Flycat for Bramas, quando la street art incontra la moda

Questa settimana Streetness approfondirà il tema delle collaborazioni tra street artisti e aziende raccontando un case-study tutto italiano che mette insieme un pioniere dell’arte urbana e un giovane brand milanese: Flycat e Bramas.

Flycat, al secolo Luca Massironi, si avvicina al writing all’età di tredici anni, iniziando a trascrivere le lettere del suo nome – ispirato al cartone animato di Hanna & Barbera “Top Cat” – prima con pennarelli e poi con gli spray. Il perfezionamento e la ricerca artistica lo conducono nei primissimi anni Novanta negli Stati Uniti, dove gli incontri con Phase2 e con Kase2, esponenti di punta nel mondo del writing, sono fondamentali per apprendere nuove tecniche ed assorbire energie.

''Inferno'' l'opera di Flycat esposta a Casa Milan Gallery, Milano

”Inferno” l’opera di Flycat esposta a Casa Milan Gallery, Milano

In seguito, l’arte di Flycat ha conquistato l’Italia e l’estero, con progetti di spessore, numerose mostre e diverse collaborazioni. Tra queste, molte realizzate nel mondo della moda con Levi’s, Rado Swiss e Adidas (per citarne alcune). Oggi, Flycat ha prestato la propria vitalità artistica a un nuovo fashion brand i cui capi si ispirano agli anni Cinquanta e Ottanta.

“Bramas nasce dalle mie due grandi passioni: la moda e l’arte. Grazie alla collaborazione con un grandissimo street artist come Flycat, abbiamo dato vita ad una capsule collection che riproduce i suoi dipinti su capi d’abbigliamento unici e di classe” Ambra Danesi, fondatrice del marchio Bramas

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Sono sempre più numerosi i marchi italiani che si ispirano al mondo della Street Art, in particolar modo nell’ambito dell’abbigliamento streetwear, ma, al contrario di quanto si possa pensare, la moda e l’arte di strada hanno un legame ben più saldo, storico e coscienzioso.

“Ho iniziato a dipingere sui capi d’abbigliamento dalla metà degli anni Ottanta. Quando sono entrato in contatto con il mondo Hip Hop, infatti, qui in Italia c’erano pochi marchi e pochi capi tra cui poter scegliere. Vivevamo nell’immaginario degli Stati Uniti e per essere originali era necessario personalizzare il proprio stile con pennarelli e spray. In seguito ho approcciato al mondo della moda in maniera più professionale perché ho trovato in esso terreno fertile per portare la mia arte anche al di fuori delle gallerie. Credo che la moda sia meno statica dell’arte contemporanea: è arte in movimento. Ciò mi ha spinto anche a collaborare con Bramas, individuando insieme ad Ambra Danesi lo stile e le cromie più adatte per questa partnership” Flycat

La woman collection primavera-estate “Flycat for Bramas” è caratterizzata da tre capi principali, in un mix tra bon ton e forme a palloncino, con body, bomber e longuette, sui quali l’alfabeto di Flycat esplode sprigionando tutta la sinergia tra passato e futuro contenuta nella sua produzione artistica. Interessante è anche l’impiego delle stoffe, tessuti naturali come lino, cotone e seta di qualità o di materiali tecnici come rete, pvc e neoprene. Resta fondamentale il recupero dell’artigianalità, sottolineato in tal caso dal lavoro manuale di Flycat per la capsule collection.

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Bramas è quindi un marchio fresco ed innovativo che ha scelto un debutto ricercato nel mondo della tradizione tessile nostrana, puntando sul più famoso interprete del fenomeno del writing in Italia e confermando così l’importanza di veri e propri sodalizi artistici per la realizzazione di prodotti unici e riconoscibili.

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User Onboarding: come fidelizzare subito gli utenti della tua app

Al giorno d’oggi, la visualizzazione delle schermate onboarding per gli utenti che utilizzano un’applicazione mobile per la prima volta è diventata una pratica comune: si tratta delle schermate che introducono l’applicazione e spiegano in modo più chiaro possibile quello che essa fa.

Dato che spesso questa operazione è la prima con cui gli utenti interagiscono, diventa importante riuscire anche a soddisfare, in parte, le aspettative degli utenti. Pertanto, è essenziale che coloro che sono coinvolti nella creazione del prodotto (product manager, progettisti, sviluppatori, ecc), debbano prendersi del tempo per valutare se le operazioni onboarding siano necessarie per l’applicazione e, in caso affermativo, determinare il modo migliore per attuarle.

Nel passato il flusso di lavoro on-boarding interferiva con il lavoro di software e applicazioni. Oggi invece gli stessi flussi possono essere uno strumento essenziale per garantire la fidelizzazione degli utenti.

È noto che la maggior parte delle applicazioni vengono cancellate dopo il loro primo impiego, oltre l’80% ad essere precisi. Quindi è fondamentale che il valore della vostra app sia subito percepito dall’utente. Inoltre, molte applicazioni mobili sono inutili o quasi, soprattutto senza il permesso di utilizzare alcune funzionalità dello smartphone: pensa ad Instagram senza l’autorizzazione di usare la fotocamera, per esempio.

Purtroppo, però gli smartphone non consentono alle applicazioni di avere le autorizzazioni in maniera predefinita, ed è in questi casi che le operazioni di onboarding diventano fondamentali. Ecco 4 suggerimenti per crearne una di successo.

Login semplice e accessibile

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Digitare nome utente e password è noioso. Se il processo di login è troppo complesso, quindi, stai certo che perderai molti utenti immediatamente.

Fai in modo di richiedere l’accesso solo nel momento in cui questo sia estremamente necessario: più tempo l’utente avrà per apprezzare la tua app, più volentieri perderà tempo nell’effettuare l’accesso. Una buona idea per annullare i tempi di compilazione del form, sarebbe attivare il login attraverso i social.

Per quanto riguarda i dati di accesso è importante, dunque, farsi queste domande:
– è davvero necessario avere rigorosi requisiti per la password?
– è possibile permettere il login con un PIN numerico?
E ricorda: meno fatica richiederà l’accesso più la tua app sarà amata.

Quando chiedere il permesso

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Se avete intenzione di richiedere il permesso di inviare notifiche push, utilizzare funzioni esterne come fotocamera o GPS, o l’accesso (vedi punto 1) fatelo al momento giusto. Come riconoscerlo? Semplice. L’utente darà volentieri il suo permesso nel momento in cui ne capirà la necessità.

Ad esempio, richiederete il permesso di utilizzare la fotocamera quando l’utente sarà pronto per la scansione di un codice a barre o scattare una foto. In questo contesto, lui capirà che negare l’accesso creerà un ostacolo a quello che sta cercando di fare e sarà molto più propenso ad cliccare su “consenti”.

Segmentare e personalizzare l’esperienza

La sfida di Facebook per il 2017? Il Digital Marketing

Ogni utente utilizzerà in maniera diversa la vostra app. Perciò dovrete essere pronti a sviluppare diverse strategie on-boarding in modo da rispondere a tutte le esigenze. Bisogna analizzare i comportamenti e creare dei segmenti in modo da personalizzare le campagne, inviando il messaggio giusto alla persona giusta al momento giusto.

I segmenti sono utili non solo per la demografia ma anche per seguire l’esperienza degli utenti nell’app in modo da seguirli in base alle loro necessità: per esempio se ad un certo punto, chi aveva acconsentito alle notifiche push decide di bloccarle, si deve analizzare le ragioni alla base di questo cambiamento.

Analizzare, testare e ottimizzare

L’onboarding non è diversa rispetto a qualsiasi altra azione di coinvolgimento: in primo luogo, utilizza funnels e analisi degli eventi per capire dove alcuni utenti abbandonano. Ottimizza e poi testa i risultati.

Una strategia onboarding ben progettata può essere un potente strumento per incrementare il valore della propria app. Osservando queste pratiche, è possibile migliorare la fidelizzazione e dare la certezza agli utenti di ottenere il massimo dalla vostra applicazione.

Content Marketing Manifesto Free Masterclass

Content Marketing Manifesto: non perdere la Free Masterclass

Perché i contenuti diventano sempre più importanti nel mondo del digital marketing? E quali sono gli strumenti indispensabili e le competenze da sviluppare? Come si progettano i contenuti efficaci e interessanti?

Mercoledì 8 febbraio, dalle ore 13 alle 14, durante la Free Masterclass “Content Marketing Manifesto” avrai una risposta per tutte queste domande.

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Non puoi seguire il web-live? Potrai ritrovare video e slide a distanza di un paio di giorni dalla diretta sulla piattaforma e-learning. Sarà possibile consultarli online per un periodo limitato di tempo.

Ricapitoliamo:

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Mercoledì 8 febbraio 2017 dalle ore 13 alle 14
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Aipoly: l’app che aiuta i non vedenti a riconoscere gli oggetti

Le persone  al mondo affette da problemi visivi sono circa 285 milioni, persone che spesso riscontrano difficoltà in termini di accessibilità ad un mondo in continua evoluzione.

Si chiama Aipoly Vision, l’applicazione mobile intelligente che aiuta le persone non vendenti, daltoniche e ipovedenti ad entrare in contatto con l’ambiente circostante mediante il riconoscimento dei colori e degli oggetti.

Aipoly nasce proponendosi come una vera e propria assistente virtuale capace di descrivere tramite un feedback audio, forme, colori e dimensioni di centinaia di oggetti.

Lo sviluppo dell’applicazione è frutto dell’ingegno di tre giovani ragazzi Marita Cheng, Simon Edwardsson e l’italiano Alberto Rizzoli, i quali hanno dato vita a questo splendido progetto che renderà più semplice la vita di molte persone grazie all’intelligenza artificiale e ad una nuova tecnologia chiamata “machine vision”, che studia le reti neuronali utilizzate dagli esseri viventi per identificare gli elementi all’interno di un’immagine.

Smartphone più accessibile che mai

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L’app Aipoly Vision, è al momento scaricabile gratuitamente solo per i dispositivi iOS, ottimizzata sia per  iPhone che per iPad ed è disponibile in sette lingue diverse, tra cui l’italiano.

L’applicazione funziona in modo facile e intuitivo: una volta lanciata sui propri dispositivi, gli utenti possono scegliere tra due diverse funzionalità cioè il riconoscimento degli oggetti e quello dei colori.

Dopo aver scelto la modalità che si desidera utilizzare, basta puntare la fotocamera del proprio device sull’oggetto che si vuole identificare e ricevere una risposta audio istantanea su quello che è il nome o il colore dell’oggetto che si trova sotto il mirino dell’applicazione.

Uno degli sviluppatori ha dichiarato:

Aipoly Vision può identificare in tempo reale centinaia di oggetti, e non c’è bisogno di scattare alcuna foto, l’applicazione grazie all’intelligenza artificiale è in grado di vedere l’ambiente circostante e descrivere ciò che lo costituisce.

Attualmente Aipoly è in grado di riconoscere nel modo più preciso possibile circa cinquemila parole tra cui: mille oggetti quotidiani, mille tipologie di prodotti alimentari, mille specie di piante, mille razze di animali, e più di mille colori. L’app è la risposta a molte delle grandi e piccole difficoltà a cui un ipovedente va incontro ogni giorno: riconoscere un segnale o un cartello, individuare il proprio cane  o il proprio bastone. Se ad esempio l’utente dimentica dove ha esattamente appoggiato il bastone, può scattare una foto di quello che ha intorno e Aipoly lo aiuterà a ritrovarlo.

Tutti gli utenti possono contribuire al miglioramene dell’app inserendo manualmente nuovi oggetti mediante il pulsante  Teach Aipoly. Una volta aggiunto il nuovo nome questo verrà memorizzato e reso disponibile a tutte le persone che utilizzeranno l’applicazione.

Aipoly è stata da poco premiata al Ces 2017 di Las Vegas come una delle applicazioni mobile più innovative del 2017:  l’app è la dimostrazione di come le “tecnologie esponenziali”, come l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico, possano risolvere le sfide più importanti dell’umanità.

Una sorpresa per i creatori dell’app è stato il successo in Giappone, dove ci sono stati oltre 8.000 download dall’inizio del 2016. In questo paese le persone ipovedenti lo utilizzano per imparare l’inglese: è un risvolto inaspettato per gli sviluppatori dell’app che, secondo Simon Edwardsson, co-fondatore di Aipoly, verrà sicuramente esplorato meglio in futuro.

5 tecniche di Neuromarketing che ogni marketer dovrebbe conoscere

Un buon marketer analizza i bisogni dei consumatori per fornire il prodotto o servizio in grado di soddisfare le loro esigenze: con l’ausilio delle variabili del marketing mix cerca di confezionare la migliore soluzione per invogliare gli acquirenti a completare il processo d’acquisto.

Solitamente una volta identificato un nuovo bisogno da soddisfare, le aziende fanno a gara per piazzare la soluzione ad esso sugli scaffali o nei nostri carrelli virtuali; il consumatore però non sempre sceglie il bene migliore, ma quello che percepisce come tale.

Non sono soltanto le peculiarità del prodotto ad influenzare il processo d’acquisto, ma anche le caratteristiche dei processi decisionali delle persone.

Grazie al Neuromarketing si possono analizzare tutti gli elementi legati aspetti sensoriali, cognitivi non consci ed emozionali customer journey.

Il Neuromarketing per il tuo business

Le metodologie tradizionali di indagine di cui si avvalgono i marketer chiedono alle persone di spiegare razionalmente i loro processi cognitivi: la loro efficacia è limitata dal fatto che i nostri acquisti sono determinati tra il 75% ed il 90% da decisioni influenzate da una base emozionale non conscia, che sfugge alla misurazione mediante interviste e focus group.

Il Neuromarketing analizza gli aspetti cognitivi relativi al processo di acquisto effettuando misurazioni accurate e avvalendosi di evidenze scientifiche e tecniche delle neuroscienze.

Per darti un’idea di come l’integrazione del Neuromarketing nel tuo business possa aiutarti a migliorare la conoscenza delle tue buyer persona e a fornire loro dei beni personalizzati per le loro esigenze emotive non consce, vi illustriamo cinque tecniche che ogni marketer dovrebbe conoscere.

1. Osserva ciò che vede l’acquirente

Puoi vedere ciò che vede il tuo acquirente ed osservare cosa attira la sua attenzione mediante la tecnica dell’eye-tracking: come ci suggerisce dal nome, questa metodologia si basa sulla misurazione dei movimenti oculari del soggetto e sui punti in cui fissa lo sguardo mentre effettua un acquisto, sia che si trovi in un negozio fisico che online.

Mediante l’analisi delle heat map, le mappe di calore, possiamo capire in quali punti si sofferma più a lungo il nostro sguardo.

La misurazione del percorso visivo ci permette di comprendere quali sono i fattori che attirano la nostra attenzione e gli stimoli che maggiormente ci attraggono; ciò ci consente di migliorare il customer journey posizionando gli elementi più rilevanti nei punti su cui ci focalizziamo maggiormente.

2. Scopri cosa accade nella mente del consumatore

Come si possono osservare e misurare i processi cognitivi non consci.

Le tecniche di neuroimmagine ci permettono di misurare quantitativamente e qualitativamente le variazioni nelle nostre attività cerebrali.

Mediante l’utilizzo di strumenti come l’elettroencefalogramma o la risonanza magnetica funzionale è possibile analizzare l’attivazione cerebrale nelle varie aree del cervello ed attribuire un significato agli stimoli somministrati.

Le misure fisiologiche della nostra attività cerebrale ci permettono di comprendere ciò che accade nella nostra testa, permettendoci di ricostruire ciò che proviamo grazie alla sempre crescente conoscenza del funzionamento del nostro sistema nervoso centrale.

3. Fai sorridere il tuo target

Un altro metodo meno invasivo e comunque efficace per analizzare le risposte emotive è l’utilizzo del FACS, il Facial Action Coding System, che mediante dei sensori ci permette di misurare i movimenti dei muscoli del volto.

A differenza di un buon osservatore, che può essere tratto in inganno da un finto sorriso, lo strumento può captare dei cambiamenti nel tono muscolare che mettono in evidenza una reazione spontanea non conscia.

Attraverso l’analisi delle espressioni facciali potrete quindi comprendere che tipo di reazione provoca il vostro prodotto e cosa ne pensa il vostro partner dell’ennesimo pigiama ricevuto in dono per Natale.

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4. Stimola i sensi dei tuoi clienti

Uno degli elementi che aumenta le probabilità di un acquisto è l’esperienza ad esso collegata: quanto più riusciremo ad attivare i sensi del potenziale acquirente, tante più saranno le probabilità di concludere la transazione.

Il marketing sensoriale consiste appunto nello stimolare i cinque sensi per creare il giusto mix di attivazione sensoriale ed emotiva, così da poter offrire una memorable customer experience.

Inoltre associare al proprio brand una specifica esperienza sensoriale è un ottimo metodo per incrementare la fidelizzazione della clientela.

Il marketing sensoriale è molto indicato per le categorie di prodotti che soddisfano i bisogni di autorealizzazione, ma può essere utilizzato anche per differenziare il proprio brand dagli altri produttori nel caso il proprio bene sia una commodity.

Un esempio celebre è quello della catena di abbigliamento Abercrombie & Fitch che diffonde all’interno dei propri punti vendita, in qualsiasi parte del mondo, una fragranza floreale e che viene anche venduta come profumo.

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5. Esplora il cervello delle persone

Conoscere il nostro cervello ed il nostro modo di pensare ci può aiutare a comprendere come pensano gli altri e a persuaderli all’acquisto.

Senza necessariamente psicanalizzare il proprio target, conoscere il funzionamento del nostro cervello può aiutarci a vendere: ad esempio tramite delle scorciatoie che attivano dei bias cognitivi che stimolano a compiere determinate azioni.

Sapevi che è stato dimostrato che vedere il simbolo della valuta accanto al prezzo induce l’idea di una perdita economica e che occorre dunque eliminarlo per diminuire la resistenza all’acquisto?

O che si è scoperto che le persone sono maggiormente portate a scegliere un pasto più salutare se mostrato sulla parte sinistra del menù e viceversa uno meno salutare se posizionato sulla destra?

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Partecipa a CERTAMENTE Italian Neuromarketing Days

Se vuoi approfondire le tue conoscenze sull’argomento, il 2 e 3 marzo a Milano si terrà il convegno nazionale CERTAMENTE Italian Neuromarketing Days, presso la Fondazione Riccardo Catella.

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Si tratta della seconda edizione di questo evento nato e organizzato dall’agenzia Ottosunove e da BrainSigns per divulgare la base scientifica e dimostrare i positivi effetti dell’applicazione dell’approccio di neuromarketing al business attraverso la presentazione di casi internazionali e italiani.

Alla mattinata accademica di questa edizione saranno presenti docenti di 5 università italiane e del CNR; nel resto del convegno si avvicenderanno importanti speaker internazionali che presenteranno i propri business case.

Sarà inoltre possibile effettuare delle prove pratiche di test con apparecchiature di bio-feedback.

Per scoprire gli speaker dell’evento e l’agenda completa degli interventi visita il sito www.certamente2017.com.

Fino al 31 gennaio sarà possibile approfittare delle speciali tariffe early bird; oltre tale scadenza, a partire dall’1 febbraio, i lettori Ninja potranno avere uno sconto dedicato del 20% inserendo il codice NINJAFRIENDS al momento dell’acquisto dei biglietti su Eventbrite.

Storytelling narrazione aziendale

L’importanza del contenuto, fra l’evoluzione dei social network e lo Storytelling

Avete mai fatto caso al fatto che i social network, senza di voi a viverli, sarebbero scatole vuote? Pensateci. Quanto sarebbe interessante navigare su Facebook, postare foto su Instagram, condividere video su Snapchat, se entrandovi non vi fosse nessun contenuto da guardare, e non vi fosse nessuno a guardare i vostri? Altro che storytelling: sarebbe una noia mortale!

Troppe volte si dimentica che a rendere speciale una qualsiasi azione, soprattutto se svolta online, è l’Esperienza, ossia il complesso di eventi e fenomeni che sono oggetto di percezione e riflessione della persona: più questa è customizzata e legata a dinamiche sociali, più risulterà autentica e speciale per l’utente. Anche per questo, provocatoriamente, la scriviamo con la E maiuscola.

Benjamin sosteneva che la narrazione nasce all’esperienza dell’uomo: non c’è storia che venga raccontata, che non sia nata e/o ispirata (direttamente o indirettamente) da fatti che il narratore ha vissuto. Ognuno di noi racconta perché vive: e quando lo fa rispettando i crismi di autenticità, ecco che quella storia acquisisce valore. Che poi siano sorte altre forme di racconto che hanno reso meno importante la figura del narratore puro, questa è un’altra storia.

Ciò che ci circonda, insomma, ci permette di raccontare. Ed è in un habitat come quello digitale che l’individuo ha riscoperto la capacità di condividere il proprio racconto, vedendolo premiato da un elemento fondamentale che, senza l’estensione sensoriale che il medium sa garantire, forse non sempre gli sarebbe stato riconosciuto: l’ascolto.

Proprio così. Se qualcuno ci ascolta, raccontiamo più volentieri. E siamo invogliati a farlo di più, e meglio (secondo i canoni che abbiamo).

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Non produrre contenuti, e diventare indispensabile

A guadagnare su questo aspetto del comportamento umano, ovviamente, sono state le piattaforme che hanno semplificato l’incontro fra gli utenti: Facebook (in quanto leader del settore) è stato il principale beneficiario di questo trend. L’obiettivo di tener “in pancia” il più possibile ogni iscritto al social network è lo scopo finale della creatura di Mark Zuckerberg, tanto che la tendenza centripeta da sempre osservata in Facebook è diventata un vero e proprio percorso per riuscire a far vivere il Web dentro Facebook.

Dal blog personale all’album fotografico del compleanno, dall’ambiente di Instant Messanging allo shop online del nostro marchio preferito, fino al customer service del nostro rivenditore di fiducia: potenzialmente tutto può essere fruibile su Facebook.

Questo è possibile, come dicevamo prima, grazie a chi produce contenuti e li immette nel network: utenti semplici, o aziende. La domanda è sorta autonomamente: se fino a oggi Facebook ha potuto sopravvivere senza confrontarsi con alcuna contrazione, come potrà affrontare le sfide di domani, quando si comincerà a contrarre la propria base utenti (e un po’ il fenomeno si sta già verificando, soprattutto con gli under 25)?

Una delle possibilità sul piatto era che diventasse una media company, ossia una società votata all’ideazione, produzione e diffusione di contenuti, che potessero essere nativamente multipiattaforma. Un po’ come sta tentando di fare Amazon, che ha lanciato da poco più di un mese Amazon Prime Video. Un’idea – quella della media company – che, fino allo scorso dicembre, Mark Zuckerberg ha sempre scartato. Fino al dicembre scorso, appunto.

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Facebook: tech company o media editor?

Nonostante la presa di posizione, però, Facebook non produce contenuti. Quindi?

La definizione di media company “particolare“, affibiatasi dallo stesso Zuckerberg, è indicativa: il social network, distribuendo contenuti di altri, influisce sulla dimensione esperienziale dell’utente esattamente come se proponesse suoi contenuti. Content creation e content curation, vissute dal punto di vista del fruitore, possono influenzare alla stessa maniera la user experience, soprattutto se la “curation” è la scelta a monte di privilegiare o meno un contenuto.

Forse è anche per questo che Facebook ha scelto di diventare sempre più “bravo” a ospitare contenuti altrui, lavorando a piattaforme in grado di accogliere al meglio precise attività e profili particolari: Instagram, Messenger, Facebook at Work, WhatsApp, sono solo alcuni dei luoghi della galassia Facebook dove è possibile produrre e condividere content in una forma unica e caratteristica. Piattaforme che permettono un’esperienza specifica, differente rispetto ai competitor, e che si stanno sempre di più specializzando nel presidiare una certa fetta del pubblico (e di esperienza).

L‘individuo deve continuare a utilizzare Facebook in ogni istante della sua vita: perciò, Facebook gli restituisce spazi diversi in cui stare, a seconda dei ruoli che l’utente ricopre, e influenzando indirettamente ciò che fa.

Storytelling narrazione aziendale

Un nuovo punto di vista, per nuove storie: l’importanza dello Storytelling

La scelta di Mark Zuckerberg non è sbagliata: confrontarsi sul territorio dei contenuti rischia di rivelarsi per la sua creatura estremamente pericoloso. Sono troppi i player che sul mercato stanno agendo per accapararsi il consenso del pubblico, partendo dalla proposta di contenuto. Meglio allora influenzare le modalità d’interazione con esso, diventando il filtro con cui costruire le proprie relazioni, sociali e con il resto del mondo.

Oggi è normale interagire con il mondo attraverso il proprio smartphone, condividendo sensazioni e momenti attraverso video, foto, parole che vengono convogliate su spazi sempre più particolareggiati: e allora, presidiare quelle modalità d’interazione, influenzando i comportamenti dell’utente e spingendolo a usare una piattaforma per vivere le proprie emozioni, diventa decisivo, più che provare a giocare la partita su una call to action più – passateci il termine – entertainment.

Perché è quello l’obiettivo finale: diventare per ogni utente il modo di raccontare, perché è della narrazione dell’esistenza che tutti i social network si nutrono. Dall’evoluzione diaristica di Facebook, che vede nella Timeline la sua sintesi perfetta, tutti i social network hanno tentato di diventare la cartina di tornasole per scoprire le storie, e raccontare la propria: e come nei secoli la lettera, o i poemi, erano diventati format dove riversare il gesto del raccontare (snaturandolo, in nome del format), così oggi i social network (Facebook in particolare) costruiscono il proprio successo sullo sviluppo di narrazioni cross-canale sempre più destrutturate, brevi, disperse perché composte da tantissimi cenni, tantissimi attimi, ognuno condiviso perché è nell’incontro con gli altri che acquista valore.

Contenuti flusso che scorrono veloci, e che presi singolarmente rischiano di perdere senso. Al contrario, nella complessità, raccontano un pezzo di chi il social lo utilizza.

È ovvio che, in uno scenario dove l’individuo si sta sempre di più performando (e a volte appiattendo) sulle misure delle piattaforme digital più note, anche i brand devono fare lo stesso. Ed è altrettanto ovvio che la narrazione di marca venga costruita tenendo conto di come la user experience venga vissuta e considerata: è per questo che lo Storytelling, inteso come metodologia che applica le regole della narrazione alla comunicazione sociale e d’impresa, per diventare uno strumento efficace dev’essere applicato tenendo conto delle piattaforme digitali su cui i contenuti vengono condivisi – e le narrazioni vengono generate.

Come fare, è materia complessa.

Nel Corso in Content Marketing (Formula Online + Lab) di Ninja Academy proveremo ad esplorare la grande trasformazione che ha portato questo “riposizionamento” nelle modalità di comunicazione, e come le tecniche di narrazione possano effettivamente influenzare le modalità con cui le aziende comunicano con la propria audience di riferimento, anche attraverso lo sviluppo di esperienze sempre più complesse e multipiattaforma.

Esperienze che, è superfluo ricordarlo, sono possibili grazie all’erogazione di contenuti e hypercontent, cioè tutti  quei  contenuti  che  non  rientrano  in  una determinata forma definita dal content marketing indipendentemente dalle peculiarità del fruitore finale, ma che trovano senso anche nella relazione che si instaura con lo spazio e il tempo circostante,  ovvero  con  il  contesto  in  cui  l’utente  è  calato  (per approfondire la definizione, vi rimandiamo qui).

Per lavorare assieme su questi, ed altri tempi, l’appuntamento è con la formazione online di Ninja Academy.

E buone storie a tutti!

domino's crisis communication

Crisis Communication: l’esempio di successo di Domino’s

È il 2016 e i numeri parlano chiaro: Domino’s supera Google sul mercato azionario per valore di ogni singola azione e rendimento per gli investitori.

Semplice fortuna? No!

Dal 2010 ad oggi, il secondo brand al mondo di pizza a domicilio ha fatto grossi passi avanti, da una pizza dal sapore “di cartone” fino a diventare uno dei prodotti più consumati al mondo: ordine online e consegna a domicilio nel più breve tempo possibile come punti di forza.

Una crisis communication iniziata con l’ammissione dei propri errori è finita per diventare il moto di differenziazione di Domino’s.

Domino’s e Google a confronto sul mercato azionario: un risultato inaspettato

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Due brand diversi e di settori non esattamente concorrenti, ma che fanno della componente tecnologia un punto di forza: una risiede in Silicon Valley ed è il motore di ricerca più conosciuto ed utilizzato al mondo, l’altra, invece, è del settore food, ma metà dei suoi impiegati lavora per migliorare la customer experience in ambito ordini e consegna per rendere il tutto tecnologicamente avanzato.

Una è Google, l’altra è Domino’s, non più Domino’s Pizza dopo l’introduzione di un menù variegato oltre la pizza.

Perché li mettiamo a confronto? Perché il 2016 ha segnato un risultato unico nel suo genere: le azioni di Domino’s hanno portato agli investitori un ritorno del 2.400%, a differenza di quelle di Google che hanno registrato solo un 1.554%, permettendo così un sorpasso proporzionalmente inaspettato della catena di fast food al king della tecnologia.

Andando nel profondo, comunque, Google non se la cava male con una capitalizzazione di oltre 500 miliardi a confronto degli 8 miliardi di Domino’s.

Quello che è davvero da evidenziare, è la crescita che dal 2010 ha registrato la catena di pizzerie, eletta tra i primi cinque eCommerce al mondo e con un fatturato che ha raggiunto 2,3 miliardi e ricavi per circa 200 milioni.

Il segreto di Domino’s è stato differenziarsi come il fast food della pizza e non come pizzeria napoletana, puntando quindi tutto sulla velocità, un po’ come fu per gli hamburger di McDonald’s: ordine e consegna, una scelta che ha ripagato in soli sei anni di crescita e dall’avvento di Doyle, CEO della compagnia.

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Domino’s: il fast food della pizza, ordine smart e consegna rapida

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Differenziarsi è tutto per chi si lancia nel settore del food, soprattutto se il piatto preso in considerazione è la pizza, il cibo più conosciuto, mangiato, giudicato al mondo.

Proprio sul fare la differenza punta tutto Domino’s imponendosi nel mercato come fast food della pizza e quindi facendo della consegna a domicilio e del sistema di ordine customer friendly il suo punto di forza.

Tutto iniziò con la creazione di una macchina DXP pensata per le consegne a domicilio, cool e colorata: una monoposto per il trasporto di fino ad 80 pizze, mantenute al caldo e fragranti per il cliente che le ha ordinate, per poi passare agli ordini via emoji e alle consegne con i droni.

L’ordine via emoji è il secondo passo, preceduto dalla possibilità di ordinazione via app o con un tweet. Per ordinare 2.0 basterà preimpostare un proprio profilo all’interno della community della pizza, che verrà rispettato nel momento in cui si chiederà una consegna a domicilio attraverso l’emoticon della pizza; nulla vieterà di variare il proprio ordine, basterà farlo aggiungendo qualche parola in più e abbandonando per quella volta l’immagine.

La consegna via drone è un’opzione possibile se abiti in Nuova Zelanda, almeno per ora, e non cambierà nulla che riceverla a bordo di un pizza pony, solo che viaggerà in aria e non via terra e che atterrerà nel bel mezzo del cortile; il pizza robot è in via di lavorazione.

Ma il successo di Domino’s è dovuto solo alla sua differenziazione? Non solo, il punto di partenza è stato sicuramente quello di ammettere che il sapore della pizza non fosse esattamete gradevole e migliorare, quindi, ingredienti e sapori, accompagnando il tutto ad un restyling dei punti vendita, veri e propri luoghi in cui il cliente può vedere dal vivo come viene prodotta la sua pizza, immergendosi in un clima gioviale ed ospitale. composto da uno staff motivato e professionale. Insomma un’esperienza unica che ha aperto le porte al colosso mondiale allo sbarco in Italia.

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Crisis Communication: chi ce l’ha fatta e chi no

domino's crisis communication

I social media si sono trasformati contemporaneamente in opportunità e minacce per le aziende, in particolare con riferimento alla relazione con utenti e clienti, liberi di dire quello che vogliono e quando vogliono, trasformando un piccolo errore in un vero e proprio caso di Crisis Communication.

Anche Domino’s è stata protagonista di un caso di Crisis Communication, quando i suoi clienti hanno iniziato a definire la sua pizza come un cartonato dal sapore di mozzarella e pomodoro. Patrick Doyle, però, non si è perso d’animo e, anzi, ha dato spazio ai suoi interlocutori, ascoltando le loro opinioni e realizzando così un prodotto nuovo e gustoso, tra i più mangiati al mondo.

Tre esempi della nostra storia recente ci dimostrano che da una crisi, anche internazionale, si può uscire grazie ad un’elevata reattività ed onestà e che “scaricare” le responsabilità non ripaga, mai.

Partiamo da chi ne è uscito felicemente citando il caso ENI e Moncler, brand internazionali che si sono trovati al centro di veri e propri scandali legati al loro business, ma che hanno salvato le penne grazie ad un team anti crisi pronto e a dare risposte che hanno tranquillizzato l’utente.

Nel primo caso è scesa in campo la Social TV, un servizio di Report sulla petrolificazione dei fondali da parte di ENI aggiunto al profilo Twitter delle controparti ha prodotto una lunga discussione, in cui ENI è stata più presente e reattiva, tanto da smentire le accuse mosse dalla trasmissione nei suoi confronti, con il risultato di portare in salvo la brand reputation aziendale.

Moncler – sempre protagonista di un servizio della trasmissione TV – è stata accusata di maltrattamento agli animali e delocalizzazione produttiva. Il brand si è dimostrato pronto a contrastare l’attacco pubblicando documenti ufficiali e coinvolgendo gli utenti su ogni mezzo di comunicazione a loro disposizione, facendo, quindi, della sinergia comunicativa il punto di forza.

Per Melegatti, invece, la situazione non si è risolta in modo ottimale, anzi: da una gaffe social ad un caso di omofobia il passo è stato rapido, ancor di più quando Melegatti ha cancellato il post e accusato la sua agenzia di comunicazione dell’accaduto. La lezione? Chiedere scusa in primis e prendersi le proprie responsabilità ripaga sempre.

Quello che abbiamo imparato? Puntare sui punti di forza e prendersi le proprie responsabilità ti porta a raggiungere obiettivi prima impensabili, anche se non sei Domino’s.

Week in social

Week in Social: dalle Stories di Facebook alle dirette live di Instagram

Facebook che rincorre Instagram che rincorre Snapchat che rincorre Facebook. No, non è una rivisitazione in chiave moderna e digital della ben nota canzone filastrocca “Alla fiera dell’est”. È quello che è accaduto negli ultimi mesi nel mondo social e che vede protagonisti i social network più diffusi al mondo. Culmine dell’eterna rincorsa alla felicità dell’utente? Facebook Stories e Instagram Live Stories.

È venerdì, è Week in Social e siamo pronti ad avvicinarci al weekend con le idee ben chiare su tutto ciò che accaduto in questa intensa settimana social. Ma andiamo con ordine e partiamo con una notizia fresca fresca.

Twitter

Siamo ormai abituati, per vedere cosa accada su Twitter, a controllare i Trends, cioè gli argomenti più discussi a livello nazionale e globale, oppure cercare attraverso la funzione “Cerca“. Ebbene: da questa settimana Twitter ha unito queste due funzioni, permettendo agli utenti anche di cercare il meglio delle dirette video all’interno di una tab unificata sia per mobile che per desktop.

Al prossimo aggiornamento dell’app, sia su IOS che Android, vi ritroverete la nuova funzione già pronta all’uso nella porzione inferiore della schermata. Insomma, siete pronti per cercare i vostri contenuti preferiti?

Facebook

Sapevamo che prima o poi sarebbe successo, era nell’aria e qualcuno si stava già preparando ad accoglierle con le dovute onorificenze. Di cosa parliamo? Delle Stories di Facebook ovviamente. A pochi giorni dall’introduzione dei video in diretta su Instagram Stories, infatti, il team di Facebook ha iniziato a testare finalmente sull’applicazione mobile del popolare social network le Facebook Stories. (Fonte Techcrunch).

week in social

Timing fissato per le 24 ore, questa la durata che avranno le Stories di Facebook così come quelle di Instagram e Snapchat. Filtri, scritte e colori, nulla di nuovo o sorprendente per i nuovi racconti temporanei che prossimamente vedremo anche sul social per eccellenza. Come creare e pubblicare la propria breve storia temporanea? Presto detto.

In alto nel feed vedremo comparire le ormai note foto profilo dei nostri amici sotto forma di cerchi pulsanti, le loro storie della giornata e tramite la fotocamera dell’app si scatta una foto o un breve video come di consueto, si aggiungono poi filtri, adesivi, testi ed altri effetti simili come per Instagram e si decide poi con chi condividere il contenuto e come pubblicarlo: un classico post, una Storia o condividerlo in privato solo con qualche contatto specifico.

Non preoccupatevi se non vedete ancora attivata la funzione Stories, il roll out è ancora in corso e nelle prossime settimane verranno man mano aggiornati i profili.

Ma per Facebook le novità non finiscono qui. È proprio Mark Zuckerberg dal suo account personale ad annunciare un nuovo ingresso in house. Di chi parliamo? Di Hugo Barra, ex vicepresidente di Xiaomi, famosa compagnia hi-tech cinese, e da oggi vicepresidente della divisione realtà virtuale e a capo del Team Oculus.

week in social

Per l’annuncio ufficiale Zuckerberg sceglie di pubblicare una foto che lo ritrae insieme a Barra entrambi in versione avatar. Ad un utente che fa notare l’evidente somiglianza del suo avatar con Justin Timberlake, Zuckerberg fa subito notare di aver apprezzato il gradimento per l’OC3 Keynote, ovvero la presentazione di Oculus Connect durante il quale è lo stesso Zuckerberg a notare la somiglianza del proprio avatar con un giovane Justin Timberlake.

Instagram

Instagram non è rimasto di certo a guardare l’inarrestabile avanzata del suo fratello maggiore. La notizia dell’introduzione delle dirette live nelle stories ha catturato l’attenzione e il consenso degli affezionati Instagramers. Per tutti la funzione sarà attiva a partire dalla prossima settimana. Ma vediamo insieme come utilizzarla per non farci trovare impreparati. Per trasmettere in diretta, è necessario scorrere il dito verso destra nel feed e scegliere Inizia il video in diretta nella fotocamera. Al termine, la storia in diretta non sarà più visibile nell’app.

week in social

Google Plus

Ebbene si Google non molla la presa e con sorpresa di tutti quelli che lo davano per spacciato arriva la mossa che far presagire future manovre decisive. Google si rifà il look e parte il restyling. In cosa consiste? Piccoli accorgimenti come il ritorno degli Eventi che sarà possibile creare nella versione web della piattaforma.

Altra novità riguarda i commenti: Google Plus eliminerà quelli ritenuti inutili per garantire più qualità nelle conversazioni. Per vedere tutti i commenti basterà aprire la tendina del menu’ e cliccare su una funziona apposita. Altra novità non di poco conto, la funzione di zoom per le foto, già adottata da Facebook e Instagram.

week in socialChiudiamo con qualche news di colore che riguarda il fantastico mondo dei social. Il 13% dei giovani presenti e attivi sui social è stato vittima di trolling, cioè ha ricevuto nel corso di una discussione sui social messaggi provocatori, irritanti, falsi o fuori tema con lo scopo di disturbare, provocare reazioni forti.

A rivelarlo sono i i dati emersi dal Focus dell'”Osservatorio Giovani” dell’Istituto Giuseppe Toniolo sul tema “Diffusione, uso, insidie dei social network” condotta a gennaio 2017.

LEGGI ANCHE: Ecco il nuovo look di LinkedIn: al centro il contenuto e le conversazioni

Siamo diventati inoltre meno creativi, almeno sulla carta. Chi lo dice? Linkedin. Secondo la top ten, stilata da Linkedin, delle parole che utilizziamo per descriverci professionalmente sul social business, “Creativo” viene nettamente superata da termini come “specializzato”, “leadership”, “strategico” ed “esperto”.

Settimana ricca di notizie, non trovate? Segnalateci tutte le news sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn. E ci vediamo la prossima settimana!

fidelizzare i clienti con i social

Clienti delusi? Ecco come fidelizzarli grazie ai social media

Il Servizio Clienti ha una legge molto chiara: una volta, deludere un cliente significava perdere lui e forse qualche suo contatto personale. Oggi, deludere un cliente significa perdere lui e magari quelle migliaia di utenti che assistono alle lamentele che compaiono su tweet, post e commenti. Per i brand tutto ciò può essere imbarazzante ma anche molto dannoso.

Se non puoi batterli, fatteli amici

La questione è piuttosto rilevante: uno studio condotto da Zendesk, società che si occupa di customer relationship management, rivela che durante le decisioni d’acquisto, l’88% dei clienti è influenzato dalle recensioni provenienti dal customer service. Non solo, i clienti sono propensi a condividere online le loro esperienze di acquisto, soprattutto se negative: il 95% di chi vive una tale esperienza tende a condividerla con i suoi contatti e spesso proprio attraverso i social.

Dunque, se è vero che non è possibile impedire né nascondere le lamentele, potete imparare a trasformare la delusione in opportunità, instaurando una relazione positiva con i vostri clienti.

Un articolo di Social Media Today fornisce alcuni consigli su come ricevere supporto dai social media per gestire al meglio queste situazioni.

fidelizzare i clienti con i social

Fonte: bbbnorthwest.org

Adotta sistemi di monitoraggio per individuare le lamentele

Se ad esempio su Twitter il vostro brand fosse oggetto di discussione, solo nel 30% dei tweet verrebbe espressamente menzionato, ciò significa che senza un attento “ascolto” della Rete, una gran parte delle conversazioni rischierebbe di sfuggire alla vostra attenzione.

L’utilizzo di sistemi di monitoraggio come Mention vi consentirebbe di catturare tutti quei dialoghi che avvengono sui social media e che hanno come protagonista il vostro brand o il nome di un vostro prodotto; mediante un sistema di alert verreste informati qualora qualcuno stesse parlando di voi.

Non ignorare le lamentele dei clienti

Ebbene sì, la maggior parte dei brand ignora le lamentele che gli vengono rivolte online. In certi casi, quando il reclamo diventa intimidazione, la tendenza è quella di nascondere la testa sotto la sabbia senza considerare il fatto che ciò non aiuterà a tranquillizzare un cliente.

Tuttavia, rispondere tempestivamente risulta essere fondamentale anche se non si dispone di una soluzione immediata.

“Piuttosto che rispondere a qualche reclamo ogni tanto e quando ce la sentiamo, rispondiamo ad ognuno e in qualsiasi momento.” Jay Baer, Autore di Hug Your Haters

Carpe Diem

Invece di andare in crisi o semplicemente chiedere scusa, provate a sfruttare la situazione a vostro favore. Considerate la lamentela come un’opportunità per costruire un rapporto con i clienti coinvolgendoli in maniera smart o anche ironica.

Un approccio del genere è stato adottato da David dell’assistenza clienti di Sainsbury che su Twitter con il cliente Marty Lawrence,  ha dato vita ad un brillante dialogo (difficilmente traducibile in italiano) fatto di giochi di parole. La denuncia di Marty riguardava un pesce “battered” che significa “in pastella”, ma anche “malconcio”, trovato sugli scaffali privo di codice a barre.

Il seguito è stato un divertente botta e risposta  dove parole di uso comune sono state sostituite con tipiche specie di pesci: lo scaffale “place” è diventato “plaice” ovvero platessa mentre il mal di testa “headache” si è trasformato in “haddock” ovvero pesce asinello.

fidelizzare i clienti con i social

Morale della favola? Non abbiate timore di rompere il ghiaccio o di far divertire i clienti; qualsiasi sforzo fatto in questa direzione sarà ben accettato.

Se necessario, continuate la discussione in privato

Vi sono casi in cui il cliente ha esigenze su aspetti tecnici o privati i quali non possono essere affrontati pubblicamente o come nel caso di Twitter entro i 140 caratteri. Può accadere inoltre che la discussione avvenga a più riprese, rischiando di occupare un eccessivo spazio sulle vostre bacheche destinate a ben altre conversazioni.

Risulta quindi opportuno capire quando sia il momento di passare ad una comunicazione privata o addirittura esterna ai social media come nel caso del servizio Dell Aiuta PRO dell’azienda Dell.

 

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Create un sistema efficiente per il trasferimento delle richieste

Esporre un reclamo viene spesso percepito dal cliente come un percorso tortuoso che lo costringe a contattare più uffici, passando da un operatore telefonico ad un altro, ad ognuno dei quali dovrà esporre il problema partendo sempre dal principio.

In questi casi l’obiettivo è quello di utilizzare i social in maniera integrata, dove grazie ad una comunicazione interna tra i membri dei vari team, il cliente viene guidato attraverso un percorso finalizzato a risolvere il suo problema, nel modo più efficiente ed efficace possibile. Un chiaro esempio di questa pratica è il servizio TIM4U di TIM.

 

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Ciò che il cliente a volte da per scontato è frutto di un attento lavoro e di un approccio volto a rendere sempre più “umano” il rapporto con i brand. In quest’ottica i social media possono aiutare le imprese ad attivare queste dinamiche e a trasformare situazioni di crisi in opportunità.

15 tool per sfruttare il tuo workflow creativo sui social media

Per muoversi all’interno di un ecosistema digitale che vive ed è in costante evoluzione è necessario, per un Social Media Manager, dare continuità tra il brief, l’idea e il prodotto finale, ovvero il post sui social media, senza perdere tempo.

“21st century is a lousy time for control freaks”

Si espresse così Alec Ross, Senior Advisor per l’innovazione di Hillary Clinton quando era Segretario di Stato americano: ossia il ventunesimo è un secolo disastroso per i maniaci del controllo. Non possiamo tenere in mano le chiavi del sistema, spegnerlo o metterlo in pausa: dobbiamo essere sicuri della bontà di ciò che pubblichiamo, poiché una volta online quel contenuto resterà nel web per sempre (sì, anche se lo eliminassimo dopo poco tempo).

LEGGI ANCHE: Ecco come promuovere il tuo canale YouTube

Perciò, come possiamo dar sfogo alle nostre idee innovative mantenendo un buon livello di qualità del contenuto, conservandone il controllo?
Abbiamo raccolto per te, caro ninja, 15 tool per sfruttare al massimo il tuo workflow creativo e stupire i tuoi clienti online.

15 tool per sfruttare il tuo workflow creativo sui social media

Il racconto di una storia

Se hai un’idea per comunicare il tuo brand o il tuo prodotto, raccontala nel miglior modo possibile: scegli con cura parole e immagini. Per questa attività ti consigliamo quattro tool: Racontr, Eko, Exposure ed Explory.
Racontr è una piattaforma di narrazione, dove puoi creare e condividere web-documentari, video interattivi, fumetti interattivi, e molto altro. Eko è un tool giovanissimo, con un potenziale enorme: puoi creare storie immersive e condividerle sul social che hai individuato come ottimale per lo storytelling. Exposure offre un’ottima qualità visual, ed è perciò consigliato se si hanno a disposizione delle fotografie di alta qualità per proporre un racconto efficace. Explory è un’app molto semplice, ma trasforma foto e video (con musica, e testi) in progetti di storytelling avvincenti.

15 tool per sfruttare il tuo workflow creativo sui social media

Creare grafiche efficaci

Non solo il rinomato Canva: ecco altri sei tool per creare immagini e grafiche ottimali. Innanzitutto, ti consigliamo la suite di Adobe Spark: Spark Post, Spark Video e Spark Page. Grazie a queste app, disponibili per iOS e Android, potrai creare post visual efficaci e davvero gradevoli. Puoi scegliere tra alcuni preset dove modificare soltanto il testo, o creare delle card da zero. Sono applicazioni gratuite, ma è necessario registrarsi ad Adobe.

ThingLink ti consente di creare immagini interattive personalizzate, dove potrai aggiungere icone cliccabili, link, video, testo, musica, e altre fotografie.

Pablo, invece, è uno strumento di design semplice ma performante, che ti aiuterà a creare contenuti immersivi sui social network.

InVision ti permette di diventare ciò che in realtà non sei: un graphic designer. InVision è una piattaforma scelta da grandi brand in tutto il globo: è gratuita, e offre moltissime soluzioni di design per non lasciare davvero nulla al caso.

Fammebot ti guida nella scelta del giusto font, mentre con PicMonkey puoi creare collage e GIF in pochi semplici passaggi.

15 tool per sfruttare il tuo workflow creativo sui social media

È ora di programmare

Hai costruito la storia, hai creato le immagini: ora non ti resta che programmare i tuoi contenuti sui social media. Ti suggeriamo tre tool: Buffer, Socialoomph e IFTT.
Con Buffer puoi programmare e calendarizzare i contenuti, analizzare le prestazioni delle tue pagine e account, e trovare link e post interessanti da condividere.
Anche con SocialOomph puoi analizzare e programmare, ma potrai anche gestire la community, la customer care, e la content curation.
Infine, con IFTT monitori, programmi, condividi e misuri. Insomma, una piattaforma davvero utile, che ti aiuterà a non lasciare nulla al caso.

15 tool per sfruttare il tuo workflow creativo sui social media

Brand awareness e social caring

Dopo aver pubblicato i tuoi contenuti, dovrai essere in grado di gestire sul breve e sul lungo periodo l’indotto che questi creano: messaggi, commenti, condivisioni. Per questo tipo di attività, ti consigliamo di affidarti a due tool: Agora Pulse Barometer e Zendesk.
Il primo è uno strumento prezioso per valutare l’andamento delle tua pagina con un focus particolare sulla reach e sulle metriche più performanti. Zendesk, invece, ti permette di controllare messaggi e richieste in arrivo sui tuoi account social con grande facilità. Ogni richiesta sarà trasformata in un ticket, da gestire quando e come preferiamo.

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