Come i social media ci invogliano a viaggiare

Instagram, come altri social network, pullula di travel bloggers e persone comuni cui piace condividere le proprie foto o stories delle proprie vacanze. Quante volte, spinti da un irrefrenabile senso d’invidia per questi post avete espresso il desiderio di raggiungere realmente quei luoghi? Vi siete fermati al sogno ad occhi aperti oppure vi siete lasciati ispirare davvero per l’organizzazione della prossima meta vacanziera?

Sempre più user, soprattutto in quella fascia d’età che comunemente accorpa i nati tra gli anni ’80 e i 2000, amano guardare foto di mete esotiche e particolarmente attraenti e non solo per deliziare gli occhi e diminuire il senso di stress, ma soprattutto per scegliere una possibile destinazione.

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Sembrerebbe infatti che sempre più millennial vedano i social come uno strumento molto influente sulle proprie scelte itineranti, tanto da sostituire gradualmente le guide da viaggio cartacee. La cosa non ci stupisce, ovviamente, vista la tendenza generazionale a preferire la condivisione d’informazioni al mero tentativo di vendere qualcosa in maniera diretta.

Postare, viaggiare, e ancora postare

Le nuove generazioni comprano meno guide turistiche delle precedenti e hanno sostituito in gran parte la carta con informazioni condivise sui social, e il perché è elementare: contenuti dinamici, costantemente aggiornati su attrazioni, hotel ed eventi.

Oltre all’attrattività del contenuto di media e immagini si tende sempre più a fidarsi di persone che, per esperienza, possono dare concreti consigli sulla località ambita. Un esempio pratico è rappresentato da TripAdvisor: scegliere una località mai visitata comporta alcuni fattori chiave come fotografie invitanti ma soprattutto recensioni di qualità.

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Ma quale migliore recensione di quella di un amico fidato? Facebook e Instagram fanno la loro pare ma secondo Blitz Agency è ancora il passaparola a tenere le redini. Sembrerebbe infatti che ancora il 16% delle persone, quando si tratta di vacanze, preferisce ascoltare un giudizio fidato.

Eppure i social network accorciano le distanze visto che ammonta al 15% la quota di vacanzieri altamente influenzati dai post su Facebook, seguiti da un 13% di accaniti follower su Instagram. Nell’istogramma sottostante sono rappresentati in azzurro e in celeste chiaro rispettivamente i dati dei nati dopo e prima del 1980.

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Foto: Blitz Agency

Quando un turista dalla vena social mette in atto il perfetto selfie vacanziero, di fatto sta creando qualcosa di più complesso di un semplice senso d’invidia nei vostri confronti: sta per creare una sorta di replicante. L’84% dei cosiddetti millennial e il 73% di appartenenti a generazioni precedenti organizzano le proprie vacanze solo in base ai post di qualcun altro. Nonostante il passaparola non si sia ancora lasciato affossare, Youtube, Instagram e Facebook sono le nostre nuove fonti d’ispirazione.

In base a queste nuove abitudini, come cambia l’approccio dei brand a questa nuova tendenza? Naturalmente il segreto è passare per la condivisione: servizi che invoglino il consumatore a condividere la propria esperienza, foto e hashtag si traducono in engagement virale e coinvolgimento indiretto dei propri consumatori.

Gestire autonomamente il proprio viaggio

Il viaggiatore del terzo millennio è social e preferisce autogestire il suo tempo e il suo itinerario: il ruolo dei brand del settore turistico presenti sui social diventa quindi centrale. I nuovi vacanzieri vogliono poter ricercare da sé le proprie opzioni di viaggio, leggere recensioni da cui prendere spunto, comparare i prezzi per poter risparmiare, pianificare gli itinerari e poter pagare online.

Il paradiso all’improvviso ?

Gepostet von trivago am Sonntag, 2. April 2017

 

Gli strumenti forniti dai brand dovrebbero quindi saper guidare il fruitore verso un’esperienza di acquisto semplice e spensierata mirata a rievocare l’emozione suscitata dalle foto pubblicizzate, cercando di mantenere le promesse fatte sui social soprattutto riguardo la convenienza e la qualità del servizio. Ciò include una user experience all’evenienza mobile friendly e comunque focalizzata alla fruizione di informazioni consultabili in qualsiasi momento della giornata: da casa con il laptop o in metropolitana dallo smartphone.

I social media non sono solo in grado di influenzare la nostra voglia di viaggiare: essi riescono anche a orientare la nostra scelta verso un luogo piuttosto che un altro e a farci scegliere quali attività svolgere durante il nostro soggiorno. Sembrerebbe quindi che non vi sia scampo, non resta che lasciarsi trasportare dai trend e preparare le valigie.

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Marketing di prossimità: ritorno al futuro per i negozi

Shopping online, shopping online ovunque: le scarpe, i mobili, persino la spesa arrivano in un attimo a casa nostra. In un contesto del genere sembra che i negozi fisici siano destinati ad estinguersi, giusto? Forse sì, o forse hanno solo bisogno di reinventarsi, e possono farlo grazie al marketing di prossimità.

Basta guardarsi intorno per rendersi conto che l’esperienza dello shopping oggi ha assunto un valore completamente diverso rispetto a pochi anni fa. Le classiche occasioni che, nel bene o nel male, ci costringevano ad uscire di casa e ad avventurarci nel magico mondo dei negozi fisici, sono state sostituiti da altrettanti siti di eCommerce pronti a soddisfare ogni nostra richiesta.

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Così per la spesa possiamo affidarci ad Amazon Prime Now, che in due ore ti consegna comodamente a casa tutto, dalla frutta ai detersivi, o addirittura quel regalo di compleanno che ci eravamo dimenticati di fare; con Zalando possiamo acquistare più scarpe di quante potrebbe indossarne Carrie Bradshaw; perfino quando vogliamo stupire i nostri ospiti a cena possiamo farci arrivare a casa i piatti più elaborati sotto forma di ingredienti già perfettamente misurati ed ordinati, grazie a promettenti startup come Quomi.

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I negozi fisici che fine fanno?

Non c’è più bisogno di lunghe ed estenuanti ricerche per quel preciso oggetto che dobbiamo trovare, camminate di ore per passare da un punto vendita all’altro, file chilometriche alla cassa. Sembra uno scenario in cui, nel lungo termine, i negozi fisici si estingueranno o quantomeno cambieranno completamente ruolo. Ma i punti vendita sono disposti a diventare dei dinosauri e andarsene in silenzio?

Molti no, ed è per questo che sempre più spesso si sente parlare di marketing di prossimità. Il marketing di prossimità altro non è che uno dei tanti modi di fare mobile marketing, ovvero di sfruttare l’ubiquità dei dispositivi mobili, che ormai ci accompagnano ovunque e sono praticamente sempre connessi ad internet.

beacon e proximity marketing cosa puoi imparare dalle migliori startup italiane

Per negozi, ristoranti, cinema ed in generale i luoghi fisici per l’acquisto di beni e servizi, questa può essere una manna dal cielo: invece di utilizzare costose pubblicità per far sapere ad un possibile cliente, che però potrebbe trovarsi dall’altra parte della città, delle proprie promozioni, possono semplicemente mandare un messaggio al passante ignaro di fronte alla propria vetrina.

Il confine tra online e offline

E se, grazie all’economia dei Big Data e alla nostra autorizzazione, potessero addirittura sapere i gusti di quel passante? Se sapessero che sta cercando un regalo per sua madre, perché ha fatto quella ricerca su Google proprio prima? O che ha fame ed è vegetariano, perché le ricette salvate sul suo telefono sono tutte così? O se mentre guarda un paio di scarpe, una notifica lo informasse che il suo numero è terminato ma che c’è un altro modello simile che può interessargli?

Allora il negozio fisico che stava per scomparire, perché non più necessario, diventa improvvisamente utile, ci fa venire voglia di entrare perché risponde esattamente ai nostri bisogni, semplificandoci la vita. Ritorna quasi a svolgere quel ruolo che aveva il negozio di fiducia sotto casa, che ci conosceva personalmente e sapeva consigliarci perfettamente i migliori prodotti, le offerte più interessanti, o addirittura la ricetta segreta per cucinare il prodotto appena acquistato. Un ritorno al futuro insomma. E tutto grazie alla tecnologia.

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Tecnologia come iBeacons, piccoli strumenti di connessione che rappresentano l’anima del marketing di prossimità perché possono identificare con estrema precisione la posizione di una persona dotata di un cellulare connesso. Tra i primi ad aver implementato questa tecnologia ci sono molti grandi catene americane, da McDonalds a Tesco, che nei propri retail store comunicano con i possibili clienti sfruttando questa tecnologia, interagendo con il prodotto giusto in base alla posizione nel negozio.

Oppure il Digital e Mobile signage, tecniche che permettono di spostare l’interazione ottenuta grazie al marketing di prossimità su device interattivi, come lavagne digitali, proiettori, display LED.

I negozi fisici in questo modo, grazie al marketing di prossimità, all’analisi dei dati e ad una buona dose di creatività, possono letteralmente invertire la tendenza e tornare ad essere rilevanti. In Italia questo tipo di attività vengono ancora realizzate in maniera timida e superficiale, complice anche la complicata legge sulla privacy e la nostrana tendenza a vivere ogni attività che ci coinvolge fuori da uno schermo come un’”invasione”, ma all’estero il marketing di prossimità sta diventando uno strumento imprescindibile per i negozi fisici, con vantaggi innegabili anche per gli stessi consumatori.

Sarà questo il futuro dei retailer e dello shopping?

Content Marketing corso online

I segreti dei #ContentNinjas, ovvero qualche dritta dal Corso Online in Content Marketing

Quali sono le regole, gli strumenti e gli obiettivi di chi lavora nel digital storytelling e nel web copywriting? Da questa domanda ha preso il via il Corso Online in Content Marketing di Ninja Academy, con una missione ben chiara: provare a trasformarci in Ninja del Content Marketing, grazie a Francesco Gavatorta, Valentina Falcinelli e Alberto Maestri.

Content Marketing corso online

Cosa abbiamo imparato durante il corso online?

Abbiamo imparato fin dai primi giorni a riconoscere il valore dello storytelling insieme a Francesco Gavatorta, per poi fare i conti con numeri, metriche e strategie grazie ad Alberto Maestri (perché il Content Marketing non si improvvisa, ma si monitora).

Infine, ci siamo fatti inebriare dall’entusiasmo per il “potere delle parole” di Valentina Falcinelli, facendoci guidare verso la scoperta di strumenti e canali utili per le attività di Content Marketing (se siete convinti che content marketing sia sinonimo di blog… avete bisogno di questo corso!).

Ecco nel dettaglio alcuni concetti fondamentali che abbiamo imparato da ognuno dei nostri docenti Ninja

Diffida da chi dice Ci faccio uno storytelling

Francesco Gavatorta ci ha insegnato a ragionare in un’ottica omnichannel e a non dire mai ci faccio uno strorytelling! Siamo stati iniziati all’arte del raccontare storie con la consapevolezza che lo storytelling richiede, prima di tutto, la capacità di ascoltare i propri consumatori, emozionare e attingere all’esperienza.

Dalla brand image alla brand story, senza tralasciare l’esperienza del consumatore, abbiamo osservato come stia cambiando la customer journey nel mondo digital.

Content Marketing corso online

“Content Marketing non fa rima con Social Media Marketing”

Con questo monito, Alberto Maestri ha chiarito fin da subito che identificare il Content Marketing con il Social Media Marketing è il primo errore da evitare (in fondo, riconoscere il problema è il primo passo verso la guarigione ?).

Abbiamo imparato ad essere più “SMART” passando all’azione comprendendo come individuare obiettivi, impostare strategie e concentrarsi sulle metriche adeguate, perché il Content Marketing non si improvvisa, ma può – e deve – essere misurato.

Il migliore strumento per fare Content Marketing sei tu

Da Valentina Falcinelli abbiamo appreso gli ingredienti fondamentali che rendono il Content Marketing un’opera di alta ingegneria e, allo stesso tempo, un piatto creativo di uno chef stellato: un condensato di strategia, creatività e cura dei dettagli.

Newsletter, guide, faq, social channels, blog…Valentina Falcinelli ha arricchito il toolkit del Content Ninja con consigli e strumenti strategici che rispondono ad un mantra specifico: “Rifuggi la superficialità”!

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Cosa siamo in grado di fare adesso

Grazie al corso in Content Marketing siamo in grado di:

  • Pianificare, monitorare e gestire una Content Strategy
  • Applicare tecniche di copywriting per la scrittura di testi efficaci ed ottimizzati sui social e per il digital
  • Arricchire i contenuti attraverso le potenzialità dello storytelling  
  • Progettare e gestire attività di Content Marketing attraverso tecniche e strumenti SEO

La Ninja Academy experience

Le migliori esperienze di formazione (e non solo) sono quelle che ti lasciano un bagaglio di riflessioni, strumenti e indicazioni da approfondire e alle quali attingere continuamente. Ma, soprattutto, nulla contagia di più dell’entusiasmo di chi insegna e di chi ascolta.

Corso online Content Marketing

Ma l’entusiasmo per le tecniche, gli strumenti e i consigli dei professionisti ninja possono causare danni collaterali, provocando un’ irrefrenabile esigenza di diffondere le abilità e le competenze dei veri #ContentNinjas!

Corso online Content Marketing

E ora… Content Lab!

Prossima sfida per i Content Ninjas: dimostrate tutte le competenze acquisite con il corso online partecipando al Content Lab. Appuntamento a Milano, dal 28 al 29 aprile, per una full immersion di Web Copywriting, Content Marketing e Visual Storytelling. E, per l’occasione, i docenti ninja saranno presenti in carne ed ossa. Ultimi due posti disponibili! ⏰

Vuoi diventare anche tu un Ninja della comunicazione e del digital marketing? Non perdere i prossimi corsi di Ninja Academy.

Be ninja!

Football City Guides: le città raccontate attraverso il pallone

In Italia si viaggia per sport. Sembra una non notizia, invece lo è: la locuzione “per sport” stavolta è da intendere in maniera letterale, perché nell’affermazione iniziale si intende che i trend turistici di coloro che viaggiano per seguire eventi sportivi è in netta crescita (intorno al +20%) nel nostro Paese.

Non so se questa crescita sia stata messa in conto o se sia solamente una scusa “tecnica” per dare un senso al progetto, ma Jvan Sica insieme ad Alberto Facchinetti ed il fotografo Antonio Di Bonito hanno realizzato le prime Football City Guides, una collana di guide turistico-calcistiche edite dalla casa editrice InContropiede.

copertina lisbona

Cosa sono le Football City Guides? Sono una seconda guida. Per chi viaggia con tanti motivi nella valigia, una guida tematica che accompagni quella generalista è una giusta scelta per poter approfondire aspetti specifici altrimenti toccati sempre solo di striscio ad ogni viaggio. Per chi viaggia invece con in testa solo il pallone le FCG sono percorsi di accompagnamento che non possono mancare per godersi davvero la Football City che si vuole visitare.

Le FCG sono piene di consigli, indirizzi utili, itinerari slegati o collegati a quelli più tradizionali per guidare il viaggiatore in tutti i luoghi “calcistici” della città. Raccolgono inoltre storie di personaggi, aneddoti, interviste, liste curiose che diventeranno spunti interessanti per chi andrà alla scoperta delle diverse metropoli calcistiche. Nel realizzarle gli autori hanno seguito delle vere e proprie indagini antropologiche, visitando personalmente le mete calcio-turistiche e parlando soprattutto con le persone. Quando si parla di calcio magari si ha solo mezza città che ti risponde (in realtà anche le donne sanno e vogliono dire la loro), ma quando lo fa gli occhi brillano.

Abbiamo incontrato uno degli autori, Jvan Sica – che è stato un ninja della prima ora.

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Foto: TEDx event Napoli

Quali sono gli aneddoti più belli?

Quando un tassista a Zagabria – ci risponde – parlava del suo amore per l’Hadjuk Spalato come se stesse parlando della stima per JFK nella Mosca di Chruschev, oppure quando un cameriere di Lisbona andò a prenderci a casa sua (a 5 km dal ristorante) una marea di cimeli dello Sporting. Il proprietario era incazzato come una bestia, ma quando lo vide arrivare con tutta quella roba biancoverde lo scusò subito, la ragione era giusta.

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Quali città avete toccato?

Per ora le prime due guide sono su Zagabria e Lisbona. Zagabria ha una forte impronta calcistica, nonostante i croati amino tanto anche tanti altri sport. Girare fra lo stadio Maksimir, i covi dei Bad Blue Boys, il Mirogoj, il cimitero che ospita Drazen Petrovic ma anche tanti miti calcistici, la Croatian Football Federation’s Multimedia è stato favoloso, un vero universo di passione da capire prima di giudicare. Lisbona poi (scritta insieme anche ad Enzo Palladini) è completamente louca para o futebol, con quattro stadi ricchi di storia, la toponomastica calcistica, la Feira da Ladra, il Pantheon, Matateu, Bela Guttmann, Pepe Soares, Miklos Feher ecc. ecc.

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Qual è il senso di una guida turistica per appassionati di calcio?

Spesso per noi weekendisti una città è semplicemente una serie di punti da collegare, con il foglio che al ritorno ridà a tutti lo stesso disegno. Per il tempo che abbiamo a disposizione forse è anche giusta pensarla in questo modo. Ma se ti fermi un attimo trovi di più e la città diventa un disegno molto più intricato e bello. Ed ognuno disegnerà il suo. Noi abbiamo suggerito un disegno calcistico, uno fra gli altri.

Chatbot: 14 informazioni che non potete proprio ignorare

Vi state ancora chiedendo cosa siano i chatbot? Ma come? Eppure, sono uno dei trend che non potete proprio ignorare in questo 2017!
Non temete: se siete impreparati, ci siamo noi ninja ad aiutarvi!

Tecnicamente, i chatbot sono dei programmi in grado di interagire con gli essere umani attraverso un sistema di messaggistica. Per alcuni sono la nuova frontiera del marketing e della vendita, per altri una moda effimera, una nuova corsa all’oro in cui a guadagnarci saranno in pochi. Non importa che siate sviluppatori o il direttore di una azienda che deve valutarne l’uso: cominciano ad emergere dati e tendenze di cui è bene tener conto e che possono aiutare a capire se valga la pena investirci tempo e denaro.

Sono 1.5 miliardi gli utenti di app di messaggistica

Secondo eMarketer 805 milioni sono nell’area Asia-Pacifico, con la Cina che contribuisce per una buona metà, seguita dall’India (133 milioni) e l’Indonesia (52). Entro il 2019 almeno il 25% della popolazione mondiale userà app per chattare.

I millennial sono il gruppo di utenti più numeroso

Quasi il 60% degli intervistati, di età compresa tra i 18 e 34 anni, in una ricerca pubblicata da Retale hanno usato un chatbot, e dell’altro 40%, la metà è interessato ad usarli.

percentuali utenti di chatbot

Oltre 30mila chatbot su Facebook Messenger

A settembre del 2016 erano già 30K i chatbot presenti sulla piattaforma di messaggistica targata Facebook, e sono in fortissima crescita: solo a luglio erano appena un terzo. Anche il numero degli sviluppatori che in quei mesi si sono messi al lavoro in oltre 200 paesi diversi per apprendere come crearli è di tutto rispetto: 34K.

La scelta della piattaforma è cruciale per le aziende

Secondo un report diffuso da Business Insider Intelligence, sono quattro le piattaforme di messaggistica che hanno sorpassato, per numero di utenti, i quattro social network più popolari. WhatsApp, Messenger, WeChat e Viber hanno complessivamente 3 miliardi di utenti attivi ogni mese, contro i 2.7 miliardi di Facebook, Instagram, Twitter e Snapchat.

Affidabilità, sicurezza e privacy preoccupano

Dei millennial intervistati da Retale, il 79% afferma di avere avuto esperienze positive interagendo coi chatbot. Ma la soddisfazione non è totale: almeno un 55% lamenta poca accuratezza o conversazioni troppo innaturali. Si spera in un miglioramento delle tecniche di intelligenza artificiale  per risolvere questo aspetto. Il 28% degli utenti non desidera che un chatbot ricordi le interazioni passate.

Nel 2019 le conversazioni coi chatbot si faranno interessanti, ma entro il 2029…

…saranno indistinguibili da quelle sostenute con esseri umani. Questo è quanto ha dichiarato Ray Kurzweil a The Verge.

Il noto inventore, profeta della singolarità è anche stato assunto, lo ricordiamo, nel 2012 da Google proprio per lavorare su progetti relativi al riconoscimento ed elaborazione del linguaggio naturale.

ray Kurzweil

L’importante è non ingannare gli utenti

In attesa del 2029 non cercate di ingannare gli utenti del vostro chatbot. Secondo VentureBeat, la maggior parte di loro (75%) vuole sapere con chi sta interagendo e una buona parte (60%) considera bizzarri i chatbot che tentano di farsi passare per umani. Ma il 12% adora farsi raccontare barzellette dai chatbot.

Oltre il 72% delle conversazioni in inglese inizia con “HI”

Sembra irresistibile la tentazione di scimmiottare una conversazione con un essere umano e moltissime conversazioni iniziano con “hi” o con “Hello” (nelle diverse combinazioni di maiuscole e minuscole).

Le persone sono pronte ad usarli

Secondo Mindshareworld, il 63% degli intervistati (1000 utenti di smartphone tra i 18 e 65 anni in Gran Bretagna) userebbe un chatbot per interagire con una azienda o un brand. Il 79% vorrebbe però poter parlare con un essere umano se lo richiedesse o se fosse necessario.

I chatbot possono essere influencer

Un 29% degli utenti preferisce usare le chat online e le app di messaggistica per chiedere consigli sugli acquisti. Lo stesso numero di persone che sceglie di interagire al telefono o per email.

Gli utenti vogliono essere consigliati

Nella maggior parte delle interazioni, i consigli richiesti riguardano prodotti in vendita al dettaglio (22%), prenotazioni alberghiere (20%) e consigli di viaggio (18%). Al quarto e quinto posto i consigli su farmaci (12%) e moda (9%).

Gli utenti sono pronti a fare acquisti attraverso un chatbot

Secondo la ricerca di DigitasLBi almeno un terzo degli americani comprerebbe qualcosa da un chatbot, spendendo in media 55 dollari.
Tra i millennial la percentuale di chi comprerebbe qualcosa un chatbot, sale al 67%!

millennials che curerebbero da un chatbot

Offerte speciali e coupon hanno un grande appeal

Il 36% degli utenti vorrebbe ricevere offerte speciali e coupon da un chatbot, quasi quanti coloro che vorrebbero solo dei consigli (37%).

Un buon 14% si affiderebbe ad un chatbot per fare operazioni bancarie online.

Gli utenti non vogliono essere delusi

Sempre secondo la ricerca di DigitasLBi, il 73% degli utenti (americani) intervistati non utilizzerebbe una seconda volta un chatbot della stessa azienda dopo una esperienza negativa.

Bonus

Se desiderate valutare meglio se utilizzare un chatbot per le vostre attività di marketing o di vendita, potreste voler dare una occhiata ad alcuni dei bot già in circolazione nelle diverse piattaforme.

Eccovi Botlist, un elenco forse incompleto, ma ricco e ben organizzato, per scovare e provare il chatbot che, forse, farebbe il caso vostro.

Diteci cosa ne pensate nella nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Revenge Porn

Social Network e revenge porn: qual è il punto della situazione?

Non solo lotta alle fake news. È di qualche giorno fa la notizia che racconta che a Menlo Park abbiano deciso di affilare ulteriormente le armi contro una delle più vigliacche e squallide pratiche “in auge” nel mondo del web: stiamo parlando del Revenge Porn.

Balzato prepotentemente nei mesi scorsi nei fatti di cronaca italiani (ricordate il caso di Tiziana Cantone?), consiste molto semplicemente nel divulgare al pubblico ludibrio del web, foto o video che vedono impegnato il proprio ex-partner in un atto sessuale, senza ovviamente il consenso di quest’ultimo. L’obiettivo? Umiliare la vittima “rea” di averlo tradito o\e lasciato, in modo tale da infliggerli così una severa punizione dandolo in pasto al popolo del web, che come ben sappiamo, sa essere molto, molto spietato.

LEGGI ANCHE: Condividere, per distruggere: il caso Tiziana Cantone e il ruolo dei social media

Revenge Porn

Ma andiamo per ordine partendo da Facebook: proprio pochi giorni dopo una marcia di sensibilizzazione sul tema tenutasi negli USA, è stato annuncia tramite il proprio CEO Mark Zuckerberg, che apostrofando la pratica del revenge porn “wrong and hurtful” (sbagliata e dannosa) accoglie il lancio di nuove potenti contromisure che saranno presenti sulla sua piattaforma, proprio mirate a sconfiggere il fenomeno che risulta essere una vera e propria piaga in tutto il mondo.

Ma come funzionerà questo sistema di controllo made in Big F? Lo spiega nel dettaglio Antigone Davis, Head of Global Safety di Facebook, che illustra tutto il procedimento passo dopo passo sul suo blog: l’istituzione di un team specifico dedicato al controllo, la collaborazione con circa 150 associazioni di settore (specializzate in cyberbullismo e violenze domestiche) e molta più attenzione, saranno le armi a messe a disposizione delle vittime.

Revenge PornEntusiasmanti anche le dichiarazioni di Laura Bononcini, Head of Public Policy di Facebook Italia:

“Una bellissima evoluzione tecnologica che consente non solo di segnalare, ma anche di attribuire un’impronta digitale alle immagini, prevenendo la diffusione. Sono temi che ci toccano da vicino, basta pensare al caso di Tiziana Cantone. Quella volta, la rimozione del contenuto da parte di Facebook non era riuscito a fermarne la condivisione. In questo modo, l’intervento sarà più efficace”.

Tutto sembra essere molto interessante e incoraggiante e può risultare un’ottima base di partenza nella lotta al Revenge Porn, però sappiamo bene che riuscire ad eradicare atti del genere e la conseguente diffusione di materiale sul web, ad oggi, risulta quasi impossibile. Basta poco per rendere virale un video: un mondo sempre più connesso, la molteplice offerta di piattaforme Social e di Instant Messaging, una poco specifica legislazione italiana in merito e una scarsa “coscienza digitale” dell’utenza rende il tutto molto più difficile.

Che ne pensate, amici lettori? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn!

Think global, act local, il social media marketing per i mercati internazionali

Elaborare una strategia di social media marketing con l’obiettivo di raggiungere un audience internazionale non si limita alla traduzione di post o tweet, ma significa pensare ad azioni ben più complesse, mirate a prendere in considerazione le numerose differenze tecnologiche, ma soprattutto culturali, che caratterizzano ogni singolo mercato. Insomma, bisogna pensare con una visione globale ma agire sulla realtà locale.

Questo è uno dei messaggi più significativi lanciati durante l’ultimo Marketing Technologist Forum 2017 tenutosi lo scorso marzo a Londra e in cui Tim McLoughlin, Head of Social Media di Hotels.com, ha illustrato ai partecipanti le difficoltà che il suo team ha dovuto superare per comunicare in maniera efficace con più mercati internazionali.

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Fonte: cmswire.com

Tutto il mondo è paese: falso

Quando si parla di marketing questa dichiarazione non è sempre valida; in alcuni paesi ad esempio Hotels.com ha dovuto modificare il logo, in altri è stato cambiato lo slogan o è stata “messa da parte” la mascotte. In certe aree la società ha dovuto addirittura cambiare nome dato che la parola “Hotel” può assumere significati diversi a seconda della lingua.

Ma aldilà delle questioni linguistiche McLoughlin si è soffermato sull’esigenza di rivedere l’intera strategia di social media marketing affermando che:

“Un brand globale necessita di obiettivi di social media marketing unificati ma non necessariamente di un’unica campagna, in quanto ciascuna regione è differente”

“Per il mercato U.S. sui social media adottiamo un atteggiamento piuttosto divertente e giocoso, approccio che viene adottato meno in Giappone.” Tim McLoughlin, Head of Social Media Hotels.com

Paese che vai social media che trovi

Uno degli aspetti fondamentali da prendere in considerazione nel social media marketing internazionale è il fatto che in alcune regioni del mondo, esistono dei social media molto diffusi tra la popolazione locale ma che risultano essere sconosciuti agli utenti occidentali e, in alcuni casi, impossibili da utilizzare. Assistiamo anche a situazioni parallele come nel caso di Snapchat e Pinterest che sono stati praticamente “bannati” dal governo di Pechino.

Pertanto può accadere che i nostrani Facebook, YouTube o Twitter, giusto per citarne alcuni, rischiano di non essere efficaci in paesi come la Cina dove altri strumenti social tra i quali il servizio di instant messaging QQ, il social network QZone e il microblog Sina Weibo hanno ampiamente preso piede tra utenti e brand.

Avvicinandoci un po’ all’Europa troviamo l’esempio di VKontakte un social network simile a Facebook ma molto diffuso in Russia, Ucraina e Kazakistan e in cui le aziende possono avere le loro pagine ufficiali. Interessante infine è l’app Kakao Talk molto famosa in Corea del Sud che ha al suo interno numerose funzionalità tra cui il mobile shopping.

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Fonte: Thoughtsfrombroadstreet.com

I diversi approcci degli utenti stranieri

Una volta chiaro il quadro degli strumenti a disposizione a livello globale, è opportuno prendere in considerazione le differenti audience dei mercati obiettivo e i relativi atteggiamenti che queste hanno nei confronti dei social media.

Anche in questo caso è fondamentale comprendere le diversità culturali su cui far leva per realizzare campagne efficaci dedicate ai singoli mercati.

Ad esempio, gli utenti degli Stati Uniti sono soliti assistere a campagne social molto avanzate per cui approcciare ad un pubblico di questo tipo significa puntare su contenuti di alta qualità e perché no, accompagnarli a degli incentivi. Anche il mercato del Regno Unito è molto maturo e gli utenti sui social media sono tendenzialmente scettici, può essere quindi utile mostrare chiaramente la propria identità di brand con l’ausilio di informazioni come company profile o portfolio prodotti e clienti. In India gli utenti sono propensi ad interagire con i brand e risulta essere molto efficace coinvolgere come influencer le celebrità di Bollywood.

Una strategia su misura

Per i brand i social media possono essere un potente alleato per migliorare i processi di internazionalizzazione. La strategia globale, in cui vengono definiti gli obiettivi del social media marketing, dovrà però essere tagliata su misura a seconda delle caratteristiche di ogni singolo mercato obiettivo. Maggiore è il grado di sensibilità che le imprese adottano nei confronti delle differenze culturali, maggiore sarà la possibilità che le campagne di comunicazione producano risultati soddisfacenti e le barriere geografiche vengano abbattute.

Al contrario, pensare di utilizzare i social media veicolando una comunicazione standardizzata, potrebbe generare un allontanamento da parte di quegli utenti che non hanno modo di sentirsi sufficientemente coinvolti.

Il naming dei mercati asiatici: il caso Airbnb

È innegabile, il successo commerciale di un prodotto e/o servizio è direttamente legato al suo nome.

Quello che viene tecnicamente definito naming è infatti un processo fondamentale per conferire al prodotto un’identità precisa e aiutarlo nella difficile competizione commerciale che oggi riguarda ogni categoria merceologica.

Questo sembra quindi uno dei punti della strategia di Airbnb, che per puntare al mercato cinese ha deciso di “cambiare nome”. Tuttavia questa scelta di rebranding ha portato non poche critiche, soprattutto sui social.

Ma cosa è successo?

Il servizio per affittare case e posti letto più conosciuto al mondo, in Cina si chiamerà Aibiying, più pronunciabile per i viaggiatori cinesi, che vuol dire letteralmente “benvenuti l’un l’altro con amore”.

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In realtà, il nuovo nome non è piaciuto a tutti: Aibiying è l’unione di tre caratteri cinesi che, presi singolarmente, significano “amore” “insieme” e “benvenuto”, ma messi insieme suonerebbero come un “osceno hotel dell’amore” come hanno sottolineato alcuni utenti su Weibo, il social network più utilizzato in Cina.

Un problema non da poco per Airbnb che già deve affrontare l’agguerrita concorrenza locale di Tujia.

Oltre il nuovo nome di Airbnb, il mercato dei viaggi in Cina

Parte dell’operazione di rebranding prevede l’ampliamento, per ora alla metropoli di Shanghai, del suo programma Viaggi ed Esperienze, che offre visite guidate in città ed attività consigliate dalla gente del posto. La compagnia ha anche annunciato che triplicherà la sua forza lavoro e raddoppierà gli investimenti nel Paese.

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Il target? L’app punta sui giovani non a caso: oltre l’80% dei suoi utenti in Cina ha meno di 35 anni, la percentuale maggiore di ogni altro Paese.

Nonostante la questione del nome, Airbnb potrebbe in realtà essere in una posizione migliore rispetto ad altre aziende del Tech statunitensi che hanno cercato di lanciare i propri servizi (e hanno fallito) in Cina, come UBER.

Il segreto naturalmente non è solo nel nome, ma nei dati. Perché il numero di viaggi effettuati all’interno della Cina ha raggiunto i 4,1 miliardi nel 2015, con una media annuale di crescita del 10,2%.

C’è poi da considerare il potenziale d crescita del mercato dei viaggi cinese, con una spesa turistica pari a 500 miliardi di dollari nel 2015 e una previsione di più del doppio entro il 2020, secondo un report di China National Tourism Administration.

Il mercato della sharing house in Cina è ancora agli inizi, quindi anche se Airbnb ha solo 80.000 annunci finora nel Paese, i suoi concorrenti nazionali non sono molto più avanti.

Tuttavia è ancora presto per dire se questa scelta sia stata vincente o meno per il colosso Airbnb, ne riparleremo tra qualche mese. Una cosa è certa, quando, si attuano strategie di rebranding si deve stare sempre molto attenti, definendo perfettamente la propria scelta in termini strategici ed operativi.

Da grande voglio fare la Girl in Tech

Ada Lovelace sarebbe fiera delle sue discendenti, le girl in tech: dal 1800 ad oggi di strada ne è stata fatta e dal suo esperimento di programmazione del primo software per computer si è passati a considerare l’industria del tech come lavoro dei sogni. Sì, perché una recente ricerca svela che il posto di lavoro più desiderato dalle quote rosa è nell’industria del tech, nonostante il sesso maschile domini ancora di gran lunga la scena.

Una cosa è certa: i nomi delle donne che hanno realizzato il loro sogno stanno aumentando e questo dimostra che il cambiamento è possibile.

Industria del tech: il settore più sognato dalle donne, ma anche quello in cui riescono meglio

girl in tech

Non si può nascondere che la strada è ancora lunga per realizzare il sogno di poter lavorare nell’industria del tech e per poterlo fare con gli stessi diritti di un uomo impiegato in questo settore, ma questo non vuol dire che il mondo della tecnologia non abbia da offrire tanto alle donne che, anzi, lo considerano uno dei lavori dei loro sogni.

Secondo una recente ricerca condotta da InHerSight, il mondo del tech ha fatto molti passi avanti negli ultimi anni per andare incontro al sesso femminile, nonostante la percentuale delle quote rosa del settore sia appena del 28%.

Le donne sognano di lavorare nel campo della tecnologia, più che nel mondo della sanità e del non profit, che si attestano rispettivamente seconda e terza, per cinque caratteristiche fondamentali: ferie meglio pagate e orario flessibile per andare incontro alle esigenze di mamme e donne di tutte le età, accompagnati da incentivi per la maternità, un numero interessante di attività stimolanti e inclusione.

Per l’immaginario femminile la classifica delle 10 Tech Companies mondiali è composta da Procore Technologies, prima nella top ten, fino a Dell, ultima, passando per le big company dei social network, Facebook, LinkedIn o Google.

Ma, non solo l’industria del tech è il sogno delle bambine di oggi, è il settore in cui le loro soft skill risulterebbero più valorizzate: multitasking, problem solving ed apertura al cambiamento, accompagnati da un talento naturale verso la leadership.

Nonostante ciò, però, le donne impiegate nelle professioni del futuro che vanno dai big data allo IoT sono di gran numero inferiori rispetto agli uomini: il 25% per l’industria dei Big Data, tra il 15 e il 25% se si parla di IOT, 0% tra i Data Scientist e il 50% per le metodologie Agile, una vera sorpresa.

È necessario cambiare i nostri sogni da donne, quindi? No, l’industria tech sta cambiando, basta solo avere un po’ di pazienza.

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Come (non) valorizzare le competenze: le girl in tech in un ambiente ostile

girl in tech

Che sia colpa delle università o del mondo del lavoro, una cosa è innegabile: essere donna non aiuta se il proprio sogno è lavorare nell’industria del tech. Le discriminazioni di sesso sono sempre dietro l’angolo, tanto che su 16 il settore tecnologico si classifica dodicesimo per la rappresentatività delle quote rosa al suo interno, undicesimo se si parla di opportunità manageriali e ottava per uguaglianza di opportunità di carriera.

Elephant in the Valley, un sondaggio condotto da sette donne in tech impiegate nella Valley più tech del mondo, ci spiega le discriminazioni più diffuse nel settore.

Il pubblico intervistato è 100% femminile, con un 91% di intervistate risiedente nella Silicon Valley e per una quota parte ricoprenti ruoli di spicco nelle aziende in cui lavorano: CEO, fondatrici e VC, di diverse età, da meno di 40 anni a più di 50, sia provenienti da startup che da big company.

Secondo i risultati della ricerca, diversi sono i motivi per cui la donna viene discriminata.

Al primo posto con l’84%, alla donna è stato criticato il suo modo di essere troppo aggressiva e, di conseguenza, la sensazione di essere declassate a mansioni più semplici che gli uomini non amano, è il sentimento predominante; dopodiché il 66% delle intervistate registra un’esclusione da parte dei colleghi da riunioni ed opportunità lavorative solo per il loro sesso, oppure un’emarginazione anche da parte dei clienti che si rapportano più frequentemente con gli uomini rispetto alle donne dell’organizzazione.

Ancora, l’argomento famiglia è considerato dal 75% delle intervistate come un tema che le fa apparire come deboli o frivole se tirato fuori; infine le avance, uno degli aspetti più sentiti che evidenzia le differenze sessuali, provocazioni provenienti da colleghi o da superiori che per il 60% affliggono le quote rosa del tech e che molte volte non vengono denunciate.

Ecco le donne simbolo del tech ai giorni nostri

girl in tech

Non smettere di credere nei propri sogni e nella propria determinazione, ecco quello che sembrano voler dimostrare le girl in tech che anche per il 2017 si sono affermate come le più influenti o vere e proprie leader dell’industria tecnologica.

Ne parlano Forbes e Inspiring Fifty a livello mondiale ed europeo.

Forbes le definisce esempi ed ispirazione per tutte le quote rosa che vogliono avere successo in un ambiente prettamente maschile e che si impegnano giorno dopo giorno per trovare soluzioni e rivoluzioni all’interno dell’industria del tech. I 16 nomi per quest’anno chiamano in campo anche alcune delle aziende più famose al mondo come Facebook con Sherly Sandberg Coo, YouTube con il suo CEO Susan Wojcicki o ancora Angela Ahrendts senior VP di Apple.

Per Inspiring Fifty, un network europeo che ogni anno segnala le 50 donne tech più influenti in europa, le nomination provengono da tutti i Paesi europei e tra queste annovera anche un nome italiano per il 2017: Barbara Cominelli, Direttore del reparto Commercial Operations & Digital per Vodafone Italia, impiegata nel customer care e nella gestione dei clienti per il colosso della telefonia.

Donne e tech, quindi, binomio vincente? Restiamo a guardare, ma le premesse sembrano essere davvero ottime!

eCommerce e Privacy: gestisci i dati degli acquirenti nel rispetto della normativa

Quest’articolo è stato scritto da Roberta Rapicavoli, Avvocato esperto in privacy e diritto informatico & Docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

Roberta Rapicavoli

La gestione di un eCommerce comporta il trattamento di molteplici dati personali riferiti agli acquirenti.

Per i non addetti ai lavori o comunque per chi non si è mai accostato ai temi relativi alla privacy: quando si utilizza il termine “dati personali” si fa riferimento a qualunque informazione che consente di identificare, anche indirettamente, una persona fisica.

Quindi, ad esempio, sono dati personali il nome, il cognome e l’indirizzo email, conferiti direttamente dall’utente in fase di adesione a un certo servizio o acquisto di un determinato bene.

Ma sono dati personali anche quei dati che rivelano le preferenze dell’utente che abbia visualizzato alcuni prodotti del sito, raccolti mediante accesso ad informazioni già archiviate sul dispositivo.LinkedIn candidati passivi

Chiarito allora cosa debba intendersi per dati personali e preso atto che la gestione di un eCommerce comporta sicuramente il trattamento di molteplici informazioni relative all’acquirente, occorre chiedersi come sia possibile gestire tali dati nel rispetto della normativa privacy.

Normativa di riferimento

La disciplina in materia di protezione dei dati personali attualmente in vigore è contenuta nel D. lgs. 196/2003 (“Codice privacy”), che trova applicazione nel caso di trattamenti effettuati da soggetti stabiliti in Italia o da chi sia stabilito in Paese extra UE ma impieghi strumenti situati nel territorio dello Stato.

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Il Codice privacy è destinato a essere sostituito dal Regolamento UE 2016/679 – entrato in vigore il 24 maggio 2016, ma applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018 – che disciplina non solo il trattamento effettuato da chi è stabilito nell’UE, ma anche il trattamento di dati personali di interessati che si trovano nell’Unione, effettuato da chi non è stabilito nell’Unione, se le attività di trattamento riguardano l’offerta di beni o la prestazione di servizi ai suddetti interessati nell’Unione, oppure il monitoraggio del loro comportamento, nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’UE.

Come gestire i dati personali nel rispetto della normativa privacy

Un primo aspetto che il titolare di un eCommerce deve considerare è costituito dall’obbligo di fornire agli utenti le informazioni sui dati oggetto di trattamento (il riferimento è all’art. 13 del Codice privacy e agli artt. 13 e 14 del Regolamento UE 2016/679).

Tale obbligo informativo si traduce, in concreto, nella gestione della policy privacy – rivolta a tutti coloro che accedono al sito web – e nell’inserimento di specifiche informative in relazione a trattamenti di dati di utenti per determinati richieste o servizi – si pensi, ad esempio, alla gestione di un’area riservata per monitorare gli ordini effettuati o al servizio di newsletter commerciale.

cookie policy button, green hot key on keyboard. 3D rendering

Il Garante privacy può individuare con proprio provvedimento modalità semplificate per l’informativa e, un esempio di interesse per chi intende avviare un eCommerce, è costituito dal provvedimento 229 dell’8 maggio 2014 in materia di Individuazione delle modalità semplificate per l’informativa e l’acquisizione del consenso per l’uso dei cookie, con cui l’Autorità ha indicato, per la gestione dell’informativa su un sito che utilizzi cookie di profilazione (propri o di terze parti), un doppio livello, disponendo che:

“nel momento in cui l’utente accede a un sito web, deve essergli presentata una prima informativa “breve”, contenuta in un banner a comparsa immediata sulla home page (o altra pagina tramite la quale l’utente può accedere al sito), integrata da un’informativa “estesa”, alla quale si accede attraverso un link cliccabile dall’utente”.

Altro aspetto fondamentale che occorre considerare è relativo alla necessaria sussistenza di una condizione di liceità. Occorre cioè che il trattamento dei dati sia effettuato perché espressamente acconsentito oppure perché ricorre altra ipotesi a fronte della quale la legge ammette il trattamento – come, ad esempio, nel caso in cui sia necessario per adempiere agli obblighi derivanti dalla legge o dal rapporto contrattuale di cui è parte l’interessato (per un esame dettagliato delle singole ipotesi si rinvia all’art. 24 del Codice privacy e all’art. 6 del Regolamento UE 2016/679).

In concreto, allora, chi gestisce un eCommerce, oltre a predisporre le informative privacy da rendere facilmente accessibili agli utenti che accedono al sito e/o conferiscono i loro dati attraverso un modulo contatti o altro form relativo a determinati servizi, deve valutare se le informazioni verranno utilizzate solo per finalità strettamente legate all’acquisto (gestione dell’ordine, spedizione, fatturazione …) – per cui non sarà necessario acquisire il consenso – oppure se verranno effettuati trattamenti per finalità ulteriori (si pensi, ad esempio, all’invio di email promozionali, alla comunicazione dei dati a terzi per loro autonome finalità di marketing, ad attività di profilazione…) – per cui si dovrà acquisire specifico consenso.

Proprio in ordine alle finalità per cui i dati possono essere utilizzati, occorre considerare che, spesso, chi gestisce un eCommerce ha interesse a monitorare le attività svolte dall’utente all’interno del sito per inviare pubblicità mirata.

Tale attività può essere svolta attraverso vari servizi – si pensi ad esempio alle campagne di remarketing con Google, che richiedono di inserire sul sito apposito tag – il cui impiego comporta, ai sensi dell’art. 122 del Codice privacy e del Provvedimento del Garante in materia di cookie del 2014, oltre agli adempimenti già segnalati (gestione informativa su doppio livello e acquisizione del consenso prima del rilascio dei cookie o strumenti analoghi) anche l’obbligo di notificazione, previsto dall’art. 37 lett. d) del Codice privacy.

 

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