Di fronte all’imbarazzo nello scegliere lingerie per la propria moglie in un negozio di intimo, quale migliore soluzione per Roy Raymond, che dare vita ad un’attività in proprio generando, l’ormai fenomeno, Victoria’s Secret.
Le più belle donne del mondo, prevalentemente modelle, indossano da 35 anni questi capi e fanno a gara per diventare testimonial del marchio di lingerie più famoso al mondo.
Così “Il segreto di Victoria”, in onore della regina Vittoria diventa un mondo magico in cui atmosfere da boudoir ottocentesco, pizzi, merletti, trasparenze,lussuria, Secret Angels, Fashion Show e soprattutto i famosissimi diamanti, diventano le top keyword per il successo.
Ma riviviamo insieme gli ultimi 35 anni di comunicazione di questo brand:
1977 – Il debutto in copertina
1979 – Rubano la scena scarpe sexy e pelose
Anni 80′ – Arrivano gli uomini in copertina
1991 – Fuori gli uomini… dentro i diamanti!
1992 – Ritorno alla semplicità senza piume nè strass
1995 – Il primo reggiseno che punta in alto!
1998 – Arrivano le Victoria’s Secret Angels
Il raggiungimento dell’ e-ccesso nel 2000
Il 2012 con Victoria’s Secret è di due taglie più grande!
00Makan-huekaMakan-hueka2012-09-10 12:30:002012-09-10 12:30:00L'evoluzione di Victoria's Secret in 35 anni di pubblicità
Vi piace il Pulcino Pio? Molti di voi diranno di no, io l’ho trovato subito geniale.
Sarà perché in questo periodo sono particolarmente sensibile alle filastrocche per bambini, sarà perché è un ottimo esempio di video virale, tematica oggetto della mia ricerca degli ultimi anni.
Per questo, nonostante sia al mare – e dal momento che, purtroppo, non riesco a staccare dal lavoro – dedico qualche momento serale ad una piccola riflessione sul perché del successo incredibile di questa filastrocca.
Il Pulcino Pio è un brano musicale lanciato da Radio Globo e supportato da un video virale realizzato (presumo per fini autopromozionali e in modalità no budget dato il logo in bella vista) da Medita, web agency che conosco e apprezzo per aver collaborato in passato con il Ninja LAB in diversi progetti.
Medita ha caricato il video su YouTube il 9 maggio 2012, giusto in tempo per la stagione estiva. Ad oggi, dopo quattro mesi, conta 20.505.320 visualizzazioni: numeri incredibili per il mercato italiano e per un video realizzato con finalità commerciali, che lo attestano in modo incontestabile come una incredibile case history di successo.
Quello che la “microfisica del potere” non spiega
Per comprendere la portata della diffusione virale di questo fenomeno vi rimando al link della ricerca degli amici del CSED e ai dati da loro accuratamente ricavati attraverso strumenti di analisi molto sofisticati. Quello che convince poco del loro articolo è la riflessione sulle “dinamiche del potere” e la loro spiegazione sulle ragioni del successo del video. Per loro – e per Michel Foucault che citano – il successo del video si spiegherebbe più o meno in questo modo: il sistema mercantile cavalcato dagli avidi mercanti del marketing sarebbe in grado di trasformare in valore economico anche l’odio per un video.
In fondo questo sembrerebbero dire le conversazioni analizzate: nessuno ama il Pulcino Pio, ma allora perché si diffonde con tale forza? Sarà sicuramente colpa del sistema capitalista che tutto ingloba e che riesce a creare valore anche dall’immondizia. Insomma ci sarebbero dinamiche sociali che, muovendosi al di là della volontà e dell’apprezzamento degli attori in gioco, alimentano l’energia sociale che fa volare il Pulcino Pio.
Io credo, dal mio personale punto di vista, che – oltre a Foucault, di cui da sempre apprezzo le teorie sulla “microfisica del potere” – e oltre l’apparenza delle dichiarazioni d’odio al Pulcino Pio ci sia qualcosa di più.
Lungi da me la volontà di sminuire la profondità dell’analisi dei filosofi marxiani, che ripeto conosco, ho studiato e apprezzato nel mio percorso di studi in sociologia (sono anch’io figlio dell’Università degli Studi di Milano e provengo dallo stesso glorioso dipartimento che alimenta l’ottimo lavoro del CSED, ci tengo a dirlo!). Tuttavia vorrei provare nelle poche righe di questo post a mettere in pratica un diverso punto di vista e lo vorrei fare anche in virtù di questa frase in cui mi sono imbattuto proprio oggi.
“La vera e unica scienza del Rinascimento era la conoscenza dell’anima… E allora perchè domando a voi, colleghi italiani, che avete nel sangue della vostra psiche il Rinascimento… Perchè mai venite a cercare nel Nord, nel marxismo e nell’esistenzialismo, in Adorno, in Marcuse, in Freud e sì anche in Jung… Quando la vostra terra custodisce una psicologia così straordinaria?” dice James Hillman in “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” riferendosi alla profondità del pensiero di Plotino, Marsilio Ficino e Vico.
La formula Create applicata al Pulcino Pio
Quello che trovo interessante dal punto di vista del mio approccio più “deduttivo” e incentrato su concetti derivati dalla psicologia transpersonale e archetipica, oltre che dalla sociologia, è provare ad applicare il modello Tensione/Emozione/Catarsi e la formula CREATE (Catarsi-Riusabilità-Emozione-Archetipi-Tensione-Elevazione) al Pulcino Pio e vedere se è in grado di dare conto del suo successo.
Il modello TEC (Tensione/Emozione/Catarsi), che spiego nel libro, ci dice che un contenuto virale deve fare leva su una tensione psico-culturale e liberare le emozioni provocando una catarsi nello spettatore.
Emozione, tensione, catarsi nel Pulcino Pio
Mi pare evidente che la Catarsi provocata dal video del Pulcino Pio sia proprio nel finale comico, ovvero il momento in cui il piccolo pulcino, diventato ormai odioso per il ripetersi infinito della filastrocca, viene a sorpresa schiacciato da un trattore con grande e sadico piacere da parte dello spettatore – e causando probabilmente un piccolo trauma psicologico (speriamo sanabile) a qualche bimbetto particolarmente sensibile.
La stessa dinamica la ritroviamo in un altro video spassosissimo e un po’ blasfemo, Jesus Christ Superstar di Javier Prato, un classico della storia dei virali che spesso mostro ai corsi della Ninja Academy quando spiego le dinamiche della viralità.
L’Emozione è la gioia: le filastrocche che si ripetono, con i teneri animali e i loro versi ci fanno tornare bambini, riportandoci indietro nel tempo e attivando in noi l’archetipo dell’Innocente, il cui pregio è quello di vivere da puer aeternus in un paradiso incontaminato, popolato da tutti quegli animaletti che cantano e ballano, ma che corre sempre il pericolo (Ombra) di diventare facilmente ingenuo e quindi stucchevolmente odioso e per questo deve essere riportato alla realtà da un gesto adulto e un po’ brusco (per non dire sadico).
Una specie di volontaria ed esasperata “Caduta dal Paradiso”, luogo ideale in cui desideriamo mantenere i nostri cuccioli, ma che rischia sempre di trasformarsi in un luogo falso e irreale, stimolando sentimenti opposti: cinismo, sadismo, nichilismo. Avete presente Happy Tree Friends? E’ proprio questo contrasto a rendere questa serie un fenomeno di culto!
In fondo la Tensione sembra essere proprio l’odio profondo per questo tipo di memi: dal gattino Virgola in poi sogniamo tutti di schiacciare questi fastidiosi animaletti e di far piangere il bambinetto con la faccia angelica che si sta divertendo da matti con queste nenie che ci mandano al manicomio.
E poi c’è la Riusabilità. Il Pulcino Pio è facilmente riproducibile e interpretabile: ne puoi fare un video in cui fai il balletto e quindi una parodia, puoi cantarlo a squarciagola visto che è il format è una specie di karaoke. E il bello è che grazie ai device mobili oggi lo puoi fare in spiaggia, nel reparto maternità, al ristorante con l’iPad, con la scusa di farlo vedere a tuo figlio o al nipotino.
Puoi anche commentarlo e dire a tutti che lo odi, come hanno fatto in molti.
L’ultima lettera della formula Create! corrisponde a Elevazione, una parola che vuole fare riflettere sugli aspetti emotivi, psicologici e spirituali della comunicazione e che introduce il tema della “tecnologia dell’anima” e del “management del senso”, aspetti tutti da approfondire e sui quali vi invito a proseguire insieme a me, se vi va, la ricerca.
E qui diventa più difficile capire se il Pulcino Pio ci eleva come spettatori – come effetto di ogni catarsi che si rispetti – oppure ci fa regredire ad uno stadio infantile simile a quello in cui da piccoli, prima costruivamo con impegno un elaborato castello di sabbia facendo contenti mamma e papà e poi lo distruggevamo, magari iniziando dalla parte del castello fatta dal nostro amichetto della spiaggia, che in fondo ci stava profondamente antipatico.
Era bello distruggere con i piedi quel castello di sabbia, vero? E allora sì, forse anche oggi ci fa bene ogni tanto schiacciare un Pulcino Pio.
00Mirko PalleraMirko Pallera2012-09-10 11:38:222012-09-10 11:38:22Perché il Pulcino Pio è virale
Avete presente quella quotidiana necessità di ricevere un sunto informativo della giornata? Ecco, saprete già che non sarà The Sun ad offrirvi spunto, a meno che voi non cerchiate gossip, pettegolezzi, o news sportive.
Tra intercettazioni illecite di vip da parte del gruppo editoriale britannico di Rupert Murdoch, e tangenti alla polizia, ultimamente all’interno della Redazione hanno fatto più scalpore gli scandali e gli arresti di alcuni giornalisti, piuttosto che le solite notizie procacciate con metodi inaccettabili.
Ora il giornale sta cercando di tornare a parlare di ciò di cui gli inglesi amano leggere: i pettegolezzi appunto. Con un finto piano sequenza di 90 secondi, The Sun annuncia attraverso la campagna “Get Involved” che è arrivata l’ora di tornare con fiducia al centro della cultura popolare coinvolgendo i lettori con tutti i contenuti d’informazione.
La campagna, in pieno stile inglese, trasmessa in Inghilterra durante il primo spettacolo della nuova serie di The X Factor (Sabato 18 agosto), è un’odissea attraverso molti degli eventi quotidiani che compongono le notizie del tabloid, ed è la prima opera per l’agenzia pubblicitaria Grey London.
Un annuncio supplementare “The Sun Football – Get Involved” si concentra invece sulle prove e le tribolazioni della stagione calcistica.
00RiokaRioka2012-09-10 11:30:492012-09-10 11:30:49"The Sun" coinvolge nel quotidiano [VIDEO]
Oggi è lunedì, e come ogni buon lunedì proviamo ad iniziare bene la settimana con un po’ di carica e… l’appuntamento con Studio35Live!
In queste settimane abbiamo già visto a Studio35 personalità della musica indipendente come Paolo Benvegnù, 99 Posse, 2Pigeons, Baba Sissoko e i Fluonche oltre ad offrire la loro musica hanno condiviso anche la loro opinione sul tema Social Media.
Tanti altri artisti vi aspettano, ma pensiamo al presente.
Questa sesta puntata vede come protagonisti i Bisca e la loro esclusiva intervista; solo una piccola anticipazione in attesa della pubblicazione del loro secret concert di domani!
A metà tra veristi e i poeti maledetti, i Bisca vivono la musica come un rito che li stacchi dalla realtà e allo stesso tempo li colleghi ancora più fortemente ad essa.
Nati dall’esperimento di due esponenti del gruppo Giancarlo Coretti e Sergio Maglietta, negli anni hanno mescolato differenti sound, abbracciando realtà musicali anche distanti tra loro.
Spettatori e attori analitici e critici della società, i Bisca fanno della propria arte una missione sociale e con ogni creazione artistica hanno cercato sempre di esser coerenti con se stessi e con la propria concezione di sana civiltà.
Di ritorno dalle vacanze, ecco che al palesarsi delle prime piogge settembrine ricomincia il tam-tam dei titoli dei telegiornali sui cosiddetti “mali di stagione”, le prime influenze che colpiscono soprattutto anziani e bambini… Sob, ma non possiamo fare nulla per debellare questi cliché televisivi? 🙄
In attesa del vaccino miracoloso volgiamo lo sguardo a un altro tipo di influenza, quella in rete per mano di influencer, evangeliste/oadvocate.
Influencer: dove trovarli e come ingaggiarli?
Gli influencer sembrano differire dalle due categorie successive in quanto possessori di un ingente capitale sociale e relazionale (follower su Twitter, iscritti ai feed RSS, like su Facebook, visite al blog). Per questo la relazione tra brand e gli stessi influencer viene costruita nella maggior parte dei casi su premi e incentivi come prove gratuite dei diversi prodotti, ancor prima della loro commercializzazione. Questo dà solitamente adito a rumor e a passaparola che stimolano l’interesse e l’attesa dei possibili clienti finali. Ma attenzione: molti di questi influencer aderiscono a un codice etico più e meno formalizzato che li porta a promuovere e consigliare solo quello che pensano sia realmente valido. Lavorate dunque sul prodotto prima di concentrarvi sulla comunicazione 😉
In relazione a questo primo punto, come riuscire a trovare gli influencer in poche mosse? Ecco alcuni utilissimi consigli:
siate aperti, mappate la rete ed eventualmente chiedete suggerimenti e pareri su chi seguire;
ascoltate la rete: vi renderà più semplice capire quali siano le relazioni dei diversi influencer, sapere di cosa stanno parlando e a cosa stanno lavorando, ponendo particolare attenzione ai contenuti e alle promozioni da loro condivise;
partecipate ad eventi e conferenze in quanto habitat naturali dei “social vip”, potreste iniziare dalla Social Media Week a Torino che si terrà tra qualche giorno! 😎
visionate podcast e seminari web da cui estrapolare informazioni preziose per le vostre ricerche. Vi dice niente TED?
curiosate nelle liste tematiche su Twitter alla ricerca dei ‘guru’ ottenendo una panoramica sui loro aggiornamenti. Considerate di aprirne in prima persona;
fate parte di gruppi (LinkedIn, Facebook, etc.), forum tematici etc., veri e propri ecosistemi sociali.
Il grande valore di evangelist e advocate
Le altre due categorie (evangelist e advocate) non possiedono lo stesso capitale sociale ma parlano spontaneamente di un determinato brand/prodotto spinti unicamente da motivazioni intrinseche. Insomma sono veri e propri appassionati, o in termini di marketing clienti fidelizzati che hanno instaurato un forte legame con i propri lovemark. Se per gli influencer parlavamo di capitale sociale, qui facciamo dunque un ulteriore passo avanti verso il capitale emozionale.
Influencer, advocate, evangelist: chi scegliere per il vostro progetto di Digital PR?
Le aziende si trovano a dover dare una risposta al dilemma strategico che riguarda la scelta del soggetto migliore da ingaggiare e verso/attraverso cui puntare la propria comunicazione. In molti casi alla vista del termine “social media guru” alcuni direttori marketing sembrano illuminarsi d’immenso, non tenendo in considerazione la vastità di interazioni a budget zero (per ragionare da una prospettiva vicina al mondo aziendale) che potrebbero utilizzare. Magari gli stessi follower dei media guru possono essere raggiunti ugualmente passando per un paio di advocate in più, non credete? 😉
Per qualsiasi strategia comunicativa e commerciale, un attento monitoraggio della rete è comunque doveroso: uno spunto lo troverete utilizzando Ebuzzingcon i sui diversi tool. Ricordandovi che non esiste la one best way – dipende tutto da cosa state cercando! – eccone altri molto utili (non esenti da limiti, più e meno conosciuti):
Klout – per avere un panorama di influenze dei propri contatti con relativi ambiti di influenza
Socialradar – per avere una mappa delle connessioni tra i vari influencer
Le analisi non devono limitarsi unicamente a contemplare numeri, statistiche e grafici, bensì c’è la necessità di rendere le ricerche più umane cercando di comprendere i bisogni profondi delle persone, molte volte andando in mezzo alla gente per capire realmente quali possano essere i diversi ‘progetti esistenziali’.
“Credo che i direttori generali gioverebbero di molte informazioni tornando nelle strade e cercando di comprendere come pensano i giovani oggi. Non semplicemente consultando risultati di ricerche e strategie dalle loro scrivanie.”
Nel caso aveste 13 minuti e 55 secondi, qui sotto troverete infine un link al documentario “Influencers“, il cui obiettivo è trasmettere cosa significa essere influenzatori nell’ambito della musica, moda e intrattenimento (non solo)… e fate attenzione ai paradossi 2.0 delle Digital PR! 🙂
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/09/influencer_advocate_social_media_emotional_equity.jpg469626Monia CatellaniMonia Catellani2012-09-10 10:00:022012-09-10 10:00:02Social influencer, advocate o evangelist: quale fa al caso vostro?
L’avvento del web 2.0 ha cambiato definitivamente il nostro modo di vivere e di interagire con gli altri. Negli ultimi anni si è sviluppato un forte dibattito, soprattutto in ambito sociologico, sull’impatto che questo cambiamento ha avuto sui nostri rapporti sociali. Uno degli studi più importanti in questo campo è sicuramente quello svolto da M. Castells. Lo studioso, analizzando ad ampio spettro i rapporti che regolano la fruizione della rete, riesce a delineare chiaramente come le società moderne riescano a svilupparsi e a solidificarsi attraverso la condivisione in rete.
Oltre alle visioni positivistiche però, ci sono anche gli scettici che vedono la rete come un luogo in cui l’individuo si estranea dalla realtà e perde la capacità di socializzare “offline”. Ormai la maggior parte delle persone dichiara di non riuscire a staccarsi dalla propria “identità online” per più di un giorno, certi addirittura per più di un paio d’ore! La dipendenza da Internet, già classificata dal Dott. V. Caretti come Psicopatologia dei New Media, crea moltissimi problemi (e imbarazzi!) soprattutto quando si è a cena. A chi di voi non è mai capitato di essere a tavola e vedere il proprio amico costantemente impegnato a fissare il proprio smartphone? A me sì, e vi garantisco che non è per niente una bella esperienza!
Per fortuna non sono l’unica a pensarla così, Mark Gold, proprietario e chef del ristorante Eva di Los Angeles la pensa come me! Mark ha infatti deciso di fare uno sconto del 5% a chiunque decida di lasciare lo smartphone alla porta del ristorante, così da poter gustare un’ottima cena in compagnia di famiglia e amici, senza lo stress di essere sempre raggiungibili al cellulare.
“ A tavola tutto deve girare intorno alle persone. Buon cibo, compagnia e una bella chiacchierata faranno il resto.” Questa, in breve, l’idea di Mark. Nonostante lo smartphone sia ormai diventato oggetto quotidiano, come le chiavi della macchina o il portafogli, l’iniziativa del ristorante Eva è stata accolta con entusiasmo e positività dai clienti. Lo stesso Gold, quando va a cena con la moglie, preferisce non usare il cellulare e passare una bella serata a chiacchierare e rilassarsi.
Voi lascereste il vostro smartphone per uno sconto del 5% e la garanzia di una bella serata all’insegna della condivisione? Io sì! 🙂
00Lara ZaccariaLara Zaccaria2012-09-09 17:32:302012-09-09 17:32:30Lascia il cellulare all’entrata del ristorante e avrai il 5% di sconto sulla cena!
Gli attuali sistemi di checkout dei supermercati o dei centri commerciali sembrano piuttosto antichi, specialmente in Italia e soprattutto se messi in relazione con gli enormi progressi fatti dalla tecnologia.
Come ben sappiamo ormai infatti lo smartphone è divenuto anche un eccellente strumento di pagamento e sempre più retailers si affidano a delle app per allargare l’esperienza d’acquisto dei propri clienti come vi abbiamo già raccontato in passato. Non è dunque il momento di iniziare a utilizzare questi strumenti per rendere lo shopping però anche più pratico?
Forse è ragionando proprio in quest’ottica che Walmart, il più grande retailer statunitense, ha ideato un sistema innovativo che potrebbe drasticamente cambiare il modo in cui gli americani (e non solo) faranno shopping.
Secondo quanto riportato da Reuters, si tratta di un’app per smartphone, chiamata “Scan & Go“, che permette ai clienti di scannerizzare i prodotti che desiderano acquistare all’interno del negozio con il cellulare, imbustarli e poi pagare direttamente a una cassa self-service.
Non solo questo rende dunque più semplice e veloce l’acquisto per il cliente saltando la fila alle casse tradizionali ma allevia certamente l’azienda del peso di parte degli ingenti stipendi che paga ai cassieri (di tutto il paese) abbattendo i costi e diminuendo i prezzi, favorendola nel raggiungimento di un enorme vantaggio competitivo .
Proprio questa settimana l’azienda statunitense ha fatto un test con protagonisti i dipendenti ed i loro amici e famiglie in un Walmart Supercenter a Rogers, Arkansas, non lontano dal quartier generale Bentonville del gigante della vendita al dettaglio.
Questi test sono stati fatti con degli iPhone (essendo questi i dispositivi più diffusi sul suolo americano), ma non abbiamo alcun dubbio che se i test dovessero risultare positivi verranno rilasciate poi applicazioni anche per device Android e Windows Phone.
Come funziona?
Anzitutto, i clienti installano Scan & Go app sul proprio smartphone. Dopodiché, dopo aver scansionato il codice a barre dei prodotti presenti sugli scaffali, potranno metterli direttamente in busta.
Una volta che hanno imbustato e scansionato tutto ciò di cui hanno bisogno, l’applicazione invia i dati raccolti alle casse self-service dove i clienti si fermeranno prima di uscire per procedere al pagamento con la carta di credito.
La versione di prova non ha per ora un sistema di pagamento mobile incorporato nell’app che consenta ai clienti di completare la transazione direttamente con i loro smartphones ma non è detto che questa non possa essere una funzione integrabile successivamente. L’app include però altre funzioni come la possibilità per i clienti di creare delle liste o vedere da casa quali articoli sono disponibili in magazzino.
Mentre le casse automatiche sono comuni in molti negozi, la possibilità di eseguire la scansione di oggetti con il proprio telefono cellulare durante lo shopping senza doverlo fare alla cassa rappresenta una novità assoluta. Sempre secondo Reuters, un tentativo simile venne fatto tempo fa dalla catena statunitense Jewel-Osco che forniva gli acquirenti di scanner portatili (e non smartphone) con i quali scannerizzare i prodotti e poi girare i dati alle casse al momento del pagamento, ma è una prova che non ha avuto seguito a causa degli evidenti limiti che comunque presentava.
Conclusioni
Il sistema ideato dal Walmart potrebbe davvero rivoluzionare il mondo dello shopping e presenta risvolti positivi ma anche negativi. Il primo evidente problema è la altissima probabilità che delle persone possano imbustare i prodotti senza scansionarli e andare via senza pagarli ma è un fenomeno aggirabile assumendo un addetto al controllo all’uscita.
Un secondo problema evidente risiede nel fatto che non sempre i sistemi automatici portano benefici: mettiamo infatti il caso in cui per distrazione scansionassimo due volte lo stesso prodotto o nel caso in cui lo smartphone non riconosca l’oggetto durante la scansione.Avremmo bisogno comunque di una persona che ci aiuti a portare a termine la scansione risolvendo il problema.
Tutto ciò allunga e non abbrevia l’esperienza d’acquisto rendendola forse più complicata di come avviene normalmente. Inoltre secondo il mio punto di vista non sarà realmente un’app rivoluzionaria fino a quando non consentirà anche il pagamento via mobile.
Un sistema del genere può essere applicato in paesi come quelli anglosassoni in cui la cassa automatica e la carta di credito sono ormai divenuti strumenti di pagamento utilizzati da tutti. Non credo infatti che tale strumento possa essere utilizzato in Italia, un paese in cui la maggior parte dei consumatori preferisce ancora acquistare tramite contanti.
Detto ciò aspettiamo dunque fiduciosi sviluppi dell’app che possano colmare queste piccole pecche nella speranza che in futuro anche nel nostro paese qualche grossa catena possa avanzare una proposta simile.
Per adesso siamo curiosi di sapere che idea vi siete fatti voi di questo sistema. Pensate che tale tecnologia possa realmente essere applicata al caso italiano e rivoluzionare l’esperienza d’acquisto dei consumatori?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/09/Walmart-testa-l-app-Scan-Go-sarà -il-futuro-dello-shopping.png00Maaku Nanto SeikenMaaku Nanto Seiken2012-09-08 14:06:192012-09-08 14:06:19Walmart testa l'app "Scan & Go": sarà il futuro dello shopping?
Presto Facebook avrà un nuovo, straordinario, campus: Facebook West, che sorgerà a Menlo Park, nella Silicon Valley, e con i suoi 420.000 metri quadrati diventerà il più grade open space per uffici mai costruito.
Un progetto simile non poteva certo essere affidato ad un architetto qualunque: Mark Zuckerberg ha pensato a Frank Gehry che nel suo curriculum vanta progetti del calibro del Guggenheim di Bilbao. I due hanno lavorato fianco a fianco per la realizzazione di un progetto che conciliasse al meglio necessità architettoniche e cultura aziendale.
Secondo Everett Katigbak, Environmental Design Manager di Facebook “il nuovo edificio sarà simile a un gigantesco magazzino. L’ambiente sarà rigorosamente open space, ci saranno tanti bar, punti di ristoro e la nuova struttura si fonderà al meglio con l’ambiente circostante. Pianteremo numerosi alberi e costruiremo un giardino pensile. L’attuale sede (che rimarrà attiva) verrà collegata alla nuova tramite un tunnel sotterraneo.”riguarda l’incarico conferito a Frank Gehry da Mark Zuckerberg per espandere la sede principale di Palo Alto. Si tratterà di un campus completamente nuovo la cui realizzazione dovrebbe iniziare il prossimo anno.
Insomma, un vero e proprio paradiso per i fortunati 2.800 ingegneri che lavoreranno nella struttura. Gli ampi spazi, il contatto con la natura e le possibilità di svago agevoleranno il brainstorming e la creatività, fondamentali per mantenere sempre competitivo il social network per eccellenza.
00KatsumiKatsumi2012-09-08 11:35:082012-09-08 11:35:08Nuovo campus per Facebook: un paradiso per 2.800 ingegneri
Prima o poi ci si arriva. Prima o poi tutti fanno un bilancio della loro vita. Spesso succede da anziani, magari poco prima di morire. Ma quali sono le cose che in quel momento le persone cambierebbero della loro vita se potessero tornare indietro? Secondo Trend Hunter, le persone se tornassero indietro, per lo più, darebbero maggior importanza alle persone e alle relazioni che alle “cose”.
Avrei voluto seguire i miei sogni e i miei desideri.
Si inizia a ricordare tutto quello che non è stato effettivamente fatto ma che era in cima ai desideri. Finchè si è in tempo, ogni giorno sarebbe opportuno fare qualcosa perchè il rimpianto di non aver fatto si trasformi in un desiderio soddisfatto o in un sogno realizzato.
Avrei voluto lavorare meno e passare più tempo con la mia famiglia.
Il lavoro è fondamentale per moltissime persone e ci si dedica la maggior parte del nostro tempo. Si riduce inevitabilmente però il tempo a disposizione per la famiglia…ma a che pro?Il lavoro è veramente più importante dei propri cari?Forse è meglio deciderlo presto e costruire uno spazio dedicato solo a loro, libero da ogni altro impegno.
Avrei voluto dedicare più tempo agli amici.
Le persone arrivano ad un punto in cui soldi ed oggetti vengono spesi e sostituiti con facilità, ciò che non può essere sostituito sono i ricordi dei momenti passati con gli amici. Quante volte però per mille motivi si perdono per strada? A volte lo sforzo di una telefonata o di un messaggio non è così grande ma per pigrizia non si fa…solo che poi i ricordi restano in un cassetto perchè non c’è nessuno con cui condividerli.
Avrei dovuto dire “ti amo” più spesso.
Quante volte lo diamo per scontato con il partner? Quante volte invece non l’abbiamo detto per paura di non essere ricambiati? Ma alla fine, tra i rimpianti c’è anche questo: non aver detto “ti amo” di più. Esprimere i propri sentimenti è sempre un rischio ma è quel genere di rischio che, nel correrlo, al massimo non cambia nulla.
Avrei dovuto esprimere di più le mie idee.
Durante una discussione, molte le persone preferiscono tacere pensando, così, di essere educati, anche se questo li può far soffrire. Se però si considera importante una relazione, esprimere la propria opinione permette di confrontarsi con l’altro, di crescere e di dare un valore aggiunto al rapporto stesso. Il legame con un’altra persona si deve basare sul rispetto e sulla comprensione…ma se non ci si esprime questo come può essere possibile?
Avrei dovuto essere migliore e risolvere i conflitti in sospeso.
Quante sono le discussioni e le incomprensioni che tutti i giorni ci capitano direttamente o in cui siamo coinvolti senza volerlo?Tante, troppe! E spesso ce li portiamo avanti per anni senza neanche, ad un certo punto, ricordarci i motivi reali. Famiglie e amicizie distrutte da ostilità inutili o addirittura senza fondamento! E pensare che a volte basta dimenticare i torti subiti e perdonare o, al contrario, porre rimedio appena ci si rende conto di aver sbagliato.
Avrei voluto avere dei figli.
Una volta fare un figlio era un obiettivo di vita, oggi non lo è più anzi! Per molti suona quasi come un impedimento alla realizzazione personale, o meglio professionale, una limitazione di libertà, una preoccupazione in più…insomma da evitare a tutti i costi!Poi però, da anziani, ci si sente soli e ci si chiede a chi dare e da chi ricevere amore incondizionato. E ci si chiede anche a che scopo aver lavorato, guadagnato e fatto acquisti se non c’è nessuno a cui lasciare il segno del nostro passaggio.
Avrei dovuto risparmiare per la vecchiaia.
Finchè si è giovani non ci si pensa, o non lo si fa abbastanza. Molti spendono ciò che guadagnano senza avere un piano di risparmio che permetta di affrontare anche momenti difficili o la vecchiaia. Però ad un certo punto, anche solo per limiti di età, si smette di avere uno stipendio e in qualche modo bisogna vivere. Aver vissuto da leoni una vita e restare al verde da anziani è uno dei rimpianti che vengono citati…
Avrei dovuto capire prima che la felicità è una mia scelta.
Molto spesso le persone si adagiano nel fare “la vittima della situazione” o nel vivere nella mediocrità perchè è facile e familiare. C’è paura di provare, rischiare, esplorare, mettersi in gioco. Poi però nel fare un bilancio si accorgono che se fossero andati oltre la paura e ci avessero provato, probabilmente avrebbero molti più ricordi felici. Se, anzichè lamentarsi, si fossero goduti ciò che avevano, sarebbero stati molto più soddisfatti e sereni.
00jessikatjessikat2012-09-08 09:00:182012-09-08 09:00:18L'elenco dei 9 più grandi rimpianti di vita
Classica biretta post rapina in banca? Difficile declinare un invito del genere, ma stavolta avrebbero potuto farne a meno i quattro rapinatori protagonisti del nuovo promo della birra Carlton Draught.
Il bar scelto infatti si rivela quello preferito da tutti i poliziotti del quartiere che scrutando il saccone di contanti non esitano a inseguire i malviventi. L’inseguimento però ha dell’incredibile, in quanto la birra Carlton è troppo buona per rinunciarvi e quindi quella che prende il via è una caccia al topo a piedi e con birra in mano annessa.
Il divertentissimo video ripropone tutti i classici cliché degli inseguimenti automobilistici negli action movies holliwoodiani in chiave ovviamente ironica data l’assenza delle auto e l’attenzione con cui i rapinatori, ma anche gli stessi inseguitori, pongono nell’evitare che la birra cada al suolo.
Spot davvero ben realizzato dall’agenzia Clemenger BBDO di Melbourne sia nella fotografia, molto simile ai film polizieschi anni ’80 e ‘90, che nella scelta delle musiche (John Farnham – Thunder In Your Heart – 1986).
La campagna “Beer Chase” prevedeva un teaser su Facebook e il lancio on line della versione da 90′ che ha toccato più di due milioni di visualizzazioni in soli sei giorni. Infine in data 7 settembre è stato lanciato in tv lo spot da 60’ pensato per essere trasmesso durante le pause delle finali NRL di rugby e AFL di calcio.
00MaikiMaiki2012-09-07 17:00:402012-09-07 17:00:40Carlton Draught e l’inseguimento a tutta birra [VIRAL VIDEO]
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