Che cos’è la Social Proof e perché il tuo brand ne ha bisogno

Qual è una delle prime cose che fai per prenotare la tua vacanza? Una volta scelta una nuova meta e non il solito b&b del cugino del vostro amico, sicuramente vi siete affidati alle recensioni online lasciate dai precedenti clienti prima di prenotare l’hotel suggerito dal vostro motore di ricerca preferito.

Non è così? Ormai questa pratica è consolidata quasi per tutto: dall’acquisto di un nuovo device tecnologico fino alla scelta di un film da guardare al cinema con gli amici.

Tecnicamente le recensioni che consultate online si chiamano social proof e sono di vitale importanza per l’online reputation management di un brand.

Uno studio condotto nel 2014 evidenzia come l’88% degli utenti consulta le recensioni online per decidere se un brand è affidabile o meno, e ogni anno si assiste a una crescita positiva e costante di questa tendenza.

social_proof

Inoltre, è diventata quasi un’abitudine per i consumatori leggere le recensioni riportate da tool come Yelp, Foursquare e Tripadvisor prima di arrivare alla fase di acquisto, ultima tappa del buyer’s journey.

In realtà esistono diverse tipologie di social proof: vediamo le 5 più utilizzate dai brand (trovate qui l’articolo completo di Buffer).

Expert Social Proof

Si tratta del tipo di testimonianza più veritiera e credibile, in quanto arriva da un vero professionista esperto del tema trattato. Per esempio, viene utilizzata maggiormente da brand del settore beauty, health oppure food per garantire l’efficacia o l’autenticità di un prodotto.

Con Acqua Vitasnella brindi alla salute tutto il giorno!

Gepostet von Acqua Vitasnella am Donnerstag, 5. November 2015

Celebrity / Influencer Social Proof

Forse la tipologia più amata dai grandi brand del settore fashion & luxury, si ricollega all’influencer marketing in quanto richiede l’utilizzo di un testimonial famoso per sponsorizzare un determinato prodotto o servizio.

social_proof

LEGGI ANCHE: Online reputation e adv: consigli per Marketer e Influencer

User Social Proof

La testimonianza di un utente è la più semplice e diretta, ma anche la meno controllabile da parte del brand: il consumatore, infatti, può lasciare una recensione sia positiva che negativa della sua esperienza.

L’importante per l’azienda oggetto della review negativa è mai cancellare il commento o attaccare in malo modo l’utente, ma capire la natura del problema e cercare una possibile soluzione insieme al consumatore insoddisfatto.

Crowds Social Proof

Con “wisdom of the crowd” si intende un feedback comune per una larga fetta di utenti: in questo caso il consumatore si affida alle centinaia di recensioni presenti nei tool citati in precedenza, oltre a quelli lasciati sui siti di eCommerce più famosi come Amazon ed Ebay.

social_proof

Friends Social Proof

In concetto di “wisdom of your friends” non si riferisce agli amici nel mondo reale, ma a quelli presenti in quello social: ovvero, questo tipo di social proof si avvale degli algoritmi delle piattaforme come Facebook e Twitter che consigliano di interagire con i contenuti e i profili che i tuoi contatti stanno già seguendo.

Può sembrare una social proof poco interessante, ma è provato che circa il 16% dei nuovi followers deriva proprio da questo tipo di suggerimenti.

Ora non resta che scegliere la tecnologia di social proof più adatta al vostro business e metterla in pratica!

Tre successi virali da cui trarre insegnamento

La viralità non è una formula matematica. Non esiste il processo perfetto per creare il contenuto virale e raggiungere il successo sui social network sempre più affollati e dalla reach organica sempre più traballante. Ci sono però delle piccole realtà che, grazie a contenuti divertenti, di qualità o comunque coinvolgenti, sono riuscite ad emergere, facendosi conoscere da un pubblico molto più ampio rispetto alle proprie potenzialità.

Vediamone alcune insieme, per carpire elementi utili che possano aiutarci a sviluppare contenuti di grande impatto. Con una piccola premessa: che il successo sui social, spesso, lo si ottiene anche imparando da esempi e “case study” nati fuori dal mondo di Facebook, Twitter e simili.
ice_bucket_challenge

Ice bucket challenge

È stata la moda del 2014: celebrità e gente comune si sfidava gettandosi addosso secchi di acqua e ghiaccio in modi più o meno creativi. Lo scopo? Oltre a quello di provocare un sorriso, serviva ad aumentare l’awareness attorno alla Sclerosi Laterale Amiotrofica, terribile malattia che l’ALS Association combatte raccogliendo fondi e donazioni. Il risultato?

Le sfide lanciate tra celebrity e gente comune hanno contribuito a raccogliere oltre 220 milioni di dollari; soldi, questi, che a loro volta sono stati alla base di nuove attività di ricerca che, si spera, contribuiranno alla sconfitta della malattia. Insomma: un vero e proprio epic win.

dumb_ways_to_die

Dumb Ways To Die

Molti di voi avranno sentito parlare almeno una volta di Dumb Ways to Die. Il simpatico video e relativo gioco per dispositivi mobile sono infatti parte di un’irriverente campagna sulla sicurezza della Metropolitana di Melbourne. Tra un motivetto orecchiabile e un tap sullo schermo di uno smartphone, Dumb Ways to Die ha avuto un successo strepitoso, tanto che l’app mobile ha raggiunto la prima posizione nella classifica delle app più scaricate in oltre 100 paesi diversi.

Una notorietà che non solo ha portato ad altre applicazioni simili, tra spin off e veri e propri sequel, ma anche una maggior consapevolezza dei rischi collegati alle stazioni della metropolitana e persino minori incidenti presso le stazioni.

 

Cards Against Humanity

Negli Stati Uniti è estremamente popolare e sempre più italiani stanno imparando ad apprezzare e conoscere il “party game per persone orribili”. Cards Against Humanity è un esilarante – e a volte imbarazzante – gioco di carte in cui un giocatore estrae una carta domanda (nera) e il resto del tavolo risponde con una carta risposta tra quelle bianche a sua disposizione. Lo scopo? Quello di generare grasse risate, creando situazioni paradossali… che forse sono più vicine ai pensieri reconditi di una persona di quanto si possa credere.

cardagainsthumanity

L’idea semplice e accattivante è stata concretizzata in una campagna Kickstarter, per poi trovare il suo definitivo successo anche in formato “print and play” gratuito. Il successo del progetto? Merito anche delle irriverenti campagne di comunicazione tutte improntate su uno stile decisamente sopra le righe.

Tra i successi principali sin dal lancio ci sono stati l’assurda pubblicità per il Super Bowl dove hanno mostrato nient’altro che una patata e un (finto) articolo di scuse il giorno successivo e l’Anti-Black Friday, in cui il gioco era venduto a cinque dollari in più del solito. Vi sembra assurdo? Beh lo è, ma grazie a quest’ultima campagna hanno persino venduto più carte e copie del solito.

virality
Cosa ci insegnano?

La lezione principale è che spesso un’idea vincente merita di essere sviluppata pensando anche a mezzi non convenzionali. Solitamente le iniziative benefiche sono legate a eventi, galà, direct email marketing o spot televisivi dal tono molto serio o divulgativo.

L’Ice Bucket Challenge ha dimostrato invece come una solida idea, legata a formati insoliti e un pizzico di leggerezza, non solo non banalizza necessariamente tematiche importanti, ma può permettere di raggiungere audience ben più ampie. Dumbs Ways to Die ha fatto altrettanto, puntando anche sulla sua natura cross-channel: i creatori potevano infatti accontentarsi del video YouTube, ma hanno ben pensato di sfruttare un medium sempre più in fermento – quello dei giochi mobile – per continuare e rafforzare il proprio messaggio. Cards Against Humanity insegna infine quanto sia importante definire un proprio stile comunicativo e utilizzarlo come leva di comunicazione, senza mai snaturarsi e, anzi, trasformandolo in pietra fondante della propria community.

La prossima volta che elabori una campagna social fatti queste tre domante: posso dire lo stesso messaggio in modo più leggero e divertente? Posso sfruttare quest’idea su più canali? E infine, riesco ad essere coerente con i miei valori e ciò che rappresento? Dalle risposte che saprai dare potrebbe uscire il tuo prossimo successo virale.

E se il “botto” non arriva, non disperare. Ma ritenta, alzando sempre più l’asticella della qualità. Perché la viralità, come detto in apertura, non è una scienza esatta e non è detto che giunga necessariamente. Ma il successo è molto più probabile che segua chi lavora duramente e con costanza.

Addio carta di credito: con Visa si paga con gli occhiali da sole!

Quali sono gli oggetti da non dimenticare a cui tutti noi pensiamo quando usciamo di casa? Chiavi di casa, telefono, portafogli. Da oggi potranno essere gli occhiali da sole l’immancabile gadget da portare sempre con noi.

Grazie a un’idea sviluppata dal team di Visa presentata all’ultimo festival di Austin SXSWSouth by Southwest – a quanto pare da oggi non porteremo con noi gli occhiali da sole soltanto con il bel tempo e nelle ore diurne, ma le lenti scure sostituiranno il portafogli: più precisamente la carta di credito – e se l’idea parte da Visa, c’è da fidarsi!

LEGGI ANCHE: La lista completa dei 50 gadget più importanti di tutti i tempi

L’idea: Occhiali da sole Visa

Michele Castillo / CNBC

Michelle Castillo / CNBC

Chris Curtin, responsabile del reparto innovazione del brand, ha detto:

“[L’idea] è in linea con il concept del brand Visa: il concetto è proporre oggetti che nessuno si aspetterebbe essere abilitati come strumenti di pagamento, come occhiali da sole o un anello, e portarli sul mercato”

Curtin esprime il concept alla base dell’invenzione, e spiega che l’idea è innovativa perché comunemente non ci si aspetta da un paio di occhiali da sole – ma anche da un anello, aprendo così la strada a tutto il mondo del cosiddetto weareable – la possibilità che fungano da strumento di pagamento. Proprio questo aspetto, riuscire a cambiare la funzionalità di un oggetto, rappresenta l’innovazione.

Gli occhiali magici sono praticamente identici ai cugini analogici, salvo avere un chip sul lato. Avvicinando gli occhiali al lettore cui solitamente avviciniamo la carta di credito. – il POS, per intenderci – si abilita il pagamento. Semplice, no?

Il prodotto non è ancora in commercio ma in fase di test, e non è un mistero il fatto che sarà meno facile di quello che potrebbe sembrare entrare nel settore del wearable, già così incredibilmente affollato di start up e società tech. Un esempio su tutti? Pensiamo a FitBit.

LEGGI ANCHE: Wearable e retail marketing, un avvenire luminoso

Innovazione? Sì, ma…

Michelle Castillo / CNBC

Michelle Castillo / CNBC

L’idea è senza dubbio molto divertente e innovativa, ma porta con sé dei limiti: innanzitutto, chiunque può pagare se è in possesso degli occhiali, il che rende pericolosa l’ipotesi di perderli. In quel caso, bisogna immediatamente fare in modo che il nostro conto non sia più associato al paio di occhiali, e sappiamo tutti quanto sia poco piacevole trascorrere ore e giorni a bloccare un conto corrente.

In secondo luogo, se consideriamo che nelle ore seralie anche durante quelle diurne, quando c’è poco sole – non portiamo con noi gli occhiali perché non ne sentiamo l’esigenza fisica, una rivoluzione di questo tipo ci sta portando letteralmente ad avere un nuovo bisogno per un oggetto: creare nuovi bisogni era la Mecca dei marketer fino agli anni ’80, ma oggi va fatta molta più attenzione.

Sappiamo perfettamente cosa significa essere dipendenti dallo smartphone e non poche persone rimpiangono i tempi in cui, appunto, si usciva di casa con in tasca le chiavi e un po’ di contanti: il rischio è che in realtà i tempi stanno andando in tutt’altra direzione, ovvero rendere più potenti gli oggetti da cui già adesso non ci separiamo, come con FitBit che di fatto è un neutro bracciale in plastica che tendiamo a tenere sempre con noi, o lo SmartWatch, anche quello sempre con noi.

Potrebbe avere più senso investire sul wearable senza imporre un comportamento innaturale alle persone?

youtube-ads-mobile

YouTube Advertising: le potenzialità della pubblicità mobile

Per le aziende, soprattutto quelle che si rivolgono ad un pubblico più giovane, vale ancora la pena investire ingenti somme in pubblicità televisiva?

Una recente ricerca di IPSOS ha analizzato l’eye-tracking durante gli spot pubblicitari e i risultati sono molto interessanti. Gli spettatori prestano attenzione a meno del 50% dei commercial che passano sugli schermi televisivi.

Le cause? Il multitasking, l’utilizzo di smartphone e tablet, lo zapping e le possibilità che offrono le pay-tv e le smart tv di stoppare e/o mandare avanti in caso di programmi non in diretta, evitando così le fastidiose réclame.

Sempre secondo lo stesso studio IPSOS, l’84% degli spettatori presta invece attenzione alle non-skippable Mobile Ads di YouTube, mentre la percentuale scende al 62% nel caso in cui si possa chiudere o minimizzare l’Ads: un dato sensibilmente più alto rispetto all’attenzione posta sulle pubblicità in Tv (45%).

Pubblicità televisive VS Mobile Ads di YouTube

La ragione principale del successo delle Youtube Ads è che durano meno e non interrompono il video.

La TV, sia pubblica che privata, offre allo spettatore programmi farciti di pubblicità e tutti questi spot rendono meno attrattivo sia il prodotto pubblicizzato – vissuto come noioso dal 73% degli intervistati – che il programma stesso, che rischia di perdere spettatori a causa dello zapping e del multitasking compulsivo.

La pubblicità su YouTube ha successo proprio perché è breve: garantendo solo 5 secondi obbligatori dà la possibilità alle aziende di concentrare tutto il messaggio in pochi frame che resteranno più facilmente impressi nella mente del consumatore senza disturbarne l’esperienza – e la pazienza.  

Multitasking e YouTube Ads

youtube-ads-1

Un altro motivo, strettamente connesso con il primo, è che la pubblicità in Tv, essendo lo spettatore cosciente della lunghezza e della ripetitività dell’offerta, permette di fare altre attività, il sopracitato multitasking. Lo studio mostra come il 66% degli spettatori TV allo scoccare della pubblicità prenda in mano un altro device, contro il solo il 6% di chi guarda un video su YouTube da mobile, e che il 56% (contro il 14%) durante la pubblicità in TV fa altro (mangia, gioca con il cane, sistema la cucina…).

Questo semplicemente perché le YouTube Ads non permettono materialmente all’utente di annoiarsi o pensare di fare altro, al massimo possiamo sbuffare frementi per il nostro video.

La qualità degli annunci su YouTube

Se non siete ancora convinti di investire sulle Youtube Ads vi diamo un altro buon motivo per farlo.

Un recente studio Nielsen dimostra che gli utenti prestano 2,5 volte più attenzione a un Ads che viene mostrato con audio e video di buona qualità, come avviene su YouTube, rispetto a una piattaforma dove l’audio non parte in automatico (ad esempio Facebook o Twitter) o vengono usati sottotitoli.

Inoltre, numerosi studi di neuroscienze dimostrano come un messaggio venga memorizzato meglio quando viene sia visto che ascoltato. La normale conseguenza di questa constatazione è che l’attenzione posta ai YouTube Ads è 1,8 volte maggiore rispetto agli altri social network!

Chi guarda un video su YouTube è più disposto a guardare un annuncio

Terzo e ultimo motivo: la motivazione.

Chi guarda un video su YouTube lo fa con un preciso scopo (almeno iniziale), non ha semplicemente acceso la TV con la speranza di trovare qualcosa da guardare: è dunque molto motivato nella visione dei contenuti che lui stesso ha trovato ed è più disposto a sorbirsi un po’ di pubblicità iniziale.

Il mondo è sempre più connesso in mobilità, ma questa facilità di raggiungere gli utenti deve tradursi in capacità di attirare l’attenzione del consumatore e di convertire gli investimenti pubblicitari. Bisogna scegliere i canali giusti e sfruttarli nel modo migliore.

YouTube vi dà gli strumenti per fare un ottimo lavoro, utilizzando tutte le potenzialità del mobile – velocità, qualità e quantità – e potrà garantire ottime conversioni.

Google e Adobe presentano un nuovo font open source per l’estremo oriente

I due colossi dell’informatica Google e Adobe hanno fatto una partnership per lanciare insieme un progetto open source destinato a rivoluzionare il Far Est grazie un font che unificherà i caratteri delle lingue orientali per circa 1.5 miliardi di persone.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

Per realizzare il nuovo font – chiamato Source Han Serif da Adobe e Noto Serif CJK da Google – le due aziende hanno lavorato con imprese locali per disegnare tutti i 65,535 simboli in ognuno dei sette diversi stili, per uno straordinario totale di 458,745 simboli. Per rendere l’idea di questo grandioso lavoro basti pensare che i caratteri latini contengono giusto qualche dozzina di simboli.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

L’obiettivo del progetto Google Noto font – sviluppare una famiglia di font di alta qualità, armonizzati tra loro, disponibili per tutti i dispositivi e per tutte le lingue orientali – era ambizioso nelle dimensioni e negli scopi”, spiega Bob Jung, direttore dell’internalizzazione di Google.

“I linguaggi CJK sono critici per oltre un miliardo di utenti. Adobe, un pioniere nella tipografia digitale era il partner perfetto per aiutarci in questo progetto”.

Noto Serif CJK o Source Han Serif, Google e Adobe presentano il nuovo font open source per l’estremo oriente

Il risultato è strabiliante: il font Source Han Serif è composto da quattro lingue orientali – Cinese semplificato, Cinese tradizionale, Giapponese e Coreano – ed anche da font occidentali come il Latin, il Greco ed il Cirillico che sono derivati da Source Serif.

Intelligenza-artificiale

Intelligenza Artificiale VS Curiosità Umana: conflitto o co-evoluzione?

“Non ho particolari talenti, sono soltanto appassionatamente curioso.”

Così esordiva Albert Einstein in una lettera allo scrittore svizzero Carl Seeling nel 1952.

L’elemento “curiosità” assume sempre più importanza in molti settori. La ricerca del candidato perfetto, già da qualche tempo e sempre più in futuro, non si baserà solamente su quanto già appreso, ma sulla capacità di apprendere, e la curiosità umana giocherà un ruolo molto più importante rispetto al passato. Perché?

L’intelligenza artificiale (IA), tema caldo del momento, anche se non è nuovo. Già nel 1997 Deep Blue, la IA di IBM batteva il campione mondiale di scacchi Kasparov, e un anno fa AlphaGo, la IA di Google DeepMind, ha battuto uno dei campioni mondiali di Go, un gioco cinese con innumerevoli mosse possibili.

alpha go batte lee sedol

Apprendimento: Macchina 1- Uomo 0

Le capacità di apprendimento dell’intelligenza artificiale è molto superiore a quella umana. Ogni IA ha un determinato obiettivo, il quale diventa la sua unica priorità: per questo l’apprendimento di informazioni che porta al raggiungimento di esso, è potenzialmente senza limiti.

Prendiamo per esempio una self-driving car: ha un solo obiettivo, che si preoccuperà di raggiungere. Non si preoccuperà di cercare la canzone giusta per accompagnare a destinazione il proprio passeggero, rispondere al telefono o pensare a quando prenotare il biglietto aereo per andare in vacanza. In questo senso la self driving car è molto più efficiente di noi. Così, per certi versi, lo è uno degli antenati dell’intelligenza artificiale: la calcolatrice, che ha delle abilità aritmetiche superiori a qualunque essere umano.

La AI è consciousness-free, libera dal flusso di coscienza che ben caratterizza la specie umana.

Ma andiamo oltre il fattore “apprendimento”.

L’intelligenza artificiale potrà mai diventare più curiosa dell’essere umano?

intelligenza-artificiale

La principale caratteristica di tutte le tecnologie è l’efficienza. L’intelligenza artificiale come tutte le altre tecnologie è programmata, o meglio istruita, per elaborare un determinato compito: una sola intelligenza dedicata ad un lavoro specifico.

Come invece sottolinea Kevin Kelly, studioso di cultura digitale e fondatore di Wired, nelle nostre menti ci sono molti tipi di intelligenza: abbiamo il ragionamento deduttivo, l’intelligenza emotiva, l’intelligenza spaziale.

Si, siamo esseri complicati, e, in quanto tali, caratterizzati da un qualcosa che probabilmente la IA non potrà mai incorporare: la curiosità di cui parlava Einstein, quella curiosità che può emergere in molteplici campi, anche sconnessi tra di loro. Siamo decisamente ad una nuova rivoluzione industriale. Nella prima l’uomo si preoccupava delle macchine come “forza artificiale” e della conseguente perdita dei posti di lavoro, (che si è effettivamente verificata), però se ne sono creati anche tanti altri. Ma è anche questo il costo dell’innovazione e dell’evoluzione.

artificial-intelligence

Non è stato sempre cosi d’altronde?  La storia è ciclica, i cambiamenti e l’innovazione portano nuovi interrogativi. Da Matrix a Westworld, il quesito è lo stesso: e se l’intelligenza artificiale diventasse più abile di noi?

La nascita di qualcosa porta con sé la paura del nuovo: Seneca (tutore di Nerone) ammonì la nascita dei libri come causa di distrazione; l’arrivo della stampa nel ‘400 e il conseguente accumulo di libri preoccupava Leibniz di un ritorno alla barbarie; e ancora la nascita del telefono portò con se preoccupazioni relative al nostro modo di conversare in maniera civile.

Una nuova era

Dopo l’era dell’industrializzazione, seguita dall’era dell’informazione, siamo ora sul nascere di una nuova era , un’ “Era Aumentata” in cui la collaborazione uomo – macchina può portare a raggiungerci risultati inimmaginabili.

intelligenza-artificiale-uomo-macchina

È vero che il nostro apprendimento verso materie per cui non nutriamo alcun interesse non potrà mai aggiungere i livelli dell’IA, e che un computer sarà sempre più veloce di noi nel testare un’idea se ha un obiettivo prefissato e informazioni ben precise.

I computer però mancano di un neuro-sistema che riesce a collegare i problemi in maniera analoga e magari connetterli ad esperienze passate e non correlate al problema presente. Per esempio, un algoritmo che riconosce caratteristiche ed espressioni del viso o programmato per il riconoscimento di immagini non saprà giocare a dama o ad un videogame.

In altre parole, in termini di performance, la IA supera di gran lunga l’uomo, ma quando parliamo di curiosità e la passione verso i propri interessi, queste sono caratteristiche tipicamente umane.

Social_Media

Perchè la tua azienda non dovrebbe essere su tutti i social media

Facebook si Facebook no, foto su Instagram si oppure no, 140 caratteri di Twitter oppure Stories su Snapchat? Quante volte avrete sentito il vostro capo o il social media manager, appena incaricato di gestire la social reputation della vostra azienda o brand, fare questi discorsi? Oggi vogliamo proprio parlarvi di questo, del perchè le aziende o i brand non devono necessariamente essere su tutti i canali social a vostra disposizione. Ma andiamo con ordine.

Alzi la mano chi non ha mai storto il naso davanti una home page senza tutte le coloratissime icone dei social network. Come è possibile che tale azienda non abbia un account Facebook? In effetti questo è quasi impossibile. Perché non posso connettermi con tale brand su Linkedin o Instagram? Prima che vi facciate cogliere dall’impeto di chiudere l’internet vi diciamo che no, il vostro business non deve per forza essere su tutti i social network.

Social_Media

No, non stiamo scherzando e per convincervi oggi vogliamo proprio offrirvi alcuni buoni motivi per cui la vostra azienda non dovrebbe essere obbligatoriamente su tutti i canali social. Non vi abbiamo ancora convinto? Prima di procedere con le giuste ragioni poniamo alcuni esempi.

Dovete promuovere un’attività di ristorazione, via libera, dunque a Instagram con le foto delle pietanze più succulente e si a Facebook per la geo localizzazione e la parte advertising, forse di Linkedin ne potreste fare anche a meno, ed ecco liberare tempi e denaro da investire sui social più performanti. Vi occupate di energie rinnovabili? Avanti tutta con le connessioni e il networking professional di Linkedin e no alle board fashoniste di Pinterest.

LEGGI ANCHE: Come gestire i tuoi canali social in 15 minuti al giorno

Per evitare che le vostre attività social vi tornino indietro come un boomerang, ecco per voi qualche suggerimento per evitare di strafare. Non dovreste essere ovunque sui social perché…

Perché i vostri potenziali clienti non sono tutti i social

È il punto fermo di qualsiasi attività di business e anche quello più importante di questa lista: individuare e intercettare il proprio pubblico potenziale di clienti. Dove sono? Cosa fanno? Quali piattaforme social utilizzano? Con quale frequenza? Dove sono collocati geograficamente? Se la regola del buttiamoci su tutti i canali e conquistiamo più cuori possibili vi sembra allettante è perché non avete preso in considerazione il fatto che “pochi ma buoni” potrebbe essere la scelta migliore sul lungo termine.

Social_media
Partire da un’analisi preliminare sulla presenza del proprio pubblico sui social è fondamentale per avere bene a mente il contesto in cui ci si muove. Qualche esempio? Il vostro mercato è quello del B2B? Che vantaggi potreste ricavare da una social media strategy focalizzata su Facebook? Poco, per questo sarebbe preferibile investire tempi e risorse su Linkedin e rafforzare la rete con le aziende presenti.

Considerate poi la provenienza geografica dei vostri utenti finali. Siete proprio sicuri che Facebook o Instagram sia la scelta giusta se vi state affacciando sul mercato russo o cinese? A voi le considerazioni finali su questo punto focale. Ma andiamo avanti..

Perché i vostri prodotti o servizi non sono adatti per tutti i canali social

Partendo dal presupposto che la performance di una strategia social va misurata sulla base degli obiettivi prefissati, capire con quale scatola confezionare il nostro prodotto può rivelarsi vincente. Strettamente legato al punto uno, ovvero il pubblico, quello del rapporto canale/prodotto non è un passaggio da sottovalutare.

Avete un eCommerce con capi di abbigliamento beachware? Valorizzateli su Pinterest, abbandonando l’idea poco proficua di Twitter a meno che non vogliate entrare in qualche trend topic di giornata su un argomento di settore. La vostra azienda vi ha incaricato di seguire un evento? Il live tweeting è quello che fa per voi, così come una diretta live di Facebook. Meno adatto Instagram o Google +.

Social_Media

Perché sui social media quantità non è sinonimo di qualità

Essere ovunque non è automaticamente sinonimo di grandi performance. Ve lo abbiamo già detto,  c’è una una grande varietà di canali social disponibili per il vostro business, ma  vi consigliamo di utilizzarne non più di tre e concentrarvi sulla produzione di contenuti di qualità per quelli che sono più performanti per il vostro business.

Non sapete quale canale scegliere e siete tornati al punto di partenza? Niente panico, vi consigliamo di mettervi in ascolto. Parlate con le persone con cui lavorate, parlate con i clienti e fate qualche attenta ricerca su ogni canale per monitorare se i vostri concorrenti e come i vostri potenziali clienti si rapportano con loro. Credeteci, perchè la qualità di quello che producete verrà premiata.

Perchè non avete molto tempo a disposizione da dedicare ai social media

Ve lo diciamo onestamente, dedicare il giusto tempo alla gestione dei vostri canali social è cosa buona e giusta, non si può improvvisare ma se di tempo ne avete poco come appena detto qualche riga fa è meglio concentrarsi su pochi ma buoni social network.

Social_media

Avere poco tempo e doverlo spalmare su tutti i social potrebbe significare prestare poca attenzione alla qualità dei contenuti che state producendo a discapito dei vostri potenziali clienti e di conseguenza del vostro business. Createvi una tabella di marcia, un posting plan e ottimizzate i vostri tempi prestando sempre attenzione al prodotto finale.

E voi avete da suggerirci qualche altro motivo per cui un’azienda o brand non dovrebbe essere necessariamente su tutti i social? Raccontateci la vostra esperienza e le vostre scelte. Dove? Naturalmente, sulla nostra fanpage di Facebook o sul nostro gruppo LinkedIn.

L’importanza del customer service per il tuo eCommerce

Quest’articolo è stato scritto da Antonella Apicella, docente del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

Antonella Apicella

Chi ha un eCommerce si preoccupa della bellezza, della funzionalità del sito, della selezione dei prodotti, della vendita di essi, della pubblicità per migliorare la visibilità dello shop, ma in pochi si preoccupano di “curare” il servizio di assistenza al cliente. Dalla mia esperienza rilevo che il servizio clienti di molti e-shop in rete è l’anello debole della catena: Live chat esistenti ma disattive, numeri telefonici ai quali non si risponde, servizio mail garantito, ma lento nelle risposte.

Il servizio di assistenza al cliente può essere un valido alleato per acquisire e fidelizzare il cliente, nelle diverse fasi del funnel di conversione.

Per funzionare, il servizio clienti va fatto bene e va considerato come impiego di risorse umane e di tempo al pari di un investimento pubblicitario nella strategia di marketing progettata.

Fatta questa premessa scopriamo insieme perché creare un buon customer care e cosa fa il servizio clienti per gli utenti di un eCommerce.

Un eCommerce è fatto di persone che lavorano e i suoi utenti/clienti sono uomini o donne. Quando parlo di eCommerce faccio, per capirci, un confronto con la vita e la realtà del negozio offline.

Sei un gestore di un retail, cosa faresti all’ingresso nel tuo negozio di un cliente curioso o interessato?

Lo accogli, lo lasci visitare il negozio, chiedi se ha bisogno di aiuto.

In breve, ti preoccupi personalmente o affidi ad un addetto il rapporto diretto con il cliente, per assisterlo, per consigliarlo e guidarlo all’acquisto.

Businesswoman hands holding white card sign with we hear you text message isolated on grey wall office background. Retro instagram style image

Cosa c’è di diverso per un e-shop?

Nulla, l’e-shop non è un “mondo alieno”, altro dalla realtà e dalla quotidianità delle persone.

Gli utenti che visitano il nostro e-shop sono persone, dato che il lavoro ed il rapporto con il cliente è virtuale, bisogna curare e dare molta più importanza alle relazioni umane.

Chi naviga in rete, ed approda sul tuo shop con l’intenzione di cercare o comprare un prodotto, vuole conferma che dietro al negozio virtuale ci siano delle persone in carne ed ossa, vive, reali con cui comunicare.

Le persone hanno bisogno di un “contatto fisico”, ad esempio chiedono conferma dell’ordine effettuato, per un bisogno di sicurezza, accertandosi che tutto sia andato a buon fine e che ci sia qualcuno che prenda l’incarico del loro acquisto.

Le domande frequenti sono tante, e vertono su diversi aspetti, dalle informazioni sui prodotti, alla difficoltà ad effettuare un ordine o una registrazione, da richieste relative alla spedizione, alle modalità di pagamento o reso.

Chi prende in gestione queste richieste? Chi scioglie i dubbi dell’ utente?

Riprendendo la similitudine con il “negozio reale”, se un cliente entra in un negozio e non trova nessuno disposto a seguirlo o ad aiutarlo, cosa fa?

Va via, non solo ma racconta anche ai suoi amici la sua esperienza negativa.

Lo stesso capita per l’e-shop, se il cliente ha difficoltà, se fa una domanda e non ha supporto, abbandona la pagina, va altrove e dimenticherà per sempre il tuo shop.

Nella complessità del mondo del web sono poche le cose che possono fare la differenza rispetto ad un competitor: una di queste è un buon servizio clienti.

Customer service representative working from home on laptop

Creare per il tuo eCommerce un customer care operativo, deputando una o più persone, a seconda delle esigenze, alla gestione delle richieste degli utenti, all’ascolto degli utenti, a comunicare con loro, è un beneficio per l’azienda, in termini di crescita di clienti soddisfatti e fidelizzati, di aumento diretto delle conversioni.

Non sottovalutiamo nella nostra strategia, il valore e il vantaggio del servizio clienti.

Un utente che ci pone una domanda ha più valore di un prospect, per cui investiamo denaro. Se ragioniamo in quest’ottica e l’obiettivo del nostro management è il cliente soddisfatto e non la vendita del prodotto, il customer care operativo diventa una priorità.

Cosa fa il customer service di un eCommerce?

Quando un utente entra in contatto con la tua azienda inizia un percorso: cerca il prodotto, lo valuta, decide di acquistarlo, si registra, chiede assistenza, riceve ed usa la merce, va via o decide di (ri)prendere la relazione con te.

Sono tutte fasi di una customer experience, durante la quale gioca un ruolo importante chi si occupa del servizio clienti. Mettendo il cliente al centro del tuo eCommerce, chi fa servizio clienti punta a rendere piacevole e semplice tutta la sua esperienza di navigazione e di acquisto.

Il servizio clienti è la voce della tua azienda.

Il contatto con la live chat, la mail, il telefono, i social media o qualunque canale si scelga per la comunicazione, genera un’esperienza, elabora una valutazione che porterà l’utente a scegliere e confermare te o passare al competitor.

L’utente valuterà e sceglierà la tua azienda alla luce dell’affidabilità, della cortesia, della professionalità trasmessa.

Il cliente è esigente, mettiamoci nei suoi panni ed aiutiamolo.

Il compito di chi si occupa di customer care è quello di essere rapidi ed efficienti, garantiamo un supporto veloce e di qualità.

I tempi di risposta vanno ben scanditi.

La risposta in 5 minuti non è obbligatoria, ma dopo tre giorni è deleteria.

Se necessario, smistiamo le domande relative alla fase di pre-ordine, da quelle di post-ordine, che includono ad esempio dubbi circa lo stato dell’ordine, della spedizione, del reso, assegnando ciascun ambito a persone diverse.

La fiducia nel cliente si costruisce intrecciando una rete, nella quale la velocità, la cortesia, la professionalità sono i punti di forza, risolvere un dubbio, essere presenti, trasforma un utente incerto, in un cliente soddisfatto.

Costruire una rete di clienti soddisfatti è la missione di chi fa Customer care

Scegli il canale più adatto per entrare in comunicazione con la tua audience.

Non tutti gli strumenti per fare customer care sono adatti per il tuo eCommerce.

Se vendi un prodotto rivolto ad un target di persone adulte, abituate al telefono, sarà opportuno fornire un numero verde o un recapito telefonico dove contattarti.

Non nego che talvolta si possano usare più strumenti contemporaneamente, perché l’audience è più vasta, tocca età e stili diversi.

Ascolta il pubblico, testa quali sono le sue esigenze, usa talvolta più strumenti nello stesso tempo, conversa con gli utenti e non è assente.

Abbiamo visto quanto è importante investire risorse per gestire un servizio di customer care, quanto può essere produttivo e remunerativo intercettare un utente nel momento del bisogno.

Abbiamo il ruolo determinante del servizio clienti, portavoce dell’azienda, è colui che trasferisce fiducia, sicurezza, affidabilità, e guida l’utente in tutta la sua esperienza di acquisto.

Rimane aperta la questione su come creare una strategia di customer care e quali strumenti usare. Affronteremo l’argomento all’interno del Master Online in eCommerce Management di Ninja Academy.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

Inviare una email di lavoro sbagliata non ha mai ucciso nessuno, è vero, se vogliamo considerare una email come una semplice comunicazione di informazioni. Eppure, ci sono lavori nei quali apparire professionali è importante almeno quanto esserlo davvero. Il mondo della comunicazione è proprio uno di quei settori nei quali questo presupposto è ancora più valido.

Il classico errore di distrazione, l’invio disattento di una bozza non ancora completa, l’inclusione tra i destinatari di indirizzi che dovevano essere esclusi.

Se almeno uno di questi tipici errori da invio di email di lavoro compulsivo ti è familiare, allora ti consiglio di proseguire nella tua lettura. Scoprirai quali sono gli errori più comuni che si commettono inviando una email di lavoro e soprattutto, imparerai come prevenirli.

Quasi tutti trascorriamo almeno un quarto di ogni giornata di lavoro a leggere o a rispondere alle email di lavoro. Eppure molti di noi non hanno ancora piena confidenza con quello che potremmo definire il Galateo della posta elettronica, un ambito complesso nonostante venga spesso percepito come semplice e immediato, ma che prevede esperienza e conoscenza delle diverse fattispecie che si potranno incontrare.

Ecco i cinque errori più comuni, che tutti rischiamo di commettere nell’invio delle nostre email di lavoro.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

1. Saluti troppo informali

Quando si scrive una email professionale, soprattutto rivolgendosi a qualcuno che già si conosce da tempo, o magari con cui si collabora abitualmente, si corre sempre il rischio di incorrere in un saluto troppo informale, non adatto al registro comunque ufficiale della mail di lavoro.

Magari ti sarà capitato di lasciarti sfuggire un “Hey” o peggio “Bella zio!”. Ricorda che, anche se sei in estrema confidenza con il tuo destinatario, in quella mail potrebbe essere in copia qualcun altro e tu potresti non essertene accorto, oppure, magari, ad un certo punto potrebbe nascere l’esigenza di inserire nel thread della comunicazione un terzo indirizzo, che si troverà a leggere anche le altre conversazioni su quell’argomento.

Sempre meglio sbagliare per una eccessiva formalità che per essere stati troppo “sciolti” in un saluto.

2. Errori di battitura o errori di grammatica

Mentre un paio di errori di battitura o di refusi non sono un grande problema per nessuno – tutti capiscono che ormai inviamo mail in qualsiasi circostanza, anche attraverso la tastiera non proprio comoda di uno smartphone -, gli errori di grammatica mostrano invece una scarsa padronanza della lingua e fanno inclinare verso il basso la percezione che l’interlocutore avrà della tua professionalità.

Scrivi, leggi, rileggi e poi controlla. Queste sono le regole fondamentali per non inviare una email poco chiara, molto imbarazzante e davvero poco professionale.

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

3. Invio di email di lavoro prima che siano complete

Cliccare troppo presto sul tasto “Invia” è segno di disattenzione. Non ci sono scuse per questo, mentre sei a lavoro ci si aspetta che i processi che segui siano curati con la massima attenzione, anche se stai facendo quattro cose contemporaneamente.

Una mail inviata troppo presto nel migliore di casi ti costringerà a completare la comunicazione con una seconda mail, che arriverà come un segnale di allarme per i destinatari. Immagina cosa significa sentire due o tre blip di seguito, per il Manager che utilizza la sincronizzazione sul cellulare. Come minimo il rischio è quello di sembrare degli scocciatori, nel peggiore dei casi sarai etichettato come disorganizzato e superficiale.

Per non correre questo rischio, soprattutto quando scrivi email di lavoro molto lunghe e complesse, basta semplicemente inserire il destinatario come ultima fase dell’invio. Questo ti garantirà anche la necessità di ricontrollare di aver inserito tutti gli indirizzi correttamente e nei rispettivi campi, se qualcuno dovesse essere in copia.

LEGGI ANCHE: Chatbot: 14 informazioni che non potete proprio ignorare

4. Mancanza di rispetto nei confronti di altre culture

Quando comunichiamo virtualmente, può essere davvero difficile comunicare esattamente ciò che stiamo cercando di dire. Il rischio, senza gestualità e senza il tono della voce che accompagna il messaggio è quello di essere fraintesi. Soprattutto quando comunichiamo con clienti di altre culture dobbiamo quindi tenere ben presente non solo il diverso fuso orario, ma anche le differenze culturali, stando attenti soprattutto all’uso di frasi idiomatiche, quelle più a rischio di fraintendimento.

Un interlocutore potrebbe apparire freddo e distaccato, ma in realtà è solo il frutto di una cultura più rispettosa della forma, quindi non facciamone mai una questione personale e cerchiamo di adeguarci al tono della conversazione senza preconcetti. Nelle mail come nella vita, insomma!

5 errori da non commettere inviando le tue email di lavoro

5. Un tono scherzoso che potrebbe essere frainteso

Anche se ci si conosce da tempo e molto bene, lo scherzo virtuale è sempre rischioso. La possibilità di degenerare in un fraintendimento, o peggio in una vera e propria lite, è altissimo. Se proprio hai commesso questo errore, non c’è modo di risolverlo tramite web. Rinuncia alla tua email di lavoro e componi il numero del collega che si è sentito offeso dal tuo gesto azzardato. E ovviamente, che l’errore ti serva da lezione.

Google SERP

Come apparire in cima ai risultati di ricerca, con i featured snippet di Google

Cosa sono i featured snippet di Google? Non potevamo che andare a cercare le informazioni alla fonte.

La definizione di Google è questa:

Quando un utente pone una domanda in Ricerca Google, la risposta restituita potrebbe essere mostrata in un riquadro speciale di snippet in primo piano nella parte superiore della pagina dei risultati di ricerca. Questo riquadro di snippet in primo piano include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL

(Google Support)

i featured snippet di Google

Via: Google support

5 passi da seguire per creare featured snippet

Gli snippet non sono a pagamento e quindi sono accessibili a chiunque sia interessato ad ottimizzare i contenuti del proprio sito in modo da risultare rilevante per Google.

Certamente apparire nei featured snippet significa apparire tra i primi risultati di ricerca. Come sfruttare questa imperdibile opportunità e migliorare il proprio posizionamento nella SERP?

Ecco alcuni consigli di base:

1. I contenuti devono rispondere alle possibili domande degli utenti

L’algoritmo di Google cerca tra innumerevoli siti la riposta ad una domanda formulata dall’utente. Questo elemento viene visualizzato in cima ai risultati di ricerca, sotto gli annunci di AdWords, nel caso ci fossero.

2. Quali domande pone il tuo target?

Invece di focalizzare il contenuto solo su una keyword come per esempio “Content Marketing” per pensare in ottica di featured snippet è utile porsi le domande che il vostro target potrebbe farti a riguardo: “Cos’è il content marketing?”. Il sito answer the public, ad esempio, aiuta a creare delle domande in base alle parole chiave. Se cerchiamo Content Marketing in Italia, quali domande saranno formulate?

Google featured Snippet, domande da porre3. Content is king, vale anche per i featured snippet

Con gli snippet non è possibile bypassare i parametri di ranking di Google. Questo significa che i contenuti devono essere di alta qualità, facilmente comprensibili, devono intrattenere il lettore ed essere focalizzati sullo user.

4. Ottimizza i contenuti per fornire la risposta migliore

Apparire in un featured snippet non è facile visto l’ammontare di contenuti nel Web. Solo la migliore risposta riuscirà ad apparire nel riquadro speciale dello snippet in primo piano. Mettiti nei panni del tuo interlocutore e cerca di immaginare le domande che potrebbe porre. Scrivi in maniera semplice e chiarisci passo per passo ogni possibile fonte di dubbio. Usa immagini, infografiche, video o screenshot per arricchire le guide. Gli utenti che troveranno i tuoi contenuti in un featured snippet, saranno più propensi a tornare sul sito.

LEGGI ANCHE: 4 segreti di Digital content Marketing raccontati dagli esperti

5. Usa le domande frequenti “FAQ”

Se sul sito hai una sezione dedicata alle domande frequenti, parti con un leggero vantaggio. Qui gli utenti potrebbero trovare domande che si sono posti visitando il sito, ma soprattutto il crawler di Google potrebbe trovare le risposte alle domande digitate dagli utenti. Per aumentare le possibilità di trovare i tuoi contenuti in un featured snippet, controlla le domande: ci sono tutte quelle che un utente potrebbe porsi? Le risposte sono esaurienti e chiare? Ricorda che le risposte non devono essere troppo lunghe, ma neanche troppo corte. Non esitare ad inserire link per approfondire l’argomento su altri siti.

Ancora una volta Google ci dimostra che per avanzare in primo piano nella SERP è necessario curare i contenuti per aumentarne la rilevanza.