Adele e l’immancabile ironia social

Perché sui social va così: si passa dal #puffale per Cristina D’Avena su Instagram, all’enorme quantità di meme sulla pagina dell’evento su Facebook del concerto di Adele, in un attimo. Così, sotto i meme, si sprecano “commenti memorabili”, i vari Obama con “date una medaglia a quell’uomo”, o “date un uomo a quell’Adele“, account fake con le cure dimagranti piuttosto che altri account dai nomi imbarazzanti (ad esempio “Rino Pove”) che postano cose a caso per sfruttare l’ondata di likes.

Molti di quelli che si sono fiondati sulla pagina dell’evento, però, non hanno capito nulla, né di Adele né di Hello. Nemmeno Leopardi (o meglio, una versione social del poeta marchigiano), che è caduto nello stesso tranello in cui cadono i liceali quando studiano la sua poesia Il passero solitario: no, il passero solitario non è una metafora e non è riferita a Leopardi, è un uccello passeriforme della famiglia Muscicapidae. Così come Adele non è single e non è triste. Ha venduto 3 milioni di copie in 7 giorni. Da scriverlo anche in caps lock.

Adele e l'immancabile ironia social

Bene, dopo lo sfogo, i ninja verranno deliziati con i meme migliori, i più divertenti (sì dai, bisogna ammetterlo, alcuni fanno molto ridere).

Adele e l'immancabile ironia social

Poi come poteva mancare il buon Dawson? Per lui sempre due Pacey e due misure.

Adele e l'immancabile ironia social

Per Paolo invece ci siamo tutti rimasti un po’ male.

Adele e l'immancabile ironia social

Banana?

Adele e l'immancabile ironia social

Dai, ancora una.

Adele e l'immancabile ironia social

Quella con Gigi D’Alessio non riusciamo a caricarla sul sito.

Oltre i meme, abbiamo potuto ammirare la chicca di Tempo, il noto brand di fazzoletti di carta, che ha pubblicato sulla pagina Facebook di Adele questo:

Adele e l'immancabile ironia social

Applausi.

Comunque, come riporta The Next Web, in Inghilterra i fan di Adele hanno un motivo valido per piangere: pare che ci siano stati moltissimi problemi nell’acquisto online delle prevendite per le date del tour europeo. Quando si procede con l’acquisto, i biglietti si riferiscono ad altri eventi, e non a quello di Adele. Speriamo che il 4 dicembre non capiti anche in Italia. No eh. Che poi i fazzoletti servirebbero davvero.

Benvenuti nell’era blockchain – Parte 1

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Perfino l’Economist ha rotto gli indugi: la sua copertina dedicata alla tecnologia blockchain è lo sdoganamento che serviva al popolo dei “bitcoiner”, ma non è nemmeno la prima. L’interesse per le criptovalute e per la relativa tecnologia cresce ogni giorno e il nostro paese è in prima linea.

“Possiamo dire che l’Italia vede al momento una grande concentrazione di eccellenze a livello internazionale: a Milano abbiamo messo in piedi un vero laboratorio all’avanguardia, fatto di ricercatori e start up”. Parola di Giacomo Zucco, eclettico CEO di BlockchainLAB centro di ricerca sulle tecnologie blockchain e le criptovalute.

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Ma cos’è questa blockchain, e può essere separata dal bitcoin?
La blockchain é il registro distribuito di transazioni che fa funzionare il sistema bitcoin, ma per estensione il termine viene usato per indicare la tecnologia sottostante in generale. Molti stanno cercando di distinguere le due cose, ma non è cosi semplice. Una blockchain può esistere solo se esiste un “oro digitale”, con le stesse caratteristiche del bitcoin, a garantirne la sicurezza, ed è estremamente improbabile che nuove blockchain – diverse da quella di Bitcoin che oggi rappresenta, di fatto, lo standard – prendano il sopravvento in futuro. Ma la blockchain potrà essere usata anche per veicolare altro che non sia il bitcoin stesso. Facciamo l’esempio di una ferrovia a vapore: sul binario di Internet viaggia un treno che si chiama blockchain, che nei vagoni può contenere qualsiasi tipo di carico, ma per viaggiare ha sempre e comunque bisogno del carbone, che è il bitcoin. Il mondo può essere interessato al treno per quello che trasporta nei vagoni, ma il carbone è importante per fare funzionare il tutto. Fino ad oggi Internet era usato solo per trasmettere informazione, non valore. Con la blockchain, oggi, si può trasmettere valore sulla rete. Senza intermediazione di stati o banche centrali.

L’Economist sottolinea come, nonostante la brutta reputazione, la tecnologia dietro ai bitcoin possa cambiare l’economia per come la conosciamo.
Bitcoin può cambiare l’economia, la finanza e il commercio tanto quanto Internet ha cambiato la comunicazione, o gli mp3 la musica. Una transizione pacifica che potrebbe avvenire entro un decennio, a meno di eventi traumatici come nuove crisi del sistema bancario e monetario internazionale. In questo caso la tecnologia blockchain potrebbe salire in cattedra molto prima.

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Quindi il tuo progetto BlockchainLAB si sta preparando ad un mondo alternativo?
Stiamo studiando tutti i campi di utilizzo delle tecnologie blockchain e le opportunità di investimento nel settore. Quello che ci proponiamo di fare è una mappatura a livello mondiale di questo ecosistema, per rispondere alle domande dei potenziali investitori o delle industrie potenzialmente impattate, come banche e grandi sistemi di pagamento.

Hai appena elencato i soggetti che vi finanziano?
Diciamo che siamo supportati da alcuni dei più illuminati istituti finanziari e istituti di investimento nazionali. Ad oggi si parla del Gruppo Azimut, e stiamo chiudendo in questi giorni l’ingresso del Gruppo Intesa Sanpaolo. Ma entro fine anno prevediamo diversi altri ingressi importanti, con nomi di primo piano del sistema finanziario nazionale ed internazionale.
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Le banche comprano Bitcoin?
Nessuna banca – che si sappia – ha mai comprato bitcoin. Le banche centrali scoraggiano tali condotte. Diverso il caso dei fondi di investimento: vi ricordate i gemelli Winklevoss, che sostenevano di avere avuto l’idea embrionale di Facebook? Beh, stanno preparando un ETF sul bitcoin.
Ma quello che le istituzioni finanziarie dovrebbero fare, ancora più che non comprare qualche bitcoin, è studiare la tecnologia che ci sta dietro e le sue implicazioni. Se le prospettive future dovessero sconvolgere l’economia attuale per come la conosciamo, i grandi attori economici e bancari che non si sono preparati a dovere potrebbero vedere i propri prodotti e servizi fare la fine dei rullini Kodak dopo l’avvento della fotografia digitale.

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Un’economia non sociale ma social.
Sì, ma non per questo necessariamente “democratica”. Bitcoin è anche lo strumento giusto per pesare le opinioni e premiare quelle migliori, dando loro un valore economico: ChangeTip ad esempio è una piattaforma che consente di dare una mancia (un tip) – al momento solo in bitcoin, perché con sistemi di pagamento tradizionali sarebbe tutto molto più difficile – a chiunque si dimostri degno del nostro apprezzamento. Questa piattaforma è molto usata per “premiare” gli utenti su Twitter e Reddit.

Ci hai fatto venire voglia di andare in miniera.
Non è più facile estrarre bitcoin! In media ogni 10 minuti vengono estratti 25 bitcoin, ma ci vuole sempre più potere di calcolo per farlo. Ed è sempre più difficile raggiungere la profittabilitá, tenuto conto dei costi di hardware, elettricità, raffreddamento, ecc. Meglio studiare e sviluppare nuovi servizi e prodotti sulla base di questa nuova tecnologia, piuttosto che minare. In Italia al momento abbiamo un centro d’eccellenza che viene subito dietro USA, UK e Israele, ma sarà difficile conservarlo: un ambiente fiscale, normativo, legale e regolatorio soffocante e inaffidabile, una cultura avversa all’impresa e all’innovazione, un sistema di investimenti asfittico, rendono l’estero giustamente più attrattivo per i ragazzi.

Una fuga di cervelli bitcoiner?
Possiamo metterla così. Intanto cerchiamo di aggregare chi rimane. Per ora abbiamo sei start up che diventeranno dieci entro gennaio. Poi chissà. Pensate che uno dei nostri ragazzi ha creato un modo per rendere i messaggi (anche d’amore) eterni e incancellabili, grazie alla blockchain.

Magari ne parliamo al prossimo speciale su Ninja?
Certo, basta con tutto questo parlare di soldi, che non si dica che non siamo gente romantica.

La censura online nei social network

L’idea all’origine del web, dichiarò Tim Berners Lee, fu che ci fosse uno spazio collaborativo dove le persone comunicassero condividendo informazioni, senza censura.

Il web come luogo di libero scambio di informazioni, un luogo però oggi dominato da attori come Google o social network come Facebook, Twitter o Youtube che hanno le proprie policy e regole, non sempre trasparenti.

Regole e  algoritmi che determinano quali siano le informazioni da propagare.

Questi meccanismi (che accettate quando vi iscrivete: sono i famosi TOS, i termini di servizio) sono spesso presentati come necessari per mantenere il contesto pulito e sicuro. In nome della lotta al cyberbullismo, o ai contenuti (genericamente e opportunamente) definiti offensivi, che incitano all’odio, giusto per citarne alcuni, si finiscono per censurare contenuti che, fuori dalla rete, non sarebbero nemmeno presi in considerazione se oggetto di denuncia alle autorità.

Secondo Jeffrey Rosen, che già nel 2004 analizzava come conservare libertà, privacy e sicurezza in un mondo segnato dal 9 settembre 2001 nel libro “Naked Crow” (la folla nuda), “Facebook ha più potere [oggi] di determinare chi possa parlare di ogni corte suprema di giustizia, re o presidente“. Naturalmente facebook non è l’unico social ad avere un simile potere.

Si potrebbe dire che, se le regole e restrizioni applicate alla libertà di ciò che si può o no publicare divenissero troppo rigide, gli utenti potrebbero migrare verso altre piattaforme.
Ma, come fa notare la professoressa e scrittrice Marjorie Heins nel suo articolo per il forum “Harvard Law Review”, bisogna prima sapere cosa sia censurato.

Le regole ci sono, ma è raramente trasparente il modo in cui siano applicate e ancor meno chiaro quali siano le possibilità, per un normale utente, di fare appello ad una decisione presa da un anonimo operatore remoto. Qualche tempo fa il sito di gossip Gawker pubblicò il documento guida per i moderatori che devono esaminare le segnalazioni degli utenti Facebook.

Un manuale operativo ben preciso che istruisce dettagliatamente come determinare se una segnalazione debba essere ignorata, confermata o inoltrata ad un livello di decisione superiore.

La censura su Facebook funziona a pieno ritmo, anche se spesso sembra che le segnalazioni vengano ignorate.

LEGGI ANCHE: La censura su Facebook esiste ed è in ottima salute

A soddisfare almeno parzialmente questa necessità e come modo per forzare i colossi dei social network a essere più trasparenti, nel 2012 è stato creato il sito onlinecensorship.org, un progetto congiunto della Electronic Frontier Foundation (EFF) e Visualizing Impact.

i social network che ti censurano

Foto di Bill Kerr

 

I fondatori avevano iniziato a notare la scomparsa di post dei loro amici, ma il caso che li fece prendere la decisione di fare qualcosa di concreto fu la rimozione da Facebook del link alla canzone “Libertà per la Palestina” pubblicato dai Coldplay nella loro pagina: segnalato da una moltitudine di utenti come “offensivo” il link era stato rimosso da Facebook (e non dagli stessi Coldplay, come si credette in un primo momento).

Contro la censura online il sito adotta due strategie:

  1. Permette agli utenti dei social network di segnalare post rimossi per la censura applicata dai social network
  2. Informa sulle procedure da adottare per fare ricorso contro la rimozione effettuata

Il sito si propone anche come gruppo di pressione nei confronti dei social affinché le loro regole siano più compatibili con i principi della libertà di espressione, incrementando la consapevolezza degli utenti su come quelle aziende controllino, di fatto, cosa possono dire.

Secondo il terzo osservatorio delle comunicazioni dell’AGCOM, Google e Facebook sono tra le principali fonti di informazione degli italiani, con poco più del 17% complessivo di utenti che li scelgono. Il giornale “La Repubblica” si aggiudica il primo posto, con il 13,5%, seguito da Google con il 8,8%, ANSA (8,4%) e Facebook (8,3%).

E se la televisione è, per il 99% degli italiani, la fonte principale in assoluto, una buona metà (54%) si rivolge a internet.

Su internet però non c’è solo l’effetto della censura applicata dai moderatori e dagli algoritmi di Google o dei social come Facebook.

Anni fa l’attivista Eli Pariser denunciò infatti l’esistenza delle bolle dei filtri (filter bubbles): crediamo di poter vedere ogni cosa presente in internet e i social e invece gli algoritmi di ricerca e di filtro, tarati sulle nostre preferenze, interessi, attività ci mostrano solo una parte. Quella che ritengono, in base ai dati accumulati su di noi, più rilevante.

Queste bolle introducono, in aggiunta alla censura attiva dei contenuti, una ulteriore distorsione delle informazioni e una limitazione al loro accesso.

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Facebook e i suoi specialisti di Data analysis hanno cercato conferme all’esistenza di queste bolle, dentro facebook.

Secondo questo studio l’effetto delle bolle sarebbe inferiore a quanto pronosticato da Eli Pariser, ma come egli stesso dichiara, è uno studio che analizza una magra porzione della popolazione Facebook (10 milioni di utenti su un totale di un miliardo e mezzo) e, soprattutto, non è uno studio riproducibile da specialisti esterni, poichè Facebook non rilascia i dati per farlo. L’effetto, se pur minore, rimane significativo.

Sembrerebbe che la realtà si sia discostata molto da quell’ideale di libertà, apertura e condivisione collaborativa delineato da Tim Berners Lee.

Un rimedio immediato sembrerebbe non esserci. Solo la consapevolezza di quanto accadde, il mantenere vivo lo spirito critico , il supporto a iniziative e l’uso di strumenti come onlinecensorship.org potrebbero, se non altro, limitare l’ingerenza di imprese private che, nella nostra libertà di espressione, non dovrebbero aver voce in capitolo.

Non lo pensate anche voi?

Spotify: un grande alleato per i brand

Spotify ha fatto parecchia strada da quando ha visto la luce nel 2008 e oggi si contano oltre 75 milioni di iscritti.

Il provider di musica si è insinuato nel cuore degli appassionati, ma ha anche fatto breccia in quei brand che sono stati in grado di coglierne, prima di altri, il potenziale.

Spesso le aziende non comprendono l’importanza di coinvolgere l’utente in un’esperienza sia emotiva che di intrattenimento.
Chi invece riesce a intravedere l’importanza di una comunicazione che vada al di là del prodotto, riesce a creare campagne uniche nel loro genere.

Alcune di queste campagne sono state rese possibili grazie a una partnership proprio con Spotify.

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Quali sono le migliori viste in Italia?

Disaronno su Spotify

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In Italia Spotify è arrivato nel 2013, con ben cinque anni di ritardo, ma un brand non si è fatto trovare impreparato e ha dato vita alla prima campagna italiana con il provider.

Nemmeno dopo una settimana dal lancio in Italia, Disaronno aveva inaugurato la sua pagina diventando la prima Brand Page Italiana del provider musicale.
Non solo, diventando partner di Spotify, riuscì a creare un’apposita piattaforma chiamata Disaronno Contemporary Terrace in cui si potevano trovare diverse playlist come: Disaronno Sour, con le hit del momento; Disaronno Orange, con musica lounge e da cocktail; Disaronno Sparkling, con musica anni ‘80; Disaronno on the rock’s, con musica Rock e Disaronno Ginger Ale, con i classici anni ‘50.

Spotify_un_grande_alleato_per_i_brandLEGGI ANCHE: Disaronno e Spotify: se è originale, si sente!

Uber

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Novembre 2014:con Spotify your ride gli utenti premium di Spotify che stavano utilizzando il servizio Uber, potevano ascoltare la loro musica durante la propria corsa, semplicemente sincronizzando le due app.

LEGGI ANCHE: Spotify: sei tu ora il DJ di Uber

Facciamo un salto temporale e arriviamo a qualche settimana fa:

Pocket CoffeeSpotify_un_grande_alleato_per_i_brand

Novembre 2015: Pocket Coffe, in collaborazione con OgilvyOne, ha creato Pocket Playlist, un generatore automatico che crea una lista di brani personalizzati in base al mood, l’attività e il tempo a disposizione. L’obiettivo è riuscire a raggiungere le generazioni più giovani e catturarle attraverso un’esperienza musicale creata ad hoc. Infatti, il generatore viene influenzato dalle canzoni già presenti nelle playlist dell’utente: la playlist personale selezionata influenza il sistema, che dopo pochi attimi mostra un elenco di brani elaborati dall’algoritmo. Se il risultato non soddisfa, si può creare immediatamente una nuova playlist, sperando in una selezione di canzoni più adatta.

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Questo non vuol dire che gli utenti che non fanno ancora parte della piattaforma ne siano esclusi, anzi, anche chi non è iscritto con un semplice click potrà creare la playlist e iscriversi alla piattaforma.

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Inoltre è possibile trovare il canale Spotify di Pocket Coffee con otto playlist aderenti al posizionamento del prodotto.

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I brand possono trovare un grande alleato nella musica e Spotify può essere la vetrina giusta che permette di raccontare le aziende attraverso le playlist o stimolare il talento e la creatività per i brand che sanno osare.

Infatti, a rendere ancora più accattivante la piattaforma per le aziende, arrivano due nuovi aggiornamenti: la sezione Concert e Spotify fan insight.

I brand, potendo accedere anche ai dati significativi sugli utenti, adesso potranno anche comprendere l’efficacia della strategia adottata.

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Quali sono le campagne Spotify che più ti hanno incuriosito?
Raccontacele in un commento.

Instagram multiaccount: una svolta storica

Era da sempre in cima alla lista delle feature più desiderate dagli Igers. Ora, finalmente, sta per diventare realtà: Instagram ha iniziato a testare su Android il supporto al multiaccount. A breve sarà quindi possibile gestire più profili senza dover per forza fare logout/login tra uno e l’altro.

Al momento, infatti, è possibile utilizzare un solo account per volta, e questo rende non proprio agevole l’attività di chi utilizza il social per scopi professionali – gestendo magari più account per conto di brand o attività commerciali – o semplicemente di chi ha più profili per progetti creativi diversi.

Il multiaccount su Instagram, una svolta storica

L’annuncio di questa imminente novità non può che segnare quindi una svolta davvero storica, paragonabile forse solo all’introduzione del formato rettangolare e delle sponsorizzazioni. In effetti, se si considera che in fondo questi ultimi due cambiamenti sono stati introdotti per posizionare ancora di più il social in un’ottica commerciale e strizzare l’occhio ai brand, l’arrivo del multiaccount sembra chiudere il cerchio proprio in questa direzione. Un social sempre più professionale, sempre più rivolto a professionisti, sempre più gestito da professionisti.

Oltretutto, giusto una settimana fa Instagram ha annunciato ulteriori restrizioni all’utilizzo delle API da parte di app terze, per garantire agli utenti un maggior controllo dei contenuti e una tutela più accurata della privacy. Forse le due mosse sono concatenate e questo passo era diventato inevitabile.

Ad ogni modo, per il momento i beta tester Android sono gli unici a poter sperimentare il supporto al multiaccount con la versione 7.12.0 dell’app. Non c’è la certezza matematica, ma con molta probabilità bisognerà solo pazientare un po’ per poterne beneficiare tutti. Intanto Instagram non ha rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale.

Instagram multiaccount

credits: @khouryrt su androidpolice.com

Nell’attesa, quali sono i tool che supportano il multiaccount?

Certo, finora non sono mancate strade secondarie per ovviare il problema, ma si tratta comunque di soluzioni esterne ad Instagram, non sempre gratuite e non sempre performanti in tutto e per tutto. E quasi mai disponibili da mobile.

Vediamo, in rapida rassegna e ordine rigorosamente alfabetico, alcuni tra i tool più diffusi che supportano il multiaccount, nell’attesa che la nuova feature di Instagram venga ufficialmente introdotta.

  • Grum: per la gestione multiaccount da desktop. Con 3 differenti piani tariffari, Basic (fino a 3 account), Pro (fino a 9) e Agency (più di 9). Prova gratuita di 7 giorni
  • Instwogram: disponibile per Android (ma non in Play Store), consente la gestione di due account. Gratuito
  • Latergramme: da desktop e mobile, fino a due account nella versione gratuita
  • Onlypult: da desktop. Offre 4 piani tariffari diversi, Start (3 account), SMM (7 account), Agency (20 account) e Pro (40 account). Prova gratuita di 7 giorni
  • Stribr: da desktop. Attualmente in beta e gratuito, offre in previsione 3 diversi piani tariffari che consentono tutti la gestione di massimo 5 account, più una combinazione di altri servizi

Se invece vuoi betatestare

In alternativa, se proprio sei curioso e vuoi iniziare a dare un’occhiata alla feature in fase di test, puoi provare a fare parte del gruppo di beta tester Android seguendo le istruzioni e installando la versione aggiornata dell’app.

Tutti connessi e raggiungibili? Il vero oro nero del mobile sono i dati

“Posso fare a meno di tutto, tranne che del superfluo”, disse Oscar Wilde. Partiamo da questa citazione e riflettiamoci su, contestualizzandola nella nostra epoca 3.0. A cosa, oggi, la maggior parte delle persone non potrebbe proprio rinunciare? Per dare la risposta, magari, basta pensare ad uno dei primi gesti che si compie appena svegli.

Secondo una ricerca di Deloitte sul comportamento dei consumatori, il 35% degli italiani entro 5 minuti dal risveglio si connette sul proprio dispositivo mobile! E lo utilizza quotidianamente non solo per la messaggistica istantanea, controllare le mail, intervenire sui social, consultare il meteo e le news, ma anche come fonte di intrattenimento ossia per guardare film, video, giocare e ascoltare musica. Mania, ossessione o semplice routine?

Lo smartphone oggi è una chiave pubblicitaria

Group of young hipster friends playing with smartphone

Tocca ammetterlo, siamo un popolo di nomofobici: viviamo terrorizzati dal timore di restare senza smartphone. Uno studio curato dal centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers’s ha contato quante volte lo guardiamo: 150 volte al giorno, e in qualsiasi tipo di situazione! Quell’ossessiva necessità di controllare continuamente lo smartphone per vedere se ci sono nuovi messaggi ha un nome ed è Crackberry, dipendenza paragonabile allo shopping compulsivo.
Questi sono i lati negativi del fenomeno, esasperati in maniera provocatoria. Ma, guardando da un’altra angolazione, si può pensare anche ai vantaggi apportati dal dispositivo nel quotidiano.

Ci indica dove andare, ci tiene informati, ci diverte, ci mostra le promo più in linea con i nostri gusti e necessità: avere uno smartphone significa aver accesso ad uno sconfinato archivio di informazioni sempre con sé ed essere in contatto permanente con decine di persone e aziende.

Favorevoli o contrari, ciò che è innegabile è che lo smartphone rappresenta per il business una chiave pubblicitaria fondamentale in quanto è il device che viene utilizzato maggiormente durante la giornata dagli utenti e può dire molto di noi, dei nostri gusti, delle nostre abitudini. Ma i marketer l’avranno capito?

“Questo è l’anno del mobile”

anno del mobile

Sono ormai due anni che questa frase è la più inflazionata nel settore dell’advertising. Mentre negli Stati Uniti il mobile sta già superando il display come primo device in termini di revenu advertising, in Italia gli investimenti non superano ancora il 20%. Si tratta quindi un mercato dalle enormi potenzialità che ancora non vengono pienamente sfruttate, soprattutto se si considera che il nostro Paese è il primo al mondo per uso di smartphone e tablet.

Oggi lo smartphone è diventato il più importante device personale. Gli utenti sperimentano una vita digitale realmente multicanale e i brand si trovano di fronte a un nuovo rompicapo per decidere come comunicare al loro target.

Tutte queste interazioni generano dei flussi di dati enormi, moltiplicati dall’aumento dei device: Comscore afferma che la mole di dati prodotti è passata dal 2014 al 2015 da 700mb a 5gb al mese.

Qual è il vantaggio di acquisire tutti questi dati? Il programmatic mobile offre la possibilità agli advertiser e ai loro clienti di utilizzare i dati dei visitatori coinvolti e permette di ridurre i gap tecnologici tra i diversi device (in app vs browser web mobile, Android OS e iOS, Mobile Phone vs Tablet vs Desktop) proponendo delle strategie misurabili e quantificabili.
Oltre ai dati sul device e i contestuali, il vero oro nero del mobile sono i dati riguardati la localizzazione dell’utente e l’identificazione dell’utenza.

Geolocalizzazione e Drive to Store: l’utente è rintracciabile in qualsiasi spostamento

geolocalizzazione

L’essere sempre connessi e raggiungibili è ciò che caratterizza davvero la nostra epoca e la caratteristica univoca dei device mobili è che sono in mano all’utente quasi H24, seguendolo in ogni suo spostamento. Questa è una potenzialità enorme per gli advertiser che possono usare a proprio vantaggio la geolocalizzazione in real time così come avere accesso allo storico delle posizioni dell’utente. È possibile concentrare la diffusione su vaste aree geografiche ma anche focalizzarsi su perimetri più specifici.

Questa possibilità viene utilizzata per esempio con finalità di drive to store: poniamo il caso di essere un advertiser del settore automotive. È possibile inviare a un utente, che ha già dimostrato interesse per una determinata casa automobilistica, una creatività in cui viene indicato l’indirizzo o per il percorso per la concessionaria più vicina, invogliandolo in questo modo a effettuare un Test Drive. Tutto pronto, chiavi in mano! Proporre un’azione di marketing dinamica e orientata, però, implica la conoscenza del marketing programmatico e delle sue tecnologie nonché il possesso di 1rst party data.

Segmenti deterministi e probabilisti: identifichiamo l’audience

 Segmenti deterministi e probabilisti

Due sono i metodi possibili per l’identificazione dell’audience, a seconda che utilizzino dati deterministi o quelli probabilisti.

Ogni volta che una pubblicità viene visualizzata o che un utente ci clicca sopra, uno o più dati emergono in superficie. Si tratta dei dati definiti deterministi: tecnici o contestuali, sono legati alla natura del device, dell’operatore telefonico, dell’OS, dell’applicazione utilizzata, del sito mobile o del formato pubblicitario aperto (1rst party data). Si intende quindi  l’utilizzo di un ID unico appartenente all’utente o a un device e che non cambia, basandosi su un singolo elemento di informazione identificabile come un indirizzo email, il login site, device ID. Questo è il metodo più sicuro per riconoscere uno stesso utente che effettua l’accesso da più screen.

Numerosi sono, invece, i partner tecnologici che propongono un approccio totalmente probabilista, integrando dei dati contestuali per creare degli identificativi virtuali chiamati mobile 3rd party data.

Non avendo accesso agli ID deterministi, questi player estrapolano i dati digitalizzati da centinaia di punti di raccolta stabiliti per arrivare delle conclusioni riguardo a combinazioni statistiche d’attributi unici di un dispositivo connesso (indirizzo IP, user agent, impostazioni del navigatore internet, lingue, dati di geolocalizzazione…).

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Operazioni complesse e dispositivi multicanali

L’inserzionista può utilizzare questi ID o segmenti di ID per costruire dei ponti tra i differenti device e degli scenari di targeting o di retargeting sempre più adatti ai comportamenti dei consumatori. Questo “bridging” tra dispositivi permetterà di costruire un profiling dinamico e intelligente degli utenti in target, seguendo la loro customer journey quotidiana.

Alcuni player come TAPAD, ADSQUARE, FACTUAL o DATAMONK propongono dei segmenti contestualizzati che permettono di targetizzare, seguire e raggiungere dei profili crossmediali, geotargetizzati o filtrati per età, sesso, gruppo sociale o tipologia di acquirenti.
Grazie a tecnologie sempre più innovanti, per l’advertiser diventa possibile seguire il consumatore lungo tutto il percorso di conversione, raggiungendolo anche attraverso i differenti device.

In questo modo si permette una scenarizzazione dei formati a seconda della posizione dell’utente nel funnel, delle sue abitudini di navigazione e delle sue preferenze per i differenti prodotti.

Il futuro del multicanale è ancora in corso di scrittura

Il futuro del multicanale

Esistono anche  delle situazioni più semplici disponibili per gli inserzionisti che possiedono 1rst party data e che desiderano proporre un’azione di marketing cross mediale.

Ad esempio integrando le logiche di retargeting, è possibile indirizzare delle pubblicità e promozioni mirate e personalizzate. Facebook, Google +, Twitter, Yahoo e alcuni dei grandi siti di e-commerce e di servizi con accesso sicuro dispongono di soluzioni di tracking (tag manager, sdk, server postbacks) che permettono di targettizzare le loro inventory e, in un secondo tempo, di seguire l’utente e diffondere le creatività su differenti canali.

Programmatic mobile: raggiungi la persona giusta nel momento giusto

Il Programmatic Mobile può sfruttare molti altri dati rispetto a quelli che si possono utilizzare nelle campagne PC tradizionali di media buy, perché il mobile offre sempre dati nuovi, compresi dati sul sistema operativo, dati di velocità di connessione e molto di più. Le soluzioni proposte sono molto avanzate e necessitano di eccellenti tecnologie da parte del trading desk, come TradeLab, ma anche di una profonda maturità da parte dell’inserzionista.

Non si può più sottovalutare il mobile: poiché le tecnologie programmatiche continuano la loro ascesa nell’automatizzare l’acquisto, la vendita o la realizzazione di annunci, il programmatic mobile potrebbe diventare lo standard per i marketer in cerca di semplificare il processo di acquisto dei media.
Mobile e Online presto potrebbero essere percepiti come un’unica cosa!