Ad reinsertion e contenuti premium: nuovi scenari dell’online advertising nell’era dell’AdBlock

A partire dalla seconda metà degli anni 2000 il mercato della pubblicità online ha avuto una crescita esponenziale, dovuta soprattutto a due fattori:

  • il primo è legato al miglioramento dell’infrastruttura di rete che ha permesso una maggiore fluidità dei contenuti;
  • la seconda (non meno importante) consiste nella diffusione di dispositivi che permettono una navigazione in mobilità su tablet e su smartphone.
http://bennaker.com/

Fonte: http://bennaker.com/

Tutti gli utenti del web, compreso te, hanno perso tempo a visualizzare annunci pubblicitari prima del contenuto desiderato: solamente con l’avvento di AdBlock questo fenomeno è andato in calando. L’estensione gratuita applicabile sul proprio browser ha portato un’esperienza di navigazione migliore per l’utente finale che ora è libero (o quasi) di non visualizzare la pubblicità durante la navigazione.

Con il passaparola questo software è diventato talmente popolare che la pubblicità online ha avuto un calo e soprattutto per siti d’informazione, quali ad esempio quelli delle maggiori testate giornalistiche, si è registrato un calo d’introito economico legato alla pubblicità. Per i venditori di pubblicità online, il fascino di tali tecnologie è chiaro dato che secondo le stime Ovum, gli editori nel 2015 hanno perso 24 miliardi di dollari di fatturato a livello globale a causa di AdBlock.

Preoccupati da questo fenomeno, alcune società come PageFair, Adrmiral, Secret Media stanno studiando un “anti-adblock” che tramite differenti approcci permetta di aggirare il sistema che blocca la pubblicità. Dan Rua, CEO della start up Admiral ha proposto due possibili soluzioni:

  • la prima è quella che capta il software e rielabora il contenuto caricando una nuova pagina per l’utente che ha il blocco della pubblicità;
  • la seconda è quella di invitare l’utente a disattivare il blocco per offrirgli una parte di contenuto a pagamento senza pubblicità e una parte di contenuto gratuita con la pubblicità.

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Di fronte al continuo blocco della pubblicità diventa facile chiedersi quale sarà il futuro business legato alle inserzioni: senza pubblicità com’è possibile offrire un servizio gratuitamente? La seconda domanda da porsi riguarda l’invasività della pubblicità: gli utenti sono disposti a sopportare una piccola visualizzazione pubblicitaria pur di avere un contenuto gratuito? E se lo sono, in che misura?

#CampDiGrano 2016: STAY ‘NNANZI con una summer school di anticorpi per la sharing economy

L’idea del STAY ‘NNANZI (stai avanti nel linguaggio pop dell’estrema provincia meridionale, contaminata da barbarismi anglofoni e gergo televisivo) significa stare davanti, essere in prima linea nella ridefinizione e nell’orientamento di quel percorso dell’ innovazione sociale che tutti vanno predicando. Vuol dire esserci, essere davanti non per arrivare primo, ma per aprire la strada all’ignoto, per ridefinire il posizionamento nello spazio sociale (locale e globale) delle nostre azioni.

Come si può parlare di Sharing Economy senza affrontare il tema della solidarietà?
Ma veramente per Smart community – smart city – smart rurality intendiamo una gara tra chi ha il gadget elettronico più lungo o forse vale la pena affrontare il tema dei territori intelligenti, magari interconnessi da reti di cumparaggio?

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Cosa ci significa questa retorica dei makers, dei fablab se non siamo in grado di trascorrere più tempo con le persone che sanno fare le cose e meno ad ascoltare i discorsi dei manager?
Che cosa sarai mai lo Storytelling se non l’arte di raccontare, di fare i “cunti”, i conti… ovvero di governare gli open data trasmettendoli oralmente, per prossimità?

#CampDiGrano 2016 è una summerschool che a queste domande cercherà di dare risposte concrete, sia sul piano terorico che sul piano pratico

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#CampDiGrano intende guardare in faccia al sorriso demente del nostro secolo con l’aiuto dei più grandi nomi dell’innovazione sociale contemporanea che passeranno insieme con 20 giovani selezionati una settimana nel basso Cilento, in provincia di Salerno, alle periferie dell’impero, tra pratiche indigene e comunicazione globale.
Una settimana per costruire insieme una festa popolare, per fare comunità e per restituire senso e significato al nostro Tempo.

Tra i docenti segnaliamo Salvatore Iaconesi ed Oriana Persico che parleranno di come sono importanti gli ecosistemi umani (Human Ecosystem) per creare delle vere Smart City, Adam Ardvisson ed Alex Giordano che approfondiranno temi legati al Societing ed alla Netnografia approfondendo il senso di un’economia “laboriosa”, in cui conoscenze e saperi vengono condivisi, le relazioni svolgono un ruolo di primo piano rispetto alle regole, dove più che pianificare ci si adopera per trovare soluzioni a situazioni “scomode” o che danneggiano la comunità.

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Ancora Craig Prichard guru delle Transition Town, Roberto Covolo di ExFadda tra gli ideatori delle politiche giovanili pugliesi “Bollenti Spiriti”, Alberto Cossu di MACAO, Vincenzo Moretti di #LavoroBenFatto che proporrà una visione mediterranea di makers space e fab lab, Mr Time Tony Ponticiello che realizzerà una mappa a passi della comunità, e tanti altri.

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In più per trattare il tema dello storytelling ci saranno due ospiti d’eccezione: Baba Sissoko vero e proprio griot del Mali, un poeta e cantore che svolge il ruolo di conservare la tradizione orale degli antenati e, con il ruolo di interprete ed ambasciatore della cultura Malese e l’attrice e scrittrice Arianna Porcelli Safonov che proporrà un suo Rìding Tristocomico, ovvero guiderà i partecipanti per un percorso di letture comiche alla scoperta delle nuove “piaghe” della società contemporanea.

I pezzi sono tratti e adattati dal suo blog di racconti umoristici di madamepipì e dal suo fortunato libro Fottuta Campagna edito dalla Fazi Editore.

#CampDiGrano consentirà ai giovani partecipanti da tutta Italia di entrare dietro le quinte di un processo di attivazione delle comunità locali, lavorando fianco a fianco con gli splendidi neorurali e la comunità tutta di Caselle in Pittari nell’organizzazione di una grande e autentica festa popolare (il Palio del Grano,) per trasmettersi conoscenze nell’unico modo possibile, ovvero per prossimità, “vedendo/facendo”.

#CampDiGrano è più di una summer school, è proprio un’esperienza di vita riservata solo a 20 giovani selezionati tra chi si iscriverà a questa form.
Diventerai più consapevole che ormai la reale “innovazione” è generata dalla propensione ad un cambiamento sociale, che viene dal basso, fondato sulle strategie messe in atto da una moltitudine, o ancor più da una comunità per rispondere ai bisogni del singolo ma anche della collettività. Una lezione che ti servirà in ogni campo (scusate il gioco di parole).

Guarda il programma e partecipa a #CampDiGrano una scuola di sopravvivenza nel mondo dell’immaginario uniformato; un esercizio creativo, una resistenza ludica all’oppressione, uno strumento di critica radicale dei luoghi comuni, degli stereotipi sociali e di tutto ciò che ha veicolato e veicola il fallimento del presente 😉

Cannes Lions, tutto quel che è successo nei primi 3 giorni

Giunti a metà settimana è tempo di farti un piccolo report sui momenti clou trascorsi dal 18 giugno – data di inizio dei Cannes Lions – ad oggi, tra speech di personaggi del mondo dello spettacolo, due momenti d’orgoglio tutti made in Italy all’interno dei due grandi temi affrontati in questa prima fase del festival: Health ed Innovation.

Proprio sul tema della salute un primo grande momento tutto italiano è stato moderato da Roberto Ascione, ceo di Healthware International, con il workshop interattivo del 19 giugno dal titolo ‘Digital Health Transformation through Open Innovation’,  dedicato a come trasformare la salute con le tecnologie digitali grazie all’open innovation e all’ecosistema delle startup digitali.

The Mad Man who tried to be a clown – Sergio Spaccavento e l’umorismo nella pubblicità

Courtesy of Eugenia Morato

Photo Credit Eugenia Morato

Il 19 giugno è stato un momento speciale per l’industria creativa italiana: Sergio Spaccavento, autore televisivo e radiofonico ed attuale executive creative director di Conversion, ha tenuto uno degli speech più seguiti. Il tema? L’umorismo nell’advertising.

In apertura del suo speech ha innanzitutto reso noti questi tre dati:

  • entro il 2019,  l’80% del traffico da mobile sarà costituito dai video.
  • il’95% dei video caricati su internet nell’ultimo anno sono stati pensati per intrattenere.
  • i 2/3 dei video sono di intrattenimento e divertimento.

In questo modo ha reso evidente la stretta correlazione che c’è tra il successo di una campagna pubblicitaria e la ricerca di un registro ironico, fissando questo suo approccio con la seguente dichiarazione:

[…]la gente ama gli scherzi. Di norma, un contenuto eccellente, al cui interno possiamo trovare elementi che riguardano il sesso, la violenza o l’umorismo funzionano. Ma se riusciamo a far ridere le persone, allora le chance che quel contenuto sia condiviso aumentano[…]

 

Un aspetto fondamentale del suo intervento è stato quello della diversificazione culturale rispetto a ciò che ci fa sorridere.

Il sense of humor deve tener conto di tutti i fattori legati alla cultura di un paese, all’attualità, al registro verbale condiviso da un determinato popolo, il livello d’istruzione medio etc. etc.

Ma è possibile “misurare” l’impatto di un contenuto divertente in termini d’avertising?

Anche qui Sergio ha portato a conoscenza dei presenti al suo speech durante i Cannes Lions alcuni elementi che comprovano l’efficacia dell’ironia nella pubblicità:

  • l‘80% delle scelte che vengono compiute da una persona sono motivate da spinte emozionali.
  • un contenuto divertente piace molto di più di uno serio.
  • il tasso di conversione di un video divertente è del 77%.

Un funny content funziona da solo? La risposta fornita da Spaccavento è piuttosto chiara: funziona solo e soltanto se si costruisce una relazione tra la barzelletta e il prodotto, il servizio o il brand.

Will Smith ed Anna Wintour: positivismo e coraggio come motore delle proprie azioni

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I giorni del 20 e del 21 giugno l’attenzione si è spostata sul tema dell’innovazione.

Tra i vari ospiti che si sono susseguiti sul palco, due in particolare hanno raccolto i maggiori consensi: Will Smith ed Anna Wintour.

La direttrice di Vougue ha tenuto un discorso ispirato sul suo modo di affrontare il mondo del giornalismo, fondato su un principio che si può estendere a qualsiasi professione: la necessità di essere autentici. Allo stesso ha spinto sulla necessità che le relazioni che si costruiscono siano inclusive, criticando il modo in cui, nella società odierna, tutti noi passiamo troppo tempo a lavorare da soli e come questo ci penalizzi professionalmente oltre che socialmente.

Dare to be different and authentic. In fashion, in advertising, in creativity, in journalism. In life. We live in an age that prizes authenticity

Abbiate il coraggio di essere differente ed autentico. Nella moda, nella pubblicità, nella creatività, nel giornalismo. Nella vita. Viviamo in tempi in cui l’autenticità ha un valore economico.

I’m surprised at how much time people spend in their own offices.Be as inclusive as you can. The landscape is so atomised that people are looking at supportive relationships

Sono sorpresa di quanto tempo le persone passino nei loro uffici. Siate più inclusivi che potete. Il contesto sociale è così atomizzato che le persone oramai cercano relazioni che li supportino

Un vero e proprio inno all’unicità nella profonda convinzione che ciò che rende una persona (o un brand) un successo è la capacità di discostarsi da tutto ciò che lo ha preceduto e di mantenere una coerenza rispetto alla propria identità.

Ha poi voluto lanciare un monito affinché da utenti ci si possa difendere da quelli che sono prodotti privi di ispirazione, sottolineando come questi ultimi siano identificabili dal fatto che di norma si faccia uso di “luci per nascondere in piena vista la mancanza di creatività“.

L’intervento della star di Hollywood invece ha visto nello storytelling l’argomento principali di discussione.

Da elite dell’intrattenimento, l’ex principe di Bel Air ha sottolineato come nell’industria cinematografia quello della narrazione sia un elemento imprescindibile affinché un prodotto possa suscitare empatia con gli spettatori.

Lo ha però descritto come un mezzo e non un fine. Un supporto affinchè una determinata emozione passi dalla rappresentazione alla coscienza di ciascuno.

Positivista convinto, dall’alto di una carriera che gli permette di poter scegliere su quali progetti lavorare e quali no, ha poi voluto condividere col pubblico qual è la domanda che pone a se stesso ogni volta che legge una sceneggiatura prima di accettarla:

My approach to every single project, script or work is “will this have a positive impact on people’s life?”

Il mio approccio a qualsiasi progetto, sceneggiatura o lavoro è “Avrà un impatto positivo sulle persone?”

22 giugno, sei pronto alla premiazione?

Cannes Lions

Sei pronto allo show di stasera?

A partire dalle ore 19.00 sarà possibile partecipare alla diretta attraverso il canale Youtube della manifestazione che puoi raggiungere da qui

Le categorie in cui saranno assegnati i premi sono:

  • Creative Data Lions.
  • Innovation Lions.
  • Mobile Lions.
  • Media Lions.
  • Cyber Lions.
  • Media Young Lions Awards.
  • Cyber Young Lions Awards.
  • Media Person of the Year

Segui assieme ai ninja la kermesse e resta sintonizzato sui nostri canali per nuovi approfondimenti dai Cannes Lions 2016!

Flying Tiger Copenhagen, il presente e il futuro di un Lovemark

È difficile riuscire a seguire in tempo reale i passi di una marca mentre percorre la strada che, con perseveranza ed entusiasmo, la porterà con buone probabilità ad entrare nell’alveo dei love-brand.

Flying Tiger Copenhagen, meglio conosciuta come Tiger (qui l’annuncio recente del rebranding) – sta andando in quella direzione a grandi falcate e noi di Ninja Marketing siamo riusciti ad intervistare la Marketing Manager Italia del brand, Ana Combalia.

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Il successo crescente della vostra catena pare sia costruito principalmente su una varietà di prodotti molto ampia che è riuscita, nella sua semplicità, ad interessare consumatori molto diversi tra loro. Ritiene che sarà necessario per il vostro business focalizzarsi su un target specifico nel prossimo futuro?

No, Flying Tiger Copenhagen vuole proprio essere un brand per tutti e lo conferma con l’ampio assortimento dei prodotti, la vendita di prodotti di design unici a prezzi comunque accessibili a tutti e con il concept dei negozi che è semplice, aperto ed invitante. Sicuramente quello che è fondamentale per noi in questo momento è iniziare ad identificare i vari target che abbiamo per poter instaurare un dialogo diverso a seconda degli interessi di ognuno e quindi poter proporre delle offerte e prodotti mirati, ma anche degli eventi ed attività adeguate ad ognuno.

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Nell‘intervista rilasciata a The Drum, Klauss Vemmer – Head of global marketing di Flying Tiger Copenhagen – ha ammesso che finora non c’è stata una strategia di marketing ben strutturata a livello globale ma che l’intenzione è quella di cominciare a costruire una storia attorno al marchio. Qual è invece la situazione in Italia, quali sono le attività di marketing per il nostro paese?

Credo che quando si arriva ad una nuova realtà si ha sempre voglia di stravolgere il passato e sicuramente c’è il bisogno di unificare alcune attività che ogni mercato segue autonomamente. In Italia è vero che abbiamo creato solo quest’anno l’ufficio Marketing, ma è già da qualche anno che portiamo avanti diverse attività che possono ricadere sotto quest’ambito: migliorare la Customer Experience e quindi il passaparola, strutturare la formazione e gestione del merchandising nei negozi, organizzare degli eventi che avvicinino il nostro brand a più persone, gestire il social e la comunicazione in generale, etc. Di fatto quello che non c’è stato finora è un’ attività pubblicitaria, un po’ perché non ne sentivamo il bisogno ed un po’ appunto perché non c’era una strategia globale.

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Quest’anno abbiamo continuato su questa linea perché abbiamo capito che non sarebbe coerente fare pubblicità classica e convenzionale (ATL) per un brandunconventional” come Flying Tiger Copenhagen. Continuiamo quindi sulla linea degli eventi e delle sponsorizzazioni rivolte a realtà culturali (arte, musica, fotografia…) dato che la filosofia dell’azienda si basa sulla profonda convinzione che la cultura vada incentivata e sostenuta al fine di migliorare la società, dando la possibilità a più persone di incontrarsi passando del bel tempo insieme. Oltre alla cultura, e visto che ci sembra giusto condividere la fortuna che abbiamo avuto noi, stiamo iniziando a costruire un percorso insieme a delle realtà che lavorano nel Sociale. Last but not least stiamo lavorando per conoscere meglio i nostri clienti, raccogliere e gestire il loro feedback ed iniziare a premiarli per la loro fedeltà ed advocacy.

LEGGI ANCHE: Il caso Tiger:: quando i prodotti parlano da sé

Recentemente avete cercato di rendere ancora più coinvolgente la shopping experience nei vostri punti vendita con un progetto proximity marketing: come funziona? Quale strategia e quali obiettivi sono stato raggiunti con questa interessante iniziativa?

Diciamo che sempre in linea con la nostra strategia di lavorare più sul BTL e considerando che il Direct marketing tradizionale non fa per noi, abbiamo scelto di premiare i clienti che vengono fisicamente a trovarci (poi ci proviamo noi tramite i prodotti, l’atmosfera, i commessi a fare che acquistino).  Al momento ci siamo affidati a Checkbonus che sprona i clienti a girare i vari negozi ricevendo in cambio dei punti che si possono poi tradurre in gift card Amazon e altre interessanti realtà con la possibilità di premiare ancora di più quelli che spendono un importo determinato. L’obiettivo è sicuramente quello di aumentare il traffico presso i negozi: in un mese abbiamo portato circa 1500 visitatori. Ora ovviamente dobbiamo capire quanti di questi sono clienti “aggiuntivi” o clienti già fidelizzati che magari hanno incrementato la frequenza di visita.

Data l’importanza che ha avuto per voi il passaparola, sarebbe interessante duplicarne il successo anche online: oltre all’uso dei social come canale principale per comunicare con i consumatori, avete in previsione anche il lancio di una strategia digital a 360°?

Sicuramente la strada è quella. La nostra casa madre sta lavorando al miglioramento del sito e all’online shopping. Noi stiamo lavorando su un APP che ci permetta di continuare ad offrire ai cliente l’esperienza presso in nostri negozi: divertimento, spensieratezza, gioco, condivisione, informazione, scoperta, sorpresa ma anche tanti vantaggi economici.

Food trend ecologici coltiva, consuma e riduci gli sprechi

Food trend ecologici: coltiva, consuma e riduci gli sprechi

I trend del settore food sono sempre più verdi: le nostre abitudini alimentari sono caratterizzate dalla diminuzione dei consumi delle carni e dall’aumento del consumo di alimenti vegetali.

La scelta di consumare meno carne deriva in parte dalla maggiore consapevolezza che un consumo eccessivo non sia salutare, in particolare per ciò che riguarda le carni rosse. Inoltre, l’impatto ambientale degli allevamenti è di gran lunga meno sostenibile rispetto all’agricoltura.

Con la crescente informazione sull’argomento e la concomitante crisi economica degli scorsi anni, abbiamo imparato a fare un uso più consapevole dei prodotti alimentari, dall’acquisto alla riduzione degli sprechi.

Varie startup hanno iniziato così a cercare spazio sul mercato andando incontro alle nuove esigenze dei consumatori e del pianeta.

Te ne presentiamo tre che hanno costruito il proprio focus su tre differenti food trend ecologici, concentrandosi su fasi diverse del business: produzione, consumo e riduzione degli sprechi.

LEGGI ANCHE: Hai veramente bisogno di un Business Plan per la tua Startup?

Farmed Here e le Vertical Farm

I food trend ecologici coltiva, consuma e riduci gli sprechi

Negli States non hanno mai avuto grandi problemi di spazi da coltivare. Avrai sicuramente sentito parlare delle varie fasce caratterizzate dalla coltura intensiva: la wheat belt, la corn belt e la cotton belt.

Oggi però la sfida posta dal mercato è di nutrire il maggior numero di persone con il minore impatto sull’ambiente e, soprattutto, evitare che il grosso dell’inquinamento sia dovuto al trasporto degli alimenti.

Fatta eccezione per le zone rurali, coltivare a ridosso delle aree urbane è pressoché impossibile con le tecniche tradizionali.

Alcune startup, come Farmed Here e Urban Till, hanno però iniziato a costruire delle Vertical Farm, ossia delle fattorie multilivello sviluppate in altezza.

Riutilizzando vecchi edifici abbandonati, queste aziende realizzano delle coltivazioni idroponiche indoor su più livelli, riuscendo così ad ottenere ortaggi locali nel centro di grandi città come Chicago.

Farmed Here rifornisce la GDO con i suoi prodotti, mentre Urban Till punta al mercato Horeca, ma entrambe vogliono estendersi nelle altri metropoli a stelle e strisce.

Quella delle Vertical Farm è un’idea sostenibile ed innovativa che sta riscuotendo consensi e sta ottenendo varie certificazioni di qualità.

LEGGI ANCHE: Orti Urbani, il nuovo modello di business della terra

Vegan Maps per trovare il tuo pasto vegetariano

I food trend ecologici coltiva, consuma e riduci gli sprechi
Vegan Maps è una sorta di Trip Advisor per gli amanti delle verdure: permette di cercare i locali vegan friendly d’Italia.

Ma l’app non si rivolge soltanto ai vegani, dato che in realtà possono usarla tutti coloro che vogliano trovare un pasto verde: è possibile cercare locali vegan e vegetariani ma anche ristoranti tradizionali che abbiano nei loro menu delle portate adatte a chi predilige un’alimentazione a base vegetale.

Sull’applicazione è possibile scegliere le attività in base alla propria posizione e alle recensioni degli altri utenti. I gestori possono, inoltre, personalizzare il proprio profilo ed interagire con le recensioni ricevute.

L’idea di per sé non è molto innovativa, ma lavora su una nicchia di mercato in costante crescita.

Food trend ecologici: EatLimmo e la valorizzazione degli scarti

I food trend ecologici coltiva, consuma e riduci gli sprechi

La startup EatLimmo punta, invece, ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse alimentari riducendo gli sprechi: l’azienda ricava una polvere ad alto contenuto nutrizionale dalle bucce, dagli avanzi e dai semi di mango.

Il prodotto che masce dalla lavorazione degli scarti del consumo tradizionale viene usato come ingrediente per prodotti da forno, come dolcificante nelle marmellate e nelle gelatine e come emulsionante in pasticceria.

I fondatori della startup vogliono far crescere questa loro idea e desiderano allargare la loro attività anche ad altri tipi di alimenti.

Fortunatamente per il nostro pianeta anche Regrained ha intrapreso una simile attività: dagli scarti di lavorazione della birra ottengono barrette ai cereali con gusti differenti a seconda del tipo di malto utilizzato per la produzione della birra.

Puntare sui food trend ecologici potrebbe darci la soluzione al problema di nutrire un sempre maggiore numero di persone, ottimizzando l’utilizzo delle risorse che si hanno a disposizione per non gravare ulteriormente sui già precari equilibri ambientali della terra.

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Quando sono nati i social media?

E se vi dicessimo che i social media sono nati addirittura nel 4000 A.c.? Certo, è solo una provocazione sostenere che l’invenzione del servizio postale (serve a far comunicare e mettere in rete, no?) coincida con la nascita dei social media per come li intendiamo oggi. In realtà anche tra gli operatori del settore non c’è unanimità nello stabilire una data di nascita.

Perché in realtà non c’è accordo sula definizione stessa di social media. E allora a seconda che si includano o no certi sistemi come le BBS (Bulletin Board Systems), i forum o le chat si avrà una risposta diversa.

Cosa si intende per social media?

Non esiste una risposta che metta tutti d’accordo. L’incredibile e veloce evoluzione dei social network, dal 2010 in poi, ha reso popolari certi concetti e vocaboli.

Questa democratizzazione dei social però ha creato molta confusione. Non c’è accordo sulla giurisdizione: si contendono il territorio giornalisti, esperti di comunicazione, professionisti del marketing, informatici.

Secondo il vocabolario Treccani social è un aggettivo applicabile a tutto ciò che utilizza la rete come luogo di condivisione e scambio di informazioni ed esperienze.

Una definizione migliore però ci arriva da Vincenzo Cosenza, che già nel 2011 diceva in un suo post:

“I social media sono quei media che rendono possibile la socializzazione sia del trasporto che della trasformazione del messaggio”

Una definizione molto azzeccata. Dopotutto è proprio quello che avviene su un qualsiasi social network, no? Il messaggio viene trasportato, diffuso, ma anche trasformato, amplificato, distorto da chi partecipa alla sua diffusione.

Social media e social network: sono la stessa cosa?

Per molti sembrerebbe di sì. In realtà le reti sociali esistono come concetto ben prima di Facebook e del web.

Una rete sociale infatti può essere una qualsiasi rete di persone che sono collegate da loro da un qualche tipo di relazione: parentela, amicizia, interessi, professione.

Con l’avvento del web 2.0 e la possibilità per gli utenti di creare, modificare e condividere contenuti, la socialità si sposta in rete, e nascono veri e propri mondi che giustificano la definizione che oggi noi tutti conosciamo. Il social network diventa un servizio online che permette di creare e mantenere una rete di relazioni. Una definizione che stabilisce una sottile ma importante differenza tra l’apparato tecnologico che supporta la rete sociale e la rete stessa.

Facebook e Twitter sono quindi social network perché sono il contesto in cui la vostra rete sociale esiste.

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Le reti sociali sono oggetto di studio da molti decenni ed uno degli esperimenti più famosi ha poi ispirato il nome di un film e il nome del primo social network.

Secondo la teoria dei sei gradi di separazione, formulata già nel 1929, ogni persona può essere collegata ad un’altra da non più di 5 intermediari.

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Stanley Milgram, psicologo americano, nel 1967 fece un esperimento che rese questa teoria famosa. Distribuì ad alcune persone scelte a caso nel midwest americano dei pacchetti, da recapitare ad un estraneo residente a Boston. Nessuno conosceva l’indirizzo preciso, però, ma solo il nome, il suo lavoro e la zona di residenza. Il pacchetto doveva essere consegnato a qualcuno che avesse la maggiore probabilità di farlo arrivare a destinazione, chi lo riceveva doveva fare lo stesso.

Risultò che in media i passaggi necessari erano tra i 5 e i 7, ed è da questo esperimento che nasce l’espressione sei gradi di separazione.

Un film e un social network dicevamo. Il primo social network “moderno” nasce nel 1997 infatti, e si chiamava sixdegrees.com (sei gradi, appunto). In funzione fino al 2001, fu il primo a dare supporto tecnologico al concetto di rete sociale, in maniera simile a quella di Facebook o altri social network che oggi conosciamo e utilizziamo.

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La linea evolutiva dei social network

Anche se è possibile considerare sixdegrees.com il primo social network moderno, la tecnologia ha sempre supportato diverse forme di comunicazione e interazione, sia singolarmente che in una qualche combinazione. In maniera sincrona (come con la chat) o asincrona (come con la mail) la tecnologia ha dato supporto alla collaborazione e comunicazione tra persone, abbattendo ogni barriera geografica e temporale.

Secondo l’articolo “Users of the world, unite! The challenges and opportunities of Social Media” (uno dei più scaricati nella storia dei paper accademici!) di  Andreas M. Kaplan e Michael Haenlein pubblicato nel 2010, si può considerare un sito di social networking un’applicazione che permette di creare dei profili con informazioni personali, invitare amici e colleghi in modo che possano vedere queste informazioni e poi scambiare messaggi istantanei e mail con loro.

Una possibile timeline dell’evoluzione dei social network allora potrebbe essere quella in calce a questo articolo. E voi che data scegliete?

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Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

In passato le aziende comunicavano il loro prodotto e non presidiavano, assolutamente, il dibattito sociale. Se con la mente tornassimo indietro nel tempo, alla voce brand e temi sociali troveremmo davvero pochissime aziende impegnate a promuovere attivamente i diritti di una minoranza etnica, sociale, religiosa ecc.

Tuttavia, nel corso del tempo, l’esigenza di differenziare sempre più i brand, anche a parità di prodotto, ha portato a una loro personalizzazione e ad una grande differenziazione nel posizionamento valoriale.

Oggi i brand sono degli attori sociali e non solo commerciali, legittimati a parlare di fenomeni culturali e politici lontani dal core business dell’azienda. Non ci stupiamo che un brand difenda una certa visione del mondo, né che la promuova attivamente. Di più, accettiamo e a volte pretendiamo che i brand siano degli alfieri del cambiamento sociale. 

Non a caso il 73% dei Millennial crede nella presa di posizione delle aziende su questioni importanti, ma soprattutto supporta l’influenza del brand sul target.

Vogliamo che le aziende che amiamo prendano una posizione sulle questioni che contano di più. Questo atteggiamento è un bene per il pianeta, per la gente e per i profitti. Per essere competitivi nel mercato di domani, bisogna prendersi cura della società.

Esempi di brand che sono nel tempo diventati punti di riferimento culturale sono molteplici.

Tiffany

Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

Svolta da Tiffany&Co. nel 2015. Per la prima volta nella sua storia, l’iconica azienda di gioielli ha scelto una coppia di gay per una campagna pubblicitaria sui gioielli dal titolo Will you. Le immagini, scattate dal grande fotografo tedesco Peter Lindberg, mostrano 7 momenti di vita di coppie in diverse fasi delle loro relazioni. In una, due omosessuali stanno per sposarsi: non si tratta, ha riferito un portavoce di Tiffany, di due modelli, ma di una vera coppia. Un’altra scena mostra un’altra coppia mentre si unisce in matrimonio con il loro figlio accanto.

Le foto sono una celebrazione dell’amore moderno mentre creano scene che mostrano come l’amore si presenta in una varietà di forme. Linda Buckley (portavoce dell’azienda)

Ikea

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Il colosso svedese ha iniziato la sua battaglia per le unioni gay già nel 2011 con la campagna Siamo aperti a tutte le famiglie, continuando ancora oggi a schierarsi a favore delle unioni civili. Come non ricordare la provocazione lanciata sui social, in occasione del Family Day del 30 gennaio a Roma: “Qualunque sia la tua idea di famiglia, se ami qualcuno non c’è bisogno di istruzioni”.

Benetton

Da sempre le campagne Benetton puntano al sovvertimento degli stereotipi: le “coppie” ritratte mettono in scena una nuova interpretazione della differenza. Il termine, infatti, acquista qui un significato polemico e oppositivo di grande impatto. Gli scatti mostrano diversi tipi di opposizioni: quella religiosa e politica tra il ragazzo palestinese e l’israeliano, quella religiosa e sessuale nel prete che abbraccia la suora, quella morale insita negli stereotipi del bene e del male simboleggiati dall’angioletto e dal diavoletto. Tutte queste opposizioni si fondano su proibizioni, su un’impossibilità di coesistenza, su una differenza che separa invece che unire.

 

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Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

Benetton si impegna, quindi, ad assicurare la coabitazione di identità opposte, per abbattere le barriere e assicurare il dialogo tra i popoli. Benetton in pratica mette in piedi l’ambizioso progetto d’integrare gli opposti, appianare le differenze e combattere le diversità sotto un’unica bandiera, quella della marca. 

Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

Nel corso degli anni, continua questo progetto affrontando anche altri temi come: la sofferenza, l’AIDS, la pace, il razzismo e la pena di morte.

Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

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Althea

Il ruolo sociale, politico ed etico dei BrandAnche un brand che fa sughi ha una visione della società, della vita, una visione etica non inventata per fare pubblicità, ma vera perché condivisa e interessante per i suoi consumatori. Althea è da sempre legata alla causa LGBT dalla campagna Amore e Sughi.

Non possiamo negare che se ne sia parlato molto. Con grande entusiasmo, con qualche scetticismo, la nostra campagna tv è stata al centro di una conversazione online bella e animata. Per noi, l’amore può avere molte forme, ma una su tutte lo rappresenta in modo universale: il bacio. Quando in un bacio si riconosce l’amore, non c’è molto altro da aggiungere. Guardate anche voi, l’amore è uguale.

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Findus

Lo spot Findus gay friendly rompe finalmente le barriere. Anche una coppia di maschi è una famiglia.
Un passo in avanti verso la “normalizzazione” di ogni tipo di fidanzamento, senza più obbligo di genere standard. Il messaggio è chiaro: puoi anche amare un individuo del tuo sesso purché, sempre e comunque, piaccia alla tua mamma.

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Ben & Jerry’s

Il ruolo sociale, politico ed etico dei Brand

Ben & Jerry’s, l’azienda di gelati, la cui mission recita appunto “Peace, Love and Ice Cream”. Famoso per le numerose iniziative legate alla pace, basti pensare all’evento annuale: Peace Day.

Senza dimenticare il forte messaggio lanciato in Brasile in profonda crisi economica, politica e sociale; il popolare marchio di gelato ha invitato le persone nel suo negozio di San Paolo per un dibattito politico.
L’idea era quella di portare le persone che si amano insieme, faccia a faccia, per discutere di questioni controverse.
La campagna è stata descritta sui social media utilizzando l’hashtag #amoréprogresso.

Come creare una Strategia basata sul Content Marketing

I contenuti sono la materia prima del web e, in loro assenza, una social media strategy è priva di significato. Un contenuto di qualità sa essere allo stesso tempo entertaining, utile e capace di ottenere un alto tasso di conversions. Ma se parliamo di contenuti di qualità queste sono solo le premesse. Ecco le regole fondamentali per creare una qualità di contenuti rara quanto richiesta (molto):

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Stabilire il target audience

Se si comprende la propria audience – a livello demografico e nel modo in cui utilizza i social media – si sanno quali keywords utilizzare, tramite quali social e in quali momenti condividere il proprio contenuto, e quale tipologia è la più adatta. Solo conoscendo approfonditamente il proprio target market e il modo in cui questo funziona gli si può consegnare un contenuto di valore. Si entra a quel punto in un circolo virtuoso: più contenuti significativi si offrono all’audience appropriata, più velocemente la propria social presence e reach crescono.

Social Media Audit

Ascoltare nel marketing è fondamentale e i social media sono un luogo in cui i consumatori si esprimono frequentemente e liberamente, a tutto vantaggio dei brand che sanno cogliere i suggerimenti impliciti. Il social listening può aiutare a collezionare caratteristiche e interessi del proprio target audience permettendo, con un certo margine di sicurezza, al contenuto di risuonare.

E’ bene chiedersi che tipo di contenuto il proprio target condivida (in termini di format, tono, fonti ed estensione); dove passi la maggior parte del tempo trascorso online (social networks, blogs, forums, websites etc.) e come sia meglio raggiungerlo (organic social media, advertising, search)?

Per molti business le modalità di advertising tradizionale hanno un problema di efficienza. L’advertising tramite social media combatte questa inefficienza profilando gli utenti con un set estremamente specifico di interessi e caratteristiche. Questa proliferazione ha un valore altissimo per le organizzazioni che puntano a un’audience di nicchia. Un utile distinguo: Twitter funziona particolarmente bene se si hanno come target networks specifici mente Facebook è imbattibile se si mira a definire un target per interessi o dati demografici.

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Conversational Tone

Il tone of voice dà un’impronta fondamentale all’immagine online del proprio brand, ed è bene che rifletta apertura alla conversazione e una personalità distinta risultando allo stesso tempo engaging per l’audience. Foto e Video sono la più popolare ed immediata forma di contenuto condiviso e  rappresentano un’occasione imperdibile per mostrare il lato umano di un brand.

Una content marketing strategy è il filo rosso che unisce i passaggi tra pianificazione, produzione, promozione e misurazione dei contenuti. Questo filo rosso segue alcune regole fondamentali, tra cui stabilire gli obiettivi di Content Marketing e allinearli agli obiettivi del Business.

Un criterio valido per stabilire se valga la pena creare un contenuto è capire se sarebbe funzionale ai propri obiettivi di marketing. La premessa fondamentale è quindi individuare i target, come ad esempio: aumentare la brand awareness nei mercati chiave; creare traffico di rinvio al proprio sito; aumentare le inscrizioni; condurre i lettori a una pagina o a un form in cui rilasciare i propri dati, creando potenziali lead.

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Da notare come siano assenti dalla lista elementi come like, follower e favorite – anche chiamate vanity metrics. Il fattore essenziale è l’allineamento agli obiettivi di business, che conduce inevitabilmente a dare peso a metriche come il traffico, i leads e le vendite.

Un’altra domanda essenziale è come misurare il raggiungimento dell’obiettivo. Ogni obiettivo dev’essere misurabile e deve essere possibile tracciarne i progressi. Inoltre porre un obiettivo concreto può stimolare l’inventiv  e ispirare i content creators.

Una buona Social Media Strategy porta ai brand molteplici benefici, ma solo quando si accompagna a una Content Marketing Strategy di qualità fa davvero la differenza.

Wearable Technology, la nuova frontiera per le HR?

La novità rivoluzionaria nell’ambito tech sono sicuramente i Wearable, devices come Smartwatch e Fitness Tracker che vivono in questi mesi un vero picco di popolarità.

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Dopo il flop dei Google Glass mai realmente sbarcati sul mercato – anche se a quanto pare Big G non ha del tutto rinunciato al progetto – fortunatamente i big dell’Hi Tech non hanno rinunciato ad evolvere la wearable technology, tanto che alcune aziende stanno pensando di trasformare questo trend in un tool imprescindibile anche per la gestione delle risorse umane.

Dal promuovere uno stile di vita sano ad aumentare la sicurezza sul lavoro: se le organizzazioni hanno una chiara strategia di implementazione, i wearable rappresentano un grosso potenziale.

Incoraggiare il wellness tra i dipendenti

Numerose analisi – e anche una piccola dose di buon senso! – affermano che gli impiegati sani e in forma costano meno, perdono meno giorni di lavoro e un’azienda health oriented sviluppa maggiormente l’employer branding. 

Secondo uno studio pubblicato da ABI Research, 13 milioni di wearable device saranno integrati nei piani di corporate wellness entro i prossimi 5 anni.

Essi vengono percepiti come un incoraggiamento a migliorare la propria salute senza apparire uno sgradevole requisito: negli USA, già il 44% degli impiegati li indossa al lavoro.

Un sondaggio proposto da Salesforce ha rilevato che molte aziende stanno esplorando nuovi usi per la wearable tech come la sicurezza sul posto di lavoro (23%), la gestione del tempo (20%) e la comunicazione fra dipendenti real time (20%).

Con il successo dei wearable il mercato delle business application è quindi sempre più aperto e florido.

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Migliorare la sicurezza e la comunicazione on the job

Introdurre i wearable contribuirebbe a garantire la sicurezza in quelli che sono considerati “lavori pericolosi”. I camionisti, ad esempio, potrebbero indossare uno Smart Cap, un cappello con sensori che possa mantenere sotto controllo i loro livelli di controllo, garantendo una sensibile diminuzione del rischi di incidenti dovuti ai colpi di sonno.

Una strategia per garantire l’employed buy-in

L’adozione di wearable technology da parte di un’azienda può rappresentare anche un ostacolo: un conto è sapere quanti passi hai percorso in una giornata, ben altro sapere che il tuo capo conosce la tua frequenza cardiaca, quanta acqua hai bevuto o il livello della tua attività in un giorno di malattia. Proporre la tecnologia indossabile come opzionale e non obbligatoria – soprattutto garantire la trasparenza su come saranno archiviati o utilizzati i dati – potrebbe ovviare al problema, mettendo a proprio agio i dipendenti.

Mentre per la sicurezza sul lavoro l’utilizzo dei wearable ha uno scopo chiaro e condivisibile, se traspare invece il tentativo di invadere la privacy degli impiegati si genera solo una situazione di risentimento dovuta alla sfiducia percepita.

Garantire la sicurezza e il supporto tecnico dei wearable

Privacy e sicurezza sono tra le prime preoccupazioni per un’attività commerciale di qualsiasi tipo; quando a queste si aggiunge anche il trattamento dei dati personali, ogni violazione – come dicevo – può ridurre sensibilmente la fiducia e il morale dei dipendenti ed esporre la società a problemi legali inerenti al furto di identità.

Secondo gli statunitensi Health Law Gurus:

“Mentre i wearable non rientrano nella giurisdizione di enti come la FDA e le leggi HIPAA, le attività di raccolta dati dei wearable potrebbero essere regolate da leggi statali sulla privacy e la sicurezza.”

In tal modo si potrebbe anche rilevare che alcuni wearable inviano informazioni personali senza crittografia; in alcuni casi, poi, i dati vengono addirittura venduti a terzi.

Prima di inserire i wearable nei gadget aziendali è meglio quindi fare le giuste considerazioni: aiutare i dipendenti a comprendere gli eventuali rischi legati alla loro sicurezza, che si ha familiarità con i termini di servizio del provider e garantire dei limiti all’utilizzo dei dati da parte del datore di lavoro.

I wearable hanno bisogno di essere supportati da software per la raccolta e l’analisi dei dati affidabili e che siano semplici da sincronizzare. Svolgere al meglio questo compito può richiedere il supporto di diversi tools e una manutenzione apposita del sistema di back-end della compagnia.

Maggiore efficenza operativa: il caso di Amazon

Il colosso di Seattle si avvale dei wearable per migliorare l’efficienza dei dipendenti dei magazzini, fornendo loro tag GPS e Scanner portatili in modo da raggiungere velocemente l’articolo ordinato, riducendo il tempo trascorso vagando tra gli scaffali in cerca dell’articolo richiesto.

L’ausilio dei wearable, quindi, accelera l’evasione degli ordini e aumenta le spedizioni giornaliere.

Le pause pranzo di Bank of America

Quando Bank of America ha riscontrato una disparità nella produttività dei suoi call center ha adottato un’approccio innovativo di problem solving: fornire i dipendenti di sensori.

Sviluppati da Ben Waber, CEO di Sociometric Solutions ed ex allievo del MIT Media Lab, i sensori wearable sono stati confezionati come badge identificativi, misurando le interazioni sociali nei luoghi di lavoro, come quanto si muova o chiacchieri un dipendente nell’arco della giornata lavorativa.

I dati raccolti da Bank of America sono risultati sorprendenti: più un impiegato si muoveva e interagiva con i colleghi, maggiore era la sua produttività. Monitorando queste interazioni è emerso che ben l’80% di esse si svolgevano quando la pausa pranzo dei dipendenti coincideva almeno di 15 minuti.

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Bank of America ha così testato una nuova organizzazione della pausa: ha prima diviso in due squadre i dipendenti dando ad una lo stesso orario di pausa e lasciando invariato quello dell’altra. Il team con lo stesso orario di pausa non era solo più coeso, ma i loro livelli di stress erano anche scesi sensibilmente.

Un piccolo cambiamento che non è costato nulla a Bank of America ma che ha avuto un impatto straordinario sulla sua organizzazione.