Audi rivela il suo nuovo logo: bold, minimal e digital first. Una nuova immagine in bianco e nero e dall’anima “digital” sta per trasformare l’intera corporate identity del brand.
Lo stile minimal che combina design contemporaneo, innovazione e massima funzionalità si dimostra un trend ancora forte. La casa tedesca ha attuato una strategia che permetterà di avere una presenza in rete chiara e identificativa.
L’approccio digital first di Audi
Audi è solo una delle tante aziende che ha introdotto la versione flat del logo, a scapito delle versioni tridimensionali.
“The interface becomes the brand”: l’azienda di auto di lusso dimostra il suo approccio digital first per il corporate design, e punta sull’aspetto chiaro e distintivo del brand su tutti dispositivi, moderni e futuri.
All’inizio di quest’anno, la società ha svelato la sua nuova identità in un portale. L’estetica complessiva è audace, minimal e trasmette sicurezza, è lussuosa per incarnare il vero mood delle automobili.
Il progetto è stato realizzato da Strichpunkt, con sede a Stoccarda e Berlino, in collaborazione con TEAM KMS, con sede a Monaco.
“Per Audi abbiamo sviluppato un corporate design digital first nel concept e nella progettazione, adottando un approccio veramente olistico e interdisciplinare per la creazione di principi che possano essere validi per tutti i media e i dispositivi” dichiarano da Strichpunkt.
Quattro anelli per domarli tutti
Progettata per essere flessibile e modulare, la nuova identità si fonda su principi dinamici invece di seguire regole rigide. Le linee ridotte al minimo e la scelta di una tavolozza semplice, in bianco e nero, rendono il logo sobrio ed essenziale.
Sono diversi i brand che hanno ricevuto critiche per i loro loghi flat, blandi e poco attraenti. A differenza di altri, il marchio ridisegnato per Audi continua a trasmettere un senso di eleganza e di fiducia attraverso elementi di design innovativi, come la libera disposizione del logo.
Ecco alcuni esempi di applicazione del logo sui materiali aziendali:
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/nuovo-logo-audi-esempi.jpg10211000Giuseppe TempestiniGiuseppe Tempestini2017-05-16 10:30:542017-05-16 17:16:00Audi svela il suo nuovo logo: bold, minimal e digital first
Come ogni lunedì, anche questa settimana non ti facciamo mancare i migliori annunci stampa della settimana appena trascorsa.
Oechsle: Mom doesnt want it – Stream Iron e Bath Scale
Oechsle, una catena di elettrodomestici peruviana, in occasione della festa della mamma ha deciso di aumentare i prezzi di alcuni prodotti come bilancia e ferro da stiro. Perché? La mamma questi oggetti in regalo non li vorrebbe proprio!
L’idea brillante è stata sviluppata dall’agenzia Fahrenheit.
Visto che il messaggio lanciato dall’azienda è quello di abbattere gli stereotipi, a colpo d’occhio la scelta dei colori nelle tonalità del rosa non sembra molto coerente. Ma il rosso è anche fra i colori principali nella Corporate Identity di Oechsle, quindi lasciamo correre la scelta come puramente estetica.
Advertising Agency: Fahrenheit DDBl, Lima, Peru Executive Creative Director: Ricardo Chadwick
Executive Account Director: Alberto Goachet
Creative Director: Sergio Franco Tosso
Head of Art: Luciano Leone
Copywriter: Hugo Elespuru
Art Director: Yoshi Ishikawa
Agency Producers: Vane Díaz, Alexandra Barrio
Production Company: Señor Z
Directors: Bacha, Chinon
Trust Cargo International: Bear, Crocodile e Falcon
TBWA Argentina ha realizzato questa campagna per Trust Cargo International, ditta specializzata nei trasporti di pesce fresco ai ristoranti.
Negli annunci stampa precedenti dell’azienda, il protagonista principale era un pesce che saltava fuori dall’acqua, immerso in paesaggi simili a quelli dell’attuale campagna.
Qui il falco, l’orso e il coccodrillo sono pronti a pescare la loro preda, ovvero l’aereo che trasporta il pesce fresco.
Molto suggestiva soprattutto la realizzazione.
Advertising Agency: TBWA\Buenos Aires, Argentina
Chief Creative Officer: Pablo Poncini
Executive Creative Directors: Juan Cruz Bazterrica, Guillermo Castañeda
Creative Team: Matías Abbondio, Vanesa Pogoda
Photographer: Corbis Images
Digital Artist: Juan Erasmo
I am GAP
La campagna estiva di Gap porta la diversità nel marketing a un nuovo livello: invece di utilizzare modelli reali, è stato realizzato un casting per strada, per trovare 20 persone molto diverse da tutto il Paese, mentre le fotografie e i video della campagna sono stati girati in sei diverse città, per comprendere tutte le tipologie di ambienti: naturale, rurale, urbano. In un’America sempre più divisa, la campagna sviluppata anche per gli annunci stampa porta un messaggio forte di inclusione.
Advertising Agency: Untitled Worldwide, USA
Creative Director: Brynn Heminway
Photographer / Director of Video and Photo: Valerio Spada
Rodenstock: See better, look perfect
Cosa accade quando qualcuno non indossa gli occhiali e gli scattano una foto? L’agenzia tedesca Serviceplan ha provato a riportare la tipica espressione di chi ha bisogno di un paio di occhiali ma rifiuta di indossarli sul viso di una serie di modelle. Il risultato? Meglio fare un giro dall’ottico di fiducia.
Advertising Agency: Serviceplan Campaign X, Munich, Germany
Chief Creative Officer: Alexander Schill
Executive Creative Director: Hans-Peter Sporer
Creative Director: Sandra Loibl
Art Directors: Michael Lux, Björn Köbe, Shari Bremer
Photographer: Jana Edisonga
LATAM: On Board Entertainment System
LATAM Entertainment è il sistema di intrattenimento a bordo di LATAM Airlines, privo di schermo individuale. I passeggeri possono aprire l’applicazione direttamente sui loro Smartphone, Tablet o Laptop durante il volo e avere accesso ad una gamma completa di film, serie TV, spettacoli musicali e programmi per bambini.
L’annuncio stampa creato da McCann ci mostra come sia facile sentirsi come al cinema o a teatro anche su un aereo.
Advertising Agency: McCann Workgroup, Colombia
Chief Creative Officer: Samuel Estrada
Executive Creative Director: Alejandro Bermudez
Creative Directors: Pablo Naval, Diego Melo, Daniel Gonzalez
Art Directors: Diego Melo, Carlos Revollo
Copywriters: Pablo Naval, Manuel Espítia
Illustrator: Carlos Revollo
Hogarth & Ogilvy: Bad design
Il cattivo design può influenzare perfino la vita sessuale. Parola di Ogilvy, che dell’amore per design e branding ha fatto una ragione di vita.
Advertising Agency: Hogarth & Ogilvy, Athens, Greece
Creative Director / Art Director: George Pytharoulis
Copywriter: Zoi Korovesi
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/oechsle_-_mom_doesnt_want_it_-_steam_iron.jpg14081000Marina NardonMarina Nardon2017-05-15 17:00:112018-03-03 00:18:48Oechsle, Hogarth & Ogilvy e GAP: i migliori annunci stampa della settimana
Ogni azienda, anche se a diversi gradi di intensità, si sta spingendo sempre più verso la tecnologia. Anche per le piccole imprese è importante non lasciarsi scappare le opportunità che possono migliorare le attività di business, soprattutto in termini di intelligenza artificiale e di automazione.
Ecco, quindi, alcune previsioni per il 2017.
1. Chatbot indipendenti e capaci di imparare autonomamente
I chatbot stanno divenendo sempre più comunemente utilizzati dalle imprese. Queste interfacce cambieranno drasticamente la maniera con la quale computer e persone interagiscono.
Se per il momento siamo abituati ad utilizzare tastiera e mouse, ad esempio, in futuro sempre più spesso parleremo con i nostri PC.
La user experience sarà non solo più comoda ma anche più divertente. Oltre a lavorare autonomamente, questi sistemi saranno capaci di imparare, migliorando da soli.
2. Si condivideranno sempre più dati
Le piccole e medie imprese dovranno unire le forze per gestire il volume di dati raccolti su ogni device, nel rispetto della privacy dei loro utenti.
In questa maniera, si avrà il vantaggio dato dalla possibilità di attingere da un database molto più ampio che permetterà di capire meglio come i clienti si comportano e ciò di cui hanno bisogno.
3. Blockchain: più fiducia e trasparenza
Blockchain è essenzialmente un libro mastro condiviso che permette a tutti i partecipanti di avere accesso al database. Per fare un esempio, funziona con questo modello il sistema dei Bitcoin.
Questo tipo di sistema è incredibilmente trasparente e crea ovviamente fiducia in coloro che fanno parte del network.
Inoltre, la tecnologia sottostante il blockchain potrebbe rivoluzionare il business model di molte imprese, soprattutto intermediarie, riducendo notevolmente il carico di lavoro.
4. Il flusso del denaro sarà rivoluzionato
Il modo in cui usiamo il denaro e effettuiamo i nostri pagamenti è già cambiato: pagamenti in-app e one-click, tramite smartphone e website. In futuro, un numero sempre maggiore di soluzioni permetterà anche alle imprese di gestire in maniera più semplice le proprie transazioni con fornitori e clienti.
La tecnologia è sempre più accessibile e raggiungibile. Le piccole e medie imprese avranno maggiore possibilità di integrare nel loro business l’utilizzo di software e piattaforme cloud-based globali.
Così, anche le realtà più piccole e con meno risorse potranno diventare più innovative, scoprendo nuovi modi di lavorare.
6. Saranno create nuove figure professionali
La digitalizzazione offre nuove e sconosciute opportunità per i piccoli business. I flussi di dati che nascono dai vari device sono un piccolo tesoro che le imprese dovranno capire come utilizzare.
Questo richiede ovviamente l’impiego di nuove risorse specializzate.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/03/marketing-e-intelligenza-artificiale.jpg5631000Francesca TiloccaFrancesca Tilocca2017-05-15 15:45:222017-05-16 00:07:546 trend tecnologici per il futuro delle piccole imprese
Vergani & Gasco, digital agency italiana fondata nel 2000 da Luigi Vergani e Nicola Gasco, si è aggiudicata – con oltre 3,5 milioni di voti raccolti nei venti giorni della votazione – il premio della giura popolare del Webby per il sito Style Novels, giudicato il miglior sito al mondo nella categoria Architecture/Design.
“L’emozione è tantissima”, raccontano Luigi Vergani e Nicola Gasco, volati a New York per ritirare il premio che verrà consegnato proprio questa sera durante la cerimonia ufficiale durante la serata di gala al Cipriani di Wall Street.
“Solo essere nominati al Webby è un onore riservato a pochi, vincere è stato incredibile”.
Team Vergani & Gasco
Style Novels, un racconto di arredamento e design
Il sito premiato, Style Novels, è una vera chicca: un racconto di arredamento, design, rane ed amore con molto stile ed un pizzico di ironia.
La storia è articolata in tre capitoli, ognuno caratterizzato da un tema ben preciso e dai propri simboli: un ambiente lacustre popolato da pesce sfuggenti ed un busto “immerso” nei propri pensieri, un giardino che ospita rane intente a meditare e girini che nascondono un segreto, ed un ambiente che evoca il tema del viaggio, sia dei sensi che interiore.
Assegnato annualmente dall’International Academy of Digital arts and Sciences di New York, a cui appartengono personaggi del calibro di David Bowie, Martha Stewart, Arianna Huffington e Matt Groening, il Webby Award è un premio internazionale che premia l’eccellenza su Internet nelle categorie come siti web, pubblicità interattiva, film e video online e sui cellulari.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/team_verganiegasco.jpg6681000KumikoKumiko2017-05-15 11:00:352017-05-16 00:09:40Vergani & Gasco premiata a New York con il Webby Award 2017
Facebook ha dichiarato di voler aiutare la sua comunità di utenti a mantenersi ben informata e ad avere una esperienza positiva nell’uso della piattaforma, perciò ha studiato un modo per capire quali sono i post da considerare fuorvianti, sensazionalistici e spam.
Dal 10 maggio scorso, la piattaforma di Zuckerberg ha lanciato un aggiornamento globale per far sì che nel newsfeed di ciascun utente compaiano meno notizie di bassa qualità e più notizie che mantengano l’esperienza d’uso della piattaforma positiva.
L’aggiornamento punta quindi a togliere ogni incentivo, anche economico, a chi pubblica post col solo fine di generare traffico verso siti contenenti pubblicità inadeguate, eccessive, fraudolente o che generino spam.
L’uso della IA
Greg Marra, Product Manager di Facebook, ha dichiarato:
“abbiamo visionato centinaia di migliaia di pagine Web e selezionato quelle che avevano la caratteristica di avere poco o nessun contenuto sostanziale e molte pubblicità scioccanti, perturbanti, fuorvianti”.
Per ottenere questo risultato, Facebook ha infatti prima identificato e selezionato migliaia di pagine con il contenuto incriminato, individuato secondo queste caratteristiche:
scarso contenuto testuale
con contenuto non pertinente
con un eccessivo numero di inserzioni pubblicitarie
con inserzioni pubblicitarie scioccanti, fuorvianti o ingannevoli.
Con le tecniche del machine learning Facebook ha poi usato le liste per addestrare i programmi di IA a riconoscere gli schemi che caratterizzano una pagina di bassa qualità, includendo quindi anche il riconoscimento di immagini per tenere sotto controllo il revenge porn.
Non è possibile, proprio per le tecniche usate, definire una lista precisa di caratteristiche che faccia rientrare una determinata pagina tra quelle da penalizzare.
Si potrebbe citare il famoso detto del giudice che doveva pronunciarsi in una causa in cui un proprietario di cinema (Nico Jacobellis) era accusato di diffondere materiale pornografico, per avere proiettato un film di Louis Malle con una scena di meno di un minuto di sesso esplicito. Il giudice della corte suprema disse infatti: “Non riesco a definire la pornografia, ma la riconosco quando la vedo”.
Su Facebook è disponibile una piccola guida che può però servire come orientamento. Una immagine vale più di mille parole, si dice, e sono presenti quindi anche esempi di siti che saranno penalizzati dal nuovo algoritmo.
Le conseguenze
L’algoritmo sarà implementato gradualmente nei prossimi mesi. Gli editori che non hanno contenuti simili a quelli descritti nei loro siti, non solo non ne risentiranno, ma potrebbero addirittura essere premiati con un lieve incremento di traffico, gli altri lo vedranno ridursi.
Per decidere quali siano le notizie da mostrare nel newsfeed degli utenti, questo non è l’unico segnale che l’algoritmo di Facebook analizza, e perciò Facebook stesso nel suo comunicato stampa, incoraggia tutti coloro che hanno una pagina a continuare a pubblicare le notizie che il pubblico gradisce.
Oltre ad un minor traffico derivante dai link pubblicati sulla propria pagina Facebook, non ci saranno altri modi per scoprire se il proprio sito è stato penalizzato.
Greg Marra ha inoltre spiegato che non ci saranno strumenti di alcun genere a disposizione degli amministratori per controllare il “ranking” delle loro pagine relativamente a questi criteri.
In questo modo non sarà possibile trovare il modo per aggirare l’ostacolo.
Il futuro per i gestori di pagine
Non è certo una novità la battaglia di Facebook contro i link di bassa qualità, il click baiting e le fake news, ma con quest’ultima novità la gestione di una pagina Facebook diventerà sempre più una scienza complessa da maneggiare con cura e capacità specifiche. Non solo per creare contenuti accattivanti che creino engagement, raccolgano like e generino condivisioni, ma anche per ottimizzarli in modo da evitare penalizzazioni.
Potrebbe sembrare esagerato parlare di FEO (Facebook Engine Optimization: qualcuno può suggerire un acronimo migliore sulla nostra pagina Facebook?) ma forse il momento è arrivato: Facebook infatti ha iniziato a penalizzare le pagine che pubblicano link come quelli di cui abbiamo parlato in questo post, ma da molto tempo già lo fa per i link con un alto grado di bounce rate, oppure che registrano una grande disparità tra il numero di clic dati e like ricevuti, commenti lasciati, condivisioni ottenute.
Alla necessità di ottimizzare i propri contenuti per soddisfare i criteri SEO e ottenere traffico, sarà dunque necessario preoccuparsi anche di ottimizzarli per evitare le penalizzazioni di Facebook?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/Depositphotos_5753171_s-2015.jpg333500TakumiTakumi2017-05-15 09:37:392017-05-16 15:36:45Troppa pubblicità? Facebook penalizza i siti scadenti e con contenuti ingannevoli
Non è bello ripartire il lunedì sapendo che, da qualche parte nel mondo, dei Ninja hanno accuratamente selezionato per voi i migliori epic win e fail della settimana appena conclusa?
Ormai la rubrica #epicwinfail non ha più bisogno di introduzioni per cui mettevi comodi e godetevi la carrellata di perle scovate nelle profondità dei social.
Epic Win
Se siete amanti di Netflix e magari avete qualche problemino con la legge, vi consigliamo di far visita al sito ufficiale del prestigioso avvocato dello studio James M. McGill, protagonista di Better Call Saul, la serie spin-off prequel di Breaking Bad.
Il sito, che è un’efficace operazione pubblicitaria lanciata in occasione della terza stagione della serie, attualmente disponibile in Italia, nasconde però alcune insidie: per accedere, dovete accettare i famosi termini e condizioni. Beh, qual è il problema? Del resto lo fanno tutti. Ecco. Se siete entrati, avete appena accettato di acquistare 22 quintali di cemento e di prendere in custodia una famiglia (5 esemplari) di Cebus, simpatiche scimmiette dell’America Latina.
Bene, ora avete effettivamente bisogno di un avvocato.
La voglia di nuggets ha portato il giovane Carter Wilkerson a compiere un’impresa storica.
Con un tweet Carter ha chiesto alla catena Wendy’s quanti Retweet avrebbe dovuto ricevere per ottenere una fornitura gratuita di nuggets per un anno. “18 milioni” è stata la risposta secca di Wendy’s, ok “Consideralo già fatto” ha ribattuto coraggiosamente il ragazzo.
Tutto il resto è leggenda, Carter si appella al popolo di Twitter, rispondono alla chiamata account del calibro di Google, Microsoft e Amazon, insomma gente da pochi follower.
Attualmente, a quasi 3 milioni e seicentomila Retweet e quello di Carter è il tweet più condiviso della storia. L’obiettivo 18 milioni è lontano ma Wendy’s ha deciso di premiare l’audacia: Carter avrà i suoi nuggets.
Ma attenzione, abbiamo un vincitore! Anzi no.
È il caso di Luka Pibernik, ciclista sloveno di 23 anni che durante il Giro d’Italia ha festeggiato la vittoria della quinta tappa, con un giro del percorso in anticipo; l’esultanza prematura lo rallenta, viene presto superato dagli avversari e addio podio.
Un fail nello sport che diventa un win nella Rete: il giovane ciclista suscita simpatia, il suo errore, seppur grossolano, gli viene perdonato e sui social è lui il vero “vincitore morale”.
Epic Fail
Brutta storia quella tra la BBC e il cantante Francesco Gabbani, il rappresentante italiano agli Eurovision Song Contest. L’autore di “Occidentali’s Karma”è stato attaccato dall’account Twitter di BBC Eurovision, che ha commentato la sua performance con questa dichiarazione:
“Torna a casa Italia, sei ubriaca. (Oh Dio, speriamo che tu sia ubriaca.)”.
Il tweet ha scatenato molte reazioni negative ed è stato presto cancellato, ma come dicevano gli antichi latini: verba volant, screenshot manent e le prove non sono andate perse.
A gettare benzina sul fuoco ci si è messo anche il giudice rappresentante di San Marino che non ha dato esempio di buona vicinanza, assegnando a Gabbani solamente tre punti. In conclusione, caduta di stile per la BBC ma gran supporto, anche in chiave ironica, della comunità social al nostro artista.
In un tranquillo sabato pomeriggio dall’account Twitter del Presidente degli Stati Uniti parte un tweet di una sola parola: “We”. Trattandosi molto probabilmente di un errore, il cinguettio presidenziale è stato rapidamente rimosso, ma senza ripetere l’antico adagio latino, potete immaginare le reazioni del popolo di Twitter che, nonostante la rimozione, si è abbandonato alla creatività.
C’è chi ha continuato la frase partendo con brani storici come …are the World, we are the children o …will we will rock you.
Ma c’è anche chi, tra i più ottimisti, ha pensato che quell “We” fosse la prova che Trump stesse iniziando proprio in quel momento a leggere la Costituzione. Insomma, un We vale più di mille parole.
Ora potete tranquillamente iniziare la settimana ma ricordatevi che gli epic win e gli epic fail sono sempre dietro l’angolo e noi Ninja non ce ne lasceremo scappare nemmeno uno.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/epic-win-fail-settimana.jpg11362378Luca MarinelliLuca Marinelli2017-05-15 08:19:222017-05-16 00:11:09James McGill, il tweet più condiviso della storia, la BBC Eurovision: gli Epic Win e Fail della settimana
In un settore super-concorrenziale e innovativo, ricco di grandi player internazionali come quello del mobile payment, la storia di Satispay è quella di una piccola start up locale che riesce anno dopo anno a crescere a ritmi frenetici.
Il mobile payment è uno dei settori tech a maggiore crescita anno su anno: secondo le analisi dell’Osservatorio sul Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano, recentemente rilasciato per il 2016/2017, i pagamenti innovativi hanno superato quest’anno i 30 miliardi di Euro, e i soli pagamenti via mobile sono cresciuti del 63% nell’ultimo anno, raggiungendo una cifra complessiva di 3,9 miliardi di Euro di scambi.
E in questo settore si affacciano davvero tutti, a partire ovviamente dalle principali banche, che si sono attivate in diverse misure per digitalizzare i propri servizi, senza contare Paypal, che ha fatto sentire la sua voce agli italiani anche attraverso campagne televisive.
E poi ci sono una serie di player internazionali, più o meno connessi al mondo bancario e dei pagamenti, che però hanno deciso di lanciarsi in questo mondo: Apple Pay, che arriverà ufficialmente in Italia a breve, Google con il suo Android Pay e anche Amazon, che con Amazon Pay offre un servizio un po’ diverso dagli altri ma pur sempre concorrenziale nel momento in cui si parla di scambi di denaro.
Nella giungla del mobile payment in Italia
Orientarsi nella giungla del mobile payment non è scontato, visto che ogni produttore offre servizi diversi – c’è chi si concentra sul mobile remote payment, chi sullo scambio tra privati (mobile money transfer), chi sull’interazione con il POS nei punti vendita, e molte altre soluzioni innovative.
Satispay è riuscita a crescere basando il proprio modello di business su tre elementi:
semplicità, creando un’applicazione intuitiva simile a quelle di messaggistica;
sicurezza, perché utilizza solo il numero di telefono e l’IBAN dei propri clienti per i pagamenti, rendendo la procedura iniziale un po’ più macchinosa ma il risultato finale sicuramente più safe;
indipendenza, che è anche la principale differenza rispetto alla maggior parte degli altri player sopra citati.
Satispay, infatti, ha creato un network di pagamento indipendente da banche e operatori che consente, rispetto al tradizionale flusso di pagamenti elettronici con le carte, tramite solo un’app per smartphone di pagare sia nei negozi fisici che online, ma anche di scambiarsi denaro P2P con i contatti della propria rubrica. Il tutto in modo totalmente gratuito per gli utenti e incredibilmente conveniente per gli esercenti.
Ci siamo fatti raccontare la storia, i risultati e le aspettative per il futuro di questa azienda direttamente da Alberto Dalmasso, co-founder e CEO di Satispay.
Satispay – Da sx Dario Brignone, Samuele Pinta e Alberto Dalmasso
In un contesto super concorrenziale come quello visto sopra del mobile payment in Italia, come ha fatto una start up locale come Satispay a prosperare fino ad ottenere un finanziamento da 14 milioni?
La risposta va divisa in più parti. Essere una start up nata senza alcuna esperienza pregressa nel tradizionale mondo bancario e dei pagamenti ci ha consentito di guardare ai bisogni reali delle persone in modo privo di condizionamenti, e di elaborare una risposta partendo dalle ultime evoluzioni regolamentari, che per noi erano “pura opportunità”.
Questo ha portato alla creazione di un modello realmente innovativo e disruptive: un sistema che bypassa completamente gli strumenti tradizionali e per questo è talmente efficiente e conveniente da convincere privati, esercenti e investitori. Il mercato è in effetti in grande fermento ma ci sono davvero ancora molte differenze tra i vari servizi. Penso sia stato l’insieme di questi fattori, congiuntamente al valore della squadra che abbiamo formato, ad aver convinto gli investitori a darci nei primi due round 8,5 milioni, e che ha portato quello in corso già a una soglia di oltre 14 milioni, e non essendo chiuso potrebbe salire.
Quali sono le caratteristiche che vi contraddistinguono e, in un certo senso, vi proteggono dagli altri player in questa battaglia?
Questi servizi sono molto diversi. In generale non li temiamo, anzi diversi di questi li vediamo come un’opportunità di integrazione e quindi di crescita per noi. Questi colossi che stanno approcciando il mercato hanno il loro core business in altro, e il pagamento è un “accessorio”, spesso funzionale ad alimentare altri prodotti. Per noi il pagamento è il core business, e in questo servizio mettiamo la massima qualità.
Tra l’altro, noi siamo nati con un modello internazionale. Esistiamo in forza della direttiva europea dei pagamenti e dal giorno zero il nostro business plan è stato pensato su scala internazionale. Oggi siamo concentrati solo in Italia perché la nostra strategia di crescita fonda sul consolidamento saldo della leadership qui prima di sbarcare su altri mercati europei.
Satispay è un po’ il “tutto in uno” del mobile payment, quindi. Quanto le banche tradizionali sono ostacolate proprio dalla loro “tradizionalità” ad operare nel settore mobile?
Il settore bancario certamente si deve liberare da molti vincoli di “approccio” e “processo”. Qualche illuminato lo ha capito. Ad esempio, nel nostro azionariato come importante socio industriale figura ICCREA, la holding delle Banche di Credito Cooperativo; molte di queste banche territoriali sono straordinariamente attive nella proposizione di Satispay ai loro clienti, e questo genera grande vantaggio sia a noi che a loro.
Tra l’altro, noi siamo diventati Istituto di Moneta elettronica a Londra, mantenendo comunque la sede principale in Italia, perché esserlo là ci consente di gestire il nostro piano di espansione europeo erogando il servizio con estrema semplicità, cosa che non avremmo potuto fare dall’Italia.
Tutto l’ecosistema bancario è ormai sempre più spostato nel palmo della nostra mano e si potrebbe dire che il mobile payment è il presente dei pagamenti. A questo punto, qual è il futuro?
C’è ancora molto da fare. Noi che oggi abbiamo la leadership nel mobile payment in Italia, abbiamo 130.000 utenti attivi. Anzi, i nostri sono super attivi, perché utilizzano il servizio una media di 6 volte al mese e crescono di 500 nuovi utenti al giorno, così come gli esercenti che accettano Satispay sono 16.000 e crescono di 70 nuovi al giorno. Ma è chiaro che parliamo di numeri che devono ancora raggiungere la massa critica prima di far percepire in modo diffuso il cambio culturale nel pagamento.
Quindi direi che il futuro sarà la larghissima diffusione di questi sistemi, per diventare pressoché gli unici metodi di pagamento: nei negozi fisici e online, nella pubblica amministrazione e tra privati. Per noi, inoltre, il futuro parla le lingue d’Europa e vede la nostra identità di canale relazionale diventare sempre più forte. La nostra, infatti è una modalità di pagamento che offre un valore aggiunto al servizio nei negozi, eliminando le code, consentendo – ad esempio – in un ristorante di pagare comodamente dal tavolo o dalla macchina in un distributore, e soprattutto consente alla clientela di accedere ad alcune offerte esclusive.
Satispay è un canale molto efficace per promuovere la propria attività, tramite la funzionalità di cashback, che viene segnalato nell’app con un bollino in corrispondenza dell’icona del negozio; così, anche in periodi in cui non ci sono i saldi, l’esercente può attrarre maggiore clientela comunicando senza invadenza i vantaggi dell’acquisto presso il suo negozio. Questo fa di Satispay uno strumento ideale per costruire politiche di loyalty e promozione.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/DSC4964.jpg399600Ilaria CazziolIlaria Cazziol2017-05-12 17:23:362017-05-12 17:51:12Satispay e la corsa al mobile payment in Italia
L’attività di database building è per le aziende uno dei fattori di maggiore incidenza sulle performance delle loro campagne di marketing, con una ricaduta diretta in particolare sulle operazioni di Email Marketing.
Dalla creazione dei messaggi all’invio, dalla profilazione alle strategie di automation, la creazione del database è una fase intermedia del funnel di acquisizione, che consente di stabilire già una prima distinzione tra una campagna di successo e una che rischia invece di avere un risultato poco felice.
Una lista di contatti nutrita e a norma di legge consente infatti di esprimere il reale potenziale del canale email nel promuovere prodotti, servizi e identità del brand.
Si tratta del momento in cui è essenziale catturare il visitatore per ottenerne i dati personali e cominciare a costruire con lui una relazione. Assicurarsi di avere un bacino il più possibile ampio e in target è fondamentale per preparare la strada alle future conversioni. Dall’altro vi sono però anche i vincoli di legge che impongono cautela, trasparenza e rispetto dell’utente in ogni azione intrapresa che coinvolga i suoi dati.
Come fare quindi per costruire un database in modo lecito, efficace e trasparente? Quali sono le best practice da seguire? Come trasformare questi vincoli in un’opportunità per fare marketing in modo più rilevante per l’utente?
Il database building è un’attività delicata, che richiede tempo, pazienza e strategie specifiche, con l’obiettivo di porre le basi per una relazione costruttiva, proficua e duratura con i tuoi potenziali clienti. Per questo motivo aumentare la base di utenti è essenziale, ma va fatto con consapevolezza.
Ampliare la base di utenti che un’azienda è in grado di raggiungere via email e SMS significa avere un maggior numero di destinatari per le tue comunicazioni, ovvero più potenziali clienti. Tuttavia, un database alimentato in modo massivo, senza rispettare la libera scelta dell’utente, ma attraverso pagine ingannevoli o poco chiare, è più dannoso che di beneficio.
2. Definisci l’area di lavoro e sii chiaro
Alla base della costruzione di un database vi è la creazione di un compromesso ideale tra necessità di acquisire nuovi contatti e rispetto dell’utente.
Non parliamo solo di un rispetto etico, ma anche legale. Si tratta cioè di essere chiari con chi visita un sito web o una landing page, chiarendo cosa implica il rilascio dei dati personali.
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3. Punta sulla qualità del database, la quantità non è tutto
Oramai lo stai imparando, in ogni settore del marketing, soprattutto sul web, la qualità vince sulla quantità. Lo stesso vale per il tuo database.
Liste piene di utenti poco interessati al tuo prodotto o servizio fanno registrare performance più basse alle tue email inviate, danneggiano la reputazione delle tue campagne e penalizzano la deliverability del mittente.
4. Ottieni il consenso esplicito
Non importa che tu stia raccogliendo i dati tramite la pagina del sito, tramite una landing page o tramite la tua pagina Facebook. In qualunque contesto tu raccolga contatti, è sempre necessario ottenere il consenso esplicito da parte dell’utente. Lascia i box di accettazione della privacy liberi da flag, sarà l’utente stesso a scegliere liberamente e non si sentirà ingannato.
Inoltre, fornisci la documentazione necessaria sul trattamento dei dati: oltre a costituire un obbligo di legge, è anche una buona pratica per assicurarsi liste composte da utenti informati e ben disposti nei confronti del brand.
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5. Crea il tuo database pensando al futuro
Sapevi che dopo un anno in media il 30% degli indirizzi raccolti va perso per errori o disiscrizioni? E che il 25- 50% degli iscritti diventa inattivo, cioè non apre né clicca più alcun messaggio?
Creare un database è un’operazione strategica di lungo periodo, ecco perché tra le buone pratiche dovrai prevedere anche campagne di riattivazione, che ti permettano di recuperare almeno una parte di quei contatti e di non dover ricominciare ogni anno dal punto di partenza.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/Best-practice-e-idee-per-la-costruzione-del-tuo-database-per-lEmail-Marketing-2.jpg352500Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2017-05-12 14:30:422018-11-02 12:56:11Best practice e idee per la costruzione del tuo database per l'Email Marketing
“Il linguaggio della musica è un linguaggio che solo l’anima capisce, ma che l’anima non potrà mai tradurre”. L’anima no. Ma se entra in campo l’intelligenza artificiale, anche le citazioni più emozionali come questa di Arnold Bennett potrebbero essere stravolte.
La musica è infatti uno dei campi ideali per l’applicazione delle tecniche di AI (intelligenza artificiale), perché si basa su azioni come quelle del creare, comporre, analizzare ed eseguire, su cui poter applicare le analisi percettive basate sul riconoscimento delle strutture melodiche, armoniche, ritmiche e timbriche di vari generi.
Quanti generi musicali esistono?
C’è qualcuno che sì è divertito a creare una lista di tutti i generi musicali esistenti al mondo e ne ha individuato ben 1264!
Attraverso il sito Every Noise At Once si può navigare la mappa interattiva di tutti i generi musicali esistenti al mondo (sia come tag cloud che come lista) e ordinarla con una serie di criteri (similitudini tra un genere e l’altro, geografia, etc).
La mappa è stata generata con degli algoritmi che utilizzano le etichette usate dalla società The Echo Nest per catalogare la musica mondiale. Date un’occhiata per curiosità.
Di fronte a 1264 generi musicali, sebbene le differenze tra musica classica e rap siano chiare anche ai meno appassionati di musica, quanti di voi riuscirebbero a distinguere la belgian indie dal madchester, ad esempio?
Difficile per noi umani, ma non per un algoritmo grazie all’intelligenza artificiale.
Quando l’AI è in grado di riconoscere i generi musicali meglio degli esseri umani
Un esperimento di una compagnia inglese, la Cambridge Consultants, ha dimostrato che un sistema informatico riesce ad identificare generi musicali diversi, anche in caso di un’esibizione dal vivo, meglio di come farebbe un essere umano.
I ricercatori inglesi sono riusciti a sviluppare una nuova tecnologia di “machine learning”, ovvero di apprendimento automatico, in grado di rilevare informazioni musicali anche nelle circostanze più complesse.
Lo studio apre le porte a una nuova generazione di sistemi per la rilevazione di informazioni musicali e potrebbe servire a sviluppare metodi avanzati di organizzazione e ricerca nei database di musica. SostieneMonty Barlow, direttore del Machine Learning a Cambridge Consultants
Google e i duetti in musica con l’intelligenza artificiale
Anche Google sta facendo esperimenti con le intelligenze artificiali e la musica: il progetto Google Brain ha presentato lo scorso giugno Magenta, un software per la composizione musicale.
I duetti sono l’ultimissimo upgrade del programma Magenta: un pianista digitale che improvvisa accompagnamenti sulla musica suonata da persone in carne e ossa.
Sfruttando degli speciali algoritmi, il sistema può produrre nuove melodie sulla base del motivo suonato dal pianista umano, adeguandone il ritmo, le pause e la sinfonia. Davvero sorprendente!
Non solo duetti ma anche composizioni
Diversi siti di news di tutto il mondo, da settembre 2016, hanno iniziato a parlare di una “prima canzone scritta da un computer”: si intitola “Daddy’s Car” e l’ha composta un software sviluppato dalla Sony Computer Science Laboratory.
Ma, udite udite, non si tratterebbe della primissima musica scritta da un computer: gli esperti del settore infatti sostengono che sia stata addirittura la “Iliac Suite”, composta nel 1957 alla University of Illinois at Urbana-Champaign, la prima composizione fatta da un computer e programmata dal compositore Lejaren Hiller, che la eseguì poi con il suo quartetto d’archi.
Nessuno stupore dunque per musicisti e artisti visionari! Singolare l’opinione di Mathieu Peudupin, un musicista rock francese, che ha spiegato al New York Times come lavorare con un programma di intelligenza artificiale lo avrebbe “portato in posti in cui non sarebbe mai andato da solo” e ha paragonato l’esperienza a lavorare con un altro membro di una band.
Insomma, potrebbe arrivare a breve il momento in cui l’intelligenza artificiale si batterà con Einaudi o Justin Bieber e comporrà la prossima colonna sonora della vostra vita. Avete richieste particolari? 🙂
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/download-1.jpeg454680Eufemia ScannapiecoEufemia Scannapieco2017-05-12 14:00:372017-05-16 00:12:51Sarà l'Intelligenza Artificiale a scrivere e comporre la musica del futuro?
La notizia che i Google Glass in Svezia sono finiti nel museo dei fallimenti ha fatto il giro del mondo. Tuttavia, esistono molte aziende che continuano a puntare sui Google Glass per svariate attività lavorative.
Scopriamo insieme due aziende statunitensi che utilizzano i Google Glass nei processi di produzione industriale e un gruppo di aziende italiane che sviluppa applicazioni per il settore medico e per l’istruzione.
Se per i consumatori sono praticamente usciti dal mercato, grazie a diverse aziende in tutto il mondo hanno vissuto una vera e propria rinascita.
Alla AGCO, gigante mondiale della produzione di macchine agricole con sede nel Minnesota, i lavoratori usano gli occhiali di Google in sostituzione dei Tablet, per vedere foto e video o scannerizzare numeri seriali. Tramite la funzione di riconoscimento vocale dettano al sistema le informazioni raccolte durante la giornata lavorativa, che vengono poi salvate nel sistema e lette in tutta facilità dagli operatori del turno successivo. Inoltre, sono in grado di visualizzare direttamente i manuali di istruzione sulle lenti, per non lasciare la postazione di lavoro ed aumentare l’efficienza.
L’azienda attualmente sta pianificando il raddoppio della quota di Glass in servizio da 100 a 200, semplicemente perché hanno registrato un aumento del 20% nella velocità dei processi di produzione.
Peggy Gullick, business process improvement director di AGCO, riferendosi alla sua impresa ed ai lavoratori dichiara:
I Google Glass non sono solo stati accettati, a questo punto li desideriamo.
2. Il team di Gerhò – Dental Technologies, primo in Italia a sviluppare per i Glass nel settore medico dentistico
La 426 Your Digital Upgrade è stata la prima azienda italiana che nell’anno 2014 ha sviluppato l’applicazione “Dental Glass” per i Google Glass nel settore odontoiatrico, in collaborazione con Dental Technologies – oggi Intermedical srl – e Gerhò.
Trattasi di un’applicazione client con cui l’operatore che indossa i Glass, può consultare le prossime visite nell’agenda o vedere l’anamnesi del paziente senza l’uso delle mani.
Un’altra loro applicazione sul mercato, sviluppata per gli occhiali smart di Google, ma non solo, è DDIraDidattica Digitale Interattiva, volta al miglioramento dell’interazione tra studente di odontoiatria e professore/Tutor remoto.
Quest’ultimo, tramite l’utilizzo dei wearable durante operazioni in laboratorio, può osservare in tempo reale le azioni e i movimenti degli studenti di odontoiatria ed eventualmente correggerli. Quest’applicazione è disponibile anche per altri dispositivi, come per esempio gli Epson Moverio o gli ODG, dato che i Google Glass non sono più acquistabili sul mercato.
La richiesta dello sviluppo di applicazioni per i wearable nell’ambito lavorativo è in continua crescita, soprattutto nel settore medico, nella produzione e nell’istruzione. Lavorare hands free, usando la propria voce per controllare e guidare alcune attività, aggiunge Daniel Hanspeter, CEO dell’azienda di sviluppatori 426, facilita e velocizza notevolmente determinati processi di lavoro.
3. Boeing costruisce aerei con l’aiuto dei Google Glass
Last but not least Boeing, una delle aziende leader nel campo aeronautico che costruisce aerei per più di 150 stati.
Qui si utilizzano i Glass con l’applicazione Skylight durante varie fasi di produzione degli aeromobili. La compagnia ha calcolato che così facendo è riuscita a ridurre la durata media di produzione del 25% e che il margine d’errore si è ridotto addirittura della metà.
In questo video raccontano l’utilizzo degli occhiali smart di Google all’interno della loro routine lavorativa.
Le aspettative per la prossima generazione dei Google Glass
Prima di parlare dei possibili miglioramenti della prossima versione Google Glass, facciamo un salto indietro nel tempo, per capire quali aspetti non sono stati apprezzati dal pubblico.
Nel 2015, sulla pagina Google+, il team dei Google Glass ha annunciato l’interruzione della vendita, ribadendo però sin da subito che i Glass non sono morti, ma che vivranno un momento di transito e che il team “continua a sviluppare per il futuro”.
I Glass di Google sono stati tra i pionieri nelle tecnologie wearable. Per oltre due anni sono stati in beta e “non hanno mai beneficiato di una vera e propria release sul mercato”, afferma il ricercatore JP Grownder. Lo stesso ricercatore ha ribadito il fatto che sia stato lanciato un prodotto senza nessun tipo di strategia di marketing e senza nemmeno articolare una visione chiara delle possibili applicazioni, di conseguenza i consumatori hanno tratto da soli le loro conclusioni. Questo ha comportato tra l’altro delle lacune nei diritti sulla privacy. Anche Il prezzo troppo alto dei Google Glass ($ 1.500), secondo il ricercatore, non ha favorito la divulgazione del prodotto tra gli sviluppatori stessi.
La capacità di calcolo, la risoluzione, la durata della batteria ed il prezzo sono alcuni degli aspetti che Google dovrebbe migliorare nella nuova generazione dei Glass. Negli ultimi tre anni c’è stato un notevole avanzamento dei wearable concorrenti di Google, che ormai hanno raggiunto la maturità in questo tipo di dispositivi.
Daniel Hanspeter, CEO 426 Your Digital Upgrade
Il professore di giornalismo Robert Hernandez della University of Southern California ha stilato dei suggerimenti per il rollout dei Glass di seconda generazione. Lui ha inserito nelle sue lezioni all’Università i Google Glass, rendendo le lezioni interattive. Per documentare il progetto è stato creato un sito che racconta le lezioni attraverso gli occhiali di Google.
Anche in Italia, alcuni studenti dell’Istituto Ortopedico Galeazzi convenzionato con l’Università di Milano, stanno testando sul campo l’applicazione DDIra, sopra menzionata, per fornire feedback al team degli sviluppatori.
Oltre a risolvere i problemi di privacy, Google dovrebbe letteralmente mettere in mano i Glass alle persone, per abbattere i pregiudizi che si sono creati. Dovrebbero soprattutto, secondo il professore Hernandez, renderli disponibili sul mercato ad un prezzo competitivo.
Tutte queste critiche negative – che distraggono, che ci si immerge, che si perde la concentrazione nella vita quotidiana – sono commenti e storie scritte da persone che non hanno veramente interagito con i Glass e, se davvero lo hanno fatto, allora è stato per non più di 15 minuti.
Prof. Hernandez Robert, University of Southern California
La realtà aumentata, che sia di Google oppure no, ha di certo migliorato diversi aspetti del lavoro nelle imprese.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/05/Google-Glass-426-Your-Digital-Upgrade-Google-Glass-Developers-AGCO-Boeing-aziende-che-puntano-sui-Glass.jpg10201980Marina NardonMarina Nardon2017-05-12 13:00:592017-05-12 16:16:01Che fine hanno fatto i Google Glass?
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