Content Marketing e nuove tecnologie: trend e previsioni per il 2017

Il 2017 è appena iniziato e, come ogni anno, la domanda che ogni marketer si pone è: quali saranno i trend dominanti per il content marketing? Dopo aver fatto qualche ipotesi alcuni mesi fa, siamo andati alla ricerca di novità e conferme per i tuoi contenuti per i prossimi 12 mesi: non ti resta che leggere il nostro articolo per scoprire come impostare la tua strategia vincente!

IoT e new device

Non lo ripeteremo mai abbastanza: il tempo passato sui device mobile ha definitivamente superato quello passato su desktop, il nostro fidato smartphone è una presenza fissa di ogni momento delle nostre giornate. Non solo, il telefono viene utilizzato ormai sempre più spesso per comunicare con i device presenti nelle nostre case, sempre più nuovi ed intelligenti: dalla temporizzazione dei riscaldamenti alla programmazione della cena, le nostre abitazioni sono sempre più smart e a portata di telefono.

La sfida in questo caso sarà quindi capire come sfruttare la relazione tra l’utente ed il device, attraverso una lettura dei dati intelligente ed uno sviluppo dei contenuti in grado di rispondere alle singole necessità. 

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Realtà aumentata

Se hai giocato almeno una volta a Pokémon Go lo saprai di certo: il 2016 è stato l’anno della realtà aumentata. Questo è già un motivo sufficiente per pensare che il 2017 ci sarà ancora occasione di esplorare questo territorio che vedrà un pieno sviluppo nei prossimi anni, soprattutto in considerazione del fatto che l’utente è sempre di più alla ricerca di contenuti visuali ed esperienze immersive.

Live streaming

Se fino a poco tempo fa il termine live veniva associato il più delle volte a concerti o ad eventi sportivi, oggi chiunque può facilmente andare in diretta semplicemente sfruttando strumenti come Periscope, Instagram o Facebook Live, semplicemente usando il proprio smartphone. Questo trend non pare essere destinato ad esaurirsi: di conseguenza, i contenuti proposti dovranno essere sempre più curati, pur mantenendo la propria essenza “live”.

eCommerce e social media

La vera novità non sta di certo nei social media in sé, ma piuttosto nelle strategie che nei prossimi mesi e anni dovranno evolversi ed adattarsi ad uno scenario in continua mutazione. Da anni canali come Facebook, Instagram o Pinterest sono utilizzati per diffondere contenuti e per far conoscere i brand ad un pubblico sempre più vasto: Ora però i canali social vengono usati sempre di più per vendere i prodotti, ed il focus stesso dei social network si sposterà sempre di più verso l’eCommerce, rendendoli piattaforme ibride.

La sfida/opportunità da raccogliere in questo caso è quindi trovare nuovi mezzi per comunicare con la propria audience, e farlo il più velocemente possibile perché, in questo caso, arrivare per primi sarà fondamentale.

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Intelligenza Artificiale

In un momento in cui l’intelligenza artificiale può elaborare concetti quasi paragonabili a quelli prodotti dalla mente umana, un po’ di paura è comprensibile (anche senza andare ad immaginare scenari apocalittici alla Terminator); in questo caso però, il cambiamento non è da temere ma piuttosto da accogliere. Se ad oggi gli algoritmi automatizzati riescono a prevedere che tempo farà in una determinata area o produrre articoli e contenuti, si può provare ad immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi o anni: l’intelligenza artificiale lavorerà per l’uomo, supportando ad esempio lo sviluppo di contenuti SEO o automatizzando la distribuzione di contenuti.

Migliori algoritmi per il search engine

Come accennato in precedenza, gli algoritmi di search engine sono sempre più automatizzati. Il miglioramento porta però con sé in questo caso anche l’impossibilità di trovare scorciatoie per raggiungere risultati soddisfacenti nella ricerca organica, e renderà ancora più evidente l’impatto negativo portato da strategie deboli o poco performanti.

Queste le sfide e le opportunità del content marketing per il 2017 e gli anni a venire, in cui la tecnologia acquisterà un ruolo ancora più importante. Un’ultima previsione: muoversi in fretta sarà fondamentale, perché gli early adopter saranno premiati.

A proposito di content marketing: se hai curiosità e voglia di esplorare meglio il tema, iscriviti al Corso in Content Marketing (Formula Online + Lab) organizzato da Ninja Academy che terranno Alberto Maestri, Francesco Gavatorta e Valentina Falcinelli da Febbraio ad Aprile 2017: a 25 ore di didattica online puoi abbinare 16 ore di aula pratica a Milano, per fare la differenza.

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Starbucks lancia Barista: l’assistente virtuale della caffetteria

Quando si parla di innovazioni tecnologiche, soprattutto orientate verso il mondo del mobile, Starbucks è da sempre un passo avanti.

Dopo aver integrato all’interno della propria applicazione la funzionalità order and pay,  consentendo ai clienti di ordinare a acquistare i prodotti prima di arrivare nel punto vendita, questa volta la nota catena statunitense di caffetterie punta tutto sull’intelligenza artificiale, per migliorare l’esperienza d’acquisto dei clienti.

Nasce così  My Starbucks Barista, un’assistente digitale che permette agli utenti di ordinare cibo e bevande attraverso la propria voce.

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Questa nuova feature, integrata nell’app di Sturbucks,  offre la possibilità non solo di effettuare le ordinazioni tramite comandi vocali, ma anche di modificare il proprio ordine, cosi come se si stesse realmente parlando con il personale del bar.

Il software sviluppato da Starbucks sarà inoltre integrabile con Amazon Alexa,  permettendo così di fare shopping attraverso un semplice comando vocale mediante i dispositivi che supportano questa tecnologia.

La caffetteria a portata di smartphone

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My Starbucks Barista, altro non è che un bot paragonabile a Siri o a Cortana, con un’ interfaccia grafica del tutto simile a Messenger in versione verde, colore del brand.

Mediante l’intelligenza artificiale l’assistente virtuale di Sturbucks consentirà ai clienti di effettuare le proprie ordinazioni scegliendo una comunicazione di tipo vocale o testuale. Una volta che l’utente mediante il proprio dispositivo avrà effettuato un ordine, Barista, stimerà il tempo di preparazione e permetterà di effettuare il pagamento direttamente tramite l’app. Al cliente non resta che recarsi presso il punto vendita e ritirare la sua bevanda o il suo snack già pronti ad aspettarlo.

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Inizialmente l’assistente virtuale di Starbucks sarà resa disponibile ad un numero limitato di clienti, circa un migliaio, che utilizzano il sistema operativo iOS, permettendo così all’azienda di testarne il funzionamento, numero che si amplierà nel corso dell’estate 2017. La versione compatibile con Android sarà invece rilasciata nel corso dell’anno.

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L’azienda attualmente dispone di 8 milioni di clienti mobile, e uno su 3 effettua i pagamenti da smartphone, altro dato interessante, che rafforza l’idea del brand di puntare sulle nuove tecnologie digitali, sta nel numero degli ordini e del fatturato provenienti dalla sua applicazione, che al momento rappresenta circa il 7% delle transazioni totali.

Nonostante si tratti di un software, Gerri Martin Flickinger, Chief Technology Officer di Starbucks, ha dichiarato che l’assistente virtuale è stata pensata seguendo la filosofia aziendale:

L’esperienza d’acquisto in Starbucks si basa sul legame personale che si instaura fra il nostro barista e il cliente, così tutto ciò che facciamo nel nostro ecosistema digitale deve riflettere la stessa sensibilità.

Il nostro team si è impegnato per far in modo che gli ordini vocali all’interno della nostra app siano realistici e personali.  Questa nuova funzionalità è facile da utilizzare, e siamo certi che porterà dei benefici sulla routine quotidiana dei nostri clienti. Riteniamo che questa sia la direzione giusta verso format più coinvolgenti. Ci aspettiamo di imparare tanto da questa esperienza, per farla evolvere nel tempo.

5 segnali che indicano che forse è meglio non assumere quel candidato

L’assunzione è un processo complesso. Non è semplice capire se il candidato che abbiamo scelto durante le selezioni possa realmente essere utile alla nostra causa. Capita spesso di soffermarsi sulle proprie aspettative senza calcolare alcune varibili umane: ansia da colloquio, paura di sbagliare termini e approccio o, più semplicemente, una giornata no.

Queste variabili non sempre possono giustificare un colloquio andato male, ma andrebbero tenute in considerazione da chi è in procinto di assumere personale per provare ad andare oltre la prima impressione, soprattutto se il profilo in esame è valido.

Ci sono però una serie di buone maniere che vanno tenute in considerazione dai candidati. Si tratta di cinque avvertimenti che dovrebbero spingerci a ringraziare e dire: le faremo sapere.

Ecco i cinque segnali che ti indicano quali sono i candidati che non devi assumere.

1. Il mancato invio di una mail di ringraziamento dopo il colloquio

I 5 candidati che non devi assumere

Alcuni recruiter sostengono di non poter assumere una persona che non invia una nota/email di ringraziamento dopo un colloquio. Secondo loro questo atteggiamente mostra una mancanza di considerazione e di rispetto per il tempo e l’energia spesa durante le fasi di selezione. Oltre a questo aspetto va aggiunto che tale comportamento mostra una sorta di disabilità sociale che non gli permetterebbe di interagire in modo corretto con i clienti.

Si potrebbe anche ipotizzare che, molto probabilmente, il candidato abbia capito d’aver toppato il colloquio e si ponga sulla difensiva evitando il contatto con l’azienda. Molti recruiter dovrebbero capire che spesso un candidato è alla ricerca di lavoro da mesi e che, a suo modo, ha speso tempo, denaro ed energie fisiche e mentali, esattamente come lui nello svolgere il suo lavoro.

Come dicevamo, non tutti gli avvertimenti hanno la stessa valenza; questo primo consiglio è un defcon 5, rischio basso.

2. I candidati che non googlano

Attenzione: defcon 3. Questo è uno degli avvertimenti che dovrebbe spingerci a non assumere il candidato. Sembrerà strano, ma esistono candidati che non fanno ricerche sull’azienda “dei propri sogni” o peggio, non hanno idea di cosa faccia.

Siamo onesti, capita raramente e ci mancherebbe altro. Chiunque oggi ha la possibilità di accedere ad internet e fare ricerche sulle società, visto che ormai tutte le aziende possiedono un sito web e una presenza più o meno forte sui social. Non fare la ricerca potrebbe far capire ai recruiter che sei pigro. Tu assumeresti una persona pigra? Ma soprattutto, come sei riuscito a trovare l’annuncio se usi la scusa: “mi spiace ma a casa non ho la connessione ad internet”.

3. Come ti vedi tra 5 anni? Vorrei fare il pilota d’aerei di linea

I 5 candidati che non devi assumere

Il titolo del paragrafo è puramente casuale.

Questo genere di risposte declinate al settore di riferimento, purtroppo, esistono. A causa della difficoltà di trovare il lavoro che si vorrebbe si tende ad inviare un numero indefinito di candidature; in alcuni casi il risultato è catastrofico.

Una delle domande più in voga tra i recruiter è la seguente: come ti vedi tra cinque anni? In questo caso un buon candidato dovrebbe avere le idee chiare (oltre al buon senso) e rispondere nel modo corretto. Come? Si potrebbe iniziare facendo riferimento all’annuncio di lavoro cercando di mostrare di essere motivati a raggiungere i livelli alti dell’area di riferimento.

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Per evitare la catastrofi è tuttavia necessario inviare candidature per lavori che si vorrebbe fare; un’azienda si aspetta che i propri dipendenti siano motivati a fare il proprio lavoro perché solo in questo modo si potranno raggiungere gli obiettivi sperati.

4. 25 anni, molte esperienze lavorative ma di breve durata

I 5 candidati che non devi assumere

Altro defcon 5. Siamo nel 2017, questo genere di avvertimento risulta obsoleto se le esperienze lavorative del giovane candidato sono terminate nel migliore dei modi. Diversa la situazione se il candidato ha lavorato meno di tre mesi nelle sei diverse società; questo avvertimento lo pone immediatamente tra i candidati che non devi assumere.

Questo genere di situazioni possono indicare che: il candidato ha scarse capacità decisionali perché dopo esser stato assunto s’è accorto di non amare quel lavoro o, peggio, che il candidato non ha le competenze ed è stato più volte licenziato.

5. Il candidato non sa perché vuole ricoprire questo ruolo

Altra domanda tipica durante un colloquio è: “Perché si è candidato per questo ruolo? Quali sono le sue aspettative?” Le risposte a queste domande devono far trapelare il desiderio di voler ricoprire quel ruolo, questo desiderio non elimina necessariamente le future possibilità di trovare altre opportunità all’interno della stessa società.

In definitiva, ogni azienda vuole essere sicura d’avere i dipendenti giusti al posto giusto.

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Instagram: ora puoi condividere fino a dieci foto e video in un unico post

Instagram sta diventando sempre più simile a Facebook e, dall’altro lato, Facebook si ispira sempre di più ad Instagram. In fondo, la visione comune della compagnia è ben visibile negli aggiornamenti e nelle funzionalità introdotte sui due social, che oggi si preparano ad una nuova trasformazione epocale.

L’app infatti ha appena rilasciato una nuova feature che consente di condividere più foto o più video in un unico post.

Update 22/02/2017: 

A partire da oggi, puoi condividere fino a dieci foto e video in un unico post su Instagram. Con questo aggiornamento non dovrai più scegliere la foto o il video migliore di un’esperienza che desideri ricordare.

Questa funzione sarà disponibile a livello globale nelle prossime settimane su iOS e Android. Per maggiori informazioni, consulta il Centro assistenza: https://help.instagram.com/269314186824048.

Come funziona:

  • Premi sul pulsante + sulla homepage di Instagram per caricare un nuovo post come faresti normalmente. Da qui, seleziona la nuova icona per caricare multiple foto e video;
  • Utilizza gli strumenti di editing per modificare i contenuti uno a uno o tutti con gli stessi effetti;
  • Puoi anche cambiare l’ordine in cui appariranno i contenuti, o rimuoverne alcuni, semplicemente premendoci sopra;
  • La geolocalizzazione e la caption saranno uniche per tutto il post, così come i like e i commenti. Puoi invece taggare i tuoi amici nei singoli contenuti;
  • Quando vedrai post multi-contenuto sul tuo feed, saranno caratterizzati da dei puntini blu in fondo. Fai swipe a destra e a sinistra per vedere tutti i contenuti.
  • Puoi anche caricare una Instagram Story sul tuo profilo utilizzando questa nuova funzionalità (ovviamente non più di 10 contenuti per volta): salva le tue stories sul camera roll, e caricale sul tuo profilo utilizzando la nuova icona.

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Post precedente:

Album fotografici su Instagram, una rivoluzione per il social visuale

Proprio così, in pratica gli album fotografici potrebbero arrivare anche su Instagram.

La nuova funzione, disponibile solo in versione beta per alcuni utenti Android, consente di selezionare fino a dieci foto e video per combinarli in un unico post.

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Come funzionerà la condivisione delle foto

Non è ancora chiaro come funzionerà la condivisione di queste foto o se ci sarà un archivio per la raccolta delle immagini, ma probabilmente l’aspetto sarà simile a quello dei “carousel” ads di Facebook.

Per selezionare più foto, basterà

  • premere in modo prolungato su una foto
  • selezionare le foto o i video da aggiungere alla condivisione

La nuova funzione potrebbe cambiare enormemente la stessa natura dell’app. Mentre molti utenti, infatti, tendono a curare attentamente il loro feed di Instagram, condividendo solo le loro foto migliori, la nuova funzionalità di album sembrerebbe incoraggiare gli utenti a porre meno enfasi su ciascuna foto per condividerne di più.

Una feature ancora in fase di testing

Da Instagram hanno rifiutato di rilasciare commenti sulla nuova funzione, ma questo cambiamento sembra essere in linea con gli sforzi della società per rafforzare la condivisione attraverso feature come Instagram Stories, live video e contenuti effimeri in stile Snapchat.

Naturalmente, si tratta solo di una funzione beta e non si sa ancora se diventerà permanente, disponibile per tutti gli utenti. Si tratta comunque di una delle più grandi rivoluzioni per il social visuale, che testa nuove strade per aumentare sempre di più il coinvolgimento degli utenti e la loro permanenza sull’app.

Social network e bambini: come usare le foto di minori online?

Nelle scorse settimane, abbiamo provato ad aprire gli occhi dei nostri lettori sui rischi di condividere online le foto di minori, e in particolari di bambini.

LEGGI ANCHE: Foto del pargolo su Facebook? Pensaci due volte!

Per fare ulteriore chiarezza sul tema, abbiamo fatto qualche domanda a due figure molto differenti, ma significative in temi di bambini e di legge: la nota blogger Francesca Crescentini di tegamini.it e l’avvocato Roberta Rapicavoli dell’omonimo studio legale.

Francesca, posti le foto del tuo Minicuore online?

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Minicuore ha quattro mesi e non ho ancora postato una sua foto vera e propria. Ho cercato di incanalare tutta la mia gioia e la mia fierezza in scatti di manine, piedini e giochini. E non ho fatto particolarmente fatica.

Racconto già tanto di me online che non mi è sembrato “necessario” buttare anche il mio bambino nel calderone. Non mi serve l’approvazione di migliaia di sconosciuti per sapere che le cose stanno andando bene.

Non biasimo chi fa una scelta diversa, ma io la vivo come una possibilità di condivisione un po’ troppo invasiva: pubblicare foto di bambini supera la soglia di intimità che sono disposta ad accettare.

Pensi che l’utilizzo dei bambini possa aiutare la carriera dei genitori?

La mia foto più amata su Instagram è una manina di Minicuore. Mi domando cosa succederebbe se ne mettessi una al giorno. Ma di Minicuore tutto intero, proprio. Racimolerei più follower? Probabilmente sì. Ne vale la pena? Non penso. La verità è che non riesco a concepire l’utilizzo strumentale di un bambino sui social per aumentare l’engagement.

La palestrina nuova di #Minicuore è praticamente un carro del Pride. ????

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data: 13 Nov 2016 alle ore 14:17 PST

Dopo esserci confrontati con un punto di vista “social”, approfondiamo la questione legale, facendo qualche domanda mirata all’avvocato Roberta Rapicavoli, docente di Ninja Academy, specializzata in privacy, diritto di internet e delle nuove tecnologie.
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La legge italiana tutela l’immagine dei bambini?

L’immagine riceve ampia tutela nel nostro ordinamento. Sono infatti molteplici le fonti normative che disciplinano il diritto all’immagine.
Tra queste vanno sicuramente richiamate:

Il codice civile, il cui articolo 10 dispone un generico divieto di utilizzo di immagini altrui qualora l’esposizione o la pubblicazione siano effettuate fuori dai casi consentiti dalla legge o, comunque, in modo da ledere il decoro o la reputazione della persona ritratta
– La legge sul diritto d’autore (legge 633/1941) e, più precisamente, gli articoli 96 e 97, secondo cui Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il suo consenso, a meno che la riproduzione dell’immagine non sia collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico o sia giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali
– Il Codice privacy (D. lgs. 196/2003), che tutela l’immagine quale dato personale qualora consenta di identificare la persona ritratta, disponendo che il suo trattamento sia possibile solo previo consenso espresso da parte del soggetto ritratto, a meno che non ricorra una delle ipotesi di esenzione in presenza delle quali è possibile effettuare il trattamento dei dati anche senza autorizzazione (come nel caso in cui la pubblicazione dell’immagine avvenga nell’esercizio del diritto di cronaca e libertà di espressione)
– Alcune norme penalistiche che vietano, in assenza di consenso, la pubblicazione delle immagini delle vittime di violenza sessuale (art. 734 bis del codice penale) o delle persone soggette a misure restrittive della libertà personale (art. 114 comma 6 bis del codice di procedura penale).
Particolare attenzione è poi riservata all’immagine del minore.
Sul punto infatti basti considerare, oltre alla normativa sopra richiamata, anche la presenza di disposizioni che tutelano specificamente il ritratto del minore.
Così, ad esempio, l’art. 7 del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica (allegato A1 al codice privacy), in base al quale il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca anche quando il minore sia coinvolto in fatti di cronaca o sussista un motivo di rilevante interesse pubblico alla conoscenza di determinate notizie.

In generale, allora, occorre ricordare che la tutela del diritto all’immagine prevista nel nostro ordinamento esclude la possibilità di pubblicare fotografie che ritraggono soggetti terzi senza il loro consenso, a meno che non ricorrano particolari ipotesi, come ad esempio il caso in cui la pubblicazione avvenga nell’esercizio dei diritti di critica o di cronaca, che tuttavia cedono innanzi al diritto alla riservatezza del minore.

In caso di controversia con la piattaforma, esiste una tutela differente se la diffusione è avvenuta per mano di qualcun altro?

Ciascuno di noi è libero di autorizzare terzi all’utilizzo della propria immagine. Si pensi ad esempio al caso in cui si dovesse ricevere la richiesta di essere coinvolti in un video pubblicitario. Ugualmente, quando decidiamo di pubblicare online, all’interno di una piattaforma social, una fotografia che ci ritrae, di fatto, autorizziamo il titolare della piattaforma al suo utilizzo, secondo quanto indicato nelle condizioni che si accettano in fase di iscrizione al social network.  Così, ad esempio, chi è iscritto a Facebook sa – o dovrebbe sapere – che in ordine ai contenuti protetti dal diritto di proprietà intellettuale – tra cui rientrano anche le foto –  l’utente fornisce al titolare della piattaforma una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, che consente l’utilizzo del materiale pubblicato finché l’utente non decide di eliminare il suo account o i contenuti presenti nel suo account, a meno che gli stessi non siano stati condivisi da terzi. Nel caso in cui l’immagine si riferisca a un minore, poiché quest’ultimo è privo di capacità di agire, gli atti dispositivi potranno essere compiuti dal suo legale rappresentante. Così, riprendendo l’esempio di cui sopra, sarà chi esercita la potestà genitoriale ad autorizzare l’agenzia pubblicitaria alla pubblicazione della fotografia del figlio minore in una determinata pubblicità.  Ugualmente, è possibile, da parte del genitore, anche la pubblicazione sulle piattaforme social delle immagini dei minori, che potranno poi essere rimosse dal genitore stesso che le ha pubblicate oppure dal diretto interessato, nell’esercizio dei diritti di cui all’art. 7 del D. Lgs. 197/2003 (Codice Privacy).

E voi, amici lettori, amante condividere le foto di figli, cuginetti e nipotini online? Che ne pensate di quanto raccontato dai nostri esperti? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook e sul nostro gruppo LinkedIn!

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Emoji: la lingua universale del futuro

Simboli emozionali, strumenti di disambiguazione, rafforzativi e, soprattutto, un nuovo linguaggio: sono le emoji, il nuovo codice linguistico nato dall’esigenza di avere una comunicazione sempre più veloce, immediata e visiva.

Emoji ed Emoticon

Innanzitutto, vale la pena ribadire che “emoji” non è un sinonimo di “emoticon”.
Le emoji nascono in Giappone negli anni Novanta, dalla commistione delle parole giapponesi “immagine” e “carattere scritto”, e possono essere tradotte in “pittogrammi”. La prima emoji venne creata da Shigetaka Kurita, ispirato da manga, segnali stradali e caratteri cinesi. È interessante sapere che queste immagini vengono processate dai software non in quanto simboli grafici, ma come lettere di una lingua non occidentale: non vi è mai capitato di ricevere delle email con delle J al posto di uno smile?

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Le emoticons, invece, fanno la loro prima apparizione il 19 settembre del 1982, all’interno di un BBS – Bullettin Board System, un lontano antenato dei forum – della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Pennsylvania, Stati Uniti) da Scott E. Fahlman, docente di informatica.

Quello che sarebbe diventato il sorriso più famoso del mondo nacque da un’esigenza primordiale: esprimersi. Spesso gli utenti del BBS non riuscivano a cogliere il giusto tono dei messaggi e questo dava luogo a frequenti fraintendimenti e litigi.

Quel giorno un partecipante creò una nuova discussione, il cui tema era proprio la necessità di trovare un simbolo condiviso che potesse affermare indiscutibilmente il tono sarcastico di una risposta. Alcuni utenti proposero di utilizzare dei simboli che – senza alcun fondamento logico – venivano reputati divertenti, come %, * o #. Qualcuno propose di utilizzare &, paragonandolo, con molta fantasia, a un corpulento e ilare giullare. Fu così che Fahlman digitò una combinazione di simboli: aveva inventato lo smile.

Propongo che la seguente serie di caratteri sia usata come indicatore di una battuta:
🙂
Va letta di lato. In realtà, visto l’andazzo dell’ultimo periodo, sarebbe più economico segnalare le cose che NON sono battute. Per questo uso:
🙁

Emoji is the new English

Le emoji rappresentano una vera e propria rivoluzione della comunicazione online – e non solo.
Pinocchio e persino la Bibbia sono stati tradotti in emoticons. In particolare, quest’ultima è frutto del lavoro di un certo “ragazzo con gli occhiali da sole”, attualmente anonimo, che ha virato le Sacre Scritture in “Le Scritture per i Millenials”, un ebook di 3300 pagine.

Quello delle emoji è diventato un linguaggio (davvero) universale, condiviso da ogni abitante del mondo. L’esigenza di trovare un traduttore di emoji potrebbe essere una delle richieste contenute in un prossimo brief: all’agenzia londinese Today Translation è già successo.

Un linguaggio a metà tra verbale e non verbale, che risponde alla crescente esigenza di distinguersi, di non essere una voce indistinta nel coro. Inoltre, sembra che l’uso di emoji abbia ridotto al 25% la possibilità che ci siano dei fraintendimenti tra gli interolocutori. Da una ricerca della psicologa Linda Kaye sembra che quello che influenza maggiormente l’uso di alcune emoji piuttosto che di altre è proprio la nostra personalità.

Poiché siamo chiamati a interagire con persone che rivestono ruoli diversi nella nostra vita – dal datore di lavoro all’amica del cuore – dobbiamo differenziarne l’uso e, talvolta, anche far ricorso a una vera e propria strategia di comunicazione. Sicuramente una regola basilare è quella di inserire le emoji solo alla fine di una frase, per evitare di frammentarla a tal punto da renderla poco intelligibile e funzionale. Un’altra best practice è quella di non far abbinare simboli a caso, ma dargli una consequenzialità logica, proprio come si farebbe per la costruzione di una frase di senso compiuto. Infine, il consiglio è quello di limitare l’uso di emoji con persone con le quali non abbiamo avuto ancora modo di confrontarci face to face.

Le parole non servono più

Il linguaggio delle emoji è quello cresciuto più velocemente nella storia: siamo partiti da un semplice, anonimo, simbolo stilizzato di un sorriso e siamo arrivati ad avere tantissime immagini tra cui scegliere, sempre più caratterizzate, ricche di personalità e di tratti somatici (a partire dal colore della pelle fino ad arrivare alla scelta dei capelli rossi). Un sorriso non è più solo un sorriso: c’è quello con le gote arrossate, quello malizioso, quello a denti stretti e quello fino alle lacrime.

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Il Face with tears of joy è stato addirittura eletti come parola dell’anno 2015 dall’Oxford Dictionary. Gli studiosi britannici l’hanno definito un “aspetto centrale della vita digitale di un individuo, che deve essere basata su contenuti visivi emotivamente espressivi e ossessivamente immediata”.
Se pensiamo che solo 10 anni prima era stata “Sudoku” ad essere eletta parola dell’anno…

Le emoji sono ormai diventate, a pieno titolo, il linguaggio del futuro. Nate dall’esigenza di chiarire il tono di una frase o rafforzarne il concetto, oggi sembrano poter addirittura avere vita propria – e sicuramente ne avranno in The Emoji Movie. Il film che si propone come un esilarante viaggio dentro Textopolis – esattamente dietro le quinte dei nostri smartphone – dove le faccine più famose di sempre prendono vita, si confrontano tra loro e incarnano stereotipi o li dissacrano. Il film approderà nelle sale cinematografiche statunitensi il 4 agosto di quest’anno e, la notizia che Patrick Stewart doppierà Poo, la celebre “cacchina” sorridente, vale di per sé l’acquisto del biglietto!

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Alphabet Q4 2016: Google traina i progetti del futuro

Google, o meglio Alphabet, chiude il 2016 superando le previsioni degli analisti.

Conti alla mano, nel quarto quadrimestre la holding statunitense incassa un ricavo di 26 miliardi di dollari, uno in più di quanto prefigurato, e porta il valore delle proprie azioni a 9,36$ cadauna, lievemente inferiore ai 9,64$ preventivati.

“Bets”: Alphabet oltre a Google
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Il grafico mostra quanto facilmente il nome della parent company possa essere sovrapposto con quello del più famoso motore di ricerca. Alphabet, tuttavia, è composto anche da altre società, le cosiddette Other Bets (Altre Puntate). Si tratta di investimenti innovativi e rischiosi, che includono tutte le attività al di fuori di Google e Youtube.

Tra i progetti più prominenti ci sono Nest, insieme di sensori per la casa domotica, Fiber, progetto di fibra ottica, Verily, dedicato allo studio delle scienze della vita, e Waymo, dedicato alle auto senza guidatore.

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La buona notizia che riguarda tutti questi progetti, più o meno avveniristici, è che le perdite da essi causate si sono ridotte: da 1,21 miliardi di dollari del quarto quadrimestre 2015, ai soli 1,08 dell’anno successivo. Alphabet continua a puntare sul futuro, in attesa di mostrarci, e monetizzare, le meraviglie tecnologiche del domani.

Google Ads

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Come sempre, la fonte di ricavi più prominente di Alphabet è Google, e quella di Google è la pubblicità online. Con un ricavo complessivo nel Q4 2016 pari a 22,4 miliardi di dollari, un aumento del 17% rispetto ai 19 totalizzati nello stesso periodo nel 2015.

Queste novità hanno portato ad un calo delle rendite derivanti dalla monetizzazione della pubblicità da desktop, compensato tuttavia dai sempre migliori risultati portati dal mobile. Il Q4 del 2016 ha registrato un calo del valore del Cost per Click pari al 15% in un anno (media tra tutti i formati pubblicitari) e da un aumento dei click pari al 36% nello stesso periodo.

In particolare, il CPC all’interno dei siti presenti nel network Google è diminuito del 19%, grazie soprattutto all’aumento di risultati nei mobile ads, presentano un costo inferiore rispetto alla loro controparte desktop.

Hardware, software, servizi

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Alphabet ha in serbo molti assi nella manica per ritagliarsi o aumentare fette di mercato nei business più promettenti. Comune con altri due colossi digitali, Microsoft e Amazon, è l’ambito dei servizi in Cloud.

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Il CEO Sundar Pichai ha dichiarato che “mentre ci apprestiamo a fronteggiare il 2017, mi aspetto che il cloud sia una delle più ampie aree di investimento e di crescita organica”.

Lo spazio virtuale accompagna l’ascesa di un’altra novità: lo smartphone Pixel. Il primo cellulare 100% made by Google tiene fede al suo nome, e fa della fotocamera la sua punta di diamante. Non è però solo questo l’aspetto su cui il nuovo device dà battaglia agli iPhone, poiché l’assistente virtuale Siri dovrà fare i conti con Google Assistant.

L’amministratore delegato di Google attribuisce gran parte dei successi ottenuti ai progressi sull’intelligenza artificiale: più di 350 prodotti lanciati nel mercato durante il 2016 sono figli dei progressi nel campo del machine learning.

L’elenco dei testa a testa tra i big player del mercato digitale si chiude con Google Home, lo smart speaker che entrerà in competizione con Amazon Echo.

Pichai sottolinea come il futuro in cui crede sia basato proprio sull’interazione con più dispositivi attraverso il controllo della voce, che rende viabili ovunque le risorse online: telefono e casa dunque, ma anche televisione, automobile, lavoro,…

“È molto importante per noi lavorare all’intersezione di harkdware, software e servizi”.

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Nella Free Masterclass di mercoledì 15 febbraio, gli esperti Emanuela Zaccone, Alberto Maestri, Lorenzo Viscanti, Giuliano Ambrosio e Orazio Spoto, docenti del Master Online in Social Media Marketing, ti proporranno una serie di tattiche innovative da implementare nel 2017.

Scoprirai come emergere dal rumore social, creando contenuti contagiosi, attraverso competenze aggiornate per la costruzione di una corretta ed efficace strategia di Social Media Marketing.

FreeMasterclass Social Media Marketing

Strategie, tattiche e insight: cosa imparerai nella Free Masterclass

Grazie alla grande esperienza dei docenti, che ti mostreranno strumenti avanzati e metodi già sperimentati per lavorare in maniera professionale sui social network, la Masterclass online ti insegnerà a:

  • rinnovare la tua strategia di Social Media Marketing per il 2017
  • includere nuove tattiche e funzionalità nella tua attività di Social Media Management
  • tirare fuori gli insight giusti per il tuo business dalle più recenti campagne di successo

La Free Masterclass è online e gratuita ma iscriviti ora perché i posti sono limitati!

Qualora non ti fosse possibile seguire in diretta il Webinar, nessun problema, potrai ritrovare video e slide a distanza di un paio di giorni dalla diretta sulla piattaforma Ninja Academy. Sarà possibile consultarli online per un periodo di tempo limitato.

Ricapitoliamo: 

FREE MASTERCLASS

Master Online in Social Media Marketing

“5 CAMPAGNE DI SOCIAL MEDIA MARKETING DA CUI PRENDERE ISPIRAZIONE”
con
Emanuela Zaccone, Alberto Maestri, Lorenzo Viscanti, Giuliano Ambrosio ed Orazio Spoto

Mercoledì 15 febbraio dalle 13 alle 14
ISCRIVITI ALLA MASTERCLASS

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Il team di Ninja Academy è sempre a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02/400.42.554 dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.

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spot super bowl migliori di sempre

I 5 migliori spot di sempre per il Super Bowl

Circa un quarto degli americani guarda il Super Bowl solo per vedere le pubblicità. Con un prezzo medio che si aggira attorno ai 5 milioni di dollari ogni 30 secondi, non c’è da stupirsi che i brand si augurino di essere riusciti a produrre qualcosa di memorabile e questi cinque  spot sono certamente riusciti nell’impresa, entrando di diritto a far parte dei migliori spot del Super Bowl di sempre.

Guardiamoli insieme!

5. You are not you when you are hungry – Snickers  2010

Ecco qui una simpatica Betty White – che all’epoca aveva 88 anni – mentre gioca a football con un gruppo di giovanotti. Nonostante la dolcezza scopriamo presto che non si tratta della mitica nonnina, bensì di un ragazzo a corto di energie.

Perché ci piace: “You are not you when you are hungry”, il tipico messaggio di Sneakers viene trasmesso in modo simpatico ed efficace, utilizzando una celebrity molto amata dal pubblico statunitense e non solo, e il setting (il campo da football), è certamente qualcosa con cui gli spettatori del Super Bowl hanno molta familiarità. Promosso.

4. Security Camera – Pepsi 1996

Un dipendente di Coca-Cola cerca di rubare una lattina di Pepsi quatto, quatto senza farsi vedere, ma una valanga di lattine lo travolge rumorosamente, una telecamera riprende il tutto.

Perché ci piace: un classico esempio della saga Pepsi vs Coca-Cola, questa pubblicità piace per l’immediatezza e l’ironia da “scivolata sulla buccia di banana” e la musica country che ci rimanda al nostro immaginario della più profonda provincia americana.

3. The man your man could smell like – Old Spice 2010

Old Spice è un brand tradizionale  dedicato agli uomini. La sfida dell’agenzia era di rilanciare il marchio rendendolo rilevante anche ad una clientela giovane, ma non solo: un importante insight  è stato che molti uomini utilizzano il bagnoschiuma acquistato per loro dalle compagne.

Ecco quindi un uomo praticamente perfetto, che flirta virtualmente con le telespettatrici e in pochi secondi ad alto ingaggio ricorda loro che grazie ad Old spice anche il loro uomo potrà avere il suo stesso profumo (da vero uomo).

Perché ci piace: ha saputo giocare su un potenziale punto di debolezza del brand (gli aromi tipicamente maschili) e trasformarlo in un punto di forza con uno stile contemporaneo, tanto da generare milioni di views e parodie; certamente non è passato inosservato.

2. The force – Volkswagen Passat 2011

Questo spot ci presenta un bambino vestito da Dart Vader che prova ripetutamente ad usare “la forza” per controllare gli oggetti con la mente, al suono di The Imperial March (la colonna ufficiale dei cattivi di Star Wars).

Sfortunatamente nessuno dei suo tentativi sembra funzionare e il nostro piccolo protagonista appare sempre più abbacchiato. Finché tutto ad un tratto vede papà che ha appena parcheggiato la sua Passat, e decide di fare un altro tentativo. Motore e luci si accendono, per la sorpresa del nostro giovanissimo Dart. Scopriamo infine che la magia l’ha fatta papà, facendo accendere il motore grazie al telecomando di ultimissima tecnologia della sua nuova Volkswagen.

Perché ci piace: è un video che si rivolge chiaramente al target di Passat (le famiglie), ma permette comunque a tutti di immedesimarsi nella situazione, perché è riuscito a veicolare l’innovatività della nuova Passat in modo creativo e perché ha giocato bene sull’emotività legata all’annuncio (ai tempi) di una nuova serie di Star Wars.

1. 1984 – Apple 1984

Il copy di presentazione del personal computer Macintosh è oggi considerato una pietra miliare della cinematografia pubblicitaria. Lo spot è un omaggio a 1984 di George Orwell, è diretto da Ridley Scott e richiama scene da Metropolis.

In un futuro distopico vediamo una eroina che corre inseguita da guardie per salvare una folla spersonalizzata. Corre verso uno schermo da cui una sorta di dittatore tiene un discorso. Giunta vicina allo schermo lo colpisce con un martello, facendolo esplodere. Lo spot si conclude con un annuncio:

Il 24 gennaio Apple introdurrà Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come “1984”.

Perché ci piace: per i riferimenti colti, per lo stile epico, perché comunica un messaggio originale e inaspettato, e perché la contrapposizione tra buona vs. cattiva tecnologia è più che mai rilevante anche ai giorni nostri.

Google sorpassa Apple: dopo 5 anni, Apple non è più il marchio di maggior valore al mondo

Google, con un valore del marchio di $ 109,5 Mld, è il brand che produce maggiore fatturato al mondo, come emerge dalla Brand Finance Global 500, la classifica annuale della società di consulenza strategica e valutazione. La Global 500, oltre ad ordinare i brand per valore monetario, individua anche i marchi più forti, cioè quelli che possono influenzare maggiormente la crescita dell’Enterprise Value. In questa seconda classifica Lego ha sostituito Disney diventando il marchio più forte del mondo.

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Per determinare il valore di un marchio, Brand Finance prima determina la forza, cioè la solidità, del brand, analizzando fattori come gli investimenti in ricerca & sviluppo, asset durevoli e marketing; il ritorno d’immagine; fatturato e margini. La forza del marchio serve a determinare la percentuale di ricavi complessivi attribuibili al marchio.

Valore del marchio

Il valore del marchio Google è aumentato, nel corso 2016, del 24%, mentre quello Apple è diminuito del 27% riducendolo a $ 107,1 Mld. Google non dominava la classifica dal 2011. La società rimane leader incontrastato nella ricerca web, che è il cardine della sua raccolta pubblicitaria. I ricavi pubblicitari sono aumentati del 20% nel 2016 in quanto i budget sono sempre più orientati al web e Google ha la capacità di approfittarne.
Apple ha lottato per mantenere la superiorità tecnologica, ma nuovi iPhone hanno ridotto i rendimenti e ci sono segnali che l’azienda ha raggiunto il punto di saturazione. Il mercato cinese, dove Apple ha avuto una quota di mercato dominante, sta diventando molto più competitivo con gli attori locali che entrano nel mercato in modo significativo. Secondo le previsioni degli analisti finanziari, anche Samsung, nonostante le buone quote di mercato, dovrebbe ridurre fatturato e margini.

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Forza del marchio

Con uno score di 92,7. Lego (196°) è tornato ad essere il brand più forte del mondo. Buona parte di questo successo è dovuto agli accordi di licenza e partnership con l’industria dei media che ne hanno guidato la crescita grazie a Lego Star Wars, Lego Harry Potter e Lego Batman. Un ulteriore impulso, dalle già significanti entrate licensing, sono previste per realizzazione di ulteriori film. L’esposizione mediatica che ne conseguirà, contribuirà in modo significativo ad un altrettanto importante rafforzamento marchio Lego per gli anni a venire. Un marchio forte è in grado di proteggere il valore di un’azienda in condizioni di mercato turbolente o tempi difficili per un business: la resilienza del prezzo delle azioni Samsung e Wells Fargo è la testimonianza di come un brand può aiutare un’azienda dominare una tempesta.

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Google (1), Nike (28), Ferrari (258) e Visa (57) sono gli altri marchi più forti del mondo. Ferrari ha riconquistato la AAA+ grazie ad un netto miglioramento degli investimenti – tra cui la qualità del prodotto e l’esposizione del brand – e dei ritorni – margine e fatturato.

Brand italiani ??

Con un valore di $11,2 Mld, Eni è il primo brand italiano e grazie ad una crescita del 26% raggiunge la 122° posizione. In classifica troviamo anche Enel (203°), Gucci (219°), Telecom Italia Gruppo (239°), Ferrari (258°), Gruppo Generali (301° – cambiati i parametri delle assicurazioni), Intesa Sanpaolo Gruppo (371°), Poste Gruppo (423°) e Prada (463°). Escono dalla classifica sia Fiat, sia Unicredit.

In linea con i 500 maggiori brand del mondo (+15%), i 9 brand italiani presenti nella Global 500 2017 hanno incrementato il valore economico rispetto allo scorso anno del 12%. Queste stesse imprese nell’arco di un anno hanno perso il 5% del valore. Massimo Pizzo Managing Director Italia di Brand Finance ha dichiarato: “La stessa cosa succede da anni: dal 2005 al 2015 la crescita delle imprese italiane è stata quasi zero, mentre il valore dei marchi e degli altri asset intangibili italiani è cresciuto (CAGR) del 16%” – continua Massimo Pizzo – “Anche per questo il governo italiano lo scorso anno ha introdotto un forte incentivo fiscale sui redditi originati dagli intangibili, il Patent Box. Proprio per la rilevanza dei marchi nell’economia italiana, il governo non si è limitato agli incentivi sui brevetti, ma ha aggiunto quelli sui marchi, in deroga agli standard internazionali” – conclude Massimo Pizzo – “Soprattutto nelle fasi attuali di M&A, per determinare un fair value, sarebbe opportuno sempre considerare anche il valore del marchio”.