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Cosa possono imparare i rivenditori da Pokémon GO

Che livello avete raggiunto su Pokémon GO?

Ormai tutti avrete giocato almeno una volta o quantomeno sentito parlare di Pokémon GO, il gioco di realtà aumentata che sta spopolando in tutto il mondo. Lanciato lo scorso 6 luglio , il gioco vanta già più di 26 milioni di utenti al giorno,  che si dilettano a catturare pokémon nei più disparati luoghi del mondo reale.

Diverse sono le ragioni che hanno reso così celebre questo gioco: è social, è nostalgico, allontana le persone dal divano portandole in luoghi mai visti prima alla ricerca di creature virtuali. Non solo divertimento e socialità, Pokémon GO sta diventando un importante strumento di marketing.

Come possono i retailer sfruttare le opportunità che offre questo mega successo per coinvolgere i propri clienti e aumentare le vendite?

Mobile first

Pokémon GO

Pokémon GO nasce come applicazione mobile, pensata e disegnata per essere utilizzata da smartphone. Le app rappresentano una grossa opportunità per i rivenditori  in quanto le nuove generazione di acquirenti sono “mobile”, nel senso che sono sempre più spinti ad interagire con i brand attraverso il proprio smartphone e utilizzano i propri device per le esigenze quotidiane, da Uber a Airbnb.

Altro elemento da non sottovalutare e che le applicazioni native utilizzano le funzioni smart dei dispositivi di ultima generazione, capaci di coinvolgere e regalare emozioni ed esperienze agli utenti, come ad esempio la fotocamera, il gps, funzionalità che non sarebbero disponibili navigando in un normalissimo sito mobile di un brand.

Altro punto di forza delle app è la velocità di caricamento rispetto ad un sito mobile, maggiore rapidità equivale a un numero sempre più elevato di conversioni e quindi di vendite. Pokémon GO dovrebbe essere un campanello d’allarme per il settore retail da cui prendere spunto visto il suo enorme successo e spingere i rivenditori a sposare sempre di più la mentalità del Mobile first.

Combinare l’online con l’offline

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Sono anni che i rivenditori tentano di adottare delle strategie multicanale,  cercando di integrare l’offline con l’online, purtroppo, questo sogno rimane sempre un po ‘sfuggente, e spesso i canali di vendita continuano ad essere tenuti separati.

Pokémon GO ci ha dimostrato come sia possibile legare il mondo reale con quello virtuale, coinvolgendo al tempo stesso gli utenti: le persone navigano nel mondo reale con la propria fotocamera alla ricerca di Pokémon , una volta trovati e catturati, i giocatori entrano in un mondo virtuale in cui possono combattere battaglie, guadagnare monete, il tutto però mentre si cammina per strade del mondo reale.

Cosi come  Pokémon GO è stato capace di unire i due universi, stessa cosa dovrebbe succedere nel mondo del retail dove l’esperienza in-store dovrebbe essere strettamente connessa con quella online.

Coinvolgere gli utenti in modo innovativo

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Pokémon GO nato come un video gioco si è evoluto in figurine, giocattoli, fumetti.  Perché tutto questo successo rispetto al pokémon originale? La risposta è semplice: perché Pokemon GO utilizza le nuove tecnologie come la realtà aumentata per coinvolgere i propri utenti.

I brand e le attività commerciali, dovrebbero seguire la logica di Pokémon Go, e adottare le innovazioni tecnologiche come la realtà aumentata che oggi rappresentano il futuro del retail, in quanto consentono di connettersi con i consumatori in modo coinvolgente.

La realtà aumentata sta già prendendo piede in diversi settori, ad esempio nel settore del fashion in cui permette agli utenti di provare virtualmente trucco e acconciature,  cosi come nel settore ottico in cui molte aziende produttrici la utilizzano per consentire ai clienti di indossare virtualmente i vari modelli disponibili di occhiali prima di acquistarli.

Google Ads e Pokémon GO: a caccia di clienti!

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La tecnologia che sta più affascinando i marketer riguardo Pokémon GO è sicuramente quella del geo-fencing che utilizzando il GPS è in grado di definire i confini geografici e la posizione dei consumatori: ciò consente di inviare notifiche e promozioni ad un target ben definito con l’obiettivo di indirizzare il traffico verso il punto vendita.

LEGGI ANCHE: Pokémon Go punta all’advertising con le “sponsored location”

Grazie ad applicazioni come Pokémon GO per i retail è possibile prevedere un “costo per visita” delle inserzioni sponsorizzate in-app: è allettante per le aziende con store fisici poter analizzare una correlazione diretta e quantificabile tra la spesa pubblicitaria e gli acquisti in negozio.

Noah Mallin, social media manager presso la media agency statunitense MEC Nord America, ha dichiarato a proposito:

“Abbiamo lavorato con almeno un cliente nell’ultima settimana per aiutarlo a identificare le persone dalle ubicazioni fisiche condivise sui canali sociali riguardo il Pokémon che hanno catturato, come opportunità per sorprendere e  creare interazioni”

La stagione dello shopping back-to-school sarà sicuramente un’occasione interessante per testare sponsorizzazioni dedicate ai giovanissimi, ma anche gli adulti forniranno occasioni di pubblicità per i negozi: dal food all’abbigliamento i dati forniti dagli utenti intenti a cacciare pokémon fanno sicuramente gola a molte aziende e agenzie.

Internet of Things, nel 2018 il sorpasso su mobile

Entro il 2018 gli oggetti interconnessi saranno più dei cellulari. Secondo i dati emersi dall’ultima edizione dell’Ericsson Mobility Report i devices IoT diventeranno la più grande categoria di dispositivi connessi al mondo con un tasso di crescita annua che sfiorerà il +23% nel periodo 2015-2021.

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Nel 2021 si stima infatti che saranno oltre 28 miliardi i dispositivi connessi e di questi quasi 16 mld saranno relativi all’IoT.

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In questa svolta epocale la parte del leone spetta alla vecchia Europa (Europa Occidentale) che, grazie anche all’entrata in vigore di determinate normative, come l’adozione di contatori elettrici intelligenti, e alla diffusione sempre maggiore di veicoli connessi (a partire dal 31 marzo 2018, i costruttori di automobili dovranno attrezzare tutti i nuovi modelli con una tecnologia di bordo che comunichi con il servizio interoperabile ecall, basato sul 112 e in grado di comunicare direttamente un segnale di soccorso in caso di incidente grave) aumenterà il numero di dispositivi connessi arrivando a crescere del 400% entro il 2021.

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Medio Oriente, Africa e le regioni del Pacifico non stanno però a guardare: Africa e Medio Oriente entro il 2021 incrementeranno gli abbonamenti a smartphone del 200% mentre la zona APAC registrerà 1,7 mld di nuove sottoscrizioni.

Ericsson cita tra i fattori di crescita 3GPP (Third Generation Partnership Project) anche la standardizzazione delle tecnologie IoT per i cellulari e le connessioni mobile che beneficieranno di miglioramenti nel provisioning, devices management, servizi di abilitazione e sicurezza.

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Secondo Rima Qureshi, Senior Vice President & Chief Strategy Officer di Ericsson l’IoT sta accelerando dal momento che i costi dei dispositivi si abbassano ed emergono nuove applicazioni. A partire dal 2020, l’implementazione commerciale delle reti 5G fornirà ulteriori funzionalità necessarie per l’IoT, come lo slicing di rete e la capacità di connettere esponenzialmente più dispositivi rispetto a oggi.

La crescita del mercato degli smartphone continua ad essere inarrestabile, anche se non più ai livelli del recente passato, tanto che nel terzo trimestre dell’anno, le SIM associate a questi dispositivi hanno superato quelle associate ai cellulari classici.

Si stima che entro il 2021 le sottoscrizioni smartphone arriveranno a 6,3 mld.

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Uno dei dati più significativi emersi dal report, riguarda il cambiamento della fruizione dei contenuti su mobile: il traffico dei video su mobile crescerà annualmente del +55%, raggiungendo il 67% di tutto il traffico dati. Il tempo che i ragazzi dedicano alla visione di video in tv, infatti, è calato drasticamente a favore dei dispositivi mobile che registrano un’impennata di +85% tra il 2011 e il 2015. Il consumo in streaming ha reso i giovani target privilegiato per gli operatori di telecomunicazioni.

In this Ericsson Mobility Report, we continue to describe the evolution towards the Networked Society

Per chi volesse approfondire o visualizzare grafici, dati e previsioni, l’Ericsson Mobility Report è disponibile sull’official site. 

Come il Platform Model sta cambiando il modo di fare business

Il Social Business Forum, tenutosi a Milano lo scorso 6 e 7 luglio ha visto la partecipazione di alcuni tra i più grandi esperti del digital su scala globale. Il tema di quest’anno era The Platfirm Age e il filo conduttore era il platform model, il nuovo modello di sviluppo e crescita per il business che fa del connubio tra integrazione tra produttori e consumatori e la digitalizzazione dei processi il suo motore propulsivo.

Per capire meglio cosa sia e come funzioni un modello di business incentrato sulle piattaforme, abbiamo avuto l’onore di incontrare Sangeet Paul Choudary, autore del bestseller “Platform Revolution: how networked markets are transforming the economy, and how to make them work for you”, Board Advisor di Co-Founders Labmembro del Think Tank Platformation Skill ed entrepreneur di INSEAD Business School.

Sangeet Paul Choudary

Ci spieghi cos’è il “platform thinking” e come funziona?

Ci stiamo muovendo sempre più da un mondo in cui un’azienda funzionava in un modo estremamente lineare ad un mondo in cui le imprese funzionano più come un networkQuesto è quello che definirei come una trasformazione da modello tubolare al modello piattaforma.

Se guardi a molti modelli di business più tradizionali, essi funzionavano in maniera molto semplice: si creava qualcosa, la si metteva sul mercato  e si aspettava che fosse acquistataQuello che invece vediamo oggi è che molte aziende agiscono come infrastrutture in cui produttori e consumatori interagiscono gli uni con gli altri scambiandosi feedback proprio attraverso queste infrastrutture.

E quindi assistiamo alla crescita di questo modello di business a piattaforma e ciò che vediamo è che ogni industry che ha risorse chiave digitalizzate ha la possibilità di adottarlo e fare in modo che ci sia della mediazione tra il produttore ed il mercato, inoltre questo modello di business è applicabile per molte tipologie di industry al momento.

Quali sono i pilastri di questo modello di business?

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I pilastri  sono innanzitutto la connettività ed un ecosistema connesso per cui si ha bisogno di un meccanismo all’interno del quale produttori e consumatori possano entrare in contatto.

In secondo luogo i big data ed l’intelligenza artificiale: hai bisogno di raccogliere dati su come le persone stanno interagendo ed hai bisogno di un meccanismo attraverso il quale la nostra piattaforma può elaborare tutte queste informazioni di volta in volta. La terza cosa che è veramente importante è avere un’infrastruttura che sia modulare e nella quale risorse esterne possano entrare, connettersi con l’infrastruttura stessa ed interagire tra loro.

Management e Leadership: a quali cambiamenti assistiamo in un platform model?

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Il management cambia sotto alcuni aspetti perché nelle aziende tradizionali si gestiva un business attraverso il controllo dei processi i quali erano tutti in seno all’azienda.

Se eri un’azienda manifatturiera ad esempio gestivi il tuo business mettendo mano a tutta la catena di montaggio di un prodotto.

Quello che succede con le piattaforme è che invece di gestire direttamente il processo devi gestire le interazioni tra componenti che sono all’esterno del tuo business: se sei un’azienda come Airbnb non devi lavorare come un hotel tradizionale che si cura del processo di amministrazione delle camere ma devi occuparti dei nuovi host, di come gli utenti si accordano con gli host, di creare un sistema di reputazione e così via.

Quindi la maniera in cui gestisci queste competenze che sfrutti per tenere assieme questo business model è molto diverso in un mondo di piattaforme.

La seconda cosa che è importante nel platform model è che potremmo cominciare a vedere intere aziende che funzioneranno come piattaforme quando le figure intermedie saranno rimpiazzate da algoritmi ed intelligenze artificali. Oggi il ruolo del management di medio livello è quello di verificare la giusta allocazione delle risorse e la corretta comunicazione dei flussi di lavoro; il suo obiettivo finale è quello di cogliere gli input di tutte queste attività ma può essere fatto da un algoritmo.

Hai accennato ad Airbnb: ci fai altri esempi di aziende che già utilizzano il platform model?

Ci sono molti esempi di aziende che sono partite come platform business oltre Airbnb: per esempio Blablacar nel settore dei trasporti, Upwork nell’industria del recruitment, YouTube, Facebook e tutto ciò che chiamiamo social media sono modelli di platform business. Voi, che siete un blog, e Medium siete esempi di piattaforma.

Anche aziende tradizionali come la Nike, McCormick stanno utilizzando il platform model per innovare sé stesse.

“Content is the King” è il mantra della digital industry. Credi sia ancora valido?

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Non ho mai creduto completamente all’idea che “content is king” perché la mia è la classica opinione da economista: tutte le risorse limitate la fanno da padrone.

Negli anni passati i canali di distribuzione dei contenuti erano pochi ed i giornali possedevano e controllavano quei canali per cui per me non era il contenuto ad essere centrale a quei tempi ma la distribuzione in sé era il king.

Ora ciò che scarseggia è l’attenzione dei consumatori perché hanno troppa scelta e quindi chi riesce a catturare l’attenzione di un utente emerge. Ed ecco perché credo che se c’è qualcosa che deve essere the king è l’attenzione del consumatore.

Dalla prospettiva di business cos’è l’attenzione del consumatore? Sono i suoi dati e la capacità di un’azienda di elaborare nella giusta maniera quei dati.

Da questo punto di vista chi è in possesso di più dati può capire dove va il consumatore e cosa vuole, e se riesce ad utilizzare queste conoscenze per avvicinare gli utenti, allora sarà un’azienda di successo nel mondo di oggi.

Traduzione a cura di Alessio Sarnelli, Managing Editor Ninja Marketing.

Microsoft Pix, l’app che vorrebbe sostituire la fotocamera del tuo iPhone

Microsoft ha da poche ore rilasciato una nuova applicazione destinata a tutti i selfie-addicted ed appassionati di fotografia: si chiama Microsoft Pix ed ha una particolarità, è disponibile solo per dispositivi iOS.

L’intento quindi di Microsoft è quello di rendere la videocamere degli iPhone più performanti.

L’utilizzo, secondo quanto descritto da un post dedicato sul sito del colosso dell’informatica, è piuttosto semplice grazie ad un’interfaccia molto intuitiva.

Pix applica una serie di filtri che migliorano innanzitutto l’illuminazione dei soggetti inquadrati.

È inoltre dotato di software per il riconoscimento facciale in grado di determinare se, al momento dello scatto, i soggetti in primo piano hanno gli occhi chiusi.

Può inoltre editare un video o una serie di scatti in sequenza di modo da produrre una GIF e più in generale migliorare la stabilità di una ripresa.

Chissà come mai Microsoft è scesa in campo per migliorare le prestazioni di quello che in teoria è un suo concorrente: ha forse deciso di applicare il vecchio adagio se non puoi battere il tuo nemico alleati con lui?

Tutto quello che una startup dovrebbe sapere per aprire all’estero

Andare a lavorare all’estero non significa solo cercare un posto di lavoro, ma in moltissimi casi, crearlo. Stiamo assistendo, ad esempio, al fenomeno di delocalizzazione delle startup: i giovani imprenditori italiani con idee vincenti si trasferiscono all’estero per fondare le loro aziende.

I motivi? Sgravi fiscali, burocrazia semplificata, minor tassazione e una platea di imprenditori interessati ad investire in nuove idee.

I giovani startupper, insomma, preferiscono la Silicon Valley o le grandi capitali europee per fare business, ma la partenza non è così semplice. Si sa cosa si lascia ma non cosa si trova, anche in materia di comportamenti d’acquisto dei clienti.

Creare una startup all’estero: si può fare!

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Pronti, via! L’idea c’è, le capacità anche, serve solo decidere dove si vuole aprire la propria startup, se in Italia o all’estero.

Prima di tutto è necessario analizzare il panorama Italia, che negli ultimi anni sembra non essere più così chiuso nei confronti delle nuove idee. In fondo il Bel Paese è sempre stato la patria delle piccole realtà aziendali, ma se dopo la nostra analisi capiamo che l’Italia non fa per noi è giunto il momento di scegliere il Paese dove installarsi, fare seguito a tutti gli adempimenti burocratici necessari, cercare, con tanta pazienza, il tessuto economico, investitori e partner, che troviamo più adatti a noi, analizzare a fondo i competitors che potremmo trovare nel nuovo mondo e infine andare a scuola di inglese, lingua ufficiale e fondamentale per fare business all’estero.

Se tutta questa lista è stata spuntata, allora siamo pronti per dedicare del tempo a collocare la nostra startup, il nostro prodotto o servizio, nella rete economica locale.

È importante partire dalle abitudini del consumatore finale: parlare la stessa lingua e soddisfarne a pieno i bisogni, cambiare qualcosa della nostra identità se fosse necessario. La frase il cliente ha sempre ragione rimane un must in fatto di business.

Alcuni esempi, anche di grandi brand, ci fanno capire cosa significhi diventare parte integrante del nuovo sistema economico.

KFC, il celebre brand del pollo fritto, in Canada ha dovuto cambiare il suo nome in PFK (Poulet Frit Kentucky) per parlare la lingua del proprio consumatore finale. Un piccolo cambiamento per un grande obiettivo, essere compreso e riconosciuto dal cliente.

Secondo caso è quello di Molson Coors’, un brand di birra artigianale, che ha deciso di lanciare in USA e in Canada il suo prodotto con due nomi diversi, Blue Moon e Belgian Moon, in quanto nel secondo Stato la percezione che la birra fosse belga e quindi artigiana aveva un certo appeal.

Libera circolazione di startup, in arrivo fondi e bandi per fare startup in Europa

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Le istituzioni italiane ed europee hanno ormai smesso di stare solo a guardare, ma, attraverso iniziative di rilancio e bandi d’investimento, vogliono supportare chi decide di fare startup sul territorio europeo.

Per quanto riguarda il Bel Paese è nato quest’anno il progetto InnovAzione – Assistenza allo Sviluppo Internazionale di startup innovative. Un’iniziativa voluta da Assocamerestero, Camere di Commercio italiane all’estero in collaborazione con ICE-Agenzia con il sostegno del Ministero dello Sviluppo Economico, dedicata alla promozione all’estero e internazionalizzazione delle imprese italiane. Grazie a questo progetto è stato indetto un bando per gli incubatori sul territorio italiano a candidare le loro startup più meritevoli da inserire nel programma di apertura verso l’estero.

In Europa, invece, i giochi riguardano veri e propri finanziamenti, oltre che servizi ed informazioni utili, per le startup che vogliono aprire all’estero. Un settore, in particolare, viene indicato come quello più adatto a ricevere tali fondi: il comparto ICT, in cui la domanda di professionisti e competenze è in continua crescita, ma il numero di laureati in informatica in drastica diminuzione.

Il ruolo dell’Unione Europea rimane comunque molto attivo grazie a servizi come quello per trovare collaborazioni e fare reti di impresa. I programmi attivi sono: Fiware per le startup del web, un programma nell’ambito di Horizon 2020 rivolto alle piccole imprese, e Cosme o Eurostars, nati per aiutare le startup nella fase di ricerca e sviluppo.

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Successi italiani all’estero: il caso Algida

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Di startup all’estero che hanno fatto carriera proprio perché collocate oltre confine, abbiamo già alcuni esempi, da quelle del comparto ICT come Mashape o Coderloop o C3DNA, fino a chi implementa strumenti social come MySmark o Speaker, o chi ancora si occupa di turismo come Bravofly, editoria per Timbuktu e fiere ed eventi per WhereInFair.

Ciò che ha accomunato queste e altre startup di successo internazionale è stata proprio la voglia di aprire all’estero perchè in Italia la loro idea o non è stata presa in considerazione o non ha incontrato le platee giuste per sfondare con, ovviamente, un conseguente impoverimento del tessuto aziendale nel nostro Paese.

Ma le startup che oggi sbarcano all’estero si può dire che abbiano avuto un predecessore di eccellenza. Non era una starup ma un’azienda italiana fondata nel 1945 in uno dei settori per eccellenza in Italia: il gelato. Il suo nome è Algida ed oggi è di proprietà del gruppo Unilever.

Algida può essere considerato un perfetto esempio di “mimetizzazione nel nuovo tessuto economico”. Il logo è lo stesso cuore di panna bianco e rosso in tutto il mondo, ma il nome cambia: da Algida in Italia a HB negli USA, da Selecta nelle Filippine a Frigo in Spagna. La scelta è stata dettata da una politica ben precisa: tenere il logo universalmente riconoscibile, un vero e proprio codice comunicativo, ma cambiare il nome del brand a seconda delle abitudini del consumatore, così che ogni amante del gelato in tutto il mondo senta il brand come suo, vicino alla sua realtà.

Insomma un bel passo rispetto al Cremino degli anni ’40.

Scrittura Persuasiva: le sei tecniche per migliorare il tuo business

Molto spesso quando si scrivono contenuti su internet, lo si fa in ottica di spingere i lettori a compiere un’azione: iscriversi alla newsletter, lasciare un contatto, acquistare un prodotto o un servizio. Per farlo ci sono delle precise regole che prendono il nome di Persuasive Copywriting, in italiano scrittura persuasiva.

Immagina di essere un potenziale cliente e di essere interessato a un determinato prodotto, per esempio un bel piumino invernale. Quali sono i motivi per cui scegli un piumino piuttosto che un altro? Rapporto qualità-prezzo, il fatto che tiene caldo, il made in Italy, il fatto che è resistente e che magari si può lavare in lavatrice e poi perché quel piumino che dovrai indossare tutto l’inverno ti piace molto più dell’altro.

Non sai perché, ma ti colpisce e anche se costa un po’ di più, sei disposto ad affrontare la spesa!

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Quelli che ho appena elencato sono i tuoi bisogni e le tue emozioni e sono proprio loro che ti spingono all’acquisto. Il copywriting persuasivo parte da qui e usa le parole giuste per convincerti della bontà della scelta.

Come?

Il persuasive copywriting parte dai bisogni

Sono questi che muovono ogni nostra azione. Nel caso del piumino conta il fatto che deve tenere molto caldo anche quando fuori fa freddo e poi che deve essere bello, alla moda, cool e soprattutto non deve farti sentire imbottito e goffo. Il testo deve entrare nello specifico: non basta dire questo piumino tiene caldo, ma anche spiegare il perché citando i materiali con cui è prodotto, i test che sono stati fatti. Più sei esauriente e più hai possibilità di convincere chi ti legge.

Pensa che la tua descrizione deve dare modo alle persone di poter toccare il prodotto proprio come se lo stessero vedendo dal vivo.

La scrittura persuasiva tocca le emozioni

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Lo sai, nella maggior parte delle volte, le persone comprano d’impulso, seguendo il flusso delle loro emozioni. Un bravo copywriter sa come toccare le corde giuste per riuscire a colpire nel segno. Cosa piace nel piumino che sto guardando? Quali sono le caratteristiche che lo rendono unico per il mio target?

Per suscitare emozioni racconta anziché descrivere. “Immagina una giornata fredda, ti alzi presto al mattino, fuori è tutto grigio e la sola idea di uscire ti fa venire i brividi”: il lettore visualizza la situazione in cui avrà bisogno del piumino.

Il copywriting persuasivo è positivo

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Quando scrivi per convincere qualcuno a comprare qualcosa o a compiere un’azione, è buona regola girare il testo in positivo. Elimina i “non” e i “no” dalle frasi. “Non hai voglia di soffrire il freddo e il gelo?” diventa “Ti piacerebbe restare caldo tutto l’inverno?”. Altri esempi possono essere: vorresti ottenere il lavoro della tua vita? Ti piacerebbe pesare dieci chili in meno?

Le persone leggono l’inizio e la fine

Ma quello che c’è nel mezzo di solito lo saltano. I lettori sono distratti e su internet vanno di fretta così prestano attenzione alle frasi iniziali, poi scorrono veloci il testo e leggono la conclusione, come mostra questa grafica tratta da Simplypsychology.org.

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Alla luce di questo dato, adesso sai dove inserire le informazioni più rilevanti del testo.

Senza invito all’azione non c’è copywriting persuasivo

Se non spingi all’azione, difficilmente qualcuno la compierà di sua spontanea iniziativa. Le persone sono pigre di natura e devi guidarle tu attraverso l’acquisto.

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La call-to-action è proprio l’invito all’azione: hai presente quella frase al termine del testo? Acquista subito, compralo ora, voglio saperne di più… Una buona call-to-action è diretta, breve e imprime un carattere d’urgenza in chi legge. Per esempio: solo per oggi il tuo piumino al 30% di sconto!

Il ruolo dei testimonial nella scrittura persuasiva

I feedback positivi delle persone che hanno già acquistato un prodotto o servizio sono importantissimi, soprattutto su internet dove le cose non si possono vedere dal vero e non si possono toccare. Il passaparola resta una delle migliori pubblicità di sempre e i consumatori tendono a fidarsi dei giudizi di altri consumatori più di quanto si fidano di te come azienda.

LEGGI ANCHE:” Come creare una Strategia basata sul Content Marketing

Ricordati che un buon testo mette al centro le persone che lo leggono: da qui parte per svilupparsi. Tieni sempre a mente chi sono i tuoi lettori e cerca di parlare il loro linguaggio!

Se una Disruptive Innovation investe l’istruzione

Di Micro-learning (o nutshell learning) avete mai sentito parlare? Al giorno d’oggi abbiamo un flusso d’informazioni continuo, dal ritmo estremamente serrato. Le evoluzioni della rete hanno reso la condivisione delle informazioni non solo possibile, ma estremamente semplice. Questo flusso di informazioni non offre, però, solo opportunità: anziché farci avanzare nel processo di conoscenza, lo fa in parte regredire  per la semplice ragione che non siamo in grado di sostenere quel passo. Bene,  il micro-learing si basa sul principio di dosare opportunamente l’informazione quotidiana per trasformarla in conoscenza.

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Poco prima di essere acquisita da Microsoft, LinkedIn aveva acquistato a sua volta la piattaforma  leader di apprendimento online lynda.com, avvenimento che Forbes ha commentato con la frase: “the best money it’ll ever spend”. Questa piattaforma aiuta gli utenti a imparare temi legati al business, software, technology ed abilità creative per raggiungere obiettivi personali e professionali.

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Nello stesso solco, ma con un approccio molto diverso, si inserisce Weschool: una piattaforma di didattica collaborativa e multimediale destinata agli insegnanti. Ad ascoltare i suoi italianissimi ideatori, non pretenderebbe di sostituire l’insegnante (l’auto-apprendimento attraverso la sola tecnologia, fanno notare, ha un altissimo tasso di abbandono) e non si propone mandare in soffitta la lezione frontale, ma di rivoluzionarla.

È uno strumento nato per rendere le lezioni in classe più interattive e divertenti, per integrare le attività della lezione frontale con quelle a casa, per personalizzare l’insegnamento e permettere una correzione più rapida delle verifiche, il tutto in rapporto fluido e sinergico con le nuove tecnologie.

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Marco De Rossi, fondatore di Oil Project, la più grande comunità italiana che offre lezioni gratuite online sulle materie più diverse, grazie a docenti volontari, ha presentato il progetto come: «primo strumento al mondo che permette di integrare un video di YouTube, un articolo di giornale, un corso di inglese di Duolingo, un videoquiz, un libro di testo, un testo collaborativo di Google Docs, un lavoro di gruppo su Instagram e qualsiasi altro contenuto o servizio disponibile su Internet, in un’unica esperienza di apprendimento, senza dover saltare da un sito web all’altro».

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Sia il modello di Lynda che quello di WeSchool hanno in comune il micro-learning: un processo centrato su chi apprende e segue un approccio al consumo di informazioni che è veloce e facile da memorizzare. Questo tipo di approccio ha iniziato a ridurre il significativo gap tra istruzione formale e informale. Il messaggio fondamentale dev’essere di immediata comprensione e deve allineare informazione, tempo e conoscenza. Il contenuto deve essere contemporaneo ma non superficiale, insomma.

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La conoscenza “on the go” ha un enorme potenziale e, se il sistema educativo istituzionale non si adatta, la disruptive innovation rappresentata dal micro-learing potrebbe renderlo semplicemente superato.

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Tim Cook lancia la sfida sulla Realtà Aumentata

Anche Apple non è rimasta indifferente all’improvvisa e fortunata ascesa di Pokémon GO: ieri Tim Cook, CEO di Apple ha commentato a proposito confermando che la società sta lavorando sulla realtà aumentata:

“Abbiamo investito e continuiamo ad investire molto in questo,” ha dichiarato. “Abbiamo l’AR tra le nostre priorità per il lungo termine: pensiamo che per i (nostri) clienti ci saranno grandi cose e una grande opportunità commerciale.”

Pokémon GO, secondo le previsioni, potrebbe generare 3 miliardi di dollari per Apple per i prossimi due anni: per questo motivo Tim Cook pensa che per Apple sia fondamentale trovare soluzioni tecnologiche sempre più innovative per la felicità dei giocatori.

La dichiarazione di Tim Cook arriva per rassicurare gli investitori in seguito la notizia che le vendite di iPhone sono diminuite per il secondo trimestre consecutivo. Parlare di nuove tecnologie e di pianificazioni future serve ad Apple per generare nel mercato una maggiore fiducia nel futuro.

Apple ha comunque già molti vantaggi rispetto ai competitor riguardo all’avanzare delle app in realtà aumentata: in primis, l’ultimo dato annunciato dall’azienda di Cupertino, che prevede la vendita del miliardesimo iPhone entro questa settimana, ci ricorda che il numero di dispositivi iOS è davvero rilevante.

LEGGI ANCHE: Apple lancia un nuovo reality show: Planet of the Apps

Inoltre la maggior parte di questi, stanno già utilizzando processori a 64 bit, che sono infatti disponibili in iPhone 6, 6S, dispositivi della serie iPhone SE, e negli ultimi iPad. Infine, i suoi device sono destinati a diventare ancora più potenti entro la fine dell’anno con l’arrivo del tanto chiacchierato iPhone 7.

Questi processori offrono una potenza più che sufficiente per sfruttare le tecnologie di base come QuickTime, OpenGL, OpenCL, Core Audio, Quartz Composer, Video core e Core Animation e per garantire un buon funzionamento delle API legate all’accelerometro. Inoltre il display e le caratteristiche della fotocamera rendono sicuramente molto felici i giocatori di Pokémon Go.

Anni di investimenti

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Sappiamo che l’azienda ha esplorato il mondo della realtà aumentata per anni: la società detiene numerosi brevetti legati alla realtà virtuale  e nel 2015 ha acquistato Metaio, azienda sviluppatrice in ambito AR. Più di recente ha acquistato anche Flyby Media, Faceshift e Emotient. Infine molti rumors parlano della ricerca di professionisti in questo campo per assunzione all’interno di Apple.

Le dichiarazioni di Tim Cook sulla realtà aumentata non sono casuali: sono un chiaro invito per  produttori e sviluppatori in quanto Apple è la piattaforma di distribuzione globale per contenuti mobile vincenti.

In questo momento Apple sembra rivolgere soprattutto la propria attenzione all’AR, piuttosto che alla realtà virtuale (VR). ma il suo futuro molto presumibilmente prevede soluzioni che possano implementarsi in quello che già facciamo nella vita quotidiana, dalla casa al settore della salute e della cura della persona, dal gaming alle automobili.

Verso il futuro senza fretta

APPLE

La realtà aumentata e l‘intelligenza artificiale ad oggi erano considerati un discorso molto lontano per Apple, che di fatto è un produttore di hardware che tende a non abbracciare una nuova tecnologia fino a quando non la crede matura. E l’abitudine di Apple di tacere fino a quando non ha un prodotto finito da mostrare – in contrasto con i rivali come Google – non ha di certo aiutato in questo senso.

Al momento Apple è in una posizione “strana”: vuole che il mondo sappia che sta lavorando sulla realtà aumentata, ma non mostra nulla in anteprima. D’altro lato Apple ha mostrato in passato il risultato dei suoi sforzi nel campo dell’intelligenza artificiale, dove è stata un pioniere grazie al suo assistente digitale Siri: l’implementazione della tecnologia di intelligenza artificiale è un aspetto fondamentale per Apple e viaggia a pari passo con la cura rivolta alla user experience, secondo Tim Cook.

Intanto i possessori di iPhone possono continuare tranquillamente la loro caccia, consapevoli che Apple sta lavorando per rendere la loro esperienza di gioco ancora più emozionante.

5 strategie social che devi dimenticare perché ormai obsolete

Ci sono alcune tattiche e strategie usate nel social media marketing che non sono più efficaci come un tempo e che devono essere superate. La redazione di The Next Web ne ha individuate cinque che abbiamo deciso di riproporti, scopriamo insieme quali sono!

volto dubbioso

Taggare l’influencer

Quando si intende condividere un post o retweettare un contenuto spesso si tende a taggare o citare l’autore e l’esperto che sono direttamente collegabili al testo. Questo accade perché vige la speranza che, chi di dovere, si accorga dell’accaduto e che il post venga ulteriormente condiviso.

In questo caso, non si fa altro che “togliere” visibilità a se stessi in funzione di qualcun altro e, soprattutto, si rende il contenuto meno utile per il pubblico. Non a caso, Keri Morgret, Content Manager per Inbound.org, ha affermato di aver letto numerosi elenchi di “top esperti per X” che includono i nomi di persone che non hanno lavorato nel settore in questione per anni. 

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Cosa fare: pensare alla qualità e non alla quantità. Prima di citare qualcuno occorre chiedersi: “È un beneficio per i miei lettori?”, in fondo già condividendo si aggiunge valore all’influencer o al brand di turno.

Occorre, inoltre, tenere presente che non è mai adeguato taggare o citare tanti autori/persone: è difficile sentirsi speciali quando si è uno dei 20 influencer menzionati. Leggerne uno o due, d’altra parte, è molto più lusinghiero.

In più, è importante sfruttare anche “l’amore” che le persone hanno nel vedere il proprio nome su di un post, per esempio:

Meditare prima di un importante colloquio è importante per calmare i nervi.

Non avrà mai lo stesso effetto di:

John Smith, brillante allenatore della Super Squadra X (ed appassionato di  yoga), raccomanda la meditazione prima di un colloquio per calmare i nervi.

Se tu fossi John, quale contenuto condivideresti fra i due?

Social Media Policy

Avere una policy rigida in azienda permette ai capi di avere la situazione degli impiegati sotto controllo. Occorre però tenere presente che l’impiegato medio ha un numero di  follower 10 volte superiore a quello del network dell’azienda e che il 90% dei suoi seguaci non conoscono il brand per il quale lavora. In più, il 92% delle persone si fida ciecamente di quello che gli amici raccomandano.

Twitter, gli US Open e la crisis management

Cosa fare: non c’è niente di male ad avere una policy social in azienda, anche perché è uno standard in molte aziende. Piuttosto che creare una policy per gli impiegati, però, bisognerebbe farla con i dipendenti. Lasciare più libertà significa dare più spazio alle idee e alla creatività, elementi essenziali per la crescita aziendale.

Condivisione di testi ed immagini

Questi contenuti sono importanti, lo sappiamo, ma ciò che non può più essere ignorata è la componente video.

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Guardare i video di un prodotto o di un’azienda risulta essere quattro volte più popolare rispetto a qualsiasi altro contenuto, ma poche aziende ancora adottano questa strategia.

 I 6 migliori tool per creare video da condividere sui social

Cosa fare: assolutamente integrare i video nella strategia di content marketing, ricordando che devono essere creati in maniera personalizzata per ogni canale. Content is the king, ma anche il “channel” non scherza.

Risposte automatiche

“Grazie per il tuo follow. Mi trovi anche su Twitter, LinkedIn, Facebook. In caso di emergenza le uscite sono qui, lì, qua.”

Ormai, all’ordine del giorno. Consapevoli che l’educazione e l’informazione non sono mai abbastanza, si è costretti delle volte a cestinare direttamente il messaggio perché troppo anonimo.

master social media marketing

 

Cosa fare: tenere presente che essere sui social vuol dire avere un’interazione costante  e significativa con i propri seguaci. Dare un tocco di esclusività ai tuoi messaggi coinvolge di più l’utente che seguirà con maggiore interesse la tua pagina o il tuo profilo.

È una strategia che richiede sicuramente più tempo e più energie ma che, alla lunga, darà maggiori risultati. Immaginate la relazione con un follower come quella con il  partner: non è forse un meccanismo lento e quotidiano quello che poi ti incastrerà per tutta la vita? Bene, le migliori relazioni social sono date dal tempo e dalla qualità.

“Puoi condividere per favore?”

La fatidica domanda, prima o poi, arriva. Quando si è in amicizia, anche se controvoglia, lo sforzo si fa. Ma quando si è tra conoscenti, questo tipo di richiesta non fa altro che suscitare imbarazzo e sorpresa.

Condividere un contenuto vuol dire essere in linea con il pensiero, l’idea, l’autore, l’azienda, la strategia: insomma, in qualche modo, se si condivide qualcosa, a meno che non si specifica diversamente, vuol dire che si è d’accordo con quanto pubblicato.

Ma quando il tuo capo ti chiede, per conto di un’altra azienda, di condividere il suo articolo sulla vendita delle pellicce e tu hai appena preso parte al movimento animalista, come si fa?

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Cosa fare: se un contenuto è di qualità, è utile, è apprezzato, sarà comunque virale. Con questo non si intende che sarà premiato come il migliore di tutti i tempi, ma sarà comunque rimbalzato di bacheca in bacheca.

Un recente studio ha analizzato oltre 65000 articoli per capire cosa rende virale un contenuto. Gli elementi individuati sono due: l’ eccitazione e l’influenza. In parole povere, quando gli utenti sono irritati, ispirati e gioiosi condividono più facilmente.

Ebbene, una foto di Vin Diesel con la figlia ha collezionato 8,1 milioni di interazioni (diventando così il quinto post più popolare di Facebook del 2015 ), grazie all’emozione positiva generata. Al contempo, forti emozioni negative possono avere lo stesso effetto: questa campagna di marketing, per esempio, “Choose Beautiful” che ha puntato il riflettore sulla bassa autostima delle persone, ha avuto un impatto social molto forte.

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione?

Robot e automazione sostituiranno gli uomini nella maggior parte delle attività lavorative.

Il recente studio su “Il rischio dell’automazione per gli impieghi nei Paesi OECD: un’analisi comparativa”, degli analisti tedeschi dello ZEW di Mannheim, il Centro per la Ricerca Economica Europea, sembrava mettere in evidenza che solo il 9% degli attuali impieghi in 21 Paesi del mondo fosse potenzialmente destinato a essere svolto in futuro da macchine automatizzate o da robot.

Eppure una recente mozione del Partito Socialista del Lussemburgo al Parlamento europeo riporta a galla la questione su robot e automazione nel lavoro.

La mozione al Parlamento europeo per la tassa su robot e automazione

Considerato il costante aumento nelle vendite di robot, componenti e device automatizzati negli ultimi anni, considerato anche il loro impiego nelle attività lavorative, il rischio sarebbe quella di una sostituzione totale degli uomini da parte delle macchine, più precise, veloci e soprattutto economiche.

Secondo la mozione, quindi, diventerebbe indispensabile assegnare una personalità giuridica a ogni robot effettivamente operativo e capace di eseguire un certo numero di mansioni. L’obiettivo finale: tassare il lavoro svolto dagli automi, per ridistribuire le risorse ottenute a quei lavoratori umani che con la rivoluzione tecnologica perderanno l’impiego e dunque il proprio reddito.

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione

Tralasciando il dato sull’aumento delle vendite di prodotti tecnologici legati alla robotica, che non si traduce necessariamente in un’applicazione al mondo del lavoro, le preoccupazioni a livello parlamentare non sembrano tenere conto di altri fondamentali fattori in termini di rivoluzione tecnologica.

Secondo un articolo su base sperimentale apparso su McKinsey&Company e citato anche da Il Sole 24 Ore, ci sarebbero una serie di parametri da tenere in considerazione per comprendere se e come i robot sostituiranno gli uomini, in quali settori e fino a quale livello.

Realizzabilità tecnologica, costi, benefit e svantaggi sociali sono tutti elementi da contemplare. In sostanza, quasi tutti i lavori vedranno l’introduzione di robot e automazione, ma tale apporto riguarderà solo alcune fasi del processo produttivo. Sarà molto facile ad esempio l’impiego esclusivo delle macchine in operazioni come il data collecting e l’analisi dei dati, oppure nella preparazione dei cibi e nel confezionamento, mentre sarà decisamente più difficile che i robot possano assumere posizioni manageriali, o compiere operazioni non strettamente ripetitive, cioè non automatizzabili.

Nonostante questo però, l’automazione potrebbe incidere anche su settori altamente professionalizzati come quello medico e sanitario.

Espresso in dati, le tecnologie attualmente disponibili potrebbero automatizzare circa il 45% delle attività svolte da persone e quasi il 60% dei lavori potrebbero prevedere almeno una quota del 30% di automazione delle proprie attività lavorative.

Se la fattibilità tecnica è una condizione necessaria per l’automazione, non è un elemento sufficiente per ipotizzare che una data attività sarà in futuro completamente automatizzata. Un secondo fattore da considerare è, infatti, il costo di sviluppo e distribuzione sia dell’hardware che del software per l’automazione.

Il costo del lavoro e le relative dinamiche di domanda-offerta rappresentano un terzo fattore: se i lavoratori disponibili sono molti e significativamente meno costosi rispetto all’automazione, questo potrebbe divenire un argomento decisivo contro l’uso di robot.

Un quarto fattore da considerare, inoltre, è il bilancio dei benefici al di là della sostituzione del lavoro: livelli più elevati di produzione, migliore qualità, meno errori. Questi sono spesso benefici più valutati rispetto alla riduzione dei costi di manodopera.

Senza menzionare anche gli aspetti normativi e sociali di accettazione delle macchine. Un robot potrebbe, in teoria, essere in grado di sostituire alcune delle funzioni di un infermiere, ma quanto sarebbe umanamente accettabile questo genere di sostituzione tra pazienti e familiari?

Prima di temere un mondo automatizzato e fatto di robot, insomma, è necessario considerare attentamente questi diversi fattori, passibili di reciproche interazioni anche al loro interno.

I lavori più difficili da automatizzare

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione

Le attività più difficili per l’applicazione di robot e automazione con le tecnologie attualmente disponibili sono, secondo la ricerca, quelle che coinvolgono gestione e sviluppo delle persone (solo il 9% potenziale di automazione) o che applicano competenze specifiche per il processo decisionale, la pianificazione, o il lavoro creativo (18%).

Queste attività, spesso definite come lavoro della conoscenza, possono essere diversificate: dalla codifica di un software, alla creazione di menu, o alla scrittura di materiali promozionali.

Per ora, i computer fanno un ottimo lavoro con attività molto ben definite, come l’ottimizzazione dei percorsi per l’autotrasporto, ma gli esseri umani hanno ancora bisogno di determinare gli obiettivi appropriati, interpretare i risultati, o effettuare controlli sulle soluzioni fornite.

L’importanza dell’interazione umana è poi evidente in due settori che, finora, hanno un potenziale tecnico relativamente basso per l’automazione: l’assistenza sanitaria e l’istruzione.

Il potenziale più basso per gli operatori sanitari è determinato dal fatto che la loro attività quotidiana richiede esperienza e contatto diretto con i pazienti.

Tuttavia, alcune attività di assistenza sanitaria, compresa la preparazione di cibi in ospedale e la somministrazione di farmaci, potrebbero essere automatizzate, se le tecnologie attuali vi fossero adattate. Così pure la raccolta dei dati, che rappresenta una notevole quantità di tempo di lavoro nel settore, potrebbe essere più automatizzata.

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Per quanto riguarda l’istruzione, la tecnologia digitale sta trasformando il settore, come è evidente dalla mole di strumenti di apprendimento disponibili online e offline. L’insegnamento resta però un’esperienza in cui l’interazione tra docente e discente, la possibilità di porre quesiti e gli aggiornamenti costanti nella ricerca, che confluiscono poi nell’attività didattica, rendono il processo decisamente meno automatizzabile.

Tenere conto della complessità del fattore classe, dei diversi livelli di apprendimento e delle diverse esigenze anche strettamente umane dei singoli studenti, preclude in parte le possibilità d applicazioni robotiche.

Il 27% delle attività del settore istruzione, come quelle collaterali relative alla pulizia delle aule, o la preparazione di cibi per le mense scolastiche, o ancora quelle degli assistenti amministrativi, sono comunque potenzialmente automatizzabili.

Robot, automazione e linguaggio naturale

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione

Uno delle più grandi innovazioni tecnologiche avverrà quando e se le macchine saranno in grado di sviluppare una comprensione del linguaggio naturale e se i computer acquisiranno la capacità di riconoscere i concetti nella comunicazione quotidiana tra le persone.

Nel commercio al dettaglio, ad esempio, tali progressi del linguaggio naturale aumenterebbero il potenziale tecnico per l’automazione dal 53% da subito e nella finanza e nelle assicurazioni, il salto in avanti sarebbe ancora maggiore, pari al 66%.

Nel commercio al dettaglio in particolare, l’automazione sta già cambiando la natura della concorrenza. Per gli eCommerce, ad esempio, l’uso dell’automazione fisica, come i robot nei magazzini, e l’automazione del lavoro della conoscenza, come i workflow e l’analisi dei dati, permettono un netto vantaggio rispetto ai rivenditori tradizionali.

Robot vs. uomini o un miglioramento delle condizioni lavorative?

Lavoro, chi ha paura di robot e automazione

Comprendere le attività che sono più sensibili all’automazione da un punto di vista tecnico potrebbe fornire un’opportunità unica per ripensare l’impegno e le attività svolte dai lavoratori e come il digitale possa connettere meglio le persone e creare team e progetti condivisi.

I robot possono essere lo stimolo per i manager a migliorare le proprie mansioni, rendendole più efficienti e liberando tempo utile per concentrarsi su problematiche più complesse rispetto a quelle quotidiane, che anche un algoritmo potrebbe risolvere.

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Nonostante le legittime preoccupazioni di Elon Musk sull’intelligenza artificiale, l’applicazione prevista di robot e automazione potrebbe, in pratica, contribuire a migliorare la vita dei lavoratori umani, a patto di considerarne da subito l’impatto effettivo sulla società e investire su formazione e istruzione per elevare le competenze della forza lavoro, impiegandola in quelle attività che non potranno essere svolte dagli automi.