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Houseparty, l’app per divertirti in videochat con gli amici

18 mesi fa vi parlavamo di Meerkat come la novità del momento: dopo pochi mesi gli autori però hanno dovuto cedere il passo ai competitor, ma non si sono arresi. Ecco perché, scegliendo di cambiare direzione, dalle ceneri di Meerkat, è nata Houseparty, una nuova app per video chiamate che durante la sua versione beta lanciata a settembre ha già raggiunto un discreto successo.

L’obiettivo di Houseparty è quello di connettere in maniera più semplice e spontanea gli utenti: sembra un “FaceTime di gruppo” super veloce e semplice, ma vuole anche diventare uno spazio virtuale elaborato dove le persone possono incontrare i loro amici quando sono lontani. Vi sembra una spiegazione troppo generica? Entriamo nel dettaglio!

Come funziona Houseparty?

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Houseparty (al momento disponibile sia su App Store che su Google Play Store) è  “social network sincrono”, come lo definiscono i suoi ideatori: ha già conquistato centinaia di migliaia di utenti statunitensi e raggiunto il milione di download.

Utilizzare Houseparty è molto semplice: l’app richiede all’inizio la creazione di un profilo con l’inserimento del numero di telefono. Per videochiamare si possono aggiungere amici tramite nome utente o numero di telefono cellulare. Poi è sufficiente creare una room  e invitarli: ad ogni videochiamata possono partecipare un massimo di otto utenti, masi può partecipare ad un numero illimitato di room. Per passare da una room all’altra è sufficiente scorrere con il dito da un lato all’altro dello schermo sino a quando non trovate la room.

Houseparty ha un suo Manifesto divertente e che spiega in poche parole l’obiettivo dell’app:
* Regola #1: si tratta di una festa;
* Apri l’applicazione, e ti ritrovi con i tuoi amici – fin da subito;
* Si può avere aspettative su chi si incontra durante il party, ma si può anche essere sorpresi;
* Più persone si conoscono, più ci si diverte;
* Non incontri persone sgradite
* Un houseparty è un ambiente confortevole e informale;
* È possibile presentarsi – o lasciare la festa – in qualsiasi momento.

Insomma, Houseparty è come una festa in casa tra amici: il sistema delle videochiamate non è sicuramente nuovo al mercato mobile, ma quest’app sembra già aver conquistato i Millennials statunitensi, dunque le prospettive di scalare le classifiche nel resto del mondo sono molto concrete.

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Bumble: quando le dating app diventano social

Partiamo dall’inizio. In principio erano le agenzie matrimoniali. Quelle cose un po’ da “sfigati” – ci perdoni la zia, lo sappiamo come ha conosciuto lo zio e si fa per scherzare – che ci evocano nella mente raccoglitori pieni di foto e frasi ad effetto, con il Cupido di turno intento a cercare improbabili affinità elettive tra i malcapitati.

Poi le cose sono cambiate. La famigerata “democratizzazione del web” ha portato con sé anche la democratizzazione degli strumenti di ricerca dell’anima gemella: dalle piattaforme online come Meetic & company, fino alle più recenti app di dating e agli user-generated…match (con i dovuti interventi degli algoritmi del caso, ma pur sempre da noi “istruiti”).

Swipe a destra o swipe a sinistra, ora siamo noi a dover decidere. In una manciata di secondi. Fra una moltitudine di persone, in base a sempre meno informazioni – di solito una foto o due, e poco più. Tinder è l’esempio più noto nel panorama attuale delle dating app, ma non è il solo.

Bumble

Nata dall’idea di uno dei founder di Badoo e uno dei founder proprio di Tinder, Bumble è tra le tante app utilizzate per cercare…beh, non sempre l’anima gemella, ma almeno persone nuove da conoscere e incontrare.

Quello che la caratterizza? La particolare attenzione riservata a contenuti e connessioni reali: prima il controllo manuale dell’autenticità delle foto profilo caricate dagli utenti, e ora un’ultima novità molto social.

Si tratta dell’introduzione dei BumbleVID, un formato video molto simile alle Storie di Instagram (e Snapchat, ovviamente). Gli utenti con la foto profilo verificata (per ora un numero limitato, viste appunto le lunghe procedure di verifica), potranno creare video della durata di 10 secondi, che scompaiono dopo 24 ore.

Come funziona, esattamente? Non c’è nessun collegamento con la feature di Instagram, anche se l’aspetto e le caratteristiche sono molto simili. Da parte di Bumble c’è anche l’esplicito incoraggiamento ad ispirarsi al noto formato, proprio perché ormai popolarissimo e molto familiare.

La registrazione dei video avviene direttamente nel profilo, attraverso l’app di Bumble, così come la loro pubblicazione. Tutti quelli che vedranno il nostro profilo potranno accedere anche ai video, e come su Instagram sarà possibile sapere chi e quanti li hanno guardati. Volendo, è possibile caricare anche video pre-registrati, ma solo se realizzati nelle ultime 24 ore (altra caratteristica che ci ricorda qualcosa?).

Per il momento potremo anche disegnarci sopra, e si pensa già di implementare una serie di feature aggiuntive come filtri, posizione, tag.

Bumble

Fonte: TechCrunch

Per rendere tutto molto più social-friendly, i BumbleVID saranno poi mostrati anche nella sezione delle connessioni e conversazioni, così da permetterci di vedere in un solo posto le “storie” di tutti quelli con cui abbiamo iniziato ad interagire, e anche quelle delle persone con cui ci siamo connessi, ma con le quali non abbiamo ancora avviato una conversazione.

È evidente che la svolta social di Bumble con i video temporanei ricalca moltissimo il formato delle Storie. Secondo la co-founder e CEO Whitney Wolfe, (ex-Tinder), l’entrata dei micro-video temporanei era in cantiere ormai da tempo. Le esitazioni, più che altro, erano dovute al timore di esporre dei contenuti così personali (e visibili a tutti) in una dating app popolata fondamentalmente da perfetti sconosciuti.

Ora che i video sono esplosi ovunque e che vengono utilizzati dagli utenti per condividere anche i momenti più impensabili del quotidiano (nel bene e nel male), sembra essere arrivato il momento giusto.

Su Tinder, in fondo, c’è già la possibilità di inserire il collegamento al proprio profilo Instagram. Ma con la diffusione di Stories, è lecito chiedersi se sia il caso di aprire indiscriminatamente anche agli utenti delle app di dating una finestra sul proprio mondo. Sui social il confine tra pubblico e privato è ormai labile – forse per sempre compromesso – ma con il dating le cose rimangono ancora un po’ differenti.

I BumbleVID sembrano probabilmente avere più senso: contenuti simili nella forma a quelli che postiamo su Instagram – quindi facili da realizzare – ma creati appositamente per lo scopo della dating app, senza mescolare finalità diverse.

Difficilmente, infatti, ci troveremo a postare su un’app di dating gli stessi video che di solito postiamo su Instagram, e viceversa. Dating e social diventano sempre più vicini nella forma, ma non è detto che avvenga lo stesso nei contenuti. E forse è un bene.

Aspettiamo che i BumbleVID (e, chissà, magari anche qualche altro clone del clone della feature di Snapchat) vengano ufficialmente introdotti a breve, e stiamo a vedere. Di certo, se avranno successo, vedremo molti meno profili fake e più interazione sociale anche nel dating. E forse un po’ più di creatività e fantasia nel raccontarsi agli altri.

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Online reputation e adv: consigli per Marketer e Influencer

Cosa fa un utente prima di acquistare un prodotto o provare un ristorante?

Cerca informazioni e legge recensioni e articoli scritti da chi ha già testato il prodotto o consumato un pasto in quel ristorante.
Nella giungla di recensioni e post, è necessario essere critici nella giusta misura e chiedersi se quello che si sta leggendo sia davvero un’opinione neutrale ed autentica.

La borsa della fashion blogger, che per caso appare in primo piano nella foto, e la cover dello smartphone del Vlogger inquadrata nel tutorial sono esempi di Influencer Marketing con un elemento in comune: un annuncio pubblicitario velato.

Credits: Adobe Stock #122391583

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I social media hanno dato spazio a questo fenomeno con blogger, giornalisti e Influencer: quotidianamente ci consigliano come vestirci, quale tisana bere ed in quale ristorante pranzare. Non discutiamo il potenziale dell’Influencer Marketing che, se canalizzato e pianificato bene, è uno strumento di Marketing estremamente efficace.

Analizziamo invece gli eventuali rischi e inganni che possono compromettere l’online reputation dell’azienda e/o dell’Influencer quando la pubblicità non è adeguatamente segnalata.

Chi non segnala collaborazioni, omette. Chi omette, non dice la verità.

Il Web non è una massa che assorbe tutto e si accontenta.

Ci sono utenti curiosi, attenti ai dettagli. Si accorgono quando “all’improvviso” appare un prodotto nelle mani del (o della) Blogger, tanto più se casualmente il negozio o il brand è stato taggato nella descrizione dell’immagine.

Il giudizio dei Follower è molto pungente e critico verso chi maschera la collaborazione con la propria opinione. Una volta smascherata la verità, sia l’Influencer che l’azienda che lo ha incaricato, perdono trust. Perché quello che succede nel Web, rimane nel Web.

Non discutiamo sul lavoro dell’Influencer, né del suo guadagno. Ci soffermiamo invece sulla pubblicità non segnalata della borsa, della cover o del trattamento anti-cellulite. Come evitare di compromettere l’online reputation?

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Consigli per Marketer

  • La collaborazione con Influencer richiede un’analisi e una pianificazione antecedente alla ricerca della persona giusta.
  • È importante richiedere serietà e professionalità, ingaggiando solo chi accetta senza riserve di segnalare correttamente la pubblicità.
  • Diffidate di agenzie che vendono pacchetti di recensioni positive, promettendovi una fulminea scalata delle classifiche con conseguente aumento esponenziale di visibilità.

Nella guida di Matteo Pogliani troverete altri consigli su come costruire una campagna efficace di Influencer Marketing.

Credits: Adobe Stock #108641025

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Consigli per Influencer

  • È fondamentale, per non compromettere la fiducia dei follower, segnalare sponsorizzazioni come tali.
  • Non basta taggare il marchio, bisogna invece scrivere chiaramente e senza troppi giri di parole che il post, l’articolo o la recensione sono nati sulla base di una collaborazione tra Marketer e Influencer.
  • Mascherare la collaborazione come se fosse una propria opinione autentica, oltre ad essere poco professionale, compromette non solo la vostra credibilità, ma anche e soprattutto quella dell’azienda che ha affidato l’incarico.
  • Diffidate di aziende o agenzie che vi chiedono di scrivere esclusivamente sui lati positivi di un prodotto o servizio oppure di omettere il fatto che si tratti di un post sponsorizzato.
  • La vostra presenza e reputazione online vale molto di più di un regalo o guadagno, non fatevi manipolare e mettete in chiaro la vostra posizione. Aziende e agenzie serie apprezzeranno la vostra autenticità e il vostro modo onesto di comunicare.

Perché tutti i lettori, fan, follower, devono poter distinguere un’opinione da una pubblicità.

Parola d’ordine? Fair play.

Carta di credito Amazon

Amazon lancia la carta di credito Cash Back

Quante carte hai nel portafogli? Preparati ad aggiungere la carta di credito Amazon alle tante altre, molto spesso un mix di carte bancarie e fidelity card.

Ma quante carte consumer ci consentono un effettivo cashback sugli acquisti effettuati?

La carta di credito presentata da Amazon in collaborazione con JP Morgan Chase e Visa offrirà il 5% di cashback sui prodotti acquistati su Amazon.com, il 2% nei ristoranti e nelle stazioni di benzina convenzionate, 1% su tutto il resto degli acquisti.

La carta di credito Amazon

La carta di credito Amazon

Il credito maturato verrà erogato da Amazon direttamente sulla carta di credito oppure attraverso acquisti sulla sua piattaforma.

Il servizio così tratteggiato è riservato ai clienti Prime del colosso dell’e-commerce: un sottoinsieme di clienti Amazon che l’azienda ritiene essere particolarmente pregiati e meritevoli di molte attenzioni perché statisticamente effettuano circa il doppio degli acquisti rispetto agli altri clienti.

LEGGI ANCHE: I negozi senza casse e cassieri di Amazon

La strategia di Amazon

Anche questa proposta di Amazon mira a sconvolgere gli equilibri del mercato retail oltrepassando quella linea immaginaria che separa il mondo fisico da quello digitale.

Già con i negozi fisici in beta testing a Seattle, Jeff Bezos ha provato a varcare questa linea proponendo un’esperienza di acquisto gratificante e rassicurante come quella che si può vivere all’interno del perimetro digitale di Amazon, riportandola nel mondo retail fisico.

La carta di credito Amazon: quali piani per il futuro?

Proviamo a riflettere sul modello delle aziende tech.

Le aziende tech tendono a proporre un modello recintuale all’interno del quale noi utenti troviamo tutto quello che ci serve: Facebook tende a creare una sorta di web nel web e infatti penalizza tutti quei messaggi che tendono a farti uscire dal suo recinto; Apple ci propone sempre più servizi per interagire all’interno di un ecosistema di device tutti targati mela morsicata, con utenti accomunati dal possesso di un device che predilige le comunicazioni all’interno della community Apple.

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Noi godiamo dei relativi plus nel nostro mondo fisico, ma solo perché non percepiamo nel mondo digitale nessun senso di coercizione a stare all’interno di un “modello recintuale” che funziona.

Potremmo chiederci: visto che il confine tra ecommerce e retail sta diventando sempre più labile, che rischi ci sono che anche questo modello recintuale diventi fisico?

Azuma Hikari

Ecco Azuma Hikari, l’ologramma che ti fa anche da fidanzata

Sei stanco di tornare a casa e sentirti solo.

Nessuno che ti giri intorno, nessuno che ti chieda come stai. Maledici il giorno in cui hai mollato quella tizia perché davvero aveva troppi problemi psicologici, tra cui un’inquietante fissazione ossessiva- compulsiva a stalkerarti.

Avresti potuto passarci sopra ed evitare di cambiare residenza per paura potesse fare una follia, ma  – un attimo prima di perdere del tutto la ragione (quella tizia davvero non stava benissimo) e chiamarla – ricordi di aver installato a casa tua Azuma Hikari, avvenente ologramma in versione anime che ti gestisce la giornata e non solo, ti manda anche messaggini per dirti che le manchi.

Gatebox nasce in Giappone e ricorda in un certo senso Google Home o il cilindro di Echo di Amazon; questo strumento però è animato, infatti, al suo interno, c’è Azuma Hikari, un ologramma con capelli azzurri, un vestito niente male che ricorda una divisa da personale delle pulizie (ma un po’ più sofisticato, ecco) con cui ci si può piacevolmente interfacciare: oltre a essere una premurosa compagnia o più propriamente una “waifu” – ovvero una devotissima moglie virtuale –  è soprattutto un sistema di domotica e un’assistente insieme, che gestisce casa e la quotidianità di chi l’acquista ‘comunicando’ grazie ad un’apposita app per dispositivi Android.

LEGGI ANCHE: La battaglia della Domotica: Google Home vs Amazon Echo

La novità principale rispetto a Siri, Cortana e Alexa – a cui tutto sommato siamo abituati – è che Azuma non è solo una voce ma un personaggio tridimensionale che partecipa in maniera empatica alla quotidianità, seppur vivendo nella sua “scatola tecnologica”.

LEGGI ANCHE: Con la memoria condivisa, i robot che imparano da altri robot sono sempre più umani

Il video promozionale, un concentrato di solitudine

Come si può notare dal video promozionale proposto di seguito, Azuma gestisce la quotidianità di un giovane che si desume faccia l’impiegato, svegliandolo, ricordandogli di prendere l’ombrello prima di uscire perché la giornata è piovosa, accedendo la luce e il riscaldamento al suo arrivo a casa; inoltre, il Gatebox gli scrive messaggi più volte al giorno dicendogli: “torna a casa presto”; “ti aspetto”; “non vedo l’ora di rivederti”. “mi manchi”.

Sul sito a lei dedicato, inoltre, gli interessati possono decidere quale timbro di voce, che tipo di “carattere”, preferenze e gusti anche in fatto di alimenti debba avere, giusto per renderla ancora più somigliante ai propri desideri. Inizialmente in edizione limitata, sarà in vendita a fine 2017 in Giappone e USA a un prezzo di circa 2.600 dollari.

Insomma, tutto perfetto, a parte, chiaramente, il fatto che Azuma non è reale e che intessere dei rapporti affettivi veri è sempre consigliato rispetto all’acquisto di un surrogato tecnologico.

Se vi state preoccupando per la sostituzione degli esseri umani nel lavoro, insomma, vi consiglio di smetterla e iniziare a preoccuparvi piuttosto di ciò che potrebbe avvenire, nel prossimo futuro, nei rapporti sentimentali.

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Content analytics: stai misurando correttamente la tua strategia di Digital Content Marketing?

Spesso, ancora oggi, il Content Marketing viene percepito e/o presentato come sinonimo esclusivo di copy efficaci, video ingaggianti, infografiche graficamente perfette. In altre parole, di un buon gesto creativo, a volte fine a sé stesso.

Al contrario, se ben progettato e governato, il Content Marketing sui canali digitali genera valore concreto per l’azienda o il brand.

Il tema del valore ne porta sempre con sé un altro: quello dei numeri e della quantificazione. Sì, perché senza calcolo non è possibile comprendere se davvero una strategia di Digital Content Marketing è andata bene, secondo le aspettative. Le analytics servono anche a definire lo stesso concetto di “bene”, che può assumere sfumature ben differenti se si parla di industry, brand, organizzazioni diverse. A volte, anche se si parla di una stessa organizzazione, in fasi diverse del proprio ciclo di vita.

Per controllare, bisogna definire

La potenza è nulla senza controllo, diceva una pubblicità di diversi anni fa. Ma il controllo ha bisogno di pianificazione ex ante. Non posso controllare come è andata la Content Strategy, se prima non mi sono preoccupato di definire obiettivi e relativi KPI indispensabili per farlo. Un aiuto valido per la definizione dei giusti obiettivi per una strategia di contenuto viene dal framework SMART, rappresentato qui sotto.

Si tratta di un modello applicabile (e di fatto applicato) non solo al Content Marketing, ma a qualunque situazione che richieda l’impostazione di obiettivi. Tali obiettivi rimangono di scarsa utilità e aiuto se non rispettano queste cinque dimensioni principali:

  • Specifici: gli obiettivi non devono essere troppo vaghi. Vuoi ottenere tanto engagement? E cosa significa? 🙂
  • Measurable: strettamente legato a quanto scritto poche righe sopra, gli obiettivi devono potere essere misurabili per servire davvero. Dicevamo… tanto engagement?
  • Raggiungibili: non voglio mica la luna… sono in vena di citazioni 🙂 Gli obiettivi devono essere tarati a tante dimensioni molto importanti da considerare: tempo a disposizione per raggiungerli, eventuali collaboratori a supporto e/o membri del Content Team, e via dicendo.
  • Realistici: Un esempio (negativo)? Volere aumentare di 1 milione i visitatori unici un sito web che parte da poche centinaia, da solo e senza budget.
  • Legati al tempo: attenzione a quest’ultima variabile! L’ultima T permette di evitare di “non saltarci più fuori”, definendo obiettivi magari molto validi, ma non raggiungibili nell’intervallo o nello span di tempo a disposizione.

Sotto, ecco un esempio semplice del Modello SMART applicato al macro-obiettivo della lead generation.

Dagli obiettivi alle metriche e ai KPI

Come scrivevo, definire correttamente gli obiettivi della Content Strategy è essenziale per misurarne la performance nel momento successivo. Metriche e KPI (key performance indicators) vanno pensati sia per singolo canale che in una prospettiva integrata e cross rispetto alla strategia complessiva.

A tale proposito, il Content Marketing Institute ha definito da qualche anno le 4 macro-categorie di KPI del Content Marketing a cui fare riferimento:

  1. Consumption metrics: “quante volte gli utenti online guardano, scaricano o ascoltano questo pezzo di contenuto?” –> Numero di visite, numero di download, etc. 
  2. Sharing metrics: “quanto spesso questo contenuto è condiviso e viralizzato tra i network di persone?” –> Numero di like, di condivisioni, engagement rate, etc.
  3. Lead generation metrics: “quanto spesso questo contenuto determina la conversione di un utente in lead?” –> Conversion rate, e-mail subscription, etc. 
  4. Sales metrics: “il contenuto è riuscito a generare un valore economico?” –> Impatto sulle vendite.

Per ulteriori approfondimenti sul tema delle varie tipologie di metriche, ti rimando alla bella presentazione “A Field Guide to the Four Types of Content Marketing Metrics”.

Data-driven organization: verso un Content Marketing più smart

Dagli obiettivi alla definizione / al monitoraggio delle metriche e dei KPI finali: è questo il giusto sentiero per ottimizzare le strategie di marketing del contenuto digitale, “elevandolo” da semplice gesto creativo a driver di business e marketing. Le stesse organizzazioni stanno diventando sempre più data-driven, impostando sistemi di analisi avanzati e una forma mentis per cui il dato diventa il principale abilitatore dell’azione strategica e/o operativa. I numeri e le statistiche estrapolate permetteranno di fare sempre meglio, implementando le proprie skill e competenze di Content Manager.

A proposito di conoscenza e competenze: se hai curiosità e voglia di esplorare meglio il tema delle content analytics e molti altri argomenti correlati, iscriviti al Corso in Content Marketing (Formula Online + Lab) organizzato da Ninja Academy che terrò insieme a Francesco Gavatorta e Valentina Falcinelli da Febbraio ad Aprile 2017: a 25 ore di didattica online puoi abbinare 16 ore di aula pratica a Milano, per fare la differenza.

Be Ninja! #ContentNinjas

Il customer care ai tempi dei social media

Fare customer care significa fornire assistenza, gestire i clienti con le loro segnalazioni e lamentele ed essere disponibile nei modi e nelle tempistiche migliori. Ma dall’avvento dei social media la sfida è diventata ancora più ardua, la clientela è sempre più esigente, cambiano le abitudini di acquisto e con esse l’intero sistema che vi orbita attorno. Tutto ciò indirizza verso un’unica direzione: il social customer care.

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Una clientela sempre più connessa

Si stima che già il 67% dei consumatori prediliga i social network per ottenere informazioni e assistenza. Aumenta dunque l’esigenza di un cambio di rotta nell’ambito del servizio clienti e molti brand hanno già virato verso questa influente fetta di clientela adattandosi ad un nuovo modo di fare assistenza.

I clienti più esigenti? I Millennials, ovviamente. La tanto odiata/amata generazione Y spende un tempo considerevole connessa prediligendo un uso più social del customer care.

Inutile dire che Facebook e Twitter sembrano rappresentare le piattaforme più influenti in questo settore. Considerando le statistiche, i due social sono mediamente il 45% più accurati e veloci nel fornire risposte rispetto a un servizio assistenza via e-mail. Non è un caso che il social customer care su Twitter sia aumentato del 250% negli ultimi due anni.

Social customer care: partire da un’analisi

La mera presenza di un brand su canali social non basta: un cliente scontento non necessariamente si lamenta o chiede informazioni in maniera diretta. Come monitorarlo? Con un controllo costante delle mention del proprio brand grazie a strumenti come Social Mention o Google Alerts. Una volta individuato il commento è consigliato rispondere anche quando non si è stati interpellati.

Rispondere sempre e velocemente

Non aiutare in tempo un cliente o non aiutarlo affatto può innescare un circolo vizioso di bad reputation destinata a diventare virale. Un cliente insoddisfatto è un potenziale pericolo per la propria attività perciò partiamo da un presupposto: bisogna rispondere, sempre.

Anche quando la richiesta è impossibile. Anche quando probabilmente la miglior risposta sarebbe il silenzio. Perché la clientela che perde interesse in un brand che non risponde a domande poste sui social sembra essere quasi il 90%.

http://twitter.com/ASOS_HeretoHelp/status/819953934467039232

Un altro punto saliente riguarda il tempismo. Il 60% dei clienti che presentano lamentele sui social si aspettano una risposta entro un’ora. Le aspettative dei consumatori sono aumentate a livelli apparentemente impossibili o inesistenti. Al fine di accogliere questo cambiamento, i brand devono essere sempre in ascolto investendo sulle giuste piattaforme e impiegando un team solo per il social customer care.

Clienti che hanno ricevuto risposte ai tweet o ai commenti su Facebook sono più soddisfatti della loro esperienza e più disposti a consigliare un brand. Più la risposta è veloce, più il cliente è disposto a spendere.

Usare un tono appropriato

Le parole sono importanti, ma lo è anche il tono con cui si dicono o, nel caso di un testo scritto, come può venire interpretato. Il tono adeguato dipende dal cliente stesso, e il modo migliore per ottenere la giusta interpretazione è quello di regolarlo in base a quello della sua richiesta. Se ha scritto usando emoticon, punti esclamativi e slang o comunque con un tono molto colloquiale, è dovere ricambiare con lo stesso stile.

Quando invece ha un tono frustrato, dovuto a una lamentela, bisogna alzare il livello di empatia mostrandosi dispiaciuti per l’inconveniente e soprattutto comprensivi.

“Umanizzare” il brand

L’ascesa dei social media ha reso il linguaggio dei brand più colloquiale e questo non può che far piacere ai consumatori: sì perché questi preferiscono sicuramente aver a che fare con persone reali piuttosto che con aziende senza volto.

Il crescente numero di risposte di brand che hanno come firma il nome o le iniziali del membro del personale dimostra un approccio più umano ed empatico con il cliente.

Insomma, il social customer care è uno strumento ormai indispensabile ma alquanto delicato. Se da una parte c’è il vantaggio di una maggiore interazione con il cliente dall’altra non bisogna dimenticare che si è ulteriormente esposti alle critiche e alle reazioni incontrollate di chi lamenta problemi con il rischio di un passaparola nefasto.

Il compito è arduo ma un’azienda certa della qualità del proprio prodotto o servizio capace di ascoltare il vento del cambiamento non farà fatica a voltare pagina.

Piccole Imprese: come aumentare il traffico con i social media

Piccole Imprese: come aumentare il traffico del sito web grazie ai social media

Un nuovo mantra è nell’aria: i social media da soli non bastano più.

Quanti di voi si sono sentiti dire: “se non sei sui social sei out” oppure: “i social rendono piccole le grandi aziende e grandi le piccole”? Frasi come queste riecheggiano da anni tra i corridoi delle piccole imprese ed hanno convinto molti imprenditori ad adottare i social media come principale canale di marketing.

Grazie a caratteristiche quali gratuità, facilità di utilizzo e spinta emotiva, i social media si sono rivelati da subito potenti alleati per le imprese di piccole dimensioni.

Per questa tipologia di imprese, attività come la personalizzazione delle fan page e la creazione di contenuti sono ormai consolidate e risultano essere ottime per comunicare efficacemente sui social, ma alcune volte non sembrano essere sufficienti per raggiungere obiettivi di business più ampi come quello di incrementare il traffico del sito web aziendale.

Bene, è giunta l’ora di fare un salto di qualità.

Non costruire la tua casa su un terreno in affitto

Con questa massima Joe Pulizzi, fondatore del Content Marketing Institute, ci dimostra che sebbene per un’impresa i social siano importanti, spesso le vittorie si ottengono “in casa”, ovvero sul proprio sito web. Il tema è molto attuale e la difficoltà di portare traffico organico dai social media al sito aziendale sembra essere piuttosto sentita soprattutto tra gli imprenditori delle piccole imprese.

In un sondaggio condotto su 500 piccole e medie imprese dalla piattaforma GetApp Lab emerge che un imprenditore su quattro (25,2%) ritiene che Facebook non sia efficace nel portare traffico organico sul proprio sito web aziendale. Come farsi ripagare quindi degli sforzi compiuti sui social?

Il blog TopRank Marketing ci suggerisce alcune utili soluzioni che possono essere adottate anche dalle aziende più piccole.

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Condividi i contenuti del sito sui social media

Se sui social state creando contenuti divertenti e accattivanti, magari utilizzando dei meme nel modo giusto, allora state già facendo un buon lavoro. Tuttavia, per portare traffico nelle vostre “case” non basterà inserire l’url del vostro sito aziendale tra le informazioni di Facebook e aspettare che arrivino i click.

Provate piuttosto a condividere sui social i contenuti del sito i quali, se dotati di una qualità grafica adeguata, rappresentano un’ottima arma per incoraggiare gli utenti a farvi visita.

Piccole promozioni a pagamento: nuovo pubblico, nuovi contatti

In effetti parlare di traffico organico e contemporaneamente dell’utilizzo di promozioni a pagamento può sembrare una contraddizione. In questo caso però la promozione deve essere vista come lo strumento per offrire – anche con un budget ridotto – i propri contenuti ad un pubblico più ampio ma soprattutto, selezionato da voi e quindi più attinente al business dell’azienda.

Fate una prova prendendo il vostro contenuto (organico) che ha ottenuto il risultato migliore in termini di traffico nel sito e investite 5 euro per la sua promozione. Durante la selezione del pubblico utilizzate la funzione chiamata “Crea un pubblico simile” che vi consentirà di raggiungere utenti simili a coloro che si sono già interessati alla vostra impresa.

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Da follower a potenziale cliente

Facebook è un bravo “traghettatore” di visitatori, una buona pratica è quella di condividere sul social network contenuti collegati a pagine del sito aziendale in cui gli utenti possono registrarsi o approfondire aspetti più rilevanti ai fini della vostra attività.

Per la vostra fan page aziendale un’altra interessante opzione è quella di sfruttare il pulsante anche noto come “call to action” situato sul lato destro della home page appena sotto l’immagine di copertina, essendo  personalizzabile può essere utilizzato come canale diretto per aumentare gli accessi al sito.

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LinkedIn come strumento di dialogo

Per le imprese che operano Business-to-Business è senza dubbio un must, basti pensare che circa l’80% dei contatti generati sui social media dalle aziende di questo comparto provengono proprio dal famoso social network professionale.

Linkedin è tuttavia una valida opzione anche per le imprese Business-to-Consumer e può essere utilizzato per creare pagine aziendali in cui condividere contenuti – anche di natura tecnica – e attivare discussioni finalizzate a convertire i nuovi contatti in visitatori del vostro sito.

Non si vive di soli like

I social media sono ottimi strumenti utili per creare contatti ed incrementare la brand awareness, tuttavia like e follower non possono garantire da soli il successo dell’azienda.

È quindi necessario adottare un approccio che sia finalizzato a stimolare continuamente gli utenti a prendere iniziativa. Oltre a Facebook esistono altre numerose piattaforme le cui caratteristiche possono essere maggiormente in linea con il vostro business. Ricordate infine che piccoli investimenti settimanali in promozioni targetizzate possono fare la differenza.

Come vedete cari lettori, il mondo dei social è pieno di opportunità anche per le piccole imprese. Un continuo aggiornamento e una buona dose di creatività sono i primi ingredienti per costruire la propria casa su un terreno di proprietà.

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Ecco il nuovo design Juventus: “Black and White and More”

Una J raddoppiata e stilizzata. Solo bianco e nero, ovviamente, a comporre un logo in stile flat design che condensa 120 anni di storia in quello che sembra quasi un moderno ideogramma. Ecco il nuovo logo presentato dalla Juventus, all’interno di un vero e proprio progetto di brand design, curato da Interbrand, che punta a conquistare nuovi mercati e nuovi pubblici.

Black and White and More” è il nome di questo rebranding di respiro internazionale, più anglosassone che italiano. Proprio come fu in occasione della realizzazione del suo stadio, anche in questo caso la società torinese dimostra di essere intenzionata a seguire il modello di business delle società d’oltremanica, che da anni fanno del marketing da manuale.

Il nuovo logo, che verrà implementato dal prossimo luglio, secondo le intenzioni di chi l’ha creato rappresenta l’essenza della squadra e della società: le strisce della maglia, lo scudetto della vittoria e l’iniziale del nome.

Come leggiamo sul sito ufficiale:

“È un segno forte, essenziale e inconfondibile. È un logo sviluppato con i princìpi con cui si costruisce un’icona globale per questi tempi: capace cioè di esprimersi con forza in qualsiasi contesto fisico o digitale. Soprattutto, è un logo che si lascia con coraggio alle spalle i conformismi degli stemmi calcistici.”

Propria questa rinuncia ai segni grafici tradizionali, simbolo della città e del gioco, ha creato il dibattito più forte tra i commentatori. C’è anche chi parla di rischio omologazione.

Senza dubbio, tuttavia, questa operazione dimostra chiaramente la presenza di un progetto lucido e articolato in grado di trasformare e rendere internazionale l’immagine della squadra più ambiziosa (commercialmente parlando 😉 ) d’Italia.

E voi cosa ne pensate del nuovo brand design Juventus?

NAStartUp 30 evento

NAStartUp fa 30: un nuovo appuntamento per lo sviluppo dell’economia del territorio

Crescono i record per la community delle startup, che invita tutti i Ninja al 30° meeting, mercoledì 18 gennaio alle 18 ai Magazzini Fotografici (Largo  Proprio D’Avellino, 4). Il nuovo appuntamento di NAStartUp, la principale community per innovatori, startupper, imprenditori e investitori del Sud Italia, sarà open & free e sarà caratterizzato come sempre dalla innovativa formula di contaminazione di idee, competenze ed esperienze.

Magazzini Fotografici - Napoli

Magazzini Fotografici – Napoli

Innovazione, conoscenza e confronto al prossimo meeting di NAStartUp

Parlare di innovazione è solo il punto di partenza per un viaggio altrettanto importante: quello in cui ci si mette in moto per realizzare concretamente progetti e idee. Per questo l’evento promosso promosso da NAStartUp punta a facilitare (e accelerare) chi fa e chi vuole avviare nuovi progetti e imprese innovative, ma anche come importante momento di confronto nell’ecosistema delle startup, aperto a tutti e completamente gratuito.

Per startupper e innovatori ci sarà la possibilità di presentarsi a un pubblico eterogeneo, ricevendo feedback immediati sul proprio progetto.

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Startup innovazione NAStartUp

Credits: Adobe Stock #92258605

Le startup protagoniste e tutti i contenuti dell’evento

Sarà inoltre l’occasione per ascoltare gli elevator pitch di presentazione di quattro startup:

  • Aria Wearables, una soletta intelligente con tecnologia IoT brevettata in grado di garantire un comfort termico costante 
  • DigiTaxi, un’App gratuita per prenotare taxi a Napoli
  • World of Mouth, un diario di viaggio 2.0 per raccontare le proprie esperienze di viaggio attraverso l’uso di comode mappe o scoprire nuovi itinerari
  • Munnezza Sharing, una rete di condivisione e raccolta materiali in disuso abbandonati per il riciclo creativo.

Tra i contenuti della serata, infine, sarà possibile seguire il Corso di aggiornamento e perfezionamento professionale dal titolo “Politiche di Pari Opportunità, Leadership femminile e Diversity management”, promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici (DIPSUM) dell’Università di Salerno e progettato dall’Osservatorio Interdipartimentale per gli Studi di Genere e le Pari Opportunità (OGEPO) con il patrocinio del CUG, e buone pratiche del territorio come il lavoro dell’ass. Getta La Rete, che ha portato alla luce il sito del Borgo Vergini.

Scopri tutti i dettagli dell’evento e partecipa allo sviluppo dell’economia del territorio!