Commerce Media e First Party Data: un nuovo modo di scoprire il consumatore

Mappare il consumer journey è più che necessario, oggi, per capire che cosa vogliano veramente gli utenti, a maggior ragione se si lavora nell’ADV online.

A causa di molti cambiamenti nella legislazione sul dato (inteso come frammento d’informazione che posso/non posso trattenere a scopi promozionali), però, i professionisti del digital marketing vedono restringersi sempre di più gli spazi per estrarre informazioni di valore e erogare adversiting che sia realmente profilato. 

Diventa quindi centrale cambiare il processo di profilazione dei consumatori, con conseguente sviluppo di target sempre più definiti, andando oltre il semplice monitoraggio dei flusso di navigazione per entrare nel dettaglio dell’esperienza diretta dell’utente ed estrapolare così informazioni preziose e utili a definire a chi stiamo parlando, ciò che il nostro utente preferisce e ciò che non lo convince.

Un esempio concreto di situazione dove questo è possibile è l’acquisto online, un gesto che oggi compiono tantissimi e che è diventato, oltre che familiare, anche interessante per chi studia le modalità di raccolta del dato a scopo pubblicitario.

Il perché si sia arrivati a capire che anche i momenti d’acquisto sono preziosi per il tracciamento, dal punto di vista del marketer è abbastanza chiaro: con la pandemia causata dal SARS-CoV-2, l’eCommerce ha osservato un boom che ha rapidamente cambiato le abitudini dei consumatori.

acquisto su ecommerce

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Si parla, tanto per definire un ordine di grandezza, di un giro di denaro che quest’anno toccherà 5 trilioni di dollari: una cifra incredibile, che sarà possibile raggiungere grazie anche a moltissimi utenti che, obbligati in casa durante i vari lockdown, hanno cominciato per necessità a usare il web come canale per comprare beni e servizi.

Ed ecco allora che in una situazione dove l’eCommerce diventa sempre più importante, e il consumer journey si trasforma in un sistema omnicanale, espandendosi nelle dimensioni digitali e fisiche, è necessario adottare un approccio nuovo.

Quello in cui il “commercio” diventi un vettore attraverso cui osservare, mappare e definire il profilo degli utenti, ottenendo una traccia concreta utile a erogare il messaggio promozionale.

Criteo, azienda global al top per l’esperienza nel digital marketing nell’Open Internet, definisce questo nuovo approccio al digital marketing Commerce Media: il risultato dell’unione fra “dati e l’intelligence del commerce allo scopo di targettizzare i consumatori sull’intero shopping journey e di aiutare i marketer e i media owner a generare risultati commerciali (vendite, revenue, lead)”.

Per capire fino in fondo però come si è arrivato al Commerce Media, e perché, è necessario fare un passo indietro e scoprire un concetto indispensabile: quello di First Party Data.

Fra un nuovo Millenium Bug e soluzioni di valore

Quante volte avete sentito parlare di addressability e deprecazione dei third-party cookies? Molte, vero?

Non potrebbe essere altrimenti: sono proprio questi i “cambiamenti” che hanno portato allo sviluppo del Commerce Media.

Il progressivo abbandono dei third-party cookie, infatti, non si preannuncia indolore e ininfluente: senza questa componente, difficilmente i brand fino ad oggi avrebbero potuto profilare i consumatori con informazioni in linea con il profilo di ognuno.

Google ha proiettato alla fine del 2023 il definitivo abbandono dei “biscotti” del web, ma pur avendo un biennio è stato necessario cominciare a pensare come attivare alternative efficaci.

Perdendo la capacità di tracciare i comportamenti degli utenti, infatti, anche l’esperienza che si vorrà proporre sarà decisamente depotenziata a causa della perdita di personalizzazione dei contenuti inviati. Il consumer journey risulterà essere decisamente meno ottimizzato, con un’addressability più complicata e frammentata: questo impatterà sulla capacità di misurare il successo di ogni campagna, con conseguente diminuzione delle revenue. 

Una delle possibili soluzioni per superare lo scoglio è affidarsi ai First Party Data, che sono anche l’elemento fondamentale su cui si fonda il concetto di Commerce Media.

In poche parole, i First Party Data sono tutti quei dati che vengono ricevuti direttamente dagli utenti con cui un’azienda ha già interagito.

Attraverso il tagging degli ambienti digitali, questi vengono mappati da piattaforme dotate di intelligenza artificiale, le quali sono in grado di interpretare e produrre dati di prima parte impiegabili poi nella produzione di advertising scalabile sempre più targettizzata e personalizzata, utile così a sviluppare esperienze di qualità per i consumatori.

Una di queste è il First-Party Media Network, un sistema integrato di dati commerciali e AI sviluppato da Criteo, che nasce con lo scopo di supportare inserzioni ed editori nell’erogazione di pubblicità altamente profilata indipendente dai cookie e dalle terze parti: creato sul principio di integrazione fra domanda e offerta (di dati), il First Party Media Network “pesca” le informazioni grazie a un complesso sistema di machine Learning, che interpreta i tracciati che si generano grazie ai percorsi dell’utente.

Questo è possibile, sostanzialmente, grazie all’inserimento da parte di inserzionisti ed editori di tag (generalmente un pixel) all’interno dei propri siti, o integrandoli nei propri server. Il Network, collegando i cosiddetti identificatori proprietari (quali ID anonimi, email con gas, numeri di telefono, RampID, Unified ID 2.0) crea un profilo cliente dettagliato, il quale permette di generare un’adv decisamente più preciso. 

consumatore digitale italiano profili

Come si lavora secondo le regole del Commerce Media

Grazie ai First Party Data, quindi, si può mappare il consumer journey dal primo touchpoint alla conversione e capire intenzioni d’acquisto, anticipando così i comportamenti e sottoponendo all’attenzione advertising veramente rilevante per il consumatore, nel posto giusto e al momento giusto.

La garanzia di muoversi in direzione corretta, sapendo districarsi nella miriade di momenti di verità che una customer experience di valore può garantire, la può dare proprio un approccio come il Commerce Media, che conta su tre diversi fattori.

  • Unique Commerce Data: grazie alla First Party Media Network, Criteo ha accesso ad un grande pool di data, indispensabile per mappatura del shopper journey. Una risorsa che rimarrà a disposizione anche quando le terze parti scompariranno.
  • AI: l’intelligenza artificiale, che è indispensabile nel processo e analisi del dato. 
  • Supply:  una rete di Publisher diversificata e in grado di rispondere a ogni interesse, dove poter distribuire qualsiasi tipo di ADV (anche in questo, Criteo può dire la sua).

Osservando queste caratteristiche, si potrebbe pensare che il Commerce Media sia isolato al web, ma non è così: siamo in una dimensione multicanale, dove online e offline si fondono (un po’ come capita quando parliamo di phygital, usando un termine in voga da un po’) e possono generare in esperienze che cominciano sul web e terminano magari nel punto vendita. Per questo una buona gestione dei First Party Data può anche essere la chiave per orientare il consumatore.

Prendiamo ad esempio il rapporto fra digitale e retail: con il giusto invito, chiunque può attratto da un contenuto online a spostarsi in negozio per completare un’azione. Se quel contenuto è originato da una profilazione ottimale, è chiaro che avrà più probabilità di convertire.

Un meccanismo che è la stessa Criteo a definire “full-funnel”, in una mappatura di tutto il consumer journey che si origina dalla scoperta e termina solo all’acquisto (e a volte continua anche oltre).

Tutto questo avviene in regime di trasparenza totale (in continuità con la trasformazione che è stata avviata proprio con l’abbandono dei cookies di terze parti): il Commerce Media è anche operare secondo una logica di controllo del dato, dal suo prelievo al suo utilizzo, agendo su tutta la Rete in maniera da osservare ciò che effettivamente l’utente è disponibile a condividere.

Sempre per citare Criteo: una sorta di marketplace dell’Open Internet.

Ci attende un futuro “tracciabile” (se si è preparati al meglio)

È chiaro che il digital marketing di domani si sosterrà secondo paradigmi radicalmente diversi rispetto a quelli attuali: il Commerce Media è un concetto frutto di un’intuizione che probabilmente faciliterà i marketer e aprirà la strada a un nuova serie di esperienze, dove la centralità dell’utente sarà sempre più determinante per essere rilevanti. 

Lo switch a un mondo dove i First Party Data saranno l’unico strumento per riuscire a soddisfare questa necessità obbliga quindi aziende e agenzie a prepararsi al meglio, dotandosi degli strumenti giusti e delle piattaforme migliori per comprendere fino in fondo l’utente: solo così sarà possibile capire il futuro che ci attende, e reagire di conseguenza. 

Il rischio? Non riuscire a capire chi si ha di fronte. In quel caso il futuro non sarà più così roseo.

tassazione e contabilità dei Bitcoin nell'impresa

Tassazione e contabilità dei Bitcoin nella tua impresa: ecco come non correre rischi

Accettare pagamenti in bitcoin. Oppure comprare cripto a nome dell’azienda. Ma anche detenerli a titolo personale.

Sono pratiche sempre più diffuse tra gli imprenditori, anche italiani, nell’anno in cui la Regina delle cripto ha raggiunto il massimo storico di sempre. Inevitabilmente questo comporta nuovi obblighi in termini di pianificazione fiscale e contabilità che non tutti (o meglio quasi nessuno) è in grado oggi di ottemperare. Anche perché la materia che dovrebbe disciplinare questi aspetti è a dir poco fumosa.

Le aziende che accettano pagamenti in bitcoin

Prima di analizzarla, vogliamo inquadrare il fenomeno.

Era il 22 maggio del 2010 quando il programmatore Laszlo Hanyecz dalla Florida inviò un pagamento di diecimila bitcoin (circa 30 dollari) per acquistare due pizze.

Un aneddoto divertente ma anche una data storica – per il pizzaiolo, se ha trattenuto quei 10mila coin che al cambio attuale varrebbero circa mezzo miliardo di dollari – ma anche per il mondo dei pagamenti.

Perché da quel momento è stata di fatto aperta la possibilità di pagare prodotti e servizi in bitcoin. Una possibilità che in Usa è stata sfruttata, fin dal 2014, dal retailer di elettronica Overstock.com; da Expedia, che li accetta in pagamento (negli Usa) per la sezione hotel; da PayPal. Sono solo degli esempi, che dimostrano quanto il mondo corporate si stia aprendo a quello cripto.

Secondo Glassnode , da inizio 2021 le transazioni in bitcoin hanno toccato un valore che è pari al 70% del Pil Usa, 15,8 trilioni di dollari.

bitcoin volume transfer

E in Italia? Anche da queste parti qualcosa si muove.

A marzo un volo privato per un valore di 500mila euro è stato pagato in bitcoin alla società di noleggio veronese Fast Private Jet. Ed è del 2017 la notizia che un’azienda di abiti sartoriali aveva accettato pagamenti in bitcoin dai clienti internazionali dell’eCommerce. Anche in questo caso sono solo esempi che spiegano un fenomeno sempre più mainstream.

Come trattare i bitcoin nella dichiarazione dei redditi (a seconda del modo e del prezzo a cui vengono acquisiti)

Come trattare dunque gli asset in bitcoin?

La materia è complessa stante da un lato in Italia un vuoto normativo, almeno per quanto attiene alla detenzione a titolo privato; mentre è più chiaro cosa fare quando la cripto è di pertinenza dell’azienda. Ma andiamo con ordine.

Per quanto riguarda la detenzione di bitcoin da parte di privati, bisogna distinguere tra due aspetti, quello del monitoraggio e quello impositivo. Nelle nostre linee guida suggeriamo di dichiarare il possesso nel riquadro Rw della dichiarazione dei redditi. Si sceglie insieme al cliente con quale modalità fare la dichiarazione, tra 5 diverse, in base al suo caso specifico che considera quando ha effettuato l’acquisto e a che prezzo e che tipo di giustificativi ha per tracciare la transazione.

L’aspetto impositivo è altro: sposiamo la tesi per cui non sia attualmente da pagare imposte, in quanto non esiste una legge che lo disciplini.

Di fatto, l’unico documento su cui si baserebbe la prassi di pagare un’aliquota del 26% sulle plusvalenze da bitcoin è una risoluzione dell’Agenzia delle Entrate (la numero 72 del 2 settembre 2016) arrivata in risposta a un interpello sull’inquadramento fiscale dello strumento.

Bitcoin price history

In estrema sintesi, la Risoluzione conclude che le operazioni a pronti (la compravendita di valuta) non produce reddito e dunque non è tassabile. Ma, avendo equiparato la cripto a valuta estera, molti commercialisti hanno ritenuto di dover far pagare la tassa sulla plusvalenza nel caso in cui si fossero detenuti più di 50mila euro per più di sette giorni.

Noi invece riteniamo di non dover assoggettare le plusvalenze a imposizioni fiscale, avvalendoci del principio del legittimo affidamento in base a cui se non c’è norma non c’è evasione fiscale. Nel momento in cui sarà varata una legge che disporrà diversamente e quand’anche la disposizione fosse retroattiva, si potrà fare un ravvedimento operoso e si sanerà la situazione (senza pagare multe).

Per i privati rileva anche la nazionalità dell’exchange o del wallet: per evitare il rischio di chiusura del conto da parte di banche italiane, consigliamo di effettuare le operazioni in bitcoin su piattaforma italiane, da YoungPlatform a The Rock a Conio.

… e come iscriverli a bilancio se sono asset dell’impresa

Per le imprese la situazione è meno controversa e le indicazioni su come trattare i bitcoin a bilancio sono reperibili nei principi contabili Ias/Ifrs della Commissione europea.

Per il legislatore europeo dunque, in contrasto con la nostra Agenzia delle Entrate, le criptovalute non sono moneta e dunque non possono essere contabilizzate tra le disponibilità liquide o tra gli strumenti finanziari ma vanno qualificate come rimanenze (in base allo Ias 2), se detenute per finalità di trading nell’ambito dell’attività ordinaria di impresa, oppure – diversamente – come attività immateriali in base allo Ias 38, perché posseggono delle attività immateriali tutte le caratteristiche (ovvero sono attività identificabili che possono generare benefici economici nel futuro e non sono accessibili da terzi).

Commercialista e algoritmi alleati fondamentali

L’iscrizione a bilancio delle transazioni in criptovalute non è semplice dal punto di vista pratico e sono ancora pochissimi i commercialisti esperti in questo campo nel nostro Paese.

Il Bitcoin, però, continuerà a essere sempre più mainstream, nonostante le recenti notizie del bando cinese, che probabilmente seguirà la stessa sorte da annunci simili fatti dal paese in passato.

Per questo, diventa fondamentale per le aziende dotarsi degli strumenti tecnologici adeguati, con funzionalità in grado di leggere e riconciliare le transazioni in cripto, in modo da fornire un dato comprensibile e immediatamente iscrivibile a bilancio. Sarà un’esigenza, questa, sempre più sentita ed è importante muoversi in anticipo.

Perché se ora le transazioni in bitcoin sono ancora poche, nel momento in cui diventeranno diverse centinaia e queste poste potranno finire nella tesoreria o investire in Defi, andranno riconciliate e rendicontate.

Bitcoin circulation

Non solo. Proprio questa occasione potrebbe rivelarsi un’opportunità per i commercialisti, che, secondo i dati ufficiali,  stanno vivendo una vera e propria crisi di vocazione tra i giovani (al primo gennaio 2020, i tirocinanti sono il 10% in meno sul 2019).

Questa fuga dalla professione, infatti, dipende in larga parte dai margini di guadagno sempre più risicati, come conseguenza del fatto che le mansioni contabili classiche sono sempre più automatiche ed eseguibili da algoritmi. Chi resisterà sarà il professionista in grado di offrire valore.

È già nelle cose: presentare la dichiarazione dei redditi è un’attività sempre più meccanica e fai da te, mentre la domanda di pianificazione fiscale è in forte ascesa. Rendere evidente il valore aggiunto della consulenza fiscale rispetto ai nuovi scenari potrebbe dunque essere anche un modo per riavvicinare alla professione i giovani. Nella nostra realtà, che è ormai prossima alla quotazione in borsa, sono già cinque i commercialisti specializzati in questo settore e la previsione è di una crescita fino a raddoppiare il numero di esperti entro il 2022.

diversità e inclusione in azienda

Come diversità e inclusione possono migliorare il fatturato aziendale

Diversità e inclusione sono due fattori molto importanti da considerare nelle logiche aziendali. Infatti sviluppare una cultura orientata alla diversità e all’inclusione all’interno delle aziende, non è solo etico ma, secondo diverse ricerche, anche redditizio nel lungo termine.

Ma come possono questi elementi, avere un impatto positivo sostanziale sulle imprese a breve e a lungo termine?

Per comprenderlo è possibile raccogliere in 8 punti essenziali le motivazioni e le modalità attraverso cui diversità e inclusione sono in grado di determinare una crescita  positiva per le imprese.

La valorizzazione della diversità e la promozione dell’inclusione rappresentano per le aziende un’opportunità per innovarsi ed acquisire molteplici vantaggi che possono tradursi in 8 benefici sostanziali:

  • Maggiore creatività
  • Competenze diversificate
  • Maggiore appeal aziendale
  • La soddisfazione dei collaboratori
  • Maggiore produttività
  • Comprensione dei clienti
  • Maggiore scelta di talenti
  • Maggior fatturato

Ma vediamo insieme punto per punto in che modo questi vantaggi si sviluppano all’interno delle imprese e come si traducono in vantaggi competitivi in grado di incrementare il fatturato aziendale.

Maggiore creatività

Maggiore innovazione e creatività sono elementi facilmente ottenibili quando la diversità aziendale è coltivata attraverso la diversificazione dei collaboratori.

La diversità dei collaboratori all’interno dei team delle aziende permetterà infatti di ottenere una maggiore creatività, a differenza di quanto avviene in aziende costituite da una maggiore omologazione di persone e di conseguenza di idee.

Questa creatività si tradurrà in innovazione, permettendo all’azienda di spiccare dalla massa concorrenziale di imprese, ottenendo in tal modo una crescita del business a lungo termine.

Competenze diversificate

La diversificazione dei collaboratori in termini di provenienza, si traduce in un aumento delle diverse competenze portate all’interno dell’azienda ed una diversificazione delle competenze significa una consequenziale crescita per l’azienda.

Le diverse provenienze dei collaboratori infatti, possono tradursi per l’impresa nella possibilità di avvalersi delle diverse prospettive che questi possono mettere in campo a favore dell’azienda.

Un ambiente inclusivo e diversificato favorisce la presenza di professionisti con competenze, idee, visioni ed esperienze diverse in grado di offrire sempre del valore aggiunto all’azienda.

Maggiore appeal aziendale

Un ambiente di lavoro in cui diversità e inclusione sono coltivati e valorizzati avrà più appeal agli occhi delle persone alla ricerca di lavoro.

Per questo, un’azienda che pone questi elementi alla base del suo modus operandi otterrà un beneficio fondamentale per ogni impresa che punti alla crescita a lungo termine, ovvero la possibilità di attirare il maggior numero di professionisti che grazie alle loro competenze e al loro bagaglio esperienziale saranno parte essenziale di uno sviluppo aziendale a lungo termine.

La soddisfazione dei collaboratori

Sono i collaboratori felici a decretare il successo e la crescita delle aziende.

Sentendosi soddisfatti di trovarsi in un ambiente di lavoro che promuove diversità e inclusione, i collaboratori saranno più felici di lavorare per l’azienda e questa emozione si tradurrà in una maggiore qualità del lavoro svolto.

La qualità del lavoro svolto da collaboratori felici delle loro condizioni lavorative e dell’ambiente di lavoro in cui operano non potrà che tradursi in una crescita professionale per il collaboratore ed una crescita in termini di risultati per l’azienda.

Maggiore produttività

La cooperazione è da sempre un elemento essenziale che garantisce un buon risultato in termini di qualità del lavoro svolto.

Se però la collaborazione avviene tra persone molto diverse, questa è in grado di aumentare le sue potenzialità in termini di benefici per l’impresa.

Come è facile intuire, il tempo gioca un ruolo essenziale per le aziende che si trovano a dover prendere importanti decisioni anticipando i loro concorrenti. 

In questi casi, il potenziamento della produttività dei collaboratori gioca un ruolo cruciale, ed è qui che la diversità dei collaboratori potrà tradursi in grande vantaggio competitivo per le aziende, che saranno così in grado di misurarsi con i competitor mettendo in campo una vastità di competenze ed esperienze grazie a figure molto diverse accomunate da un unico obiettivo: la crescita dell’azienda di appartenenza.

La comprensione dei clienti

La comprensione dei clienti rappresenta un elemento importante per la crescita di ogni azienda, poiché è proprio sulla base della soddisfazione del cliente che si basa il successo e la sopravvivenza di ogni business.

Ecco allora che il vantaggio ottenuto internamente per ogni processo aziendale grazie ad un team diversificato e inclusivo, si allarga includendo anche una maggiore capacità di comprensione del cliente.

Questo avviene perché sarà più semplice commercializzare un’attività verso persone provenienti da ambienti diversi, ma che riflettono quelli dei collaboratori che lavorano all’interno dell’azienda.

Maggiore scelta di talenti

Un’azienda che incoraggia diversità e inclusione, attirerà un numero maggiore di professionisti che sarebbero così invogliati a lavorare in un ambiente di lavoro privo discriminazioni.

Questo aspetto diventa decisivo quindi, quando ci si trova a dover ricercare nuove figure da inserire in azienda, perché i recruiter avranno di conseguenza la possibilità di scegliere la figura ideale tra un maggior numero di professionisti talentuosi.

Maggior fatturato

È facile intuire come maggiore creatività, competenze e soddisfazione dei collaboratori che lavorano a proprio agio in un ambiente inclusivo possano facilmente tradursi in una maggiore produttività, la cui ovvia conseguenza sarà una crescita in termini di fatturato per l’azienda.

Diversità e Inclusione: i dati delle ricerche

A conferma dei diversi benefici ottenibili dalle aziende che mettono questi elementi in primo piano ci sono anche diversi studi tra cui:

  • il documento di McKinsey dal titolo “Delivering through Diversity” (2018) secondo cui il successo delle aziende può essere maggiore se queste si differenziano per una composizione etnica mista o realizzano iniziative in favore della diversità di genere (con una differenza del 15% e del 35%)
  • il rapporto realizzato da Accenture nel 2018 “The Disability Inclusion Advantage”, secondo cui le aziende possono ricavare in media ricavi superiori del 28% rispetto alle altre concorrenti eccellendo nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità
infografica diversità

Immagine estratta dal documento Delivering through Diversity su mckinsey.com

 

Ad avvalorare ulteriormente il pensiero secondo cui diversità e inclusione siano elementi fondamentali in grado di determinare sempre più il successo aziendale ci sono anche i dati ancora più recenti estrapolati dalle ricerche di Diversity Brand Summit che attestano ad esempio come:

  • l’88% della popolazione è maggiormente propensa verso i brand più inclusivi (vs. 63% nel 2019,51% nel 2018 e 52% nel 2017)
  • durante il COVID-19 arriva la nuova categoria “tribali” (16,4%), composta da persone prima distanti dall’inclusione che ora si sentono vicine alle forme di diversità
  • un forte aumento dei consapevoli (15,7%dal 4,2%2020), persone attente all’inclusione, ma non direttamente coinvolte.

Le infografiche sottostanti del Diversity Brand Index 2021 mostrano invece nello specifico:

  • quali siano i brand percepiti come più inclusivi
  • le scelte d’acquisto dei consumatori condizionate positivamente rispetto ai brand più inclusivi
  • la differenza in percentuale rispetto alla crescita dei ricavi per i brand inclusivi
INFOGRAFICA I BRAND PIÙ INCLUSIVI

Infografica estratta da diversitybrandsummit.it

 

INFOGRAFICA LE SCELTE D’ACQUISTO

Infografica estratta da diversitybrandsummit.it

 

INFOGRAFICA L'INCLUSIONE ACCELERA LA CRESCITA

Infografica estratta da diversitybrandsummit.it

 

Diversità e inclusione: esempi nelle aziende italiane

La valorizzazione di diversità e inclusione rappresentano un’opportunità per creare valore, ed a pensarla così, ci sono tante grandi aziende italiane che eccellono per questi elementi, tra cui:

  • Enel che si impegna alla sensibilizzazione di tutti i contesti organizzativi, con l’aiuto del management aziendale ed ogni anno organizza un evento speciale chiamato Diversity & Inclusion Days
  • Barilla che sostiene diversità e inclusione, come si legge nel “Barilla Lighthouse”, il documento di strategia dell’azienda, presenta la diversità come un obiettivo aziendale fondamentale e a prova dell’impegno a tale riguardo l’azienda ha anche istituito un Chief Diversity Officer. L’importanza di questi fattori per Barilla è inoltre ben sottolineata dalle parole di Claudio Colzani, AD di Barilla Group, leggibili sul sito dell’azienda che afferma: “In Barilla il nostro percorso verso la diversità e inclusione inizia con il riconoscere che il supportare diversità e inclusione è la cosa giusta da fare ed è anche la cosa giusta per il business.”
  • Eni che si impegna a favorire l’inclusione di tutte le diversità a sostegno dell’engagement interno e dell’innovazione aziendale e lo fa attraverso il percorso formativo e di comunicazione interna D&I Matters avviato nel 2019, volto a contribuire allo sviluppo di una sensibilità diffusa su questi temi e attraverso cui Eni, contrasta le discriminazioni e offre formazione

Conclusioni

Il maggior vantaggio competitivo che un’azienda può avere risiede nell’azienda stessa, ovvero nelle persone che la compongono e che sono in grado di decretarne più di ogni altro fattore il successo.

Per questo motivo è essenziale che la forza lavoro sia prima di tutto soddisfatta a felice di collaborare con un’impresa di cui condivide i valori e in cui possa sentirsi di conseguenza  più produttiva, così come è importante che possa rispecchiare sempre di più le persone reali della società odierna verso cui le imprese si rivolgono. 

A tale scopo la diversità gioca un ruolo cruciale, avere infatti una forza lavoro diversificata che possa attraverso le proprie differenze in termini di provenienza, esperienze o competenze creare valore aggiunto per l’impresa rappresenterà un beneficio che si svilupperà in modi diversi e nel lungo termine sempre più da non sottovalutare come i dati delle ricerche ci dimostrano.

social media strategy

Sei invisibile sui social media? Segui questi consigli

I social media sono diventati uno strumento indispensabile per le aziende. Quasi tutte sono presenti sulle piattaforme, ma quante usano i social network al massimo del loro potenziale?

L’abbiamo detto molte volte: creare semplicemente un profilo e pubblicare contenuti a caso ogni tanto non è più sufficiente. In realtà, non lo è mai stato. Eppure, molte aziende non sembrano avere una strategia di Social Media Marketing documentata che le porti al successo.

Potrebbe non sembrare un grosso problema all’inizio, ma non avere un flusso di lavoro ben impostato spesso significa non raggiungere risultati apprezzabili.

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Come fare un Social Media Plan step by step

Sapere semplicemente come creare un piano editoriale per i social media non è sufficiente: l’obiettivo è che il plan sia abbastanza efficace da raggiungere gli obiettivi. Ecco alcuni step da seguire per una Social Media Strategy di successo:

#1. Stabilisci un punto di partenza

Capire a che punto sei dovrebbe essere la prima cosa da fare. Prima di elaborare un piano di social media adeguato, analizza i tuoi profili e quelli dei competitor.

#2. Individua il tuo target

Conoscere (e comprendere) il tuo pubblico è fondamentale per una strategia di successo.

#3. Stabilisci degli obiettivi

Obiettivi intelligenti e dettagliati ti permetteranno di creare campagne ben strutturate, misurare i tuoi progressi e ottimizzare la tua Social Media Strategy a lungo termine.

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#4. Scegli i giusti canali di comunicazione

Non esiste solo Facebook: quando scegli su quali piattaforme comunicare, considera attentamente i vantaggi di ognuna di esse. L’obiettivo finale è scegliere i social network più utilizzati dal tuo pubblico di riferimento e che, allo stesso tempo, si adattano all’immagine del tuo brand.

#5. Diversifica i contenuti per ogni piattaforma

Crea post unici per ogni social network in base alle caratteristiche del media. Una buona idea è quella di inserire nella tua strategia i contenuti generati dagli utenti (UGC).

#6. Affidati ai tool più validi

Avrai sicuramente bisogno di strumenti efficaci non solo per gestire i team che si occupano dei social media, ma anche per la gestione dei profili e delle pubblicazioni. Scegli con cura quelli più adatti.

#7. Organizza i contenuti

La creazione di un calendario è un ottimo modo per tenere traccia di tutti gli appuntamenti, gli eventi e le ricorrenze importanti. Ricorda che le campagne social basate su eventi specifici tendono ad attirare maggiormente l’attenzione.

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#8. Massimizza la reach

Pubblicare il contenuto potrebbe non essere sufficiente per raggiungere la tua audience. Fortunatamente, è possibile massimizzare la portata del messaggio un questo modo:

  • Investi in campagne a pagamento
  • Usa strategie di retargeting
  • Collabora con gli influencer
  • Opta per campagne omnichannel.

#9. Analizza i risultati e ottimizza costantemente la strategia di Social Media Marketing

Capire cosa funziona e cosa no dovrebbe essere la priorità fin dal primo giorno. Tecnicamente, più sei in grado di tracciare i risultati ottenuti, meglio potrai agire per il futuro.

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Una Social Media Strategy vincente: qualche esempio

Gli step elencati non sono certo sufficienti a garantire il successo di una strategia per i social media, ma possono essere un ottimo punto di partenza, senza dimenticare che una Social Media Strategy va inserita in una più ampia strategia di marketing, di cui i social media rappresentano solo una parte, se pur essenziale.

Ecco alcuni esempi di brand che hanno pianificato le loro mosse con attenzione.

Mercedes Benz

Mercedes Benz raggiunge sempre ottimi risultati sui social media. Nel 2013, ha creato una delle migliori campagne di Instagram marketing mai viste: puntava a raggiungere il pubblico più giovane, così ha “assunto” cinque fotografi molto conosciuti su Instagram e li ha messi al volante di una nuova Mercedes CLA, chiedendo loro di postare contenuti sul social.

Chi ha ottenuto il maggior numero di like ha potuto tenere l’auto, quindi l’impegno è stato davvero al massimo!

Dove

Il brand ha spesso puntato sui contenuti emotivi per entrare in risonanza con il proprio pubblico.

La campagna Real Beauty Sketches aveva l’obiettivo di far sentire le donne bene con se stesse. L’azienda conosce bene il suo target di riferimento e crea contenuti che raccontano una storia nella quale le donne possano identificarsi.

Nutella

Ci hai mai fatto caso? Ogni contenuto di Nutella, trasmesso in tv o postato sui social media, ti fa venire l’acquolina in bocca. Molte persone fotografano il cibo prima di mangiarlo; Nutella fa lo stesso e la tecnica funziona: ti mostra la fetta di pane con la crema spalmabile pronta per essere consumata.

Inoltre, non perde mai l’occasione per “giocare e divertire” con il suo brand.

Airbnb

L’azienda utilizza la strategia di pubblicare i contenuti generati dagli utenti: invece di promuovere il suo servizio, il profilo appare come una sorta di diario di viaggio di visitatori e host e i post ottengono su Instagram un altissimo coinvolgimento.

insta airbnb

Nike

Nike ci regala una delle migliori strategie di social media. Il brand mantiene assoluta coerenza nella pubblicazione dei contenuti, mettendo in evidenza gli atleti con cui collabora e utilizzando un tone of voice motivazionale che funziona a meraviglia.

Anche se l’azienda ha profili separati per ogni linea di prodotto, queste caratteristiche rimangono comuni all’interno di una chiara Social Media Strategy generale.

 

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WPP Gioia e la ripartenza attraverso le testimonianze di artigiani e commercianti milanesi

WPP celebra la ripartenza delle attività in Italia con una campagna, la prima ideata dalle sue agenzie creative con sede nel nuovo WPP Campus di Milano, che incoraggia le persone a sostenere i piccoli commercianti, i negozi di quartiere e gli artigiani locali. 

 In un mercato in continua evoluzione e sempre più globale, le tante restrizioni e chiusure imposte dalla pandemia mondiale hanno messo in difficoltà chi gestisce le piccole realtà commerciali e artigianali di quartiere. WPP Gioia, campagna creativa pro bono, ha l’obiettivo di esaltare e celebrare la passione e l’abilità dei commercianti locali e il loro costante contributo alla comunità.

Ripartenza

WPP ha recentemente consolidato il suo impegno nel settore creativo italiano con l’apertura del WPP Campus di Milano, un hub innovativo all’interno di uno dei quartieri storici di Milano che, un tempo, ospitava la fabbrica della ex Richard Ginori. Il Campus, infatti, riunisce, in un’unica sede, la creatività e il talento di più di 2.000 dipendenti delle oltre 35 agenzie WPP. 

WPP Gioia ha visto lavorare insieme tutti i leader creativi, mostrando la sinergia che il WPP Campus di Milano è in grado di offrire. Ideata da Francesco Bozza, VP Chief Creative Officer Grey Italy, Lorenzo Crespi, Chief Creative Officer Wunderman Thompson Italy, Giuseppe Mastromatteo, Chief Creative Officer Ogilvy Italy e Francesco Poletti, Chief Creative Officer VMLY&R Italy, e realizzata in partnership con IGPDecaux.

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La campagna ha avuto inizio il 22 settembre, in occasione dell’inaugurazione ufficiale del nuovo WPP Campus di Milano, e riempirà di “gioia”, fino al 22 ottobre, gli spazi della fermata della linea metropolitana M2 Gioia di Milano. Un luogo scelto proprio per far emergere l’obiettivo dell’iniziativa di celebrare la gioia che, non è solo il nome di una fermata, ma rappresenta anche un meraviglioso stato d’animo e un augurio per il futuro. 

Dalla stilista emergente al barbiere, dal ristoratore al cameriere passando per le commesse e i personal trainer, la campagna racconta le loro storie di vita reale, in modo personale e intimo, e le emozioni che hanno provato quando sono stati in grado di tornare a una nuova normalità mentre riaprivano le loro attività dopo mesi di difficoltà.

La scelta di unire per la prima volta le competenze creative delle agenzie italiane di WPP in una campagna pro bono che celebra l’ottimismo della riapertura della città di Milano, è un segnale del nostro impegno per aiutare la comunità imprenditoriale locale a crescere. Attraverso la campagna WPP Gioia abbiamo voluto raccontare le storie delle persone che, con passione e dedizione, lavorano in piccole attività di quartiere.

Commenta Simona Maggini WPP Country Manager in Italia.

La creatività può e deve essere uno dei motori della ripartenza, ed è anche per questo che abbiamo voluto che il nostro nuovo Campus di Milano fosse un vero e proprio hub per il talento creativo. Aiutare le imprese a raccontare storie, obiettivi e idee nel miglior modo possibile non significa solo ritornare a una nuova normalità ma vuole anche essere uno stimolo per le persone a immaginare un futuro migliore e a impegnarsi per realizzarlo.

rebranding di settembre

Rebranding di Settembre: Volvo, MTV, Pringles, Pompea e Avast

  • Il nuovo logo minimal di Volvo: il famoso marchio automobilistico si rinnova in 2D
  • On air il nuovo look di MTV e il restyling del logo
  • Il primo redesign della mascotte di Pringles dopo 20 anni
  • Pompea ridefinisce la sua strategia marketing a 360° e lancia la campagna “The Real Comfort”
  • Nuovo logo per Avast che rappresenta umanità, ottimismo e protezione

Volvo e il suo rebranding in 2D

Volvo sin dalla sua nascita nel 1927 ha sfoggiato numerosi loghi, che con il passare del tempo sono diventati sempre più semplici.

Nel 2020 abbiamo visto l’azienda scartare il suo famoso binomio cerchio e freccia, per puntare su una più semplice versione basata solo sulla parola Volvo.

La casa svedese non è la prima a ridisegnare il proprio logo con un aspetto piatto. Quella del flat rebranding è infatti una tendenza che ha interessato diversi brand, da Burger King a Warner Bros fino ai brand del settore automotive come Toyota, Nissan e Volkswagen.

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Il nuovo logo Volvo ha un design piatto caratterizzato dalla nota combinazione: simbolo e scritta. Il cerchio con la freccia che punta verso l’alto in diagonale destra, rappresenta un antico simbolo del ferro, ed è da sempre parte del DNA del brand.

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Rispetto al design precedente, il nuovo logo è molto più semplice con il suo stile monocromatico, sebbene utilizzi ancora lo stesso carattere di prima.

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La barra centrale che inquadra la scritta è ormai scomparsa, mentre l’anello è ora più sottile e non presenta più l’effetto 3D. L’importantissima freccia che punta in alto a destra ottiene lo stesso trattamento e fa sì che il cerchio non sia completamente chiuso.

I report indicano che Volvo continuerà a utilizzare il vecchio logo con accenti blu sui suoi veicoli fino al 2022, prima che tutte le sue auto passino al nuovo design dal 2023 in poi.

MTV introduce un nuovo look e una nuova versione del suo logo rivisto

Progettato dall’agenzia di branding newyorkese loyalkaspar, il restyling è l’occasione per MTV di adottare il design system più organizzato che abbia mai avuto.

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In passato erano gli show a guidare l’aspetto del canale, senza un filo conduttore. Oggi MTV, all’apice della sua maturità, si dota finalmente di una propria struttura di branding.

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Il nuovo logo è disponibile in due formati: uno a colori come modello dimensionale e uno monocolore senza la dimensione per rappresentare cose specifiche all’interno del network.

Il logo è stato riprogettato digitalmente per una leggibilità ottimale su piccola scala e riportato alle sue radici con un’interpretazione moderna della sua storica palette colori.

Ogni volta che si parla del marchio MTV nel suo insieme, viene utilizzato il logo storico ottimizzato.
Quando, invece, si parla di un aspetto specifico, come un contenuto, un artista o un film, verrà utilizzato il logo piatto.

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La nuova font è Gravity Grotesk e si tratta del primo carattere disegnato, progettato e prodotto esclusivamente per MTV.

Ispirati all’eredità grafica del marchio, è stata creata una libreria di layout personalizzati.

Per amplificare l’attribuzione del marchio tra le piattaforme, il sistema combina gli elementi principali con strutture denominate M-Frame, derivate dalla forma dell’iconico logo.

Il signor P di Pringles viene rinnovato

La mascotte di Pringles è stata rinnovata per la prima volta dopo vent’anni insieme alla linea di packaging.

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Il progetto di rebranding porta la firma dello studio di design britannico Jones Knowles Ritchie (JKR).

Stesse patatine, stesso sapore, diversa identità. Pringles con questa operazione vuole applicare un restyling a ciascun barattolo, utilizzando colori brillanti e audaci, oltre a un design più pulito.

Una delle modifiche più evidenti è la perdita dei capelli di Mr. P che come possiamo vedere è sempre al centro della scena. La nuova versione ha un paio di sopracciglia espressive e un farfallino rosso oversize. Il marchio denominativo è stato aggiornato ed è stato inserito all’interno del papillon.

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Tra i prossimi obiettivi del brand troviamo la promessa di sostenibilità: entro il 2025 Pringles utilizzerà pack 100% riutilizzabili, riciclabili o compostabili.

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Pompea lancia la campagna di rebranding “The Real Comfort”

Un invito ad affrontare la vita di tutti i giorni senza costrizioni. E sempre a proprio agio. Sono questi i presupposti che hanno ispirato il rebranding di Pompea.

Il progetto include il lancio di una strategia marketing a 360° che ha come obiettivo il riposizionamento di Pompea come brand leader del comfortwear di tendenza, con prodotti di qualità a un prezzo accessibile, adatti a tutti e nel rispetto dell’ambiente.

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Pompea è un marchio famigliare e genuino. Il restyling parte proprio dal logo: lo storico scudo, che rappresentava sicurezza e difesa, diventa un mezzo scudo che sovrasta le lettere “mp” del nome Pompea e che ricorda visivamente la casa, simbolo di sicurezza, comfort e intimità quotidiana, valori fondamentali del brand.

La nuova strategia ha previsto innanzitutto una ridefinizione dell’offerta merceologia attraverso il redesign dell’intera collezione intimo e calze, uomo e donna.

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Nell’ottica di un rebranding totale, che va a esprimere la nuova era del comfortwear di tendenza, Pompea ha pensato anche al restyling del nuovo eCommerce e alla nuova immagine dei punti vendita. Il sito è stato ridisegnato e arricchito di nuovi contenuti editoriali. La nuova immagine dei punti vendita riflette i concetti-chiave di famigliarità e quotidianità.

La campagna esprime il “The Real Comfort”, nuovo payoff con cui l’azienda vuole sottolineare come, nonostante la vita sia complicata, mutevole, indaffarata, prendersela comoda in realtà non sia così difficile: basta indossare capi confortevoli e che facciano sentire a proprio agio.

Avast ridisegna il suo logo

Il database dei loghi di Avast è stato aggiornato. Tra i rebranding di settembre c’è anche Avast, noto per aver creato software antivirus diffusi in tutto il mondo.

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L’azienda che ha fatto della protezione digitale e della sicurezza online i suoi capisaldi, si pone l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare le loro vite digitali.

Avast non vuole solo proteggere i propri utenti, ma anche abilitare e responsabilizzare ogni cittadino digitale.

“Ognuno di noi merita un accesso libero e aperto a tutto ciò che il mondo digitale offre, e il modo più visibile in cui lo rappresentiamo è attraverso il nostro nuovo logo, un simbolo dotato di dinamismo e potenziale” si legge in una comunicato.

rebrandingUn emblema proiettato nel futuro ma che onora pienamente il passato. Il logo è un cerchio arancione, che rappresenta l’umanità, l’ottimismo e la protezione fornita. All’interno del cerchio ci sono quattro elementi in crescita che formano una A stilizzata, i quali simboleggiano come il lavoro di Avast sia in continuo movimento. Attraverso l’impegno per l’innovazione, l’esplorazione e il progresso, l’azienda cerca costantemente di progredire. La A maiuscola e il wordmark aggiornato rappresentano i 30 anni di esperienza di Avast.

Instagram unisce video del feed e IGTV in un unico formato

Da oggi su Instagram i video di IGTV e i video del feed saranno combinati in un unico formato: Instagram Video. Comparirà sul profilo una nuova tab Video, che permetterà agli utenti di scoprire tanti nuovi contenuti in tutta facilità. La nostra community di creator sfrutta moltissimo i video per raccontare le proprie storie, intrattenere e connettersi con il pubblico: per questo vogliamo rendere sempre più semplice creare e scoprire video su Instagram.

Rendere più semplice caricare e scoprire video

I video di IGTV e del feed avranno un unico formato, ma il processo per caricare i video dal proprio rullino foto sarà lo stesso: cliccando sul simbolo + nell’angolo in alto a destra nella home page di Instagram e selezionando “Pubblica”.

Introdurremo anche nuove funzioni per ritagliare i video, nuovi filtri e nuovi tag di persone e luoghi.

I creator continueranno a fare cross-posting dei propri video nelle Storie, e a condividerli tramite direct. L’accesso a tutti i nostri strumenti offre ai creator tante possibilità per raccontare le proprie storie e coinvolgere la community. Le anteprime dei video nel feed saranno ora di 60 secondi, a meno che il video non sia idoneo per le inserzioni: in questo caso, l’anteprima resterà di 15 secondi.

Sono un creator e trovo fantastico che non ci sia più alcuna divisione tra i diversi formati: i video del feed e di IGTV sono semplicemente video. Quando una persona cerca un contenuto da guardare online, non lo seleziona in base alla durata del formato ma in base a cosa la può divertire e intrattenere. Sono contento di non aver più bisogno di navigare tra tante tab diverse per guardare video su Instagram.

Nuove modalità per guardare e analizzare i video

La nuova tab Video sarà la casa di questo formato combinato, e renderà più semplice per gli utenti trovare i contenuti dei creator che amano. Mentre guardano un video su Instagram, le persone possono toccare qualunque punto del video per visualizzarlo a schermo intero; inoltre, hanno sempre la possibilità di scorrere per scoprire nuovi contenuti interessanti.

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Per rendere più facile per le aziende e i creator conoscere i risultati dei loro contenuti video, stiamo realizzando una metrica che comprende sia gli insights sui post del feed sia quelli sui video.

Raggiungere nuovi utenti con le inserzioni video

Con Instagram Video, le inserzioni di IGTV si chiameranno inserzioni video in-stream di Instagram. I creator idonei potranno ancora monetizzare i contenuti di lunga durata, e i brand potranno raggiungere il pubblico coinvolgendolo con contenuti lunghi. Le aziende interessate a promuovere i propri video per raggiungere più utenti, potranno pubblicare video non superiori ai 60 secondi.

La tab Video è la nuova casa del visual storytelling. Siamo felici di vedere i creator su Instagram continuare a creare contenuti che ispirino gli altri ad essere creativi.

eCommerce: 5 consigli per gestirlo al meglio

Dallo studio di Forrester Consulting commissionato da THRON, piattaforma di Digital Asset Management utilizzata dai principali brand globali – da Furla a Valentino, da Dainese a Whirlpoolemergono consigli utili per risparmiare budget, accelerare il time to market e proteggere la coerenza del brand.

Gestire un eCommerce è da sempre un lavoro dispendioso, con forte strategia progettuale: i dati registrano una richiesta del 10% del budget di marketing e un 40% dei brand europei incapace di analizzare correttamente i dati di fruizione dei propri utenti quando provengono da fonti diverse.

Per gestire al meglio il catalogo online è necessario centralizzare su un’unica piattaforma gli asset digitali e i relativi flussi di creazione, approvazione e distribuzione. Questo porterebbe a beneficiare 7 aziende su 10, facendo aumentare i clienti (68%) e la loro soddisfazione (71%).

Di seguito, i 5 step per organizzare in modo più efficiente le diverse fasi che portano alla pubblicazione dei contenuti di un eCommerce.

  1. Centralizzare i flussi di lavoro, shooting compresi

Gli shooting fotografici di prodotto sono uno dei momenti più delicati della costruzione di un catalogo. Accentrare e facilitare le attività di tutti i membri coinvolti favorisce una gestione più efficiente sin dalle prime fasi. Se il team di prodotto, fotografi e agenzie esterni lavorano sulla stessa piattaforma, già a partire dal brief di lavoro, si facilitano i flussi approvativi e si accelera lo step di pubblicazione, perché le informazioni sono già associate agli scatti.

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  1. Curare i performance content per migliorare l’esperienza d’acquisto

Secondo un recente studio di Jellyfish, descrizioni di prodotto, di categoria e guide all’acquisto – i cosiddetti Performance Content – hanno un ruolo cruciale nel completare la shopping experience e nel convertire visitatori in vendite. Il 78% delle aziende, ad esempio, perde regolarmente traffico organico a causa di descrizioni di prodotto poco accurate. Curare questo tipo di contenuti è fondamentale per aumentare in modo costante le performance del proprio eCommerce. Per creare un’esperienza utente realmente efficace, il catalogo va arricchito con immagini di qualità, video che mostrano le caratteristiche e le funzionalità degli articoli in vendita e descrizioni il più possibile approfondite e complete, per permettere agli utenti di valutare ogni dettaglio e soddisfare la loro curiosità. Poter contare su una piattaforma centralizzata per contenuti e informazioni di prodotto, tramite la quale gestire anche la pubblicazione del catalogo i sull’eCommerce, permette di valorizzare al meglio questo tipo di asset.

  1. Centralizzare la distribuzione del catalogo

La pubblicazione del catalogo è una fase delicata. Centralizzare la distribuzione degli asset sui canali finali significa pubblicarli ovunque, eCommerce incluso, senza la necessità di trasferire lavoro, contenuti o informazioni su altri sistemi. Questo si traduce in risparmio di tempo e budget e attenzione alla brand reputation, con informazioni su diverse piattaforme – comprese vetrine intelligenti, digital signage, app e siti del brand in diverse lingue – sempre coerenti e aggiornate.

  1. Mantenere aggiornato l’eCommerce, in automatico

L’eCommerce è una vera e propria vetrina virtuale e, come tale, in evoluzione. Al momento di pubblicare la nuova collezione, aggiungere nuove immagini, video o aggiornare le descrizioni delle pagine prodotto, sarà sufficiente gestire il tutto attraverso una piattaforma di Digital Asset Management per vederle aggiornate in automatico sull’eCommerce e tutti gli altri canali del brand. Spesso infatti questo tipo di piattaforme conta anche su integrazioni native con i principali sistemi eCommerce, che permettono di mantenere aggiornato il catalogo in automatico e in tempo reale

acquisto su ecommerce

  1. Creare un’esperienza utente personalizzata

Gestire in maniera integrata gli asset digitali permette di analizzare in maniera univoca i comportamenti dei propri utenti per conoscere i loro interessi e preferenze. Alcuni sistemi di Digital Asset Management offrono strumenti di Analytics nativi, che permettono di raccogliere insight avanzati sulle performance dei contenuti dell’eCommerce e raccogliere informazioni sugli interessi e le abitudini d’acquisto dei propri utenti. In questo modo, sarà molto più semplice misurare il ROI della propria content strategy e costruire esperienze d’acquisto veramente personalizzate ed efficaci.

Independent Ideas presenta il nuovo logo istituzionale della FIGC

Nella suggestiva cornice di Garage Italia a Milano viene presentato il logo istituzionale della FIGC ideato da Independent Ideas, agenzia creativa di Publicis Groupe. L’immagine della FIGC si rinnova, affiancando allo scudetto un logo moderno e autorevole che raffigura, anche graficamente, il processo di innovazione voluto dal presidente Gabriele Gravina.

In uno dei momenti più felici della storia azzurra, dove i successi sportivi si accompagnano al ritrovato entusiasmo dei tifosi verso la Nazionale, la FIGC si dota di un emblema ispirato da alcuni elementi iconici per rappresentare al meglio l’attività della Federazione in tutto ciò che non è calcio giocato. 

Le attività di responsabilità sociale e quelle con i giovani, le relazioni istituzionali e quelle internazionali, con l’obiettivo di esaltare la multidimensionalità del calcio in tutte le sue sfaccettature e per rendere ancor più riconoscibile la Federazione, impegnata nel promuovere una profonda rivoluzione culturale dell’intero movimento. Se il ‘Nuovo Rinascimento’ degli Azzurri ha già prodotto risultati straordinari, adesso è necessario completare le riforme a vantaggio del sistema, radicando, allo stesso tempo, le diverse realtà calcistiche sui territori e nelle rispettive comunità di riferimento.

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Afferma il Presidente della FIGC Gabriele Gravina:

La Nazionale vittoriosa sul campo ha una grande squadra che la supporta fuori dal terreno di gioco, contraddistinta dalla stessa passione e dalla medesima professionalità con cui gli Azzurri hanno affrontato le gare dell’Europeo. Oggi diamo a questo team straordinario, e a tutta l’organizzazione federale, un simbolo nuovo in cui riconoscersi, che muove dalla nostra tradizione per proiettare la Federcalcio verso le sfide del futuro. Lavoriamo ogni giorno per una FIGC sempre più moderna, integrata, responsabile e attenta alle esigenze di tutti gli stakeholders, siamo coscienti che lo sviluppo del calcio passi anche attraverso una crescita culturale e valoriale che stiamo promuovendo in tutti i settori del nostro mondo. Desidero ringraziare Lapo Elkann e Independent Ideas per aver interpretato al meglio le motivazioni che contraddistinguono il nostro lavoro.

Con questa scelta la FIGC si allinea ad altre Federazioni europee (ad esempio Belgio, Germania e Spagna) che hanno fatto la stessa scelta, distinguendo il simbolo della maglia da gioco da quello ‘corporate-istituzionale’.

Sottolinea il Presidente della Fondazione Laps e di Independent Ideas Lapo Elkann

Disegnare il logo della FIGC è per me motivo di estremo orgoglio e felicità; da italiano non c’è nulla che può rendermi più fiero. Il mio sentimento è ulteriormente rafforzato perché ciò accade in un momento topico per la Federazione e appena dopo la entusiasmante vittoria degli Azzurri a EURO 2020. Sono onorato e grato al Presidente Gravina per avere scelto il mio team e me per realizzare uno dei loghi più emblematici della nostra amata Italia. Il logo che abbiamo disegnato coniuga la tradizione gloriosa della Federazione con l’innovazione e l’autorevolezza, elementi propri del nostro Paese e dei suoi abitanti.

Il logo

L’estetica dei primi palloni da calcio ha ispirato la forma circolare e le grafiche verticali della nuova veste, con un chiaro e profondo rimando alle origini, rivisitato attraverso l’interpretazione contemporanea di un simbolo. 

Nel logo, l’acronimo della Federazione Italiana Giuoco Calcio diventa protagonista, a riaffermare una presenza forte e un lavoro costante della Federazione. I colori richiamano naturalmente quelli della maglia della Nazionale e del tricolore italiano.

FACEBOOK DOWN

Instagram, Facebook e WhatsApp non funzionano, blackout totale del Zuckerverse

Instagram, Facebook e WhatsApp non funzionano più.

I malfunzionamenti sono iniziati alle 17.30, fino a rendere inaccessibili le piattaforme di Facebook, WhatsApp e Instagram.

Il fenomeno ha coinvolto Paesi di tutto il mondo e ha costretto l’azienda alle scuse.

Trionfa invece Twitter, dove gli utenti di tutto il mondo si sono riversati in massa scatenando l’ironia da meme, tipica dei feed del social.

facebook down

Intanto, Twitter gongola e saluta tutti “i nuovi arrivati” orfani delle piattaforme di Mark Zuckerberg.

Sotto il tweet dell’account ufficiale dell’azienda fondata da Jack Dorsey, hanno risposto moltissimi grandi brand, dando un cinque virtuale all’unico vero social funzionante. Tra i tanti. anche, McDonald’s, Burger King, Reddit, Warner Bros, Alexa, OnlyFans, Tumblr, KFC e non sono mancati all’appello anche gli account proprio di WhatsApp e Instagram.

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Quasi centomila commenti al saluto di Twitter e più di mezzo milione di retweet, più un milione e mezzo di cuoricini a incoronare l’indiscusso re dei social.

Festeggia anche Telegram che, in ogni occasione in cui WhatsApp ha alzato bandiera bianca, ha guadagnato milioni di iscritti in tutto il mondo.

E a un certo punto, alle 21.30 circa, ora italiana, è saltato anche Twitter, forse per la congestione causata dall’afflusso enorme di utenti sulla piattaforma.

twitter down

Le misteriose ragioni del blocco

Secondo Reuters, Facebook risulta inaccessibile perché gli utenti non vengono indirizzati nel posto giusto dal Domain Name System.

Gli esperti della sicurezza che seguono la situazione hanno dichiarato che l’interruzione è stata probabilmente innescata da un errore di configurazione che ha lasciato le indicazioni per i server di Facebook non disponibili. Potrebbe quindi essere il risultato di un errore interno, anche se il sabotaggio da parte di un insider sarebbe teoricamente possibile.

Facebook intanto non ha fornito alcuna specifica sulla natura del problema o quanti utenti sarebbero stati colpiti dall’interruzione, ma l’ipotesi della cancellazione dai registri DNS è stata confermata anche da Brian Krebs, un esperto di sicurezza informatica.