Quanti anni hanno gli utenti di Snapchat?

Che si parli di aziende o di uso personale una cosa è certa: Snapchat non è (ancora) così popolare quanto Facebook o Instagram. Analizzando demograficamente i suoi user ci accorgiamo però di un dato non proprio irrilevante, ossia che è per eccellenza il social network preferito dalle nuove generazioni.

Quello generazionale non è esattamente un dato da ignorare vista la recente quotazione in borsa di Snap Inc. che ha permesso la divulgazione di dati rilevanti sull’andamento dell’azienda esponendo la medesima sotto l’occhio critico dei suoi competitor.

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Un social network per giovanissimi

Con 158 milioni di persone che accedono al social quotidianamente per guardare i loro Snap o Stories preferiti tra gli 8 milioni di video pubblicati ogni giorno e grazie alla capacità di racchiudere la narrazione in un contenitore accattivante, autentico e breve, Snapchat è diventata la piattaforma social più interessante del 2017.

Ma quanti anni hanno i suoi user? Relativamente pochi se comparati alla media dei suoi competitor che tende a confermare come Facebook sia ormai un social network “adulto”. Secondo i dati riportati dallo Statistic Portal (relativi a un’analisi su territorio statunitense) risulta da subito chiara la distribuzione demografica dell’utilizzo di Snapchat.

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Fonte: statista.com

Il 60% degli user ha un’età compresa tra i 13 e i 24 anni. Secondo l’ormai diffusa e discutibile consuetudine che tende a raggruppare i nati da dopo il 1980 e oggi in due uniche macro generazioni Y e Z (rispettivamente Millennials e Post-Millennials o iGen), possiamo affermare che Snapchat ha sicuramente conquistato gli adolescenti e molti post-adolescenti incuriositi dal fenomeno.

Un dato rilevante che permette di dividere una tanto grande fetta generazionale attraverso un particolare avvenimento c’è, ed è l’avvento di Internet. Le generazioni che hanno conosciuto l’arrivo del World Wide Web attraverso il suono stonato del modem 56k o hanno frequentato le scuole superiori quando Facebook non esisteva hanno un gap notevole da dover colmare rispetto alla nuova generazione cresciuta a pane e social media.

Ma come la mettiamo col fatto che più della metà dei nuovi iscritti ha già compiuto 25 anni? Dal momento che la penetrazione del fenomeno tra le generazioni più adulte sta crescendo la storia può cambiare molto velocemente. E la penetrazione è globale e non solo un fenomeno americano vista la quantità consistente di nazioni europee nella Top 10 che vede l’Irlanda al primo posto.

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Fonte: statista.com

Non solo un fenomeno generazionale ma anche di genere

Già da uno studio dell’Università di Harvard del 2015 i dati sulla distribuzione degli user di Snapchat in base al genere erano chiari e possono essere confermati: il social network sembra andare per la maggiore tra le ragazze. E non di poco visto che rappresentano il 70% degli user attivi di cui il 42% con un’età compresa tra i 18 e i 29 anni e i numeri non sono destinati a decrescere.

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Ma perché Snapchat piace così tanto alle ragazze? Alcune trovano che rappresenti semplicemente un modo nuovo e soprattutto divertente di comunicare: è come un Instagram che ti permette di essere “stramba” ma solo per 24 ore, dopodiché nessuno rivedrà mai quel contenuto.

Alcune danno certamente sfogo al narcisismo altre invece amano il nonsense totalmente randomico che lascia spazio alla creatività, e altre, secondo rumors, lo trovano perfetto per ottenere appuntamenti o addirittura semplicemente per un sano sexting.

E l’Italia dov’è? Apparentemente allineata ai dati anagrafici ma non a quelli di genere visto che la percentuale del pubblico femminile su Snapchat scende al 40%. Ancora troppo legate a Facebook, o forse solo più scettiche?

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Un dato è chiaro: probabilemnte Snapchat sta iniziando a non essere più soltanto un fenomeno generazionale né rappresenta solo una moda destinata a sparire. Anzi, è grazie a un bacino di utenti così giovane e dinamico che sta riuscendo in tempi record a far migrare aziende e brand verso un nuovo modo di fare marketing.

E voi siete solo adulti curiosi o già esperti di Stories? E soprattutto, quanti anni avete?

Altice acquisisce Teads, il primo video advertising marketplace al mondo

L’annuncio oggi: Altice N.V. ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di Teads, primo video advertising marketplace al mondo, con un bacino di utenza di oltre 1,2 miliardi di utenti unici, di cui 720 milioni su dispositivi mobili.

Il fatturato lordo di Teads è cresciuto del 44% nel 2016, fino a 187.4 milioni di euro, ma le ragioni dell’acquisizione vanno cercate in più elementi.

Fondata nel 2011, Teads è l’ideatrice della pubblicità video outstream: i publisher lavorano con Teads per creare nuova video inventory, gestire quella già esistente e monetizzarla attraverso la propria forza vendita, la forza vendita di Teads o il programmatic buying.

Le soluzioni di native video advertising di Teads includono una serie di formati, come l’inRead, inseriti nel cuore di un contenuto editoriale, che si riproducono all’interno dell’articolo. Questo formato ha letteralmente cambiato le regole del gioco all’interno del mercato della pubblicità video online, creando livelli d’inventory premium senza precedenti.

I brand e le agenzie possono accedere a questa premium inventory, disponibile sia su desktop che su mobile, tramite programmatic o managed service. Attraverso le potenzialità del proprio managed service, il team di Teads agisce per conto dei clienti utilizzando la propria piattaforma.

Teads acquisita da Altice

Altice acquisisce Teads: le ragioni della transazione

L’acquisizione permetterà di combinare gli asset strategici di Teads e Altice in maniera del tutto complementare:

Oltre ad aver costruito un network di relazioni con 94 dei 100 principali advertiser su scala mondiale, Teads vanta partnership con oltre 500 premium publisher a livello globale e 8000 publisher verticali. Si tratta della piattaforma publisher digitale con la migliore reach globale e il centro di innovazione Ricerca & Sviluppo (Montpellier, Francia e New York, USA) è attivo con più di 100 ingegneri e programmatori.

Infine, per completare il quadro delle ragioni all base della proposta di Altice, non va dimenticato un management team fortemente imprenditoriale e con una importante forza-vendita digitale, caratterizzato da un forte profilo finanziario autonomo.

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Dalla sua parte, Altice dispone di un’ingente quantità di dati di prima parte con circa 50 milioni di utenti unici, desktop e mobile, a livello globale (dei quali più di 30 milioni appartengono a US e Francia) ed è leader di mercato in ambito analytics, grazie anche alla recente acquisizione di Audience Partners. L’unione della forza vendita pubblicitaria globale e multi-locale e l’ampio business pubblicitario internazionale, con entrate superiori a 700milioni di euro all’anno, rendono l’accordo un mix potenzialmente esplosivo per il settore dell’advertising video.

Altice fornirà ai propri clienti soluzioni data-driven basate sulle audience, attraverso piattaforme multi-screen, come TV, digital, mobile e tablet. Inoltre, fornirà una piattaforma pubblicitaria aperta e intelligente all’industria dei media, ai programmatori e ai distributori di programmazioni video multicanale.

Grazie anche alle sofisticate capacità di analisi del ritorno dell’investimento che fanno leva sui dati relativi agli utenti multiscreen, l’acquisizione colloca Altice in una posizione unica per far crescere su scala globale la propria piattaforma di advertising e per monetizzare meglio i dati derivanti dall’attività core nelle telecomunicazioni e nel business dei contenuti.

Altice acquisisce Teads

Pierre Chappaz, Executive Chairman di Teads

L’accordo da 285 milioni dovrebbe chiudersi entro la metà di quest’anno

L’acquisizione valuta Teads fino a 285 milioni di euro, al netto di cash free e debt free. Teads ha annunciato risultati record per il 2016, registrando una crescita organica delle revenue del 44% rispetto all’anno precedente.

L’acquisizione avrà un esito immediatamente accrescitivo per Altice in termini di flusso di cassa disponibile, prima di prendere in considerazione le sinergie previste e i benefici strategici della transazione.

Il prezzo d’acquisto della transazione è soggetto al raggiungimento degli obiettivi di revenue reale da parte di Teads nel 2017. Il 75% del prezzo di acquisizione sarà depositato alla chiusura dell’accordo. Il restante 25% di earn-out è soggetto alle prestazioni di Teads per quanto riguarda le revenue nel 2017 e diventerà esigibile ad inizio 2018.

Il senior management di Teads, che comprende l’Executive Chairman Pierre Chappaz e il Chief Executive Officer Bertrand Quesada, continuerà a guidare il business, acconsentendo a reinvestire una porzione significativa dei propri ricavi. Pierre Chappaz si unirà al Management Board di Altice, in qualità di responsabile di tutte le attività di advertising.

La chiusura dell’accordo, soggetto a una competition review, è prevista per metà 2017.

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Chatbot, customer care e social media: cosa ne pensano i consumatori?

Software substitution, whether it’s for drivers or waiters or nurses […] it’s progressing. Technology over time will reduce demand for jobs, particularly at the lower end of skill set. […] 20 years from now, labor demand for lots of skill sets will be substantially lower. I don’t think people have that in their mental model.

Già nel “lontano” marzo 2014 Bill Gates pronunciava queste parole durante un intervento presso l’American Enterprise Institute, e negli ultimi tre anni sono stati fatti passi da gigante nel campo dell’Intelligenza Artificiale, in particolare in tema BOT e IPAs.

Il 2017 sembra essere l’anno dei chatbot, uno strumento dalle infinite potenzialità in grado di aiutare il brand ad instaurare una relazione one-to-one con l’utente; quando esso viene creato, infatti, può essere personalizzato ed adattato a seconda delle esigenze dell’azienda, al target di riferimento, ai bisogni del consumatore, etc.

Alcuni esempi di utilizzo?

  • rispondere alle domande degli utenti rispetto a un determinato servizio o prodotto, in supporto al customer service;
  • incentivare le vendite indirizzando il traffico allo shop online;
  • gestire in modo più fluente e rapido gli ordini già presi in carico;
  • fornire entertainment content all’utente.

A favore delle chatbot anche il dato raccolto dal report “The Chatbot Explainer” pubblicato da BI Intelligence; le quattro messagging apps più utilizzate (WhatsApp, Facebook Messenger, WeChat e Viber) hanno superato i quattro top social network (Facebook, Instagram, Twitter e Snapchat) in termini di utenti attivi al mese: 3 miliardi contro 2,7 miliardi, rispettivamente.

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Bene, abbiamo capito quanto i chatbot siano importanti e utili per i brand, ma proviamo ad affrontare il tema dal punto di vista degli utenti: cosa ne pensano realmente i consumatori?

Secondo uno studio condotto a febbraio negli USA da Retale (Consulting Company specializzata in mobile shopping & advertising), circa il 60% dei Millennials intervistati utilizza con frequenza i chatbot, e si definiscono early adopters; tra questi, il 67% acquisterebbe un prodotto o un servizio tramite questo tool.

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Non sorprende affatto che siano i Millennials gli utenti che utilizzano maggiormente i chatbot: essi infatti sono la generazione più connessa (secondo ReportLinker il 66% controlla il proprio smartphone ancor prima uscire dalle coperte la mattina – ammettilo! Lo fai anche tu -) e quindi raggiungibile più facilmente attraverso applicazioni di messaggistica istantanea.

Ma il mondo dei chatbot non è così perfetto, in quanto persiste una forte preoccupazione da parte degli utenti sui temi della sicurezza e della privacy: il 55% degli intervistati infatti suggerisce di lavorare e implementare nuove tecniche per migliorare questo aspetto, sempre particolarmente spinoso quando si parla di digital & social media.

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E tu, hai già interagito in prima persona con i chatbot? Cosa ne pensi?

La costruzione dell’identità online per fashion blogger: il caso Chiara Ferragni

Gli influencer, più di ogni altra persona e personalità, esercitano ai livelli più alti una consapevole (o meno) costruzione della propria identità digitale, ovvero lavorano alla propria auto-rappresentazione online. Non si tratta di qualcosa di oscuro e demoniaco, ma di quello che l’essere umano fa dall’alba dei tempi, si tratta del riadattamento dell’auto-concezione dell’uomo all’interno del contesto greco di Socrate e Platone. Semplicemente in un nuovo luogo, cioè online.

Chiara Ferragni ha raggiunto il successo con il suo blog di moda,The Blonde Salad, ma ha raggiunto la notorietà grazie al suo account Instagram. Non appare un caso, infatti, che l’account Instagram del blog @theblondesalad abbia 403 mila follower, mentre il canale personale @chiaraferragni ne ha ben 11 milioni (anche se qualcuno ci ha fatto notare che quest’ultimo esiste da molti più anni). *

In che modo Chiara Ferragni ha strutturato la propria identità digitale?

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Effortlessly chic

Alla base dell’identità digitale di Chiara – facciamo un inciso, stiamo parlando di identità digitale che coincide “più o meno” con l’identità sociale, differente e non del tutto sovrapponibile, con quella personale – c’è quella che i brand e le istituzioni definiscono generalmente mission. Stiamo parlando del cuore pulsante del fenomeno Chiara, quel punto da cui tutti i fashion blogger (e non solo) dovrebbero partire. Cosa comunico io? Chi sono?

“I used to mix and match Chanel bags with Zara or H&M clothes. My followers always liked this becaus they could see how cool a cheap sweater can look when you wear t well. It was something they could relate to“.

In questa citazione di Chiara Ferragni è racchiuso il core message: la sua identità digitale si costruisce intorno alla scoperta rivoluzionaria che il mondo del fashion poteva essere economico, alla portata di tutti. Questa cosa – che adesso appare scontata, nel 2008 non lo era affatto. Ai lettori piace l’idea di potersi, finalmente, permettere il look che vedono vestire dai propri idoli. La Ferragni è diventata la portavoce di una complessa rivoluzione copernicana del fashion: negli anni 2000 noi nerd indossavamo le Converse sotto gli sguardi perplessi e denigratori dei ragazzi cool della scuola, che ricercavano le scarpe con il più alto tasso di estensione di logo sui tessuti. Adesso le cheerleader abbinano la loro Cèline alle old school della Vans. Merito della Ferragni.

Good morning Los Angeles in my @cluse watch #cluse #clusewatches

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 16 Mar 2017 alle ore 07:36 PDT

Me, myself and I

Chiara Ferragni è l’assoluta affermazione dell’individualizzazione dell’identità digitale. Nello schema di Propp estrapolato dallo studio delle narrazioni fiabesche emergeva come nelle narrazioni – tutte le narrazioni, da una foto a un testo – intorno all’eroe si sviluppano una lunga serie di altri personaggi: l’antagonista, l’aiutante, gli oppositori etc etc. Nella narrazione dell’identità digitale della fashion blogger invece appare esserci spazio solo per l’eroe circondato, al massimo, da qualche aiutante.

Questo cosa significa? Che l’intero flusso della narrazione è Chiara Ferragni: chi è, cosa mette, cosa fa. Non ci sono sfide, non ci sono malumori, non ci sono draghi nè streghe cattive, al contrario di come può essere nella narrazione dell’identità digitale di Steve Jobs o di Donald Trump o di Bebe Vio. In questo senso Chiara Ferragni è disciplinatissima nel mantenere fede alla promessa fatta ai lettori: qui si parla di moda, della mia idea di moda. La blogger ha capito che i valori sono divisivi e le emozioni lo sono ancora di più, quindi sperimenta un nuovo tipo di narrazione universale: una narrazione senza contenuti esterni, ma solo della propria identità digitale as it.

My tshirt explains everything you’ll ever find on my Instagram page ??

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 21 Gen 2017 alle ore 05:08 PST

Il sogno americano dentro lo stile di vita italiano

Abbiamo detto che l’identità digitale di Chiara Ferragni si basa sull’essere “a portata di mano”, affordable, in uno stile perfettamente italiano che trova la sua “realizzazione” semantica nel grande sogno americano. In altre parole la realizzazione di quel sogno che consente a chiunque, anche alla ragazza della porta accanto, di essere invitata ai party più esclusivi e ad avere un posto in prima fila alle sfilate più importanti.

Come può quindi coniugare l’essere parte di un mondo tanto sofisticato ed elitario con quello stile che l’ha resa un punto di riferimento per milioni di follower? Chiara costruisce con grande sapienza questa narrazione digitale attraverso una condivisione di contenuti meno glamour rispetto allo standard dell’account. Quando va ad una sfilata, o a un concerto, non vediamo più le foto chiaramente realizzate da fotografi e videomaker, ma la saggia Chiara realizza dei selfie o utilizza le fotografie realizzate dalla stampa e dai fan. Insomma, fa quello che farebbe ognuno di noi, a modo suo.

?? #ItalianDays

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 18 Gen 2017 alle ore 05:24 PST

Sex in the lounge

Nell’ultimo periodo Chiara Ferragni is in love. Vera o meno che sia la sua storia d’amore con Fedez, è un dato di fatto che nasce in un momento in cui c’è stato una sensibile disaffezione da parte dei suoi follower italiani in un periodo in cui la notorietà online di Fedez era alta. Inoltre, Fedez stava ridisegnando la propria identità digitale cercando di arginare alcune “problematiche” sorte intorno a quest’ultima.

Chiara ha sempre avuto fidanzati in qualche modo legati direttamente al suo business. Con Fedez, invece, Chiara ha compiuto la sua narrazione online: da blogger a imprenditrice, in un rapporto paritario con un altro influencer che opera in un settore parallelo al suo, ma diverso. Quest’aspetto dell’identità digitale di Chiara piace molto al suo pubblico tanto che nella top 3 dei contenuti con un più alto tasso di engagement ci sono solo foto con Fedez.

La morale? Chiara Ferragni ci sta vendendo la più bella storia d’amore digitale dai tempi di Lady D. Solo che adesso non c’è più un’umile donna che si relaziona al potente: ma una donna potente con un uomo che lo è meno. She is the boss.

In my mind #Ravioli

Un post condiviso da Chiara Ferragni (@chiaraferragni) in data: 12 Mar 2017 alle ore 03:46 PDT

* I dati riguardo il numero di followers sono stati aggiornati il 17/11/2017

Deep Web e Dark Web: l’altra faccia del Web che conosci

Nella mio precedente articolo, Deep Web e Dark Web: l’altra faccia del web che conosci – Parte 1, ti avevo promesso che sarei andato oltre il Deep Web, per spiegarti un ulteriore pezzo di mondo molto poco esplorato, il Dark Web.

Procediamo subito!

Il Dark Web: non accessibile, non indicizzato e .. occhio alla penna!

Andiamo avanti nel Layer Cake e continuiamo a scendere. Troviamo il Dark Web, un ulteriore sottoinsieme del Deep Web.

Abbiamo detto che per accedere al vero Dark Web un browser qualsiasi non basta. E anche in questo caso occorre fare un ulteriore distinguo, tra la maggior parte dei contenuti e servizi che sono accessibili solo attraverso particolari  browser o software (TOR e affini, o collegamenti VPN – Virtual Private Network) oppure, se vuoi veramente scendere il più in basso possibile ed accedere al altri contenuti, tramite altri strumenti.

In quest’ultimo caso inizia a fare veramente caldo, perché spaziamo dalle macchine virtuali apposite fino ad arrivare a parlare del mitico “Closed Shell System“, del quale ti parlerò più avanti.

Ma procediamo con ordine e partiamo dal primo e più famoso protagonista del Dark Web: TOR.

Onionland e il maglio di TOR, il fratello oscuro di Firefox

La pagina del progetto TOR

La pagina del progetto TOR

Quando si parla di TOR si pensa immediatamente al “fratello oscuro di Firefox”, ovvero ad un browser web che ci permette di navigare nel Dark Web senza lasciare tracce. Sappi che la mia personalissima considerazione è “Ma anche no!”.

Iniziamo disambiguando. TOR è l’acronimo di “The Onion Router” che non è un browser, ma un sistema di comunicazione internet basato su uno specifico protocollo di comunicazione. Ad esempio, l’http (Hyper Text Transfer Protocol, protocollo di trasferimento di un ipertesto) è quell’insieme di regole e funzioni di comunicazione che è alla base del sistema con cui determinati tipi di informazioni sul web vengono trasmesse, nella fattispecie tra il nostro browser e il server web dell’hosting in cui è ospitato il sito che vogliamo visitare.

Di protocolli ce ne sono un sacco, sono regolamentati in dettaglio da appositi enti, ed è grazie a loro che le macchine riescono a dialogare tra loro.

L’onion routing è un protocollo in cui i dati (ad esempio quelli di navigazione, ma non solo) non girano “in chiaro” per la rete, ma vengono a monte incapsulati in vari strati di crittografia, da cui l’immagine della cipolla. Inoltre, non seguono le vie canoniche di tutti i dati, ma passano attraverso specifici nodi, i così detti onion router, che man mano “sbucciano” la cipolla (ovvero rimuovono uno strato di crittografia) fino alla consegna finale del pacchetto/messaggio/richiesta.

Complicato? No. Pensa alle matriosche. Il mio obiettivo è vedere il contenuto di un determinato sito. Questa mia richiesta non viene spedita immediatamente e in chiaro, ma viene prima creata “una matriosca”.

L’informazione è quindi presa e messa in una serie di scatole sempre diverse, fino ad arrivare all’ultima. Sul retro dell’ultima, è scritto l’indirizzo del primo destinatario (nodo). Solo a questo punto viene inviata. Il primo nodo destinatario la riceve, la apre decrittandola, e trova un’altra matriosca su cui è scritto un destinatario cui inviarla. A questo punto il nodo si limita a inviare la matriosca al nodo successivo.

Quindi, il nodo ricevente non ha nessuna idea e possibilità di leggere quello che è il messaggio originale (ovvero la mia richiesta: “fammi vedere il contenuto di quel sito”), e agisce come un passacarte, conoscendo solo l’indirizzo del nodo mittente da cui riceve la matriosca e quello del nodo successivo cui spedirla. Quindi, la mia richiesta parte e viene “sbucciata” man mano e inoltrata fino a che non arriva a destinazione.

onion routin

Un esempio di come funziona l’onion routing.

Ovviamente, la risposta alla mia domanda mi verrà data seguendo lo stesso algoritmo. L’obiettivo di tutto questo è rendere il più possibile private le comunicazioni, aumentando il livello di privacy e rendendo il tutto difficilmente intercettabile e oggetto di monitoraggio (cosa comunque non impossibile; pensa all’operazione Babylon).

Capito questo, il resto è facile. TOR Browser non è altro che una versione del browser Firefox opportunamente modificata per poter accedere a siti il cui primo livello è .onion, inaccessibili quindi da un comune web browser.

A prima vista, pare tutto molto semplice; si cerca un programma, lo si scarica e installa (o si usa la versione stand-alone), questo programma crea automaticamente delle connessioni e dei pacchetti criptati che instradano il mio traffico di navigazione attraverso vari nodi, e tutto questo mi permette di navigare in modo anonimo e frugare in giro in una parte dichiaratamente poco limpida della rete.

Come funziona la crittografia onion

Come funziona la crittografia onion.

Voglio che il messaggio sia estremamente chiaro e semplice, per evitare fraintendimenti: “Don’t try this at home”, ma nemmeno in ufficio, o a casa dell’amico, o dall’Internet Point dell’albergo.

Ovviamente, questo è solo uno degli strumenti di accesso, per la sola navigazione. Ci sono poi anche servizi analoghi per la chat (TORchat) e per la posta elettronica come SIGAINT, che ultimamente pare abbia avuto qualche problemino di raggiungibilità (se vuoi approfondire, puoi leggere l’ultimo articolo in merito su Securityaffairs).

Ma come trovo quello che cerco?

Abbiamo detto che il Dark Web non è indicizzato. E allora come faccio io a trovare quello che cerco? Beh, facile, in due modi:

  • Tramite pagine apposite “di aggregazione”: ovvero pagine che contengono uno spataffio di collegamenti a siti, correlati da una breve descrizione dell’argomento trattato. Sono generalmente spartane, fatte a mano e non sempre aggiornate.
  • Tramite i “Deep and Dark Web Search Engines“: che ti credevi? Che non esistessero i motori di ricerca? Certo, ci sono anche loro, ovviamente (Onion.City, Onion.to, Not Evil, giusto per citare qualche esempio).

Anonimato? Si, grazie. Trucchi, parrucchi e note di stile.

Ovviamente i servizi basati sul protocollo TOR sono tra i più gettonati, ma non sono gli unici. A supporto si trovano cataste di altri escamotage per cercare di lasciare il minor numero possibile di tracce in giro. Lasciando da parte roba più complessa come sistemi di crittografia o steganografia, pensa solo a tutti i servizi temporanei, il cui contenuto è soggetto ad uno specifico tempo di vita prima di essere definitivamente distrutto. O anche a sistemi che permettono alle mie richieste di essere instradate per altre vie, cercando quindi di occultare la fonte da cui derivano.

  • proxy anonimi: ce ne sono a bizzeffe, a pagamento o gratis, come ad esempio anonymouse e hide.me.
  • trasferimento file temporizzato: dropfile è un classico.
  • servizi di mail temporanea: 10minutemail è solo il primo di una lista infinita.
  • servizi di web chat temporanea: unsee.cc, solo per dirne uno.
  • sistemi di “cambio base”: posso dirti “vai su www.google.com” oppure posso dirti “dmFpIHN1IHd3dy5nb29nbGUuY29t”. Non ci credi? Controlla tu stesso andando su base64decode.org

Ma non finisce qui. Venghino Signori, venghino.

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Quello che vedi sopra è un piccolo schema riassuntivo che ti lascio per fare velocemente il punto dei concetti base che ho cercato di spiegarti.

Ma non penserai mica che è finita qui? Assolutamente no, possiamo andare ancora avanti, e scendere ulteriormente. Ci sono ancora altri livelli e un sacco di considerazioni tecniche e non da fare in merito. Te lo racconto tutte nella prossima parte.

Mi raccomando, stay turned.

Nintendo continua ad innovare il mercato videoludico globale

Questo mese Nintendo è stata la protagonista assoluta del settore Tech con il lancio dell’innovativa console Switch. Dopo l’entrata nel mondo delle app con Super Mario, la compagnia nipponica presenta la prima console con ben tre modalità di fruizione: TV, da tavolo e portatile.

Switch rappresenta una nuova era, in cui non è il tuo stile di vita a doversi adattare ai giochi, ma la tua console ad adattarsi al tuo stile di vita.

Per approfondire la novità e gli altri sviluppi del brand abbiamo intervistato Massimo Bullo, Marketing Director Italy Nintendo.

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Nintendo interagisce con una base utenti sempre connessi, smart, appassionati alle nuove tecnologie. Quali sono le leve e gli approcci per continuare a coinvolgerli?

Partiamo da un presupposto importante: Nintendo è una azienda giapponese fondata nel 1889, da sempre impegnata nei mercati dell’intrattenimento e tra i brand che hanno creato il mercato del videoludico nel mondo. Ha sempre avuto la capacità di stimolare bisogni e contesti di mercato. Lo ha fatto anche grazie a una strategia focalizzata sulla generazione di divertimento e attraverso la combinazione tra device fisico (console) e software.

Al contrario di processi di innovazione sequenziale più semplici, dunque, il core e la capacità di Nintendo è da sempre quella di “intuire” e aprire i mercati, innovandoli continuamente; Nonostante i consumatori si siano evoluti nei gusti e nell’età, grazie ai software e alla tecnologia e facendo leva su un’esperienza quarantennale nel videogioco e secolare nell’intrattenimento, siamo sempre stati in grado di affascinare “vecchie” e nuove generazioni.

La capacità di intuire a livello globale i grandi trend parte dall’headquarter in Giappone – capace di creare una differenza qualitativa nella cura e nel dettaglio dei giochi e della tecnologia – e coinvolge in seguito le altre country.

All’interno di tale contesto di consumatori smart, connessi da coinvolgere, come si posizionano Nintendo Switch e le sue principali caratteristiche?

Il prodotto Nintendo Switch si inserisce all’interno di un percorso di grande rilancio di Nintendo a livello globale iniziato da circa due anni, grazie in primis alla capacità di attivare la base di fan da sempre innamorata dei nostri videogiochi e del brand cult.

Il secondo passo è stato quello di aprirsi alle applicazioni come business model che ha permesso di avvicinarsi ai nuovi consumatori più casual gamers, dandogli la possibilità di giocare con alcuni characters Nintendo di successo su app, rivitalizzando così la rilevanza di marca e l’interesse a scoprire più in profondità i nostri videogiochi su console Nintendo, attuali e in arrivo.

Nintendo Switch non è solo un nuovo prodotto, ma il punto di contatto tra i due filoni appena citati: versatile, portatile e multi-player, si tratta di una console che sta avendo grande successo su un pubblico allargato. Ad oggi è il lancio migliore di sempre in Europa e in Italia in tutta la storia di Nintendo. A mio avviso, alla base di tale successo sta la qualità del prodotto e la nostra capacità di seguire un piano di lancio consistente e coerente che ha permesso di creare solide basi con una fase iniziale di teasing e di hype.

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All’uscita di Nintendo Switch c’è stato un grande coordinamento globale tra tutte le country. Abbiamo iniziato a riparlarne ufficialmente a Ottobre 2016, rispondendo ai rumors già attivi da mesi: il mercato attendeva un nostro nuovo “scossone” e dichiarazione ufficiale. Il 13 gennaio 2017 c’è stato poi il lancio globale con eventi che hanno coinvolto tantissime persone in Europa, Giappone e Stati Uniti.

Quale è la direzione che a tuo avviso i grandi brand globali devono seguire nell’era del “do it yourself” e della Punk Economy?

Esiste un tema molto forte legato alla co-creazione e al co-design che sta portando le aziende a negoziare spazi di posizionamento competitivo e di creazione di contenuti grazie anche ai consumatori. Alcune Società oggi prevedono già un’evoluzione di queste collaborazioni con i propri consumatori, co-creando non solo contenuti ma anche contesti di co-produzione e vendita, non solo online, in cui il consumatore entra nella filiera dell’azienda nelle fasi di sviluppo, produzione e vendita del prodotto e servizio.

Noi creiamo legami molto forti e costruttivi con le nostre community di fan, appassionati e gamer: loro generano e propongono contenuti di qualità, noi li valorizziamo e supportiamo con informazioni e strumenti. Viene così disegnata una nuova architettura di marca dove le persone con i loro network e occupano un posto centrale all’interno dei processi di creazione e ideazione dei contenuti per Nintendo.

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Le principali community italiane legate a Nintendo (per esempio Pokémon, Mario, Zelda, etc.) forniscono spunti e idee che vengono metabolizzati e valorizzati. Parte del contenuto generato da Nintendo “arriva” dunque da spunti delle community e viene poi tradotto in un messaggio di marca ufficiale.

Pensiamo inoltre agli YouTuber con cui definiamo insieme rapporti costruttivi e di scambio reciproco di valore, senza mai “forzare la mano” ma dando al contrario la possibilità di vedere anteprime e testare alcuni prodotti prima di altri. Lato Nintendo li incontriamo infatti anche agli eventi e cerchiamo continuamente di capire chi sono i leader tematici da coinvolgere.

Si tratta di un processo virtuoso anche perché le stesse community molte volte hanno un’ampia e profonda conoscenza del gioco: per noi è importante non rischiare di comunicare messaggi irrilevanti alle persone con cui interagiamo.

In molti vedono nella logica ludica e nella gamification una delle leve su cui puntare per interagire, comunicare ed “empowerizzare” le audience interne ed esterne. Quale è la visione di Nintendo verso tale paradigma?

Per rispondere, cito come esempio Nintendo Street Pass, che stimola le community dei Nintendo fan a incontrarsi e creare mini-tornei. L’azienda inventa e allo stesso tempo diventa un contesto di interazione e allo stesso tempo di brandizzazione mandando gadget fondamentali a fronte di una loro attivazione spontanea per organizzare tornei locali. Inoltre, in tutte le nostre fiere creiamo un’area tornei, alimentando così i touchpoint di marca.

Quale sarà il trend di gaming del 2017?

Si tratterà di un trend certamente di tipo tecnologico: l’idea che il videogioco “profondo” e “immersivo” (in termini di esperienza ludica) possa diventare portatile, multi-player, out of home, adatto a tutti. Con Nintendo Switch stiamo creando un mercatola prima vera console da casa portatile che permette di giocare dove, quando e con chi vuoi (che non a caso è un claim), in alcuni casi addirittura senza guardare lo schermo come nel gioco 1.2 Switch, insomma una rivoluzione assoluta nel panorama delle console.

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Si tratta di un approccio libero: giochi dove e con chi vuoi, con videogiochi profondi, decidendo i luoghi e momenti della tua giornata. Un trend che non solo leggiamo, ma piuttosto che creiamo e cavalchiamo. Con Nintendo Switch vogliamo parlare ad un target più ampio, innovando e riallargando il mercato del videogioco in Italia. Questo tenendo sempre centrale il ruolo di fan e gamer che amiamo, stimiamo e per cui riserviamo sempre un’attenzione particolare in tutti i nostri giochi e momenti di condivisione.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild, un gioco che ben rappresenta e “incarna” la filosofia di Nintendo Switch: poter giocare ad un grande videogioco dovunque, un titolo che lavora bene sia sui fan e sui gamer ma che sta anche appassionando nuove tipologie di consumatori e giocatori.

Questa versione è quella più venduta di sempre, e per la maggior parte delle critica è un vero capolavoro, per alcuni il miglior videogioco di sempre. A nostro avviso, il segreto della capacità di fare appassionare tutti risiede nelle atmosfere di gioco proposte, nella coinvolgente storia del protagonista Link, e nella qualità dell’esperienza di gioco profonda e curatissima nei dettagli. Un ulteriore segnale che testimonia la giusta strada intrapresa.

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Samsung presenta Bixby: il nuovo assistente virtuale smart

Samsung svela ufficialmente il suo assistente virtuale intelligente Bixby, che farà il suo debutto con l’imminente lancio del nuovo Samsung Galaxy S8.

Con questa mossa la nota azienda sud coreana promette funzionalità più smart dei suoi competitor: Bixby non solo avrà una capacità elevata di integrarsi con le applicazioni mobile, ma saranno migliori le sue prestazioni da un punto di vista cognitivo. A quanto pare la nuovissima assistente riuscirà a comprendere il contesto e  le intenzioni degli utenti anche quando questi forniranno un comando sbagliato.

Bixby, rappresenta una soluzione innovativa al servizio degli utenti, basata sull‘intelligenza artificiale e dotata di un’interfaccia naturale e intuitiva tramite la quale sarà il dispositivo ad adattarsi all’uomo e non viceversa.

Samsung dichiara:

Vogliamo rivoluzionare il modo in cui l’uomo si interfaccia con la macchina, di certo è una grossa ambizione e pertanto richiede tempo. Bixby sarà il nostro primo passo verso un viaggio che ci porterà a scoprire nuovi modi di interagire con il telefono.

Una novità molto interessante svelata da Samsung, riguarda l’integrazione dell’assistente virtuale con le applicazioni mobile: il brand ha infatti in programma di rilasciare un kit di sviluppo software dedicato ai developer di terze parti in modo tale da consentirgli di integrare Bixby con le loro app.

I punti di forza di Bixby

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Bixby sarà una nuova interfaccia intelligente sui dispositivi mobile targati Samsung, rispetto agli altri assistenti virtuali presenti sul mercato, offrirà agli utenti un esperienza più completa e profonda grazie a tre caratteristiche fondamentali: completezza, consapevolezza del contesto e tolleranza cognitiva. 

Tutte le app compatibili con la nuova assistente digitale, saranno controllabili attraverso i comandi vocali, ciò migliorerà l’esperienza d’uso degli utenti che non dovranno necessariamente ricorrere ai comandi touch. 

Bixby grazie all’intelligenza artificiale sarà più che smart, e riuscirà a capirà il contesto in cui si sta operando e sarà in grado di svolgere il comando richiesto anche se questo è incompleto.

Injong Rhee, EVP e Responsabile di R&D, Software and Services di Samsung Electronics spiega:

Stiamo cambiando il nostro atteggiamento verso i software e i servizi, lavorando sodo per l’innovazione in tutti gli aspetti del nostro ecosistema mobile. Con l’investimento continuo di Samsung sull’intelligenza artificiale, le possibilità di ciò che Bixby può diventare sono infinite.

Per saperne di più non ci resta che attendere, l’azienda produttrice sud coreana ha promesso di rivelare maggiori dettagli sul suo nuovo assistente digitale nella prossima settimana, durante l’evento lancio del nuovo Galaxy S8.

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Jeep, Samsung e Purina: i migliori annunci stampa della settimana

Studiare e trovare ispirazione dalle migliori agenzie ci permette di capire ogni settimana le dinamiche del complesso e affascinante mondo dell’advertising. Elogio della creatività: non può mancare ogni lunedì la rubrica che raccoglie tutte le più interessanti campagne stampa da tutto il mondo.

Purina: Cannonball Cow

Peaker è un integratore alimentare per mucche in lattazione, capace di  garantire elevate prestazioni per gli agricoltori: un vero e proprio cannone!

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Credits:
Advertising Agency: DLVBBDO, Milano, Italy
Executive Creative Directors: Stefania Siani, Federico Pepe
Creative Directors: Valentina Amenta, Davide Fiori
Art Director: Matteo Segat

Samsung: AddWash

Aggiungere nuova linfa a progetti già esistenti non può che fare bene e renderli ancora più grandi. Proprio come con una Samsung AddWash è possibile aggiungere vestiti in qualsiasi momento durante il ciclo di lavaggio.

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Credits:
Advertising Agency: Leo Burnett, Dubai, UAE
Chief Creative Officer: Bechara Mounnazar
Regional Executive Creative Director: Andre Nassar
Creative Director: Daniel Salles

LEGGI ANCHE: Adidas, Canon, Amnesty: i migliori annunci stampa della settimana

Jeep

L’avventura è sempre sulla strada. Ma con una Jeep puoi viaggiare dovunque, in totale sicurezza.

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Credits:
Advertising Agency: Leo Burnett, Paris, France
Executive Creative Director: Kurt Novack
Creative Director: David Martin Angelus
Art Director: Mohamed Bareche

Dents: Smile

Semplice, diretto. Non perdere nulla del tuo sorriso.

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Credits:
Advertising Agency: Artecapital, Feira de Santana, Brazil
Creative Director: Jessica Almeida
Art Director: Evandro Furtado
Copywriter: André Costa

Quale annuncio vi è piaciuto di più? Ci rivediamo tra una settimana: non mancate!

A lezione di educazione sessuale con Pornhub

Sono sempre di più i giovani ragazzi e le ragazze che si relazionano al porno, spinti dalla curiosità, dalle mille domande e dalla voglia di scoprire questo nuovo mondo ancora sconosciuto, che è appunto il sesso. Il sito Pornhub, che vanta oltre 70 milioni di utenti, vuole offrire al proprio pubblico, un supporto, con la creazione di una nuova pagina, “Pornhub Sexual Health Center”, una vera e propria fonte dedicata all’educazione sessuale, tutte le domande più strane e imbarazzanti riguarda il sesso che vi verranno in mente, avranno risposta proprio qui.

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Una piattaforma che abbraccerà varie tematiche, dalle malattie sessualmente trasmissibili a come gestire la propria vita di coppia. Corey Price, il Vice Presidente di Pornhub, in una recente intervista ha affermato che l’obiettivo principale è proprio quello di garantire agli utenti un sito che abbia delle informazioni affidabili, evitando che le persone, navigando in internet, possano leggere notizie false, rovistando tra fonti inattendibili.

Ovviamente il sito sarà diretto da persone con la massima competenza in materia, in primis la dottoressa Laurie Betito, rinomata psicologa clinica e autrice specializzata in terapia sessuale che sarà affiancata da un’equipe di esperti, una squadra quasi tutta la femminile, disponibile 24 ore su 24, sette giorni su sette, per cercar di risolvere ogni più svariato quesito.

Chi saranno i principali destinatari del sito? Ma ovviamente tutti e tutte coloro che hanno dubbi, perplessità o semplicemente voglia di scoprire di più.

Curiosi? Date un’occhiata!

autenticità per il brand

Come creare autenticità intorno al tuo business

Molte persone parlano, enfatizzano e dissertano sul termine autenticità, ma ancora non si discute in maniera adeguata riguardo a cosa significhi questa parola e, soprattutto, su come rendere autentico un brand.

Autenticità non significa (sempre) sincerità

Autentico è, per definizione, la personalità, lo spirito o il carattere di chi comunica sincerità. Da una parte, è vero che tendiamo a equiparare l’autenticità all’onestà. Ma bisogna essere completamente sinceri per essere autentici? Dopotutto, siamo esseri con molte sfaccettature e tantissimi aspetti diversi.

Un brand personale davvero autentico, per esempio, dovrebbe mostrare la propria versione pre-caffè irascibile e spettinata insieme a quella perfettamente educata in giacca e cravatta?

In breve: no. Farlo significherebbe confondere il proprio pubblico. La costruzione dell’autenticità in un brand non deve essere il risultato di un ritratto di pregi e difetti. Bisogna invece focalizzarsi su ciò in cui si riesce meglio e poi trasmetterlo in ogni aspetto di ciò che si fa. Senza questo tipo di coerenza, si crea una dissonanza che i clienti potrebbero percepire, e che li potrebbe far allontanare.

Autenticità significa passare dalle parole ai fatti

Autenticità è passare dalle parole ai fatti

Alcuni professionisti del marketing sono convinti di poter lavorare con tutti solo perché le soluzioni che offrono funzionano per ogni business. Allarme rosso: proprio un esperto di marketing dovrebbe conoscere l’importanza di identificare il target. Ma se nemmeno lui ha un target, come può avere successo ad aiutare i suoi clienti a raggiungere i consumatori?

Molti commercianti commettono errori nel vendere se stessi in modo targetizzato. E molti marchi commettono errori nello sviluppare il proprio brand. E ancora, molte agenzie di social media hanno pochissimo seguito o interazione sulle piattaforme con cui lavorano.

Tutti loro stanno perdendo una grandissima occasione.

Specialmente se hai una piccola impresa o se sei un giovane professionista, ci sono azioni concrete e coerenti che raggiungono la mente del consumatore in modo più forte e più rapido. È semplice come cogliere il frutto più basso dell’albero: il modo migliore per gestire il tuo brand è offrire a te stesso la cosa che vendi agli altri.

Non è solo un modo di costruire il tuo business per crescere, ma è anche una fantastica opportunità per dimostrare quanto credi nel servizio che offri: ci credi a tal punto che lo usi per te stesso.

LEGGI ANCHE: Le frasi che un buon leader dovrebbe dire più spesso al suo team

Autenticità significa differenziazione

Autenticità è differenziazione

Col passare degli anni, un brand impara l’importanza della differenziazione, ovvero di conoscere la propria proposta di valore. In parole povere, un brand con una solida strategia riesce a trovare delle caratteristiche che lo definiscono e a comunicarle all’esterno.

Succede in maniera naturale che alcune persone non apprezzeranno il modo in cui un brand si propone. Ma altre persone lo ameranno: quelle sono i clienti.

Fai vedere cosa fai nel tuo business. Dovrebbe essere una prospettiva eccitante, perché ti offre un campo di allenamento per migliorarti sempre più e al contempo aiuta il tuo business a crescere.

E questo non si applica soltanto alle aziende di marketing. Se sei un copywriter che aiuta le persone a creare interessanti copy per siti web, dovresti assicurarti che la tua homepage sia incredibilmente interessante. Se sei un personal trainer, dovresti essere in forma e in salute. Chi si occupa dell’organizzazione non potrebbe offrire una referenza migliore che mostrare un ambiente perfettamente ordinato. E i videomaker? Potrebbero esibire le proprie capacità attraverso video accattivanti!

Conclusione: focalizzati sul tuo business

Focalizzati sul tuo business

Molte piccole imprese e giovani professionisti hanno l’obiettivo di focalizzarsi sul proprio business una volta che avranno più clienti. Ma questo modo di pensare dovrebbe rovesciarsi: non otterrai più clienti finché non lavori al tuo business personale.

Concentrati su cosa sai fare meglio perfezionando e definendo il tuo mercato, dopodiché cerca di trasmettere il modo in cui operi su quel mercato in ogni aspetto del tuo messaggio e del tuo brand. Che tu sia un fine copywriter, un pratico agopunturista o una rivista online di tecnologia e web.

Una delle migliori tecniche per fare affari è assicurarsi che il proprio business sia in regola nell’area che si conosce meglio. Questo costruirà la credibilità del tuo brand come niente altro potrebbe fare.

Questo significa costruire un brand autentico.