Torna BattleMI! Diventa partner dell'evento globale sull'imprenditoria innovativa

eventi milano

Dopo il successo delle due precedenti edizioni di Napoli e Salerno, La Battaglia delle Idee diventa internazionale e sbarca a Milano, il 18 Marzo 2015, come main event del Global Enterpreneurship Congress. 

L’appuntamento annuale targato Ninja Marketing e Ninja Academy dedicato alle idee e alla cultura creativa e imprenditoriale sarà un’occasione di networking, formazione, competizione di idee, ma anche di musica e divertimento nella capitale italiana del business.

La sala Ninja Academy fornirà per i quattro giorni del GEC training gratuito con speaker di rilevanza internazionale ai partecipanti e soprattutto agli startupper, i quali saranno così pronti per affrontare la battaglia delle idee in stile Rap Jam.

Get involved!

Ninja Marketing e Ninja Academy stanno cercando partner e sponsor dell’evento: aziende come la nostra che credono nell’innovazione e nella creatività. Molti sono già dei nostri, ma c’è ancora un po’ di posto per chi non vuole perdere l’occasione di essere protagonista di un evento così importante.

startup

Tre buoni motivi per essere a bordo:

1. Espandi i tuoi orizzonti
La tua azienda ed il tuo brand potranno posizionarsi in maniera spettacolare nel panorama internazionale dell’imprenditorialità.

2. Be Ninja, Be GEC
Valorizza l’awareness aziendale e la corporate reputation attraverso l’associazione con i valori positivi di Ninja Marketing e del GEC 2015.

3. Fai innamorare di te i digital maker
Entra in connessione proattiva con +10.000 partecipanti da oltre 150 Paesi: influencer, digital maker, tech lover, innovatori, startupper, imprenditori italiani ed internazionali.

Il GEC 2015, per la prima volta in Italia

Il GEC 2015, l’evento internazionale gratuito sull’imprenditoria innovativa, vedrà migliaia di partecipanti da tutto il mondo, riuniti per la prima volta in Italia al Milano Congressi di Milano.

Fondato nel 2009 dalla Kauffman Foundation, riunisce le migliori startup a livello mondiale. Ha la missione di creare nuove connessioni, favorire la condivisione di esperienze e l’individuazione di nuove idee, al fine di guidare la crescita economica.

Tra gli speaker di quest’anno, Felipe Hoffa, Developer Advocate di Google, Jeff Hoffman di Colorjar & Priceline.com e Eze Vidra di Google Ventures. E la lista è ancora in progress!

GEC

Gli speaker delle precedenti edizioni

La Battaglia delle Idee – third edition #BattleMI

BattleSA 2014 - Kris Grove e Mirko Pallera conducono la la pitch battle

La sfida tra startup a colpi di rap rende La Battaglia delle Idee uno degli appuntamenti più attesi nel panorama startup italiano.

Quest’anno 12 team di startup internazionali, selezionati da Ninja Marketing e Kauffman Foundation,  si scontreranno pitch contro pitch: la sfida è ad eliminazione diretta, a ritmo di rap. Ai piatti un DJ hip-hop scandirà il ritmo e l’esplosiva Kris Grove, DJ di Radio 105 ed ex volto di MTV, presenterà l’evento.

Il tutto si terrà presso il Mi.Co., uno fra i più grandi centri congressi d’Europa e del mondo, nella sala Ninja Academy e nell’Auditorium, capace di accogliere oltre 2000 persone.

Vuoi essere uno dei protagonisti della #BattleMI?

Tra gli sponsor del GEC 2015 ci sono già aziende come UniCredit, Turkish Airlines, PWC, RCS, Business Angels Europe e l’evento è patrocinato da Ministero dello Sviluppo Economico; Ministero degli Affari Esteri; Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; dal Comune di Milano e Assolombardia.

Se vuoi partecipare all’evento con la tua azienda, perché vuoi farti conoscere da migliaia di innovatori internazionali che entreranno in contatto con la Battle on e offline, puoi contattare Federica Bulega, Account Manager, all’indirizzo federica@ninjamarketing.it. Sei un startup e vuoi partecipare alla battaglia? Stay tuned per ulteriori informazioni!

Magalli o Morandi? I social network, la Presidenza e il bisogno di autenticità

Se siete assidui dei social network e in particolare di Facebook, negli ultimi mesi avrete sicuramente visto apparire sul vostro newsfeed il volto di Giancarlo Magalli o di Gianni Morandi.

Due star apparentemente lontane dal mondo digitale, che per motivi diversi sono già da diversi mesi saliti alla ribalta dell’audience digitale. Se Magalli, come spiega su International Business Time Alessandro Martorana, diventa “famoso” a causa di un fatto totalmente inventato che ha saputo generare una conversazione sfociata poi in miriade di pagine fan (Ma quanto cazzo è bello Magalli, MagallicaMagalli nelle cose, Magalli, Magalli ovunqueL’uomo che sussurrava ai Magalli solo per citarne alcune), Gianni Morandi invece si afferma su Facebook grazie alla gestione personale, positiva, puntuale della sua pagina personale, che tocca e supera il milione di fan già nel 2014 e oggi è indicata da più parti come esempio di community management da seguire anche per grandi brand.

Entrambi i personaggi partono da fan base distanti dal profilo dell’utente medio di Facebook, essendosi radicati su un’audience di età mediamente alta. Eppure entrambi si mettono in gioco nel tempo, andando a radicarsi sul digitale mantenendo inalterati entrambi la loro immagine e il proprio stile: addirittura, Giancarlo Magalli si presta a recitare in un corto dei The Pills, facendo toccare alla clip sul canale YouTube del collettivo oltre le 300 mila views.

Come Ninja Marketing da mesi proviamo a intervistare entrambi per capire il segreto del loro successo: neanche noi, però, potevamo immaginare che nella settimana dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica il candidato più invocato sul web fossero proprio loro due.

I valori non sono secondari: un capolavoro di personal branding

Tutto comincia dalle dimissioni di Giorgio Napolitano. Naturalmente, come spesso accade, cominciano a fioccare su Facebook spazi semiseri sul tema elezione.
Alcuni, però, assumono i contorni dell’azione pensata e con tutte le intenzioni di esser considerata “seria”. Un po’ come capitato per il Winner Taco e la pagina Ridateci il Winner Taco.

LEGGI ANCHE Ritorna il Winner Taco? Se i prosumer cambiano la strategia di Algida

In particolare, parliamo delle pagine Gianni Morandi Presidente della Repubblica Italiana e soprattutto di Magalli al Quirinale, che con 23 mila fans influisce addirittura sul sondaggio fatto da Il Fatto Quotidiano, superando anche il già candidato nel 2013 Stefano Rodotà.
Il diretto interessato, interpellato, risponde in tono pacato ma determinato: la sua è una candidatura seria, a differenza di Morandi che preferisce glissare sulla sua possibile elezione continuando, coerentemente, a proporsi con tatto, serietà, gentilezza.



Entrambi, percepiscono l’umore dei propri fans, lo interpretano, si fanno portavoce di una richiesta di cambiamento che trova l’incarnazione perfetta nei loro volti.

Un capolavoro per affermare il proprio personal branding, osservando la capacità di cavalcare l’hype di entrambi, che conferma ancor di più come la Rete sappia coagulare prima di tutto emozioni autentiche e premi quegli hub di contenuto dove l’autenticità venga restituita, senza filtri.

Nel caso specifico di Magalli, diventato suo malgrado idolo dei digital users italiani grazie a fotomontaggi scherzosi, spicca ancor di più il meccanismo premiante: come nel caso di Gianni Morandi, chi ha cominciato a seguirlo per scherzo oggi è autenticamente un fan, un utente coinvolto che ne apprezza profilo e valori. Se Magalli e Morandi fossero aziende, oggi i loro prodotti varrebbero ancor di più.
L’ennesima dimostrazione per i brand che sul digital puntano su una comunicazione filtrata e percepita come finta dall’audience: per raggiungere gli obiettivi, bisogna restituire esperienze valoriali ed emozionali il più possibile empatiche.

I candidati del popolo e il linguaggio dell’opinione pubblica

Nel film “L’uomo dell’anno“, Robin Williams interpreta la parte di Tom Dobbs, un conduttore televisivo che per scherzo si presenta alle elezioni presidenziali USA e, per un errore informatico, diventa Presidente degli Stati Uniti. Quando uscì in Italia nel 2007, il pensiero corse ai MeetUp di Beppe Grillo: è possibile che un fenomeno digitale che nasce per scherzo possa trasformarsi in un fattore reale di trasformazione politico? Non sta a noi fare politica e prendere posizioni.

Certamente, la candidatura di Magalli e di Morandi al Quirinale apre scenari interessanti per capire e monitorare il modo di esprimersi dell’opinione pubblica nei confronti della rappresentanza votata democraticamente. Come scrive giustamente nel suo post il conduttore televisivo: “La mia faccia è e resta a disposizione di chi vuole usarla per esprimere il suo sdegno, la sua indignazione, ma soprattutto la sua speranza.”

In un sistema altamente dialogico come quello dei social network, se gli utenti trovano corrispondenza alle loro sensazioni allora sono pronti a costruire una relazione. Se questo avviene con un personaggio pubblico, ecco che il legame diventa saldo, e in virtù delle meccaniche schizofreniche del web, questo può portare ad una meccanica che abbatte barriere sempre più spesse e impensabili.

L’utente che si è allontanato dalla politica ed è contrariato dai nomi che circolano per sostituire l’ex presidente Napolitano non ha più bisogno di lamentarsi sui propri status, o meglio: non solo. Oggi può appaltare il suo disagio a una figura credibile, affermata, ed eleggere quel rapporto come strumento di comunicazione. Può capitare con un cantante come Gianni Morandi, ieri molto in voga fra le zie e oggi esempio per i social media manager, che porta una ventata d’educazione in uno spazio tendenzialmente maleducato e provocatorio, accattivandosi così le attenzioni di chi è alla ricerca di un luogo tranquillo e vero.
Può capitare con un brand, che magari non può essere candidato alla Presidenza della Repubblica, ma che riesce a diventare un punto di riferimento per valori precisi e, per questo, esempi di qualità.

Non sappiamo se Magalli e Morandi saranno presi in considerazione per la votazione che comincerà il 29 gennaio. Certamente, l’audience di oggi ha bisogno di interlocutori che siano autorevoli non solo per ciò che fanno, ma anche per come: Giancarlo Magalli e Gianni Morandi hanno saputo farlo, e si sono guadagnati la stima di un’ampia fetta degli utenti di Facebook in Italia. Non è poco.

Pinterest: tutti i dati del social network in una infografica!

Pinterest dati infografica!

Quando si parla di numeri e dati nel glorioso mondo dei social media, il rischio di poca chiarezza è dietro l’angolo. Spesso infatti si tendono a mischiare dati ufficiali da non, si confonde il numero di utenti attivi e utenti registrati, si prendono per veri articoli probabilmente scritti per gonfiare quello o quell’altro numero per sostenere una tesi… e via dicendo.

Anche Pinterest, non è da meno, ovviamente! Per mesi (anni?) si è dibattuto del reale utilizzo del social nel mondo e in Italia, o sul sesso degli utenti (che, come ricorderete, nel nostro Paese si era presentata una contro-tendenza: il maggior numero di utenti era maschio al contrario del resto del mondo, dove Pinterest è usato per l’80% da donne).

Per questi e altri motivi, l’agenzia francese 909c e il digital manager Christian Radmilovitch hanno deciso di realizzare una infografica dedicata a Pinterest utilizzando solo ed esclusivamente dati ufficiali per riassumere quello che è lo stato attuale nel mondo.

Pinterest dati infografica

Sorprese? Non molte. Come già detto, la maggior parte degli utenti è donna, e il settore di successo si conferma quello della moda e del retail, che riceve una media di 46 repin contro lo standard dei 10 per gli altri settori.

Un social che sembra essere fondamentale anche per l’e-commerce, o almeno lo è per Etsy, che grazie al social network rosso incrementa le sue vendite del 20% ogni settimana, e anche per Sephora US, che vede spendere gli utenti di Pinterest circa 15 volte di più rispetto ai fan di Facebook.

E voi? Come utilizzate Pinterest e come lo avete inserito nelle vostre strategie aziendali?

Sketch London, l'interior design è chic e dirompente


Scommettiamo che avete sempre fatto l’equazione “sala da thé” = romantica, ordinata, compita = noiosa.
Ecco, no. Almeno, non sempre.
Sketch London, ad esempio, è l’eccezione che offre un’esperienza indimenticabile ai suoi avventori. Unica nel suo genere, è suddivisa in tanti ambienti piuttosto intimi, allestiti con un’attenzione perfetta alle cromìe, al design e soprattutto all’arredamento.


Progettata dall’architetto star e interior designer India Mahdavi,  l’intero locale è concepito come un ensemble monocromatico, sui toni del rosa, d’impatto ma allo stesso tempo molto rilassante. Sketch London non è solamente una sala da thé, ma è prima di tutto un ristorante, oltre a trasformare periodicamente le sue sale in una galleria d’arte.

Il classico, semplice e quasi bourgeois design nella sala principale è tutto declinato in zuccherose tinte pastello rosa, in aperto contrasto con il background, ovvero le illustrazioni dissacranti e provocatorie di David Shrigley. In tutto i disegni sono 239, completamente inediti.

India Mahdavi prende l’archetipo classico della brasserie e lo tinge di femminilità, con un tocco contemporaneo a creare disordine. Il look and feel di Sketch London è un po’ anni ’70: sedie “bulbose” e divanetti morbidi, rigonfi, imbottiti, con le linee curve a farla da padrone. Il rivestimento è un cotone vellutato, per rendere tutto ancora più smooth.


La Mahdavi ha sapientemente dosato i pesi cromatici e di arredo, prevedendo inserti chic color rame, lampade, specchi, ricchi tappeti, drappeggi rossi o magenta e, perchè no, anche sale interne interamente ispirate dai toni del legno, con banconi e sgabelli da bar che paiono appena usciti da una falegnameria artigianale.

Gran parte dello spazio è piastrellato con un pattern chevron, a fantasia multicolore con reminiscenze “Missoniane”. Se guardate in alto, non potete non notare la maestosa cupola in vetro troneggiare luminosa su di voi.

Vi piacerebbe prendere un thé in una location come questa, amici ninja tea-addicted?

Vuoi essere come Google? 5 attività low cost per migliorare la cultura aziendale

Sarà capitato ad ognuno di noi di leggere delle grandi cose che Google è riuscita a fare negli anni per i propri dipendenti, molti degli imprenditori italiani o dei giovani startupper si sono chiesti come sia possibile ottenere una tale devozione da parte dei propri dipendenti non possedendo, spesso, i fondi per poterlo fare. Google è diventato il paradiso dei lavoratori, ha costruito una cultura aziendale invidiabile perché ha potuto permetterselo.

Di seguito, cinque modi economici per provare a replicarne il successo.

1. Ideare divertenti sfide tra dipendenti sul posto di lavoro

Google, tra le tante cose, è nota per riuscire a motivare i propri dipendenti con giochi e attività in ufficio, in modo da rendere il lavoro sempre più divertente. Nonostante l’aspetto ludico non sia nella cultura aziendale italiana, è una via molto semplice per offrire momenti di svago e permettere ai colleghi di fraternizzare fra loro, per esempio con tornei di ping pong. Questo genere di attività, con costi minimi o addirittura nulli, permette di alleggerire la tensione lavorativa in ufficio.

 

 

2. Tenersi in forma

Più della metà dei lavoratori si sente o è in sovrappeso. La colpa è da attribuire alle molte ore di lavoro, ad uno stile di vita sedentario e ad una alimentazione poco sana. Google, mostrandosi sensibile al problema, si è mossa da tempo costruendo delle vere e proprie palestre nelle quali i dipendenti possono allenarsi senza pagare nulla. Una piccola azienda difficilmente può permettersi di costruirne una in sede ma le alternative ci sono. Bisogna partire da una costante: le sfide tra i dipendenti. Si possono ideare ad esempio sfide di push up o di squat tra dipendenti per incentivarli al movimento. Il costo è nullo e il divertimento assicurato.

LEGGI ANCHE: Secondo i dipendenti, Google è il miglior luogo dove lavorare nel 2015

3. Festeggiare occasioni speciali in modo unico

Google ha recentemente regalato  una settimana di riposo ad un dipendente per il suo compleanno, ricevendo i ringraziamenti di tutta la famiglia. Anche le aziende più piccole, che non possono permettersi di rinunciare ad una risorsa per più di due giorni, possono comunque fare diverse cose per festeggiare le occasioni speciali. Possono chiedere al diretto interessato quale sia il suo piatto preferito e, una volta in mensa, farglielo trovare sul tavolo con un augurio da parte dell’azienda. Piccole attenzioni che non comportano grandi costi per l’azienda, ma si traducono in benefici per i dipendenti.

 

 

4. Sviluppare la cultura aziendale: rendere uniche le pause dal lavoro

Il successo di Google ha dimostrato come sia importante la variabile divertimento. L’azienda dispone di scivolo e sale gioco che i dipendenti possono utilizzare quando fanno una pausa dal lavoro. Questi passatempo hanno un grande effetto sui dipendenti e sulla cultura aziendale, possono essere creati in modo poco costoso, con un po’ di creatività e attenzione, per evitare di perdere troppo tempo e produttività.

5. Fuori dall’ufficio! (Occasionalmente)

I dipendenti di Google vengono spesso invitati dall’azienda a fare gite ed escursioni. Molte aziende non possono permettersi attività di questo genere, ma lavorare occasionalmente fuori dall’azienda non ha alcun costo ed è molto utile poiché rende i dipendenti più motivati. Se a questo si aggiunge un pranzo estivo all’aperto o una visita guidata ad un museo di interesse particolare per l’azienda, il risultato può essere del tutto simile a quello ottenuto da Google.

Basta poco. Ad esempio, una piccola pausa dal lavoro rende i dipendenti molto più motivati e produttivi.

Hi-tech è bello: una riflessione sulle sfide e le opportunità delle nuove tecnologie digitali

Per Natale ho regalato alla mia mamma uno smartphone. Scartato il pacchetto, mamma con gli occhi pieni di gioia, simili ai miei da bimba davanti a ‘Barbie luci di stelle’, salta dalla sedia al grido di: “Ora anche io potrò avere whatsapp!”. Da qual momento hi-tech è iniziata la formazione e anche i miei dubbi: “Avrò fatto la cosa giusta? Mi sarò data la (whats)zappa sui piedi?”. Mia mamma avrebbe conosciuto ancora di più i miei orari monitorando gli accessi all’app, in particolare quelli in cui sarei andata a dormire, e avrebbe avuto la possibilità di sapere se avessi letto o meno un messaggio. Averle regalato lo smartphone era stata una scelta per migliorare la nostra comunicazione tramite la tecnologia, un modo per farla preoccupare di più e rinunciare così anche alla mia privacy?

Mi sono venute in mente le parole di Stefano Rodotà scritte nell’articolo “Persona, libertà, tecnologia”:

Quali sono le dimensioni della libertà nell’età della scienza e della tecnologia? È giusto invocare la protezione della vita privata, ma non basta. Il nostro modo di vivere è divenuto un flusso continuo di informazioni, inarrestabile, che noi stessi alimentiamo per avere accesso a beni e servizi.

A discapito forse di un pizzico di privacy ho infatti dato accesso a mia madre a un bene, lo smartphone, e a servizi… precisamene, infiniti servizi. Ho forse rivoluzionato in parte la vita di madre, rendendo anche lei ancora più digitale e contribuendo a dare un’ulteriore sforbiciata, dato che mamma se la cava egregiamente con il pc, a quel famoso digital divide di cui tanto si è parlato con l’avvento del web 2.0. Ho dato a mamma l’opportunità di condividere con me e tante altre persone emozioni ed esperienze, di ‘cercare’ e ‘conoscere’ in qualsiasi momento, di avere un collegamento con il mondo a portata di tasca: da Google a YouTube, fino alla mail e a Google Maps.

Ormai la società in cui viviamo è assolutamente tecnologica e anche gli italiani pare in parte ne siano consapevoli considerando i dati Istat pubblicati il 18 dicembre 2014 con la ricerca “I cittadini e le nuove tecnologie” :

Nel 2014, aumenta rispetto all’anno precedente la quota di famiglie che dispongono di un accesso ad Internet da casa e di una connessione a banda larga (rispettivamente dal 60,7% al 64% e dal 59,7% al 62,7%). Le famiglie con almeno un minorenne sono le più attrezzate tecnologicamente: l’87,1% possiede un personal computer, l’89% ha accesso ad Internet da casa. Nel 2014 oltre la metà delle persone con almeno 3 anni di età (54,7%) utilizza il pc e oltre la metà della popolazione di 6 anni e più (57,3%) naviga su Internet. Rispetto al 2013 rimane stabile l’uso del personal computer mentre aumenta quello di Internet (+2,5 punti percentuali). In particolare aumenta l’uso giornaliero del web (+3,3 punti percentuali).

Certo, il nostro Paese ancora tanto deve lavorare nella diffusione della tecnologia considerando gli ultimi dati Eurostat:

Sono ormai quasi due terzi (65%) gli europei che usano quotidianamente internet, un numero ormai più che raddoppiato rispetto al 2006, mentre si è più che dimezzato il numero di chi in Europa non ha mai usato internet (18%). L’Italia resta però indietro, tra i paesi maglia nera in Europa con il maggior numero di persone che tuttora non si sono mai connesse (32%) e sotto la media Ue anche per il numero di utenti quotidiani (58%). Più indietro dell’Italia solo Romania (39%) Bulgaria (37%) e Grecia (33%), mentre all’opposto sono quasi tutti connessi in Danimarca (solo il 3% non ha mai usato internet), Lussemburgo (4%), Olanda (5%), Finlandia, Svezia e Gran Bretagna (6%).

L’utilizzo di internet in Italia non è al massimo rispetto agli altri paesi dell’Europa. Molto ancora si deve fare ma di certo che la tecnologia abbia influenzato la nostra vita è abbastanza evidente. Addirittura c’è chi sostiene empiricamente che l’hitech possa anche avere effetti negativi.

Secondo uno studio presso della Kent State University in Ohio condotto su 500 giovani da Jacob Barkley, Aryn Karpinski e Andrew Lepp e pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, un utilizzo troppo frequente del cellulare farebbe diventare ansiosi riducendo il livello di felicità, e influisce negativamente anche sullo studio. La tecnologia usata male produrrebbe effetti negativi anche sulla memoria: scattare ripetutamente foto di luoghi, viaggi o eventi ne ridurrebbe la capacità mnemonica di serbarli. Ciò perché non ci si concentrerebbe ad osservarli, rassicurati dalla possibilità di poter immortalarli in fotografia.

LEGGI ANCHE: la necessità di cambiare: la sfida del Digital Darwinism

Sinceramente non me la sento di biasimare queste rilevazioni anche se è abbastanza ovvio che tutte le cose se non usate con moderazione possono creare problemi. Ma la mia formazione universitaria, la mia esperienza lavorativa e anche interpersonale mi hanno reso fan della tecnologia. Sono profondamente convinta che per quanto possa avere degli effetti negativi, condizionare i nostri comportamenti, limitare la privacy e quanto altro… hi-tech è bello!

E’ bello poter fare un colloquio per una posizione dall’altra parte del mondo tramite Skype o con Hangout. E’ bello anche poter indossare un orologio e gestire il proprio smartphone grazie agli sviluppi della wearable tecnology. E’ bello monitorare la propria casa tramite un’app con l’evoluzione della domotica. Hitech è bello anche perché ci sono persone che hanno progettato un anello con la stampa 3d per far leggere gli ipovedenti, è bello perché i Google Glass rivoluzioneranno la medicina, è bello perché un microchip presto ci potrà evitare gli sprechi avvertendoci dei cibi in scadenza nel frigo. Hi-tech è anche bello perché ora potrò mandare a mia mamma su Whatsapp il link di questo post e renderla un po’ più orgogliosa di sua figlia!

Allora Guerrieri, pesate a come sarebbe più lenta la vostra vita senza la tecnologia: stavamo meglio quando stavamo peggio? No, non posso credere che un Ninja digital addicted pensi questo, se così fosse un bit vi seppellirà!

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

‘L’ironia è il sale della vita, il pepe, il pinzimonio; è il colore essenziale della gioia del distacco, della capacità di ridere, di sorridere, di guardare le cose da un punto di vista disincantato; l’ironia consente di non aderire al dramma, consente di sdrammatizzare, per l’appunto, di alleggerire, di guardare i problemi appesi a un palloncino, il che aiuta sicuramente a risolverli.’

Sicuramente la pensa così, anche Mercedes Benz che ha pubblicato, in occasione della settimana della moda di Berlino, un cortometraggio che prende in giro pose e sciocchezze del mondo fashion.

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion

La Fashion Week di Berlino è un vero palcoscenico internazionale per la moda, non solo sulle passerelle ma anche al di fuori: lustrini, sfarzo ed esibizionismo la fanno da padrone; per tale motivo la casa automobilistica tedesca, sponsor della settimana fashion, ha deciso di non prendersi troppo sul serio.

Lo spot ridicolizza gli stati che appartengono ad ogni fanatico di moda che si rispetti.

Mercedes Benz prende in giro il mondo fashion
LEGGI ANCHE: McDonald’s con Signs, l’amore divide il web

Protagonisti dell’ironica parodia: una fantastica Mercedes C111 del 1970, Justin O’Shea (buying director di MyTheresa.com), la sua fidanzata e collega Veronika Heilbrunner e altri personaggi del mondo della moda come Julia Knolle (fashion blogger) e Gabe and Raffi Chipperfield.

Il film di tre minuti e mezzo, è stato girato straordinariamente da Danny Sangra. Da molti è stato considerato una pubblicità di moda interessante, peccato si tratti di una casa automobilistica.

CREDITS
Cliente: Mercedes Benz
Regia: Danny Sangra

AdBlock è realmente un problema? O lo sono i pubblicitari?

Già da qualche settimana alcune associazioni di editori francesi sono sul piede di guerra contro Eyeo GmbH, casa produttrice del programma AdBlock Plus, usato in tutto il mondo per bloccare i messaggi pubblicitari su internet. A minacciare di ricorrere alle vie legali sono la GESTE, un’organizzazione di editori di contenuti e servizi online, e IAB France, Interactive Advertising Bureau.

Questa situazione  porta alla luce un’evidente criticità nel mercato pubblicitario che ancora molti si ostinano ad ignorare. Se un gran numero di utenti ha deciso di bloccare fastidiosi pop-up o pre-roll su YouTube diviene chiaro che parte della questione scaturisce proprio nella pervasività dei contenuti promozionali. Purtroppo sono ancora in pochi a comprendere l’entità del problema.

AdBlock: lo stato dell’arte

Quante volte vi è capitato, aprendo un sito, che spuntassero 5 o 6 finestre di interstitial? Utilizzare AdBlock Plus non significa per forza essere schierato ideologicamente contro tutti i messaggi pubblicitari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi pop-up e animazioni, oltre che essere fastidiosi, rallentano il computer.

Quello che non sapevate su AdBlock

Secondo il report 2014 di Page Fair in collaborazione con Adobe gli utenti che fanno uso di AdBlock sono circa 144 milioni in tutto il mondo con una crescita del 70% tra giugno 2013 e giugno 2014. La maggioranza degli adblockers si è detta favorevole a ricevere formati annunci meno invadenti, sebbene abbia fermamente criticato forme pervasive come i pop-up e gli interstitial.

Acceptable Ads Manifesto

Dal canto suo, Eyeo GmbH ha dato vita all’Acceptable Ads Manifesto, una sorta di vademecum per il buon pubblicitario.

  • Una pubblicità accettabile non è fastidiosa.
  • Una pubblicità accettabile non interrompe né distorce il contenuto della pagina che stiamo cercando di leggere.
  • Una pubblicità accettabile ha una forma che ce la fa riconoscere come contenuto pubblicitario.
  • Una pubblicità accettabile è efficace senza urlarci addosso.
  • Una pubblicità accettabile è appropriata per il sito in cui stiamo navigando.

Insomma, per essere inseriti nella whitelist bisogna rispettare questi parametri. Per siti e blog di piccole e medie dimesioni questo procedimento è gratis. Ma chi è che decide? Siamo sicuri che il compito spetti ad un’azienda privata? Ricordate google e il diritto d’oblio?

LEGGI ANCHE: Una top ten dei marketing moments 2014

AdBlock è solo la punta dell’iceberg. Se le agenzie e i media planner continueranno ad ignorare il problema non basteranno le vie legali contro una sola azienda a salvare il mercato pubblicitario.

Traduci i tweet in tempo reale con un click

Twitter Bing traduzione

Immagine: Eufemia Scannapieco

Dopo Facebook tocca a Twitter introdurre lo strumento di traduzione automatica. Grazie al servizio Bing-Powered Tweet Translator, Twitter punta ad abbattere le barriere linguistiche nel microblogging e a favorire i cinguettii fra gli utenti in modo ancora più coinvolgente, con una traduzione istantanea nella propria timeline.
Volete attivare la funzione? Vi spieghiamo subito come fare!

Il procedimento è davvero semplice:

  1. accedete a Twitter;
  2. andate in “Impostazioni” account e scorrete fino alla sezione “Traduzione”, dedicata alla traduzione dei Tweet;
  3. cambiate l’impostazione relativa alla funzione, selezionando o deselezionando la casella (che dovrebbe comparire di default flaggata).

Twitter traduzione Bing

Per utilizzare la funzione sulla timeline del proprio profilo è sufficiente cliccare sull’icona del globo, che troverete nell’angolo superiore destro del tweet in lingua straniera, e con un clic o un tap espandere il messaggio e leggere la traduzione del testo originale.

Twitter traduzione Bing
Al momento sono supportate oltre 40 lingue ma la funzionalità è ancora da perfezionare. Twitter, infatti, avverte che il motore

si basa su un software di traduzione avanzato, ma i risultati continuano a variare e spesso non sono precisi e fluidi come potrebbe essere la traduzione fornita da un traduttore professionista.” 

Per gestire gli errori dei sistemi automatici, la versione nella lingua originale resterà sempre sopra quella tradotta.

La feature è disponibile su iOS, Android, TweetDeck e web. Per qualsiasi informazione o chiarimento Twitter ha dedicato una pagina alle FAQ (ma non è tradotta) e alle richieste di supporto.

Che ne pensate, il servizio riuscirà a facilitare la comunicazione internazionale tra gli utenti che non parlano la stessa lingua? Più cinguettii per tutti!

Aiuti di stato ad Amazon in Lussemburgo, l'Antitrust indaga

Aiuti di stato ad Amazon

L’accordo tra Amazon e Lussemburgo è sotto indagine da parte dell’ufficio antitrust dell’Unione Europea. Rilasciando una conclusione preliminare sull’accordo fiscale tra il colosso dell’ecommerce e il governo lussemburghese, lo ha definito un aiuto di stato ad Amazon, che avrebbe consentito un alleggerimento fiscale considerevole per oltre un decennio.

L’indagine fa parte di una operazione più ampia: a fronte della crisi economica, la politica europea ha assunto un atteggiamento più attento alle complesse operazioni fiscali che le multinazionali mettono in pratica per ridurre il proprio onere fiscale nel vecchio continente.

Aiuti di stato ad Amazon, l’indagine della Commissione

Catherine Robins, partner fiscale presso lo studio legale Pinsent Masons in Gran Bretagna, ha dichiarato: “I documenti della Commissione europea suggeriscono che questi accordi non sono stati esaminati a sufficienza. Chiunque abbia questo tipo di rapporti fiscali in Lussemburgo, dovrebbe considerare questo precedente per valutare le proprie operazioni”.

In particolare Amazon avrebbe utilizzato filiali in Lussemburgo, dove ha la sue sede europea, per ridurre i propri obblighi fiscali complessivi, come fanno molte altre aziende internazionali. Questo piccolo paese di 500.000 abitanti avrebbe permesso ad Amazon un vantaggio che si rinnova annualmente fin dal 2003.

 

Aiuti di stato ad Amazon

 

Naturalmente il colosso americano e il Ministero delle Finanze del Lussemburgo hanno negato con fermezza l’ipotesi degli aiuti di stato ad Amazon, che abbia cioè ricevuto un trattamento di favore o determinati benefici fiscali. Il Ministero delle Finanze ha qualificato la lettera della Commissione europea come una mera procedura formale che non contiene elementi nuovi. Le accuse di aiuti di stato sarebbero quindi prive di fondamento.

LEGGI ANCHE:  I 100 ecommerce più popolari in Italia

La crisi economica e gli aiuti di stato ad Amazon

Il caso Amazon riflette l’ attenzione di Stati come Italia e Francia, schiacciati dalla crisi economica, per le bollette fiscali delle multinazionali ridotte di miliardi di dollari grazie ai regimi fiscali delle nazioni a bassa tassazione.
La stessa Commissione sta osservando i regimi fiscali di Starbucks nei Paesi Bassi, di Apple in Irlanda e di Fiat in Lussemburgo.

Aiuti di stato ad Amazon

 

Non è illegale di per sé attirare investitori stranieri con una bassa aliquota fiscale, ma “promozioni ed offerte speciali”, studiate su misura per alcuni soggetti, possono essere qualificate come aiuti di stato non consentiti, anche se non c’è al momento una valutazione economica di quanto Amazon dovrebbe compensare se l’indagine si rivelasse corretta.

I casi eccellenti del Lussemburgo, dove hanno sedi e accordi multinazionali come Microsoft e Apple, mettono in una posizione scomoda Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea che, pur ricoprendo il ruolo di supervisore delle indagini, avrebbe contribuito a rendere il Lussemburgo un paradiso fiscale nel corso degli ultimi due decenni.

Moltissime aziende, oltre 300,  sono accusate di aver usufruito di “corsie fiscali preferenziali”, da Pepsi a Ikea a FedEd, come emerge dall’intenso esame del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, pubblicato in un rapporto il 5 novembre.