campagna pandora natale 2017

Cosa abbiamo imparato dal caso Pandora (noi e chi lo ha sfruttato al volo)

L’ennesimo articolo sul “caso Pandora”? Sì, ma abbiamo voluto attendere per dire la nostra e per poter analizzare tutte le reazioni alla storia che ha riempito i nostri feed negli ultimi giorni.

Premessa: probabilmente qui non troverai una presa di posizione sulla campagna di Pandora e sul messaggio pubblicato dall’azienda, ma più un’analisi dei commenti, dai social, alle testate, fino all’offline e al bar sotto casa, per capire in che modo alcuni messaggi agiscano sulla nostra pulsione ad una reazione.

Un piccolo ripasso

«Un ferro da stiro, un pigiama, un grembiule, un bracciale Pandora: secondo te cosa la farebbe felice?»: ecco la domanda al centro della polemica posta dal marchio di gioielli Pandora. La scritta a caratteri cubitali su sfondo verde campeggia in diverse fermate della metropolitana di Milano e non tarda a scatenare le reazioni indignate di associazioni e donne sui social network, per gli evidenti stereotipi femminili inseriti.

Voluta o no, la reazione è immediata e tocca un nervo scoperto del dibattito italiano odierno.

E Pandora è dovuta correre ai ripari anche con una serie di post sulla propria pagina Facebook.

pandora natale 2017

La prima associazione che viene facile fare è quella con l’altra recente campagna che aveva scatenato la Rete: la pubblicità di Buondì Motta, che ci ha fatto parlare per settimane e schierarci come se quella presa di posizione fosse vitale per definire la nostra identità. Pro e contro, era diventato una sorta di dibattito in cui gli ortodossi si contrapponevano ai progressisti, dell’idea di famiglia in quel caso, ma anche dell’idea di pubblicità in senso più ampio. E Motta, insieme all’agenzia creativa ideatrice della campagna, aveva ben saputo cavalcare l’onda.

Ma potremmo anche pensare all’altro recentissimo caso della censura delle opere di Schiele nella metropolitana di Londra. Manifesti con i quadri di uno dei più grandi esponenti dell’espressionismo erano stati affissi su iniziativa dell’ente del turismo austriaco in tutta Europa per pubblicizzare la serie di mostre a Vienna in occasione del centenario della scomparsa del maestro, ma i manifesti con il Nudo maschile seduto e la Ragazza con calze arancioni, sono stati rifiutati dalla compagnia dei trasporti londinese che li ha ritenuti troppo osé. Semplice la risposta di Vienna, che in modo davvero intelligente ha inviato le stesse opere, ma stavolta censurate dalla scritta «SORRY, 100 years old but still daring today» (Ci dispiace, hanno cento anni ma sono ancora troppo audaci). Alla nuova campagna di promozione turistica è seguito l’hashtag #ToArtItsFreedom, che riprende lo slogan «Ad ogni età la sua arte, ad ogni arte la sua libertà» dei secessionisti viennesi nel 1897.

Schiele metropolitana Londra

In Italia, invece, la polemica si sposta su quello che sembra essere un altro punto dolente per la nostra società: il ruolo della donna, il modo di intendere il femminismo e ancora una volta il modo di fare di questi temi pubblicità.

campagna pandora natale 2017

Giornali, social network e chiacchiere da bar

Abbiamo cercato di non limitarci al web e per questa analisi abbiamo passato in rassegna i titoli dei giornali, i gruppi su Facebook (da quelli di Mamme a quelli di Creativi), le pagine  e gli account social di altre aziende sempre pronte a seguire il flusso del real time marketing, ma anche i commenti degli avventori dei bar e delle donne nei supermercati. Ci siamo letteralmente messi  in ascolto, perché non riuscivamo a capire quale fosse il registro corretto per leggere il copy della discordia.

Un dato ci è apparso subito chiaro: per riuscire a porre un dubbio sulla chiave di lettura della campagna, voluto o non voluto, il testo dell’affissione ha raggiunto un livello semantico quasi letterario, imponendo appunto una riflessione sulle differenze tra significante e significato, che, visti i risultati in termini di diffusione, neanche i creativi autori del copy probabilmente vorranno mai più davvero confermare o smentire.

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“Ma questa pubblicità, cosa voleva dire davvero”

Per cercare di affrontare al meglio la questione sembra utile classificare tre categorie di reazioni di fronte al messaggio della campagna in generale e dell’affissione più nello specifico (anche se gli spot TV offrono una chiave di lettura forse un po’ più chiara e meno polemica del tema affrontato).

  1. Il messaggio così com’è;
  2. una forte disattenzione al ruolo e alla figura della donna di oggi;
  3. chi non ha capito l’ironia del messaggio è un “analfabeta funzionale”.

Partiamo dal gradino più basso dell’interpretazione, quello più semplice, che paradossalmente però richiede più impegno, perché ci impone di liberarci da preconcetti e approcci personali ed emotivi alla lettura. In questo tipo di decodifica il messaggio della campagna Pandora, diventa un semplice consiglio agli uomini, ancora incapaci di capire cosa piace davvero alle donne e quindi anche di scegliere un regalo davvero adatto per le proprie mogli, compagne, figlie, sorelle. L’azienda, come è ovvio che sia, suggerisce di non sbagliare e di puntare sul proprio prodotto.

Limpido, chiaro, almeno fin qui. Almeno astraendoci da quel famoso contesto, che poi è quello che ci spinge a provare reazioni, a reagire e anche a condividere.

Un bravo pubblicitario, penseremo tutti, non può non considerare il contesto e quindi non può non aver pensato alle reazioni, soprattutto nell’epoca dei social.

E questo, ovviamente, ci porta alla seconda categoria della nostra interpretazione, che poi è probabilmente anche il secondo livello del messaggio della campagna di Pandora. Moltissime donne e tanti polemici della tastiera non aspettavano altro per indignarsi. Finalmente un nuovo caso, pane per le loro dita in cerca di nuove storie su cui digitare in fiumi di post tutte le considerazioni sulla società contemporanea, soprattutto quella italiana ancora troppo machista e poco attenta alle reali esigenze delle donne.

Qui non rientra solo chi si è indignato per il messaggio anti-femminista (le donne sono ancora le casalinghe costrette a stare in casa come tutrici del focolare domestico), ma si può far ricadere anche un particolarissimo target femminile, ossia quello opposto, delle donne che davvero preferiscono detersivo e guanti di plastica a qualsiasi altro regalo, perché la casa e la cura dei propri cari sono il loro unico scopo di vita. Forse qualcuno le ha conosciute solo come le mitologiche “mammine pancine” tanto bistrattate dal Signor Distruggere, ma donne che scelgono di dedicarsi totalmente alla famiglia e alla casa oggi ne esistono ancora davvero e spesso sono molto più giovani dei quelle che crediamo. Ma questo è un capitolo a parte, a cui andrebbe dedicata un’analisi sociologica più che un articolo sull’advertising.

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Tra i professionisti del settore Marketing e Comunicazione, il parere che mi è sembrato essere più condiviso è quello della consapevole ironia con cui i creativi hanno confezionato questo messaggio, per un brand che proprio nel periodo natalizio vede schizzare in alto le sue vendite.

In realtà, insomma, tutti a Natale regalano le stesse cose e anche il bracciale Pandora fa parte dei cliché, ma almeno sarebbe un oggetto più gradito ed emozionante da ricevere per una donna.

In questa categoria naturalmente va annoverato anche chi ha colto l’occasione per ironizzare nel senso opposto: per tante donne, forse più concrete e meno vanesie, molto meglio il pigiama e il ferro da stiro come regalo, che un altro gioiello che non si sa bene in quale occasione sfoggiare, perché tra le corse in treno per il lavoro e il torna-a-casa-prendi-i-bambini-rimettiti-al-pc-mentre-il-marito-cucina il tempo da dedicare un po’ a stesse manca sempre. Insomma, non solo i saggi della comunicazione, gli addetti ai lavori che si sentono investiti dell’unico vero diritto di dare il loro parere definitivo sulla questione, perché loro con queste cose ci lavorano, ma anche quelle specie di super-women che ogni giorno devono confrontarsi con le sfide della vita reale e sanno che l’unico modo per farlo è viverle con la leggerezza di un sorriso.

Qui, quella che sembra essere l’unica voce a favore è della direttrice di Donna Moderna, Annalisa Monfreda, all’interno di una categoria giornalistica che si è chiaramente schierata per l’interpretazione della campagna come deviato messaggio maschilista.

La campagna Pandora e l’inevitabile real time marketing

Tralasciando la reazione un po’ esasperata di chi ha chiesto addirittura l’intervento della Consigliera alle Pari Opportunità del Comune di Milano per rimuovere l’affissione dai corridoi della metro, tanti brand non hanno saputo resistere a rispondere con il loro real time sui social e noi non sappiamo resistere a riportarne una breve raccolta.

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E quindi, cosa dobbiamo pensare della campagna Pandora?

La conclusione? Come dicevamo all’inizio nessuna presa di posizione sulla campagna di Pandora in senso stretto, ma la presa di coscienza che il nostro punto di osservazione è quello che più conta per generare il giudizio, soprattutto grazie o a causa dei social. Il rischio è quello di limitarsi ai pareri della propria cerchia e di non confrontarsi mai con l’opinione differente, restando ancorati alla fine a false certezze che ci siamo creati più per pigrizia che per vera motivazione.

Si può fare marketing senza marketing? Il caso Muji

Siamo così abituati ad essere bombardati da messaggi pubblicitari, per le strade, guardando la televisione, navigando su internet, dai nostri smartphone, a canticchiare jingle, a recitare a memoria slogan. Abbiamo addirittura la sensazione di essere inseguiti dagli enormi marchi colorati, intenti a convincerci ad acquistare quel determinato prodotto, così inutile ma improvvisamente così essenziale e quando un’azienda adotta una politica no-brand, strizziamo ripetutamente gli occhi, increduli!

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Può un’azienda basare interamente la sua campagna pubblicitaria, non sul messaggio, ma sull’essenza stessa del prodotto? Sembra proprio di sì!

Parliamo di una, in particolare, nata in Giappone nel 1980 ed il suo successo è basato sul “passaparola”. Parliamo di Muji, ed è’ l’abbreviazione di Mujirushi Ryohin, ovvero No Brands Quality Goods e tratta principalmente oggetti d’arredo, abbigliamento, prodotti utili, facili da usare, realizzati con materiali di alta qualità, ed inoltre rispettosa dell’ambiente.

Perché Muji vince e convince

Sono trascorsi quasi 40 anni da quando Muji è stata fondata, in un periodo – lo ricordiamo – in cui il Paese orientale era attraversato da un forte consumismo, parliamo degli anni 80, i negozi erano pieni di articoli di massa, tutti uguali, tutti perfetti, tutti così desiderabili e Muji ha introdotto prodotti semplici e funzionali, ma non banali, di qualità, ma non eccessivamente costosi, in antitesi al trend del momento, in un contesto in cui le persone avevano una forte propensione all’acquisto della marca più che del prodotto in sé.

La bellezza di questo brand, insomma, sta nel fatto che è rimasto fedele ai suoi valori originali di semplicità e qualità e tratta, dai circa 40 articoli del 1980, agli oltre 7.000 attuali, con negozi collocati in tutto il mondo. Linee semplici, oggetti privi di imballaggio, no packaging, stile essenziale, privi di loghi e simboli.

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Durante il Fast Company’s Innovation Festival, a New York, il presidente di Muji USA, Toru Tsonuda, ha affermato che l’azienda si sta preparando per aprire nuovi store in America; attualmente ne conta 15, ma arriverà a 30 entro il 2020 e saranno molto più grandi, con più prodotti realizzati, ovviamente, con materiali naturali come cotone, lino e legno non sbiancati. Inoltre, in occasione del festival, in tutti gli show dei vari Paesi, da Londra a Milano, è stata esposta una collezione dei poster originali delle campagne Muji, offrendo proprio uno spaccato della continuità della sua politica, dal 1980 ad oggi. Le immagini sono semplici ed incentrate molto sul design e meno pubblicità, linea che continua ad essere condivisa. Oltre ai lavori dell’ attuale art director di Muji, Kenya Hara, la mostra include il lavoro di uno dei principali graphic designer del ventesimo secolo, che ha anche co-fondato Muji, Ikko Tanaka. Tutti i progetti di Tanaka mostrano i valori fondamentali di Muji, oltre ad essere delle vere e proprie opere d’arte. Prima dell’intervento di Tanaka, il design era in bianco e nero, mentre dal’84 in poi, il visual è più minimal, le immagini emergono da un fondo bianco e la body copy è molto ridotta, la semplicità diventa il concetto chiave e successivamente, Kenya Hara, sostituirà quest’ultimo, col concetto di vuoto.

La strategia anti-branding di Muji, in 15 immagini

1. Muji corporate advertising

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La foto consente, a chi la guarda, di poter immaginare ciò che Muji potrebbe essere, mentre le altre marche tendono a creare annunci che parlano di un prodotto. Kenya Hara spiega che il focus non è sul messaggio ma sulla presenza dell’azienda.

 

2. Poster, 2007 “Let’s Talk Houses”

Il concetto è chiaro, invece di usare una stanza già arredata, viene utilizzata una casa vuota, spoglia fino alle ossa, da poter costruire, arredare a proprio piacimento. In una società in cui qualcuno può creare, modificare e giocare con la propria quotidianità secondo i propri gusti.

 

3. Poster, 2008 “Let’s Take Care”

Gli occhi alle mani, mani che lavorano, mani nude, mani che manipolano i prodotti naturali.

 

4. Poster, 2009 “Like Water” poster

Nel 2008 l’azienda apre i battenti a New York, Istanbul, Roma e Pechino. La fotografia diventa parte integrante del paesaggio.

5. Un giornale del 1980 dove sono elencati tutti i prodotti con prezzi accessibili

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6. Poster del 1981, dove sono elencati oggetti di buona qualità, senza inutili fronzoli, a prezzi ragionevoli.

 

7. Nature, Naturally, MUJI, di Makoto Wada.

Un dottore sta osservando il cielo e mette un cappello sul bambino che assomiglia a uno degli anelli di Saturno. Il messaggio è importante: La natura è ciò che crea il nostro ambiente e Muji vuole essere come la natura. L’illustratrice ha creato un’immagine divertente per accompagnare il testo.

8. Ikko Tanaka, 1988

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Anche qui, Muji collega i suoi prodotti al mondo naturale: animali/persone, piante/persone

9. Ikko Tanaka, 1990

Vengono mostrati diverse tipologie di cereali che, in quel periodo, non erano molto popolari in Giappone.

10. “Living with cotton”, Ikko Tanaka.

Gli uomini  sono operai specializzati in un deposito di legname nella zona della baia di Tokyo e sono diventati dei modelli per le camicie, realizzate in cotone, appunto.

11. Ikko Tanaka, 1991.

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Qui l’intento dell’azienda è sottolineare l’importanza nel dedicare tempo alla creazione di un prodotto, prendendo come esempio il processo di produzione della salsa di soia.

12. Ikko Tanaka, 1997, Patate dolci e fritte.

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13. Ikko Tanaka, 1998, ‘kinari shokuhin’

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Il colore delle fibre naturali, non tinte, si chiama, in giapponese, Kinari. Muji ama i colori e le caratteristiche delle materie prime, quindi il poster collega il colore dei grani maturi con il colore kinari.

14. Ikko Tanaka, 1999. Abbigliamento bambini.

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La prima linea d’abbigliamento per bambini è apparsa nel 1999, ed è stato sviluppata con il contributo delle madri che lavorano a Muji, con disegni semplici che sono diventati un punto fermo dell’azienda stessa.

15. Ikko Tanaka, 2000. Muji nelle capitali europee.

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Tutti i numeri di Muji

Sin dal suo debutto a Londra, nel 1991, Muji continua a farsi strada nelle maggiori città di tutto il mondo, con, all’epoca, 14 negozi nel Regno Unito e cinque in Francia.

Oggi Muji fattura più di due miliardi di dollari l’anno e vende oltre 7.000 prodotti diversi, conta 656 sedi in tutti i continenti, per citare alcuni Paesi: Giappone, Ciba, Stati Uniti, Inghilterra, Italia, Francia, Spagna, Emrati Arabi e oltre e non intende fermarsi, continuando ad esportare la sua idea di razionalità e semplicità, dove una vita senza logo, senza colori sgargianti e angoli appuntiti è sicuramente più pacifica, libera da distrazioni ed eccessi, per poter sentirsi a casa, nel mondo.

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Lo Stato è il nostro socio di maggioranza, ma ce lo meritiamo

Ora che qualche giorno è passato dal 30 novembre, Festa nazionale dell’Erario, sarebbe cosa buona e giusta che ogni imprenditore o libero professionista avesse cura di mettere insieme qualche dato.
Secondo la Commissione europea (rapporto Taxation Trends 2017) l’Italia è il secondo Paese europeo per aumento della pressione fiscale rispetto al Pil. Peggio di noi in questa classifica nel decennio 2005-2015 ha fatto la Grecia. Ma essere al primo posto per incremento del fisco non vuol dire avere le tasse più alte dall’Unione, perché è chiaro che nelle classifiche che tengono conto degli incrementi contano i livelli di partenza. Infatti i contribuenti greci, ad esempio, nel 2015 hanno pagato tasse per il 25,7% di Pil, quasi cinque punti in meno dell’Italia (30,2%).

Incrociando questi dati con quelli diffusi recentemente dall’Ocse, la tassazione complessiva dell’Italia lo scorso anno è stata pari al 42,9% del Pil. Praticamente cifre invertite del momento storico più felice del nostro Paese dal punto di vista fiscale. quando nel 1965 in pieno “Miracolo economico” le tasse incidevano sul Pil del 24,7%. Un lontanissimo ricordo.

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Iva, più cari di noi solo i furbetti

Sempre secondo lo stesso rapporto, con il nostro 22% di Iva, super precario perché legato alla famosa clausola di salvaguardia (ovvero una di quelle norme della serie “ce lo chiede l’Europa” che prevede l’aumento automatico dell’Iva con cui lo Stato cerca di “salvaguardare” i vincoli Ue di bilancio), siamo più vicini a chi paga meno tasse di noi, come la Danimarca, con il 25%, e l’Irlanda che – chissà come mai – tanto piace ai colossi digitali del nuovo continente (23%). Mentre le economie alle quali dovremmo essere più vicini non hanno di questi problemi: in Germania l’Iva è salda al 19% dal 2007, mentre in Francia è ferma da 4 anni al 20%.

Il cuneo fiscale, beffa per imprese e lavoratori

Mettere insieme i dati, dicevamo. Lo ha fatto negli scorsi mesi il Presidente della Corte dei Conti, Arturo Martucci di Scarfizzi, che ha incrociato quelli di MEF, Equitalia, Ocse e Banca Mondiale per inserirli nel Rapporto 2017 sul Coordinamento della finanza pubblica, presentato al Senato nelle scorse settimane.
“Il cuneo fiscale – ha detto il Presidente della Corte dei Conti – colloca al livello più alto la differenza esistente nel nostro Paese fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa”.

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Ma le tasse le pagano solo metà degli italiani

In una situazione così, però, l’imprenditore e titolare di partita Iva onesto che paga le tasse dovrebbe ogni anno fare un esercizio critico, per esempio iniziare a non avere più affari con chi, a un metro dalla sua saracinesca, le tasse non le paga. Siano essi altre imprese che, soprattutto, cittadini/clienti.

Numeri alla mano, secondo l’Erario nel 2015 le dichiarazioni dei redditi sono state 40,77 milioni, ma solo 30,9 milioni sono gli italiani ad aver dichiarato redditi in positivo. Quindi, considerata una base abitanti di 60,66 milioni, possiamo dedurre facilmente che oltre la metà degli italiani (il 50,9%) non ha reddito o è a carico di qualcuno. Ora, va bene tutto, ma in estrema sincerità e onestà possiamo lamentarci di molte cose ma è evidente che che i conti non tornino.

Le aziende che crescono di più

Ora, sarebbe troppo complicato aprire anche ragionamenti sulla qualità dei servizi resi in rapporto a quante tasse paghiamo, ma ragionando da imprenditori che (nonostante tutto) investono in Italia potremmo provare almeno a capire quanto stiano crescendo le nostre aziende e, quindi, la nostra competitività come Sistema Paese. Perché se è vero come è vero che paghiamo troppe tasse, saremmo comunque felici di produrre, magari creando nuove imprese e, di conseguenza, anche nuovi posti di lavoro.

Nelle scorse settimane l’Istat ha reso noti i dati sui nuovi imprenditori e le aziende che crescono più velocemente. Nel 2015 sono poco più di 375 mila gli italiani che hanno avviato una nuova attività. Per la maggior parte (il 55,8%) sono lavoratori in proprio, dato che circa 200 mila di queste attività non hanno dipendenti.

Nello stesso rapporto si parla delle cosiddette imprese “high-growth”, ovvero quelle che crescono di più. Nel periodo di riferimento in termini percentuali sono pochissime (12 mila), hanno assunto di più di altre, con una crescita dell’occupazione dell’80% in tre anni e generalmente, rispetto alle altre imprese, sono quelle orientate verso settori ad alto contenuto tecnologico/conoscitivo oltre che, naturalmente, con un livello di formazione più avanzato.
Una fotografia che vede nuovi imprenditori non proprio giovanissimi: secondo l’Istat, la quasi totalità di questi imprenditori ha più di 35 anni. Quindi non stiamo parlando di ventenni che fanno una startup nel garage di casa.

Aula della Camera durante esame e votazione delle questioni pregiudiziali su ''Election Day'', Roma, 28 Aprile 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Facciamoci del male adesso

A proposito di tasse, proprio queste aziende, quelle che vanno meglio e che nonostante cuneo fiscale, la burocrazia e svantaggi competitivi di ogni tipo scelgono di far girare l’economia in Italia, sono quelle che potrebbero pagare indirettamente gli effetti della Web Tax che il Parlamento vorrebbe imporre dal 2019 ai furbetti della Silicon Valley. Ma questa è un’altra storia.

@aldopecora

Da 5 dollari a 100 milioni di lettori. Così Bored Panda ha sfidato l’algoritmo di Facebook

È il 2009 e un fotografo in Lituania decide di aprire un blog che aveva come obiettivo di “combattere la noia con l’arte e le buone notizie”. Niente di strano e niente di particolarmente rilevante. Quel fotografo è Tomas Banisauskas, la città in Lituania è Vilnius e quel blog diventerà presto Bored Panda, una delle più longeve pubblicazioni online a costo (quasi) zero.

Il successo di Bored Panda, come di molti altri magazine sulla stessa scia- tipo ViralNova, Distractify, Upworthy, BuzzFeed- si basa sull’enorme traffico che arriva sul sito, principalmente dai social e principalmente da Facebook e da una linea editoriale costituita da contenuti che sicuramente vi sarà capitato di incontrare come : “30 fidanzati che hanno fatto sì che la loro relazione non fosse mai noiosa”, “10 amici animali che fanno proprio tutto insieme” e “Sono una papà che ha preso il congedo parentale e ho deciso di illustrare ogni situazione buffa che mi è capitata”.

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Contenuti virali: Bored Panda e gli altri

Tutti gli aggregatori di articoli di questo tipo, tra il 2010 e il 2012 hanno visto i propri contenuti viralizzarsi in modo sistematico, grazie soprattutto a titoli clickbait che agganciavano immediatamente il pubblico, portando visite e quindi denaro grazie all’adv presente sui siti. Questo è successo non soltanto con contenuti di infotainment ma anche e soprattutto con quelli che avevano correlazioni con la politica.

La ricetta del successo è semplice e si fonda sull’user-generated content: in sostanza contenuti postati dagli utenti su Reddit, Instagram, Twitter e Imgur che vengono ripostati, impacchettati per bene sotto forma di articolo e infiocchettati da headline creative.

Dentro Bored Panda

La Redazione di Bored Panda è composta da 41 persone che hanno impostato una content strategy fondata su un assunto molto semplice: meno contenuti, più qualità. Circa 16 post vengono pubblicati ogni giorno, il che ci restituisce un totale di 520 post/mese ed è facile fare un paragone con i colossi della risma di CNN (5.595 articoli/mese) e FoxNews (51.920 articoli/mese).

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Perché Bored Panda può sfidare i colossi dell’editoria

A corollario di questa strategia, la grande conquista di Bored Panda è stata il diventare presto un punto di riferimento per tutte quelle community di artisti, illustratori, makers, fotografi che desideravano massimizzare l’esposizione dei propri lavori. Bored Panda era il luogo dove questo poteva accadere e grazie al megafono impersonato da Facebook il successo era assicurato. È quanto mai interessante notare che tutti gli artisti pubblicati sul magazine hanno ricevuto formale richiesta dalla Redazione per la pubblicazione dei loro contenuti e no, non è una prassi usuale o scontata nell’universo dell’user-generated content e delle redazioni online in generale.

Banisauskas ha affidato a Medium la sua considerazione proprio in relazione alla rapida ascesa di Bored Panda: “l’unico modo per sopravvivere degnamente nell’editoria online è costruire con gli utenti un legame di lunga durata di lealtà e fedeltà”, si legge un post del gennaio scorso.

Fino al 2010 il referral maggiore per Bored Panda è stato StumpleUpon, uno dei tanti siti aggregatori di link, piuttosto popolare fino a quel momento. Proprio in questo anno però StumpleUpon inizia a dare sempre meno rilevanza agli articoli di Bored Panda, spingendo invece perché la redazione acquisti spazi pubblicitari.

Alla risposta negativa dei 41 lituani seguì la ricerca di nuovi orizzonti per la diffusione capillare che si concretizzò piuttosto velocemente. Un unico nuovo incredibilmente efficace feed propagatore: Facebook. In un anno appena il traffico sul sito di Vilnius decuplicò.

Bored Panda e la morte degli editori virali concorrenti

Sulla nostra timeline siamo fermi al 2013. Upworthy, BuzzFeed,ViralNova e gli altri continuano imperturbabili con i loro titoli ad effetto, con i clickbait inespugnabili e con sempre più capacità virale di qualunque post.

La scommessa della viralizzazione si infrange, di colpo, quando Facebook decide di puntare sui contenuti di valore e di limitare e penalizzare quelli che sul clickbait (e su poco altro) avevano costruito piccoli imperi economici. Così BuzzFeed, Upworthy e i loro cloni cominciano a vacillare, venendo gradualmente esclusi dal newsfeed.

Ma non Bored Panda.

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Quando gli editori virali hanno iniziato a inondare Facebook con la pessima abitudine del clickbait, Banisauskas afferma che il suo team discusse se seguire o meno il loro esempio. “Questi ragazzi stavano davvero crescendo e hackerando l’algoritmo”, dice. La redazione di Vilnius ha deciso di non usare le stesse tattiche. “Il vecchio clickbait consisteva nel cercare di invitare qualcuno a leggere l’articolo fomentando curiosità- con promesse che non sarebbero state mantenute- e non avrebbe funzionato”.  Da qui, l’inversione di rotta. Dall’algoritmo di Facebook, il successo.

Secondi, solo dietro la Fox

Gran parte del traffico arriva quindi attraverso il social di Zuckemberg, dove i post di Bored Panda solo nello scorso ottobre generano in media più like condivisioni e altre reaction rispetto a qualsiasi altro sito di notizie in lingua inglese, secondo NewsWhip, un fornitore di servizi di analisi delle notizie. In totale, Bored Panda si è classificato secondo solo a Foxnews.com e davanti alle principali agenzie di notizie come la NBC, il Daily Mail, il New York Times e la CNN, con una expected revenue per quest’anno che si aggira tra i 20 e i 30 milioni di dollari.

È una classifica sorprendente per un sito di 40 persone associato agli albori del blogging. È come assistere ad un ritorno al passato quando Internet era meno un ammaliante e stressante riflesso della bruttezza della vita moderna, e più un posto dove ammazzare il tempo in preda alla noia. Con i suoi racconti semplici e genuini di animali domestici, progetti fotografici, curiosità provenienti da tutto il mondo, Bored Panda è fiorito aggirando l’indignazione, con un focus del tutto spensierato che ci deve far riflettere.

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Tenere la contabilità e altri esempi di lavori ripetitivi fatti con chatbot e AI

L’intelligenza artificiale vive un paradosso: i sistemi AI infatti vengono progettati per fornire prestazioni che in passato erano di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana, per il momento però, nella società odierna, svolgono solo funzioni logiche e mnemoniche che di “intelligente”, nell’accezione quotidiana del termine, hanno poco.
Ad oggi, la AI non è ancora in grado di sviluppare intelligenza emotiva e creativa, ma può essere veramente utile per alcuni lavori ripetitivi e noiosi, e permettere all’umano di dedicarsi a progetti più concettuali.

Intelligenza artificiale, chatbot e contabilità

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Commercialisti e Contabili di tutto il mondo, presto potrete respirare un po’ e preservare le energie per il fine mese!
Attualmente gli studi commercialisti passano più tempo a rispondere a semplici domande dei propri clienti o preparare e registrare fatture, piuttosto che concentrarsi sui reali problemi e permettere all’azienda di spendere i propri soldi in maniera più oculata.
Grazie all’implementazione di Sistemi di Intelligenza Artificiale basati su machine learning specifici per il settore, saranno i ChatBot a interagire con i clienti sulle problematiche più semplici. Grazie proprio ai modelli di machine learning più saranno le interazioni, più il chatbot sarà preciso nelle risposte. Solo, nel caso in cui il chatbot non sappia rispondere alla domanda del cliente, il problema verrà passato direttamente ad un umano pronto a risolverlo.


La domanda è: i Chatbot saranno una minaccia per i commercialisti?
La risposta è chiaramente no. Non essendo più oberati dalla routine, i contabili potranno sviluppare skills più strategiche e diventare una risorsa di maggior valore per l’azienda o il cliente per il quale lavorano.

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Coco d’Hont, giornalista della Association of Accounting Technicians sostiene che “proprio perchè i chatbot possono lavorare solo su domande semplici, l’abilità di dare risposte complesse e personalizzate è molto più importante ora che mai. Dobbiamo considerare i Chatbot come assistenti molto precisi, ma non troppo svegli, che ci evitano i lavori noiosi e ripetitivi, dandoci più tempo per lavorare in maniera più strategica sui nostri clienti”.

I due chatbot che consiglio sono Pegg e botkeeper, entrambi implementabili con Facebook Messenger e Slack per garantire ai clienti una facilità di connessione e di utilizzo su piattaforme ampiamente conosciute.

Intelligenza artificiale nel turismo: un robot di nome Pepper

Un’altra importante novità del settore dal mondo dei ChatBot è stata presentata al BTO2017, la fiera del turismo online di Firenze, un appuntamento imperdibile per gli esperti del settore, dove era presente anche Keesy, una startup fiorentina legata al home sharing di cui ho parlato qualche mese fa.

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Secondo un recente studio di McKinsey nel settore dell’ospitalità il 48 per cento delle ore è dedicato ad attività di routine, prevedibili e ripetibili che possono essere automatizzate.

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Per questo motivo Jampaa, con la collaborazione di Ciset, dell’Università Ca’Foscari di Venezia e Parcs Hotels, ha creato Paolo Pepper, un social robot receptionist che parla e comprende il linguaggio umano, un automa che percepisce le emozioni e agisce di conseguenza.

Pepper è stato progettato per rendere l’interazione con gli esseri umani più naturale e intuitiva possibile e grazie alla sua costante connessione a Internet è in grado di fornire ogni tipo di informazione recuperabile dal web (orari dei treni, ristoranti in zona, consigli di viaggio, ecc.). Grazie a 4 microfoni direzionali che ha nella sua testa, è in grado di rilevare la provenienza di suoni e voci e girare la faccia in direzione di chi sta parlando.

Questi microfoni gli consentono anche di analizzare il tono della voce per interpretare lo stato emotivo delle persone con cui interagisce. 1 fotocamera 3D e 2 telecamere HD gli permettono di riconoscere invece immagini, oggetti e volti.

Anche in questo caso, Pepper, come Pegg e botkeeper, potrà essere una risorsa per gli addetti al turismo e non “ruberà” il lavoro ai receptionist o al personale dell’accoglienza che potrà dedicarsi ad altre attività e garantire un servizio migliore al cliente e al turista.

Questi sono solo due esempi recenti dal mondo dei Bot e dell’Inteligenza Artificiale, un mondo in continua evoluzione, che sarà uno dei trend più importanti del 2018.
L’utilizzo di questi sistemi dovrà essere visto come un’opportunità e non come una minaccia sia dalle aziende che dagli operatori del settore, che potranno e dovranno sviluppare skills più strategiche, diventando indispensabili per le aziende.

Hashgraph, la tecnologia che vuole uccidere blockchain (ma non può riuscirci)

Hashgraph, una tecnologia  alternativa a blockchain che viene presentata come più sicura, più veloce e meno dispendiosa di risorse sembra essere arrivata per rendere obsoleta la piattaforma più usata al momento, nel momento in cui la quotazione di bitcoin ha raggiunto un incredibile picco di oltre 10 mila dollari.
Globalmente la corsa a ricavarne di più è diventata frenetica. Un analista di criptovalute, Alex De Vries, ha dichiarato che a questi livelli per i minatori risulta conveniente, per generare altri bitcoin, consumare ben 24 terawatt ora in un anno: la stessa quantità di elettricità che consuma la Nigeria in un anno.
Questo enorme consumo di energia è dovuto al meccanismo con cui devono essere creati i bitcoin (od ogni altra criptovalute esistente).

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Blockchain, un piccolo ripasso

Blockchain è una tecnologia che nasce nel 2008 come risposta alla crisi delle banche. Nel documento che ne sancisce la nascita descrivendone gli aspetti funzionali, il suo misterioso creatore Satoshi Nakamoto, ne parla come di un sistema peer-to-peer di valuta elettronica. Un sistema che non ha bisogno di intermediari per gestire transazioni economiche.

In poche parole si potrebbe definire blockchain come un database distribuito (non ne esiste uno centrale) che viene continuamente aggiornato e reso sicuro da tecniche di crittografia.

Il database è fatto in modo che chiunque possa accedervi e scrivere delle transazioni, a certe condizioni. E queste transazioni vengono rese note a tutti coloro che possiedono una copia del database.

Il nome blockchain deriva dal fatto che non si scrive mai nel database solo una transazione. Arbitrariamente si decide di riunirne un certo numero, a formare un blocco, ed è questo che viene registrato. Questi blocchi vanno a incatenarsi uno con l’altro nel database distribuito, in modo che non siano possibili alterazioni.
I blocchi (in inglese, blocco) creano una catena (chain): ecco l’etimologia di blockchain.

Il sistema grazie a tecniche di crittografia e firme digitali (ma non solo) garantisce che non ci siano frodi, e che le operazioni siano sicure e affidabili.

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In cosa Hashgraph dice di essere meglio di blockchain

Le premesse e le promesse sono ottime: il sistema sarebbe più efficiente, veloce, sicuro.

Con l’unico limite della larghezza di banda, Hashgraph riesce a gestire oltre 250 mila transazioni al secondo, contro le 7 di blockchain. Sarebbe cioè 50 mila volte più veloce.

Hashgraph è anche un sistema più giusto, poiché impedisce ai miners (coloro che generano le criptovalute, registrando le transazioni nel database) di alterare l’ordine in cui avvengono le registrazioni.
Utilizzando un sistema di consenso basato sulla stampigliatura della data e ora, non solo si rende il sistema più giusto, ma si abbassa la quantità di spazio richiesto per la registrazione della transazione nel database: si passa dai 60gb di blockchain ad un solo giga nel caso di Hashgraph. Una conseguenza interessante di questa riduzione è che uno smartphone potrebbe essere usato come uno dei nodi della rete in cui il database risiede.

Hashgraph è anche più sicuro, poiché nessuno può impedire che venga raggiunto il consenso necessario a registrare una transazione. E se accadesse, verrebbe registrato un conflitto.
Mentre con blockchain è molto improbabile che ci sia un conflitto tra transazioni, in questo caso è impossibile.

Anche l’efficienza del sistema ne guadagna con Hashgraph, poiché non è necessario, come con blockchain, eliminare una transazione se fosse un doppione: questi, semplicemente, non esistono.

Il nuovo sistema sarebbe anche più efficiente, riducendo il numero di calcoli necessari a generare un blocco della catena. L’ambiente naturalmente ringrazia, perché diminuisce di conseguenza anche la quantità di elettricità necessaria per alimentare i computer dedicati alla generazione di una criptovaluta.

Un attimo, Hashgraph non è pubblica

Hashgraph sarebbe dunque una piattaforma per la generazione di criptovalute più sicura, veloce ed efficiente di blockchain.
Tra le caratteristiche necessarie per un sistema di questo tipo però, ci deve essere una, irrinunciabile: tutto il software necessario per la gestione del database e le transazioni deve essere open-source.
Blockchain lo è e lo è sempre stato. Hashgraph invece è una piattaforma proprietaria.

Swirlds, l’azienda che ha sviluppato il software per la generazione del consenso che considera il suo nuovo sistema il successore di blockchain, non divulgherà i dettagli dell’algoritmo. Non si tratta, quindi, di una piattaforma aperta.
Questo basta, secondo i molti, per rimanere indifferenti a questa novità e non adottarla.

Digital transformation e no profit: 20 consigli per farsi trovare pronti

Pensi che i tempi siano maturi per introdurre una rivoluzione digitale all’interno della tua organizzazione no profit o di quella con la quale collabori? Sappi che intorno a te è già avvenuta.
I cambiamenti che si sono verificati negli ultimi anni, nel modo in cui le persone comunicano, guardano la TV, imparano, utilizzano i servizi bancari, fanno acquisti e trovano risposte alle proprie necessità, sono stati paragonati alla “rivoluzione industriale”. E non è finita qui, perché la velocità con cui la tecnologia sta cambiando il nostro modo di vivere non è destinata ad arrestarsi.

Per il settore no profit, ad esempio, questo processo di trasformazione digitale offre entusiasmanti opportunità, e rischi significativi. Le organizzazioni che riusciranno a stare al passo con il cambiamento, troveranno nuovi modi per rivoluzionare le proprie dinamiche interne e offrire servizi di grande impatto alle persone che ne hanno bisogno.
Ovviamente, non esiste una bacchetta magica che possa avviare una trasformazione digitale da un momento all’altro.
La digital transformation è un percorso a ostacoli, tra progressi e sfide da affrontare. Alcune organizzazioni sono pronte al cambiamento, altre lo hanno già interiorizzato, altre, invece, non sanno da dove iniziare. O peggio, non sanno di doverlo fare.

20 strade che conducono alla digital transformation

LEGGI ANCHE: Come fare una strategia di influencer marketing per il no profit

Per avviare all’interno della tua organizzazione la digital trasformation, la tecnologia non basta. Dovrai ragionare su quattro macro-tematiche: mentalità, persone, processo e strumenti. All’interno di questi quattro temi, sono 6 gli aspetti da prendere in considerazione: leadership, cultura, information technology, innovazione, fondi, erogazione dei servizi. Vediamoli insieme.

Leadership

I leader, di qualunque tipo essi siano, hanno un ruolo ben definito da svolgere nel favorire la trasformazione digitale: per guidare il cambiamento, c’è bisogno di persone coraggiose che sappiano assumersi dei rischi, ispirare il cambiamento, che non deleghino ad altri le proprie responsabilità, che abbiano una visione aperta e strategica, non solo incentrata sulla mera “consegna del prodotto o servizio”, che sappiano partire dal basso, con piccoli progetti, e dimostrare che “si può fare”, che “funziona”. Un leader non può e non deve essere esperto di digital transformation, ma comprenderne la portata, e fare in modo che si compia.

Cultura

Non lasciarti ingannare dalla parola “digitale” nella diade “trasformazione digitale”: la digital transformation è un processo di cambiamento culturale. Se non sai da dove iniziare, ti diamo una buona notizia: prima di te, qualcuno l’ha già fatto, e se sai dove guardare, non ti sarà difficile mettere in pratica la tua piccola rivoluzione. C’è anche una cattiva notizia, però: le persone non amano il cambiamento, perché spaventa, destabilizza, e incontrerai molte resistenze. Forse, però, se proviamo a uscire dalla retorica, troveremo molte evidenze di come l’uomo, finora, abbia saputo adattarsi. Non ti viene in mente alcun esempio? Tutti abbiamo imparato a usare il computer, la posta elettronica, abbiamo abbandonato i nostri telefoni fissi e ci siamo votati, e innamorati, agli smartphone. Quindi, sì, sarà un percorso lungo e doloroso, ma “impossible is nothing”. Curiosità, proattività, trasparenza, e spirito collaborativo: sono quello di cui hai bisogno.

IT – Information Technology

Dopo anni di difficoltà con l’IT legacy, sta emergendo una nuova generazione di strumenti che velocizzano le operazioni e migliorano la vita lavorativa e personale. Ora, non vogliamo annoiarti con tecnicismi; ti basterà sapere che sono numerose le modalità con cui gli strumenti IT possono far emergere le “capacità” digitali dei dipendenti, e la disponibilità di strumenti digitali aumenta in maniera esponenziale la condivisione di informazioni all’interno della tua realtà. L’IT ha quindi il compito di creare un contesto in cui si possano autonomamente reperire le soluzioni tecnologiche più adeguate, per poi rendere tali soluzioni funzionali all’obiettivo finale.

Innovazione

Diciamoci la verità: quando pensiamo all’innovazione, le realtà non profit non sono le prime case history che ci saltano alla mente. Non tutto è perduto, però: sono tre i modelli che le organizzazioni non profit possono utilizzare per sperimentare idee tecnologiche avanzate: istituire un “laboratorio” interno di ricerca e sviluppo; prevedere una eventuale partnership con un soggetto esterno; creare una startup a partire dall’azienda madre, se internamente le resistenze persistono.

Fundraising

La trasformazione digitale ha a che fare anche nuove forme di investimento, e sappiamo quanto il problema della mancanza di fondi sia sentito all’interno delle organizzazioni non profit. E allora, per alcune abbracciare il cambiamento vorrà dire cambiare le proprie strategie di finanziamento, per altre questo può significare adottare una mentalità più commerciale e trovare un modello interno di reddito, altre saranno in grado di gestire questa transizione attraverso la riallocazione dei fondi interni. Per la maggior parte delle realtà significherà abbracciare nuovi modelli ibridi di finanziamento: fondi interni, sovvenzioni, costruzioni di reti locali, finanza sociale e crowdfunding.

Servizi

Fino a oggi, la trasformazione digitale è stata fortemente assimilata ai concetti di raccolta fondi e digital marketing. In realtà, la vera sfida è il ripensamento del processo di erogazione dei servizi, attraverso la tecnologia. Da dove puoi iniziare? Inizia compiendo piccoli passi, e vai dritto al cuore del problema da risolvere. Il segreto è partire dai bisogni degli utenti, non dell’organizzazione.
Insomma, è chiaro: la digital transformation può fare grandi cose, ma se prima non crei una cultura pronta ad abbracciare il cambiamento, il percorso sarà tutto in salita.

4 consigli per generare profitti dalla tua app

Come non arrivare impreparati, in 20 mosse

Concludiamo dandoti 20 consigli su come mettere in pratica la trasformazione digitale all’interno della tua organizzazione:

1. Inizia dalla mission. Pensa al valore sociale che vorresti aggiungere al tuo lavoro, e poi a come la tecnologia può sostenere questo tuo obiettivo.
2. Impegnati e accetta le difficoltà. La digital transformation toccherà tutte le aree della tua organizzazione. Metti in conto che alcuni accetteranno la sfida, mentre altri non lo faranno.
3. Non limitarti a dire. Mostra. Parlare della digital transformation è utile, ma lo è ancora di più fare, e mostrare agli altri i tuoi risultati.
4. Sii trasparente. Condividi i tuoi piani, i tuoi dati, i tuoi fallimenti. Condividi tutto.
5. Non pensare solo a web e social. Prendi in considerazione tutte le forme di innovazione possibile.
6. Trova qualcuno, di interno o esterno all’organizzazione, che possa guidarti in questo processo, e dirigere la trasformazione digitale.
7. Non fermarti di fronte a chi ti dirà che “non è possibile”.
8. Assicurati che ci sia qualcuno nel consiglio di amministrazione che capisca il tuo progetto e ti supporti con chi invece non lo comprende.
9. Condividi la conoscenza digitale attraverso un team di progetto interdisciplinare. L’unione fa la forza.
10. Lavora a partire dai dati (questi sconosciuti) già presenti all’interno dell’organizzazione.
11. Datti obiettivi a breve termine. Concentrati su una cosa alla volta, e procedi a piccoli passi.
12. Trova nuovi modi per innovare. Metti su un team a partire da risorse interne, o attingi a partner esterni.
13. Co-progetta insieme alla tua audience. Coinvolgi i tuoi utenti e condividi con loro ogni nuovo progetto.
14. Non devi necessariamente creare nuovi sistemi interni. Lavora con persone e aziende che lo stanno già facendo.
15. Se non funziona, o è distante dalla tua mission, smetti di farlo.
16. Quello che vuoi fare, esiste già, ed esiste un modo per farlo meglio.
17. Usa il cloud, e permetti a tutti di lavorare anche fuori dall’ufficio.
18. Non esiste una sola soluzione a un problema.
19. Monitora l’impatto del lavoro di tutti.
20. Assicurati che la tua rivoluzione digitale sia sostenibile.

Gruppi WhatsApp: 5 utilissime dritte di sopravvivenza, secondo il Guardian

Gruppi Whatsapp: l’incubo dei “chattatori” seriali. E anche fonte potenziale di problemi. È per questo che bisogna fare molta attenzione nel loro utilizzo. Justin Myers del Guardian ha stilato una sorta di guida su pregi e difetti di questo strumento di comunicazione nel quale spesso ci troviamo immischiati nostro malgrado, ma che a volte è fondamentale per velocizzare il coordinamento di numero elevato di persone. Il problema spesso è uno solo: trovarsi a far parte di un gruppo di cui non si capisce l’ironia e avere solo voglia di uscirne senza per questo far capitare un incidente diplomatico.

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1. I modi migliori per abbandonare un gruppo

Le stretegie per non farsi risucchiare nel vortice delle conversazioni non gradite sono diverse. La prima, quella più semplice, è silenziare le notifiche dei messaggi in arrivo. Questo, però, non taglia i legami con il gruppo. Se si è alla ricerca di una soluzione più radicale, è bene scegliere il momento migliore per toccare con il dito l’opzione “abbandona gruppo”. L’orario migliore potrebbe essere la mattina presto, quando tutti sono molto impegnati, oppure nel bel mezzo di uno scambio vivace di messaggi così da sperare che in pochi notino l’uscita. Esiste anche la possibilità di dichiarare apertamente le ragioni più o meno reali dell’abbandono, in modo da affrontare di petto tutti i partecipanti.

2. Evitare messaggi imbarazzanti

Quando si ha a che fare con molti gruppi Whatsapp bisogna anche stare molto attenti a non sbagliare destinatari, soprattutto quando i messaggi inviati contengono materiale sensibile. La regola numero uno è non mandare mai foto osè così da non doversi trovare a giustificarsi in situazioni imbarazzanti. E prepararsi sempre una scusa da usare all’occorrenza. Quanto all’ansia da controllo, è possibile disattivare la spunta blu dei messaggi, anche se l’opzione non è valida per quelli inviati sui gruppi.

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3. Famiglia e vecchi amici: come sopravvivere

Ma quali sono le principali tipologie di gruppi dei quali possiamo far parte? Il primo è il gruppo familiare: genitori, fratelli, cognati e qualche volta zii. In quest’ambiente virtuale di conversazione è come rimanere sempre adolescenti. I più giovani spesso si trovano ad aver a che fare con un uso improprio del mezzo da parte dei membri che non sono esattamente dei nativi digitali. Con conseguente necessario adeguamento alla tipologia dei messaggi da inviare perché siano capiti. Ci sono poi i gruppi di vecchi amici che magari si sono conosciuti all’università, ma con i quali non sihanno più contatti da tempo. Lì è tutto un promettersi appuntamenti per rimpatriate che non si ha alcuna intenzione di fare. In quel caso mantenersi vaghi è l’unica mossa utile.

4. Il dono della diplomazia

Quando si arriva all’ambiente di lavoro, non è raro trovarsi a far parte di gruppi segreti di colleghi. È il posto ideale per la proliferazione del pettegolezzo e delle critiche che non trovano spazio sulle e-mail o su Slack. È necessario fare molta attenzione a non farsi scoprire dai responsabili del personale, o meglio ancora sfilarsi del tutto. Meglio concentrarsi su cose più serie. Tra i colleghi è possibile anche trovare chi si impegni a proporre occasioni di vacanza più o meno brevi, con proposte di attività a dir poco spericolate. In queste occasioni è necessario esercitarsi nella diplomazia per declinare gli inviti.

5. Nessuno è perfetto

Il problema di Whatsapp è anche quello di costringere all’interazione costante persone che in condizioni “analogiche” cercherebbero di evitarsi. Succede con i coinquilini, per esempio, con i quali spesso si preferiva comunicare con bigliettini sul frigo invece che di persona. Stesso ragionamento con i genitori dei bambini dell’età dei propri figli. Se fino a poco tempo fa le occasioni di incontro erano poche, ora su Whatsapp è un continuo aggiornamento sulla crescita dei propri piccoli. Con tanto di competizione tra mamme e papà. Una costante di tutti i gruppi poi, è la tendenza alla lamentela e alla maldicenza. prima o poi ci sarà qualcuno che criticherà una persona che non ne fa parte. In quel caso il gruppo si trasformerà in un’apparente isola felice i cui membri sembrano essere perfetti. Ma si è tanto sicuri che non esistano altrettanti gruppi paralleli in cui si è destinatari di critiche simili? Non si avrà mai la certezza, ma la probabilità è molto alta.

Perché la soddisfazione non è tutto e dovremmo cambiare le nostre abitudini

Quando è stata l’ultima volta che hai acquistato un oggetto: ti sei chiesto se fosse proprio necessario? Saresti curioso di scoprire cosa accadrebbe se interrogativi simili ce li ponessimo quotidianamente?

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C’è una tradizione giapponese chiamata Kintsugi o Kintsuroi (letteralmente “riparare con l’oro”) : quando si rompe un oggetto di ceramica lo si ripara incollandone i frammenti con una lacca giallo rossastra naturale e spolverando le crepe con polvere d’oro. Non si tratta di una pratica economica anche se la filosofia dietro è affascinante: l’oggetto messo in ordine, per l’imprevedibilità delle crepe, diventa unico al mondo e porta con sé la sua storia. (In realtà c’è un mondo sommerso sotto questa tradizione ma adesso mettiamolo da parte.)

La lavatrice della nonna

Ricordi la lavatrice di tua nonna? Io sì, ed è sempre stata la stessa.

È vero, gli oggetti “duravano di più”, duravano anche 20 anni, erano sicuramente diversi da quelli che acquistiamo oggi dove ogni cosa ha una scadenza – seppur non espressamente dichiarata. Quanto è folle produrre oggetti di scarsa durata con le insufficienti risorse del nostro pianeta? Guardati intorno: quante cose inutili ci sono intorno a te? Di quante di queste potresti farne a meno?

Viviamo dalla parte fortunata del pianeta: anche questo aiuta il protrarsi di questi fenomeni.

Sì, neanche io c’ero 70 anni fa, non posso dire di averlo costruito: ma quando uso prodotti usa e getta, quando compro qualcosa che ho già perché magari sono in viaggio e ne ho bisogno, quando con la scusa dei saldi porto a casa qualcosa che non è necessario, allora anche io sto alimentando questo sistema.

Nel film Into the wild, in cui il protagonista si rende conto di volersi allontanare dalla società, alla ricerca disperata di una realtà che lo faccia sentire protagonista e non attore che subisce gli ingranaggi di un mondo che non gli piace, abbiamo visto il gesto estremo di un malessere incontenibile. È possibile praticare azioni nella vita quotidiana che tengano conto e si prendano cura anche dell’altra parte del mondo?

No, nessun sms solidale.

No, nessun bonifico.

No, non ti sto chiedendo di andare alla stazione a portare cibo ai senzatetto.

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Credits: National Geographic

Da dove partire

Iniziamo a vedere alcuni esempi e fermiamoci a pensare. Ti propongo due documentari:

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  • NO IMPACT MAN: l’esperimento di una famiglia ecologicamente corretta nel cuore di New York. Per un anno Colin Beavan e la sua famiglia hanno provato e sono riusciti a: produrre meno rifiuti; non utilizzare il frigorifero e non utilizzare elettricità; non mangiare carne; non utilizzare carta igienica e pannolini usa e getta; non utilizzare l’automobile; comprare solo cibo a chilometro zero (sua moglie non aveva mai cucinato e mangiava solo al ristorante prima dell’esperimento) ed eliminare il superfluo. Missione impossibile? Quali nuove abitudini avranno voluto dopo quest’esperienza?

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È vero, il titolo è pretenzioso, ma forse ci rivedrai un po’ di te. Torna il correre-lavorare-produrre-guadagnare-far girare l’economia-generare rifiuti-non fermarsi a pensare.

Studiare, essere ambiziosi, voler scalare la vetta, raggiungerla e rendersi conto che la vita non è poi così bella come si pensava, c’è una terribile insoddisfazione che l’obiettivo di vita tanto bramato non riesce a quietare, fa emergere la necessità di porsi domande e cambiare direzione.

Il documentario, tra gli altri, vede protagonisti Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, due minimalisti convinti che girano il mondo per diffondere la loro filosofia.

In rete ci sono altri documentari interessanti, Google ti aiuterà.

Consumismo vs materialismo

Il consumismo può essere definito “l’amore per l’acquisto, l’amore per l’affare, l’amore per la ricerca dell’unicità di un oggetto, la dimostrazione di uno status sociale” ma soprattutto un senso transitorio di soddisfazione.

Il consumismo è un piacere legato al momento dell’acquisto e non all’uso del prodotto, mentre il materialismo è l’amore delle cose, in entrambi siamo alla ricerca di un vantaggio psicologico e sociale.

Venditori e psicologi sono consapevoli di questo fenomeno: esiste uno stato d’animo chiamato “il rimorso del compratore” in cui  la gioia dell’acquisto è così veloce (e di conseguenza il declino dell’emozione), che si sente il bisogno di restituire l’oggetto per comprarne uno nuovo, così da rialzare nuovamente l’apice delle emozioni.

Spesso amiamo le nostre cose per l’atto simbolico di possederle, mostrarle e sentirci parte di una categoria, appartenere ad un gruppo di ricchi-fighi-alla moda.

Una nuova cultura

Se riusciamo a comprendere che ogni nostra azione ha un effetto sull’ambiente e sul futuro, se vogliamo arginare cambiamenti climatici pericolosi dobbiamo iniziare subito a cambiare le nostre abitudini.

Se ci sarà un cambiamento sarà dato solo da una nuova cultura.

Colin Beaven afferma: “The fact of the matter is that if only I change, it’s not going to make a difference, but the hope is that if each of us as individual change, it’s going to inspire everybody to change. So I believe the most radical political act there is, is to be an optimist. The most radical political act there is, is to believe that if I change, other people will follow suit”.

Connessioni in periferia: il murale firmato dagli Orticanoodles per Fastweb

di Silvia Scardapane

A Quarto Oggiaro, niente sarà più come prima! Questo è il claim scelto da Fastweb, una delle più note aziende italiane di telecomunicazioni, per promuovere il progetto “FastArt”, nato con l’intento di rendere più accoglienti le periferie e i luoghi di aggregazione delle comunità tramite la street art. A realizzare il grande murale “Fiori a Quarto Oggiaro”, uno dei più amati collettivi italiani: gli Orticanoodles.

Foto di Orazio Truglio

Foto di Orazio Truglio

Gli Orticanoodles sono un duo di street artisti milanesi, Wally e Alita, cresciuti artisticamente nel quartiere meneghino dell’Ortica, dove tuttora ha sede il loro laboratorio. Famosi per aver portato tra le strade di Milano prima la poster art e poi la tecnica degli stencil, oggi sono particolarmente noti per i grandi ritratti di leader o artisti famosi e bellissime composizioni floreali. Hanno realizzato strepitose opere di arte urbana in Italia e in Europa e collaborato anche con numerosi marchi di successo.

E se è vero che un bouquet di fiori è il più bel regalo che si possa ricevere, gli Orticanoodles con Fastweb hanno colorato non solo la periferia ma omaggiato le vere protagoniste di Quarto Oggiaro: le donne.

“Il progetto FastArt è partito ufficialmente quattordici mesi fa, per festeggiare, da parte dell’azienda, un milione di contratti ma anche per omaggiare un quartiere storico di Milano, che proprio quest’anno compie sessant’anni. Per questo abbiamo scelto di realizzare qualcosa di semplice, un mazzo di fiori, un regalo sempre apprezzato” Orticanoodles, street artisti

I fiori rampicanti di via Cesare Pascarella sono già amatissimi dalla cittadinanza e svettano per ben nove piani su una palazzina popolare. Per realizzarli, gli artisti hanno utilizzato più di cinquanta litri di vernice e cento matrici stencil.

L’iniziativa, fiorita con il sostegno di MM Spa e il patrocinio del Municipio di Zona 8, è difatti un interessante intervento artistico ma anche una geniale operazione di marketing aziendale che, da un lato, mette in comunicazione la periferia milanese con la creatività e, dall’altro, si inserisce perfettamente nelle dinamiche di promozione territoriale e degli annessi cambiamenti urbani: un senso di contemporaneità e velocità che anche la tecnologia e i collegamenti alla rete internet in fibra ottica suggeriscono giorno per giorno.

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“La nostra è un’azienda che mette le persone in connessione le une con le altre, che consente loro di comunicare con gli strumenti più innovativi. Ma Fastweb questa volta ha deciso di mettere in comunicazione le periferie ribadendo, attraverso la creatività, la vicinanza ai cittadini e al territorio di Milano, l’ impegno all’insegna della responsabilità sociale nella promozione di un radicale cambiamento urbano, proprio come quotidianamente ci impegniamo nello sviluppo e nella modernizzazione del Paese […]” Luca Pacitto, Head of Brand Marketing & Communication di Fastweb

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La collaborazione è un perfetto case study per la nostra rubrica, esemplare sotto tanti punti di vista: non solo brilla la necessità di legarsi al territorio valorizzando gli artisti italiani, ma anche l’esigenza di comunicare con il pubblico regalando un’opera d’arte urbana che migliora le giornate di chi vive i quartieri di periferia. La street art si conferma, dunque, come la risposta più adatta agli stimoli della società e alla presenza che tantissime aziende, dalle più grandi alle più piccole, sentono di stabilire non solo con i propri clienti ma con tutta la comunità.