Vigorplant terricci rinnova la sua immagine…in grande [VIDEO]

Una ventata di novità per Vigorplant, l’azienda leader nella produzione di terricci scelta dalla regione Lombardia come esempio italiano di eccellenza tra le medie imprese, che ha deciso di rinnovare totalmente il suo look.

E lo ha fatto affidandosi ai creativi dell’agenzia Armando Testa che in brevissimo tempo hanno centrato l’obiettivo. Nuova accattivante grafica per il sito web, un interessante blog, La casa del verde, luogo ideale di ritrovo per tutti gli amanti del giardinaggio, e una brillante, virale e innovativa campagna pubblicitaria racchiusa in uno spot a dir poco esilarante. L’elemento innovativo: il lancio in primis sui principali social network Facebook, Twitter e YouTube, solo successivamente in TV.

Il video, per usare un aggettivo ricorrente tra i commenti del popolo del web, è decisamente geniale, diverte e piace proprio a tutti. In controtendenza rispetto ai modelli imposti dai media, mostra un protagonista grasso e tutt’altro che sexy, che si aggira per casa nudo tra le sue ‘malcapitate’ piante!

Il brano dei THEMUSICBANK, creato ad hoc per lo spot, fa da sottofondo ad una delle campagne più fresche e riuscite degli ultimi anni.

È talmente bella e convincente che il dubbio sorge spontaneo: chissà se in futuro continueremo ad aggirarci nudi per casa!

LG pronta al lancio dell'e-reader con display flessibile

LG pronta al lancio dell'e-reader con display flessibile

La società coreana sta per lanciare in Europa un nuovo display flessibile, leggero e sottile pronto a dare battaglia ai classici dispositivi e-reader, come il Kindle.

LG pronta al lancio dell'e-reader con display flessibile

Già da tempo LG aveva mostrato interesse per questo tipo di tecnologia, ma ora sembra arrivato davvero il momento dell’uscita ufficiale: l’azienda sta per presentare un display da 6 pollici che promette di rivoluzionare il mercato degli e-book.

Il display ha una risoluzione di 1024×768 e può piegarsi fino ad un angolo di 40 gradi, con uno spessore di 7  millimetri ed un peso di soli 14 grammi!

LG sostiene che il display sia anche super resistente, dopo i test di caduta da 1,5 metri. E promette di portarlo sul mercato europeo all’inizio del prossimo mese.

Attendiamo con curiosità il lancio e soprattutto il prezzo!

Vendommerda, gli antieroi più amati (e odiati) dai twitteri italiani [INTERVISTA]

Irriverente, silenzioso ma contemporaneamente assordante con le sue perle retweetate: stiamo parlando di @Vendommerda, noto al popolo di Twitter per essere uno dei “talent scout” più pungenti dell’intera social sfera.  Come molti sapranno, @Vendommerda ‘non fa altro’ che retwittare i tweet più “particolari”, sgrammaticati e surreali, facendo diventare protagonisti malcapitati e inconsapevoli soprattutto utenti poco avvezzi all’uso dei 140 caratteri.

Un fenomeno che ci ha colpito una volta in più dopo il caso esploso lunedì scorso con #BoldiCapra, dove @Vendommerda si è trovato ad essere trampolino di lancio di un hashtag dal vago sapore vendicativo: un modo come un altro anche per dire che non retwitta solo 🙂

Ma chi c’è dietro all’account? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro, in un’intervista. Perché sì, il nostro eroe non è una sola persona ma tre: un collettivo, insomma. Un gruppo con una missione chiara, come scopriremo dalle loro stesse parole. Ecco cosa ci hanno risposto.

Con #BoldiCapra siete saltati all’onore della cronaca: ci raccontate un po’ com’è andata e perché avete deciso di “spingere” questo trending topic?

Boldi era da un po’ che lo tenevamo d’occhio: risponde in tono aggressivo e maleducato ai suoi follower. Oro colato per noi. Poi grazie alla famosa immagine di @Sanfra1407 che abbiamo retwittato ha iniziato a girare ed infine è nato il tag #BoldiCapra. Noi abbiamo solo avuto il ruolo di “amplificatore”.

@Vendommerda è un progetto interessante: da dove è nata l’idea? E come l’avete strutturata? Il vostro blog su Tumblr è nato prima, dopo, o insieme all’account Twitter?

In principio c’era Twitter e la merda sparsa. @Vendommerda è nato come profilo per ammassare tutto e farsi quattro risate. Solo dopo è nato il blog su tumblr e il profilo facebook.

Fate parlare quelli che retwittate e così facendo i vostri follower imparano per certi versi a come “non utilizzare” Twitter. A parte l’ironia, un po’ vi sentite “educatori” di questo social network?

Ci sentiamo più spazzini.

Dietro @Vendommerda quante persone ci sono? Se potete dirlo, ovviamente 😉

Siamo in tre.

Quante segnalazioni vi arrivano dai twitteri italiani di possibili target da retwittare? E come scegliete, in base a cosa?

Tanti, veramente tanti: circa una ventina al giorno tra mention e mail. Noi leggiamo e selezioniamo se possono andare bene per @Vendommerda e se gli errori sono voluti o se il tono del tweet è ironico.

Qualcuno si è mai arrabbiato per un vostro retweet?

Certo! Alcune “twitstar” ci hanno bloccato in modo da non poterle retwittare e poi il caso più celebre è quello con Claudio Lippi (di cui potete scoprire qualcosa in più cliccando qui).

Domanda per chiudere abbastanza scontata: nel futuro Vendommerda cosa diventerà? Avete progetti di sviluppo – anche in questo caso, se potete dirlo.

Boh, credo che rimarrà sempre il solito @Vendommerda: la più grande discarica di twitter.

DentalWave: la nuova app per dentisti [INTERVISTA]

@www.dentalwave.net

Lo scorso Marzo, durante lo Smau di Roma, sono state premiate le applicazioni mobile più avanzate per smartphone e tablet in ambito consumer e business.
La classifica, stilata in collaborazione con gli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano, ha portato alla vittoria, per la categoria “App task specific”, DentalWave.

@www.dentalwave.net

 

Lanciata sul mercato italiano a metà febbraio, dopo sei mesi di progettazione e intensi studi di mercato, è in vetta alla classifica delle dieci applicazioni mediche più scaricate nell’Apple Store italiano.

Ideata dal Dott. Ivano Conti, un odontoiatra di Roma, nasce dalla sua esigenza di non riuscire a gestire tutte le cartelle cliniche cartacee dei diversi studi medici in cui lavora.

Dopo una ricerca, senza esiti positivi, di un’applicazione che potesse trovare una soluzione a questo problema, il Dott. Ivano Conti in collaborazione con l’ingegnere Mattia Campolese hanno deciso di lavorare al progetto di DentalWave per colmare tale lacuna.
Ed è proprio con loro che abbiamo avuto la possibilità di parlare della recente “creazione”.

@www.dentalwave.net

Come nasce DentalWave?

DantalWave è un’idea che nasce lo scorso luglio e che pian piano a preso forma, fino al lancio sul mercato avvenuto a febbraio di quest’anno.

Il team, formato inizialmente solo da noi due, ha aperto le porte alla Dott.essa Francesca Pegna, specializzata in ortodonzia e odontoiatria pediatrica, che cura una sezione specifica dell’applicazione, e alla Dott.essa Ilaria Falchi, specializzata in traduzioni tecnico scientifiche, il cui ruolo è quello di tradurre in inglese l’app.

A quali mercati internazionali avete intenzione di aprirvi?

I nostri progetti futuri mirano a mercati stranieri come quello spagnolo, tedesco e francese. Il nostro obiettivo è quello di soddisfare un’esigenza mondiale sempre più impellente.

Dobbiamo anche sbrigarci, in quanto abbiamo ricevuto richieste d’acquisto dall’Indonesia e dal Messico!

Per chi viene creata DentalWave?

DentalWave è un’applicazione per tutti gli odontoiatri che cercano ergonomicità, semplicità ed organizzazione completa e precisa delle cartelle cliniche dei propri pazienti. L’ applicazione è, infatti, organizzata come una cartella clinica cartacea, che da la possibilità di archiviare e modificare le varie sezioni d’interesse per ogni singolo paziente.

DentalWave è disponibile sui dispositivi iPad di tutte le generazioni. Per il momento, non ci siamo esposti con i dispositivi Android, poiché preferiamo prima raccogliere i feedback dal mondo Apple e, successivamente, valutare un’eventuale investimento.

Come vengono raccolti i feedback?

Attraverso le statistiche Apple pubblicate ogni settima e grazie ai colleghi che utilizzano DentalWave nella loro routine lavorativa con ottimi risultati.

I pazienti richiedono i pdf della propria cartella clinica, li stampano o li consultano elettronicamente via e-mail, senza dover scaricare necessariamente l’applicazione.

Tutto ciò da un senso di trasparenza, sicurezza e innovazione ai clienti, soprattutto quelli più famigliari alla tecnologia.

Secondo voi, l’incontro tra tecnologia e medicina si sta sviluppando in maniera positiva?

Assolutamente sì, e già da diversi anni. Ma ci sono ancora molti settori fertili nei quali darsi da fare. Basti pensare alla medicina estetica o ai laringoiatrici, tutte libere professioni ultraspecialistiche che devono far fronte ad una moltitudine di clienti e alle loro cartelle cliniche, sia nell’ambito ospedaliero che in quello privato, e che quindi sono alla ricerca di applicazioni tecnologiche che semplifichino la gestione dei dati.

A tal proposito, avete già altre idee di applicazioni?

Domanda da un milione di euro!

Diversi colleghi ci hanno chiesto di creare un’applicazione, come Dentawave, specifica per i loro settori. Mi riferisco, per lo più, agli ottici e agli impiatologi.

Da dove provengono i vostri finanziamenti?

Da noi stessi! Ci siamo autofinanziati sin dall’inizio, poiché crediamo nel progetto e siamo, ed eravamo, convinti, non erroneamente per fortuna, che il prodotto avrebbe avuto un buon riscontro sul mercato.

Inoltre, abbiamo provveduto personalmente alle attività di marketing, inviando informazioni su DentalWave a diverse riviste cartacee e siti specializzati. Ci hanno sempre ben recensito e questo ci ha, ancora di più,  incoraggiato!

Quali sono i prossimi aggiornamenti per l’applicazione?

Stiamo per lanciare la “Uno e Uno”, la versione con gli elementi grafici per il nuovo iPad. In più, sarà possibile scaricare le funzionalità per il backup dei dati, per la personalizzazione dei protocolli e per l’inserimento delle immagini da allegare alle cartelle. Stiamo lavorando, anche, a sezioni specifiche che agevolino tutte le specializzazioni odontoiatriche.

Nel frattempo continuiamo ad osservare in che modo la tecnologia è diventando parte integrante della medicina, e quali sviluppi importanti, come quello di DentalWave, ci riservano i prossimi mesi.

Ecco per concludere un video dimostrativo dell’app e il link al download su iTunes (cliccate sul logo dell’app in fondo all’articolo):

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Trasferimento tecnologico e incubatori d'impresa: intervista a Marco Cantamessa

Quando si pensa ad una startup, il senso comune ci porta ad immaginare un gruppo di geek che sviluppano app o un giovane imprenditore con un biglietto d’aereo pronto per volare negli Stati Uniti alla ricerca di fortuna nella terra promessa della Silicon Valley.

Esistono però anche delle realtà diverse, in cui l’innovazione nasce nei laboratori di ricerca e cresce all’interno di incubatori d’impresa universitari, dove la cultura imprenditoriale si sposa con le skills tecniche, per dare vita a startup high tech.
Abbiamo introdotto questo discorso grazie all’editoriale di Emil Abirascid, special guest del mese per la nostra Categoria.


Per addentrarci meglio in questi mondi abbiamo intervistato Marco Cantamessa, professore di Innovation management and product development al Politecnico di Torino, nonché Presidente di I3P, Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino.

Come abbiamo visto in un precedente post, I3P è stato fondato nel 1999, quando ancora in Italia non esistevano incubatori universitari. Da 12 anni I3P supporta lo sviluppo di imprese science-based fornendo spazi attrezzati, consulenza di business e un network sia tecnico che manageriale. Nel 2011, I3P ha avviato un programma di incubazione dedicato alle startup digitali: TreataBit. Gli aspiranti imprenditori hanno a disposizione, oltre  alla consulenza di business dei professionisti di I3P, uno spazio di co-working in cui sviluppare i loro progetti e interagire con gli altri team imprenditoriali.

All’interno dell’incubatore stanno dunque crescendo startup legate al mondo della rete, di cui Ninjamarketing ha già parlato, come la piattaforma di streaming video Wim.Tv e la software house dedicata ai social game manageriali SportSquare.

In I3P non mancano però spinoff del Politecnico di Torino, ovvero startup nate proprio nei laboratori di ricerca, come Nesocell, che produce isolanti termici a basso impatto ambientale, o Bionicatech, operante nell’ambito dei materiali per implantologia orale e chirurgia ortopedica.

Vediamo allora, con il prof. Cantamessa, quali sono le differenti modalità attraverso cui un’idea e un progetto di ricerca possono trasformarsi in una startup.

In cosa consiste il trasferimento tecnologico?

“Consiste nel trasferimento della conoscenza dal mondo della ricerca verso il mercato per realizzare un prodotto che le persone possano usare e che le imprese abbiano convenienza economica a produrre. Si tratta di un processo complesso, in quanto accademia ed industria hanno interessi che sono non dico divergenti, ma comunque ortogonali tra di loro. In alcuni casi il punto di mediazione lo si trova per via contrattuale, attraverso un brevetto, altre per via istituzionale, creando uno spinoff accademico.”

“La conoscenza legata alla tecnologia si caratterizza in quanto è una conoscenza soprattutto tacita, legata al know how delle persone. Quindi è difficile da trasferite. Nel caso più semplice il ricercatore può passare i diritti di proprietà industriale. In questo caso esistono strutture accademiche dedicate, ovvero gli uffici di trasferimento tecnologico, che supportano i ricercatori nella brevettazione e vendita della propria idea. In altri casi invece il ricercatore può aver scritto un brevetto, ma poi per poterlo usare deve lavorarci ancora alcuni anni a stretto contatto con le persone dell’impresa che poi la sfrutteranno. Questo passaggio tra persone diventa dunque cruciale.”

“Esistono poi settori molto avanzati, in cui non esiste una domanda sufficiente e dunque non vi sono aziende in grado di cogliere i risultati di ricerca. In questo caso è possibile creare uno spinoff accademico, ovvero una nuova società che, a partire della ricerca scientifica, porta un oggetto molto innovativo ad uno stadio di maturazione sufficiente per essere attrattivo per l’industria.”

Qual è il ruolo delle istituzioni pubbliche nel supporto all’innovazione?

“Su questo tema io ho una visione liberale: il pubblico e le istituzioni formative devono fare tutto quello che il mercato non è in grado di fare. Quando poi il mercato diventa pronto, devono fare un rapidissimo salto indietro. Quindi devono dare nuovi stimoli per invogliare le persone a buttarsi in campi nuovi, non in termini di committenza, ma in funzione della realizzazione di un prodotto veramente nuovo da vendere in tutto il mondo.

“Questo è dunque il ruolo dell’istituzione pubblica come attore direttamente impegnato nei processi di innovazione. C’è poi un altro ruolo fondamentale, che è quello di rendere le istituzioni economiche e di mercato nel nostro Paese veramente funzionanti. Questo purtroppo non sempre viene fatto. A livello locale ci sono molti vincoli. L’esperienza che noi abbiamo avuto in I3P è che i vincoli della crescita delle imprese nuove sono straordinariamente alti. Le startup avranno molta difficoltà a decollare, fin tanto che nel nostro Paese l’incentivo all’evasione sarà forte come è adesso o fin tanto che, per alcuni aspetti deteriori dell’economia italiana ma anche per la forte pressione fiscale, l’incentivo principale per un’azienda sarà quello di dotarsi di un bravo commercialista, non di fare un progetto di innovazione. E’ dunque necessario un lavoro di sinergia per stimolare le persone e dare loro degli strumenti per realizzare un’attività imprenditoriale innovativa.

Esistono specificità locali che favoriscono l’innovazione in Piemonte? In quali settori?

“Il Piemonte è sempre stata una regione manifatturiera, legata alla capacità di realizzare degli oggetti fisici. Attualmente gli studi demografici ci hanno mostrato come Torino abbia dentro di sè persone del terziario avanzato e un grosso parterre di persone ancora legate alla fabbrica. Da un lato dunque Torino non è più una città manifatturiera, perché la maniffatura low cost se ne sta andando da un’altra parte; dall’altro non è sufficientemente forte nel campo dei servizi avanzati, legati ad esempio ad Internet, perchè i numeri sono ancora da élite. Dunque le potenzialità di sviluppo derivano dalla possibilità di coniugare questi due tipi di professionalità, ad esempio inserendo intelligenza negli oggetti, in quell’ambito emergente definito Internet of Things.”

Il connubio tra oggetti fisici e intelligenza, nel medio termine, potrà consentire di sfondare nel settore degli edifici intelligenti e della domotica. Si potrà portare dell’intelligenza nel settore del mobile, ad esempio per rendere gli ambienti di vita più fruibili da persone con problemi di disabilità o anziani. Si potranno rendere più intelligenti le automobili o i sistemi di controllo del traffico. Sono tutti contesti in cui c’è ancora della manifattura, non è tutto software che viaggia sul cloud, ma non è neanche la vecchia tecnologia. In quest’ambito Torino ha molto da dare.”

Diventare imprenditori: le opportunità delle StartCup regionali

Abbiamo dunque visto come sia possibile innovare sfruttando le specificità locali e i risultati della ricerca accademica. Gli incubatori universitari sono nati proprio per favorire tale processo e per fornire aiuto a tutti gli aspiranti imprenditori nei differenti ambiti della ricerca, dal biomedicale, al cleantech, fino alle ICT e al Web 2.0.

Tutti coloro che hanno un’idea di business possono dunque rivolgersi agli incubatori universitari della propria regione e, in particolare, partecipare alle business plan competition regionali, ovvero le StartCup.

Ad esempio l’Incubatore del Politecnico di Torino, assieme ad altri attori piemontesi quali lo Staff cultura d’impresa e del lavoro dell’Università degli Studi di Torino, a 2i3T, l’Incubatore di Imprese dell’Università degli Studi di Torino e a Enne3, l’Incubatore di Impresa del Polo di Innovazione di Novara, hanno organizzato anche quest’anno il concorso StartCup Piemonte Valle D’Aosta. Entro il 20 aprile è possibile inviare le proprie idee di business online, per poi essere selezionati per ricevere supporto nella seconda fase della competizione, ovvero il concorso dei business plan che si conclude il 18 luglio.

PIAF 2012: incontriamo il presidente di giuria Gideon Amichay [INTERVISTA]

Come vi abbiamo già anticipato il prossimo 25 e 26 Aprile si terrà la nuova edizione del Prague International Advertising Festival, il festival della pubblicità “out of the box” (fuori dagli schemi).

In attesa della shortlist, che verrà annunciata il prossimo 11 Aprile, abbiamo fatto qualche domanda al presidente della giuria di quest’anno: Gideon Amichay.

Amichay è stato Chief Creative Officer e Joint Managing Partner della Shalmor Avnon Amichay/Y&R Interactive di Tel Aviv. Sotto la sua guida la Shalmor Avnon Amichay/Y&R Interactive è diventata in pochi anni l’agenzia israeliana più famosa al mondo vincendo tra il 2008 e il 2011 ben 17 Leoni a Cannes. Gideon Amichay è anche uno scrittore e un communication artist, le sue lezioni sull’innovazione e la creatività sono seguite in tutto il mondo. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo libro “No, No, No, No, No, No, No, Yes” pubblicato dalla Gordon Books.

Il PIAF quest’anno ha deciso di rivoluzionare le categorie eliminando la divisione tra advertising su media tradizionali e sui nuovi media. Credi abbia ancora senso tale divisione all’interno dei festival?

Credo che si possa fare un gran lavoro su entrambi. E’ una cosa positiva rendere onore alle grande idee che provengono dall’advertising tradizionale, sebbene personalmente il mio cuore è con l’innovazione.

Quanto è importante il digital e quanto sarà difficile per i big della pubblicità adattare la propria creatività ai nuovi media?

Il digital è importante perché ha cambiato il mondo in meglio. La sua abilità sta nel conseguimento di buoni risultati per i brand, ma la sua grandezza è legata ai benefici che crea per le persone. Non credo che abbiamo bisogno di “adattare” la nostra creatività. Con il digital abbiamo tante possibilità di creare, toccare le persone, coinvolgerle e semplicemente fare molto di più di ciò che potevamo fare prima.

Cosa significa per te oggi la parola creatività?

L’abilità di cambiare la vita in meglio.

Gideon Amichay

Quali sono secondo te ad oggi le forme più innovative del marketing non convenzionale?

Penso che Google stia sviluppando un grande “thinking” per aiutare il marketing in questi giorni. Facebook sta impostando un’arena differente per i brand e per raggiungere un vero coinvolgimento. Non vedo l’ora che inizino i giochi olimpici di Londra, sono sicuro che sarà una grande piattaforma per il marketing non convenzionale.

Sarah Haney mette a fuoco il lato oscuro di Barbie [INTERVISTA]

Flasher

Da sempre emblema per eccellenza di femminilità, perfezione, eleganza e stile, Barbie viene resa più vera ed attuale dagli scatti di Sarah Haney (Denver, USA) che allontanano la bambola eternamente giovane dal mondo ideale, riportandola in quello reale, alle prese con i problemi di tutti i giorni.

How could you?

Negli scatti della fotografa americana il Sogno Americano e l’ideale borghese si infrangono contro la cruda perversione della società attuale, mettendo il luce il lato oscuro di Barbie ed in ombra la sua eterna e plastica perfezione.

Welcome To The Dream House’, ‘Life In Plastic’ e ‘Things Fall Apart’ aprono le porte di un mondo che in superficie appare perfetto, ma che in realtà nasconde situazioni estreme e problematiche di dipendenza dalla chirurgia estetica e di disordini alimentari.

Wide stance

Binge and purge

Per saperne di più abbiamo intervistato Sarah Haney, entusiasta all’idea di raccontarsi per Ninjamarketing.

I feel pretty

Da dove nasce il concept del tuo progetto?

Tutto è iniziato da un gioco. Stavo pensando a come mi seccava vedere sempre il sorriso di Barbie, quando giocavo con lei. Così ho iniziato a pensare a quali potevano essere delle ipotetiche  situazioni in cui quel sorriso fosse inappropriato. Da lì è nata l’idea di fare foto divertenti: sono andata in un negozio di articoli di seconda mano, ho comprato una coppia di bambole ed ho cominciato a scattare foto.

Le tue immagini possono essere collegate con il crollo del sogno americano e dell’ideale borghese? Come vivi tutto questo, da americana?

Io credo che Barbie e Ken in qualche modo abbiano rappresentato davvero il Sogno Americano. Io volevo mostrare come questo stesse collassando intorno a loro, in parte proprio a causa delle loro stesse decisioni. Credo che qualche volta le persone dimentichino, o forse non vogliano riconoscere le loro colpe. Ci sono molte cose che non vanno, non solamente Wall Street, e la colpa è proprio delle persone.

Quale immagine sceglieresti per illustrare il tuo progetto?

Bella domanda! “You Knew I Wouldn’t Leave My Wife” è quella che riassume meglio il mio lavoro. Essi sono in una situazione abbastanza vaga, non definita. I personaggi però, sono definiti. Ken appare sprezzante e Barbie davvero patetica. Il titolo, tuttavia, fa capire che lei sappia esattamente cosa aspettarsi per tutto il tempo.

You Knew I Wouldn't Leave My Wife

Il pubblico come vive le tue mostre?

Io ho uno studio a Denver dove le persone possono vedere il mio lavoro. Faccio una sola esposizione all’anno in una galleria vera e propria, per lo più a Denver, Colorado. Mi piacerebbe molto fare rappresentazioni altrove, magari all’estero.

Qual è la cosa più strana che ti è capitato di vedere, grazie al tuo lavoro?

Probabilmente l’interazione con le persone quando scatto fotografie all’aperto, in città. Fondamentalmente io resto sdraiata a lungo sul marciapiede con una macchina fotografica e un branco di bambole. Di fronte a questo spettacolo le persone non sanno mai decidere se sto facendo una cosa davvero interessante o se se sono solamente pazza. Spesso si riuniscono un sacco di persone, che guardano e cercano di scoprire cosa sto facendo. Una volta qualcuno guidando ha urlato “I love you photos” fuori dal finestrino ed è andato avanti. Questo è stato il meglio, mi ha fatto sentire come una vera rock star!

Boys don't cry

But he said he was using the rhythm method

Project Glass: Google e gli occhiali con la realtà aumentata

Project Glass: Google e gli occhiali con la realtà aumentata

Il futuro davanti ai nostri occhi: ecco come Google, con Project Glass, potrebbe “aumentare” la nostra realtà quotidiana con informazioni, video, chiamate e molto altro.

Project Glass: Google e gli occhiali con la realtà aumentata

Il lancio del progetto è avvenuto tramite una pagina su G+: questo prototipo di occhiali ci consentirà di vivere in una realtà aumentata, con una migliore gestione di musica, indicazioni stradali, videochiamate, check-in, gps, comandi vocali.

Project Glass: Google e gli occhiali con la realtà aumentata

Potranno davvero cambiare il nostro modo di vivere? A vedere il video, sembrerebbe di sì:

Cosa ne pensate?

Le 10 cause più frequenti di fallimento per una startup

Ci siamo già occupati in passato di quanto sia importante imparare dai propri fallimenti. Ammettere i propri sbagli non è facile, ma fortunatamente c’è qualcuno che non ha paura di condividere i propri errori.

Partendo dalle testimonianze di un gruppo di 32 imprenditori con esperienze negative alle spalle, Chubby Brain ha stilato la nota classifica delle più frequenti cause di fallimento delle startup.


Ma proviamo sinteticamente a rivederla anche per chi non la conosce ancora.

10 – “Poor Product”(16%)

Spesso si parte dal prodotto, pensando di avere tra le mani qualcosa destinato a “spaccare”. Si lavora per giorni, mesi, anni… ma può capitare che al momento del suo lancio nel mercato il risultato finale sia ben diverso dalle aspettative. Il prodotto a cui abbiamo pensato é davvero adatto al bisogno che volevamo soddisfare?

9 – “Failure to Pivot” (19%)

Le scelte di pivoting devono essere ben pensate. Se si sbagliano i tempi o peggio ancora, si corregge un errore per farne altri peggiori, tutti i tentativi di non affondare non fanno altro che moltiplicare l’effetto del fallimento.

8 – “Lack passion” (19%)

Per iniziare ad ottenere i primi guadagni della nostra attività, potrebbe trascorrere molto tempo. Durante questo periodo l’unica spinta che ci fa andare avanti è sapere che si sta facendo qualcosa in cui crediamo fortemente. Se la passione scema, al contrario, non è facile mantenere alto il ritmo di lavoro e si rischia così di rovinare tutto.

7- “Product mis-timed” (20%)

Le scelte sul momento in cui lanciare un prodotto sono fondamentali: occorre sempre fare attenzione a ciò che mostriamo al pubblico. Un prototipo ancora troppo acerbo rischia di trasmettere un’immagine errata del nostro lavoro, scoraggiando i futuri clienti. Allo stesso modo, se aspettiamo troppo per avere un prodotto completo, rischiamo di “perdere l’attimo” in cui la nostra idea avrebbe davvero successo.

6- “Need Business model” (25%)

Esistono esempi fortunati, tra quelli più famosi, che inizialmente hanno ignorato il Biz Model. Si tratta di casi isolati, certo, perchè in generale è importante stabilire il modello teorico dal quale partire, soprattutto per il confronto con gli investitori, che in quel modo possono capire subito se hanno a che fare con un team organizzato e dalle idee chiare.

5- “Run out of cash” (25%)

E’ ovvio, senza soldi non si fa molto! Se non troviamo in alcun modo finanziamenti per iniziare o continuare la nostra attività, meglio farci delle domande, probabilmente la risposta giusta é proprio contenuta in questa classifica. Prima di dare la colpa del nostro fallimento alla mancanza di fondi, il consiglio è proprio chiedersi: perchè non ho soldi? e riflettere su come superare davvero l’ostacolo.

4- “Poor marketing” (28%)

Nonostante molti ritengano che un buon prodotto non ne abbia bisogno, saper “vendere” è tra le tecniche fondamentali per il successo dell’impresa. Eppure il 28% degli intervistati di questo studio ha ammesso di aver sottovalutato il ruolo della comunicazione.

3- “Not right the team” (30%)

Un’impresa è fatta di persone e se le persone tra di loro non stanno bene, è difficile andare avanti e ottenere buoni risultati.
Lavorare in una startup ci porta a stare a stretto contatto con altri individui per molto tempo, ed é fondamentale quindi che le caratteristiche personali e professionali siano compatibili, affinché il team sia organizzato perfettamente per il lavoro sincronico.

2 – “No market need” (30%)

Per poter influenzare il mercato è necessario un potere: quello di saper individuare chiaramente il bisogno che intendiamo risolvere. Una startup, a meno che non abbia tra le mani la scoperta del secolo, difficilmente possiede la lucidità di mettersi in discussione rivalutando la sua idea sulla base delle effettive domande di mercato. Sono queste ultime ad essere il nostro punto di riferimento.

1- And the winner is… “Ignore customers” (45%)

Gli intervistati pongono al primo posto, tra le cause di fallimento della propria impresa, la poca attenzione mostrata verso i gusti dei consmatori.

Ai primi posti della classifica vengono segnalate quindi la difficoltà di dare giusta importanza a chi dovrebbe scegliere il prodotto o il servizio che proponiamo.

Sviluppare un’idea grandiosa, capace di trasformare il mondo è forse il sogno erotico di ogni tecnico. Ma trovare l’algoritmo geniale capace di risolvere un problema che nessuno ha, non ci aiuta molto a raggiungere gli obiettivi.

Ma qualcosa sta cambiando

E’ interessante notare che compaiono molte motivazioni relative al marketing.
Non la pura e semplice promozione che troviamo al n. 4 della classifica, ma il marketing vero e proprio. Infatti, almeno 8 delle cause presenti nel grafico riguardano le 4P, Prezzo, prodotto, promozione e distribuzione.

Non compaiono altrettanto spesso motivazioni legate a problemi “tecnici” del prodotto. Forse gli svliluppatori non ammettono i propri errori? I “markettari” sbagliano ancora di più? O addirittura mancano figure complementari nei team?

Non conoscendo il background degli intervistati non è facile arrivare alla giusta interpretazione dei dati, ma appare abbastanza ovvio che nel mondo sul quale si affacciano oggi le startup, se non si ha tra le mani un progetto inimitabile, a volte bisogna ammettere che è proprio il marketing che potrebbe fare la differenza: ammettiamo che esiste un sesso nel mercato cui siamo spesso schiavi, fatto di brand, pubblicità convincenti, implicite pressioni psicologiche e mode che ci portano verso determinati servizi, rendendoci poco coscienti delle nostre scelte e forse a volte anche un po’ troppo “pecore”.

Quanti di questi modelli abbiamo però davvero la capacità di supportare un cambiamento e una sostenibilità piuttosto che cavalcare una speculazione economica, lo lasciamo decidere ai posteri. Noi una piccola provocazione ve la stiamo lanciando. Diteci la vostra!