Come vengono conteggiate le visualizzazioni dei video sui diversi social?

Oggi i contenuti di maggiore successo sono senza dubbio i video che spopolano sulle piattaforme social più in voga del momento come Facebook, Snapchat, Vine, Instagram e Twitter.

Recentemente il Cisco Networking Index ha previsto che per il 2019 l’80% dei contenuti sui social sarà basato proprio sui video, ma nel frattempo il monitoraggio degli stessi continuerà a cambiare.

In questo articolo vi spieghiamo come vengono conteggiate attualmente le visualizzazioni sui diversi social e come occorre interpretare questi dati.

Facebook

Vanta otto miliardi di visualizzazioni video al giorno ma prevede criteri differenti a seconda di dove si trovi il video. Se scorre nel tuo newsfeed, infatti, è necessario che trascorrano solo tre secondi affinché la visualizzazione venga conteggiata, anche con l’autoplay.

Prima Facebook conteggiava la visualizzazione solo dopo i 30 o i 10 secondi, ora invece qualcosa è cambiato. Anche per la promozione dei contenuti video, la piattaforma prevede ora tre opzioni: la visualizzazione del video, l’intera visualizzazione dello stesso e quella relativa ai primi 10 secondi. Ovviamente, la scelta ricade a seconda del tipo di video e della strategia di marketing adottata.

Ancora, negli ultimi periodi la questione video è in continua evoluzione con l’introduzione e il successo delle dirette Live: Facebook propone questa tipologia di contenuti sempre più in alto nel news feed degli utenti, in quanto ritenuti cruciali per il marketing aziendale. Durante le dirette è sempre possibile visualizzare i partecipanti in tempo reale.

Snapchat

È il primo rivale di Facebook, con 10 miliardi di visualizzazioni video al giorno. Qui, ogni apparizione di qualsiasi video sullo schermo vale nel conteggio: non importa se il video è guardato in parte o del tutto, ed è valido per tutti i video di Snapchat in tutte le sue formule.

Recentemente, Snapchat ha incluso nuove funzionalità pubblicitarie sulla piattaforma particolarmente interessanti per il marketing tra cui Memories per caricare contenuti già esistenti e “preconfezionati” che permettono di capitalizzare l’immediatezza di Snapchat.

Instagram

Nasce come piattaforma di foto sharing, ma si è ben presto adeguata ai video. E proprio come su Facebook, i video vengono conteggiati dopo i tre secondi.

La più grande differenza tra i due è che Instagram non tiene conto dei video incorporati o di quelli sul desktop. È anche importante notare che, se i video di Instagram si ripetono in automatico, i loop non sono inclusi nel conteggio.

Stessi principi si applicano ai Boomerang, i video-gif che Instagram ha lanciato nel mese di ottobre 2015.

Per Instagram Stories, considerata la novità, non sono ancora noti i criteri di calcolo delle visualizzazioni.

Twitter

Seguendo le orme di Snapchat e Facebook, Twitter si adegua ai tre secondi di video per essere esso conteggiato, ma al contrario dei suoi competitor,  Twitter non visualizza un contatore pubblico ed i video devono essere visibili al 100% su qualsiasi dispositivo.

Twitter

Twitter ha anticipato Facebook nel lancio dello streaming video dal vivo debuttando con Periscope, nel febbraio del 2015, che conta invece il numero di spettatori  in tempo reale.

Conteggia, inoltre, anche i replay e la quantità totale di tempo trascorso a guardare il video da parte degli utenti. Strumenti di analisi di terze parti come Fullscope e ScopeInsights possono fornire ulteriori informazioni a riguardo.

Vine

Ogni video visualizzato viene conteggiato, così come tutte le condivisioni su altre piattaforme si aggiungono al contatore della piattaforma Vine. Per questo, è difficile determinare il numero di utenti su questo social.

vite

 

In questo momento la piattaforma non ha rivelato il proprio standard per il conteggio dei video più lunghi (140 secondi) e a differenza di altre, Vine non fornisce una piattaforma di pubblicità. Tuttavia, è stato annunciato che i responsabili stanno vagliando varie possibilità a riguardo.

Nella nostra disamina manca ovviamente il video-social per eccellenza, YouTube, che merita un post a parte (stay tuned!).

Che ne pensate delle metriche di misurazione che vi abbiamo illustrato, amici lettori? Scriveteci la vostra opinione sulla nostra pagina Facebook!

Instagram e marketing, i segreti del successo nel settore moda

Perché Instagram è alla base del successo nella moda

Instagram è certamente uno dei canali pubblicitari più utilizzati dalle aziende di moda per raggiungere il proprio target: non solo perché si contano circa 500 milioni di utenti al mondo o perché tra questi il 50% segue aziende, ma anche perché gli instagrammer fashion-addicted sono tra i più assidui utilizzatori di questo social media.

Se si considera poi che la maggior parte degli utenti di Instagram sono giovanissimi e che fanno parte della Generazione Z e di quella dei Millennial, è evidente che le opportunità offerte dall’app siano tra le più interessanti e promettenti per colpire queste fasce di consumatori.

Dalle passerelle al feed

Molti dei consigli per creare il feed perfetto si possono trovare su Fashion feed, un mini-sito appena rilasciato da Instagram dedicato al mondo della moda, in cui, oltre alle statistiche sull’utilizzo, sono contenuti preziosi suggerimenti da parte di brand, stilisti, fotografi, modelli e altri esperti del settore.

Instashop

I must-have sono ovviamente personalità, carattere e autenticità, ma occorre anche saper trovare e trasmettere la voce della propria marca, raccontando storie uniche e coinvolgenti attraverso le immagini, senza aver paura di osare.

Alla base del successo sta poi la capacità di scegliere i formati più adatti agli obiettivi di marketing: inserzioni e caroselli di foto, ma anche video.

Osare in termini di creatività, rimanendo coerenti con il brand e focalizzandosi sui concetti che si vogliono trasmettere alla propria audience, creando contenuti curati nei minimi dettagli. Queste le regole base.

LEGGI ANCHE: Facebook e formazione: BigF al fianco dei marketers di tutto il mondo

Instagram, i consigli per l’uso

Considerando gli aspetti più pratici, sono consigliati almeno tre post al giorno da suddividere durante la giornata. È meglio pubblicare i propri contenuti quando il pubblico è attivo, quindi al mattino, all’ora di pranzo o alla sera, di domenica e durante le festività.

migliori-hashtag-instagram

Infine, una problematica da non sottovalutare è relativa all’utilizzo degli hashtag su ogni post.

In molti infatti si concentrano solo sulla popolarità, dimenticandosi di valutarne la pertinenza. Se è vero che i tag sono necessari per attirare nuovi follower, è anche vero che per creare engagement a lungo termine devono essere rilevanti per il brand e il prodotto.

telegram-app

Telegram introduce una piattaforma di giochi all’interno dell’app

Non solo riapre i giochi con le big delle chat istantanee ed in particolare Facebook Messenger: Telegram dei giochi ne fa il proprio cavallo di battaglia.

Arrivata tardi, l’app conta solamente 1 milione di user, contro i 419 milioni di Whatsapp ed i 145 milioni di Facebook. Dopo il lancio nel 2013 da parte fratelli Nikolai e Pavel Durov, l’app ha sempre dovuto fare i conti con un mercato molto competitivo, basando la propria strategia vincente sulla differenziazione rispetto ai competitor. Come dichiara lo stesso Durov:

“Ci siamo sempre focalizzati sull’implementazione di nuove feature, assenti nelle chat mainstream”.

durov_telegram_ceo

Le feature e l’introduzione dei giochi

Il concetto originario di una chat in grado di poter garantire la riservatezza grazie alla crittografia end-to-end, si è distinta nel corso del tempo grazie all’introduzione nel 2015 dei cosiddetti bot, ovvero contatti automatici in grado di eseguire per noi numerose azioni: dalla raccolta di stickers, alla ricerca di foto o video, alla creazione di meme e molto altro.

telegram_giochi

L’ultima interessante novità è l’introduzione dei gamebot, giochi in HTLM5 da fare da soli o con gli amici. Per adesso sono 30 i giochi tra cui si può scegliere, sono gratuiti e non occorre alcuna installazione, anche se Telegram invita gli sviluppatori a crearne di nuovi.

Ma è davvero qualcosa di nuovo?

In realtà la messaging app LINE, popolare in Giappone, Taiwan e Indonesia fu la prima ad introdurre giochi riscuotendo grande successo, raggiungendo un fatturato annuale di 1 miliardo di dollari.

NYSE president Tom Farley (R) congratulates Japan's Line Corp. CFO In Joon Hwang (2nd L) and Chief Global Officer Jungho Shin (middle) and Chief Strategy and Marketing Officer Jun Masuda (2nd R) during the company's IPO on the floor of the New York Stock Exchange (NYSE) in New York City, New York, U.S. July 14, 2016. REUTERS/Brendan McDermid - RTSHWUZ

Sulla stessa scia ci prova appunto Telegram, facendo dell’entertainment la nuova parola chiave per il proprio successo. Gli obiettivi sono quelli di attrarre nuovi user e di bilanciare le ingenti spese di sviluppo ed implementazione che hanno portato la società in perdita.

 

Sarà la mossa giusta per far perdere terreno ai competitor ed in particolare a Facebook Messenger che ha solo da poco introdotto i bot e di games neanche l’ombra?

I giochi sono aperti.

networking day

Networking Day: torna il più importante evento formativo d’Italia

Imprenditori, manager e liberi professionisti in ascolto possono segnare in agenda il prossimo imperdibile appuntamento di formazione: il prossimo 12 novembre si svolgerà la nuova edizione di Networking Day, evento di spicco che ogni anno registra più di 1500 partecipanti.

Ad intervenire sui temi della crescita personale e professionale sono esponenti del mondo dello spettacolo, dello sport e dell’economia selezionati ogni anno da un comitato scientifico, attento a individuare personalità che, per le proprie storie, siano esempi di forte ispirazione per il pubblico del Networking Day.

Per l’edizione 2016, che si svolgerà presso la Comunità di San Patrignano di Coriano (Rimini), è stato chiamato ad intervenire, tra gli altri, anche Alex Zanardi, campione sportivo che non ha certo bisogno di presentazioni: tornato vincitore anche dalle ultime Paraolimpiadi di Rio, Zanardi è la dimostrazione di come volere possa davvero trasformarsi in potere.

A lui si affiancheranno anche Gene Gnocchi, comico, conduttore televisivo, cantante, scrittore ed ex calciatore italiano amatissimo e seguitissimo dal pubblico italiano; Alessandra Marzari, Presidentessa di due squadre di volley, medico di Pronto Soccorso, imprenditrice e madre; Nicoletta Todesco, imprenditrice e consulente per numerose aziende internazionali; Gianluca Spadoni, imprenditore e creatore di Networking Day.

Il Networking Day è patrocinato da Regione Emilia Romagna, Confindustria Pesaro Urbino, ICF e Comunità di San Patrignano e sotto l’egida di Bologna Business School.

Social Media Monitoring cosa dicono gli utenti del tuo brand

Social Media Monitoring: cosa dicono gli utenti del tuo brand?

I social network sono strumenti potentissimi per i brand che vogliono puntare sulle nuove forme di comunicazione digitale e sull’engagement degli utenti, veicolando messaggi specifici ad un numero sempre maggiore di persone connesse. In scenari di mercato sempre più competitivi, diventa essenziale saper leggere i propri dati per trasformarli in opportunità di marketing. Per questo è ormai indispensabile un’attività costante e pianificata di Social Media Monitoring.

Cosa si intende per Social Media Monitoring?

Chiunque ricordi i racconti dei nonni, conosce l’importanza di una piazza come luogo di incontro e di scambio di impressioni, pareri, consigli: la domenica ci si vedeva tutti per scambiare quattro chiacchiere con gli amici, si incontravano i conoscenti, le signore si scambiavano opinioni sul miglior detersivo e ci si raccomandava la bottega di un nuovo sarto per l’abito della festa.

Oggi milioni di persone sono connesse via smartphone in qualsiasi momento della giornata, sempre pronti a condividere e pubblicare apprezzamenti o critiche in un ambiente digitale divenuto ormai globale. Ecco perché la nuova piazza non presenta più i confini vissuti dai nostri nonni, ma è aperta a lingue e paesi in tutto il mondo.

Social Media Monitoring cosa dicono gli utenti del tuo brand

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Da Facebook a Twitter, i social media sono veri e propri ambienti digitali in cui milioni di persone parlano di brand, prodotti e servizi e così i commenti, i like e i retweet possono diventare una risorsa concreta per le aziende che puntano sulla comunicazione social per aumentare l’engagement del proprio pubblico, partecipando alle conversazioni.

Molti casi di successo di brand sui social sono legati alla capacità di ascolto della Rete, anche grazie ad avanzati strumenti di Social Media Monitoring.

Solo un brand in grado di analizzare il sentiment intorno al marchio e di ascoltare tutto ciò che gli utenti dicono sulle diverse piattaforme, può costruire correttamente la propria reputazione online, veicolando il proprio messaggio, rispondendo in modo tempestivo alla social media crisis che può sempre essere dietro l’angolo, sfruttando i punti deboli dei competitor in campagne real time.

Impostare un piano editoriale, postare in modo regolare, curare le pubblicazioni, trovare spunti creativi, insomma, non è sufficiente. Bisogna conoscere gli strumenti giusti, tenere sotto controllo i dati e soprattutto leggere in modo corretto le metriche.

Quali sono le metriche per leggere la tua web reputation?

Social Media Monitoring cosa dicono gli utenti del tuo brand

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I numeri non sono tutto, questo è vero, ma capire il volume di commenti e like, conoscerne la durata nel tempo e quantificare le visualizzazioni sono step fondamentali prima di passare a strategie social più strutturate.

Ecco dunque, come ci spiega Datalytics, le metriche più importanti da tenere in considerazione in una attività di monitoraggio del brand sui social:

• Numero di commenti: semplicemente, il totale delle menzioni a partire da parole chiave selezionate. È importante capire quanto il brand è commentato anche rispetto ai suoi principali competitor, per analizzare e comprendere in tempo reale eventuali picchi.

• Utenti univoci: il totale degli account unici che hanno menzionato il brand. Spesso è infatti più importante che un numero maggiore di utenti univoci parlino di un marchio, anche a discapito del buzz totale.

• Reach: il totale degli account che – potenzialmente – visualizzano un determinato post. Questa metrica non considera il fatto che una persona può visualizzare un oggetto sociale più volte.

• Impression: il totale delle visualizzazioni ottenute da un determinato oggetto sociale. Anche questo è un dato potenziale. Se un account X pubblica un tweet a 200.000 followers, quel tweet avrà 200.000 impression potenziali.

Avere il quadro di queste metriche permette all’azienda di capire nel dettaglio i volumi del cosiddetto Social Buzz, analizzando la portata dell’audience sulle diverse piattaforme.

Social Media Monitoring: quanto, ma anche come

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La seconda fase di un’attività di Social Media Monitoring deve sempre essere concentrata sugli aspetti qualitativi del Social Buzz: in che modo il brand viene percepito dagli utenti?

Una strategia efficace, infatti, parte dal monitoraggio del sentiment, ossia il grado di soddisfazione espresso dagli utenti nei loro commenti. Un algoritmo di sentiment analysis, quindi, può permetterti di capire se un prodotto è considerato positivamente o negativamente, sulla base dell’analisi automatica del testo di ogni commento pubblicato.

In aggiunta, l’analisi semantica permette di estrapolare gli argomenti più condivisi, mentre hashtag cloud, menzioni e bigrammi (cioè coppie di parole) permettono di visualizzare in tempo reale un riassunto della conversazione degli utenti, per scovare eventuali criticità e opinioni negative.

La combinazione tra questi due tipi di analisi, analisi semantica e analisi del sentiment, diventa uno strumento fondamentale per scongiurare le crisi più temute da qualsiasi social media manager: quelle di reputazione.

Proprio come nella piazza del paesino dei nostri nonni, troverai chi ama il tuo brand alla follia (brand lovers) e incontrerai chi spesso parla della tua azienda e del tuo prodotto (contributors), ma potrai anche capire quali sono le persone più influenti che parlano del tuo marchio (brand advocates) e che potrebbero condizionare un certo numero di altri utenti nel seguire il brand.

Social Media Monitoring cosa dicono gli utenti del tuo brand

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Online, più che altrove, un brand non è solo il risultato di ciò che fa, o di ciò che non fa per promuoversi.

L’immagine che crea di sé è determinata soprattutto dal modo in cui il marchio viene percepito dagli utenti e il Social Media Monitoring è lo strumento che consente di analizzare la brand reputation online attraverso l’ascolto delle conversazioni degli utenti sul brand e l’analisi delle attività messe in atto.

Ascoltare e misurare sono due passi fondamentali prima di intraprendere qualsiasi attività social.

Come usare Snapchat e Instagram per il B2B

Se pensate che il B2B debba essere sempre abbottonato, monotono (in campo cromatico) e serio e tutto il resto, preparatevi a cambiare idea. Non occorre limitarsi a LinkedIn e Twitter per le tue strategie B2B, Snapchat e Instagram hanno molto da offrire.

In particolare, ci sono quattro aspetti che aiuteranno il vostro B a interagire con nuovi B. Vediamoli subito.

Attrarre nuovo (giovane) potenziale

Perché la vostra azienda sia sempre competitiva e innovativa è utile puntare su una forza lavoro pienamente qualificata, entusiasta e…giovane. Utilizzare Snapchat può essere un modo efficace di rendere appetibile la propria azienda ai nuovi talenti.

Come fare? Intanto, prima di dare il via alla vostra presenza su Snapchat dovete costruire un piano editoriale coerente ed essere sicuri di avere risorse che lo possano gestire puntualmente e in linea con quello che sarà il vostro messaggio. Condividere la cultura aziendale, dare spazio ai dipendenti, mostrare i benefici della vostra attività: sono tutti spunti. Non è necessario cercare di dire tutto. Snapchat non sostituisce un sito o una presentazione, bensì potrà essere lo strumento per attrarre nuovi giovani utenti verso il vostro blog, sito, HQ.

Qui un esempio della scelta di Cisco System di raccontare la vita aziendale.

snapB2B

Essere presenti con i Geofiltri

Se siete su Snapchat magari anche voi quando andate in una città nuova vi divertite a farvi un selfie e provare a vedere che opzioni di filtri ci sono. Non c’è nulla di cui vergognarsi, ma perché non utilizzare questo piccolo vezzo per dare visibilità alla vostra azienda?

Essere presenti con dei filtri personalizzati ha due vantaggi: da una parte spingete i partecipanti a condividere snap sull’evento, dall’altra tutto il traffico sui loro canali avrà la vostra firma. Ma, soprattutto se siete nuovi nel mondo di Snapchat, ricordate di pubblicizzare i vostri filtri anche attraverso gli altri social.

Brand Awareness: ci sono anche io

Si è parlato molto di Instagram Stories, pro e contro, utilità.  Ma nonostante tutto Instagram resta uno strumento fantastico per rendere umana l’azienda, per dare il colore e il tono giusto attraverso immagini efficaci e dirette. E le stories sono una possibilità in più per dare un accento ai momenti importanti, per creare un legame più sincero (#nofilter) con le altre aziende, con i clienti e, soprattutto, con le persone al di là degli schermi.

Gli esempi di racconti visuali efficaci delle grandi aziende B2B sono numerosi e inspiring. Bello l’esempio di LinkedIn e #LinkedInNextWave che racconta con dei ritratti le storie di successo dei professionisti under 35 che stanno cambiando il mondo.

Dai valore ai tuoi clienti

Se i primi punti sono troppo impegnativi e difficili da gestire con le tue risorse, non temere: ci sono modi creativi e engaging di riutilizzare i contenuti generati dai tuoi clienti. In questo modo promuoverai gli effetti del tuo prodotto raccontando storie di successo e scegliendo tra una gamma di possibilità stilistiche e di contenuto. Come ha fatto Squarespace.

Vi sono stati d’aiuto questi spunti, amici lettori? Scriveteci la vostra sulla nostra pagina Facebook!

Content Specialist, chi è, cosa fa

Content Specialist: chi è, cosa fa, come si forma uno specialista del marketing dei contenuti

Apparire o essere? Il dilemma filosofico che sembrava destinato a scomparire nel mare delle infinite possibilità del web, si ripropone ancora oggi. Perché se è necessario essere presenti sul web e apparire nelle ricerche degli utenti, è anche indispensabile esserci con contenuti di qualità, utili e interessanti. Contenuti che un Content Specialist è chiamato a creare nello specifico del suo ruolo aziendale.

Chi è e cosa fa un Content Marketing Specialist?

Un content marketing specialist si occupa dello sviluppo e dell’implementazione di contenuti su siti web.

Il suo lavoro può essere integrato da quello di copywriter e designer per produrre un sito web compatibile con gli standard aziendali, generalmente sotto la guida di un Content Manager più esperto che curi la visione di insieme del progetto aziendale per il web.

Come si diventa Content Specialist

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Un Content Specialist, prima ancora di essere uno specialista dei contenuti, è un esperto in comunicazione: nella creazione dei contenuti per un sito web aziendale sa mettersi nei panni del destinatario, cioè del cliente. Evita, quindi, di essere autoreferenziale e scrive per i lettori.

Lo scopo del suo lavoro è creare valore per il pubblico e mantenere l’interesse sul sito web, per  permettere, poi, una conversione dell’utente in cliente.

La responsabilità principale del Content Specialist è quella di veicolare i contenuti dell’azienda attraverso i diversi mezzi a disposizione, dal sito all’app, dall’email marketing al blog o alla newsletter.

A seconda del contesto aziendale e degli obiettivi prefissati, un responsabile dei contenuti digitali può trovarsi a curare la brand awareness o l’engagement, fino allo sviluppo delle attività di eCommerce in senso stretto.

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Cosa s’intende per contenuto e per la frase Content is king?

Il contenuto, in ambito informatico, è tutto ciò che riguarda sia le informazioni testuali che quelle multimediali, come immagini, audio e video. Più in generale si può dire che il contenuto web è tutto ciò che crei valore per l’utente e che preveda un preciso ciclo di vita, dalla creazione alla pubblicazione, dall’aggiornamento all’archiviazione.

L’algoritmo di Google per l’indicizzazione e il posizionamento dei siti web nella SERP è ormai sempre più raffinato, e la diversificazione dei contenuti avviene anche per device: pc desktop e mobile richiedono in genere contenuti differenti, per la stessa natura del dispositivo, delle capacità di lettura dei contenuti e del tipo di fruizione da parte dell’utente.

Parlare di contenuto digitale, dunque, significa sempre più parlare di informazioni altamente specializzate da riversare in rete, con lo scopo finale di permettere all’azienda, non solo di essere presente online, ma anche di avere un valore riconoscibile per i propri utenti.

In parole semplici, il contenuto costituisce uno degli strumenti a disposizione dell’azienda per aumentare il proprio traffico, sia organico (cioè di ricerca dai motori di ricerca), sia referral (cioè di ritorno, ad esempio dai social network).

Un contenuto web, infine, non può trascurare l’aspetto SEO, per un migliore posizionamento del sito web sui motori di ricerca.

Per tutti questi motivi un buon Content Specialist non dimenticherà mai di tenere a mente la massima più famosa in ambito di content creation: “Content is king”!

Scritta per la prima volta da Bill Gates in un suo articolo comparso sul sito di Microsoft nel 1996, questa frase sottolinea l’importanza del contenuto digitale nel creare valore grazie a Internet. Nessuna impresa infatti può essere considerata troppo piccola per proporre il suo contributo nell’immenso mare della Rete, creando così un valore economico a partire dalle informazioni messe a disposizione degli utenti.

content is king

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Oggi questa affermazione è alla base del content marketing e sottolinea la necessità di creare contenuti di qualità, utilità e più genericamente di valore per il web.

Sia che si tratti di articoli, che di post, sia che si parli di immagini, video, slide, pdf, ebook, post sui social network, ogni contenuto può essere il re del web se crea valore per chi lo fruisce.

Come si diventa Content Specialist?

Il web Content Specialist può lavorare sia come collaboratore freelance che come dipendente di un’azienda. Il suo compito resta comunque quello di gestire i contenuti di un sito.

Oltre a Google Analytics, un Content Specialist deve possedere una seria formazione sui social network, per trasformare il contenuto in un contenuto virale, deve conoscere almeno una piattaforma CMS come WordPress e i programmi di base per la modifica essenziale delle immagini.

Un buon Content Specialist dovrà conoscere anche gli aspetti legali sul copyright e avere una formazione approfondita di Social Marketing.

Oltre ad una laurea specifica in comunicazione, in materie umanistiche o in marketing, un responsabile dei contenuti per il web dovrà essere costantemente aggiornato sulle novità dei social, sulle tendenze del mercato e sulle novità che la tecnologia mette a disposizione del marketing.

marketing dei contenuti

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Seguire corsi di formazione specializzata e approfondire gli argomenti informandosi su siti di settore e riviste specializzate, completa la preparazione di un professionista dei contenuti.

Che requisiti (attitudini) deve avere un responsabile dei contenuti digitali?

L’abilità fondamentale per un Content Specialist è quella di creare, sviluppare e monitorare l’andamento di tutti i contenuti digitali per indirizzarli e renderli profittevoli e coerenti con la strategia aziendale.

Ogni profilo professionale ha delle attitudini specifiche e nel caso dell’esperto di contenuti deve saper organizzare il proprio tempo e sapersi rapportare con i colleghi e con i committenti, risolvendo velocemente piccoli e grandi problemi legati al web, essere rapido nel cogliere gli spunti per contenuti in real time.

Capacità di scrittura, di lettura delle immagini (per comprendere quali sono le più comunicative e adatte al contenuto, senza correre il rischio di essere inopportuno a seconda dei contesti) e di creare engagement sui social completano il profilo del Content Specialist.

Oltre a saper leggere i dati degli Analytics e degli Insight, un responsabile dei contenuti sa cogliere le novità legate all’attualità per trovare spunti utili all’aggiornamento di un blog o di una pagina Facebook.

È utile seguire un corso di specializzazione in content management?

La formazione specializzata e aggiornata è la base del lavoro del Content Specialist. Sebbene aprire un blog permetta di testare le proprie capacità e attitudini, sperimentando le possibilità nella creazione di contenuti SEO optimized e nella creazione di una community interessata, per il professionista dei contenuti un corso di specializzazione in Content Management è essenziale.

Oltre ad imparare quali tool sono a disposizione del suo lavoro e come utilizzarli, capirà quali sono gli errori da non commettere e gli strumenti per raggiungere il target di riferimento, attraverso l’analisi di casi di studio concreti.

Content Specialist corsi di formazione

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Per diventare Web Content Specialist è fondamentale aver voglia di imparare e tenersi costantemente informati: il web si evolve di continuo e ogni esperienza in questo settore o l’ascolto delle esperienze di altri professionisti, rappresenta un vantaggio professionale nell’affrontare le nuove sfide professionali. Scopri il Corso in Content Marketing (formula online + aula pratica) di Ninja Academy.

Quanto tempo occorre per diventare esperto nella gestione professionale del content come leva del business

Per diventare esperti nella gestione professionale dei contenuti è necessaria soprattutto molta esperienza.

Dopo una formazione sepcifica, per diventare Content Specialist è necessario accumulare un bagaglio di conoscenze e di competenze. Si può, ad esempio, cominciare da una esperienza come junior Copywriter o Web Designer, per poi giungere alla specializzazione nella gestione complessiva del content e nell’utilizzo strategico dei contenuti come leva di business.

Come per tutte le professioni digitali, non serve avere fretta, ma solo tanto esercizio, perché sarà necessario aver maturato un bagaglio almeno quinquennale nell’ambito della creazione di contenuti.

Ciò che conta davvero è saper trovare sempre nuovi spunti e canalizzarli all’interno di una corretta strategia di marketing. Saper affrontare le crisi e coordinare un team nei progetti più complessi, imparando a far fronte anche agli imprevisti, completerà la formazione professionale di un Content Specialist.

Sapersi guardare attorno e leggere le lezioni dei migliori maestri del settore, ti aiuterà in una crescita più veloce della tua preparazione, da affiancare ad un costante aggiornamento con corsi di formazione specifici, i cui contenuti siano sempre attuali e rispondenti ai trend contemporanei.

Quali strumenti e tool deve sapere usare un Content Manager professionista?

Un Content Specialist professionista deve innanzitutto conoscere gli strumenti di base del suo lavoro: WordPress, magari affiancato ad altri CMS, sarà la base essenziale per la redazione e la pubblicazione di contenuti su un blog aziendale, per esempio.

Ma nella sua cassetta degli attrezzi non dovranno mai mancare strumenti per la pianificazione editoriale e social, per avere sempre a portata di mano i compiti da svolgere e magari automatizzare le pubblicazioni di alcuni contenuti digitali, come i post sui social network.

Se non conosci Photoshop, strumenti per l’editing dell’immagine come Canva sono molto utili per agevolarti nella creazione di contenuti gradevoli e interessanti, capaci di ingaggiare il pubblico di riferimento.

Asana o Trello ti aiuteranno a gestire i progetti e a coordinare il tuo lavoro con quello di colleghi e clienti, attraverso un aggiornamento costante delle fasi di lavoro, segnando in ogni momento i compiti e specificando priorità e scadenze.

Content Specialist, cosa fa un responsabile di contenuti web

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La gestione di un calendario editoriale preciso non potrà prescindere dall’analisi dei dati e dal confronto con il Web Analyst. Per questo motivo anche il Content Specialist dovrà essere in grado di analizzare i dati di Google Analytics, per la verifica del lavoro e l’eventuale aggiornamento dei contenuti.

Dovendo realizzare i contenuti anche per campagne di email marketing, un responsabile dei contenuti web dovrà conoscere anche i principali strumenti e plugin per la realizzazione di newsletter o di workflow per la gestione degli utenti su progetti eCommerce.

Oltre a saper creare una corretta newsletter, dovrà leggere i dati di ricezione, apertura e ritorno dei clienti sul sito web, per verificare il proprio lavoro ed eventualmente aggiornarlo.

Un bloc-notes e una penna saranno comunque i migliori amici delle tue idee per i contenuti, quelle che arrivano nei momenti più strani della giornata, ma che non puoi proprio perderti.

Content Specialist cercasi…. È una professione richiesta dal mercato?

Le offerte di lavoro per esperti di contenuti digitali sono sempre in crescita, anche a causa dei continui aggiornamenti di algoritmi di ricerca e funzionalità dei social network, o per via della nascita di nuovi linguaggi social, come quelli rapidi e volatili previsti da social come Snapchat.

Le previsioni per il futuro degli esperti nella creazione e gestione di contenuti, inoltre, sono sempre più rosee, perché sempre di più le aziende avranno necessità non solo di essere sul web con un proprio sito, ma anche di farsi trovare con contenuti di qualità dai propri potenziali clienti.

Le richieste in Italia arrivano più dal Nord (Milano, Brescia, Bologna, ecc.) o anche Napoli e Roma offrono possibilità di occupazione?

Sono molte le offerte di lavoro per professionisti dei contenuti che provengono dalle agenzie di comunicazione di Milano e Roma, ma anche l’Emilia Romagna offre moltissime possibilità.

Oggi, inoltre, è possibile trovare agenzie più piccole e specializzate anche al Sud, concentrate tra Napoli, la Puglia e la Sicilia, senza dimenticare la possibilità di lavorare in remoto come freelance.

Quella del Content Specialist è una figura professionale che le web agency tendono a internalizzare, per gestire direttamente la gestione dei propri siti web. Così è possibile trovare offerte di lavoro da parte di aziende che assumono anche tra Lazio e Campania, mentre anche gli enti territoriali iniziano ad avvalersi di professionisti che si occupino dei contenuti dei propri portali.

Ci sono offerte di lavoro dall’estero?

Le offerte di lavoro all’estero per i Content Specialist italiani sono molte ed è facile trovarle con una semplice ricerca su Google. In particolare da Spagna, Germania e Paesi Bassi, si presentano molte opportunità per chi cerchi di proporsi in questo ruolo. Le aziende, infatti, vogliono rafforzare la propria presenza all’estero attraverso contenuti dedicati nelle diverse lingue.

Avere competenze perfette nella lingua madre, ma conoscere anche fluentemente quella del Paese di destinazione sarà un punto a favore della tua candidatura. Inutile dire che la conoscenza dell’inglese resta fondamentale per qualsiasi professione del web.

A quale stipendio può aspirare (quanto guadagna) uno specialista nel marketing dei contenuti

Offerte di lavoro per Content Specialist in Italia e all'estero

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Un’indicazione numerica sullo stipendio a cui potrebbe aspirare uno specialista dei contenuti è piuttosto difficile, dato che questo può variare a seconda che si lavori come freelance o come dipendente di un’azienda, così come potrebbe cambiare sulla base del tipo di contenuti da creare.

Per chi è ancora agli inizi, comunque, è meglio non puntare al ribasso nelle richieste di retribuzione e cercare di realizzare una media tra le effettive ore lavorate e il tipo di progetto sul quale si lavorerà. Dare il giusto prezzo al proprio lavoro consentirà di svolgerlo con la giusta qualità: concentrarsi su un singolo lavoro ben pagato è decisamente differente dal dover accettare decine di lavoretti mal pagati per raggiungere la stessa cifra.

La concentrazione in questo lavoro è tutto e il lavoro del Content Specialist è altamente specializzato.

Fra i lavori meglio retribuiti in Italia, lo stipendio medio di un responsabile dei contenuti web dovrebbe variare dai 1.200 e i 2.000 euro lordi al mese, a seconda del tipo di impegno previsto e del progetto aziendale.

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  • Misurare il valore dei contenuti di marca

Brand Journalism: news e storie per raccontare il brand

Questo post è stato scritto da Roberto Zarriello, autore del libro “Brand Journalism” (Cdg Edizioni, 2016)

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Cosa si intende oggi per Brand Journalism? Innanzitutto è bene distinguerlo dalla pratica dello storytelling e del content marketing. Molti sono portati a confondere le tre tecniche, che non mancano di una certa sovrapposizione, ma hanno scopi differenti.

Lo storytelling, declinato nella comunicazione aziendale, è una tecnica utilizzata per raccontare la storia di un’organizzazione, di un brand, in modo convincente, al fine di ispirare i clienti con i propri modi di operare e offrire i servizi.

Il content marketing è un metodo che propone contenuti pertinenti e convincenti al centro delle attività di marketing.
Il brand journalism, infine, è una tipologia di giornalismo che stimola la condivisione di storie aziendali con l’utilizzo di strumenti  e tecniche giornalistiche, ossia costruendo e fornendo una notizia (con criteri di notiziabilità) per interagire con i clienti e gli stakeholder.

Brand journalism: nuova frontiera della comunicazione aziendale

Ci sono stati diversi momenti che hanno segnato salti di qualità radicali nella storia della scrittura e trasformazioni di linguaggio nei suoi rapporti, in continuo mutamento, col pubblico. Semplificando, poiché non è questo il topic dell’articolo, e cercando di porre due spartiacque principali, si può affermare come lo sviluppo del giornalismo dell’era moderna è coevo ed è stato reso possibile dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, favorendo anche un processo di democratizzazione dell’informazione.

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Il secondo momento storico che ha segnato una seconda trasformazione del giornalismo nella contemporaneità coincide con l’avvento di Internet, in particolar modo del web 2.0, ossia lo sviluppo di piattaforme e applicazioni che grazie a Internet consentono l’interazione tra i siti e gli utenti, e tra gli utenti. Questo è il caso di blog, social media, forum, chat e piattaforme wiki.

Dove e come si colloca il Brand Journalism?

Il brand journalism prevede che le aziende si comportino come editori. Perciò non si tratta, come nel caso dello storytelling aziendale, di raccontare, ad esempio, come la società è stata fondata, oppure di produrre libri bianchi aziendali. Il brand journalism ha in sé tutti i crismi del giornalismo e fornisce una “corretta informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario” (Carta dei Doveri dell’Ordine dei Giornalisti). Significa perciò informare il pubblico, ad esempio, sulle tendenze e gli sviluppi del mercato di riferimento del brand rappresentato, anche se tale notizia non impatta in alcun modo con l’andamento aziendale di quel momento specifico.

Brand journalism: nuova frontiera della comunicazione aziendale

Fare brand journalism non è fare una marketta

Il termine “brand journalism” è stato coniato dal Chief Marketing Officer di McDonald, Larry Luce, nel 2004. Il dirigente della catena di fast food più famosa del mondo credeva che il marketing di massa non funzionasse più, poiché il pubblico andava via via frammentandosi. Perciò ha avuto l’idea di intercettare ogni segmento della propria audience attraverso contenuti ad hoc che potessero avere un impatto reale sul pubblico, davvero interessato al messaggio.

Un articolo di brand journalism è differente dalla cosiddetta “marketta“, poiché non viene posto l’accento sull’offerta del brand che propone il contenuto, bensì sul valore aziendale veicolato da una specifica notizia.

LEGGI ANCHE: Giornalismo tra storytelling e marketing: il brand journalism

La crisi del giornalismo e una nuova opportunità: il brand journalism

La crisi del giornalismo e dell’informazione rappresenta oggi una ghiotta opportunità per le aziende.
Sempre di più i brand stanno costruendo e mostrando un nuovo lato di essi, quello di news corporation. Nella quasi totalità dei casi, però, sono impreparati a farlo, e si rivela dunque preziosa la figura di nuovi giornalisti dell’era social-mediale, la cui offerta nel mercato del lavoro è in continua crescita proprio a causa del periodo nero dell’editoria.

Rivolgersi a un brand journalist significa disporre di una risorsa qualificata che sa cos’è una notizia, un gate keeper in grado di fornire informazione, e allo stesso tempo abile nel veicolare con le parole e il linguaggio i valori dell’azienda che rappresenta. Un professionista della comunicazione, portavoce della mission del brand.

Brand journalism: nuova frontiera della comunicazione aziendale

Cisco, tra il 2013 e il 2015, ha assunto una trentina di giornalisti (ex reporter di testate di spessore come The New York Times, The New Yorker, The Boston Globe e Los Angeles Times) chiedendo loro di scrivere per il web: un canale di notizie completamente di proprietà di Cisco, chiamato The Network, che si occupa di innovazione e tecnologia. Red Bull è un altro esempio, avendo dato vita alla sua newsroom chiamata Red Bull Content Pool, dove oltre ad articoli web vengono prodotti video, docufilm e una rivista cartacea mensile.

Certo, pensare di essere un giornalista al servizio di un brand può significare che forse il proprio contenuto non è poi così obiettivo. Questo è un punto di discussione su cui professionisti della comunicazione e giornalisti di professione devono ancora trovare intesa. Il fatto stesso di chiamarlo “brand journalism”, però, induce le aziende a pensare i contenuti in modo differente, ponendo al centro il pubblico (o meglio, la nicchia di pubblico), piuttosto che il proprio prodotto.

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Un unicorno creativo per l’Uganda: la campagna di DUDE che ha trionfato agli ADCI Awards 2016

La scorsa estate è stata lanciata in rete una campagna di crowdfunding che ha davvero spopolato, soprattutto all’estero. Si tratta di Welcome to Bulambuli Valley, un progetto di finanziamento promosso dall’ONG britannica Communities for Development per alcune popolazioni dell’Uganda.

La campagna, ideata e prodotta dall’agenzia milanese DUDE, ha recentemente trionfato agli ADCI Awards con 4 ori (Direct marketing: Classic Media non-profit; PR non-profit; Promo activation: Digital e Social Media non profit; Cyber 2: Social Media Campagna Non-profit), 1 argento (Cyber 1: Viral Non profit) e 1 bronzo (Integrated: Digital integrated campaign non profit).

Welcome to Bulambuli Valley si basa su un concept tanto semplice quanto accattivante: scimmiottare la grandi realtà nella Silicon Valley per attirare investimenti in una zona dell’Uganda nella quale piccoli progetti per coltivatori e pastori possono migliorare in maniera esponenziale la vita delle persone.

Il tono scanzonato dato dai creativi di DUDE ha contribuito a cambiare il paradigma che di solito si utilizza per questo tipo di iniziative: non più la mera leva del senso di colpa di chi ha tutto e può donare a chi ha meno, ma una visione ironica e propositiva degli abitanti della valle che hanno chiamato in causa anche i grandi del digital per lanciare le loro startup.

La parola a Livio Basoli, in esclusiva per Ninja Marketing

Da buoni segugi del digital e della creatività non ci siamo fatti scappare l’occasione di farci raccontare la campagna direttamente da Livio Basoli, Executive Creative Director di DUDE:

Interior design e living: come internet ha trasformato il settore

La tecnologia ha profondamente influenzato l’industria dell’interior design: internet, social media, tecnologia mobile e app hanno cambiato radicalmente la natura di questo settore. Pinterest, Polyvore, i video sul fai da te e Instagram hanno fatto il resto, contribuendo a rendere i consumatori sempre più autonomi, esigenti e creativi nella scelta dell’arredamento per la propria casa.

Chi ha appena affrontato un trasloco in una nuova casa o il restyling di una o più camere, sa quanto sia noioso trascorrere il proprio tempo sul web alla ricerca del mobile dalle dimensioni giuste, della lampada perfetta per il salotto o della sedia per la scrivania all’ultima moda. Ci siamo liberati dalla lunga coda dei negozi fisici, ma continuiamo ad arenarci nell’infinita lista di shop online.

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Oggi proviamo a darvi un suggerimento che vi aiuterà nell’impresa di arredare casa; non si tratta della classica top ten di consigli, ma un solo nome per risolvere la questione una volta per tutte: Livingo.

Una soluzione rapida e semplice per Home & Living

Livingo, nato nel 2013 in Germania, è un portale di arredamento e decorazioni per la casa che racchiude in sé circa 5 milioni di prodotti raggruppati in 20mila categorie e per un totale di circa 7mila marche: in un solo sito trovate tutte i principali negozi online di arredamento del mondo e senza fare “zapping” da uno shop online all’altro, potrete vedere in una sola schermata le offerte di tutti.

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Nonostante il catalogo di Livingo sia ampissimo, la ricerca è semplice e il primo colpo d’occhio alla schermata di ricerca permette subito di mettere a confronto il fattore che più interessa gli acquirenti: il prezzo. La ricerca è poi ulteriormente modulabile secondo la marca, il materiale, il colore e il negozio. Quest’ultimo è il filtro più interessante di Livingo perché spiega la dinamica della piattaforma: l’utente al momento della scelta del prodotto è indirizzato direttamente sullo shop online del negozio partner, dove può proseguire l’acquisto.

In sostanza, Livingo è un aggregatore che abbina i prodotti grazie ad un complesso algoritmo di selezione, ma che ha comunque una user experience immediata e semplice. I numeri parlano chiaro a proposito: 400mila visitatori al mese e una crescita del 400% di visitatori negli ultimi 12 mesi.

Inoltre Livingo si è affermato con successo in quattro nazioni europee, Germania, Spagna, Francia e Italia e la versione mobile del sito è curata e professionale come quella desktop permettendo all’utente di accedere a Livingo da qualsiasi dispositivo.

Un modello di business basato sul CPC

Abbiamo visto finora quali sono i punti di forza del frontend di Livingo: andando più nel profondo, il modello di business di questa piattaforma è vincente perché offre dei vantaggi considerevoli lato backend ai suoi partner che hanno accesso ad una dashboard delle performance con statistiche dei click e molto altro.livingo-2

Il processo è questo: una volta che clicca sul prodotto che desidera, l’utente viene reindirizzato al sito del partner che paga Livingo per il CPC. Livingo cerca di convertire ciascun visitatore in un click, a beneficio dei clienti inserzionisti. Grazie a questa semplice formula, Livingo ha raggiunto con parecchio anticipo il break even point per l’anno 2016.

Livingo offre in breve anche ai suoi partner inserzionisti una soluzione rapida di guadagno, che evita loro le consuete e costose spese di marketing offline e online e di SEO. Dall’altro lato, Livingo presenta in un unico portale eCommerce tutte le offerte dei più affidabili shop online come Made.com, Beliani, Amazon.

Edoardo Gini, country manager di Livingo per l’Italia, descrive così la formula:

Livingo offre ai negozi partner un canale di marketing specializzato nell’arredo dalle performance elevate. La quasi totalità dei visitatori, infatti, proviene dalla ricerca organica. A differenza di Adwords, il visitatore clicca direttamente sull’immagine del prodotto e non su un’inserzione. Ciò significa che ha già mostrato un certo interesse verso quel prodotto e, quindi, che è vicino all’acquisto.