di Found! – riflettono quindi su ciò che li ha accompagnati e ciò che non c’è più. E in questo sforzo di memoria e riflessione un ruolo particolare viene svolto da questi particolari prodotti, che resistono contro il tempo che passa e aiutano a far rivivere emozioni, ricordi e sensazioni legate al passato”.

Vengono associati a ricordi particolari, a distanza di anni si prova lo stesso piacere nell’utilizzarli, rievocano un clima familiare, fanno sognare. Ecco perché alcuni prodotti hanno sugli Anta una sorta di “effetto madeleine” di cui Proust scriveva nell’opera “Alla ricerca del tempo perduto”.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande a cui vogliamo rispondere con ordine:

Quali valori trasmettono questi prodotti?

Ben 7 monitorati su 10 (69%) pensano che tali prodotti riescono a trasmettere serenità e stabilità interiore, «specie quando ci si sente soli o insicuri». Per 1 ‘anta’ su 3 (28%) suscitano spirito di coesione e condivisione perché «creano comunità» mentre per il 12% riescono a trasmettere felicità e buonumore. Tutti valori che, per 6 anta su 10 (58%), danno a questi prodotti la capacità di placare la nostalgia del passato e di resistere al primo bilancio della loro vita. Ecco perché, come pensa il 52% dei monitorati, «passano gli anni ma certi prodotti ci sono da sempre». 

Perchè un prodotto riesce a sortire questi effetti anche a distanza di anni?

Per la stragrande maggioranza dei monitorati (47%) si tratta di una scelta di vita, perché gli ‘antamontabili’ hanno «uno stile e una filosofia unica» (21%) e sono «qualitativamente inimitabili» (18%). Ecco perché ben 8 ‘anta’ su 10 (82%) pensano di essere talmente legati a essi da non volerli cambiare con nessun altro prodotto, perché «il piacere che si prova è indescrivibile». Un quarto dei monitorati (24%), infine, non possono più rinunciare a questi prodotti perché sarebbe come rinunciare a una parte di se stessi e perché  «hanno accompagnato la loro crescita».

In quali momenti si avverte maggiormente il bisogno di questi prodotti?

Per il 47% dei monitorati quando forte è la voglia di ritrovare se stessi, cioè quando si sente il bisogno di «riscoprire vecchi sapori» (18%) o quando «si sente la mancanza di punti di riferimento» (22%). C’è poi chi li cerca quando vuole rafforzare i legami interpersonali (32%) o quando si sente solo (23%) e vuole «restare in compagnia dei suoi ricordi». E questo recupero del passato attivato da un piccolo particolare, un sapore, un odore o uno sguardo è stato dimostrato da uno studio pubblicato sulla rivista Neuron dai neuroricercatori del ‘Massachusetts Institute of Technology’.

Dopo questa lunga analisi socio-psicologia è giunto il momento di riguardare insieme i prodotti deputati ad essere i migliori di sempre.


La miscela al cioccolato Nesquik


La polo Lacoste


La penna Bic

Le scarpe Timberland

Ray-Ban Aviator

Nutella

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Simmenthal

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Brooklyn

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Polo

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Moncler

E i vostri Antamontabili, quali sono?

Starbucks arriva in Italia, ma è solo un fake [VIDEO]

Mario Maccarone è un giovane studente di grafica. Sperimentare, divertirsi, provare nuovi effetti è il suo pane quotidiano. Questa volta ha messo la sua creatività a servizio di una “bufala” che ha ingannato parecchie persone in rete; utenti che, navigando su Facebook, si sono trovati davanti alla falsa locandina che preannunciava l’arrivo di Starbucks in Italia, e vi hanno immediatamente creduto, senza cercare alcun tipo di riscontro altrove nel web.

Un utente smaliziato e furbo avrebbe probabilmente notato l’essenzialità del visual e la mancanza di numerosi riferimenti “ufficiali” che in una campagna, al giorno d’oggi, non mancano mai (come i link al sito istituzionale e ai social). Per stessa ammissione di Mario, il poster è “misero”, ma ciò non ha impedito a centinaia di persone di condividere e commentare il contenuto, entusiasti. “Maccart” è stato furbo quanto basta da realizzare un poster volutamente “amatoriale” relativo ad un brand tanto forte quanto desiderato, e osservarne poi la disattenta proliferazione.

Del resto non ci giunge alle orecchie nulla di nuovo, sappiamo bene che sui nostri social condividiamo tanti contenuti spesso quasi automaticamente, ma certo anche la coincidenza temporale con le proteste contro il SOPA, che è lo stesso Mario a sottolineare nel video, fa pensare a quanto ingenuo molte volte possa diventare l’utilizzo di uno strumento, invece estramente potente, qual’è Internet. Una volta in più ci viene mostrato che la rete, in fondo, non è quel mondo a parte che molti descrivono: la dimensione online, così come quella offline, richiede filtri critici tutt’altro che virtuali.

La pagina Facebook che raccoglie i lavori di Mario, nel frattempo, è stata visitata da moltissime persone, guadagnando tra l’altro molti ‘like’. Chissà, questo non sarà forse un esempio di self branding efficacissimo, ma può essere un inizio, no? 😉

WeDU! una utility app per il Decoro Urbano [INTERVISTA]

La redazione di Ninjamarketing ha dimostrato più volte di essere sensibile ai trend e alle novità provenienti da tutti i campi del marketing, compreso quello sociale. Per questo ed altri motivi abbiamo deciso di parlarvi oggi di WeDU! Decoro Urbano, un’applicazione semplice quanto ingegnosa che consente a tutti noi bravi cittadini possessori di smartphone – e non – di segnalare ciò che di indecoroso e trascurato vi possa essere nelle nostre città, dai rifiuti in una fioriera fino alle fastidiosissime buche per strada.

Tutte le segnalazioni relative all’intera superficie nazionale sono visibili sul sito Decorourbano.org, l’interfaccia web dell’applicazione, una grande banca dati da cui è comunque possibile farne delle altre. L’applicazione è già disponibile gratuitamente su tutti i terminali Android e iOS e per poterla utilizzare è neccessario creare un nostro profilo o dal sito web o attraverso l’applicazione smartphone o effettuando l’accesso con il nostro account Facebook.

Per poter funzionare correttamente questo progetto ha però bisogno  della partecipazione attiva dei cittadini ma anche di quella dei Comuni, cui spetta il compito di monitorare le segnalazioni e ottimizzare la gestione degli interventi.

Per capire meglio di cosa si tratta , ci siamo fatti una bella chiacchierata  con Claudio Corti, co- fondatore di Maiora Labs SRL, la società che si è occupata di creare l’applicazione WeDU!.

Salve Claudio, piacere di conoscerti!

Ciao Marco il piacere è tutto mio. Grazie per avermi contattato.

Ci vuoi raccontare cos’è Decoro urbano, come, quando e soprattutto perché è nato questo vostro progetto?

 Decoro Urbano è un social network che si pone l’obiettivo di consentire un dialogo  tra i cittadini e le amministrazioni locali sui problemi di degrado nelle città. Si tratta di un sito web e di un’applicazione smartphone che permettono di raccogliere segnalazioni geo-localizzate da parte degli utenti e di un pannello di controllo tramite il quale i comuni possono fornire risposte pubbliche.

L’idea nasce ad inizio 2010 con un’app pensata per il degrado della Capitale, poi evolutasi in Roma Decoro e presentata ed adottata dal Secondo Muncipio di Roma. In seguito abbiamo deciso di estendere il progetto a tutta Italia, realizzando in maniera autonoma Decoro Urbano.

Dopo il pre-lancio avvenuto in luglio 2011, esclusivamente via Facebook e Twitter, abbiamo assistito alla nascita di una grande community che oggi è in costante crescita e che raccoglie migliaia di segnalazioni.

In questo periodo, anche con l’ingresso in Wikitalia  – una piattaforma Internet che ha come scopo la creazione di nuove forme di collaborazione tra istituzioni e cittadini  –  abbiamo approfondito il funzionamento delle politiche wiki e ci siamo convinti che uno degli aspetti fondamentali nei processi collaborativi sia la trasparenza. In funzione di ciò, il passo successivo per Decoro Urbano è stato il rilascio dei dati relativi alle segnalazioni con licenza aperta.

Parliamo di WeDU!. Cosa ha spinto una SRL a realizzare un’applicazione senza scopo di lucro?

Citando Riccardo Luna della associazione Wikitalia: “Questo, per noi, è un servizio civile”. Il concetto alla base di questo ragionamento è che chiunque abbia a cuore il presente ed il futuro del proprio Paese dovrebbe impegnarsi secondo le proprie possibilità e capacità, per essere parte del cambiamento che auspica. Il nostro campo è quello delle applicazioni mobile e Decoro Urbano è il nostro contributo ma anche il nostro appello alla società civile: non aspettate il cambiamento, siatene parte attiva!

Da un punto di vista tecnico come funziona quest’app, che tecnologie sfrutta ?

Dal punto di vista tecnico il progetto non presenta particolari complessità. L’app utilizza gli strumenti di geolocalizzazione GPS disponibili negli smartphone già da qualche anno. Utilizziamo le API di Google Maps per la visualizzazione delle mappe. Per il login tramite Facebook Connect utilizziamo le librerie messe a disposizione dal social network. Per lo scambio di dati tra le applicazioni ed il server di Decoro Urbano sono state definite una serie di interfacce XML. Stiamo valutando una migrazione da Google ad OpenStreetMap in modo da rimarcare ulteriormente lo spirito open alla base del progetto Decoro Urbano.

Quali Comuni italiani sono già entrati a far parte del vostro progetto e in quale modo state promuovendo Decoro urbano con gli altri?

Ad oggi una ventina di comuni si sono attivati ed in più lo hanno fatto su richiesta dei propri cittadini che hanno inviato segnlazioni, scritto lettere, contattato il proprio sindaco e diffuso l’iniziativa in Rete. Crediamo che questo sia il modo migliore per coinvolgere le pubbliche amministrazioni e, nel nostro caso, la risposta è stata sempre positiva. Probabilmente non tutti i comuni d’Italia sono pronti ad attivarsi, tuttavia è incoraggiante ricevere ogni giorno tantissime richieste di informazioni e veder crescere l’elenco dei Comuni Attivi.

Da “Dizionario dei rifiuti” a “Decoro Urbano”: può il binomio cittadinanza attiva – tecnologia mobile divenire il punto di forza per la rinascita del made in Italy?

Nel contesto dell’open government le nuove tecnologie hanno un ruolo fondamentale, non solo quelle mobile. Wikitalia ha come obiettivo anche quello di rilanciare il made in Italy ed infatti nella pagina dedicata al progetto si legge: “…nasce e muove i suoi primi passi in Italia. […] “. Ma se nasce in Italia, il progetto deve crescere globale. Abbiamo rapporti internazionali al massimo livello nell’ambiente dell’open government, e li coinvolgeremo fin dalle prime battute per rendere la nostra piattaforma un prodotto italiano da esportare in tutto il mondo.

Francesco Cucari (l’ideatore di Dizionario dei rifiuti ndr.) è sicuramente tra i civic hacker che contribuiscono a diffondere quella cultura di servizi open in grado di rilanciare l’Italia.

Ci sono dei casi curiosi di utenti o comuni particolarmente attivi  che volete segnalarci?

La community di Decoro Urbano è fantastica, davvero. Innanzitutto disciplinata: sulle migliaia di segnalazioni raccolte fino ad ora la quantità di spam è davvero minima. Ci sono stati casi emblematici: chi volontariamente si è fatto intervistare da una TV locale di Agrigento parlando del progetto, chi quest’estate ha girato mezza Sicilia con il figlioletto andando “a caccia di segnalazioni” e chi, in cima alla classifica dei segnalatori per molto tempo, si è ritrovato in un articolo su un giornale locale di Milano per il suo impegno civico.

Siamo arrivati alla fine della nostra intervista. Come crescerà il vostro progetto in questo 2012? Avete già qualche anticipazione da darci in esclusiva?

Se riusciremo a far capire alle persone che il fine di Decoro Urbano è la partecipazione ed il dialogo e non la denuncia fine a se stessa, allora nel 2012 prenderanno forma tutta una serie di novità che noi vediamo già all’orizzonte. Posso anticipare che sarà possibile segnalare anche ciò che funziona, non solo ciò che non va, in modo da dare visibilità anche alle eccellenze locali. A quelle buone pratiche che, ne siamo convinti, siano contagiose.

Insomma per essere dei buoni cittadini ci bastano 3 semplici mosse: scattare una foto, caricarla online e… segnalare! WeDU!, and you?

Di seguito trovate i link alle app per Android e iOS:

 

 

 

 

 

 

 

 

Volete un Banksy a casa vostra? Rubatelo!

Un'ignara wannabe-ladra, scoperta dalle telecamere

I nostri amici a testa in giù (gli australiani) se ne inventano sempre una nuova, e sempre più particolare. Questa, scovata su Juxtapoz Magazine, racconta un’iniziativa quanto meno insolita della Art Series Hotels di Melbourne.

Due opere di Banksy (in particolare, No Ball Games e Pulp Fiction) erano disponibili per qualunque cliente le volesse. Per aggiudicarsele però doveva rubarle e portarle fuori senza farsi scoprire! Se invece il ladro improvvisato fosse stato beccato, semplicemente il Banksy sarebbe tornato in albergo.

Banksy - No Ball Games

A questo punto vi sarà sorta una domanda abbastanza spontanea, come si faceva a non farsi scoprire? ArtDaily ci viene in aiuto, proponendo una raccolta delle “furbate” che sono state tentate finora:

– Entrare nel sistema di sorveglianza per non essere visti dalle telecamere

– Distrarre la security riportando mobili rotti

– Donne poco vestite per distrarre lo staff

– Un uomo ha tentato di staccare il quadro dalla parete con una scopa e poi è scappato

– Qualcuno si è travestito da membro del personale dell’hotel

– Un altro ha fatto finta di essere un commerciante (e portava con sè una scala a pioli)

– Due moderni Bonnie e Clyde hanno fatto addirittura il live tweeting del loro tentativo

– Anche la tennista Serena Williams ci ha provato senza successo.

Banksy - Pulp Fiction

Qualcuno però ci è riuscito a quanto pare, perché No Ball Games è stato rubato, ma Pulp Fiction (valutato circa 4000 dollari) è rimasto in albergo. O meglio, il localizzatore GPS mostra che è stato spostato solo dalla sicurezza tra un hotel e l’altro della catena. Il quadro sarà donato a Crime Stoppers (un’associazione di persone che denunciano crimini a cui hanno assistito) e messo all’asta.

Leo Burnett, una vita tra mele, automobili e cowboy [BIO]

L’ufficio di Singapore dell’agenzia Leo Burnett

Tra i grandi nomi della rivoluzione creativa degli anni ’50, Leo Burnett è stato senza dubbio l’uomo delle immagini. Se Bill Bernbach ha coniato i simboli-mito di una nuova smart generation – se l’elegante razionalismo di David Ogilvy ha integrato l’efficienza delle statistiche con le frecce della creatività – Leo Burnett è stato invece il pubblicitario che ha creato alcune delle maggiori icone visive dell’immaginario commerciale moderno.

Non inventava pubblicità, in un certo senso le vedeva.

Prima ancora che alle ricerche di mercato, dedicava la sua attenzione alle iconografie che caratterizzano le grandi culture del mondo. 
Era assolutamente certo della superiorità delle suggestioni visual rispetto ai meccanismi verbali, e spingeva i suoi creativi a ricostruire grandi archetipi visivi capaci di suggestionare e invogliare all’acquisto enormi masse di consumatori. Nella sua pubblicità le immagini sono sempre al centro: eloquenti, decisive e indimenticabili.

Nel 1935 Burnett aveva 44 anni. La grande depressione ne ha 6 e va tutto a fuoco: ogni giorno bruciano montagne di money, stipendi, intere aziende. Una nube nera che toglie il fiato all’America. Quello stesso anno, con tipica incoscienza creativa, Leo Burnett mette un’ipoteca sulla casa, prende in anticipo 25.000 dollari dalla sua assicurazione sulla vita e fonda un’agenzia di pubblicità a Chicago. Ha otto dipendenti e un solo cliente, una ditta di piselli del Minnesota.

Visto l’inferno lì fuori, gli altri gli danno al massimo un anno di vita: 12 mesi dietro un sogno da pazzi, prima di ritrovarsi coperto di debiti e senza più assicurazione. Eppure lui torna a casa e dice a moglie e figli di non preoccuparsi. 
Il mattino dopo, appena entrato in agenzia, piazza all’ingresso una ciotola piena di mele: una ciotola che diventerà presto il suo grande simbolo.
Un simbolo di accoglienza, energia, forza. Di ottimismo, soprattutto. In quel momento Dio solo sa se ne ha bisogno.

 

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A Chicago Leo Burnett era arrivato 5 anni prima. Veniva dai laghi del Michigan, 400 miglia più a est. Dopo la laurea aveva fatto il giornalista di cronaca a tempo pieno a Peoria (Illinois), poi a Detroit era diventato copywriter per Cadillac Motor Company. Non aveva ancora 30 anni e di motori non sapeva praticamente nulla, eppure si trovava nella città delle automobili e in qualche modo sentiva che quei bolidi rappresentavano il futuro. Proprio come la pubblicità.

Al ritorno dalla Prima Guerra Mondiale si trasferisce ad Indianapolis come advertising manager in Fayette Motor Company, poi si sposta a Chicago insieme alla moglie Naomi, inizialmente nel ruolo di advertising manager in forza alla Erwin, Wasey & Co. Cinque anni dopo come fondatore della Leo Burnett Company.

I clienti arrivano. E non vanno più via. 
Le relazioni commerciali avviate dalla sua nuova agenzia con alcuni grandi marchi si riveleranno tra le più solide della storia della pubblicità americana, dureranno per decenni e fino ai giorni nostri. Per ognuno Leo Burnett disegnerà un’idea perfetta, dando vita ad alcuni dei più celebri e longevi brand character di sempre.
Nel 1936 per la vecchia ditta di piselli del nord – la “Minnesota Valley Canning” – viene ideato il colossale “Jolly Giant Green”: un gigante allegro e colorato che si impone come sinonimo universale di forza e “ritorno alla natura”.

Piuttosto che affascinare il pubblico con eleganti giochi d’intelligenza o sofisticate suggestioni, Leo Burnett preferiva far leva su grandi sentimenti popolari.
Idee semplici, larghe e condivise a cui lui stesso – in quanto fiero rappresentante dell’America più centrale e profonda – si sentiva legato. 
E’ con questo spirito che nascono figure leggendarie come quella di “Charlie the Tuna” o l’arcinoto (e ormai più che 50enne, a conti fatti) “Tony the Tiger” della Kellogg’s.

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Poi nel 1954 arriva Philip Morris.
Il giorno in cui il gigante del tabacco bussa alla porta di Burnett, Marlboro gode ancora della quota di mercato più piccola della sua categoria. L’agenzia si inventa un completo riposizionamento del prodotto e lancia una delle strategie più efficaci e celebrate di sempre. Questa volta il brand character è il “Marlboro Man”: un cowboy affascinante, moderno e insieme leggendario. Per l’immaginario dei consumatori si tratta di un richiamo irresistibile, un nuovo modello di seduzione che però arriva da lontano, dalle profondità della storia americana. E infatti non resiste più nessuno: entro la fine del decennio Marlboro diventa la sigaretta più venduta in tutti gli Stati Uniti.

Da allora i clienti aumentano anno dopo anno: Procter & Gamble (1952), Commonwealth Edison (1954), Maytag (1955), Allstate (1957), Heinz Pet Products (1958), StarKist (1958), Marchi First (1961), United Airlines (1965), General Motors Oldsmobile (1967).
 Con tutti instaurerà un rapporto solido e personale, costruito sulla trasparenza, sull’affidabilità, sull’idea di qualità che metteva nel suo lavoro. Oggi il suo network conta agenzie in 49 paesi e, a tutte, Leo Burnett ha già spiegato forte e chiaro – in un celebre discorso di congedo, quattro anni prima della sua morte – quale sarà il giorno in cui dovranno obbligatoriamente togliere il suo nome dalla porta d’ingresso:

Sarà il giorno in cui passerete più tempo a fare soldi, che a fare pubblicità. Sarà il giorno in cui smetterete di scegliere il meglio e di puntare alle stelle“.

E‘ un grande discorso, che racconta perfettamente una personalità ambiziosa, fiera, fortissima.
Lo trovate qui sotto: e torna buono per impressionare i colleghi.

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Obama canta Gaga e spopola in Rete [VIRAL VIDEO]

Prendere l’uomo più importante e influente del pianeta, mescolare al ritmo di un brano da 4 milioni di copie vendute nel mondo, un pizzico di Gaga e il viral d’effetto è pronto…

L’intuizione è geniale, il canale su YouTube un tumulto di visualizzazioni: il video è montato sulla base di “Born this way”, ennesimo brano di successo della sempre più fuori dagli schemi Lady Gaga. Solo che a cantarla non è l’artista pop, ma qualcuno che per popolarità di certo non è da meno: Mr President Barack Obama.

Il risultato è uno dei featuring più curiosi ed esilaranti mai performati. Il montaggio è perfetto nei dettagli e il making of sarà stato sicuramente arduo sia nella scelta dei singoli frame sia nel sincro tra movimenti, parole e musica.

Certo il Presidente ci aveva già abituati a performance simili, accennando le note di “Let’s stay togheter” di Al Green durante uno dei suoi speech, acclamatissimo dai suoi supporters, ma cimentarsi in un brano electropop non ce lo saremmo davvero mai aspettato.

Tools per la content curation e il marketing: selezione e archiviazione di contenuti web

La content curation diviene sempre più importante e rilevante, perché siamo passati dalla creazione di contenuti da parte dei singoli all’aggregazione di contenuti e risorse collettive utili alle persone di una determinata community.

Già nel post di qualche settimana fa dedicato a Storify, si descriveva come il fenomeno sia in costante aumento e siano numerosissimi i tools che permettono di aggregare contenuti dal web.

La content curation genera valore e diviene altresì fondamentale sia per le organizzazioni che vogliano differenziarsi dai competitors attraverso un valore aggiunto, sia per i singoli utenti che possono diventare ‘guru’ di un determinato topic solo perchè in grado di raccogliere i migliori contributi in rete.

Il fenomeno è di per se semplice da descrivere. Grazie ai social network, infatti, è diventato intuitivo condividere contenuti e ‘aggregarli’. Al di là dei semplici share e like, si utilizzano le nuove caratteristiche offerte in rete per divenire punto di riferimento su un argomento specifico, per mantenere un costante rapporto con la community di riferimento o semplicemente si utilizzano tools utili a capire la propagazione dei prodotti e individuare gli influencer.

Dopo LinkedIn todayGoogleDelicious, Facebook e Twitter attribuiscono dunque sempre maggiore attenzione alla content curation. Questa è la vera rivoluzione: è infatti l’insieme di intelligenze collettive e le community che fa la differenza.

A tal proposito, ecco alcuni tools interessanti trovati in Rete:

–  The archivist: oltre ad aggregare tweet, permette di analizzare la propria influenza su twitter, i programmi utilizzati per twittare e scaricarli in formato .zip o anche come foglio excel. Se vi serve monitorare una parola, inoltre, potete salvare la ricerca e visitare l’archivio ogni qualvolta se ne ha bisogno.

Trendistic è invece uno strumento gratuito che permette di visualizzare i trend su Twitter o di monitorare l’andamento degli hashtag nel tempo.

Social bro: un tool dalle molteplici funzioni, molto utile sopratutto per gli insights (esportabili in pdf).

Twilert, un semplice alert che vi invia mail su keywords impostate su Twitter.

Tweetwally: permette di effettuare ricerche per hashtag, username e keywords per creare una pagina web che racchiuda i tweet e twetters preferiti.

Searcheeze, un servizio made in Italy di cui avevamo già parlato qui, che permette di collezionare più risultati riguardanti lo stesso topic.

Summify è un semplice servizio che filtra le attività degli amici, utilizza degli algoritmi per produrre una mail giornaliera generata dall’analisi dei link più condivisi nelle ultime 24 ore dai ‘following’ di Twitter iscritti A tal proposito, è  degli ultimi giorni la notizia che Twitter ha acquisito Summify, a conferma che la content curation è sempre più il futuro e trova l’interesse anche dei ‘big’.

I tools sono importanti, i contenuti anche, ma rimane fondamentale la capacità degli utenti di aggregarli e differenziarsi. Cosa fare per curare al meglio i contenuti?

– non scegliere tutti i contenuti proposti in Rete, ma selezionare quelli più significativi e degni di essere aggregati in un résumé;

– utilizzare spesso questi strumenti che creano continuità e consolidano la community di riferimento;

Perchè quindi non sfruttare l’intelligenza collettiva e condensare le migliori idee e contenuti in ‘stream’ condivisi?

 

A New York le startup si raccontano in vetrina

A Chelsea, nel cuore di Manhattan, dall’esperienza consulenziale nel retail  e dalla “sete” innovativa di una 34enne newyorkese, Rachel Shechtman, nasce una startup, ancora nella sua versione “beta”, che si impone nel retail business come connubio perfetto tra il punto di vista di una rivista, la capacità di rinnovamento di una galleria d’arte e la selling mission di uno store.

Questo nuovo business model oggi è noto come A Startup Store, ma a breve (1 febbraio 2012) verrà comunicata la denominazione definitiva di quello che appare voler innovare la formula per competere con il mondo dello shopping online.

L’idea è quella di un costante pop-up shop, un temporary store con collezioni ed inventari limitati, che ogni 4-6 settimane si rinnova  attraverso un restyling completo: nuovo look, nuovi arredi progettati da Architizer e, soprattutto, nuove esposizioni tematiche.

Oggi un’ esposizione di startup, e domani?

Oggi in vetrina ci sono cinque startup: Artspace, Birchbox, Baublebar, Joor, e Quirky. Si spazia dai profumi ed i cosmetici di Birchbox, agli articoli per la casa di Quirky, alle collane ed i bracciali di Baublebar, agli accessori progettati da designer contemporanei per boutique indipendenti e commercializzati da Joor, per finire con le opere d’arte contemporanea di Artspace.  

Lo scopo non è solo farsi conoscere esibendo i propri prodotti, ma raccontare il dietro le quinte con particolari sui fondatori del brand e la società attraverso presentazioni di libri, proiezioni di film e quanto altro contribuisca ad arricchire il tema in corso e far sentire il cliente parte di esso.

Da febbraio il nuovo tema sarà “Love”. “The Love Store” offrirà fiori e cioccolatini, ma si caratterizzerà anche per la realizzazione di eventi quali le riproduzioni di cortometraggi basati sulle registrazioni di un first date. Match.com e Okcupid saranno gli sponsor finanziatori degli eventi in-store.

Cambierà sempre il tema, ma non il target della clientela (uomini e donne, dai 20 anni ai 60 anni) e l’ampia fascia di prezzo in cui si colloca il basket di brand e prodotti che costituiscono l’offerta.      

Nelle fasi di riprogettazione, comunque,  l’attenzione verrà catturata dalla trasformazione delle vetrine in un cartellone pubblicitario o, ancor meglio, dal coinvolgimento dei passanti nei lavori attraverso un open re-building dello store.   

Vision, mission e creazione di valore

Il desiderio della startupper, già fondatrice di Cube Ventures , è innovare il mercato retail provando a soddisfare un bisogno esperenziale che è quello tipicamente manifestato nelle comunità online. Si vuole creare un living space dove l’esperienza di consumo diventa un “viaggio” alla scoperta di ciò che di nuovo ed inaspettato verrà proposto. I clienti entrano per trovare il 70% di quello che cercano, mentre per il restante 30% attendono l’effetto sorpresa di ciò che lo store riserverà per loro.  

Ancora presto per parlare di traguardi raggiunti, ma il “meccanismo” funziona, dato il già forte coinvolgimento dei clienti come dimostrano le numerose e-mail inviate per avere anticipazioni sulle future esposizioni.
Obiettivo principale è ampliare il raggio d’azione partendo da questo primo store a New York ed espandendosi sul territorio con altri cinque store nell’arco di tre anni. Crescere dimensionalmente, quindi, e realizzare economie di scala; queste ultime conseguibili tramite l’e-commerce riservato solo ai prodotti più popolari.

E i guadagni? Già da febbraio si registreranno le prime entrate dalle vendite, i ticket degli eventi in-store e le sponsorizzazioni. Solo queste ultime sono vendute per cifre che vanno dai 50,000 ai 100,000 dollari.

Inevitabile rimanere “vittime” ingenue del gioco creativo di questo pop-up shop. Dalle attuali scatole cinesi di “startup nella startup” al prossimo store a tema “Love”, proviamo ad immaginare cosa riserverà la Shechtman ed il suo team per i mesi successivi.

Chissà che non si arriverà a scegliere degli “store themes on demand”!