Guida essenziale a LEGO SERIOUS PLAY, il metodo per descrivere, creare e testare business concept

Questo articolo è stato scritto da Daniele Radici, ‎Innovation & Strategy Specialist / LEGO® SERIOUS PLAY® Facilitator.

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Il giusto modo di iniziare un articolo che descrive LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP) è spiegare ciò che non è; da diverso tempo, infatti, si è creata un po’ di confusione rispetto a questa metodologia.

LEGO® SERIOUS PLAY® non è sicuramente:

  • uno strumento nato per effettuare simulazioni di lean manufacturing; si può fare con i LEGO®, ma non è LSP
  • uno strumento di 3D design; si può fare con i LEGO®, ma non è LSP
  • uno strumento di visual management; si può fare con i LEGO®, ma non è LSP
  • uno strumento di semplice ice-braking per meeting
  • uno strumento con cui semplicemente “condurre un workshop di team-building con i mattoncini LEGO®”; si può fare con i LEGO®, ma non è LSP

Dopo aver dato questa prima “sgrossatura”, possiamo ora capire meglio cosa sia LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP), partendo proprio dalla sua definizione fornita direttamente da LEGO®:

“The LEGO® SERIOUS PLAY® method is a facilitated meeting, communication and problem-solving process in which participants are led through a series of questions, probing deeper and deeper into the subject.”

Breve storia del LEGO® SERIOUS PLAY®

Questa metodologia è nata internamente in LEGO® a metà degli anni ’90 dopo una serie di studi e approfondimenti condotti inizialmente da Kirk Kristiansen (CEO dell’azienda e componente della famiglia fondatrice) con il supporto di Johan Roos e Bart Victor (due professori universitari presso IMD Business School di Losanna, Svizzera) e arricchita della sua veste più “business” grazie al successivo coinvolgimento di Robert Rasmussen e Per Kristiansen, ritenuti oggi i due “padri fondatori” di questa metodologia nel mondo business, nonché autori di uno dei libri più autorevoli in merito a LSP: “Building a Better Business Using the Lego Serious Play Method”.

LEGGI ANCHEEcco il libro che spiega il Metodo LEGO Serious Play per il Business

Dalla fine del 2001 (data di lancio ufficiale) ad oggi, la metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® è stata oggetto di migliorie e cambiamenti; il momento più rilevante è avvenuto nel 2010, quando LEGO® ha deciso di modificare il modello di business di LSP, facendola diventare una community e rendendo disponibili i set LSP sullo shop on line dell’azienda (prima, solamente i facilitatori certificati e riconosciuti da LEGO® potevano avere accesso a tali materiali).

Tale approccio ha generato confusione poiché ha lasciato pensare a molti che “tutti possano utilizzare LEGO® SERIOUS PLAY®“ a causa della decisione di interrompere l’erogazione di corsi per diventare facilitatori certificati da parte di LEGO® stessa e la disponibilità dei kit sullo shop on line.
In realtà non è così! Infatti, LEGO® consiglia caldamente alle aziende interessate a questa metodologia, di prendere contatti con la Association of Master Trainers in the LEGO® SERIOUS PLAY® poiché l’associazione stessa (alla quale sono collegate diverse strutture in tutto il mondo) eroga corsi per poter diventare facilitatori certificati e riconosciuti a livello mondiale.

Con l’obiettivo quindi di fornire le informazioni di base di questa metodologia e fare un po’ di ordine rispetto a quanto si possa trovare in rete in termini di contenuti, entriamo più in dettaglio, riprendendo il principio base sviluppato da Roos, Victor e Rasmussen: LEGO® SERIOUS PLAY® è un metodo per permettere ai manager di descrivere, creare e testare un determinato “business concept”, rientrando in quell’insieme di tecniche di “exploration & innovation” utilizzate per risolvere problemi più o meno complessi inerenti a tematiche di business.

Uno dei principali vantaggi derivanti dall’utilizzo di LSP è la facilità con cui si può raggiungere un elevato engagement delle persone, trasformando i classici business-meeting “mono direzionali” (cioè nei quali tipicamente il 20% delle persone parla e l’80% delle persone ascolta, senza interagire) in un esperienza diversa e più “democratica” in cui tutti hanno a disposizione tempo per esporre le proprie idee, raccontare la propria “storia” e dare il proprio contributo.

Il processo alla base del LSP

Tutto ciò accade grazie ad un processo ben definito e noto come “Core Process”, che si compone di queste 4 fasi:

  1. QUESTION: corrisponde ad una domanda, specifica e pre-progettata, che viene posta dal facilitatore.
  2. BUILD: è la fase in cui tutti i partecipanti, nessuno escluso, costruiscono il modello, cioè la loro “risposta” alla domanda posta nella Challenge. Uno degli aspetti chiave della fase di costruzione è l’utilizzo del concetto di metafora: non è infatti importante che il modello “rappresenti visivamente” un determinato oggetto in tridimensionale, ma interessa il significato che il costruttore stesso da a quel determinato modello
  3. SHARE THE STORY: dopo aver costruito il modello, ogni singolo partecipante racconta la storia del proprio modello ed è in questo momento che i modelli prendono significato e ogni singolo partecipante può offrire il proprio contributo
  4. REFLECTION: è la fase conclusiva del processo, in cui ci si confronta rispetto a quanto emerso e si traggono le conclusioni, in modo che siano condivise e chiare a tutti

I quattro passaggi si ripetono in questo ordine ogni volta che i team devono costruire un modello o il facilitatore pone una domanda, ma questa è solo la punta dell’iceberg; oltre all’utilizzo del Core Process, un workshop LSP viene progettato utilizzando diverse Application Technique (ATs) che caratterizzano la metodologia. Esse sono la seconda colonna portante (dopo il Core Process) di un workshop LEGO® SERIOUS PLAY®. Eccole elencate in estrema sintesi:

  • AT1: Building Individual Model
  • AT2: Building Shared Model
  • AT3: Creating a Landscape
  • AT4: Making Connections
  • AT5: Building a System
  • AT6: Playing Emergence and Decisions
  • AT7: Extracting Simple Guiding Principles

Ovviamente è non è possibile entrare in dettaglio di ogni singola AT; vi può però essere sufficiente sapere che queste 7 tecniche permettono di realizzare workshop in grado di rispondere a molte esigenze, come:

  • avere una grande partecipazione da parte di tutto il team
  • risolvere problemi complessi
  • avere una visione ed una comunicazione molto efficace nei confronti di altri interlocutori, siano essi interni o esterni al team di lavoro
  • organizzare riunioni in cui non si perda tempo ma si giunga in modo efficiente alla soluzione

Tutto ciò accade poiché LSP permette a tutti di portare valore, dare contributo e vivere un meeting in cui non vi sia il classico approccio “one-man-show” ma sia in vigore una sorta di “ascolto democratico” in cui tutti possono essere protagonisti di know-how o soluzioni.

Per questo motivo si spiega sempre che un workshop LSP evidenzia il fatto che in azienda “ci siano manager coraggiosi” capaci di accettare che i leader/manager non hanno tutte le risposte e sono disposti ad accettare spunti, soluzioni e proposte dai loro collaboratori.

LSP: la ricetta vincente!

Quello che vi manca ora sapere è cosa serva per organizzare un workshop LEGO® SERIOUS PLAY®, ma la risposta è abbastanza semplice:

  • le persone: coloro che volete ingaggiare per dare valore e contributo
  • le challenge: le domande, poste in modo corretto e ben progettate
  • i bricks: i mattoncini, le minifigure e altri pezzi in grado di scatenare creatività e metafore
  • una logistica adeguata: spazi grandi, tavoli ampi e molta luce
  • un facilitatore: è l’attore non protagonista del workshop, colui che in modo “invisibile” deve permettere ai partecipanti di arrivare all’obiettivo prefissato

Tale metodologia permette quindi di risolvere i problemi in modo nuovo e, perché no, farlo anche in modo seriamente-divertente.

Che dite, ci vediamo al LSP Fest, la prima Fest dedicata alla metodologia LEGO® SERIOUS PLAY® (Milano, 20-23 Ottobre 2016)?

Recruiting attraverso Facebook: funziona davvero?

Chi fa inserzioni su Facebook, a meno che non sia un benefattore della causa di Zuckerberg, lo fa per avere dei vantaggi sull’investimento fatto. Vantaggi che possono essere tangibili e immediati, un esempio è l’arbitraggio con successiva monetizzazione a CPM o CPC delle visite ottenute, o meno immediati, come ad esempio tutte le campagne per il branding awareness.

Ci sono però campagne sui cui è più difficile calcolare il ROI, ma che si implementano perchè semplicemente hai un problema da risolvere, e pensi che Facebook possa essere la strada migliore, o più economica, per trovare la soluzione: è il caso di quando si è alla ricerca di staff per un progetto, o per la propria azienda, e non si sa dove sbattere la testa.

L’offerta di portali di settore (LinkedIn, Infojobs, etc) che offrono pubblicazione di annunci e consultazione del loro database di iscrizioni è molto vasta e spesso soddisfa le esigenze sopratutto di grosse aziende che hanno:

  • un brand molto noto e di appeal
  • un reparto HR attivo per poter scremare centinaia di candidature
  • possibilmente sede nelle grandi città (Milano, Roma)
  • zero problemi a investire qualche centinaio di euro in annunci

LinkedIn: quando il lavoro si fa social

A contorno di ciò, proprio per venire incontro alle esigenze “degli altri”, sono fioriti su Facebook gruppi appositi sul tema lavoro, nonchè è molto frequente la pubblicazione (spesso gratuita) di offerte di lavoro sui gruppi di settore. Ad esempio, se stessi cercando un designer, probabilmente pubblicherei un annuncio su gruppi del tipo “Roba da Grafici“, e simili.

Il rischio per queste due opzioni è di ritrovarsi inondati di candidature di livello medio-basso e fuori target, provenienti da candidati che fanno “applica-applica-applica” praticamente su qualsiasi annuncio, oppure di essere sbranati dal branco di quelli che “stai cercando di sfruttarli!”

…E se volessi usare le Facebook ads per recruiting?

Per ora sono abbastanza rare le ads a tema recruiting che si vedono su Facebook, ma lo strumento ha tutte le carte in regola per funzionare egregiamente soprattutto su determinate nicchie di ricerca.

È un’opzione da considerare quando si cercano candidati per settori veramente molto specifici e che non vengono coperti in maniera adeguata dai portali competenti: lo strumento di profilazione di Facebook è forse uno dei più affinati nel mondo del marketing online, ed è assolutamente un must usare la targetizzazione per interessi, che riesce a coprire davvero qualsiasi esigenza, anche delle nicchie più complicate.!

Qualche esempio:

  • cerco un disegnatore di Manga e Anime
  • cerco un gestore di community calcistica appassionato e tifoso del Milan
  • cerco un redattore di cucina vegana

Lo step successivo è abbinare, in base alle esigenze, il filtro per area geografica (a meno che non cerchiate persone che lavorino da casa), e magari titolo di studio (che ovviamente poi sarà opportuno verificare all’atto dell’avvenuta candidatura!).

Andando avanti è possibile profilare per età:  l’esposizione di questa condizione negli annunci di ricerca del personale è una violazione del principio delle pari opportunità, ma non dovrebbe esistere un veto, se non morale, sul poter “filtrare a monte”.

Particolare attenzione va fatta nella scelta di creatività e copy dell’inserzione: non c’è alcun bisogno (anzi è dannoso) effettuare ads per click-baiting: l’obiettivo è che il destinatario capisca quanto più precisamente possibile di poter essere il candidato ideale, e clicchi esclusivamente quando è interessato. Insomma inutile promettere la Luna, o cose lontane dalla realtà, semplicemente perchè aumenterebbe mediamente il Costo Per Lead utile e non vi conviene!

Il vantaggio grosso è di avere uno strumento che permetta così di avere un cost per lead molto basso (anche inferiore a 3€) e senza una soglia minima da pagare, consentendo quindi di abbattere i costi per micro-campagne dove sono sufficienti anche una dozzina di richieste (iper-profilate!) per riuscire a trovare il candidato ideale: insomma con meno di 30€ potreste essere in grado di trovare il prossimo componente del vostro staff!

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Quando non conviene?

Le inserzioni di Facebook non sono però lo strumento adatto per tutte le ricerche; i portali di settore sono decisamente ancora lo strumento preferibile per

Incarichi di alto livello e responsabilità: se stai cercando un manager “six figures” difficilmente lo troverai con un annuncio su Facebook; innanzitutto perchè la percezione della serietà dell’annuncio viene compromessa (fino al limite di chi pensa sia una truffa), poi perchè per le competenze richieste non esiste un vero e proprio interesse specifico da profilare (gli hobby del vostro manager difficilmente inficiano le skill richieste per la posizione, e non è possibile profilare “per esperienza”), e quindi viene meno la potenzialità principale di Facebook. Per questo tipo di posizione LinkedIn è sicuramente un’opzione migliore.

Incarichi molto generici: se stai cercando un redattore per un portale generalista il rischio è di venir inondati da candidature, la gran parte delle quali di scarso appeal, è molto alto, e va quindi contro l’obiettivo della tua campagna, che deve essere sempre quello di ottenere poche lead, a basso costo, ma perfettamente in target con la tua posizione aperta. Per questo tipo di posizione pubblicare annunci sui gruppi è sicuramente un’opzione migliore.

L’efficacia dei social media nel comunicare la salute

Gli ultimi dati Audiweb (by Nielsen) del luglio 2016, registrano una diffusione dell’online in Italia alle soglie del 90% della popolazione. La total digital audience è pari a 28 milioni di utenti unici, che accedono a internet almeno una volta al mese, e 21,5 milioni di italiani che accedono in media ogni giorno, soprattutto via mobile.

Negli ultimi anni, l’uso dei social media e delle piattaforme web 2.0 (tra cui blog, wiki, podcast, ecc.) è aumentato in tutto il mondo, anche in Italia come abbiamo visto poc’anzi. I social media sono uno strumento estremamente performante per le aziende, in quanto a capacità di penetrazione nella società, targetizzazione e timing, ossia velocità di colpire il pubblico col proprio messaggio.

LEGGI ANCHE: 7 statistiche sui social media che devi assolutamente sapere

Secondo lo studio Universal McCann’s social media tracker nel 2010 gli utenti mondiali dei social media erano più di 700 milioni: oggi sono più 2,3 miliardi, e Facebook è diventato il più grande social network in termini di iscritti, superando i 2 miliardi. Un’altra delle principali attività del web 2.0 che vengono svolte online, ma diffusa soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, è il micro-blogging (come Twitter), ossia l’aggiornamento dello status, che sta via via riducendo la portata del blogging tradizionale.

L'efficacia dei social media nel comunicare la salute

I social media e la comunicazione per la salute.

Nel settore della sanità pubblica, i social media sono integrati in modo sempre più frequente in programmi e campagne volte a informare o sensibilizzare il pubblico su specifici temi concernenti la salute o per promuovere l’adozione o il mantenimento di comportamenti “salutari”.

Ecco, no cari ninja, non ci stiamo riferendo a oscenità di questo tipo:

L'efficacia dei social media nel comunicare la salute

Negli Stati Uniti i Centers for Disease Control and Prevention (centri per il controllo delle malattie e la prevenzione) utilizzano i social per rafforzare e personalizzare i messaggi, raggiungere un nuovo pubblico e costruire una infrastruttura di comunicazione che permetta un accesso facilitato e migliore alle informazioni scientifiche e credibili.

L'efficacia dei social media nel comunicare la salute

I social network permettono interventi di comunicazione ad hoc, ossia più centrati sull’utente e individualizzati, producendo così risultati migliori rispetto a interventi più generalizzati. Secondo il DORS, la maggior parte delle iniziative di prevenzione e comunicazione per la salute hanno utilizzato un mix di vari social media, in particolare Facebook. Le pagine e gli account sui social sono stati in gran parte utilizzati per aumentare la portata dell’impatto comunicativo, e diffondere gli aggiornamenti di blog, notizie e pagine del sito ufficiale del soggetto promotore. Le piattaforme di micro-blogging come Twitter e siti di condivisione di foto o di video (ad esempio, YouTube, Flickr, Picasa) sono stati utilizzati come punti di riferimento per annunci ufficiali e spot.

L'efficacia dei social media nel comunicare la salute

Gli effetti dei social media sui comportamenti di salute.

Testare l’effettivo impatto dei social media sui comportamenti di salute è complesso, come ad esempio calcolare il ROI effettivo derivante da una campagna di marketing sui social.
I dati che possono essere riscontrati consistono principalmente in quelli quantitativi (ad esempio, pagine del sito web visitate passando dai canali social, numero di visitatori ottenuti, i follower sui diversi canali, le interazioni come like, commenti e condivisioni, ecc.). Sono numeri sicuramente importanti, ma rappresentano solamente il punto di partenza di una valutazione approfondita dell’impatto di una campagna o di un intervento.

L'efficacia dei social media nel comunicare la salute

Le evidenze di efficacia dei social network sul cambiamento di comportamento di salute sono ancora molto limitate. Sicuramente il case study del #fertilityday ci insegna che i social media sono un canale di condivisione eccezionale sul tema salute, soprattutto quando si viene a creare una forte discussione attorno a esso, anche grazie a strafalcioni comunicativi clamorosi (e recidivi proprio nel caso  dell’ultima campagna del Ministero della Salute). Per cercare di misurare il reale impatto sul cambiamento dei comportamenti per la salute sarebbe necessario analizzare i contenuti e le conversazioni, strutturando un confronto tra i media tradizionali e le piattaforme social mediali, che sono ad alto tasso innovativo, perciò soggette a cambiamenti frequenti nelle modalità di utilizzo e fruizione.

Startup in Italia partecipazione dei Venture Capital e difficoltà di imporsi sul mercato

Startup in Italia: partecipazione dei Venture Capital e difficoltà di imporsi sul mercato

Si parla ancora di startup in Italia e gli investimenti fatti sul fronte dell’innovazione nel nostro Paese, sulla base dei dati 2014, non sono certo entusiasmanti e sembrano avere un’unica direzione.

Risulta, infatti, che i fondi raccolti dalle startup innovative raggiungono i 149 milioni, 93 milioni di capitale e i restanti 56 di debito, ma ciò che veramente fa pensare è che questi fondi siano concentrati in poche startup: l’89% va a un quarto del totale delle aziende.

È anche necessario considerare il fatto che soltanto il 5,1% del totale delle startup vede la partecipazione dei cosiddetti Venture Capital, ovvero un apporto di capitali di rischio da parte di un potenziale investitore a sostegno, o per avviare una startup innovativa.

Startup in Italia partecipazione dei Venture Capital e difficoltà di imporsi sul mercato

Ciò che emerge è, infine, che soltanto il 20,1% del capitale è detenuto dai Venture Capital, mentre il 46,6% è in mano a società industriali.

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Un settore in crescita: la manifattura

L’unico settore che davvero è in crescita e che si distacca nettamente dagli altri è quello della manifattura, che raccoglie sul totale degli investimenti il 25%, mentre le aziende innovative in questo settore vantano nel loro CDA nove soci e due dipendenti.

In media le altre aziende invece sono più o meno conformi nel numero di quattro soci e un dipendente.

Startup in Italia: bilanci e dati 2014

Solo il 43% del totale delle aziende innovative ha chiuso in positivo il bilancio 2014, ma la media è tendenzialmente negativa.

Si calcola infatti che in media le chiusure di bilancio siano a meno 23.420 euro, ma i migliori risultati li ottengono le aziende che chiudono con un rapporto attivo-passivo tra lo zero e il 50%.

Startup in Italia partecipazione dei Venture Capital e difficoltà di imporsi sul mercato

Debiti e rapporto con le banche

Due aspetti da tenere in considerazione sono il debito cumulato da queste aziende e il loro rapporto con le banche. Che non può che essere in larga misura negativo.

Si presume infatti che circa il 41,5% faccia ricorso a prestiti bancari e sembra avere l’asset economico più stabile.

D’altronde  le  aziende che ricorrono alle banche hanno anche le perdite maggiori e hanno al loro interno una partecipazione di società industriali pari a circa il 46,2%.

Al contrario, quelle che non ricorrono al debito bancario hanno una partecipazione delle società industriali che non supera la quota del 26%.

Il 32% di queste startup è attiva nel settore manifatturiero, contro una media del 18%.

Ora si punta tutto sul nuovo piano economico Industry 4.0 che punta a rilanciare l’impresa in Italia per avviare quella che è stata definita come la quarta rivoluzione industriale, la cosiddetta Fabbrica 4.0.

Grey United svela il nuovo leadership team

Grey EMEA ha annunciato oggi il nuovo leadership team di GreyUnited, a partire dal prossimo 3 ottobre.

Christopher Jones sarà il nuovo Chief Creative Officer e lavorerà a fianco di Marta Di Girolamo, Managing Director, Gaetano De Marco, Chief Strategy Officer e Giuseppe Mayer, Chief Innovation Officer.

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Pino Rozzi mantiene la carica di CEO. Nel ruolo di Executive Creative Director Roberto Battaglia continuerà a curare i principali clienti, come ad esempio Vodafone.

Christopher Jones, che arriva da Leo Burnett, sarà responsabile di tutto l’output creativo integrato di GreyUnited. Nella sua posizione di Direttore Creativo in Leo Burnett, Christopher era responsabile per il lavoro creativo integrato di Samsung, Alitalia e Philip Morris, negli uffici Leo Burnett di Milano e Roma.

David Patton, Presidente e CEO di GREY EMEA: “Grey si distingue in tutto il mondo per l’efficacia, la consistenza, il valore del suo lavoro creativo. Grey è determinata a costruire un’agenzia di altissimo livello in Italia: con questa nuova squadra potremo offrire un approccio più integrato e raggiungere un livello ancora più alto di eccellenza”.

Christopher Jones, ha commentato: “Sono entusiasta di affrontare questa nuova sfida.  Durante la mia carriera ho sempre seguito il lavoro di GreyUnited con grande attenzione; ora ho la straordinaria possibilità di farlo diventare ancora più innovativo e internazionale”.

Pino Rozzi e Roberto Battaglia commentano: “Siamo orgogliosi di lanciare il nuovo top management dell’agenzia. Il nostro lavoro si è sempre distinto per una creatività inconfondibile. Con questo nuovo team siamo certi che GreyUnited continuerà a produrre idee creative innovative sempre più integrate, attraverso tutti i nuovi media”.

Scrivere il CV perfetto? Non è facile, neanche se sei Marissa Mayer

Il CV perfetto è sempre un cruccio, per chiunque cerchi lavoro: neo laureati o lavoratori con esperienza, tutti si chiedono cosa vada scritto e cosa no, quanto deve essere lungo e se sia necessario inserire la propria foto o se sia meglio tralasciare.

Ma tranquillizzati, neanche se tu fossi un famoso CEO come Marissa Mayer, riusciresti a risolvere questi dubbi.

Enhancv.com ha provato a elaborare il CV dell’ex CEO di Yahoo per lanciare sul mercato il suo nuovo formato di curriculum vitae, immediato e lungo una pagina.

L’esperienza e i punti di forza di Marissa Mayer in una pagina

Scrivere il CV perfetto? Non è facile, neanche se sei Marissa Mayer

Il gioco è questo: dì chi sei e spiega cosa sai fare in una pagina, con la possibilità di evidenziare i tuoi punti di forza e traguardi con keyword dedicate e immagini grafiche, purché tutto stia in una pagina.

Non è sempre facile riassumere tutto in una pagina, ma questa è la sfida che ha voluto lanciare Enhancv.com con il suo nuovo format di curriculum e che ha preso ad esempio l’esperienza dell’ex CEO di Yahoo Marissa Mayer.

La pagina che riassume Marissa è composta da un giusto equilibrio tra esperienza lavorativa, istruzione e skill, accompagnate da un elenco dei suoi successi più importanti, un’immagine di come trascorre la sua giornata tipo e un insieme di tutte quelle competenze ed hobby che potrebbero esulare dall’ambito lavorativo, ma che per il selezionatore contano tanto quanto le prime, in quanto danno giustificazione alla più corretta collocazione all’interno dell’azienda, andando a dimostrare se il candidato è in linea con la posizione aperta.

Insomma il CEO Mayer non è solo una donna in carriera, ma anche una mamma e una perfetta strategist.

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Probabilmente Marissa non avrà bisogno del suo CV perfetto dato che, almeno per un po’ di tempo, Yahoo la vuole in azienda finché l’acquisizione da parte di Verizon non sarà completa.

Poi si vedrà se il nuovo investitore vorrà trattenerla come una risorsa chiave, oppure dovrà lasciare e dedicarsi alla sua anima da business angel.

LEGGI ANCHETwesume, il curriculum vitae ora sta nei 140 caratteri di Twitter

Dare voce alle esperienze lavorative ed essere concisi, per fare centro con il CV perfetto

scrivere il cv perfetto

Lasciare una buona impressione in 25 secondi, ecco a cosa serve un CV perfetto.

Il selezionatore utilizzerà solo questi secondi per capire se il curriculum vitae che ha davanti gli interessa. Solo una volta passato il primo esame, il contenuto verrà approfondito.

Questo vuol dire che ci sono delle parti essenziali che rendono il CV attrattivo: esperienza lavorativa, istruzione, keyword, riconoscimenti e dati essenziali riguardanti la residenza o la volontà di spostarsi per lavoro.

In particolare, per la voce esperienze, il 45% dei selezionatori le considerano come una voce essenziale.

Ecco perché vanno inserite, di solito partendo dalla più recente e proseguendo a ritroso e, in particolare, servono a chi ti sta intervistando per capire in quale campo sei ferrati e perché vuoi cambiare posto di lavoro, quindi privilegiare quelle coerenti con il lavoro per cui stai facendo domanda.

Se dobbiamo addentrarci poi nel campo “istruzione” e riconoscimenti, diamo un’indicazione riguardo al nostro background e alle nostre referenze, voci importanti per ricevere credibilità e sottolineare le nostre esperienze.

Per far sì che l’intervistatore scenda in profondità dopo aver dato un’occhiata al nostro CV perfetto, è importante inserire alcune keyword in evidenza, anche con una formattazione differente, in modo che l’occhio cada subito su ciò che noi vogliamo mettere in evidenza e che potrebbe farci scegliere tra tanti.

Infine, con l’era dei social, è diventato importante per un candidato controllare la sua immagine sul web, come e cosa appare di lui per evitare brutte figure o far passare una brutta immagine di sé a causa di foto sfuggite al controllo della privacy.

Attenzione! Alcune aziende ci tengono all’immagine dei loro dipendenti online.

Le caratteristiche per un CV internazionale perfetto

scrivere il cv perfetto

Paese che vai, CV che trovi. A seconda che tu ti stia candidando per un lavoro in America o in Cina è molto importante conoscere le usanze in campo di lunghezza, testo e foto da includere in un Curriculum Vitae.

Innanzi tutto la lunghezza, può variare da una a due pagine, ma in generale non vengono presi in considerazione cv più lunghi di questa misura; diminuire il font non vale! Il segreto è limitarsi alle cose essenziali e ai punti di forza coerenti con il lavoro al quale ci stiamo candidando.

Tema fotografia, uno dei punti più discussi per un CV che si rispetti; c’è chi come in UK o Nord America non vuole vedere una fotografia prima di incontrare il candidato per evitare di incappare in qualsiasi tipo di discriminazione e chi, invece, come in Francia, Germania o Asia preferisce avere un anteprima di chi si troverà di fronte.

In questo caso bando ai selfie: una foto vale molto più di mille parole, è necessario apparire professionali e formali.

Per quanto riguarda poi hobby e interessi personali, rimangono sempre al terzo posto del podio, dopo esperienze lavorative e istruzione, per inquadrare un candidato, in qualunque Paese esso si trovi, da quelli più improbabili a quelli più coerenti con il lavoro per il quale ci si sta candidando, basta inserirli! Daranno la possibilità a chi sta leggendo il nostro CV di capire meglio chi siamo.

Infine referenze e riconoscimenti: inserire premi, avanzamenti di carriera e referenze servirà a “vendere” meglio se stessi.

Ultima regola generica: ordine cronologico a ritroso, per dare più importanza agli avvenimenti più recenti.

Insomma, vip o meno, scrivere il CV perfetto rimane un’arte da imparare e mettere in pratica al meglio per conquistare il lavoro dei propri sogni, Mayer compresa!

PawBo: mai più cuccioli da soli a casa!

L’azienda taiwanese Acer è nota in tutto il mondo principalmente per i suoi PC, eppure recentemente, forse anche a causa di una netta riduzione del numero di PC venduti, ha progressivamente cominciato a espandersi verso nuovi mercati: tra questi, il settore petwear, e lo fa con PawBo.

PawBo: coccole e giochi a distanza

Proprio in Taiwan, in occasione del Tech IFA 2016, come riporta l’articolo di Mashable, Acer ha annunciato l’acquisizione di PawBo inc., una piccola società produttrice del PawBo.

Il PawBo, prodotto recensito benissimo fino ad oggi, è praticamente una telecamera wireless pensata per interagire a distanza con i nostri cuccioli quando siamo via: è possibile monitorare i loro movimenti, giocarci e osservarli a distanza.

La Pet-mania non ha limiti

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Dopo l’acquisizione, PawBo ha introdotto una nuova versione del giocattolino, chiamato PawBo+, con migliori performance: con 720p la telecamera consente di realizzare registrazioni HD in 720p e introduce un obiettivo grandangolare ampio 130 gradi.

La fotocamera ovviamente comunica con i nostri smartphone e tablet, e permette ai proprietari di animali domestici di giocare con il cucciolo, addirittura consentendo fino ad otto connessioni diverse contemporaneamente! Inutile dirlo, tutto il materiale (foto e video) è immediatamente condivisibile su tutti i canali social.

Non finisce qui!

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Insieme al PawBo è possibile acquistare accessori che renderanno l’utilizzo del giocattolo ancora più divertente: il PawBo Flash, ad esempio, è un paio di orecchie a raggi infrarossi che si attaccano alla PawBo+ e lo rendono visibile al buio. Il PawBo Munch, concede dei piccoli bocconcini ai cuccioli come premio quando eseguono le richieste del padrone; The Catch PawBo, ancora, è un bastone per i gatti, mentre il PawBo Punch tiene occupati i felini con un piccolo topolino con cui giocare.

Chi non vorrebbe giocare e coccolare i propri cuccioli sempre, anche quando non è in casa?

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Due nuove action cam per GoPro: Hero 5 Black e Session

Registrare tutto della propria vita, dal quotidiano allo straordinario”. Con questo slogan davvero d’impatto Nicholas D. Woodman annuncia le nuove e tanto attese versioni della proprio Action Cam: la GoPro Hero 5 Black e la Hero 5 Session.

I due nuovi prodotti sono stati presentati in occasione del lancio del drone GoPro Karma presso lo Squaw Valley Ski Resort in California del Nord, ed entrambi sono compatibili con il primo quadcopter di GoPro. Il tutto sarà disponibile dal 2 ottobre. La Hero 5 Black e la Hero 5 Session costeranno rispettivamente 399$ e 299$ (prezzo europeo 430€ e 330€).

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Entrambe girano filmati in 4K con un massimo di 30 fotogrammi al secondo, ed entrambe sono resistenti all’acqua fino a 10 metri di profondità. Ogni fotocamera dispone anche di controllo vocale, con sette lingue supportate al momento del lancio, ed entrambe sono in grado di eseguire il backup automatico di filmati e foto grazie al nuovo servizio Cloud di GoPro.

Ci sono, però, importanti differenze tra le due videocamere. Entriamo nel dettaglio.

GoPro Hero 5 Black

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GoPro Hero 5 Black si presenta come una Hero 4 più robusta, scatta foto da 12 megapixel, è dotata di un touchscreen LCD da 2 pollici, di GPS integrato ed è in grado di catturare foto in formato RAW e girare video in Wide Dynamic Range. Per quanto riguarda l’audio, sono stati integrati 3 microfoni stereo, mentre la connettività è garantita dai moduli Wi-Fi e Bluetooth integrati. Ci saranno infine anche pulsanti dedicati per le foto e per la registrazione video.

GoPro Hero 5 Session

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GoPro Hero 5 Session, invece, scatta foto da 10 megapixel (probabilmente a causa di un sensore più piccolo), e non ha né schermo, né GPS, né le modalità RAW o WDR. La Session, però, avrà ancora la modalità ProTune di GoPro che consente agli utenti di catturare un’immagine più piatta e più facile da modificare.

GoPro Plus

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Come già accennato, oltre alle due Action Cam e al drone Karma, GoPro ha annunciato ufficialmente GoPro Plus, il nuovo servizio di cloud storage, che funzionerà essenzialmente così: gli utenti pagheranno un canone mensile di 4,99$ e non appena gireranno un video o scatteranno una foto, questi saranno caricati sul cloud, quando la fotocamera sarà collegata e connessa ad una rete wi-fi.

Questi file potranno poi essere accessibili ovunque tramite le App mobile di editing di GoPro (Quik e Splice), o tramite la app per PC. Quest’ultima, tra l’altro, è stata aggiornata qualche giorno fa. Sarà ora semplicemente conosciuta come la versione desktop di Quik a cui GoPro ha aggiunto le funzioni di modifica autonome.

Lo svantaggio di GoPro Plus è che sarà possibile scaricare i file ed editarli solo in locale: non è possibile cioè incominciare a lavorare su un file da un dispositivo e finire da un altro. L’abbonamento GoPro, inoltre include una libreria di musica gratuita (royalty-free), utilizzabile durante l’editing dei video e il 20 per cento di sconto su qualsiasi accessorio.
Il Cloud sarà disponibile a partire dal 29 settembre in molti Paesi, da noi però bisognerà aspettare sicuramente più tempo.

Concludendo, possiamo dire che le caratteristiche di punta di entrambe le Hero 5 non sono uniche nel loro genere, basti pensare a concorrenti come Sony o Garmin, ma la forte esperienza top-to-bottom che GoPro ha sempre offerto per accontentare ogni tipo di “tasca”, diventa ancora più solida con queste ultime uscite e, inoltre, non bisogna tralasciare il forte appeal che il brand californiano esercita sui consumatori.
Ora bisogna solo dare tempo al tempo e vedere se queste novità porteranno nuova linfa al marchio GoPro. Voi che ne dite?

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YouTube e l’evoluzione del video advertising

di Paola Marazzini, Agency & Strategic Clients Director di Google Italia

Paola Marazzini YouTube

Lo scenario del video advertising non è mai stato così interessante e dinamico come negli ultimi dieci anni. Il digitale ha cambiato i linguaggi creativi, la freschezza dei contenuti e portato alla necessità di messaggi sempre più efficaci. Sarebbe impossibile immaginare questa trasformazione senza YouTube, come piattaforma d’intrattenimento e cultura da un lato, ma anche come motore d’innovazione in ambito pubblicitario per realtà di qualunque dimensione. YouTube unisce infatti la potenza di diffusione offerta da internet all’impatto positivo della TV, unendo un posizionamento di qualità alle dinamiche di engagement tipiche dell’online. Questi elementi ne fanno uno strumento imprescindibile per la comunicazione di Brand.

YouTube 10 years

Ho cominciato a lavorare in Google nel 2007, dopo una lunga esperienza nel mondo delle concessionarie televisive. YouTube era nato da poco e in Italia non esisteva ancora un’offerta commerciale dedicata. In dieci anni la sua crescita è stata esponenziale e oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con oltre un miliardo di utenti unici mensiliin Italia superano i 20 milioni con 1,2 miliardi di pagine viste ogni mese – YouTube è presente in 88 nazioni, parla 76 lingue e le ore video caricate nel mondo ogni minuto sono ormai 400. Il traffico sulla piattaforma aumenta del 50% anno su anno, con picchi del 200% su mobile.

Insieme agli utenti e ai creator, i protagonisti di questa crescita sono i Brand. Oggi chi naviga su YouTube si interessa ai contenuti originali realizzati dai Brand che ama, tanto che sempre più spesso li vediamo comparire tra i video più popolari. Molti di questi video sono realizzati esclusivamente per YouTube, a conferma della sua importanza nel posizionare un marchio e per raggiungere nuovi consumatori.

YouTube

In un certo senso, l’evoluzione di YouTube racconta bene cosa è cambiato nella dinamica videopubblicitaria di questi anni. Mentre un tempo le grandi campagne video avevano come referente principale la televisione, oggi una parte sempre più consistente della spesa pubblicitaria si sta spostando sul web. In Europa, per esempio, gli investimenti pubblicitari hanno superato nel complesso quelli televisivi, con una crescita notevole in tutti i paesi per quanto riguarda l’advertising mobile e video.

Oggi YouTube è una piattaforma matura a cui accedono persone di ogni età, tanto che assistiamo a una crescita in tutte le fasce demografiche. Basti anche solo pensare che chi aveva tra i 18 e i 24 anni quando venne lanciato a inizio 2005, ha ormai superato i trent’anni e ha tutte le caratteristiche del consumatore adulto. Una parte degli utenti di YouTube, inoltre, è costituita da “light tv viewers”, ovvero persone che guardano in media meno di tre ore al giorno di televisione. Per gli “heavy tv viewers”, allo stesso tempo, si è visto che YouTube rappresenta un canale privilegiato, grazie al quale è possibile stabilire un legame più diretto tra brand e consumatore.

Sono numerose le cause che hanno contribuito alla trasformazione radicale del video advertising, ma vale la pena concentrare l’attenzione su cinque fattori chiave legati al web, fondamentali per pianificare una campagna video di successo:

  • Il mondo è mobile
  • Premium is personal
  • Innovazione creativa
  • Tecnologia data-driven
  • Nuovi formati

Mobile: un mondo sempre connesso

Gli smartphone hanno cambiato il nostro modo di utilizzare i media e il digitale, affermandosi come il primo punto di contatto online. Oggi le persone possono scegliere cosa guardare, quando farlo e da quale dispositivo. Questo si riflette sulle loro abitudini: si stima che ognuno di noi acceda allo smartphone una media di 150 volte al giorno. Su YouTube, il 60% delle visualizzazioni avviene già da mobile.

Per un brand è importante capire il carattere e il valore di queste interazioni. Grazie al mobile emergono nuove opportunità su tempi molto brevi, in cui la giusta comunicazione può fare la differenza. A Google li chiamiamo i momenti che contano, momenti in cui prendiamo lo smartphone per cercare ispirazione, informazioni, oppure per prendere una decisione, e siamo quindi più ricettivi verso un messaggio che ci possa aiutare.

In un contesto mobile, il confine tra online e offline non esiste più. Sempre più spesso cerchiamo informazioni su smartphone per trovare il negozio o il ristorante più vicino, oppure per confrontare un prezzo mentre siamo davanti allo scaffale. In particolare, siamo costantemente connessi e usiamo il mobile come secondo schermo mentre guardiamo un programma in tv. Molte volte, bisogna ammetterlo, è proprio lo smartphone a catturare tutta la nostra attenzione. Se per tre quarti della popolazione il mobile davanti alla tv è diventato un’abitudine, nell’88% dei casi i Millennials lo usano come primo schermo per dedicarsi ad attività non legate al programma trasmesso*.

*Ricerca Doxa-Politecnico di Milano, Agosto 2016

Posizionamento: premium is personal

https://www.youtube.com/watch?v=uvpu9HmUPhw

Il web 2.0 ha messo in relazione persone e brand come mai era stato possibile prima. La possibilità di interagire, rivedere, commentare e creare nuovi contenuti in risposta a una campagna pubblicitaria ha ridefinito completamente le strategie di marketing. Una volta la pubblicità si inseriva a un’ora specifica in un palinsesto specifico e predefinito dall’emittente, oggi invece la libertà di scelta offerta da piattaforme come YouTube, con miliardi di video a disposizione, ridefinisce il concetto di prime-time.

“Premium is personal”: gli studi dimostrano che una pubblicità è più efficace quando viene associata a un contenuto rilevante, perché l’interesse aumenta, e a decidere cosa è rilevante su YouTube sono gli utenti stessi, perché decidono cosa vedere.
I contenuti di qualità variano da persona a persona e il posizionamento, di conseguenza, dipende dalle preferenze dei consumatori.

Innovazione creativa: programmatic, video a 360 gradi e realtà virtuale

YouTube

Creative programmatic, realtà virtuale e video a 360 gradi sono la nuova frontiera della comunicazione video. Per la comunicazione di brand, si tratta dell’evoluzione naturale del video advertising perché permette di stabilire una connessione più profonda con gli utenti.

Per il creative programmatic, un esempio importante è la campagna di Axe (Unilever) in Brasile, in cui il trailer video promozionale “Romeo Reboot” è stato diviso in 11 scene, variabili a seconda del profilo degli utenti, sulla base di fattori come gusti musicali, preferenze di brand e di consumo. Il risultato finale, per quattro segmenti di target, è diventato un’offerta di 25.000 permutazioni a segmento, per un totale di 100.000 possibili storie differenti e personalizzate, con un impatto impressionante.

Parlando di video a 360 gradi, un esempio tutto italiano è quello recente del lancio della nuova Fiat 124 Spider, in cui gli utenti diventano passeggeri virtuali a bordo dell’auto lungo tre percorsi iconici dell’Italia anni Sessanta, grazie a un’esperienza immersiva a 360 gradi su YouTube. Più in generale, ad Aprile di quest’anno abbiamo lanciato i nuovi live streaming video a 360 gradi, che permettono di seguire in diretta un evento ed essere sempre al centro dell’azione.

https://www.youtube.com/watch?v=aWsVohqZmrA

È la realtà virtuale, però, la dimensione in cui le più grandi potenzialità sono ancora da esplorare. Grazie a dispositivi a basso costo e facile uso come i Google Cardboard, diventerà sempre più naturale esplorare nuovi mondi e luoghi immaginari, oppure ricostruire elementi reali per migliorarne la conoscenza, con impatti rilevanti in numerosi campi della ricerca e dell’informazione. In questo senso, l’impulso che i Brand possono imprimere alla creatività non ha limiti.

YouTube

Dati: come ottimizzare l’investimento

I modelli socio-demografici tipici dell’offline sono ormai superati. L’abbondanza di strumenti di analisi messi a disposizione dal web non ha precedenti e permette di raggiungere i consumatori nei momenti che contano. Chi pianifica una campagna su YouTube accede al potenziale delle misurazioni in tempo reale, degli annunci personalizzabili e delle metriche incrociate tra più dispositivi e canali.

Per capire la forza di questo cambiamento, prendiamo l’esempio tipico di di due gemelli, maschi, che vivono nella stessa città: uno dei due passa molto tempo su siti di sport, mentre l’altro è un appassionato di musica. Pur appartenendo allo stesso segmento socio-demo, ciascuno di loro troverà rilevanti – e quindi efficaci – solo quegli annunci che rientrano nelle rispettive aree d’interesse, mentre ignoreranno molto probabilmente la maggior parte dei messaggi standardizzati a priori del loro segmento.

L’accesso a questa conoscenza permette di fare la differenza in termini di successo. Si tratta di dati misurabili per l’impatto dei brand, che possono in questo modo trarre vantaggio da una comunicazione meno invadente e allo stesso tempo più efficace.

Formati: pensati per le persone

La qualità dei dati permette di sperimentare nuovi formati, creatività e durate per capire quali funzionano meglio. I classici annunci video da 30 secondi sono sempre validi, ma la vecchia logica di obbligare lo spettatore a vedere una pubblicità non lo è più. Per questo qualche anno fa abbiamo introdotto il formato TrueView, in cui l’utente può decidere se continuare a vedere un annuncio oltre i primi 5 secondi. Oggi viene utilizzato con successo, tra gli altri, da tutti i primi 100 brand mondiali.

In un mondo orientato al mobile, inoltre, è fondamentale offrire agli utenti un’esperienza che sia di valore ma breve. Abbiamo condotto una ricerca per capire quale fosse il tempo giusto per una comunicazione efficace su YouTube e il risultato sono i nuovi Bumper Ads, annunci video da 6 secondi pensati apposta per gli smartphone. Il loro utilizzo in combinazione con altri formati più lunghi è ottimale per richiamare il messaggio chiave del brand, senza impattare negativamente l’esperienza di navigazione.

Infine, il web permette di aumentare anche l’impatto della classica comunicazione tv. Abbiamo recentemente lanciato un’importante offerta basata sui criteri televisivi, per facilitare l’integrazione con le pianificazioni video dei centri media. Si chiama Google Preferred e permette di posizionarsi nel 5% dei canali più popolari, ovvero quelli più visti e con più alta likability, che garantiscono quindi maggiori ritorni sugli investimenti. È a tutti gli effetti complementare e sinergico alla televisione e il risultato è una brand awareness triplicata nella fascia dei light tv viewers.

Il mondo sta cambiando e per restare competitivi è necessario cogliere le nuove opportunità digitali. Per chi si occupa di video advertising, YouTube è senza dubbio un riferimento perché ha incarnato e guida questa trasformazione fin dai suoi inizi. Innovazione tecnologica d’eccellenza, da un lato, e attenzione per le esigenze delle persone sono i capisaldi per qualunque strategia di successo. È all’intersezione tra queste due sfere che si creano per i brand opportunità di valore e relazioni che durano nel tempo.

Master Online in Healthcare Marketing: il Digital Marketing per chi lavora in ambito pharma, salute e medicina

La digitalizzazione ha cambiato gli equilibri competitivi, ha trasformato radicalmente il modo in cui aziende e consumatori entrano in relazione, anche in campo farmaceutico. Come sta rispondendo il settore medico e farmaceutico alla rivoluzione digitale? Quali nuovi strumenti professionali sono diventati necessari per competere da protagonisti del Digital Marketing?

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Master Online in Healthcare Marketing

Ninja Academy propone la prima edizione italiana del Master Online in Healthcare Marketingun percorso di specializzazione verticale 100% Online rivolto esclusivamente a chi lavora nel marketing di imprese in ambito pharma, salute e medicina. 

Nell’Healthcare sono oggi indispensabili specialisti con conoscenze aggiornate sul rinnovato funnel di marketing: per questo Ninja Academy ha affidato a Roberto Ascione, CEO di Healthware International, la direzione scientifica di questo Master Online.

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Roberto Ascione è un imprenditore seriale, un marketing & communications executive ed un thought leader globale nel campo della digital health. Roberto ha messo a punto una faculty internazionale ed un piano didattico che ti insegneranno a:

  • Comprendere l’evoluzione del Customer Journey all’interno del nuovo ecosistema di interazioni e touchpoint nell’era digitale
  • Progettare una Digital Marketing Strategy
  • Ottimizzare i tuoi asset e canali digital
  • Includere il Digital Media (video, mobile, SEO & SEM etc.) per una pianificazione efficace delle tue attività di marketing
  • Valutare i risultati raggiunti da una campagna Content
  • Progettare attività di Online Reputation Management e PR digitali

Come funziona il Master Online?

Il Master Online in Healthcare Marketing consta di 60 ore di didattica online: puoi seguire le lezioni ovunque ti trovi, accedendo dal web ad un’aula virtuale ed interagendo dal vivo con la classe.

La didattica è completamente online, così come i materiali di studio. Alcune lezioni si terranno in lingua italiana ed altre in inglese:

  • I Question Time sono progettati come momenti di confronto con i docenti in cui potrai esporre dubbi, richiedere approfondimenti e formulare domande in tempo reale
  • Se non puoi partecipare ai live webinar nel giorno e all’orario prestabilito, Ninja Academy ti offre la possibilità di consultare, senza limiti di tempo, il materiale di ciascuna lezione (video e slide) in modalità On Demand accedendo alla piattaforma e-learning
  • Al termine del corso, previo superamento di un test di valutazione, potrai scaricare il Certificato di Partecipazione

Quali sono gli argomenti del Master Online in Healthcare Marketing e i rispettivi docenti?

Questo Master Ninja Academy si rivolge ai professionisti del marketing, ad aziende ed agenzie che desiderano proporre soluzioni concrete e stimoli innovativi alle sfide imposte dalla digitalizzazione al settore health.

docenti master health

Unit 1 – Digital Health Revolution La prima unità didattica esamina i versanti della health industry impattati dalla rivoluzione digitale, per comprendere cosa sta cambiando e come evolverà il mercato nei prossimi anni. Obiettivo del modulo è racchiudere la convergenza tecnologica per far comprendere i confini della digital health.

Unit 2 – Digital Marketing Strategy La seconda unità didattica punta a trasmettere framework, modelli e procedure per manager digitali nell’health. Dalle strategie alle campagne, l’approccio è pratico e denso di template e case study.

Unit 3 – Digital Marketing Channels La terza unità didattica passa in rassegna tutti i canali di delivery, comunicativi e di vendita che il digital permette di attraversare, dalla “acquisizione” di nuovi pazienti al mantenimento e cura di quelli attuali.

Unit 4 – Digital PR & Personal Branding in Healthcare La quarta unità didattica affronta il tema del personal branding di medici e farmacisti nonchè le attività di Digital PR da dedicare agli influencer nell’health.

Quanto costa il Master Online Healthcare Marketing di Ninja Academy?

2.290€ IVA INCLUSA

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Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554. Vi aspettiamo con connessione, microfono e cuffiette alla mano.. Ma soprattutto, con tanta voglia di imparare!

Knowledge for change.
Be Ninja!