Instagram Stories: piccolo manuale per usarle meglio

Le Instagram Stories sono uno dei formati più attuali e utilizzati. Gli utenti ne abusano, mentre le aziende le usano al fine di catturare la loro attenzione: ma davvero ci riescono?

Dalle indubbie potenzialità in termini di engagement e reach, le Instagram Stories sono uno dei formati più attraenti e performanti dell’ultimo anno: ecco qualche consiglio pratico per sfruttarle appieno, al fine di ottenere una comunicazione efficace – per i brand e non.

Il mattino ha l’oro in bocca, ma non per le Instagram Stories

I periodi della giornata in cui viene registrato un maggior tasso di completamento (superiore al 70%) sono il primo pomeriggio (12.00 – 19.00) e, in particolare, la sera fino a tardi (20.00 – 00.00). Non è difficile da intuire, in realtà, poiché si tratta degli orari in cui gli utenti riescono a concedersi dei momenti di relax e, si sa, ormai abbiamo l’inconscio bisogno di riempire ogni momento morto con un annoiato scroll dei feed dei nostri social. 

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Fonte: SocialMediaToday

Consiglio: durante la pausa pranzo, il ritorno a casa sui mezzi pubblici o nel momento di relax sul divano dopo cena, abbiamo il maggior bacino d’utenza su tutti i social network. Tuttavia, si tratta spesso di una fruizione “lobotomizzata”, di un automatismo non controllato. Sempre più spesso gli utenti si collegano senza la volontà di andare alla ricerca di qualcosa di specifico, per questo oggi è davvero difficile essere impattanti, trovare la giusta leva per stimolare l’attenzione dell’utente, scuoterlo dalla propria condizione di dormiveglia (molto simile allo zapping degli anni Sessanta) e convincerlo di aver trovato quel qualcosa che non stava cercando. Solo arrivati a questo punto, l’utente sarà spinto a concederci il proprio like o il proprio follow.

Il pubblico preferisce le short stories

Le Stories sono, per natura, un formato agile ed effimero, che sfrutta il fascino della diretta e risponde all’esigenza di adeguarsi ad un sempre minor tempo di attenzione da parte degli utenti. è sempre più importante colpire l’utente finale entro i primi secondi di fruizione del proprio contenuto: sembra ci sia una correlazione diretta tra il completion rate e il numero di Stories prodotte dagli utenti – di Story in Story è naturale riscontrare una diminuzione delle views. In conclusione, il completion rate risulta essere inversamente proporzionale al numero di post (che vanno a comporre le vostre Storie).

Instagram Stories

Fonte: SocialMediaToday

Consiglio: le chiacchiere stanno a zero. A meno che non siate Chiara Ferragni, sappiate che le 30 Stories che raccontano la giornata che avete passato tra le mura casalinghe fatica a diventare un contenuto attraente per i vostri follower che, con molta probabilità, vi abbandoneranno dopo i primi secondi di speech. Siate interessanti, d’impatto: in questo caso è davvero la prima impressione quello che conta, perché difficilmente il vostro pubblico vi darà un’altra possibilità. L’incontro tra brand e utenti finali assomiglia sempre più a un primo appuntamento: se risulterete “uguali a tutti gli altri” non vi sarà concesso una seconda uscita.

Influencer, meglio se verticali

Le performance degli Influencer sono state analizzate prendendo in considerazione il completion rate (o tasso di completamento), ovvero la percentuale complessiva di coloro che guardano la Storia dall’inizio alla fine. In questo caso, sono gli influencer verticali ad avere la meglio: coloro che sono “influenti” rispetto a una tematica ben precisa (fashion blogger, food blogger, travel blogger, …) hanno maggiori probabilità che i follower seguano interamente tutte le loro Storie. A differenza degli influencer orizzontali, hanno sicuramente un pubblico meno trasversale ma più fedele e appassionato. Quindi, se prendiamo come benchmark per la nostra comunicazione il completion rate, gli infuencer sono il media più efficace. Subito dopo, troviamo i settori dell’Intrattenimento e dello sport, che vantano un completion rate del 67%.

Instagram Stories

Fonte: SocialMediaToday

Consiglio: se siete un brand e volete approcciarvi al mondo delle Instagram Stories, valutate l’idea di farlo sfruttando l’influencer marketing, anche affidando a uno (o più) di loro il takeover del proprio canale Instagram. Ovviamente, è fondamentale scegliere degli influencer in linea con il settore di riferimento del brand, con un alto engagement rate (oggi è di gran lunga più importante del numero di follower) e un audience in target.

Instagram punta tutto sulle Stories

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Finora le Storie sono rimaste relegate nella barra in cima alla home dell’App, intrappolate in sfere con l’immagine identificativa del proprio autore: il che significa che l’identità dell’autore ha sempre avuto un peso maggiore rispetto al contenuto e alla qualità della Storia stessa. Per ovviare a questo limite, Instagram sta lavorando all’inserimento di vere e proprie anteprime delle Stories direttamente all’interno del feed: una sorta di trailer che invita gli utenti a cliccare per visualizzare “come va a finire”. Articolo tratto da una Storia vera.

LEGGI ANCHE: Instagram: 10 consigli per aumentare i follower e migliorare la propria comunicazione

Insider dal WOBI. Pallera e Pecora con Bandiera e Skande: «i social finiranno»


Il questo video il Ceo Mirko Pallera e il direttore di Ninja Marketing Aldo Pecora commentano “a bordo campo” (in un Live Facebook) l’apertura dei lavori di Wobi 2017, dedicato alla “Humanification”.

Una partenza col botto: il primo intervento del World Business Forum è stato infatti di Nicholas Negroponte, uno dei “papà” dell’informatica e, soprattutto, visionario che prima di altri ha capito e sperimentato le potenzialità del digitale contribuendo, al Media Lab del MIT prima e fondando Wired poi, anche e soprattutto alla nascita e crescita di quello che oggi è l’ecosistema dell’innovazione. E soprattutto a migliorare l’interazione uomo-macchina.

Durante la diretta Pallera e Pecora hanno “intercettato” casualmente anche due pesi massimi della comunicazione digitale italiana: Rudy Bandiera e Riccardo aka “Skande” Scandellari. Da quest’ultimo la rivelazione: «I social network prima o poi finiranno, lo dice anche Negroponte. Io stesso da oltre 10 giorni non posto nulla».

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Addio ufficio, benvenuto spazio di lavoro (e 3 esempi che migliorano la produttività)

«Tu sei un prodotto del tuo ambiente, quindi scegli l’ambiente che ti permetta di svilupparti al meglio per raggiungere il tuo obiettivo. Ciò che ti circonda ti conduce verso il successo, o te ne allontana?» (W. Clement Stone)

L’importanza dell’ambiente di lavoro, inteso come spazio fisico, workplace, è diventata sempre più essenziale nell’organizzazione di aziende e compagnie: nel corso del tempo è nata una nuova consapevolezza nei confronti dell’ufficio innovativo come strumento strategico per la produttività, la collaborazione e la crescita.

Naturalmente per ogni azienda ci sono caratteristiche diverse da tenere in considerazione, ma l’ufficio giusto può davvero fare la differenza per i lavoratori, ponendoli in un contesto più motivante per affrontare grandi sfide e nuovi progetti.

Credits: AQuest

Secondo un recente report di Sodexo, tra i dieci trend dei luoghi di lavoro per il 2017, bisogna tenere in considerazione tre fattori importanti:

  1. l’aumento della collaborazione all’interno di spazi di co-working che oggi agiscono a un nuovo livello, non essendo più un semplice luogo di condivisione dello spazio fisico e delle risorse, ma anche uno strumento di interazione tra i lavoratori che incoraggi nuovi approcci alla risoluzione di problemi complessi posti ogni giorno dai diversi progetti aziendali.
  2. La gestione dello spazio fisico e l’uso della tecnologia nei luoghi di lavoro permettono ai lavoratori di sperimentare il loro ambiente in modo nuovo: ottimizzare gli spazi interni può permettere di supportare il lavoro anche al di fuori delle mura degli uffici. Cloud e smart working sono solo alcuni degli esempi dai quali partire.
  3. La prevenzione dei problemi di salute attraverso postazioni ergonomiche, visite mediche e un nuovo approccio al benessere fisico e psicologico dei dipendenti può avere ripercussioni positive sulla comunità nella quale l’azienda opera. Anche il luogo di lavoro può trasformarsi in un posto per prendersi cura delle persone.

Partendo da queste premesse, abbiamo selezionato tre luoghi di lavoro esemplari da cui trarre spunto, non solo in ottica tecnologica, ma per una complessiva revisione della cultura aziendale.

L’esempio più noto, il modello Google

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Credits: Glassdoor

Parlando di uffici innovativi Google rappresenta probabilmente l’esempio per antonomasia (non hai pensato anche tu a scivoli e cuscinoni colorati non appena hai iniziato a leggere questo articolo?).

Qui gli spazi sono ideati per stimolare creatività e pensiero laterale, per trovare soluzioni nuove a problemi non ancora affrontati.

Si tratta della prima azienda che ha promosso la propria struttura da luogo di lavoro a luogo di vita per i dipendenti: sono famosi i tavoli da biliardo e bowling, la possibilità di mangiare e fare sport in modo gratuito all’interno degli spazi aziendali, le poltrone pensate per un relax che stimoli la produttività.

Per questo motivo, anche nel 2016 Google (Alphabet) è risultata ai primi posti della classifica redatta da Business Insider sulle 50 compagnie migliori in cui lavorare negli Stati Uniti.

L’ufficio innovativo diventa volano per maggiore creatività, produttività e benessere dei collaboratori e delle loro famiglie.

L’università “collaborativa”

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Se collaborazione è la parola chiave per il nuovo approccio al lavoro, flessibilità è quella che caratterizzerà gli spazi nell’ottica dell’ufficio innovativo. Anche location apparentemente rigide possono riadattarsi e “muoversi” per un empowerment del lavoratore.

Nelle sale dedicate alla ricerca e all’apprendimento, la North Carolina State University ha un mix di sale private collaborative. Si tratta di spazi informali, in cui le sale di lettura classiche e gli arredi che possono essere utilizzati per inventare un ambiente del tutto personale.

«Il fatto di poter reinterpretare lo spazio in modo soggettivo aiuta a gestire l’impegno personale», ha sottolineato Gregory Raschke, direttore associato della North Carolina’s Hunt Library.

Grazie alla flessibilità degli spazi le aziende possono rispondere alla necessità di collaborazione interna ai team, e a questa esigenza andrebbero richiamati anche gli architetti nella fase di progettazione degli spazi.

Secondo uno studio pubblicato dall’Harvard Business Review, quando i lavoratori non hanno una scrivania assegnata, l’interazione tra le persone cresce del 17%: la via di mezzo ideale è quella di non eliminare completamente i posti assegnati nell’ufficio ma di variare la sistemazione dei team nel corso del tempo, o di utilizzare scrivanie mobili, in grado di rispondere ai diversi progetti sui quali si sta lavorando.

La via italiana (e sostenibile)

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Credits: AQuest

Ma non è solo America. In quanto a design e creatività l’Italia ha fatto e continua a fare scuola. Tra i vari modelli di ufficio innovativo esaminati vi parliamo anche di AQuest, la Digital Creative Agency di Verona che recentemente ha inaugurato i propri nuovi spazi di lavoro, ripensati in particolare per una maggiore collaborazione tra i team e nell’ottica dell’ecosostenibilità. Aspetti importanti che aiutano a migliorare il benessere generale dei lavoratori in azienda.

L’attuale sede è frutto di una riqualificazione di un ex showroom di interior design: del progetto originario sono state mantenute due scale interne, mentre gli spazi, molto ampi, sono stati pensati per dare respiro e comfort alle persone. Le grandi pareti vetrate forniscono una notevole possibilità di illuminazione naturale e l’impianto di ventilazione meccanica consente di controllare il ricambio dell’aria senza dover aprire le finestre. Si tratta di un primo importante elemento in termini di risparmio energetico, che permette di evitare dispersioni di calore.

Tutti gli arredi sono realizzati con materiali di riciclo e quando possibile naturali, ci sono numerosi spazi verdi e un chiostro esterno condiviso.

In generale un ambiente improntato alla convivialità e all’ecosostenibilità, in cui trova spazio anche un auditorium per eventi interni ed esterni, una cucina attrezzata e una “sala cinema”.

La rigida separazione tra reparti o il classico open space (ormai superati come concetti) lasciano spazio a unit comunicanti, che mantengono comunque i propri spazi, mentre una sala posa è dedicata al team production e anche l’area caffè si moltiplica in diversi punti ristoro.

ufficio innovativo

Credits: AQuest

Oltre a valorizzare la cultura della raccolta differenziata, l’ufficio innovativo qui si declina anche nell’ambito tecnologico, con un controllo degli accessi tramite unità biometriche e la centralizzazione dell’impianto di illuminazione e del sistema antintrusione (non esistono più chiavi meccaniche, ma app e badge per aperture di sicurezza). Infine, lo standard IEEE 802.1x è stato implementato per raggiungere la più avanzata forma di sicurezza a livello di rete locale.

ufficio innovativo

Credits: AQuest

Flessibilità, innovazione tecnologica, collaborazione, ecosostenibilità e spazi verdi. Dopo aver conosciuto questi trend per l’ufficio innovativo, cosa ne pensi? Quali altri aspetti dei luoghi di lavoro dovrebbero modificare le aziende nel prossimo futuro per permettere ai lavoratori di essere ancora più produttivi?

3 errori madornali che stanno rallentando il tuo business

Siamo stati abituati a leggere la parola cambiamento sui libri di storia a scuola. Fenomeni che duravano anni o molto più spesso decenni. A parlare di Rivoluzione Industriale immaginavamo qualcosa successo secoli fa, quando per strada si vedevano ancora più cavalli che automobili.

Adesso siamo immersi in un’era di cambiamento. E forse era è un termine sbagliato perché farebbe pensare ad una gestazione lunga e non troppo consapevole. Niente di più sbagliato.

Noi siamo nel bel mezzo di un’epoca di transizione dove ogni decisione presa in modo lento equivale ad una decisione errata, pericolosa per il proprio business personale e aziendale.

Bene, ora che abbiamo fatto un po’ di sano “terrorismo psicologico”, passiamo alle buone notizie: possiamo salvarci da tutto questo, prendendo quello che c’è di buono in un processo di Digital Trasformation.

La Digital Trasformation è una buzzword sicuramente abusata, ma che – come in ogni abuso semantico – nasconde dei lati che sono dati troppo spesso per scontati e che possono rivelarsi fatali. Scopriamo insieme quali.

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1. Non implementare una corretta analisi dei dati

Siamo sommersi dai dati, non è mai stato così facile accedere ad un quantitativo di dati così sproporzionato. Al punto tale che in contesti di business molto spesso si sente dire: “Se non hai dati a supporto di questa tua tesi, sei solo un’altra persona con un’opinione”.

Va benissimo avere dati a disposizione, ma bisogna saperli interpretare a dovere, per cogliere i cambiamenti con il giusto timing restando in ascolto del proprio mercato di riferimento e di quelli attigui al nostro. Facciamo un esempio noto per capirci meglio.

Microsoft ai tempi del regno di Steve Ballmer aveva a sua disposizione i dati che testimoniavano come gli utenti non comprassero più laptop e desktop con lo stesso entusiasmo di qualche anno prima, il trend si era appiattito da anni, la connessione ad internet mobile era pronta per un salto tecnologico significativo per rimettersi al passo con quella wired. Nonostante tutto ciò, l’azienda sottovalutò l’impatto degli smartphone che riassumeva in sé già tutte quelle funzioni che prima di allora erano state delegate a laptop e desktop. Si creò un nuovo mercato. Un nuovo mercato da cui Microsoft è a tutt’oggi estromessa.

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2. Perseguire una “one-size-fits-all” strategy

Pensa globalmente ma agisci localmente, si dice.

Questo tra l’altro è molto vero non solo per i grandi business multinazionali che si devono misurare con la multi-culturalità del proprio target di clienti finali. Pensiamo ad esempio ad un modello di business di vendita online in Italia. Voi gestireste il vostro piano di marketing senza una targetizzazione granulare a seconda della provenienza regionale del vostro potenziale cliente?

Fareste una campagna di advertising uguale per tutti, sia se dovessero entrare in contatto con le vostre ads a Milano o a Palermo? Pensereste ad un messaggio identico sia per una fascia di età che va dai 18 ai 30 che per quella che va dai 40 ai 50?

Se lo state facendo, non avete più scuse per continuare a perseverare nell’errore. La strategia deve essere unica e trasversale, ma l’implementazione di questa strategia e la modulazione dei touchpoint verso i clienti target deve essere quanto più possibile personalizzata.

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3. Non mappare la Customer Journey

Ora che avete una teoria interpretativa dei dati di mercato e una relativa strategia da declinare con un piano di marketing granulare pensate di essere al sicuro. E invece no!

Potreste rapidamente naufragare per un altro motivo: se non avete idea di come ricostruire esattamente il percorso di acquisto dei vostri clienti quando entrano in contatto con voi, la cosiddetta Customer Journey.

Che siate un’azienda o un professionista individuale, il vostro cliente deve essere sempre al centro dei vostri processi: il cliente non ha sempre ragione, ma di sicuro vuole pensare di poter avere sempre la vostra attenzione.

Rimappare tutto il percorso che fa il vostro cliente prima di giungere all’obiettivo che vi siete prefissati è fondamentale per il modello di business.

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Come costruire la crescita del business

Oggi è molto più facile verificare le informazioni, gli ingredienti, la filiera di una produzione o fare benchmark sul mercato e cambiare il professionista scelto inizialmente se questo non si dimostra all’altezza delle aspettative del cliente finale.

Trasparenza e usabilità sono i pilastri su cui costruire il viaggio che i vostri clienti saranno contenti di percorrere e su cui costruirete anche la sostenibilità e la crescita del business negli anni a venire.

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Vendere pubblicità e altri modi per monetizzare subito il tuo chatbot

Si fa un gran parlare (e scrivere!) di chatbot. Si discute se siano un nuovo rivoluzionario approccio per le interazioni con l’utente o se siano solo una moda, effimera come tante altre. Uno dei topic più in voga al momento riguarda però il tema della monetizzazione. I chatbot possono diventare un modo per ricavare guadagno dalle proprie attività in rete? Esploriamo insieme alcuni dei modi in cui è possibile farlo.

Monetizzare con la vendita di prodotti e servizi

Siamo oramai abituati a fare acquisti online, non solo visitando siti dedicati, ma anche dall’interno delle app e giochi che abbiamo scaricato e installato sul nostro smartphone.

Che siano beni reali o virtuali, un chatbot può essere un modo efficace di vendere prodotti e servizi durante una conversazione.

Le app di messaggistica sono sempre più popolari e sono quelle più in crescita di anno in anno per numero di sessioni e per tempo che gli utenti ci trascorrono.

Numeri sbalorditivi e ben sopra la media in entrambi i casi, secondo i dati di Flurry Analytics, riportati in questi grafici.

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Secondo un report di Business Insider che avevamo già citato, sono sempre di più gli utenti che usano sistemi di messaggistica. Il numero totale di utenti delle quattro app di messaggistica più diffuse supera il numero di utenti totale dei quattro social più importanti.

LEGGI ANCHE:  Creare chatbot senza dover scrivere una riga di codice

Diventa naturale perciò pensare ad un chatbot che possa agire come un commesso virtuale, che guidi l’utente all’acquisto del vostro prodotto o servizio o, se partecipate a programmi di affiliazione, vi aiuti a monetizzare aumentando l’ammontare delle commissioni ricavate.

Monetizzare con la pubblicità

Sempre alla ricerca di nuovi canali attarverso cui raggiungere potenziali clienti, le agenzie pubblicitarie e di marketing potrebbero comprare “spazi” nel vostro chatbot.

Durante una conversazione con l’utente, il vostro chatbot potrebbe inserire una raccomandazione di un prodotto o servizio, o addirittura offrire un coupon. Naturalmente questa attività, per la quale vi farete pagare, deve essere ben congegnata. Gli utenti devono trovare interessante o conveniente interagire con il vostro chatbot.  Le offerte e raccomandazioni devono essere opportune e in sintonia con il contesto della conversazione, senza essere invasive.

Una alternativa per monetizzare con la pubblicità è che il vostro chatbot raccolga (con il loro consenso) dati sugli utenti. Attraverso una conversazione gli utenti potrebbero essere più ben disposti a concedere informazioni che non inserirebbero mai in un modulo di una pagina web. Questi dati potrebbero poi essere ceduti, per un compenso, a chi volesse contattare proprio quel tipo di potenziali clienti.

Coinvolgere e raggiungere più utenti (anche quelli assopiti)

Gli utenti di servizi di messaggistica sono in crescita continua, specialmente tra i giovani.

Per questi utenti ricevere un mesaggio su Facebook Messenger, Whatsapp o altri servizi simili è considerato molto meno invasivo e molesto rispetto ad un’email. Arriva una notifica ed è quasi naturale prenderne coscienza, aprirla e continuare la conversazione.

Un chatbot ben concepito renderà piacevole l’interazione, come se fosse un vecchio amico che si fa sentire dopo tanto tempo.

Potrebbe essere quindi un modo per mantenere l’interesse dell’utente verso il vostro brand, coinvolgendolo non solo per la novità tecnologica del canale usato, ma perché stimolato da una conversazione tagliata su misura, meno generica di una newsletter che spara nel mucchio.

Secondo Mindshareworld, il 63% degli intervistati (1000 utenti di smartphone tra i 18 e 65 anni in Gran Bretagna) userebbe un chatbot per interagire con una azienda o un brand. Un’altra indagine ci conferma che quasi il 67% acquisterebbe qualcosa interagendo con un chatbot.

 

millennials che curerebbero da un chatbot

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I dati relativi al tasso di apertura dei messaggi inviati da un chatbot è infatti molto più elevato rispetto a quelli di una tradizionale newsletter: OctaneAI, azienda specializzata nella creazione di questo genere di chatbot dichiara una percentuale media di apertura dei messagi del 40% (rispetto al ottismistico 5% di una mail) con picchi del 60%.

Alcuni gestori di pagine Facebook che in Italia hanno sperimentato questo tipo di chatbot, hanno confermato questi eccellenti numeri.

Ben il 25% degli utenti compirà l’azione a cui viene invitato da un chatbot, contro il magro 3% di reazioni a una call to action arrivate tramite email.

L’elenco dei modi in cui è possibile monetizzare il vostro chatbot può sicuramente essere molto più lungo.

Alla vendita diretta, la publicità o l’engagement esaminati nei paragrafi precedenti, potremmo aggiungere ad esempio proprio la creazione di chatbot da fornire a chi desideri seguire una delle vie trattate.

7 trend eCommerce (e alcuni esempi italiani) da tenere d’occhio nel 2018

L’andamento delle vendite online, si sa, è nelle mani dei consumatori. Possono accedere ad innumerevoli informazioni e sono in grado di valutare, considerare e realizzare il desiderio per un prodotto, prima ancora che un rivenditore o un brand riescano ad intercettarne il potenziale interesse. È quindi fondamentale restare costantemente aggiornati circa le tendenze del mercato.

La terza edizione dell’Ecommerce Hub, che si è tenuta a Salerno, ha puntato i riflettori sui top trend del momento in materia di commercio elettronico. Scopriamoli insieme.

1. Facebook targeting e annunci dinamici

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Facebook è il social che ha cambiato il modo di accedere alla rete, andando ad incidere anche sul modo di effettuare shopping online. La sfida di oggi consiste nel raggiungere il pubblico in target nel momento giusto col prodotto più rilevante. Occorre quindi cambiare il modo di fare advertising attraverso  il targeting e gli annunci dinamici.

È essenziale profilare il proprio pubblico, Facebook consente di selezionarlo manualmente in base a caratteristiche quali età e luogo, permette di caricare la propria lista di contatti per connettersi con i propri clienti, invita all’utilizzo delle informazioni dei propri utenti per individuare audience con caratteristiche simili.

Gli annunci dinamici consentono di mostrare solo prodotti che i potenziali clienti hanno già guardato, consigliando loro anche prodotti simili o correlati, con la possibilità di indirizzare gli utenti su tutti i propri dispositivi.

2. eCommerce e marketplace, nemici o alleati?

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Il 50% delle persone che ha intenzione di acquistare, inizia la propria ricerca su Amazon. Il colosso di Jeff Bezos rappresenta quindi una minaccia o un’opportunità?

Per anni i big player del mercato hanno diffidato dei marketplace per tutelare il proprio marchio, per forti preoccupazioni riguardanti i prezzi di vendita, i prodotti falsi e la diminuzione delle conversioni sul proprio sito. Oggi i numeri parlano chiaro e non si può rinunciare ad una fetta di mercato così importante.

La vendita su un marketplace consente di testare il prodotto se non si è certi del successo o di voler affrontare rischi finanziari e permette di avere una fonte diversa di volume d’affari per ridurre la dipendenza da un unico fornitore di traffico.

La commissione applicata al prezzo di vendita è certamente un fattore che può scoraggiare, ma risulta comunque essere inferiore al costo di acquisizione di un nuovo cliente.

3. La previsione delle ricerche attraverso le Keyword

La scelta delle keyword da posizionare è sempre ardua, ma comprendere le dinamiche del sistema search di Google aiuta ad effettuare una selezione mirata.

Le ricerche su Google sono influenzate dal contesto e Big G cerca di comprendere il search intent dietro una query per fornire risposte differenti in contesti diversi. I risultati offerti si basano su tre elementi: la geolocalizzazione, le ricerche precedenti e la Safe Search. La chiave per farsi trovare è quindi prevedere come saranno effettuate le ricerche, tenendo presente però che gli interessi cambiano nel tempo.

Al centro del processo c’è dunque l’utente e una buona conoscenza del settore è fondamentale per individuare le proprie buyer personas. Il buyer’s journey è infatti il miglior alleato per capire quali intenzioni andare ad intercettare. Ci si informa sul problema e si individuano possibili soluzioni, si effettua un confronto e si valutano le opzioni, si cerca infine la soluzione tra promozioni, prodotti specifici e contatti diretti.

4. Una community appassionata: il caso Ninja Marketing e Ninja Academy

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Da 0 a 4,5 milioni di euro di corsi online partendo da un blog. Ninja Marketing è il primo sito di informazione sul marketing e la comunicazione online, la case history di successo guidata da Mirko Pallera.
Alla base deve esserci un prodotto straordinario, ben comunicato. Occorre preparare la community al prodotto, la relazione è infatti conditio sine qua non per il successivo acquisto.
Una buona progettazione di piattaforma passa attraverso l’analisi della concorrenza, un’adeguata architettura dell’informazione, UX e wireframe, interfaccia grafica accattivante, sviluppo e testing del sito. Deve quindi conseguire una riorganizzazione del team interno e infine la costruzione di un conversion funnel.

5. Marketing Automation tra software e strategia

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La marketing automation offre numerose attività di tipo automatico utili alla gestione di un eCommerce: lightbox, pop up comportamentali responsive, message bar sono solo alcune delle automazioni più utili.

Si tratta di un’attività ancora poco utilizzata per via della difficoltà a comprenderne la funzionalità.

La chiave del successo risiede nella profilazione, per poter offrire agli utenti contenuti personalizzati sviluppandoli in base a relazioni, intenti ed interessi.

Occorre agire in modo mirato, la value proposition deve essere chiara per i nuovi visitatori, la comunicazione deve essere personalizzata per i nuovi clienti.

Il software resta però soltanto lo strumento, per la marketing automation è fondamentale una strategia che integri dati, persone, contenuti e processi.

La strategia più efficace per affrontare un progetto di marketing automation deve comporsi di: definizione di obiettivi e KPI, gestione dei contatti, nutrimento dei contatti, misurazione del ROI.

LEGGI ANCHE: 5 buoni motivi per scegliere la Marketing Automation

6. La linking interna come il filo di Arianna

L’obiettivo finale dell’eCommerce risiede nel guidare il cliente verso il carrello ma il percorso deve essere rapido e lineare, affinché l’utente non decida di acquistare da un’altra piattaforma. Per raggiungere l’uscita del labirinto, l’utente deve seguire il filo di Arianna costruito dai link interni.

I link interni sono uno dei punti di forza maggiori lato SEO, se selezionati con cura possono mantenere l’utente all’interno del sito, consentendogli di navigare da una pagina all’altra, tra prodotti simili e correlati, fino al raggiungimento della pagina carrello.

La linking interna va costantemente verificata, in 30 secondi il crawler di Google sancisce la posizione del prodotto in Serp. I collegamenti non funzionanti vanno eliminati, gli errori 404 rischiano di allontanare potenziali clienti.

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7. L’analisi delle performance per “prevedere” il futuro

È fondamentale conoscere il linguaggio della community ed individuare quali siano le parole ricercate all’interno del proprio sito, occorre effettuare un vera e propria stima del ROI potenziale di una keyword.
Per ottimizzare le performance di marketing è quindi importante analizzare i dati per trasformarli in informazioni. Il machine learning aiuta a “prevedere” il futuro.

Analizzare il customer journey e aggregare i dati in datawarehouse consente di  comprendere l’importanza di ogni passaggio.
Per una corretta data analysis bisogna interrogarsi sul momento e sul modo in cui vengono intercettati i potenziali clienti. Il tipo di informazioni da analizzare, le fonti a  cui accedere, i dati specifici da analizzare.

Recensire le persone

Recensire le persone è solo un’ossessione o può diventare utile?

Alzi la mano chi, guardando il primo episodio della terza stagione di Black Mirror, Nosedive, (quella in cui si recensivano le persone come fossero hotel), non ha pensato che l’idea fosse veramente geniale per poi pentirsene dopo pochi minuti. Di luoghi comuni ne abbiamo sentiti tanti ma l’evergreen rimane sempre lo stesso: “La fantasia supera la realtà”. Mai nulla di così sbagliato.

Recensire le persone

A quanto pare è proprio la realtà ad aver, non solo oltrepassato ogni più segreto e inconfessabile pensiero fantastico, ma anche dato il via ad una serie di applicazioni web e digital che concretizzano quello di cui vi stiamo parlando, ovvero la possibilità di recensire le persone sul web, assegnandogli punteggi, feedback, commenti e quindi consacrarle nell’olimpo del “cool” o annientando con una sola stellina una reputazione costruita con i “risparmi” di una vita. Vi sembra eccessivo? Fermatevi e pensateci bene.

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Come vi sentireste e cosa accadrebbe se il giudizio degli altri diventasse una sorta di timbro che vi marchia e vi etichetta definitivamente e pubblicamente sul web? In una visione apocalittica, ma neanche troppo, l’opinione pubblica andrebbe a sostegno di coloro che hanno, per diversi fattori, un giudizio super positivo, i cosiddetti influencer, che tutti conosciamo bene.

Il risultato? La formazione di una nuova casta il cui status è da attribuire alla capacità di creare intorno a se una community di estimatori e fan che contribuiscono ad alimentare la loro ascesa sociale e social a discapito di altri.

Recensire le persone

In poche parole? Siamo quello che gli altri decidono che dobbiamo essere e la nostra digital reputation ne è la conferma. Ma prima di giungere a conclusioni affrettate diamo uno sguardo a quello che esiste già, ovvero a tutti quelli che ci hanno provato sul serio trasformando l’impensabile in un dato di fatto o quasi.

Credo360, per sentirsi veramente come in Black Mirror

Non c’è cosa che non possa essere valutata da una a cinque stellette. Ed eccola qui, ultima in ordine di apparizione, Credo 360 è l’app che permette di assegnare un punteggio di valutazione alle persone, come succede abitualmente per i ristoranti su TripAdvisor. Quando vi abbiamo detto che è la realtà a superare la fantasia Credo360 ne è la prova.

recensire le persone

L’app per recensire le persone affibbiandogli un punteggio che va da 0 a 360, non si è propriamente ispirato a Black Mirror, il servizio, infatti, esisteva già prima della diffusione dell’episodio  di cui vi abbiamo parlato.

Ma quali sono le caratteristiche principali? I voti sono assolutamente anonimi, la relazione e la frequenza delle interazioni determinano il peso del singolo voto (quindi i voti non sono tutti uguali) e in ultimo non tutte le interazioni possono essere votate ma solo quelle più importanti. Funzionerà? Staremo a vedere.

Sarahah, la meteora estiva del web per recensire le persone

Il vero fenomeno dell’estate 2017, dopo Despacito ovviamente. Se sotto l’ombrellone scorrendo il vostro newsfeed di Facebook vi siete imbattuti in incomprensibili e poco carini commenti pubblici sui vostri amici virtuali, nulla di preoccupante: Sarahah ha catalizzato l’attenzione dei leoni da tastiera e non.

Sahara è l’app che permette di commentare e recensire le persone in maniera del tutto anonima. Creata inizialmente come sito web dedicato alle aziende e ai suoi lavoratori, Sarahah permetteva ai dipendenti di affermare, in tutta onestà, come si trovavano sul luogo di lavoro e cosa pensavano dei propri capi e colleghi.

Dall’ufficio ai social network il passo è breve e Sarahah si è diffusa a macchia d’olio, oltre i confini dell’ambiente lavorativo arrivando ben presto anche nelle grinfie di haters e cyberbulli. Come va a finire non è un segreto, di commenti al vetriolo non ne vediamo più e Sarahah potrebbe essere per ora un altro esperimento fallito.

PersonAdvisor, il consulente delle persone

Quando parlavamo di altro esperimento fallito, facevamo riferimento proprio a questo di cui qualcuno ha ancora, forse, un vago ricordo. PersonAdvisor è uno spazio web dove è possibile parlare di chiunque e scriverne una recensione personale. Il tutto in pieno anonimato ma potendo recensire anche persone non iscritte al sito. È giusto parlare sul web di qualcuno a sua insaputa e senza quindi che questa persona abbia dato il suo libero consenso a farlo? Questa la più grande critica mossa nei confronti di PersonAdvisor.

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Peeple, l’app delle mamme imprenditrici

In origine è stata pensata per valutare la validità o meno delle babysitter della porta accanto. Ma da app di quartiere a servizio per recensire le persone a livello globale il passo è breve. A mettere in piedi il primo vero tentativo di dare un voto alle persone come fossero hotel sono state due mamme imprenditrici canadesi.

recensire le persone

Per utilizzare Peeple bisogna avere almeno 21 anni, avere un profilo Facebook verificabile e usare il proprio nome per la registrazione. Inoltre, bisogna categorizzare la persona su cui si esprime un parere in base alla tipologia di conoscenza: personale, professionale, romantico. Molti i dubbi che hanno portato le ideatrici ad un repentino dietro front e a dare seguito ai molti pareri negativi arrivati direttamente dalla Silicon Valley, dove Peeple è nata.

Tanti i tentativi, pochi i successi, tante le aspettative, poche le rivoluzioni concrete. Tanto il panico collettivo generato, poco l’interesse veramente conquistato. Abbiamo, dunque, davvero bisogno di giudicare ed essere giudicati sul Web? Voi cari lettori cosa ne pensate? Scrivetecelo. Dove?  Ovviamente sulla nostra pagina Facebook, il nostro gruppo LinkedIn e su Twitter!

Epic Win e Fail: ecco chi ha sfruttato bene o malissimo Halloween

Oggi è un lunedì come ce ne sono tanti eppure, sette giorni fa era tutto diverso, sette giorni fa era Halloween. L’anno scorso la festa pagana degli orrori contava oltre 50 milioni di post condivisi, emoji dedicate, e tanti altri “dolcetti e scherzetti digitali”. E sempre come ogni lunedì, noi di Ninja Marketing abbiamo provato a divertirci a classificare in modo scherzoso le cose belle e le cose strane accadute sul web durante la settimana precedente. Eccole qui!

Epic Win

Instagram colpisce ancora, e questa volta non si tratta di un semplice filtro. Il canale lancia il Sooper Zoom, una nuova funzionalità che richiama molto il caro vecchio Drammatic Squirrel. Se per sbaglio non ci siete ancora capitati fatelo, alzate il volume e fate una faccia brutta, vi strapperà sicuramente un sorriso.

Ecco come usarlo secondo Tech Crunch.

Ceres vince grazie all’uso di formati esistenti in modo innovativo. Basta andare sulla pagina Facebook di Ceres, da mobile, tornare al post del 31 ottobre e tener premute le vostre dita sull’immagine. Sapete dirci di che formato si tratta? Ebbene… Si tratta di una foto live, proprio quelle che si muovono leggermente quando spolliciate nel rullino foto del vostro smartphone. Rispetto ad una normale foto live questa è stata arricchita di più frame in modo da generare un’esperienza interattiva da brividi per tutti gli alcolizzati.

Gli_EpicWin_dapauraegliEpicFailpiùterrificantidi_Hallowen_7Non provate a premere qui, andate su Facebook o vi slogherete il dito

Epic Fail

Il pacifico Donald Trump augura un “safe Halloween” alla sua nazione. Stiamo ancora valutando se sia più epico il fatto che alla Casa Bianca stiano spuntando le ragnatele oppure il fatto che da quando Trump ha iniziato a confrontarsi con Kim Jong-un nessuno può più veramente dirsi al sicuro.

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Parlando di cose strane e verosimilmente evitando di parlare ancora di Stranger Things, Taffo è riuscita a generare engagement nel modo più bizzarro possibile, ossia uccidendo temporaneamente le persone durante il suo Halloween Stress Test… Di seguito la geniale meccanica dell’eccitante esperienza:

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Inoltre, durante la mietitura delle anime qualcuno si è dimostrato cintura nera di real time marketing sfoggiando un costume comprendente un cartello di cattivo gusto con tanto di “11!!!1!1” di arroganza alla fine. La combo tra i due elementi: bara e cartello dell’ospite, è solo un’altra tra le tante violenze presenti oggi nel linguaggio del web.

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Qualcuno potrà interpretare Taffo o la sua comunicazione “non convenzionale” spiritosa o irriverente ma se ci fermiamo a riflettere, nonostante sia il marchio di onoranze funebri “top of mind”, non necessariamente questo tono di voce si tradurrà in ricavi.

Amaro è stato invece  il lancio di un nuovo prodotto di HalloweenCostumes.com. Dopo Cappuccetto Rosso e la sexy witch ecco che arriva Anna Frank! Il sito inoltre descrive l’articolo in questo modo: “Ora anche i vostri bambini possono interpretare il ruolo di un eroe della II Guerra Mondiale”.

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Crediti immagine: DeeJay

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Per questa settimana è tutto: arrivederci alla prossima!

I dati ci aiuterebbero a vendere di più e meglio, se li raccogliessimo

La personalizzazione è un fenomeno ormai diffuso nel Marketing che sembra riuscire migliorare il rapporto con il cliente. Come non citare questi brand che hanno fatto della personalizzazione il proprio cavallo di battaglia: Nutella dal barattolo con il proprio nome a quello con le iniziali per dire tutto ciò che vuoi, Liu Jo che permette di personalizzare il tuo jeans con le emoticon, Neonato che dà la possibilità a tutte le mamme di creare la propria carrozzina e Coca-Cola, probabilmente il brand per eccellenza quando trattiamo questo argomento.

In questi casi parliamo di attività di marketing legate alla personalizzazione di prodotto, ma quanto è importante legare a queste attività anche messaggi altrettanto personalizzati?

I dati aiutano

Diversi studi dimostrano che la personalizzazione aiuta ad attirare nuovi clienti. Già nel 2014, grazie ad un sondaggio di Yahoo!, si è registrato che le attività di comunicazione legate alla personalizzazione risultano più coinvolgenti, più “educative” e più durature nella mente del consumatore e/o cliente. In questo caso ci riferiamo alla personalizzazione degli utenti, oggi resa possibile grazie ai numerosi dati che le aziende possono avere a disposizione.

Così i marketers usano i dati per la personalizzazione dell'esperienza dell'utente

È ovvio che, per essere davvero coinvolgenti, queste attività (e le comunicazioni ad esse legate) devono essere in target: il rischio è quello di generare comportamenti sfavorevoli o irrilevanti per il marchio. Ecco perché molti marketers hanno deciso di aumentare il proprio budget digitale proprio a favore delle attività di personalizzazione, per arrivare sempre di più alla persona giusta nel momento giusto.

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Più personalizzi più converti

Da un recente report di Econsultancy e RedEye risulta che una strategia di marketing personalizzata, sui canali online, registra tassi di conversione molto più elevati.

Ad esempio i dati utilizzati per personalizzare un sito portano ad un incremento dei tassi di conversione del 36%, sui social media del +28% e anche le email personalizzate sembrano convertire del + 27%. Mica male, no?

Questi dati aprono ad una riflessione: a volte non è necessario arrivare a tutti, ma è indispensabile arrivare al pubblico adatto e realmente interessato a ciò che siamo e a ciò che comunichiamo.

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Quanto conta il Neuromarketing per le aziende

Immagina di poter analizzare con precisione il comportamento dei tuoi clienti (o potenziali clienti), valutare le loro reazioni in fase di utilizzo del tuo prodotto e misurare il grado di interesse che dimostrano. Un gran bel vantaggio, vero?

Le variabili che portano un individuo a prendere una decisione sono molte e si basano su un sistema complesso fatto di fattori psicologici, ambientali ed emotivi: è impensabile riferirsi oggi alle persone come semplici “consumatori”, inquadrati nel target specifico della casalinga o dell’uomo d’affari. Oggi, che il premio Nobel per l’economia viene assegnato a Richard Thaler per le sue teorie sull’economia comportamentale e l’identificazione degli Humans, questa direzione appare più che mai sorpassata.

La persona è al centro: l’approccio Human Centered

Il percorso corretto è quindi partire dalle persone per progettare esperienze efficaci, basate su evidenze e feedback oggettivi condivisi da loro durante la relazione con brand, prodotti e servizi, ambienti e messaggi. Oggi i comportamenti e le scelte degli utenti seguono vie digitali e fisiche, che si incrociano ripetutamente nell’avanzamento verso il loro obiettivo, per questo diventa necessario analizzare tutti i touchpoint tra brand e mercato, per correlarli tra loro e ridefinire una customer experience coerente e integrata in ogni suo aspetto.

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Comprendere attraverso quali step la scelta si organizzi, nell’immenso numero delle possibilità, e venga alla luce può rappresentare un passaggio vincente per ogni azienda. Utilizzare un approccio diverso, multi-canale al problema è una valida soluzione; dall’applicazione delle neuroscienze a queste tematiche nasce il neuromarketing, il campo di ricerca che, studiando le interazioni tra psicologia ed economia, punta a comprendere come il nostro cervello risponda alle strategie di marketing e ai messaggi pubblicitari in generale.

Il neuromarketing, e più in generale le neuroscienze, possono contribuire considerevolmente ad ampliare la conoscenza dei propri consumatori. Una comprensione più dettagliata permette di costruire un’esperienza che possa rispondere davvero alle necessità dei propri clienti.

Il Neuromarketing al servizio delle aziende

TSW Experience Lab si occupa proprio di questo: applicare il metodo scientifico all’analisi dei comportamenti delle persone coinvolte in una scelta. Le tecnologie a supporto di queste attività sono semplici ma molto affidabili: ad esempio, grazie a un sistema di eye-tracking, è stato possibile comprendere quanto sia semplice per l’utente medio incappare in un acquisto su un sito “fake“.

Nella ricerca “I siti fraudolenti visti con gli occhi dei consumatori” un campione di 30 utenti divisi in due gruppi è stato messo alla prova: i partecipanti erano invitati a fare delle ricerche su una SERP, raggiungere il sito dello store e acquistare degli articoli online.

Risultato? La compravendita si concludeva, in grosse percentuali tra gli utenti più inesperti, su un sito non autorizzato, probabilmente fraudolento. Le motivazioni sono molteplici: scarsa attenzione, creazione di URL contraffatti, scarsa comprensione degli standard minimi di sicurezza, bassa familiarità con l’utilizzo del sito a causa di un UX design scadente.

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Registrando i movimenti oculari è stato possibile individuare un vero e proprio percorso del modo di pensare dei partecipanti durante l’intero customer journey fino al traguardo del carrello per l’acquisto. Non solo, tra i risultati era possibile identificare quali zone della pagina attirassero maggiormente l’attenzione e quali fossero meno “importanti” allo sguardo complessivo. Il team di TSW Experience Lab, composto da Dottori di ricerca, tecnici e operatori specializzati in Ergonomia e Psicologia Applicata, ha potuto ricavare così tutta una serie di risultati importanti.

Il comportamento dei navigatori più esperti è molto diverso e di rado cadono in trappola, ma una grossa percentuale delle persone che navigano e comprano online rischiano di venire truffati o acquistare prodotti contraffatti a causa dell’alta propensione alla ricerca del miglior affare, del prezzo più vantaggioso. In generale, l‘aspetto estetico e l’usabilità sembrano influenzare l’affidabilità percepita del sito che si sta visitando, molto più della correttezza dell’URL.

Lo IAT e la brand perception

Lo IAT (Implicit Association Test), un test nel quale vengono misurate le associazioni implicite che si vengono a creare nella mente delle persone tra un brand e un valore, è un utile strumento al fine di indagare, in maniera oggettiva, la brand perception, fornendo interessanti spunti, soprattutto se posto a confronto con un competitor. La percezione del brand è un fattore strategico da monitorare per capire se il posizionamento desiderato all’interno del mercato è stato adeguatamente raggiunto, come dimostra il test IAT Audi VS Mercedes: oltre alle risposte esplicite sono state esplorate anche le risposte implicite, misurate in base al monitoraggio dei tempi di latenza con cui i soggetti hanno risposto.

È stato inoltre illustrato come il test IAT possa essere utilizzato per comprendere se uno spot televisivo stimoli adeguatamente i valori del brand. Quando rispondiamo a un sondaggio o ad un’indagine di mercato, tendiamo a non essere completamente “sinceri”, anche se spesso non ce ne rendiamo affatto conto.  Non esistono, infatti, solo risposte esplicite, ma anche risposte implicite che possono condizionare realmente il nostro comportamento e la nostra scelta.

Il test, svolto in una situazione controllata presso il TSW Experience Lab di Treviso utilizzando il software Millisecond Inquisit 5 Lab, è stato somministrato nel dicembre 2016 ad un campione di utenti costruito selezionando 40 partecipanti di sesso maschile e femminile, di età compresa tra i 28 e 40 anni e con un profilo sociodemografico coerente con i target dei due brand.

I risultati delle risposte esplicite hanno dimostrato una netta similarità nella percezione dei due brand, Audi e Mercedes, con una leggera variazione sul carattere della sportività, in cui Audi prevale.

Cosa accade, però, analizzando le risposte implicite del target sottoposto al test? Audi “vince” il confronto con Mercedes sul piano della sportività, della potenza, e dell’impatto ecologico. Mercedes a sua volta risulta essere più affidabile, più elegante ma anche più costosa rispetto ad Audi.

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L’Implicit Association Test si conferma uno tra i metodi più efficaci per indagare gli aspetti impliciti associati ai brand da parte di clienti potenziali ed effettivi. Verificare in modo puntuale quanto l’immagine del proprio marchio sia coerente con il posizionamento desiderato risulta essere un’attività di rilevanza strategica, fondamentale per guidare ogni strategia e azione di marketing.