Lo spot di Dove che sbeffeggia gli spot sugli shampoo [VIDEO]

Gli spot che reclamizzano prodotti per la cura della persona risentono moltissimo degli stereotipi di genere, e questa non é una novitá. Cosa succede però se un notissimo brand del settore, come Dove, decide di creare un video che ironizza esplicitamente su di essi, creando una metanarrazione divertente e brillante?

Nell’ultimo spot della divisione brasiliana dell’azienda assistiamo ad un simpatico siparietto tra colleghi, uno dei quali rimane curiosamente stregato dal movimento fluido e ipnotico dei capelli dell’altro, proprio quello che siamo abituati a vedere nelle pubblicità per shampoo femminili.

Ecco quindi affiorare la componente maschile della comunicazione: l’uomo, resosi conto di aver usato lo shampoo della compagna, corre a comprarne uno della line mashile di Dove, lasciandosi sempre andare a rallenty che farebbero invidia a qualsiasi modella (avete notato, a proposito, quanto poco super e modelli sono gli attori? Non male, eh?!).

Digital fundraising e marketing sociale: come si dirige una campagna efficace [I Parte]

Lorenzo Catapano, immagine di Daniele Tarzia - Rapporti con le aziende

Abbiamo già raccontato che il fundraising non è prerogativa del volontariato e quanto, in realtà, offra ottime opportunità professionali, non solo alle persone singole, ma anche alle imprese. E di strumenti a disposizione ce ne sono molti.
Infatti giò solo con Google Grants, Facebook Adv o anche piattaforme di condivisione immagini, come Pinterest, possiamo permetterci di iniziare a testare subito campagne online con costi (quasi) nulli.
Ma come dovrebbe agire il fundraiser nei canali digitali? E come può un’impresa promuovere i suoi interessi commerciali, passando dal prodotto all’anima, e avere così anche un impatto sociale?

Per capirne di più occorreva farci spiegare nel dettaglio le strategie di comunicazione e marketing legate alla cultura d’impresa e al management per il fundraising: a rispondere alle nostre domande è Lorenzo Catapano, responsabile Digital Media di Save The Children Italia, con il quale abbiamo anche commentato i due anni di guerra in Siria, una delle cause a cui sta lavorando l’organizzazione.

Perché ogni organizzazione, anche molto piccola, dovrebbe puntare ai canali digitali per le proprie attività di fundraising?

Mi chiedo più che altro perchè non dovrebbe farlo. Ad oggi, credo sia impossibile non considerare l’importanza che i media digitali hanno nella vita di tutti i giorni della maggioranza della popolazione. Se si parte da questo dato oggettivo, non credo si possa fare a meno di non considerare quanto la comunicazione digitale abbia potenzialità enormi. Con questo non voglio dire che sia necessario spostare tutto il proprio budget sull’online, ovviamente sarebbe un grosso errore, ma è sicuramente importante affiancare agli strumenti “tradizionali”, alcuni test sui canali digitali, destinando piccole quote di budget per la loro realizzazione e analisi.

Del resto, il principale vantaggio delle attività online è la loro estrema tracciabilità ed è perciò importante che i test effettuati partano sempre dall’individuazione a priori di obiettivi misurabili.
Nel momento in cui l‘efficacia delle nostre campagne di web marketing sarà resa evidente da dati oggettivi, sarà impensabile per chiunque tornare indietro.

Come si è evoluta Save The Children in questo senso?

Save the Children ha sempre creduto nelle potenzialità del digital e, da molti anni, fin da quando in Italia era davvero una piccola organizzazione con budget e risorse molto limitati, ha cercato sempre di puntare in questa direzione, investendo in formazione e ricercando professionalità che fossero in grado di cogliere tali opportunità. Negli ultimi anni, l’area Digital Media è cresciuta molto in risorse e staff, ma ciò è avvenuto sempre grazie ai numeri, che hanno dimostrato in maniera evidente e progressiva l’efficacia dei canali online, sia in termini di raccolta fondi che di comunicazione.

In sintesi, credo sia fondamentale iniziare progettando piccoli test, misurando accuratamente i risultati e ricercando continue opportunità di formazione per acquisire competenze sempre maggiori. Questa penso sia la strada migliore per muovere i primi passi nell’ambito del fundraising online.

Come dovrebbe essere, secondo te, l’approccio del fundraiser alle risorse online e social network per il fundraising?

Se abbiamo obiettivi di fundraising a breve termine, direi che il primo strumento da utilizzare è Google Grants.

Per chi conosce AdWords, è un programma dedicato alle organizzazioni non profit che permette di realizzare campagne SEM utilizzando un budget mensile di 10.000 $/mese in maniera completamente gratuita.

In realtà, rispetto al “fratello gemello” a pagamento AdWords, Grants presenta dei limiti di vario tipo e può avere meno efficacia su parole chiave altamente competitive, ma in ogni caso può essere comunque utilizzato in maniera efficiente per promuovere le proprie iniziative e per incrementare la brand awareness dell’organizzazione.

Riguardo invece l’utilizzo dei social media, il discorso è diverso e credo che la strategia debba essere di più lungo termine. E’ ovvio che sarebbe sbagliato pensare che l’apertura di una pagina Facebook, di un profilo Twitter o Pinterest possa portare a risultati immediati a livello di raccolta fondi. Né che investire seriamente in una presenza sui social media non comporti dei costi, al livello di risorse economiche e staff dedicato.

Cosa fareste se vi comparisse su Pinterest l'immagine di un bambino soldato?

Per questi motivi, è bene sempre partire dagli obiettivi di comunicazione dell’organizzazione e sviluppare a partire da essi un piano di azioni incrementale. Ad oggi, in ambito non profit, ma credo non solo, l’utilizzo dei social media può essere maggiormente legato agli obiettivi di engagement a cui deve aspirare un’organizzazione.

Sempre rispetto ai social media, cosa ci consiglieresti di fare per avviare una campagna di raccolta fondi efficiente?

La più grande potenzialità dei social media è quella di poter entrare in relazione con le persone interessate alle tematiche affrontate dalla realtà non profit, e di poter attivare in loro un coinvolgimento sempre maggiore che li porti a mobilitarsi per la causa, non solo al livello economico.

E’ importante quindi che il percorso di contatto, sensibilizzazione e coinvolgimento sia inserito all’interno di una strategia di medio-lungo termine, che non veda solamente una richiesta diretta di donazioni, ma che sappia promuovere uno storytelling dell’organizzazione, raccontando come e dove lavora, rendicontando periodicamente rispetto ai risultati che raggiunge, ascoltando e rispondendo in maniera onesta alle opinioni e ai feedback espressi dalla community, positivi o negativi che siano.

Quando questo percorso di engagement e di apertura all’esterno sarà realmente efficace, quando le persone percepiranno la realtà non profit e lo staff che ci lavora come credibili e appassionati rispetto alla propria mission, anche fan e follower si sentiranno realmente coinvolti e parte integrante dell’organizzazione, e a quel punto arriveranno anche le donazioni. E’ ovvio che per far questo non esiste una golden rule, ma piuttosto si rende necessario fare un ragionamento preliminare sulle specificità di ogni organizzazione, su cosa fa davvero bene e su come può coinvolgere all’interno delle proprie attività chi la segue o è potenzialmente interessato alle tematiche che affronta.

Se dovessi scegliere un social network, uno, per comunicare il tuo progetto, quale useresti e perché?

La pagina Facebook di Save The Children Italia

Nello stesso senso appena spiegato, per la maggior parte delle organizzazioni, Facebook risulta ancora la piattaforma ideale per entrare in relazione con le persone e interagire con loro alla pari, nell’ottica di comprendere i loro interessi e cercare di soddisfarli attraverso una comunicazione (realmente) dedicata.

Allo stesso tempo, anche l’apertura di una pagina Facebook è un’operazione che va fatta con un minimo di consapevolezza e competenza, sia per non compiere errori che a tendere potrebbero emergere, come ad esempio scegliere un “profilo personale” invece di una “pagina”, tipologia di spazio che presenta una serie di svantaggi nel momento in cui i fan crescono, sia per valutare realisticamente l’impatto che una presenza “attiva” su Facebook avrà sull’intera organizzazione, in termini di carico sulle attività di comunicazione e apertura al mondo esterno.

Inoltre, credo che per realizzare una campagna di fundraising e comunicazione online efficace sia meglio sempre ragionare in un’ottica multicanale, cercando di creare il più possibile integrazioni vantaggiose tra i propri spazi online (es. sito web, blog, profili social), ponendoci degli obiettivi realistici e misurabili, e sfruttando le eventuali sinergie prodotte tra i vari canali.

Ci aiuti a capire meglio cosa vogliono dire espressioni come “Corporate Sociale Responsability” e “Cause Related Marketing”?

La Responsabilità Sociale d’Impresa è generalmente definita come la volontà di un’azienda di integrare dei valori etici nella gestione delle proprie attività, sia internamente (es. processi industriali) che esternamente (es. zone dove lavora, società in generale). Di conseguenza, un’adeguata strategia di cause-related marketing può in effetti realizzare questa volontà attraverso la partnership tra l’azienda e una realtà non profit, che direttamente opera sulle tematiche di interesse.

E’ chiaro che uno degli scopi del marketing sociale è comunque quello di impattare positivamente sull’immagine dell’azienda, e di conseguenza sui suoi profitti, realizzando quindi un modello win-win, sia per l’azienda che per l’organizzazione non profit, che potrà incrementare la propria raccolta fondi per implementare nuovi progetti.

Come si può aiutare una Pmi ad utilizzare questi strumenti, finanziando sì una Causa ma promuovendo al contempo le proprie attività commerciali?

Ci sono molte tipologie di opportunità che il binomio azienda – non profit può valutare; tra le più frequenti: una donazione diretta, la fornitura gratuita di beni e servizi o una donazione in base a una percentuale di fatturato su uno specifico prodotto.

In generale però, se pensiamo soprattutto al contesto digitale, sempre di più le aziende decidono di mettere a disposizione i propri canali di comunicazione e marketing per far conoscere ai propri stakeholder, come clienti, fornitori e dipendenti, la causa che stanno sostenendo, cercando di coinvolgere anche loro in un’attività di raccolta fondi o di “volontariato d’impresa”“. Per questi motivi, al fine di assicurarsi che la partnership risulti realmente vantaggiosa, è molto importante per una azienda, grande o piccola che sia, conoscere l’organizzazione con cui prevede una collaborazione e verificare la qualità del progetto che si intende finanziare.

Il profilo Pinterest di Save The Children

Questi sono elementi sempre più importanti all’interno della Corporate Social Responsability, e sempre di più le aziende che decidono di investire in questo ambito cercano di farlo con consapevolezza e competenza, affinché il modello win-win sia realmente attuato.

Per le realtà aziendali che fossero interessate ad approfondire questi temi, consiglio vivamente il libro di Philip Kotler, definito da molti il pioniere del marketing sociale, Marketing 3.0. Dal prodotto al cliente all’anima.

(continua…)

Facebook: dimmi cosa ti piace e ti dirò chi sei

Una ricerca pubblicata di recente sulla rivista PNAS e pubblicata dalla Cambridge Universty, mostra come le pagine, i post e personaggi pubblici che ci piacciono su Facebook possono rivelare informazioni sorprendentemente accurate circa la nostra vita privata: opinioni politiche, religiose, quoziente intellettivo e persino l’orientamento sessuale.

Tutto questo (e molto di più) può essere dedotto dall’analisi automatizzata dei nostri “like”, che quasi tutti lasciamo liberi e senza restrizioni di sorta.

L’analisi, che ha riguardato l’attività digitale di oltre 58.000 utenti di Facebook volontari, ha utilizzato i “like” come una sorta di “impronta digitale” – simile alla cronologia di un pc – attraverso un’applicazione Facebook realizzata ad hoc: “myPersonality“.

L’applicazione  ha raccolto i “mi piace” degli utenti, successivamente inseriti in algoritmi e verificati con le informazioni dei profili e sulla base di test di personalità svolti in precedenza.

In questo modo è stato possibile creare dei modelli statistici in grado di comprendere le caratteristiche salienti di un individuo solo sulla base dei suoi “like”: nel 95% dei casi i modelli hanno saputo distinguere le differenze di razza e nell’85% dei casi le differenti ideologie politiche (tra repubblicani e democratici). Nell’82%, invece, la differenza tra religione cristiana e musulmana, così come ottima precisione si è notata sull’eventuale esistenza di una relazione sentimentale o di un problema di dipendenza da droghe.

Ma non solo: da quest’analisi sono stati determinati modelli (con precisione quasi al 60%) relativi a dettagli apparentemente minori (come l’eventuale condizione di separazione dei genitori di un soggetto), ma che risultano essere notevolmente appetibili invece dagli inserzionisti.

E se infatti c’è già chi si lecca i baffi per l’enorme potenziale in termini di marketing personalizzato che potrebbe sorgere da questi modelli statistici predittivi, sono gli stessi ricercatori a mettere in guardia gli utenti sul solito, vecchio, problema di Facebook: la privacy.

Essi sostengono, infatti, che molti consumatori online potrebbero arrivare a seri problemi di “sovraesposizione digitale”, rischiando di vedersi derubati di informazioni sensibili e private per scopi puramente commerciali.

E se può quindi farci sorridere sapere che le persone a cui piace “nuotare” sono complessivamente soddisfatte della loro vita a differenza di quelle a cui piace l'”iPod”, è bene ricordarsi che la “prudenza digitale” non è mai troppa.

Ubuntu cambia le proprie strategie. Tradimento o sopravvivenza? [CASE HISTORY]

Non c’è da stupirsi, vista la grande fama di Steve Jobs, che anche altri leaders di importanti aziende che operano nel settore della tecnologia vengano spesso paragonati proprio a questa carismatica figura. Questa volta è il turno di Mark Shuttleworth, recentemente accostato a Jobs da diversi siti e personaggi di spicco del mondo di Linux.

Per chi non lo conoscesse, il milionario sudafricano è il fondatore di Canonical, la società sponsor di Ubuntu, il più famoso sistema operativo Open Source. La curiosità del paragone con Jobs – solitamente considerato un complimento – è che sia suonato come un insulto, essendo rivolto ad uno dei leader storici del movimento Open Source.
Apple infatti, ancor più di Microsoft, è considerata dai sostenitori del movimento del software Open Source un “nemico”, perché è accusata di costruire il proprio successo grazie a politiche che penalizzano la libertà degli utenti.
Ma andiamo per gradi: perché Shuttleworth viene considerato da molti come una traditore? E perché sarebbe così sbagliato per Canonical imitare Apple?

La nascita e l’espansione

Canonical nasce nel 2004 come software company per fornire supporto commerciale a Ubuntu, un sistema operativo installabile su computer e server aziendali. Di fatto l’azienda nasce con lo stesso modello di business di Red Hat, impresa che negli anni ’90 ha costruito il proprio successo fornendo supporto e consulenza ad aziende che, sui propri server, sceglievano di utilizzare sistemi Linux-based invece che proprietari, risparmiando sui costi di licenza.

Dal progetto commerciale di Canonical nasce quindi Ubuntu, sistema operativo libero e gratuito basato su Linux, che però, a differenza di altri sistemi Linux-based, aveva l’obiettivo di essere user-friendly e poteva offrire ai principianti il supporto di una comunità molto attiva e ben organizzata.

Ubuntu negli anni è cresciuto molto ed ha avvicinato sempre più utenti proprio grazie a questa grande comunità, che ha anche contribuito allo sviluppo del codice ed al miglioramento del sistema operativo, segnalando e correggendo i bug e proponendo nuove soluzioni per rendere Ubuntu sempre più completo e user-friendly. Grazie alla dedizione di molti appassionati, convinti che nell’aiutare lo sviluppo di Ubuntu stessero aiutando la diffusione della filosofia Open Source, il sistema è stato tradotto, sono state create delle guide, e persino eventi che ne promuovessero l’utilizzo.

Si può dire, in buona sostanza, che Ubuntu debba il suo successo ad una grande comunità ben gestita ed organizzata da Mark Shuttleworth, fondatore ed autodichiarato “dittatore benevolo” della community.

Ad oggi Canonical è una multinazionale che impiega più di 500 persone ed è presente in 30 Paesi, ed Ubuntu è uno dei sistemi operativi Linux-based più utilizzati, installato su miloni di desktop e laptop del mondo.

La svolta e le critiche

La svolta è avvenuta nel 2010, quando Canonical, per non perdere il passo con l’avanzare dei sistemi “touch” dei concorrenti ha deciso di sviluppare Unity, un’interfaccia che avrebbe poi reso possibile lo sviluppo dei recenti sistemi operativi per tablet e smartphone, consentendo la medesima user experience sui diversi dispositivi.

Dal lancio di Unity, poco gradita dal pubblico, Canonical è stata accusata di aver abbandonato la propria comunità. Le polemiche non si sono fermate neanche quando Canonical non ha fatto pressioni su Adobe per aver tolto il supporto ad Air e Flash a Linux, così come quando l’azienda non si è curata di trovare una soluzione al problema del Secure Boot di Microsoft. Da molti, questo è stato interpretato come un segno del crescente disinteresse per il mondo dell’Open Source da parte del milionario sudafricano.

Ubuntu cambia le proprie strategie. Tradimento o sopravvivenza?

Come se non bastasse, Canonical ha ridotto od annullato il proprio supporto a diverse distribuzioni ufficiali derivate, e ciò ha causato non pochi malumori tra gli utenti, che hanno visto in Canonical la volontà di far convergere tutti verso Ubuntu con la nuova e odiata interfaccia Unity.

L’intenzione di Canonical pare proprio essere quella di spostare Ubuntu “da sistema operativo Open a sistema operativo sempre meno Open“. Il tutto fa parte di una strategia certamente volta a conquistare una fetta del mercato dei dispositivi mobili, che vale miliardi di dollari.
Inutile dire quanto tutti questi cambiamenti sono stati criticati proprio da coloro che avevano tanto sostenuto Ubuntu. Grazie a questo cambio di politiche – unilateralmente decise da Canonical – che tradiscono l’Openness del sistema, le accuse della comunità sono state feroci.

Ubuntu cambia le proprie strategie. Tradimento o sopravvivenza?

Sul Web in molti accusano Canonical di avere eliminato – se non cinicamente sfruttato – la community di Ubuntu per trasformare il sistema operativo in una “macchina da soldi”. Per le persone che da anni sono coinvolte nel progetto e che hanno speso le proprie ore libere per sostenerlo si tratta di momenti difficili. In molti sono già passati ad altri progetti e lo stesso trend si può notare per gli utenti.

Linux Mint, una derivata non ufficiale di Ubuntu, sta riscuotendo sempre più successo proprio grazie alle politiche di sviluppo molto più community oriented.
Non mancano però i convinti sostenitori di Canonical. Alcuni affermano che “Linux per le masse ormai sia sinonimo di Ubuntu” e che l’unica possibilità cha il pinguino ha di conquistare quote di mercato sia proprio Ubuntu. Secondo loro, il sistema operativo creato da Shuttleworth sta combattendo una dura lotta per tenere il passo di Windows, iOs e MacOS e tali decisioni si sono rivelate necessarie per non perdere la sfida.

Il calo del consenso

Il calo dei consensi si può osservare dal page hit rank di Distrowatch, il sito che monitora l’evoluzione e la popolarità dei sistemi operativi Linux-based. Ubuntu, che pochi anni fa era saldamente in prima posizione, in poco tempo si è trovato ad essere sul terzo gradino del podio, dopo Linux Mint (che ha ormai una popolarità doppia rispetto a Ubuntu) ed altri. Attualmente, il suo posto è minacciato da Fedora e Debian, che sono a poche centinaia di punti di distanza.

Ubuntu cambia le proprie strategie. Tradimento o sopravvivenza?

Gli scenari futuri

UbuntuTV, Ubuntu per tablet e per smartphone sono il frutto delle nuove politiche di Canonical. L’entrata in questi nuovi settori dovrebbe servire per iniziare a monetizzare gli investimenti sostenuti per lo sviluppo del progetto Ubuntu.
Secondo alcuni, Canonical ha adottato una strategia sempre più di moda in molte start-up tecnologiche, ovvero non  preoccuparsi di redigere il business plan perfetto e di progettare un modello di business sostenibile fin da subito, ma dedicarsi allo sviluppo del prodotto e sul concentrare su di sè più attenzione possibile, monetizzando i propri sforzi solo quando viene raggiunta una certa popolarità.

Ubuntu cambia le proprie strategie. Tradimento o sopravvivenza?

Ora per Canonical sembra proprio arrivato quel momento. Il problema è che l’azienda sta per monetizzare anche gli sforzi che la sua comunità ha sempre offerto gratuitamente. Tutto considerato, sorgono spontanee alcune riflessioni:

1) È moralmente accettabile che un’azienda sfrutti i contributi una comunità per poi cambiare in corsa le proprie politiche?

2) Come farà Ubuntu a creare un’ecosistema di applicazioni stile Android e iOS, proprio ora che la sua comunità vacilla?

In molti sono convinti che senza il contributo della propria “tribù” di utenti e contributors, Ubuntu sarebbe ben poca cosa. Questa “tribù” è stata una delle leve di marketing più importanti per Canonical ed ha portato Ubuntu ad essere conosciuto ed installato da persone che nemmeno sapevano dell’esistenza di Linux.

Paradossalmente, cambiare in corsa le proprie politiche in nome di un modello di business più sostenibile potrebbe rivelarsi per Ubuntu una scelta fatale.

Summly acquisita da Yahoo [BREAKING]

Summly ora è di Yahoo!

Sembra che Marissa Mayer abbia dato il giusto ritmo a Yahoo,  in perfetta armonia con i social network e con il mondo mobile. Oggi è stata annunciata l’acquisizione di Summly, un’app mobile che fornisce news in sintesi, catalogandole per argomento. Le cifre si aggirano intorno ai 30 milioni di dollari.

Summly è un nuovo modo di leggere le notizie

Summly ora è di Yahoo!

Il giovanissimo fondatore di questa start up, il 17enne Nick D’Aloisio, ha lasciato tutti a bocca aperta con la sua intuizione geniale. Non tutti trovano molto piacevole leggere sul proprio smartphone o tablet notizie lunghissime. La soluzione al problema? Accorciare le notizie, è ovvio!

Summly lavora in lavora fianco a fianco alla News Corp dell’australiano Rupert Murdoch. Inoltre è supportata dall’investitore cinese Li Ka-Shing e da altri angel investors come l’attore Ashton Kutcher e l’artista e designer Yoko Ono.

Apple dice addio a Summly

Summly ora è di Yahoo!

Yahoo ha letteralmente portato via da sotto il naso Summly ad IOS di Apple. Nei prossimi giorni l’applicazione verrà rimossa dall’Apple store e sarà integrata a Yahoo. Non è possibile fornire ulteriori dettagli dell’accordo perchè ancora non sono stati resi noti.

Nick è soddisfatto

Summly ora è di Yahoo!

Saranno stati forse i 30 milioni di dollari oppure la giusta importanza che è stata riconosciuta alla sua intuizione, ma sicuramente possiamo afferma che Nick D’Aloisio si è dimostrato felice e soddisfatto della trattativa conclusa.
Le parole di Nick D’Aloisio dopo aver firmato l’accordo per l’acquisizione:

“La nostra visione è quella di semplificare il modo in cui ottenere informazioni e siamo entusiasti di continuare questa missione con Yahoo!

In soli sei mesi il ragazzo è riuscito a raccogliere dagli investitori quesi un milione e mezzo di dollari, ma con questa acquisizione Summly avrà la possibilità di mostrare tutte le sue potenzialità.

Non ci resta che congratularci con Marissa per la sua scelta e incrociare le dita per il giovane Nick.

Fai la cosa Giusta! Ecco lo spaccato dei migliori progetti green italiani

Siamo stati uno dei migliaia di visitatori in fila ai botteghini della Fiera di Milano. Formichine ordinate pronte a fare…. la cosa giusta. L’edizione 2013, decima edizione nazionale della Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili è stata l’occasione per sbirciare tra le nuove realtà della green economy italiana. Aziende, idee e progetti a contenuti innovativi, o semplicemente un modo di pensare diverso di prodotti e servizi esistenti. Il tutto mischiato, c’è da dire, ad alcuni espositori che faticavano a spiegarci perché la loro azienda, ed il loro prodotto, era una “cosa giusta”.

Ma molti altri ce l’hanno spiegato, aiutandomi a capire come potrebbe veramente essere, nel concreto, la mia “giornata giusta”.

Riciclaggio e mobilità sostenibile

Inizio ovviamente da casa, dopo aver rinviato tre volte la sveglia, pronto a traspormi in ufficio. Chiavi e telefonino ok, ecco il portafoglio! Cos’ha di particolare? E’ riciclato al 100%, sfruttando gli sfridi di produzione e gli scarti del cuoio altrimenti destinati alla discarica. L’ho preso proprio ieri insieme ad una penna ricavata dai vecchi catari frangenti in un negozio Ecolaio, la catena in franchising specializzata in di oggetti d’uso quotidiano ecocompatibili o riciclati. Mi sento già meglio!

Salto in sella alla mia bici elettrica che, al contrario delle auto elettriche (come da nostro articolo), non hanno problemi di batteria! Oggi si ricaricano in 2-3 ore ed hanno autonomie decisamente compatibili con la lunghezza degli spostamenti in bicicletta. La mia vicina di casa salta invece in sella ad una dinamociclo, con il suo grosso contenitore in legno dove trasportare i bambini in asilo, e la spesa di ritorno a casa!

Mi fermo per buttare la spazzatura, ovviamente differenziata, ma non più al solito cassonetto. Da qualche giorno uso il nuovissimo raccoglitore di Fareraccolta, che con il suo progetto di marketing non convenzionale rilascia un buono acquisto di 10 centesimi per ogni pezzo conferito, da spendere presso gli esercenti convenzionati. Si crea così un forte incentivo economico per i cittadini, invertendo i paradigmi di comunicazione tradizionali per le attività commerciali.

In ufficio niente di nuovo, pile di polverose scartoffie da riciclare quanto prima, o meglio ridurre evitando di stampare. Ma quel plico mi tocca proprio mandarlo dall’altra parte della città. Cos’è più green di un servizio di consegna espressa in bicicletta? E’ quello che ti offre Milanbike, per adesso nella sola città meneghina. Non è solo ecologico, costa decisamente meno di un corriere tradizionale, e garantisce tempi di consegna assolutamente celeri!

Portali ed oggettistica

A casa trovo finalmente il pacco che aspettavo! Un raffinato portabottiglie direttamente da un artigiano del legno friulano. Tutto merito di Espresso Style, una vetrina online dei piccoli artigiani italiani, ricca di piccoli gioielli altrimenti difficili da reperire!

Approfitto del bel pomeriggio per terminare un lavoro in balcone. Devo sbrigarmi, perché dovrò restituire il trapano proprio domani. Ho scoperto un signore nel vicinato disposto a noleggiarlo a poco prezzo, tramite Locloc.it, il nuovissimo portale italiano per il noleggio tra privati. La proposizione di valore è la tipica win-win situation, dove si massimizza l’utilizzo dei beni altrimenti poco usati, con la garanzia assicurativa del portale in caso di danneggiamenti.

Riesco a fissare il lampadario proprio all’imbrunire. E’ molto particolare, realizzato con piatti fondi e piani riutilizzati, e dal design accattivamente. Tutto merito di Usedesign, che si presenta con un catalogo accattivamente ed un nome che dice già tutto!

Ricordate il vecchio subbuteo? Aspetto gli amici per una partita che sa molto di carrambata. Ma invece dei classici giocatori dal fondo curvo utilizzeremo dei tappi di plastica, che grazie al kit di Aquapotabile si trasformano magicamente in calciatori. E’ un modo per riutilizzare quelli che sarebbero altrimenti dei rifiuti domestici, almeno una parte dei 500Kg visibili che produciamo ogni anno, stimolando la creatività ed enfatizzando il valore delle cose che altrimenti butteremmo.

Viaggi e lavoro

C’è ancora tempo per un giro su internet, anche per organizzare la mia vacanza estiva in Sicilia. Cosa meglio di un tour operator che ci possa portare da esercenti che non pagano il pizzo alla mafia? Parola di Addiopizzo travel, costola della famosa associazione antiracket, che propone interessantissimi tour, soprattutto nella Sicilia occidentale, ripercorrendo insieme i luoghi storici dell’antimafia, ed aiutandoci a scoprire come le realtà positive esistono, sono forti, ed in crescita.

Ho anche tempo per un giro su greenjobs.it, il portale dedicato alle offerte di lavoro rigidamente green, e che sono sorprendentemente tante e sparse in tutta Italia. Tenici delle rinnovabili, commerciali ed informatori. C’è spazio per tutti nella scialuppa verde, che oggi con la crisi in corso, può diventare per molti una vera scialuppa di salvataggio! Perché trovare lavoro ed aiutare l’ambiente è sicuramente…una cosa giusta!

App of the Week: CamFind, fotografa e scopri quello che ti circonda!

App of the Week è la rubrica di Ninja Marketing sulle app più divertenti, più cool, più utili che il nostro Kenji Uzumaki scova nei market e testa per Voi! Siete pronti a fare download? Fate tap su questa nuova App of the Week!

Cari Ninja, questa volta parliamo di un’app che ha attirato la nostra attenzione per il suo progetto, visto che al momento non è ancora disponibile sui market. parliamo perciò di CamFind!

CamFind è un’app davvero intelligente e tecnologica, ti basterà fotografare un qualsiasi oggetto e lui ti dirà cos’è e tante altre informazioni che volevi avere. Già, perché a detta dei creatori “il tradizionale sistema di ricerca text-based diventerà obsoleto in un futuro prossimo”. Basata su una tecnologia di ricerca visiva, ti dirà anche dove puoi comprare gli oggetti che fotografi, tra l’altro traducendo in molte lingue la ricerca.

CamFind promette di essere sorprendente per la sua velocità di ricerca e per la sua accuratezza nelle informazioni, tutto senza scrivere una parola. E inoltre l’app sarà davvero molto semplice da usare: sarà sufficiente lanciare l’applicazione e scattare una foto all’oggetto di cui vuoi avere maggiori informazioni, come ad esempio nome esatto, anno di produzione, dove acquistarlo, etc., ed in pochi secondi l’applicazione ci darà il risultato che cercavi.

Ma CamFind darà molto di più! Il tuo ristorante preferito è chiuso? Basterà fare una foto all’insegna e CamFind troverà altri ristoranti simili in zona. Oppure, grazie alla sua abilità di traduzione, sarà un’app davvero utile all’estero per trovare la traduzione della parola che non conosci… invece del solito dizionario!

E non solo, perché grazie alla “lettura” vocale della tua ricerca, l’app permetterà di conoscerne la corretta pronuncia. Inoltre, darà la possibilità di condividere tutti gli scatti e i risultati con gli amici mandandoli per e-mail o pubblicandoli su Facebook e Twitter.

Come se non bastasse, CamFind includerà tante altre funzioni interessanti, quali un lettore di QR Code e di codici a barre, un tradizionale sistema di ricerca testuale nonché vocale, nel caso non avessi la voglia o la possibilità di fare foto, flash e zoom automatici.

Questa ingegnosa app, ancora in fase di rilascio, viene ampiamente spiegata nel seguente video.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=M3VQkuu3uUM’]

Stando ai commenti su YouTube, l’app per iOS verrà rilasciata in Aprile e, se verrà raggiunta una quota abbastanza alta di donazioni su KickStarter, verrà in seguito sviluppata anche per Android.

Non ti resta che iscriverti alla newsletter sul sito www.camfindapp.com per essere immediatamente informato quando l’app verrà ufficialmente pubblicata.

Meet The Media Guru il 4 Aprile ospita Geoff Mulgan [EVENTO]

Geoff Mulgan è considerato uno dei policy maker più innovativi d’Europa e sarà presente a al “Meet the media Guru” il 04 Aprile 2013 alle ore 19.30 a Milano. Per registrarsi all’evento, collegatevi al seguente link.

Il suo nome è legato alla nascita e allo sviluppo di due importanti enti privati inglesi che si collocano a metà strada tra charity, think thank e social investor: la Young Foundation – che ha diretto dal 2004 fino al 2011- e il National Endowment for Science, Technology and the Arts (Nesta) di cui è attualmente CEO.

Le attività di Young Foundation e Nesta (promosse da anni dal gruppo di ricerca sul Societing) stanno diventando un punto di riferimento importante per tutti coloro che si propongono di stimolare “social innovation”, ovvero progetti per risolvere i bisogni della contemporaneità che attivino collaborazione e partecipazione sociale. Un obiettivo che può ora far leva in modo significativo sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie digitali.

In precedenza, Geoff Mulgan ha avuto numerosi incarichi pubblici ed è stato Director of Policy e direttore dello “Strategy Unit” del governo di Tony Blair, ha fondato e diretto il centro studi Demos ed è stato reporter per la BBC, ha fatto altresì parte del board della Work Foundation, dell’ Health Innovation Council, della rivista The Policy Quarterly, del Design Council ed è stato presidente di Inolve, istituzione del governo inglese -quasi unica nel panorama mondiale – che mira a coinvolgere i cittadini nella ricerca medica.

Geoff Mulgan è visiting professor presso la London School of Economics, l’University College London e la Melbourne University, oltre ad insegnare regolarmente presso la China Executive Leadership Academy, uno dei 4 principali centri di eccellenza in cui si stanno formando i futuri dirigenti cinesi.

È autore di numerosi libri tra cui: The Art of Public Strategy – Mobilising Power and Knowledge for the Public Good (OUP, 2008), Good and Bad Power: the ideals and betrayals of government (Penguin, 2006), Connexity (Harvard Business Press, 1998).

Geoff Mulgan è attualmente presidente anche dello Studio Schools Trust e dell’associazione internazionale Social Innovation Exchange, un network di oltre 5000 persone impegnate a promuovere la formazione e lo scambio di best practice in tema di innovazione sociale.

“Ciò che dà all’economia sociale la sua caratteristica distintiva può essere rappresentato da due ragioni principali, che a volte possono anche apparire contrastanti. Una risiede nell’ambito della tecnologia: la diffusione dei networks, la creazione di infrastrutture globali per l’informazione e l’importanza sempre maggiore dei social networks. L’ altra deriva da un ambito strettamente legato alla cultura e ai valori, ovvero la crescente enfasi sulla dimensione umana, sul mettere democraticamente al primo posto gli individui ricadendo di conseguenza su sistemi e strutture.”

Il nostro Alex Giordano ed Adam Ardvisson avevano gia qualche anno fa curato l’edizione italiana del suo famoso LIBRO BIANCO SULL’INNOVAZIONE SOCIALE (che potete scaricare gratuitamente qui)

Societing Reloaded, pubblici produttivi ed innovazione sociale

“L’economia, l’Italia, il mondo, sono in crisi. Ci vuole una nuova filosofia d’impresa capace di capitalizzare le risorse e dare una nuova direzione”.

Questo quanto affermano Arvidsson e Giordano. Ma come?
La risposta nel loro nuovo libro per Egea: fino a Mercoledi per tutti i lettori di Ninjamarketing che compreranno il libro a questo link sarà disponibile uno sconto del 15% sulla versione cartacea e del 30% sull’ePub.

Che da digital strategic planner, qual è il nostro Alex Giordano, stesse trafficando tra BigData, SmartCity, Netnografia ed Etnografia Digitale lo sapevamo, ma a sorpresa arriva nelle librerie il testo che lo vede tra gli autori e che è il succo di ragionamenti fatti nella scorsa summer school sul Societing e che oggi sembra proprio proporsi come una risposta alla crisi del presente.

L’economia corporate è in crisi. E’ ormai sempre più evidente che, per sopravvivere, il sistema deve cambiare radicalmente. Il problema più grande non è la scarsità di idee né di proposte concrete e nemmeno di persone disposte a impegnarsi per un cambiamento concreto. Quello che manca è un nuovo modello organizzativo: una nuova filosofia d’impresa capace di capitalizzare le risorse e dar loro una nuova direzione.

Il termine SOCIETING sarà gia noto a tutti voi. Inventato da Bernard Cova (con Olivier Badot ed Ampelio Bucci negli anni ’90) era stato portato alla ribalta con una fortunata pubblicazione del compianto Giampaolo Fabris a cui è dedicato questo volume.

Bernard Cova e Gianfranco Fabris avevano già affermato che il marketing in senso moderno − quello della vendita di massa − è cosa passata.

Adam Arvidsson e Alex Giordano, autori di ” Societing Reloaded. Pubblici produttivi e innovazione sociale”- (Egea 2013, 288 pagg., 25 euro)- sono andati ben oltre: sostengono che i consumatori stanno diventando sempre più produttivi e trasformano i beni di consumo in una sorta di mezzi di produzione.

Il libro intende proporsi come parte di una discussione, già avviata e intenzionata a proseguire. E’ una testimonianza degli scambi avvenuti tra appassionati di ricerca convinti che la crisi non stia nell’idea di mercato in sé, ma in un certo modo di considerare e vivere il mercato che oggi, alla luce delle evoluzioni socio-culturali e tecnologiche in corso, non è più accettabile.

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Crediamo” affermano gli autori, “che costruire una nuova sfera pubblica di questo tipo possa portare a una miglior connessione tra economia e società, una maggiore coerenza tra ciò che è socialmente desiderabile e ciò che ha valore economico”.

Il societing è un tentativo di assecondare la socializzazione dei processi produttivi, in atto da qualche decennio, con una nuova filosofia d’impresa che riconosca il ruolo sempre più attivo dei consumatori e degli altri stakeholder, e che si apre a una loro partecipazione attiva anche nella determinazione del valore della ricchezza prodotta.

“Da due anni ormai, Alex Giordano e Adam Arvidsson hanno tentato di dare un nuovo slancio al concetto di Societing attraverso l’attivazione della  Summer School of Societing e  l’animazione del blog dell’Accademia Mediterranea di Societing (www.societing.org) ed una intensa attività di ricerca”

afferma Bernard Cova (Guru del Marketing, inventore del marketing Tribale e del concetto di Societing)

“Secondo loro, oggi sta scomparendo la differenza fra consumatore e produttore, fra impresa e mercato, fra il marketing e il suo ambiente. Di conseguenza, per Alex ed Adam, il Societing non può limitarsi a una presa in considerazione degli attori, così diversi tra loro, che costruiscono il mercato e attraverso lo stesso la società. Il Societing deve essere visto come la risposta imprenditoriale a una nuova condizione produttiva. Societing, inteso in questo modo, costituisce un nuovo modo di fare impresa e una nuova concezione del valore che siano adatti a una nuova situazione produttiva e alle nuove sfide che ci aspettano. È in ciò che il Societing è reloaded, cioè ricaricato delle nuove logiche all’opera nella nostra vita quotidiana.”

Grazie alla partecipazione di molti tra i più brillanti pensatori economici contemporanei come Caterina Bandinelli, Michel Bauwens, Francesca Buttara, Anna Cossetta, Bernard Cova, John Grant, Salvattore Iaconesi, Oriana Persico, Jaromil, Riccardo Maiolini, Massimo Menichinelli, Vincenzo Moretti Bertram Niessen, Irenangela Smargiassi e Barret Stanboulin, il volume vi farà chiarezza su molte parole alla moda come Social Innovation, startUp, monete alternative, peer to peer economy, smart city, stampanti 3d, storytelling, netnografia, dando loro un senso che vi mostrerà come già nel presente ci sono gli anticorpi per uscire da una crisi che non ha futuro.

Un libro che ci sentiamo di consigliare vivamente a tutti, non solo agli innovatori “patentati” ma anche e soprattutto a decisori, amministratori, politici ed a tutti quelli che ci dovrebbero portare fuori dal fallimento del presente.

 

Instagram: cosa rivelano di te i filtri che scegli per le tue foto! [INFOGRAFICA]

 

Nell’era del Web 2.0, dei social media e del mobile anche la fotografia ha subito un netto cambiamento ed ognuno di noi sembra essere diventato un (esperto) fotografo. Basta “sfogliare” gli album dei propri amici su Facebook, curiosare tra i tweet di Twitter e/o fra le foto di Instagram per rendersi conto che un tramonto, una tazzina di caffè o il vostro gatto (giusto per citarne alcuni) sembrano spesso dei capolavori, delle opere d’arte!

La verità però, eccezioni a parte, è che il merito non sta nella bravura ed abilità dell’improvvisato fotografo nello scattare la foto, ma nella possibilità di utilizzare una serie di filtri in grado di dare uno stile, un effetto e un senso diverso alle vostre foto. D’altronde, chi non ha mai modificato una sua foto con i filtri di Instagram per darlo un effetto diverso?

Bene! Sappiate che, secondo una divertente infografica di Marketo e Column Five, più che la foto in sè è proprio la tipologia di filtri che si sceglie a rivelare qualcosa di più di chi pubblica la foto! Curiosi? Ecco le personalità che si celano dietro i 10 filtri più utilizzati di Instagram:

  1. Normal => Il professionista o l’ Amatore
  2. Earlybird => L’aspirante Wes Anderson
  3. X-Pro II => L’ottimista
  4. Valencia => L’impertinente fotosensibile
  5. Rise => L’artista Pigro
  6. Hefe =>Il pazzo per i colori
  7. Amaro => Il nottambulo
  8. Hudson =>Il duro di cuore
  9. Brannan => Lo specializzando in arte
  10.  Nashville => Il tipo figo

 

Vi lasciamo scoprire nell’infografica di seguito il perchè di queste “buffe” denominazione, le caratteristiche principali dei 10 filtri-personalità e alcune informazioni interessanti sugli utenti di Instagram! 😉