Quando si parla di sport esplode la passione, l’interesse va alle stelle e gli utenti alzano la soglia d’attenzione. Per questo ogni evento sportivo merita di essere raccontato con attenzione, dando la giusta importanza alla narrazione non solo dell’evento in se ma facendo caso a restituire un piano più esperienziale: le sensazioni dell’atleta, gli episodi più importanti della gara, quali sono le emozioni che si possono tastare durante gli attimi prima, dopo e durante la performance sportiva.
A scatenare l’empatia è la forte corrispondenza valoriale che in ogni sport si può respirare, fra pubblico, team e atleti: il tifoso e la sua vera e propria fede sono la leva su cui costruire una comunicazione efficace.
Le aziende possono approfittare di questa capacità di attrarre che è insita in ogni disciplina sportiva, arricchendo la propria content strategy di contenuti che facciano riferimento ad appuntamenti precisi: se si è bravi, si può sfruttare l’attenzione che l’evento genera per far focalizzare gli utenti su un determinato messaggio.
Certo, l’esercizio non è semplice: bisogna saper toccare le leve giuste, senza limitarsi al compitino. Noi ninja abbiamo provato a stilare una piccola lista di consigli, per sfruttare le conversazioni che puntino su topic legati allo sport, proprio per imparare ad andare oltre la semplice “produzione di contenuto” e dare un vero valore aggiunto al follower. Arricchire l’esperienza sui canali di brand presenti sui social media con una puntina di sport non può che essere positivo: però per essere efficaci bisogna saperlo fare.
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Utilizzate lo storytelling
Gli eventi sportivi non sono solo un insieme di gare e risultati: sono anche storie, aneddoti, persone che partecipano e lavorano al dietro le quinte, tanti dettagli che possono essere sviluppati con un approccio narrativo. Scegliete un punto di vista diverso da quello che si potrebbe già vedere o leggere su un magazine dedicato o al TG e raccontate un episodio inedito, magari collegato al brand che rappresentate, focalizzandovi sui momenti che gli appassionati non riuscirebbero a vedere. Fate sentire le emozioni del vivere l’evento in prima fila attraverso contenuti narrativi, che siano facilmente memorabili. Il risultato sarà assicurato!
Create video che coinvolgano i protagonisti dello sport
Riuscire ad entrare in contatto coi propri beniamini è il sogno di tutti i tifosi. Impiegare i video per facilitare questo contatto, può essere la scelta giusta. Dare vita a racconti che possano mostrare il lato più intimo e umano delle personalità sportive, potrebbe essere il modo migliore per caratterizzare ulteriormente il proprio contenuto… A maggior ragione considerando come il video sia sempre più il linguaggio preferito dagli utenti social. Clip che coinvolgano atleti o squadre, magari in situazioni fuori gara e che mostrino situazioni inedite, potrebbero per questo diventare un elemento decisivo in una comunicazione che voglia distinguersi. Il potere emozionale dei contenuti visuali è molto più forte e aumenta l’interazione: i video possono essere la vostra arma segreta!
Usate la gamification
Gli appassionati sono sempre incuriositi dai fatti che riguardano la loro squadra del cuore, il loro ciclista preferito o il tennista più forte. Scoprire l’ennesima curiosità sul proprio attaccante di calcio o pilota preferito ha un’altissima probabilità di trattenere negli spazi di brand ogni appassionato. E allora, intrattenere il proprio pubblico con dei quiz per farli giocare e scoprire informazioni curiose può essere una soluzione vincente. Abbinare anche delle ricompense per portarli a partecipare in prima persona all’evento e fargli provare un’esperienza unica, può diventare la ciliegina sulla torta. D’altronde, lo sport non è un gioco?
Pianificate un Instagram takeover coinvolgendo un atleta di punta
Si tratta di una pratica abbastanza diffusa all’estero, meno in Italia, che vede i brand affidare il proprio account Instagram a una personalità quotata e apprezzata, che per un breve periodo produce i contenuti per conto dell’azienda. Perché non pianificare un Instagram takeover da parte di un atleta che possa raccontare l’evento in prima persona sul profilo del marchio? Questo offre un punto di vista personale ed esclusivo, quello del campione che racconta come si vivono determinati momenti e sensazioni, in maniera più diretta e autentica rispetto ad altri old media.
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Insomma, lo sport è una passione che va condivisa, perché aggrega un pubblico che si ritrova come detto su in determinati valori, talmente forti da coagulare passione e partecipazione. Le aziende che riescono a incastrare tutti i pezzi e mettere a regime la spinta che un evento sportivo sa generare, possono vantare una marcia in più.
Golosi di tutto il pianeta, a rapporto! Il vostro sogno è quello di tuffarvi in una piscina piena di dolci praline e dare un morso ad un palloncino dal colore brillante e fatto di zucchero? Allora fate le valigie, la vostra prossima visita sarà al “Museo del Gelato” a Los Angeles.
Ideato da Maryellis Bunn e Manish Vora, è un omaggio al museo che si trovava a New York, ma è quattro volte più grande ed è già “sold out”. È un’esposizione creata per mettere allegria, stimolare l’immaginazione e unire le persone. Il museo è composto da 10 stanze, con eccentriche installazioni che sembrano uscite dalle pagine del romanzo la “Fabbrica del Cioccolato”.
All’entrata i visitatori saranno accolti in una stanza rosa, piena di telefoni, dove saranno invitati a rispondere e riceveranno addirittura una chiamata speciale da Seth Rogen che fornirà istruzioni sul tour al museo.
Proseguendo, nella stanza California, si potrà assaporare il primo di una serie di gelati, circondati tra palme rosate e murales in perfetto stile californiano appunto. Successivamente si passerà ad una galleria piena di banane gialle e rosa, ne sono un centinaio; qui potrete mettervi alla ricerca della banana nascosta e graffiare le pareti dei muri, per una sorpresa sensoriale! La sala affianco è quella con gli orsi gommosi, sono mescolati tra le sculture più grandi e viene voglia di abbracciarli.
Per quanto riguarda l’aspetto olfattivo, sarete inebriati dagli odori di menta e cioccolato, dove è collocato un campo di cacao ricco di piante di menta. Proseguendo, nella stanza arcobaleno, la morbidezza delle caramelle di cotone vi regaleranno una sensazione di leggerezza e spensieratezza e per chi fosse alla ricerca dello scatto perfetto, c’è la possibilità di scattarsi un selfie, saltando su un trampolino per catapultare lo spettatore sotto la famosa collina di Hollywood.
Nella sala degli ingredienti dei gelati, è possibile ammirare anche due set di scarpe con dei dolcini che fanno venire l’acquolina in bocca, create da Rhonda Voo e poi divertirsi a scegliere il punto di vista migliore per fare scatti ai ghiaccioli giganti e colorati, perfetti per foto social e a prova di like su Instagram. Oltre i ghiaccioli, ci sono anche dei coni realizzati da Abel Bentin, sonoattaccati alle pareti dei muri, sembrano sciogliersi per poi cadere al suolo.
Provate a resistere a tanta dolcezza, ai colori shocking e soprattutto al buonumore!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/Museum_IceCream_042017_166_MD.jpg7201079Mariagrazia RepolaMariagrazia Repola2017-05-23 10:30:222017-05-23 17:00:17Museum of Ice Cream, la tappa perfetta per tutti i golosi!
Chi non ha mai dimenticato qualcosa su un mezzo di trasporto pubblico? Che si trattasse di un libro, di un paio di occhiali da sole o di un pupazzo di pezza, a tutti è successo almeno una volta nella vita: quella bruttissima sensazione di rendersi conto, magari a giorni di distanza, che qualcosa mancava all’appello nella borsa.
Immagina se questa terribile sensazione dovesse provarla un bambino, per aver perso il suo migliore amico di pezza. Ci stiamo già tutti commuovendo, non è vero?
Questa è esattamente la storia di #SadBunny accaduta in Australia.
#SadBunny, il coniglietto smarrito
Un coniglietto triste è stato trovato lo scorso 19 maggio a viaggiare da solo su un treno di Sidney, così un passeggero che lo aveva notato, Andrew Parker, l’ha fotografato e ha postato la storia su Twitter:
“Sono triste, un bambino ha perso il suo coniglietto dalla carrozzina scendendo alla stazione di Wynyard”.
Il coniglietto triste è stato quindi consegnato all’ufficio oggetti smarriti della compagnia di treni locale, che ha sua volta postato la storia, come aggiornamento del post di Andrew, che nel frattempo aveva raccolto circa 5 mila tra retweet e like.
BUNNY UPDATE: Bunny is now safely with our fantastic staff. We’re still waiting for the owner to come forward to be reunited. #SadBunnypic.twitter.com/K7hfeNnqon — Trains Info (@TrainsInfo) 19 maggio 2017
All’episodio è stato attribuito l’hashtag di #SadBunny e la storia nel frattempo ha iniziato a fare il giro del social, con utenti che twittavano le reazioni dei loro coniglietti alla notizia da tutto il mondo.
Lo sforzo per far ricongiungere il povero coniglio di peluche con la legittima proprietaria è stato enorme e tutti hanno sperato in un lieto fine, che è arrivato, dato che il giorno dopo Terence Zhong, il papà della bambina che aveva smarrito il suo coniglietto, ha potuto riconoscere il pupazzo e reclamarlo dalla compagnia di treni.
Famiglia riunita e un grande ringraziamento per tutti quelli che hanno contribuito a questo finale con il sorriso. ?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/DAPqRLdXcAAuCYs.jpg366650Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2017-05-22 15:16:472017-05-23 17:19:46#SadBunny, la storia del coniglietto di peluche tornato a casa grazie a Twitter
La settimana scorsa, il giudice distrettuale degli Stati Uniti William Alsup ha parzialmente avallato le richieste di Waymo, emettendo un provvedimento inibitorio contro UBER sullo sviluppo di auto a guida autonoma.
Ma da dove nasce lo scontro tra la società di Alphabet e UBER?
1. La vicenda legale in sintesi
La startup Otto di Anthony Levandowski, ex-dipendente di Waymo, è da tempo parte di UBER, interessata ad accrescere il proprio know how sui veicoli a guida autonoma.
Parte fondamentale dell’acquisizione è stata la tecnologia dei sensori di telerilevamento LiDAR, che pare però fossere frutto di informazioni rubate a Waymo, controllata di Alphabet, holding che include anche Google Inc.
Negli ultimi giorni, il giudice incaricato di seguire la causa ha preso due decisioni vincolanti.
2. UBER e Levandowski
Per prima cosa, Alsup ha rigettato la richiesta di UBER di risolvere la controversia ricorrendo all’arbitrato.
In caso di presunti illeciti legati ad argomenti particolarmente tecnici, è piuttosto comune ricorrere a una commissione di arbitri privati. In questo caso, però, la richiesta di UBER avrebbe avuto l’immediato effetto di secretare la vicenda sino all’esito finale, poiché non avrebbe avuto luogo un pubblico processo.
A complicare ulteriormente la posizione di UBER, la scelta di Levandowsky di non testimoniare, avvalendosi del diritto costituzionale di non auto-incriminarsi. Per questa sua scelta rischia il licenziamento, come esplicitato dal Consigliere Generale Salle Yoo.
La linea difensiva adottata dalla compagnia di trasporti è dunque quella di non negare che Levandowsky abbia trafugato informazioni sensibili, ma di sostenere che queste non siano mai giunte a UBER in nessuna forma.
3. I primi esiti della battaglia legale: la mezza vittoria di UBER
L’altra evoluzione della vicenda concerne il provvedimento del giudice Alsup che, in attesa di ulteriori sviluppi, regala una mezza vittoria ad entrambe le parti.
UBER non dovrà interrompere i suoi studi sui sistemi di guida driverless, ma Levendowsky è interdetto dal prendervi parte fino alla chiusura del processo. La società è soddisfatta di poter “continuare a costruire e utilizzando tutta la sua tecnologia”.
Per ora, non c’è nulla di certo sull’evolversi dell’accusa di furto e sulla possibilità di un’indagine penale separata. Il giudice Alsup ha tuttavia dichiatato che non vi siano dubbi che Levandowsky abbia tradito il patto di fiducia con Waymo e che UBER avrebbe quantomeno dovuto sapere che l’ingegnere era in possesso di file trafugati.
Inoltre, al di là delle somiglianze tra i sistemi LiDAR adottati dalle due società, un altro fatto alimenta i sospetti delle autorità: UBER non avrebbe a richiesto a Levandowski di firmare un documento che garantisse il non utilizzo di proprietà intellettuali inerenti il vecchio lavoro, come avvenuto all’assunzione di altri altri ex dipendenti di Alphabet/Google.
4. Le alleanze strategiche e tecnologiche sulle self-driving car
Oltre alle questioni legali, UBER deve affrontare quelle legate alla doppia natura del suo business: il noleggio e le tecnologie driverless.
L’anno scorso, il CEO Travis Kalanick ha proposto un’alleanza strategica a Tesla, ricevendo da Elon Musk un rifiuto e un consiglio: limitare i propri interessi al solo ride hailing. Poco tempo dopo, è stato annunciato il Tesla Network, un programma per le auto a guida autonoma.
Al contrario, una recente intesa è stata raggiunta tra Waymo e Lyft, servizio di trasporto relativo ai taxi diretto concorrente di UBER negli Stati Uniti. Non sono ancora noti i dettagli, ma le due aziende collaboreranno per integrare la tecnologia di uno con la rete di trasporti dell’altro, contribuendo alla diffusione delle driverless car.
Le evoluzioni stretegiche e legali, ancor più che tecnologiche, mantengono costante l’attenzione dei media sul futuro del settore trasporti. Riuscirà UBER a tenere il passo o sarà travolta da questioni legali di varia natura?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/uber-self-driving-car.jpg546970DoubleharkenDoubleharken2017-05-22 15:00:252017-05-23 17:01:38UBER-Waymo: la vicenda legale spiegata in 4 punti
Si sapeva già che l’Italia era la patria del buon cibo, ma con Seeds&Chips il Bel Paese è diventato anche la casa del cibo del futuro, alimenti sostenibili dalla creazione alla tavola, ricchi di ecologia e conditi con un po’ di tecnologia.
L’edizione 2017 appena conclusa ha visto protagoniste nuove tecniche di coltivazione e nuovi alimenti in grado di nutrire i popoli del mondo con il minor sforzo possibile e utilizzando ingredienti largamente disponibili.
Proprio in questo ambito, per il primo anno, è stato indetto il premio Nextfood Award by Image Line, un riconoscimento dato al cibo del futuro e grazie al quale la startup vincitrice ha ottenuto una partnership per lo sviluppo del prodotto, del pack e del lancio sul mercato.
Il vincitore? Seamore Food, una startup olandese, protagonista nella pasta partendo da un’alga irlandese.
Seeds&Chips 2017, il summit di nazionalità italiana in cui domina la Food Innovation
Seed&Chips non è una semplice fiera, ma, anche grazie alla collaborazione con Tuttofood, è diventata il punto di riferimento mondiale per investitori, startup ed autorità nel campo delle innovazioni Food. Una quattro giorni in cui le startup del settore possono presentarsi, fare rete ed incontrare possibili investitori che cambino il loro futuro.
Seed&Chips prende in considerazioni il futuro degli alimenti a 360°, dalla produzione e coltivazione, alla distribuzione ed utilità, per premiare soluzioni innovative che permettano al nuovo cibo di essere sostenibile a livello produttivo, ma che siano anche in grado di sfamare le popolazioni mondiali in continua crescita.
Per l’edizione 2017, le novità presentate sono state tante e 13 sono state le startup che si sono assicurate i rispettivi premi per le loro capacità di rappresentare il cibo del futuro.
Scopriamo insieme quali sono state le startup che hanno fatto la differenza.
Ci sembra giusto partire dalle tre startup italiane: The Vegetarian Butcher, Robonica, Coffe Hat.
La prima si è distinta per lo sviluppo di alimenti vegani capaci di rappresentare perfetti sostituti di derivati animali sia in materia di sostenibilità che di sapore, in grado di conquistare anche i più accaniti carnivori.
La seconda ha creato una serra domestica che sfrutta la tecnologia idroponica per permettere a tutte le casalinghe del mondo di produrre le proprie verdure home-made.
L’ultima ha scelto invece di puntare tutto sull’eccellenza del caffè scegliendo e distribuendo le migliori qualità di caffè accompagnate da genuinità e tracciabilità.
Nel campo “soluzioni per la coltivazione” si sono contraddistinte Agrologies (Grecia) – che ha studiato un sistema tecnologico per l’irrigazione automatica, AeroFarms (USA) – alle prese con un sistema di agricoltura verticale al coperto in cui i vegetali vengono coltivati senza luce solare, terreno o pesticidi.
Per la sezione “ingredienti del futuro” troviamo i nomi di Ingredient Optimized by Plasma Nutrition (USA) – in grado di migliorare le prestazioni delle polveri proteiche in ambito sostenibilità e salubrità; Food Pairingand Tailor Made (Belgio) – che grazie alle ricerche di mercato e all’automazione sta creando i sapori del futuro; INDI (Israele) – impiegata nel cibo per i neonati, un alimento adatto a tutti i bambini del mondo perchè vegetale al 100% e anallergico; RISE Products (USA) – che ricicla le rimanenze di orzo per trasformarle in farina per prodotti da forno; infien Seamore Food (Olanda) – la startup vincitrice del premio Nextfood Award by Image Line che ha studiato un nuovo sostituto della pasta a base di alghe.
Per la sezione “tecnologie al servizio dell’alimentazione” troviamo Flatev (Svizzera) – in grado di studiare soluzione di cottura personalizzate, anche in monoporzione; Blue Cart (USA) – che ha creato una piattaforma online per rendere più snello il processo di approvvigionamento alimentare del sistema Ho.Re.Ca.; Impact Vision (UK) – che punta tutto sul riconoscimento delle immagini con la tecnologia iper-spettrale: basterà fare una foto del prodotto per sapere tutte le informazioni nutrizionali e di preparazione.
Nextfood Award by Image Line il nuovo premio dedicato al cibo del futuro
Nextfood Award by Image Line è il contest internazionale che nell’edizione 2017 di Seeds&Chips ha esordito premiando la startup Seamore Food.
L’obiettivo di questa competizione era premiare la startup con il prodotto a proprio marchio che rappresentasse il cibo del futuro per innovazione e sostenibilità. La partecipazione al contest era totalmente gratuita ed erano ammessi prodotti che racchiudessero cinque caratteristiche fondamentali:
Innovazione per ottenere una produzione sostenibile
Riduzione dell’impatto ambientale produttivo
Avessero prodotti dedicati all’alimentazione degli utenti finali
Prodotti stimolanti nella relazione e comunicazione tra produttore e consumatore finale.
Il vincitore si è assicurato un percorso completo per lo studio e la produzione del packaging, uno stagista del politecnico di Torino in grado di aiutare in modo concreto l’azienda nel disegno del pack e una consulenza di marketing a 360° per il lancio sul mercato.
L’edizione 2017 ha registrato 4000 candidature provenienti da 39 Paesi diversi e durante i giorni di Seeds&Chips ha fornito consulenze gratuite in materia di food innovation e food marketing alle startup interessate, oltre che consigli sulla creazione di un pack ecosostenibile, uno degli obiettivi fondanti del contest.
Seamore Food e le tagliatelle che hanno conquistato la giuria del Seeds&Chips
Vegan e Gluten Free, dal sapore di mare e povera in carboidrati ecco come potremmo riassumere i valori nutrizionali di I Sea Pasta, il prodotto di punta di Seamore Food, vincitore del premio Nexfood Award.
Seamore Food studia il suo prodotto dal 2013, quando il fondatore si ritrova nel piatto degli spaghetti fatti di alga e intuisce che visti i valori nutrizionali e l’ampia disponibilità di materia prima questo vegetale marino potrebbe rappresentare il vero cibo del futuro.
Così, nel 2015, I Sea Pasta è ufficialmente pronto per il lancio sul mercato.
I Sea Pasta è a base di una specie selezionata di alga irlandese che una volta trasformata può essere trasformata in un sostituto perfetto della pasta di grano che può essere cucinata secondo la miglior tradizione culinaria.
Ma la famiglia Seamore Food annovera tra i suoi prodotti anche un sostituto del più croccante e succulento prodotto culinario: il bacon, chiamandolo I Sea Bacon, una versione salutare e verde, ma altrettanto croccante se fritta, che possa dare una marcia in più ad insalate e hamburger.
Carnivori arrendetevi! Dopo questa edizione di Seeds&Chips 2017 il cibo del futuro sembra essere green, contro gli sprechi, ma soprattutto vegan, siete pronti?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/1227-Medium.jpg7681152EmikoEmiko2017-05-22 12:30:372017-05-23 07:23:47Futuro e food: tutto quello che è successo a Seeds&Chips 2017
Il food delivery è ormai una tendenza che ha conquistato tutto il mondo, tanto da essere arrivati già a quella che potremmo definire la versione 2.0: soprattutto in USA, Australia e Nord Europa, infatti, si è diffusa la meal kit delivery. Un altro elemento in grado di accrescere l’industria del food, oggi più che mai in forte sviluppo, oltre che a causare molto disordine sia tra i distributori di prodotti alimentari che tra i ristoranti.
Di cosa si tratta? Un servizio di consegne a domicilio che offre delle box con ingredienti già dosati, e spesso in parte preparati, per iniziare subito a cucinare dei piatti prelibati, seguendo anche ricette di noti chef internazionali. La convenienza dei meal kit, insieme alla qualità delle materie prime, un servizio di consegna curato, ingredienti freschi, fanno di questo nuovo trend un modo innovativo per reinventare il mondo della cucina.
Ovviamente non manca l’attenzione ai vari tipi di diete, dato che la maggior parte delle aziende o startup che lavorano in questo campo offrono anche molte proposte vegan o gluten free.
Quello che si deve fare con i meal kit, quindi, non è altro che aprire la propria box e cucinare secondo le indicazioni fornite dal kit stesso, con un risultato diverso dai classici cibi surgelati o dagli altri servizi a domicilio: in questo modo si cucina con la garanzia di usare prodotti freschi anche se non sono acquistati al mercato di fiducia e, soprattutto, c’è la soddisfazione di prepararsi un grande piatto con le proprie mani.
www.hellofresh.com
Forse è proprio per questo che l’interesse per questo servizio è notevolmente cresciuto negli ultimi anni, ed è evidente che i meal kit sono diventati una vera e propria alternativa (valida) all’uscire a mangiare fuori, almeno dove il servizio si è diffuso maggiormente. D’altronde, si passa sempre più tempo fuori dalle proprie mura domestiche, e le occasioni per cercare prodotti o ingredienti freschi, da poter cucinare e consumare a casa, sono sempre meno. Utilizzare alimenti di qualità e ottimizzare il proprio tempo libero, quindi, è ciò che offrono questi kit, con la possibilità di prepararsi piatti che altrimenti non si avrebbe la possibilità di realizzare.
www.fanceat.com
Gli USA sono il primo mercato a cui si può far riferimento per quanto riguarda la meal kit delivery, e le aziende che la fanno da padrone sono sicuramente Blue Apron, Hello Fresh (nata però in Germania) e Plated. Tutti questi brand offrono ampi menù settimanali, da cui chiunque può scegliere il piatto da ordinare e poter cucinare a casa. Oltre a questo, c’è la possibilità di costruirsi un piano di consumo in base a quante persone compongono il nucleo familiare, quanti pasti si vuole ricevere, e alle proprie abitudini alimentari o a diete particolari.
Oltre agli Stati Uniti, i mercati di punta riguardano il Regno Unito e la Germania. In Italia, in questo settore, si è diffusa notevolmente la startup piemontese Fanceat, che mira a far arrivare nelle case degli italiani un box che contiene l’occorrente per cucinare piatti gourmet provenienti da ristoranti di alto livello, differenziandosi proprio per il fatto che la consegna riguarda prodotti di qualità superiore, che seguono al 100% ciò che il mondo ci invidia: la nostra cucina.
www.fanceat.com
Se la meal kit delivery sia solo una moda passeggera o rappresenti il futuro dell’industria del cibo ancora non possiamo stabilirlo con certezza, anche se il trend è in continua crescita. Alcuni dubbi riguardano certamente i prezzi, forse ancora eccessivi, e l’impiego notevole di carta, plastica e altri materiali nel packaging. Tuttavia, la convenienza e la qualità offerte contribuiscono a un servizio che già di per sé si dimostra innovativo e molto intrigante.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/copertina1.jpg7681366Andrea ZucchiattiAndrea Zucchiatti2017-05-22 12:00:142017-05-23 11:46:47Meal kit delivery: il trend che sta rivoluzionando il nostro modo di mangiare
Grazie al servizio delle Iene del 14 maggio scorso, si è scatenato anche in Italia il dibattito sulla Blue Whale, il terribile gioco che sembrerebbe indurre giovani adolescenti deboli e depressi al suicidio. In tanti stanno alimentando conversazioni che invocano uno “stop”, anche se di vera e propria emergenza non si dovrebbe parlare, considerando che casi conclamati, almeno nel nostro Paese, sembrerebbe non ce ne siano stati.
In molti si sono affrettati a dire che la Blue Whale Challenge fosse in realtà una leggenda metropolitana. L’ormai nota inchiesta esclusiva del periodico russo Novaya Gazeta, la prima a parlare apertamente di una sorta di catena di Sant’Antonio che conduce, dopo un inesorabile lavaggio del cervello, al suicidio, è stata messa in discussione più volte. Eppure, i dubbi rimangono, visto anche la delicatezza del tema.
Quanto c’è di vero? E quanto invece è stato inventato di sana pianta? Proviamo a rispondere cercando di isolare qualche insegnamento utile a comprendere le meccaniche che sui social media possono svilupparsi.
Le origini
È difficile determinare quando sia effettivamente nato il termine Blue Whale, e quando sia stato associato alla prima volta al “gioco”. Ciò che possiamo determinare, è che le conversazioni online non sono state molto nutrite, almeno fino a qualche mese fa.
Andamento nell’ultimo anno solare – Hashtag #F57, #BlueWhale, #BlueWhaleChallenge, #BlueWhaleGame
Se ci spostiamo dall’alfabeto occidentale per andare sul cirillico, il confronto si fa interessante. L’hashtag in russo per indicare BlueWhale sembra essere #Морекитов e sembra seguire un altro percorso, diverso rispetto a quelli citati nella prima immagine.
Andamento nell’ultimo anno solare – Hashtag #Морекитов
Come si può osservare, le conversazioni pubbliche messe a confronto portano ad evidenziare come anche nei paesi madrelingua russa già nel febbraio 2017 vi sia stato un incremento del buzz attorno ad hashtag riconducibili al fenomeno (seppur in misura decisamente minore). Tranne quel 10 ottobre 2016, dove si registra un picco.
#Морекитов – Hashtag pubblicato il 10 ottobre
Cosa succede quel giorno?
Viene pubblicato su un anonimo canale YouTube, GapZter, questo video:
Il brano in sottofondo è di un dj russo, Ganju: il filmato non è altro che il videoclip di un brano dedicato a Rina Palenkova, la teenager suicida il 27 novembre 2015 e considerata da molti come “il modello di riferimento” per quelli che dovrebbero essere i partecipanti al Blue Whale Game.
Gli hashtag che accompagnano il videoclip sono #f53 #f57 #f58 #d28 #морекитов #тихийдом #хочувигру #млечныйпуть #явигре. In particolare quelli con i numeri sono facilmente riconducibili – sempre secondo la leggenda metropolitana, o presunta tale – all’inizio della sfida. Possiamo quindi affermare che in Russia i primi risultati “certi” possono essere certificati quindi alla seconda metà del 2016, anche se già nella prima metà dell’anno si comincia a parlare anche in Occidente di un preoccupante aumento del numero di suicidi fra gli adolescenti, probabilmente in virtù di una sorta di catena di Sant’Antonio collegata a gruppi nei social network dedicati al suicidio. Ad esempio, questo è un video condiviso il 22 maggio 2016, che riprende il servizio di una TV inglese: Negli stessi giorni, anche i media russi ripropongono la notizia. Facendo una ricerca su YouTube, i materiali dalla Russia sono veramente moltissimi: è possibile ritrovare anche video di suicidi e salvataggi all’ultimo minuto (questi ve li risparmiamo), lasciandosi guidare dai suggerimenti della piattaforma. In ogni caso, le date possono essere riconducibili tutte allo stesso periodo. Secondo il servizio delle Iene, l’altro Paese in cui la Blue Whale ha visto i suoi primi, nefasti effetti è stato il Brasile. Anche in questo caso, possiamocertificare come ben prima dell’hype registrato dalle conversazioni online negli ultimi mesi, fosse noto un probabile meccanismo dannoso per i ragazzi. In verità, pur cercando nelle pieghe del web, almeno fra i post ancora visibili non siamo riusciti a identificare riferimenti così remoti, come appunto visto in Russia. È però un fatto che già lo scorso anno si cominciasse, sottovoce, a parlare di “Balena blu” anche in portoghese. I primi post di sensibilizzazione sono invece certificati a quest’anno, quasi a sottolineare come il problema fosse concreto e fosse necessario dotarsi di strumenti utili ad affrontarlo.
E in Italia? A dirci la propria esperienza è Lucilla, un’adolescente che abbiamo sentito per l’occasione: “Ne ho sentito parlare per la prima volta più o meno a inizio marzo. YouTube mi ha mandato una notifica riguardante il video di una ragazza [una YouTuber ndr] che avevo già visto alcune volte, il titolo mi ha incuriosito perché pensavo fosse una nuova challenge (queste tipologie di video sono le mie preferite perché mi divertono molto) e cosí ho guardato il video, la ragazza ovviamente ne parlava in modo negativo. All’inizio ho pensato non fosse vero benchè avessi visto qualche # circolare su Instagram però non ne ho dato molta importanza ma quando circa due mesi dopo i miei genitori mi hanno chiesto se conoscevo questo gioco ho cominciato ad informarmi meglio e a capire che non si trattava di uno scherzo e cosí ho guardato altri video e alcuni servizi per informarmi.” Quindi, in un sottobosco di informazioni meno ufficiali, è già un paio di mesi che quest’informazione circola sui social media, anche in Italia. Rimane il dubbio di quanto sia credibile la possibilità che siano realmente riflessi di una diffusione ben pianificata, a opera di un’organizzazione come palesato dall’ormai arcinoto servizio delle Iene. In questo la risposta di Lucilla è abbastanza rincuorante: “Personalmente non mi sono mai imbattuta in veri e propri gruppi [dedicati al suicidio ndr] ma mi sono imbattuta in tanti # di persone che volevano loro stessi essere “reclutati”.” La notizia insomma, come tutti i trend del web, è montata dal basso, e senza diventare mainstream ha cominciato a diffondersi in maniera capillare fra i giovani internauti, attratti e spaventati da un’aura di mistero e dall’indiscutibile fascino horror che il tutto portava con sè. Tutto questo parlare potrebbe sì portare un effetto negativo: l’emulazione. In molti cominciano a chiedere di giocare, magari attratti dalla suddetta aura di mistero ma non consapevoli delle reali conseguenze: la contaminazione ha portato in moltissimi social network di molti Paesi diversi post di questo genere:
Come vedremo, forse, paradossalmente non un male. Ma continuiamo nella nostra analisi.
Fra percezione e realtà, rimane una domanda: e i contenuti?
Lo scenario rimane abbastanza nebuloso. Per ora l’unica cosa certa è che la stampa – soprattutto italiana – non è riuscita a riportare correttamente le notizie riguardanti questa storia. Certamente, un fondo di verità dovrebbe esserci, considerando che anche Anonymous ha fatto un annuncio per dare la propria lettura sulla diffusione della Blue Whale Challenge.
A marzo, per di più, gli stessi hacker annunciano di aver intercettato alcuni dei curatori.
Detto questo, alcuni dubbi rimangono.
Philipp Budeikin, invece, è una certezza. Finora considerato il presunto ideatore della Blue Whale Challenge, non è stato arrestato come erroneamente riportato da alcuni organi di stampa pochi giorni fa, bensì già nel novembre 2016 (anche se, ad esempio, la BBC – citata da IlPost.it – parla di qualche giorno fa, così come altri organi di stampa riportano la notizia che l’arresto sia avvenuto lo scorso febbraio), ed è quest’informazione che lascia interdetti: se la meccanica era già nota nello scorso novembre, come mai non è stato possibile identificare un trend montante nelle conversazioni online che rimandassero a questo fenomeno? Anche dalla semplice analisi che vi abbiamo proposto, emerge quanto nell’arco di un anno solare non vi siano incrementi rilevanti rispetto alle conversazioni, e anzi, per interi periodi non vi siano cenni rispetto alle keywords utili a entrare nel gioco.
Delle due, l’una: o il gioco è effettivamente una montatura, frutto di una leggenda metropolitana che ha ricevuto un inaspettato boost da un’irripetibile successione d’eventi (filmati di suicidi circolati online, l’arresto di un soggetto psicolabile che ha effettivamente avuto un ruolo nel suicidio di alcuni soggetti deboli amministrando un gruppo dedicato online, un hashtag nato per caso) oppure un fondo di verità c’è, ma non è da ricercarsi in un fenomeno di massa come quello che descrivono i media.
“Qui in Italia si è cominciato a parlare di questo gioco quando un ragazzo livornese si è suicidato buttandosi da un palazzo. Quando hanno pensato che questo suo gesto potesse essere collegato alla challenge allora la voce si è diffusa, e adesso la maggior parte delle persone conosce la Blue Whale. Penso che in Italia non ce ne si è accorti prima perché i giornali, la televisione e gli adulti in generale non parlano di questi fatti finchè non succede qualcosa di grave sul nostro territorio.” Lucilla, l’adolescente con cui abbiamo avuto un colloquio, non sembra mettere in dubbio l’esistenza del fenomeno: semmai, discute la capacità dei media (e degli “adulti”) di rilevare una tendenza – preoccupante o meno, non importa.
Partiamo dal presupposto, anzi, facciamo finta che la Blue Whale esista sul serio: come dovrebbe essersi sviluppata, considerando le evidenze sopra esposte e sottolineando come la partecipazione stessa non doveva essere materialmente dichiarata al mondo?
Un post trovato su Instagram, di un’aspirante partecipante alla Blue Whale
Fra le tante ricostruzioni che sono state lette, uno dei punti comuni sembra essere che i primi “partecipanti” siano stati “reclutati” in gruppi chiusi su VK: spazi quindi altamente targetizzati, che lavorano su profili di persona decisamente verticali. Microbacini su cui concentrare un eventuale sforzo dissuasorio, se effettivamente alla base vi fosse un obiettivo preciso.
Quando l’argomento tocca la massa, sembra esserci un’inversione di tendenza. Ad esempio, facendo una ricerca su Reddit è possibile trovare thread di discussione molto articolati, in cui gli utenti scambiano informazioni sulla cosa, ma non – apparentemente – per provare a partecipare, quanto, semplicemente, per scoprirne di più, quasi fosse un altro lo scopo del gioco: trovare la fonte di tutto.La viralizzazione della Blue Whale Challenge, insomma, a un’analisi più approfondita non sembra esser un vantaggio per gli organizzatori presunti, perché mostrandone tutti i lati più perversi, il rilascio di contenuti vagamente riconducibili al terribile gioco (annunci, foto, semplice impiego degli hashtag collegati) scatena una serie di interventi esterni, frutto della ramificazione sociale dell’utente, che ne potrebbero rallentare l’effettiva partecipazione.
In altri termini: se un aspirante adolescente suicida volesse partecipare alla Blue Whale Challenge, e lo scrivesse su Instagram, oggi scatenerebbe una ridda di commenti a sfavore del gesto (com’è giusto che sia), che lo potrebbero costringere a desistere.
La viralità non sarebbe un supporto per gli organizzatori: semmai, un problema.
Detto questo, allora, perché creare un’attività di questo genere?
Partendo sempre dal presupposto che le regole siano vere (sempre attraverso una ricerca su Reddit, i cinquanta punti riportati anche da IlGiornale.it negli scorsi giorni sono reperibili su diversi thread, anche in lingue diverse) spicca la sempre crescente richiesta di produzione di contenuti, collegata a una generica serie di attività volte a far perdere al malcapitato coscienza della propria situazione.
Una conversazione prea da Reddit, in cui si fa cenno a un video dove una ragazza sembra procurarsi dei tagli: NB il video ora è offline.
Sono proprio quei contenuti l’oggetto del contendere: sono infatti moltissime le risorse di contenuto più disparate, ad esempio, che circolano nel deep web. La domanda quindi è: la Blue Whale – sempre che esista nella meccanica cui siamo venuti massivamente a conoscenza – potrebbe essere una trappola per indurre soggetti deboli a produrre contenuti per il piacere perverso di terzi? Il suicidio, in questo caso, non sarebbe che una modalità per evitare ai soggetti coinvolti di dover spiegare non solo il perché, ma soprattutto il chi avesse richiesto quelle foto e quei video, e perché.
Una teoria strampalata, forse: o forse no. D’altronde, sono stati tantissimi i casi in cui catene di Sant’Antonio apparentemente innocue si sono rivelate essere raffinate tattiche per guadagnare contenuti altrimenti difficili da ottenere (ricordate la sfida alle mamme del 2016?). La Blue Whale potrebbe essere stata frutto di un meccanismo nato dal desiderio malato di qualcuno, per ottenere materiale video e fotografico altrimenti altamente difficile d’ottenere (e, sul mercato della perversione che si può nascondere nel sottobosco della Rete, fonte di alti guadagni). Non sarebbe la prima volta, visto ad esempio le inchieste su filmati e fotografie estreme nati con gli scopi più disgustosi, come raccontato anche da Vice.com, e che impegnano ancora oggi gli inquirenti di tutto il mondo nel cercare di arrestare i responsabili della realizzazione e diffusione.
I social network, insomma, sarebbero un canale utilizzato sì per catturare vittime inconsapevoli, ma non nelle modalità massive di cui in questi giorni si è discusso: paradossalmente, se c’era un modo per demolire il meccanismo perfido e meschino della Balena Blue, quello era proprio permettere che diventasse un trending topic facendo partire dal basso anche la spinta “positiva” per sensibilizzare il segmento di pubblico più indicato.
L’importante è che se ne parli: l’opera di sensibilizzazione riuscirà, oltre che a far desistere i presunti organizzatori nel continuare a mettere in pratica il loro folle piano, anche probabilmente ad attirare l’attenzione su molte situazioni di disagio, a forte rischio emulazione. Ripetiamo: questa è una teoria. Ma non ci stupirebbe che, per l’ennesima volta, i “cattivi” avessero scelto di sfruttare un’ampia dose di creatività per fare del male, al semplice scopo di guadagnarci qualcosa.
Rimane un interrogativo: cosa possono fare i grandi network social per non diventare luogo in cui – anche marginalmente – si sviluppino fenomeni come quello descritto? E cosa possiamo fare noi utenti dei social?
Certamente, combattere l’inciviltà imperante che si respira su Facebook & co. è solo un primo passo. Il secondo è però prendere coscienza che ogni network sociale è un mondo in cui ognuno recita un ruolo: quale, dipende da ognuno di noi. E se dei responsabili effettivamente esistono, allora la ricetta per fermarli è una e una sola: parafrasando Giovanni Falcone, follow the content. Basterà risalire alla distribuzione di ogni materiale inviato e ricevuto per ricostruire la presunta rete criminale che si nasconde dietro la Blue Whale Challenge, ma soprattutto individuarne gli scopi.
Nella prossima puntata dell’inchiesta, sentiremo uno psicologo delle nuove tecnologie, specializzato in cyberbullismo, che ci spiegherà quali sono i meccanismi che scatenano interesse in fenomeni come la Blue Whale: un modo in più per capire al meglio gli effetti a lungo periodo dei social media sul pubblico più giovane e sensibile.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/depresso_ragazzo.jpg667999Francesco GavatortaFrancesco Gavatorta2017-05-22 10:30:422017-05-23 08:34:19Blue Whale: fra falsi d'autore, pericoli reali e diffusione di contenuti
È lunedì e sapete cosa succede il lunedì? C’è la rubrica Epic Win & Fail ovviamente, pronta come sempre a raccontarvi il meglio e il peggio passato sui vostri feed social la scorsa settimana.
Mettetevi comodi e godetevi le ultime dal web: offriamo noi, come sempre!
Epic Win
In occasione della giornata mondiale contro l’omofobia del 17 Maggio pochi brand italiani si sono fatti avanti con campagne a sostegno dell’iniziativa e tra questi abbiamo scelto i due migliori: Ferrarelle e La Feltrinelli. Il colosso dell’acqua minerale per l’occasione si è rifatto l’etichetta e ha scelto lo slogan “siamo tutti effervescenti” per ribadire il concetto di uguaglianza.
L’altro tweet che tanto ci è piaciuto è quello de La Feltrinelliche celebra la bandiera LGBT con una pila di copertine colorate e la massima virgiliana “Omnia Vincit Amor” (l’amore vince tutto).
Quanti di voi stavano facendo il conto alla rovescia per la premiere della terza stagione di Twin Peaks? A giudicare dal fermento sui social moltissimi.
We're going back to a world both wonderful and strange. Celebrate the premiere with the new Twin Peaks profile frame!
Insieme al nuovo profile frame personalizzato di Facebook con cui poter celebrare l’uscita della nuova stagione, spunta su Twitter anche l’Emoji della red room (la stanza con le tende rosse luogo dei sogni di Cooper, per intenderci).
David Lynch e ShowTime hanno lavorato egregiamente per non far trapelare notizie sulla serie pur gestendo l’attività social affinché tensione e curiosità salissero ai massimi livelli: per noi questa lunga attesa è stata un Epic Win con i fiocchi.
Epic Fail
Avete presente quando poche righe fa avete letto dell’egregio lavoro di Lynch e ShowTime nel non lasciar trapelare notizie sulla serie? Ecco, dimenticatelo perché Sky Italia a meno di 24 ore dalla premiere (che doveva andare in diretta contemporanea con gli Stati Uniti alle 3:oo am del 22 Maggio) ha sbadatamente messo a disposizione la serie TV su Sky On Demand per l’intera mattinata del 21 Maggio.
La voce non ci ha messo molto a spargersi e l’hashtag #TwinLeaks ha spopolato su Twitter fino a mezzogiorno, quando Sky si è accorta con qualche ora di ritardo, che molti italiani si stavano godendo in anteprima la serie. Abbonati fortunati.
Questa settimana però si è parlato anche di cose meno divertenti, cioè del fenomeno Blue Whale. Per chi se lo fosse perso, tutto è partito da un servizio de Le Iene del 14 Maggio che mostrava filmati di suicidi, interviste a due madri delle vittime e altri testimoni delle ripercussioni di questo gioco virale che indurrebbe al suicidio in 50 prove.
Il 15 Maggio compare la voce Blue Whale su Wikipedia e il giorno seguente social media e stampa iniziano a parlare di questo gioco scandaloso con titoli ai limiti del sensazionalismo.
Vittima innocente di questa storia, una piccola taverna ligure chiamata La Balena Blu che centinaia di persone hanno iniziato a recensire.
Altri invece, purtroppo non hanno ben capito la differenza tra il locale e l’originale, pazienza.
Dulcis in fundo: l’Epic Fail di Twitter. La piattaforma di microblogging ha scatenato l’ira della comunità LGBT apportando delle modifiche ai profili dei suoi utenti. Più precisamente dal giorno 17, Twitter permette ai suoi user di vedere e controllare i dati che gli advertiser possono utilizzare per le loro campagne mirate.
Tra questi dati c’è anche una variabile fondamentale: il genere. Ma senza chiedere nulla ai propri utenti Twitter ha liberamente assegnato loro il sesso, maschile o femminile, dimenticandosi dei transgender.
Caro Twitter, questo sì che è un super Epic Fail!
Unsurprisingly Twitter's new gender algorithm ignores tweeting about being trans all the time (deleted and reposted b/c oops personal info) pic.twitter.com/uknVh0fqFM
E con questo è veramente tutto. Speriamo di avervi saziato di notizie epiche almeno per questa settimana. Per chi non si accontenta mai l’appuntamento è lunedì prossimo, stay tuned!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/ferrarelle-omofobia.jpg800800Chiara MoriniChiara Morini2017-05-22 10:30:322017-05-22 14:40:31Blue Whale, Ferrarelle contro l'omofobia, #TwinLeaks: Epic Win & Fail della settimana
Facebook fornisce svariate tipologie di advertising sulla propria piattaforma. Proviamo a chiarirci le idee e individuare alcuni banali errori da evitare per massimizzare le nostre campagne a pagamento.
Non avere una strategia con una pianificazione
Prima di partire, è importante avere chiari gli obiettivi della campagna e le proprie risorse a disposizione (in termini di budget, ma anche di materiali creativi), in modo da saper scegliere la tipologia di inserzione consona, strutturare la campagna e ottimizzare i risultati.
Credits: Adobe Stock #131137192
Utilizzare bacini di pubblico troppo ampi
Profilando poco o male il tuo pubblico corri il rischio di raggiungere le persone sbagliate e il tuo messaggio non arriverà a chi è interessato, quindi la tua campagna sarà poco efficace. Raccogli più informazioni possibili per delineare il tuo target e i suoi interessi e definisci il tuo pubblico di riferimento.
[TIPn.1: Utilizza la ricerca interna di Facebook e gli insights sul pubblico forniti dal Business Manager!]
Partire senza aver fatto dei test preventivi
Sperimenta prima di partire con la tua campagna definitiva. Fai dei test partendo con un budget di prova minimo (prova col 10% di quello che intendi spendere), varia la creatività, il messaggio testuale, il pubblico di riferimento, gli interessi e prova a mettere un’inserzione per gruppo in modo da capire quale funziona meglio e raddrizzare il tiro.
[TIP n.2: Ricordati quando fai i testi di dare nomi chiari e precisi ai diversi gruppi in modo da non confonderti!]
Non vendere direttamente
I messaggi troppo autoreferenziali purtroppo non funzionano per tutti. Facebook rimane un social media basato sul dialogo e gli utenti vogliono avere informazioni utili e interessanti o che li intrattengano. Fatti conoscere, coinvolgi l’audience e costruisci un rapporto di fiducia con chi ti segue. Il tutto e subito con i social media non funziona bene.
Non utilizzare “Metti in evidenza il post”
È quello che distingue una gestione professionale delle Ads da una amatoriale. Quel tasto che ti ammicca sotto ai tuoi post non ti permette di avere tutte le funzionalità che hai invece nella gestione delle inserzioni. La definizione dei dettagli è importante ed è proprio il punto di forza dell’advertising su Facebook.
Sottovalutare l’analisi dei dati
Sulla base degli obiettivi, analizza le metriche importanti per la tua campagna e tieni in considerazione i risultati, ti aiuteranno ad affinare i prossimi investimenti!
[TIP n.3: Non dimenticarti di installare il pixel di Facebook nelle pagine del tuo sito web, ti aiuterà molto a registrare le conversioni, creare il pubblico personalizzato e ottenere dati di insights interessanti.]
E tu, hai altri consigli da suggerirci per utilizzare al meglio gli strumenti di Facebook Advertising? Scrivicelo sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/facebook_advertising_errori_da_evitare.jpg11191678Michela FeniliMichela Fenili2017-05-22 10:30:152017-05-22 17:18:47Facebook Advertising: tutti gli errori da evitare
I social media sono quel luogo dove i clienti hanno piena voce e libertà di esprimersi e senza non poche conseguenze per le aziende, costrette a vedere pubblicate recensioni o commenti negativi che mettono a repentaglio la loro reputazione.
Basti sapere che, secondo una statistica elaborata da New Voice Media, circa un terzo dei clienti (31%) condivide online la propria esperienza negativa con un business, commentando sui social e lasciando pericolose review.
Ma come bisogna reagire per arginare il più possibile i danni?
Il problema principale dei commenti negativi su Facebook è la velocità di diffusione del cosiddetto word-to-mouth o passaparola. Un cliente insoddisfatto, infatti, è più propenso a rendere pubblica la propria esperienza e “avvertire” i futuri potenziali clienti.
Mantenendo la calma, è possibile formulare una risposta adeguata a questo tipo di situazione, vediamo come.
Rispondere ad ogni costo
La prima regola consiste proprio nel non ignorare i commenti del cliente insoddisfatto e cercare di rispondere il prima possibile. Il cliente che lascia un feedback negativo si aspetta una risposta da parte della compagnia e l’attesa potrebbe far incrementare il livello di insoddisfazione.
Keep it short and simple
Formulare una risposta corta e semplice, della lunghezza di circa tre frasi comunicando la piena comprensione del problema da parte vostra. Nel caso in cui fosse necessaria una risposta più elaborata o che lasci trasparire dettagli delicati, invitare il cliente ad una conversazione one-to-one in privato.
Scusarsi e…
Sembra una cosa scontata, ma è non è mai abbastanza porgere le scuse al cliente e soprattutto dare la propria disponibilità per risolvere il problema.
… ringraziare!
È importante ringraziare il cliente per il tempo messo a disposizione per formulare il feedback, ricordando che non tutto il male viene per nuocere e le critiche possono essere un punto di partenza per migliorarsi.
Rassicurare il cliente!
Spiegare come verrà risolto il problema ora, oppure in un futuro ed eventualmente offrire un buono sconto o un’agevolazione, come seconda occasione per usufruire nuovamente dei servizi o prodotti del vostro business.
Per fare un esempio, ecco una risposta da parte di Booking.com a un cliente insoddisfatto.
E voi come ve la cavate con le risposte?
Fateci sapere sulla nostra pagina di Facebook e nel gruppo di LinkedIn.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/arrabbiato.jpg640960Federica ComiFederica Comi2017-05-22 10:30:052017-05-22 10:54:145 tips utili per rispondere ai feedback negativi sui social
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