The Guardian e i tre porcellini nell’era dei new media [VIDEO]

L’open journalism è una delle più significative e rivoluzionarie possibilità introdotte dal web 2.0. Lo sanno bene le grandi testate giornalistiche che si trovano a dover gestire un flusso comunicativo potenzialmente utile quanto dannoso. The Guardian ha scelto di porre l’accento sulla straordinaria ricchezza di questo bacino di voci che è la rete, in grado non solo di partecipare e commentare, ma anche riscrivere notizie e storie. E così la tradizionale fiaba de “I tre porcellini” si trasforma, trasportata idealmente nel mondo dei social media.

I tre maialini vengono arrestati poiché accusati di aver assassinato il lupo cattivo (cuocendolo nella pentola, ovviamente!) che si era introdotto in casa loro. L’opinione pubblica si mobilita, chi a favore, chi contro gli imputati. Post, status, immagini e video aumentano di secondo in secondo, mentre la notizia rimbalza tra carta stampata, social network e blog, all’insegna della convergenza di strumenti e voci che The Guardian vuole celebrare e promuovere.

Fino al colpo di scena: i porcellini, ridotti sul lastrico, hanno effettivamente tentato di complottare contro il lupo per poter guadagnare qualche soldo e salvarsi. Risultato? La folla, trascinata dall’empatia verso gli accusati con i quali condividono le stesse medesime difficoltà, abbracciano la causa anticapitalistica e scendono in piazza contro banche e multinazionali, considerate le vere colpevoli.

The Guardian ha scelto una metafora d’impatto, in grado di comunicare efficacemente con target diversi, potendo contare su una narrazione che fa parte della memoria collettiva di ognuno. E rinnova così l’invito (oltre che a leggere il giornale, ovviamente) a “guardare il quadro intero” delle notizie, storico slogan lanciato in una campagna del 1986.

La campagna è stata ideata dall’agenzia BBH di Londra.

10 consigli per le organizzazioni no profit su Pinterest

Le organizzazioni no profit stanno utilizzando Pinterest come una sorta di estensione della loro stessa organizzazione facendo ricorso a fotografie, infografiche e altri strumenti che in maniera visiva riescono a spiegare il loro impegno sociale.

L’obiettivo di Pinterest è quello di creare community di utenti accumunati da interessi e preferenze; sfruttando questa caratteristica, le no profit possono entrare in contatto con quelle persone che mostrano degli interessi verso determinate cause sociali.

Prendendo spunto da alcune associazioni no profit come il WWF, Amnesty Internationa e l’Unicef che già utilizzano Pinterest con successo, cerchiamo dunque di scoprire quale siano i modi migliori con cui organizzazioni di questo genere possono usarlo.

Riprendendo un bell’articolo su Mashable, ecco allora 10 buoni consigli che le organizzazioni no profit dovrebbero seguire per le proprie strategie su Pinterest.

1. Conoscere il proprio pubblico

Prima di entrare nel mondo di Pinterest è necessario capire chi lo popola. Gli utenti registrati sono più di 10 milioni tra i 25 e i 54 anni, di cui l’87% donne. Avere questo tipo di dati può essere utile, ma di certo non aiuta a capire cosa pinnare per attirare l’atenzione.

Daljit Singh è manager di Jolkona, una piattaforma web che permette di connetersi con progetti globali di sviluppo e dare un indicazione sull’impatto di ogni singola donazione allo sviluppo delle varie missioni; Singh afferma che Pinterest ha molta importanza per l’organizzazione cui fa parte, in quanto il profilo degli utenti in Pinterest coincide con quello dei donatori. Attraverso l’esplorazione degli interessi si può capire molto della personalità degli utenti e capire quindi che tipo di messaggi veicolare.

2. Mostrare personalità

Nei social media conta più la personalità che il riconoscimento di cui gode un marchio. Sarah Cohen, communication manager di charity:water, una no profit impegnata nel portare acqua potabile nei paesi in via di sviluppo, afferma che è importante che anche lo staff abbia familiarità con Pinterest in quanto, spiega: “Il nostro staff è giovane, curioso e affamato di informazioni, ci piace condividere libri che abbiamo letto, gruppi musicali che abbiamo scoperto o qualche nuovo equipaggiamento per il campo“. Un brand così come un’ organizzazione umanitaria è fatta principalmente di persone e la rete è fatta di connessioni tra utenti. La fiducia in un organizzazione no profit può partire dal conoscere le varie personalità che la compongono, per questo motivo è importante che lo staff impari ad utilizzare e amare Pinterest.

3. Rivelare sè stessi

I social network possono essere un valido strumento per mostrare ai propri follower cosa succede dietro le quinte: pinnare la foto di un volontario mentre lavora con l’organizzazione o le immagini della gente che viene aiutata, offre molta visibilità e la possibilità di dare dei volti all’organizzaione che c’è dietro un logo.

Lo staff di Jolkona, analizzando le statistiche di Facebook, ha scoperto che il maggior engagement con i fan risultava dai post di materiale visivo come immagini o video.  Spiega Singh: “inizialmente Pinterest era un luogo perfetto per trovare nuove infografiche ed immagini da integrare con i contenuti del blog e della pagina Facebook. Man mano che cresceva il numero di utenti che seguivano l’organizzazione, abbiamo cambiato strategia iniziando a pinnare contenuti..e ciò ci aiutò a mostrare al nostro pubblico chi eravamo davvero e cosa facevamo“. Infatti sulla pagina Pinterest di Jolkona si possono trovare vari contenuti sulle campagne, sui progetti e sugli obiettivi dell’organizzazione e del suo staff.

Chaity:water ha uno spazio chiamato “Foto del Giorno” : ogni giorno molti follower sia da Twitter che da Pinterest guardano le foto in cerca di ispirazione e speranza; le foto dimostrano come lavorando tutti insieme si possono cambiare situazioni di crisi come quella dell’acqua nei paesi più poveri. Quindi è necessario pinnare e condividere in rete contenuti che dimostrino il lavoro svolto dalla no profit e che sia da incoraggiamento agli utenti a donare.

4. Mantenere un focus sul raggiungibile

Spesso gli utenti utilizzano Pinterest come cassetto dei sogni: case, nozze, automobili tutte da sogno. Le no profit non si occupano di sogni, ma di rendere le cose reali.

La missione della Pancreatic Cancer Action Network‘s è quella di aiutare la ricerca, supportare i pazienti e dare speranza a coloro colpiti dalla malattia, utilizzando anche i social media come Pinterest per suscitare attenzione del pubblico ed educarlo.

5. Fare gioco di squadra

Per cercare di diversificare i contenuti sulla bacheca è necessario che più persone dello staff siano coinvolte in Pinterest. Non è importante che ogni volontario abbia un account, basta anche solo che i volontari contribuiscano a retwittare e ripinnare i contenuti.

6.Raccogliere fondi

Pinterest ha già dimostrato di essere un ottimo strumento di vendita per qualcunque oggetto; per questo motivo può essere utilizzato anche per la raccolta fondi. Che si tratti di una t-shirt con il logo dell’organizzazione no profit o di un poster con i volontari in missione, tutto quello che dovete fare è bloccare l’immagine e digitare il simbolo “$” con il prezzo nella casella descrizione. Pinterest aggiungerà automaticamente un banner in alto a sinistra dell’immagine dove verrà visualizzato il costo e l’elemento verrà aggiunto alla scheda regali sulla homepage.

7. Parola d’ordine: ripinnare

Come tutti i social media, Pinterest non è il luogo adatto per fare autocelebrazioni. Meglio cercare di raggiungere un giusto equilibrio tra mostrare i propri successi e dimostrare interesse ed attenzione anche a progetti di altre organizzazioni; un mix tra pin di immagini della nostra organizzazione e pin ad altre organizzazioni. Supportare anche altre organizzazioni può trasformarsi in un modo per aumentare il proprio seguito.

8.Aggiungere Pinterest al proprio sito web

Come in tanti altri casi, è possibile aggiungere al proprio sito web vari pulsanti Pinterest come il “pin it”.

9. Pinnare anche i video

Anche se ancora i video non sono molto comuni su Pinterest, stanno comunque aumentando di importanza. I video di YouTube sono particolarmente facili da aggiungere e Pinterest ha anche una sezione speciale per i video pinnati. Quando si vuole trasmettere un messaggio spesso un immagine non basta; un video ha il grande vantaggio di poter trasmettere rapidamente un emozione allo spettatore finanche a suscitare in lui una sorta di “call to action“, un richiamo ad un’azione che può essere anche una donazione.

10. Essere invitanti

Ricordarsi che la rete è fatta di relazioni e quindi di community. Pensate quindi a Pinterest come un’estensione dell’organizzazione, un modo per interagire con altri utenti interessati alle missioni della no profit. Cercate di sfruttarlo per interessare gli utenti ai progetti proposti.

Gadget per le fotografie "dall'alto": Steady stand

Gadget per le fotografie "dall'alto": Steady Stand!

Volete fare foto, ma le attrezzature costano molto? Avete ragione, a volte non è facile comprarne a prezzi decenti. Oggi vi proponiamo una bella idea, con molte applicazioni e a poco prezzo.

Gadget per le fotografie "dall'alto": Steady stand

Parliamo di Steady Stand, un prodotto dell’azienda Modahaus, che vi aiuterà in modo semplice nelle vostre fotografie “aeree”. E’ un prodotto che si costruisce in modo veloce ed è compatibile sia con le fotocamere che con gli smartphone.

Il video rende bene l’idea, più delle parole. Guardate:

Il prezzo? Si parte da 18 euro!

Non vuoi più usare il tuo biglietto aereo? “Change your flight” ti rimborsa!


Credits: [Stockphoto]/Thinkstock

A quanti passeggeri capita di non utilizzare il biglietto aereo già acquistato per le ragioni più svariate e di vederlo finire nel cestino senza alcuna speranza di poter ottenere il rimborso della cifra versata?

E a quante compagnie aeree capita giornalmente di viaggiare con aeromobili semivuoti per un cattivo replacement dei posti invenduti o venduti ma non utilizzati?

Change your flight è la risposta ad un disagio dei viaggiatori che, data la lunga trafila per la richiesta di rimborso alle compagnie che da contratto pongono infinite limitazioni in merito (specialmente nel caso di voli low-cost), non ottengono alcunchè per il volo a cui si trovano costretti a rinunciare, con spreco di soldi e tanta rabbia.

L’idea e le sue origini

Il servizio nasce lo scorso dicembre da un accordo sperimentale tra la startup spagnola, con sede a Barcellona, e la compagnia AirOne.
I trentenni Inaki Uriz e Hosè Luis Vilar (rispettivamente originari di Pamplona e Barcellona) hanno unito il loro background nella finanza e nel design per ideare una piattaforma web e mettere in piedi una startup, che proprio in questi giorni sta allargando la cerchia dei partner aderenti al servizio grazie a nuove contrattazioni con ulteriori compagnie.

Tutto a partire da una personale esperienza (ciò che spesso si cela dietro l’idea di uno startupper), avendo sperimentato il disagio di veder sfumare un viaggio di gruppo ed essendosi, quindi, seduti a tavolino nello splendido scenario parigino per riflettere su una soluzione al problema, che oggi assume le vesti di Change your flight.

La startup ha imboccato il canale giusto e lo dimostrano i riconoscimenti già ottenuti (non indifferente quello del Wall Street Journal) ed un significativo riscontro sul mercato.
Questo perché soddisfa un duplice bisogno: quello del viaggiatore che delega a Change your flight la gestione delle pratiche di rimborso e l’individuazione di un’opportuna “via d’uscita” al volo mancato, sicuro di non perdere quanto versato, e quello delle compagnie aeree che, offrendo ai mancati passeggeri come “risarcimento” un nuovo volo, si assicurano una chance in più di volare con il “tutto esaurito”!

Quali sono le “regole del gioco”?

If you change your mind, you can change your flight. Il claim è chiaro: se non vuoi o puoi più partire, puoi cambiare il tuo volo, senza perdere i soldi versati.
L’utente registra su change your flight il volo perso, inserendone i dati. Il sistema demanda al software la contrattazione con la compagnia aerea in questione. Change your flight raccoglie le richieste, somma le istanze di passeggeri in analoga situazione (per fare massa critica ed avvalorare la richiesta di rimborso) e delega alla compagnia la decisione di ricompensare i passeggeri offrendo un voucher per un volo successivo tra quelli rientranti nelle tratte servite dalla stessa. Sempre!

Change your flight guadagna una percentuale su ogni nuova transazione, la compagnia si assicura aeromobili pieni, ed il viaggiatore si alleggerisce di pesanti rogne.

Adesso si può pianificare un viaggio decisamente con maggior serenità: il timore di perdere tutto se all’ultimo minuto il fidanzato ci lascia, o il bambino ha la febbre, o il capo ci blocca con un seccante meeting di lavoro è acqua passata!

Monopoli Web Lovers Edition: la tradizione incontra la rete

Possedere Facebook, Twitter, Linkedin o Yahoo è il sogno di molti, riservato tuttavia a pochi eletti. Monopoli con la nuova versione Web Lovers Edition, rende il sogno alla portata di tutti senza tuttavia mettere in vendita l’impero di Mark Zuckerberg.

Monopoli è uno dei giochi da tavolo più conosciuti ed amati di tutti i tempi. Dal 1935 ad oggi più di 750 milioni di persone hanno giocato con le sue diverse versioni: cartacee – tra le altre, DisneyFerrariWorld Edition e  Spongebob – , digitali e persino con  Monopoly City Street che sostituisce la plancia di gioco con Google Maps.

La nuova versione, realizzata da un’agenzia creativa di Istanbul, è più incredibile di quelle che sono venute prima. Si ispira interamente alla rete per eccellenza, unendo il design classico della tradizionale plancia di gioco ai social media in cui siamo quotidianamente immersi.

FacebookLinkedinTwitter e Yahoo, ma anche WikipediaTumblrFlickr e Paypal. Non manca proprio nessuno all’appello in questa edizione speciale dove non c’è la prigione per chi realizza un punteggio doppio con i dadi  ma un drammatico ritorno al Mondo Reale.

 

 

Intel si prepara alla conquista del mercato Mobile

Intel, produttrice leader di microprocessori e dispositivi di memoria informatici, ed il mondo Mobile sembrano essere giunti ad un punto di incontro. Dispositivi cellulari con il marchio “Intel Inside” arriveranno presto sui mercati internazionali.

La notizia arriva da una conferenza stampa svoltasi durante il Mobile World Congress di Barcellona, tenutosi dal 27 febbraio al 1 marzo. Il colosso di Santa Clara (California) ha affermato di aver raggiunto accordi di partnership con ZTE, Lava Mobiles, Orange e Visa, per offrire ai consumatori un’esperienza di commercio mobile veloce e sicura.

Inoltre, Intel ha stipulato accordi con Motorola Mobility e Lenovo, siglati in occasione del CES 2012 di Las Vegas: verranno prodotti smartphone, tablet ed altri mobile device adottando processori Intel e la piattaforma Android.

Entrando nello specifico dei dettagli tecnici, i processori pensati per il mercato degli smartphone saranno tre chip Atom: Z2460, Z2580 e Z2000.

Il primo, l’Atom Z2460, fa parte della famiglia Medfield e dovrebbe raggiungere i 2 GHz. Prestazioni che, con il processore Atom dual-core Z2580, dovrebbero essere addirittura raddoppiate.

Questo tipo di processore, infatti, è in grado di funzionare con reti LTE, 3G e 2G e sarà destinato ai device di fascia alta, per competere con i primi della classe, iPhone e Samsung Galaxy S2.

Infine, per il mercato di fascia bassa verrà adottato l’Atom single-core Z2000, che può raggiungere 1 GHz con reti di tipo 3G e 2G.

Il primo smartphone firmato Intel, tuttavia, non sarà prodotto da Motorola ma bensì Lenovo, e sarà disponibile sul mercato nel secondo trimestre dell’anno in corso. I dispositivi di fascia alta, invece, vedranno la luce solo nella prima metà del 2013.

Di seguito, il video che riporta la conferenza al WMC di Barcellona, durante la quale il CEO di Intel, Paul Otellini, mostra la roadmap dei tre microchip Atom e di come andranno a coprire i diversi segmenti di mercato.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=KojrcFp3tN4′]

La scelta di adottare tre diversi micro-chip corrisponde ovviamente ad una precisa strategia di marketing da parte di Intel che ha come obiettivo quello di riuscire a conquistare in fretta il mercato mobile, un mondo in crescita costante e che ha penalizzato moltissimo il mercato dei PC fissi (in cui Intel primeggia tuttora).

Per competere con le maggiori case produttrici di smartphone e tablet, Intel ha deciso di inserirsi in tutte le fasce di mercato con prodotti differenziati e per tutte le tasche. Questo significherà mettersi in gara con Snapdragon S4, Tegra 3 e quello che forse verrà lanciato come Apple A5X con l’iPad 3, che secondo gli ultimi rumors sembra si chiamerà iPad HD.

Sarà la strategia giusta o presto ci scorderemo dell’ingresso di Intel nel mercato mobile?

PS Vita, Sony reinventa uno spot di dieci anni fa

Come molti console-addicted sapranno, dallo scorso 22 Febbraio sul mercato europeo è possibile acquistare il successore della PSP di casa Sony, la PlayStation Vita. Rilasciata in Giappone nel mese di Dicembre, questo nuovo prodotto del brand nipponico si propone di ri-fidelizzare gli utenti che già avevano optato per una console portatile PS e rosicchiare fette di mercato ai rivali storici di casa Nintendo.

In questa circostanza analizzeremo per voi uno spot che fa parte della campagna pubblicitaria a sostegno dell’ultimo pargolo della linea di videogiochi più famosa del mondo, The World is in Play“, visibile in questi giorni in tv e sul web, comparandolo ad uno storico del 1999 Double Life.

Abbiamo operato questa scelta perchè riteniamo siano due esempi esplicativi su come le forme di linguaggio di un adv possano modellarsi sul prodotto che si intende promuovere e che, a distanza di anni, lo stesso concept creativo possa essere riproposto con grande attualità pur declinato in maniera differente.

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Il celebre spot double life si concentra tutto su un piano narrativo ben definito. Il contrasto o integrazione forzata tra ambiente reale e videoludico si riflette in un contrasto ed integrazione forzata tra il contesto in cui i protagonisti  parlano ed il contenuto dei loro interventi.

Come si può notare sono stati scelti tipologie di persone molto comuni (uno studente, un passante, una madre con in braccio il suo bambino) nello svolgimento di azioni altrettanto abitudinarie ma che ci raccontano di come per anni abbiano vissuto una doppia vita, svolto di giorno il loro lavoro, salvo poi compiere azioni straordinarie la notte, lanciandosi in imprese impossibili.

Per anni, ho vissuto una doppia vita.
Durante il giorno, svolgo il mio lavoro
guido un bus, mi rimbocco le maniche come tutti gli altri.
Ma di notte, vivo una vita d’euforia,
da perdere il fiato e d’adrenalina.
E, a dire il vero, una vita di dubbia virtù.
Non negherò di essere stato coinvolto in atti di violenza, e d’essermi lasciato prendere.
Ho mutilato ed ucciso i miei avversari e non soltanto per autodifesa.
Ho manifestato disprezzo per la vita, per gli arti e i beni,
e assaporato ogni momento.

Potresti non pensarlo, guardandomi,
ma ho comandato eserciti e conquistato mondi.
E sebbene per giungere a questi traguardi io abbia posto in disparte la morale,
non ho nessun rimpianto.
Perchè se anche ho condotto una doppia vita, almeno posso dire:
ho vissuto.

C’è poco da aggiungere una volta letto il testo, il doppio binario su cui poggia tutto il video che termina con il claim “non sottovalutare la potenza di una PlayStation” è lampante e ci servirà come base d’appoggio per ricostruire il sottile filo rosso che lega la campagna del ’99 a quella odierna.

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The World is in Play può essere considerato a ragione stretto parente di Double Life per una serie di motivi  da cogliere al primo sguardo.

Innanzitutto anche in questo caso parliamo di narrazione a binario doppio. Se nel ’99 però la dualità era posta in essere tra testo e contesto per creare il meccanismo di rottura tra il mondo reale e quello fantastico dei videogiochi, nel 2012 l’innesco è dato dalla compenetrazione visiva delle due dimensioni.

Una scelta dettata anche dalla diversa natura del prodotto, la Play era una console fissa per interni, una dimensione privata, la PS Vita invece è un portatile, qualcosa che ci porta nell’immaginario accessibile all’interno di un’esperienza reale.

Una evoluzione tecnologica che si estrinseca attraverso una medesima evoluzione grafica a pensarci bene. Così come dalla fine degli anni ’90 ad oggi i videogiochi di alto profilo possono essere fruiti anche attraverso console sempre più piccole e performanti, allo stesso modo tutto il comparto degli effetti speciali ha subito un’accelerazione fuori scala nel campo della produzione degli audiovisivi.

In questo senso The World is in Play si parla addosso, glorificando il progresso del’universo PlayStation attraverso il progresso delle arti figurative.

L’evoluzione si manifesta in una fluidità di proposizione assai evidente, siamo passati dai militi ignoti del ’99 che dovevano manifestarci col racconto la propria ambivalenza, ad un processo di approssimazione degli stessi soggetti che partendo anonimi, ci mostrano la straordinarietà della loro gesta attraverso una trasformazione progressiva degli spazi.

Un’ultima considerazione va fatta in merito al messaggio che sottintende tutto lo spot. Anche in questo senso la Ps Vita vuole mostrarsi come una evoluzione della vecchia PlayStation, invitando alla partecipazione collegiale dell’esperienza videoludica, questo in netto contrasto con quanto si evinceva con la console del passato la cui fruizione era a carattere esclusivo.

Sembra quindi che la Sony voglia invitare i suoi utenti a correggere quei disturbi del comportamento che hanno caratterizzato le generazioni degli anni ’90 e 2000, suggerendo un nuovo e più corretto modo di utilizzare i videogiochi non più come fuga dalla realtà in solitudine, ma come occasione per un utilizzo collettivo.

Credits:

Advertising Agency: 180 Amsterdam, The Netherlands
Creative Director: Galen Graham
Art Director: Martin Terhart
Copywriter: David Chalu
Producer: Richard Firminger

ninja

Google Play, il nuovo market unico per Android [BREAKING NEWS]

 

Google annuncia l’uscita di Google Play, il nuovo market dell’alieno verde che unificherà finalmente l’Android Market, Google Music e Google Movies. In linea con quanto trapelato mesi fa dall’ingegnere di Google Plus Steve Yegge, attraverso la creazione di “Play” Google intende rendere più facile la fruizione dei contenuti da parte degli user (desktop e mobile), fornendo loro un unico grande portale per ogni genere di contenuto scaricabile, in maniera simile a come fa iTunes.

Per il momento l’accesso a Google Play dall’area IT è ancora molto limitato. Aspettiamo le novità dei prossimi giorni per dirvi di più! Nel frattempo, godiamoci il video di anteprima del nuovo servizio, per le App e la Musica:

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=g5SzWc8-X0M’]

Siamo curiosi di vedere come funziona il trasferimento delle App dal PC al Tablet!

Dal cinema all'adv: gli spot diretti da Sofia Coppola e James Franco

Il connubio tra moda e cinema non è certo una novità. Eppure non si può restare indifferenti dinanzi agli spot diretti da Sofia Coppola e James Franco rispettivamente per la collezione di H&M firmata Marni e 7 for All Mankind.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=9wK-CgE8mdI’]

La regia di Sofia Coppola è sempre elegante e femminile. Nello spot ci trasporta in un mondo romantico e decadente con quella delicatezza che la caratterizza, che provoca immancabilmente nello spettatore un orgasmo visivo e gli fa desiderare ardentemente che arrivi l’8 marzo per fiondarsi nel negozio H&M più vicino e acquistare almeno un capo Marni.

La scelta di 7 for All Mankind di affidare la regia degli spot a James Franco risulta interessante, sebbene quest’ultimo mostri una certa mancanza di talento. Mentre con Sofia Coppola assistiamo ad una sinfonia di immagini studiate e perfette, con Franco l’accostamento di scene di bella gente che si diverte non riesce a procurare forti emozioni.

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A mio parere sul canale Youtube dedicato il video più emozionante è “Behind James”. Bastano le prime scene della nuca dell’attore/regista/scrittore per mandarci (noi, le fan) in un brodo di giuggiole. Per il resto un ottimo lavoro di post produzione – compresa la colonna sonora – regalano quell’atmosfera hipster/instagram che tanto ci piace affinché i video risultino in ogni caso belli seppur noiosetti.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=yHo8HKrcY60&feature=relmfu’]

Da notare inoltre che protagonista del primo episodio è la modella Lily Donaldson; del terzo, l’attore Henry Hopper (figlio di Dennis), che fa registrare un grosso calo di views – da circa 250.000 e 280.000 dei primi due a 40.000.

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Resta comunque la curiosità di vedere se i video si svilupperanno in un classico “boy meets girl” o resteranno, per così dire, “sconnessi” tra loro, continuando a rappresentare più un’atmosfera che una storia, e soprattutto di rispondere alla domanda: basterà infilare il nome di James Franco in un progetto per vendere più jeans?

L’impressione è che la scelta di Sofia Coppola sia stata mirata a far risaltare i capi della collezione Marni per H&M, mentre nel secondo caso pare che si punti su un’associazione potenzialmente fortunata tra i jeans 7 for All Mankind e l’immagine – o meglio il nome –  di Franco come se fosse quasi un testimonial indiretto… che, insomma, non è proprio la stessa cosa.

Timeline e Brand Page: come cambia la gestione del contenuto su Facebook

Su Ninja Marketing ne abbiamo parlato diffusamente: dal 30 marzo tutte le brand page di Facebook verranno migrate nella nuova release, la famigerata Timeline o “Diario”.

Un cambio non da poco, se pensiamo a come verrà stravolto il modo di interfacciarsi degli utenti ai contenuti pubblicati su di esse.

Sintetizzando, una rivoluzione che trasformerà quelle che fino a ieri erano le bacheche in vere e proprie linee del tempo: da quello che si legge in rete, un cambio non particolarmente apprezzato dall’utenza: perché?

Vediamo le differenze, prendendo ad esempio una brand page “old style” e una già migrata alla versione Timeline:


Come si può osservare la pagina cambia in maniera sostanziale. Se dal lato pratico abbiamo un procedimento di pubblicazione della pagina sostanzialmente uguale (con l’aggiunta della scelta dell’header, che il nostro Luigi Ferrara ha spiegato come personalizzare nel post Facebook Timeline: come personalizzare la copertina [TUTORIAL]) dal lato gestionale cambia il modo di rapportarsi con il contenuto.

La Timeline, così come avviene nei profili personali, a prima vista non privilegia i post solamente testuali: immagini e preview di video o contenuti esterni sembrano essere più visibili allo user.

Vediamo a questo proposito una “panoramica” della pagina di Sisley, già passata alla Timeline:


Cosa è cambiato?

La visualizzazione della brand page “vecchio modello” permetteva di avere ben chiaro il flusso di comunicazione perché incolonnato su un’unica porzione della pagina, organizzata unicamente partendo dall’ordine cronologico di pubblicazione e condivisione dei post: con lo spostamento delle Tab sotto l’header e l’eliminazione delle Landing Tab (le immagini visualizzate anche agli user non affiliati alla brand page) si capisce che l’intento di questo sviluppo è mettere al centro della comunicazione il contenuto.

Per operare quindi al meglio e sfruttare al massimo Facebook è necessario usare gli strumenti che la Timeline offre agli admin creando una gerarchia d’importanza, lavorando molto sul concetto di “storia” che si vuole raccontare attraverso l’azione di social media marketing: Milestone, Starred Post e Pinned Post sono alcuni di questi.

Per Milestone si intende i momenti importanti nella vita di un’azienda, ad esempio la fondazione o il cambio della sede, e andando in una direzione meno istituzionale, i vincitori di un concorso a premi o il lancio di un prodotto particolarmente importante nella strategia aziendale.

I Starred Post sono i contenuti in evidenza: il loro spazio raddoppia rispetto alle notizie non in evidenza coprendo così tutta la larghezza della pagina. Possono essere annunci del lancio di un’iniziativa, o anche quelle risorse a cui dare particolare rilevanza per la propria bellezza, come una foto o un contributo prezioso.

I Pinned Post sono contenuti mostrati sempre all’inizio della pagina. Rimangono nella porzione superiore della brand page per 7 giorni oppure se vengono scalzati da un altro contenuto (si può pubblicare solo un Pinned Post alla volta): di questo genere possono essere ad esempio i contenuti pubblicati dagli user che possono essere considerati preziosi e interessanti.

Partendo da questi spunti, si possono realizzare veri e propri concept dotati di senso che invoglino i propri fan a interagire: sospinti da una sorta di trama che si sviluppa mano a mano che le pubblicazioni e le condivisioni si accumulano, gli utenti possono essere indirizzati verso contenuti considerati più importanti e che si vuole mantenere in evidenza nel tempo.

A monte, ci sembra interessante sottolineare come l’utilizzo di tecniche di storytelling possano essere molto utili nell’immaginare una strategia, considerando appunto come Facebook stia tentando di diventare sempre più una mappatura della vita di ogni utente. Per un brand la Timeline può senza dubbio essere un punto a favore se verranno messi in luce gli aspetti più emozionali della comunicazione, cercando di sfruttare in maniera più definita e strategica i contributi degli utenti che offriranno un arricchimento alla community.

In questo ampio aiuto possono darlo le app, alle quali viene dato molto spazio nella nuova release e su cui non ci siamo soffermati in questo post.

Certo è che il primo passo per lavorare bene su Facebook con questa nuova modalità sia immaginare la comunicazione come un lungo racconto, che non trovi limiti di tempo ma che sia organico nel suo insieme e che sappia sfruttare anche ciò che è stato fatto prima (il recupero dei contenuti condivisi nella vecchia release era molto complesso: con la Timeline questo problema viene annullato con la categorizzazione anno per anno, posizionata in alto a destra di fianco alla copertina). Citiamo solo alcuni esempi da un bel post di Paolo Ratto: Citroen Italia, NyTimes e Barack Obama.

Si prospetta insomma una piccola rivoluzione per le aziende che usano Facebook: siete pronti a coglierla?