Perchè Google+ è destinato a chiudere

Un recente sfogo di un ingegnere di Google ha scatenato molteplici opinioni riguardo il futuro di G+

È di pochi giorni fa l’epic fail di Steve Yegge, ingegnere di Google, che sul proprio profilo di Google+ ha esposto alcune opinioni riguardo l’operato della propria azienda. L’affermazione “Google+ è un tentativo patetico” ha subito fatto il giro del mondo scatenando varie opinioni pro e contro la fine del nuovo social network di Mountain View.

Cos’ha detto in realtà Steve Yegge? Va sottolineato che il lungo sfogo di Steve inizia con un paragone tra Amazon – dove ha lavorato per 6 anni – e Google, dicendo che “Amazon fa tutto sbagliato mentre Google fa tutto giusto” ma che ci sono tre cose che Amazon fa davvero bene: micro-managing, accessibilità e piattaforma.

È proprio parlando delle piattaforme che Steve Yegge include il proprio commento su Google+. Yegge dice:

“Noi non capiamo le piattaforme” e “un prodotto senza una piattaforma è inutile e sarà sempre sostituito da un equivalente prodotto dotato di piattaforma”.

“Google + è un ottimo esempio della nostra totale incapacità di capire le piattaforme”. “La regola d’oro delle piattaforme è «Eat your own dog food»” (usare i propri prodotti). In questo senso, “la piattaforma di Google+ è un tentativo patetico”.

“Google + è una reazione istintiva, uno studio a breve termine, basato sulla nozione errata che Facebook ha successo perché hanno costruito un grande prodotto. Ma non è per questo hanno successo. Facebook ha successo perché ha costruito un’intera costellazione di prodotti […] c’è qualcosa per tutti”.

“Il problema è che stiamo cercando di prevedere quello che la gente vuole e di consegnarlo a loro.
Non si può fare […] Ci sono state poche persone al mondo, in tutta la storia dell’informatica, che sono state in grado di farlo. Steve Jobs era uno di loro. Non abbiamo uno Steve Jobs qui. Mi dispiace, ma non lo possiamo fare”.

“Il problema che abbiamo di fronte è abbastanza grande, perché ci vorrà un drastico cambiamento culturale in modo per noi di iniziare a recuperare il ritardo (rispetto a Facebok, ndr) […] Non possiamo continuare a lanciare prodotti e pretendere che tornino indietro in magiche piattaforme estensibili. Abbiamo provato e non funziona.”

“La regola d’oro delle piattaforme è «Eat your own dog food», che può essere riformulato come “Inizia con una piattaforma, e quindi utilizzala per tutto.”
“Non sto dicendo che sia troppo tardi per noi, ma più a lungo aspettiamo, più ci avviciniamo all’essere troppo tardi.”

Oltre al contenuto, il post ha fatto scalpore perché, su stessa ammissione di Yegge, è stato pubblicato inavvertitamente, ovvero Yegge si è sbagliato nell’impostare la privacy per il contenuto di quel post; invece di postarlo all’interno della cerchia interna degli impiegati di Google è stato condiviso con l’impostazione “pubblico”.

Il lungo discorso è stato cancellato la mattina seguente e Steve Yegge ha pubblicato un nuovo post dove chiede scusa per aver pubblicato un post che era dedicato al personale interno di Google e che, dopo aver consultato l’ufficio PR interno, nonostante da parte dell’azienda non vi sia stato alcun obbligo di censura, ha deciso di propria spontanea volontà di rimuovere il post, sottolineando che il commento cancellato era esclusivamente una propria opinione personale e non il punto di vista aziendale.

Anche se dal profilo di Yegge il commento è stato cancellato, potete leggere il suo intero sfogo qui.

Lo scivolone di Yegge capita in concomitanza di alcune statistiche negative riguardo a Google+, e questo non fa ben presagire per il futuro del social network.

Dopo il lancio di Google+ su invito a giugno, con la conseguente euforica corsa all’invito che ha fatto registrare più di 25 milioni di visitatori unici in poche settimane, e le numerose novità estive, il 20 Settembre è stato finalmente reso libero l’accesso.

Una recente statistica di Chitika ci mostra come il traffico verso Google+ è aumentato del 1.200% dopo la sua presentazione al pubblico, ma che presto i dati sono ritornati ai livelli iniziali.

Molti asseriscono che questo picco sia dovuto fondamentalmente alla curiosità di vedere cosa fosse realmente questo Google+ di cui tutti parlavano, ma che la maggior parte delle persone non abbia poi trovato un motivo valido per restarci.

Nonostante le numerose novità introdotte quasi quotidianamente da G+ – ultimi le ricerche in tempo reale e l’introduzione degli hashtag – e la recentissima decisione di chiudere Google Buzz, i risultati non sono proporzionali agli sforzi e alle aspettative.

Personalmente sono d’accordo su quanto detto da Steve Yegge riguardo alla semplice regola «Eat your own dog food», alla quale il team di Google sembra invece non dare molta importanza. Non basta creare un social network, bisogna iscriversi e soprattutto utilizzarlo per capirne pregi e difetti.

Una ricerca di Michael DeGusta – che va aggiornata in quanto il Presidente esecutivo Eric Schmidt si è finalmente iscritto a Google+ il 13 di ottobre dedicando il suo primo post ai suoi pensieri su Steve Jobs – mostra che solo 2 dei membri del Management di Google usano attivamente il social, mentre la maggior parte si è iscritta ma non l’ha mai utilizzato.

L’inconveniente creato da Yegge, quindi, è solo il riverbero di ciò che succede all’interno dell’intera azienda.

Google ha pubblicizzato la protezione della privacy su G+ come un punto di forza rispetto a Facebook e le cerchie sono state osannate come elemento mancante in ogni altro social network, attraverso le quali poter finalmente pubblicare contenuti mirati evitando così uno sovra-sharing.

Se gli ingegneri stessi che vi lavorano, però, sbagliano a condividere i propri post scusandosi pubblicamente (dicendo che non sono utenti esperti di Google+) e il management non lo utilizza, per quale motivo noi utenti dovremmo lasciare gli altri social network e migrare tutti su G+..?

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