The Disease Journey: la prima Url Story

THE DISEASE JOURNEY” è La prima Url Story al mondo. Tutto inizia collegandosi al sito www.questa-e-la-storia-di-una-donna.com. Appare una pagina bianca, scarna, con una freccia che fa da guida e delle altre frecce che indicano la URL, il punto da guardare.

Proseguendo di pagina in pagina le URL cambiano, sono 30 e descrivono la storia angosciante di un’ammalata di sclerosi che è costretta a spostarsi tra un posto e l’altro del mondo per cercare la cura della sua malattia: il suo corpo si blocca ma lei deve muoversi, deve essere veloce, deve cercare un modo di bloccare il suo corpo che si blocca, la sua condanna.

Le 30 URL sono 30 frasi, 30 sentenze di un processo degenerativo che va bloccato. La ricerca sta tentando una nuova strada, precisamente il dottor Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara sta cercando di correlare questa malattia gravissima con una sindrome la CCSVI che comporta l’ostruzione delle vene del collo.

La campagna si chiama “Brave Dreams, “Sogni Coraggiosi” come coraggiosi sono i sogni dei ricercatori della Onlus “CCSVI nella Sclerosi Multipla”, con l’obiettivo di stimolare il passaparola e raccogliere un milione di euro utili a far partire la sperimentazione del dottor Zamboni che ha riscontrato che in molti casi negli ammalati di Sclerosi Multipla è riscontrabile la CCSVI (insufficienza venosa cronica cerebrospinale) e liberando queste vene con un intervento di angioplastica, i sintomi della SM possono attenuarsi e regredire.

L’idea è venuta alla Lowe Pirella Fronzoni e riesce in 30 idee condensate in una frase a far cogliere ai navigatori l’angoscia di un ammalato costretto a vagare tra un tentativo e l’altro per cercare di arrestare la sua malattia e quanto sia importante aiutarli.

Sull’ultima schermata appaiono le istruzioni per la raccolta fondi, per arrivare al budget necessario per far partire la sperimentazione.

La forza dell’idea creativa tuttavia non è finalizzata solo al fund raising ma anche ed in primis all’experience, all’immedesimazione che i visitatori del sito provano e che è fondamentale per coinvolgere e non lasciare gli ammalati da soli.

Un’idea focalizzata sulla potenza immaginifica delle parole, che utilizza un mezzo di comunicazione inedito e a basso costo: il campo delle url.
Un’esperienza assolutamente nuova nel campo del cyber ma anche della comunicazione sociale e che vede la firma del Direttore Creativo Interactive Laura Sordi che ne è anche copywriter, insieme a Marco Diotallevi. L’Art Direction è di Angelo Marino ed i Direttori Creativi sono Francesco Taddeucci e Luca Albanese.

Nike iD e l'out of home customizzato

customize_yourself La possibilità di rendere un bene materiale totalmente nostro attraverso la personalizzazione è una pratica diffusa, anche grazie alle molte aziende che offrono l’opportunità ai propri clienti di rendere unici gli oggetti che desiderano acquistare.

E’ ciò che ha offerto Nike grazie ad un contest creato appositamente su Facebook per la linea Nike Free Run+ 2.

Vi è la possibilità di realizzare il proprio paio di scarpe assolutamente personalizzato nei  colori, selezionando il tipo di calzata preferito e firmandola con il proprio ID.

In occasione del contest sono stati installati in molte città, tra le quali anche Copenaghen,  dei  billboards sui quali dei writers hanno dato libero sfogo alla propria fantasia “personalizzando” in tempo reale le Nike Free Run+ 2 a bordo di un elevatore,  sotto lo sguardo attento e stupito dei passanti.

ancora una volta  Nike conferma: Free to choose, free yourself!

Dear 16 year old me: un video per la prevenzione del melanoma [VIRAL VIDEO]

In questa sezione ci occupiamo di video virali, spesso filmati divertenti, ironici, o semplicemente spot commerciali diversi dagli altri. Questo video però è diventato un virale per tutt’altri motivi. Quasi un milione di persone lo hanno già visualizzato, e probabilmente condiviso, perché in cinque minuti vi è stato racchiuso in modo mirabile un messaggio molto importante: l’importanza della prevenzione per la cura del melanoma.

Un argomento molto delicato da trattare, perché è alta la probabilità di incutere ansia e preoccupazione piuttosto che consapevolezza riguardo alla malattia. Ed invece questo video è stato progettato davvero abilmente: forse perché parlano persone direttamente colpite, o i cui cari lo sono stati;

forse perché le parole sono idealmente dirette al corrispettivo sedicenne di ognuna di queste persone (il che riesce ad aggirare in qualche modo il pericolo di coinvolgere emotivamente, ma in senso negativo, chi guarda); forse perché quei sorrisi alla fine del video sono confortanti.

Qualunque sia la ragione, questo video sta riuscendo nel suo obiettivo primario: essere diffuso, informare su una tipologia di tumore che colpisce le persone giovani, e può essere mortale; sottolineare l’importanza di controllare la propria pelle e difenderla dal sole.

E quando si riesce a parlare di tutto ciò, mantenendo tuttavia un tono amichevole e rassicurante, mai troppo invasivo, come ha fatto la David Cornfield Melanoma Fund, c’è solo un commento da poter fare…chapeau!

Ringraziamo Burchia Elmar per la segnalazione e…condividiamo il messaggio!

Startup in progress: Stefano Passatordi racconta l'evoluzione di Ibrii in Searcheeze. [INTERVISTA]

 

Il marchio Searcheeze

 

Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Stefano Passatordi, startupper italiano fondatore della startup Ibrii, di recente evolutasi in Searcheeze.
Buongiorno Stefano, e benvenuto su Ninja Marketing.
Presentati ai nostri lettori per chi ancora non ti conoscesse.

Sono Stefano Passatordi, ho 27 anni, sono nato a Potenza e attualmente vivo a Roma. Sin da piccolissimo ho avuto la passione per il computer e l’informatica, in particolare la programmazione. Da quando comprai il mio primo modem a 56kbps, capii che il mio futuro sarebbe stato legato all’informatica e ad internet. Così è stato,almeno fino ad ora. Nel 2008 ho conseguito la laurea magistrale a Pisa, in Tecnologie Informatiche e subito dopo mi sono immerso nel mondo delle startup.

Sappiamo che sei attivo nel mondo startup da prima che l’argomento acquistasse l’odierna popolarità in Italia. Puoi raccontarci come hai iniziato ad avvicinarti a questo mondo, il momento in cui hai capito che quella era la strada da seguire?

A cavallo tra il 2007 ed il 2008, insieme a Carlo Licciardi, un amico dell’università, abbiamo deciso di mettere in pratica tutto quello che avevamo imparato durante gli anni di studio. Per mesi abbiamo pensato ad un progetto da sviluppare, finchè, un giorno, la necessità di dover collezionare appunti dalle pagine web ci ha fornito lo spunto per quello che poi è diventato Ibrii. Abbiamo pensato che collezionare e condividere elementi di pagine web non fosse solo una nostra necessità, ma piuttosto una esigenza diffusa. Così abbiamo deciso di sviluppare una applicazione web che permettesse agli utenti di prendere da una pagina web solo il contenuto di interesse e di poterlo mischiare con altri elementi, presi da altre pagine. Il tutto da tenere in maniera privata o da condividere con il resto del mondo. In realtà, in seguito, ci sono stati tantissimi cambiamenti all’idea di base. Il primo prototipo di Ibrii, nonostante fosse molto “spartano”, ci ha dato tantissime soddisfazioni, fino ad arrivare al primo finanziamento. Ibrii è stato il mio biglietto di ingresso nel mondo startup. Non c’è mai stato un momento preciso in cui ho deciso di voler seguire la strada della startup. All’inizio neanche sapevo che Ibrii fosse una startup, per me era un progetto con un amico. Un progetto di due sognatori.

Stefano a San Francisco

Prima che come founder sei stato attivo come divulgatore, sensibilizzando la scena universitaria romana con l’iniziativa UpStart Roma. Successivamente, con l’inizio dell’avventura Ibrii, il tuo blog personale è diventato una risorsa imprescindibile per gli aspiranti startuppers, piena di utili consigli su praticamente ogni aspetto del fare startup. Cosa ti ha spinto a condividere le tue esperienze e perché credi che ciò sia importante?

Quando ho iniziato con Ibrii, le uniche risorse che avevo a disposizione per imparare e capire di più sul mondo startup, erano TechCrunch e Mashable. Leggendo i loro post, ho imparato tutti i concetti basilari circa il mondo delle startup. Poi, ovviamente, ho imparato facendo esperienza diretta e sul campo grazie ad Ibrii. A Marzo del 2010, ho deciso di aprire youstartup.blogspot.com perchè volevo aiutare chi fosse all’inizio. Avendo vissuto sulla mia pelle quanto sia difficile iniziare senza avere punti riferimento, ho deciso, nel mio piccolo, di mettere a disposizione di tutti la mia esperienza. Oggi in tanti mi scrivono per ringraziarmi e mi chiedono consigli e/o pareri circa la loro idea, la loro startup. Per me è un bel risultato che mi ripaga del tempo speso per mantenere il blog. Credo che per capire quanto sia importante condividere la propria conoscenza con la comunità, basti fare l’esempio di Wikipedia. Grazie al fatto che tante persone hanno deciso di offrire, gratuitamente, la loro conoscenza ed esperienza, oggi ognuno di noi ha la possibilità di imparare subito e gratis. Ecco perchè credo e spero sia stato importante aprire il blog.

Proprio sul tuo blog anche tu riprendi la diatriba che tempo fa ha infuocato il dibattito nel mondo digitale, quando Augusto Marietti di Mashape lanciò l’ormai celeberrima “Lettera aperta all’Italia”. Tu hai scelto di creare la tua società in USA, con l’obiettivo ultimo di ottenere finanziamenti da capitale americano e hai già svolto attività di networking sul posto. Nel futuro della tua startup c’è un trasferimento definitivo negli States o pensi di mantenere una struttura bipolare “cervello italiano e capitale americano” come nella Funambol di Fabrizio Capobianco?

Fabrizio Capobianco è sicuramente un modello per me, un esempio da seguire. Anche io credo e confido nel genio italiano, per questo, mi piacerebbe avere, un giorno, il “cervello in Italia”. In realtà, il massimo sarebbe avere la possibilità di poter nascere e crescere in Italia, senza aver bisogno di dover andare fuori. Questo, però, ad oggi, in Italia è ancora molto difficile e complicato. Ci vorranno anni affinchè l’Italia si possa avvicinare, anche lontanamente, all’ecosistema esistente attualmente nella Silicon Valley. Ricordiamoci, tra l’altro, che la stessa Silicon Valley ci ha messo decenni per diventare quello che è adesso.

Veniamo al tuo progetto. C’è un bel post sul tuo blog che racconta la transizione, a volte difficile e accidentata, che ha portato a una vera e propria mutazione di Ibrii, ora ribrandizzata come Searcheeze. Sappiamo che credi nell’importanza di mission e vision; come sono cambiati questi parametri nel passaggio da Ibrii a Searcheeze e qual è stata la causa che ha portato ad innescare il processo di trasformazione?

Come ho detto anche nel mio blog, Searcheeze è l’evoluzione di Ibrii. Sono 2 anni che Ibrii è online. In questo periodo abbiamo raccolto tantissimo feedback,sia dagli utenti che dagli investitori, anche USA. Sulla base di questo feedback, abbiamo deciso di sfruttare la nostra tecnologia per risolvere un nuovo e più sentito problema: la ricerca collaborativa. Quando abbiamo pensato Ibrii, nei primi mesi del 2009, i bottoni di condivisione di Facebook e di Twitter non erano diffusi come lo sono adesso. Quindi, a inizio 2009, Ibrii risolveva il problema di condividere istantaneamente porzioni di pagine web. Ad oggi, la situazione è cambiata, il “like” ed il “tweet” sono diventati strumenti standard per condividere e non c’è più molto spazio per altri sistemi. Per questo motivo, abbiamo deciso di cambiare il nostro focus (“pivot”) e puntare sulla ricerca collaborativa.

Nella teoria della lean startup Eric Ries parla di un concetto molto suggestivo, ovvero la costruzione della startup perché sia “built to learn”. C’è anche un’altra parola chiave che ben sintetizza e traduce in un’efficace metafora visiva il processo per cui una startup ridefinisce i propri obiettivi e la propria vision: si tratta del concetto di “pivot”.
Ci sono stati casi emblematici di pivoting, come per esempio quello di Formspring, nato come form builder per il B2B e ridefinito come social Q&A. Possiamo parlare di pivot anche per il passaggio Ibrii – Searcheeze? A quali necessità del vostro mercato siete andati incontro con questo cambiamento e quali insights vi hanno dato la consapevolezza che c’era una strada più vantaggiosa da percorrere?

In effetti, quello che abbiamo fatto è stato proprio eseguire il “pivot” del servizio. Effettuare un pivot, vuol dire: fermarsi ad analizzare il proprio stato e le prospettive, individuare eventuali punti di forza e cambiare direzione mantenendo saldi gli aspetti positivi individuati. Noi, infatti, ci siamo fermati, abbiamo analizzato lo stato delle cose: le metriche sicuramente positive, ma la prospettiva di crescita limitata a causa di colossi quali Facebook e Twitter. Abbiamo avuto il coraggio di fermarci e di cambiare direzione. Abbiamo individuato il nostro punto di forza (la semplicità del drag&drop degli elementi) e deciso di applicare la stessa tecnologia per uno scopo diverso che ha un mercato ancora vergine e stimato in bilioni di dollari.

Cos’è Searcheeze,a chi è diretta e che problema intende risolvere?

Searcheeze rende la ricerca collaborativa semplice. Grazie a Searcheeze, gli utenti potranno effettuare delle ricerche web in gruppo. Per la prima volta nella storia del web. Da oltre 10 anni ad oggi, Google ha imposto un modello di ricerca pensato per la singola persona. Ad oggi, cercare su Google lo stesso topic in gruppo, vuol dire: link condivisi via email o chat, risultati duplicati, tempo perso e poca efficienza. Con Searcheeze questo problema sarà risolto. Un gruppo di student/amici/lavoratori potrà cercare lo stesso topic sul web senza bisogno di scambiarsi link, di avere risultati duplicati e senza perdite di tempo. Ogni membro del gruppo potrà, in tempo reale,  vedere ed interagire con il contenuto collezionato da tutti gli altri partecipanti al gruppo stesso. Esempi concreti: studenti che collaborano alla stessa ricerca di classe, giornalisti che raccolgono insieme contenuti e informazioni circa il prossimo articolo, una famiglia colleziona foto e video dei posti in cui vorrebbero andare in  vacanza, un gruppo di amici che crea una lista di idee per il regalo da comprare, i programmatori che collezionano pezzi di codice da convidivere e riutilizzare. Insomma, gli scenari per un possibile utilizzo di Searcheeze sono davvero tanti.

Searcheeze si colloca in modo lungimirante entro alcune delle tendenze più significative del web di oggi: search e curation. Qual è la tua visione futura per lo sviluppo di questi settori?

Search e curation sono concetti intorno ai quali c’è un gran fermento in questo periodo. La ricerca è fossilizzata da oltre 10 anni, sempre uguale e non più al passo con i tempi. Anni fa gli utenti erano passivi, adesso, invece, è il contrario. L’utente è diventato il principale attore ed è lui stesso che vuole creare i contenuti. Grazie al cosiddetto web 2.0, l’utente ha preso coscienza del fatto che internet non è solo fatto di lunghe pagine statiche da leggere, ma c’è molto di più. E’ possibile commentare, esprimere giudizi ed essere parte attiva nella creazione dei contenuti. Unendo l’esigenza di un nuovo modo di cercare e della voglia degli utenti di partecipare attivamente al web, immagino che, a breve, dietro i motori di ricerca non ci saranno più solo algoritmi automatici, ma, anche e soprattutto, persone che rispondono in tempo reale alle query. Senza sbottonarmi troppo, posso affermare che la vision di Searcheeze è fortemente legata alla relazione tra search e content curation. (l’assonanza con “search easy” non è un caso)

Quanto ha contato l’influenza di Lorenzo Thione (fondatore di Powerset, la società acquisita da Microsoft per lo sviluppo di Bing, NDR) nello scegliere la nuova direzione percorsa da Searcheeze?

Lorenzo è una persona eccezionale, sempre pronto ad aiutarci circa ogni aspetto. Avere lui in società è sempre stato un nostro importante punto di forza, la sua esperienza ci è stata e sarà fondamentale per noi. Chi deve gestire la startup e deve prendere le decisioni finali sono sempre i fondatori, ma sarebbe un errore folle non ascoltare i consigli di chi ha tanta più esperienza di te in merito. Abbiamo scelto la nuova direzione senza alcun intervento esterno, ma, ovviamente, abbiamo seguito e stiamo seguendo i consigli di Lorenzo per raffinare l’idea e per renderla un prodotto finito di tutto rispetto. Oltre a Lorenzo, anche Augusto Coppola (uno dei fondatori di InnovationLab, NDR), nuovo advisor di Searcheeze, ci è di grande aiuto.

Sin dai tempi di Ibrii ti sei approcciato in modo determinato al venture capital, ottenendo due finanziamenti da dPixel. Puoi rivelare se ci sono stati nuovi ingressi di capitale e, se sì, da parte di quali fondi?

Ad oggi, abbiamo ricevuto due finanziamenti (un seed ed un bridge importante), entrambi da dPixel e con due fondi diversi, uno spagnolo ed uno lussemburghese. Nei mesi abbiamo ricevuto anche diverse proposte da privati e altri investitori, ma andando avanti con le trattative non abbiamo trovato un punto di accordo. Attualmente cerchiamo nuovi fondi, ma non più seed. Il nuovo progetto è molto ambizioso e richiede investimenti non più da seed. Investitori, fatevi avanti!

In un bell’articolo scritto sul suo blog personale, Francesco Sullo parla senza inibizioni e con qualche gustoso virtuosismo di come possa essere importante saper abbandonare un’idea quando questa si riveli non remunerativa o non allineata con gli obiettivi di crescita della propria startup. Qual è il tuo pensiero a riguardo? E’ stato questo anche il caso di Ibrii?

E’ di vitale importanza per una startup saper mettersi sempre in gioco e fermarsi a riflettere se si sta seguendo la strada giusta oppure no. Se l’idea è bella, ma non c’è modo di monetizzarla, che senso ha continuare?! Saper valutare le proprie potenzialità e quelle del mercato di riferimento è basilare per non fallire.

Chiudiamo con una parola per tutti gli aspiranti startupper: cosa ti ha insegnato l’esperienza Ibrii – Searcheeze e che insegnamento vorresti trasmettere a coloro che intendono mettersi sulla strada dello startupper?

L’insegnamento più importante che più mi è servito fino ad ora è che senza passione non c’è alcuna strada da seguire. Fare startup è difficile, faticoso, richiede impegno continuo e non part-time. Ti assorbe completamente, richiede tempo e pazienza per poter vedere i frutti del lavoro di mesi, forse anni. Secondo me, come già detto più volte, fare startup non è per tutti. Senza passione difficilmente si percorre una strada tanto in salita. Non iniziate questa stupenda avventura se davvero non lo volete, non fatelo solo perchè adesso è “di moda”.

Grazie Stefano per essere stato con noi!

20+ Adv geniali per l'automotive

Da sempre il mondo dell’automotive ha utilizzato una comunicazione basata sull’estetica d’impatto e soprattutto negli ultimi anni ha sfornato pubblicità geniali dal punto di vista grafico.

Catturare l’attenzione diventa regola base per poter indurre al ricordo, e perché no, all’acquisto emozionale.

Atmosfere surreali, giochi di colori, trasformazioni inaspettate: ecco cosa ci propone ora l’advertising dell’automotive. Un modo per entrare in un sogno, fantasticare, sentirsi inafferrabili, sicuri e unici. Un modo per sentirsi parte di una storia, di una fantasia che potrebbe diventare realtà.

Voi cosa ne pensate? Qual è la vostra preferita?

{FOTOLIA}

The Sandpit: la vita a New York in miniatura [SPECIALE WEBBY AWARDS]

Vivere tutto ciò che una metropoli come New York può offrire, in un solo giorno? Grazie a questo video si può! The Sandpit è infatti un filmato che ci racconta a 360° la vita della Grande Mela nell’arco di 24 ore, condensata però in cinque minuti e…in miniatura.

L’autore di questo video in stop motion è Sam O’Hare, che per realizzare questo portento ha scattato più di 35 mila foto, lavorando sul progetto quasi una settimana.
Ma parte del successo è dovuta anche alla colonna sonora, scritta da Human, in collaborazione con Rosi Golan e Alex Wong.

Il video è candidato ai prossimi Webby Awards per le categorie Best Viral e Best Music.

Social listing, tre siti per esprimere e condividere le tue preferenze

Quanti significati ci sono per il termine “list” ? Sicuramente tanti e sul web, poi, è una parola che ricorre sempre: mailing list, task list, to-do list, wishlist, etc. Non c’è un vero “geek”, degno di questo nome, che non abbia fatto, almeno una volta, una lista di tutte le cose che gli piacevano e non c’è nessuno che non abbia una propria “Top list” di qualcosa, un po’ come il protagonista di “High Fidelity”. Tuttavia, spesso le liste restano qualcosa di statico e noioso, un pò come quelle della spesa.

Quando l’attitudine a creare le liste si unisce con il mondo social, però, dare un ordine ai propri interessi ed alle proprie preferenze, condividere, confrontare e commentare  il proprio “ranking” personale con gli altri utenti, diventa un’esperienza del tutto nuova, come quella proposta da tre siti di “social listing” tutti da scoprire.

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Brand Reversioning: quando la marca va in crisi d'identità.

Diciamoci la verità, al giorno d’oggi subiamo un costante bombardamento pubblicitario: ovunque andiamo, ovunque guardiamo ci troviamo immersi in mezzo ai brand. Di questi brand abbiamo imparato a riconoscere il lettering e i colori, associandoli direttamente all’azienda che li possiede.

Ma cosa succederebbe se qualcuno vi scombinasse i colori? Anzi, vi dico di più, cosa succederebbe se qualcuno usasse i colori del brand di un’azienda diretta concorrente? Un po’ come in quei test per la vista dove vediamo solo puntini, potremmo sentirci confusi all’inizio, ma poi riusciremmo a mettere a fuoco il brand o ci faremmo ingannare dai colori?

Vi posso dire che, se siete curiosi di vedere quale sarebbe la vostra reazione, ci viene in aiuto un designer inglese, Graham Smith. Si è divertito con il suo progetto Brand Reversioning a mandare  brand in crisi d’identità, o come dice lui a creare “Brand identities con un disturbo della personalità”. O magari era solo ubriaco, ma questo può saperlo solo lui 🙂 .

Ed ecco che ci troviamo il logo di Android con i colori di Apple e viceversa, Bing con l’aspetto di Google e Google con l’aspetto di Bing, e tanti altri…

Ottimo lavoro Graham, che dire!

PS: se volete seguirlo, potete farlo tramite il suo sito, su Flickr o su Twitter

Google I/O 2011: le principali novità

L’evento dedicato targato big G è uno dei più attesi dagli appassionati e dagli addetti ai lavori. Tecnologia, mobile, app, sistemi operativi, smartphone, API, musica: quest’anno sembra proprio non far mancare nulla al proprio calendario.

Al Moscone Center di San Francisco le attività sono cominciate ieri 10 maggio, mentre l’agenda ufficiale partirà oggi. Tra rumor e certezze, possiamo già dare qualche succosa novità in anteprima:

– nel mondo ci sono oltre 100 milioni di dispositivi Android (circa 400 mila attivazioni giornaliere);

– 4,5 miliardi di applicazioni sono state installate dal Market Android;

– la prossima versione di Android, la major release tutta open source: ecco l’immagine anteprima di Ice Cream Sandwich (uscirà nel quarto trimestre 2011 per tablet e smartphone). Il suo motto sarà “One OS everywhere”.
In questo modo le applicazioni funzioneranno senza alcun problema di compatibilità sia su un tablet che sul display di un telefono di ultima generazione, adattandosi in modo automatico alle diverse risoluzioni.
– film a noleggio sull’Android Market: per ora da vedere sul web o sul Motorola Xoom by Verizon (a breve anche per gli altri dispositivi);

– la Google TV potrà eseguire applicazioni Android (grazie al nuovo aggiornamento in arrivo a breve, che vedrà su tutte le Google TV la nuova versione Android 3.1 Honeycomb);

– Music beta: carica la tua musica ed ascoltala dove vuoi. Per ora solo su invito;

– Google Storage aperta a tutti gli sviluppatori (non più su invito);

– in arrivo, nella prossima settimana, il +1 per i publisher;

– occhio a Android At Home: possibili sviluppi in ambito domotica?

– Youtube lancia il servizio di sottotitoli per i video.

Ma si attendono anche notizie su Chrome, le Apps, i tablet, ecc. Qui (http://www.google.com/events/io/2011/announcements-archive.html) potrete vedere la lista aggiornata di tutti i comunicati. Naturalmente sul sito dedicato è possibile seguire la diretta in streaming e consultare agenda, tweets, ecc.

Ps: è possibile anche sbloccare il badge dell’evento su Foursquare! 🙂

YouTube brand channels italiani: ecco le best practices

Negli ultimi tempi c’è stato un notevole numero di esprimenti creativi che hanno interessato i brand channels YouTube.

Ma quali sono i migliori casi italiani?
Fondamentalmente si tratta di esempi raggruppabili in tre categorie, a seconda delle modifiche apportate alla pagina.

Cominciando dai brand channel più basici possiamo citare Enel, Clio Make Up e anche Geosec che, pur occupandosi di B2B nel settore dell’edilizia, ha scelto la strada del brand channel (e, a quanto ci risulta, è l’unico nel settore dell’edilizia ad avere un brand channel).


In tutti e tre i casi, al di là delle modifiche dello sfondo pagina, non ci sono soluzioni particolarmente innovative che differenzino l’uso del canale da quello classico.
Ciononostante – sia chiaro – l’impatto visivo è interessante e gradevole.

Diverso il caso del secondo gruppo di brand channels, mirati invece ad offrire un’esperienza di maggiore interattività per l’utente che – oltre a navigare i video secondo le modalità e e categorie consentite da YouTube – ha a disposizione ulteriori criteri di esplorazione.
Ciò è evidente nel caso del canale della regione Toscana, in cui i video sono navigabili in base alle caratteristiche geografiche dei luoghi (mare, montagna etc.), o il canale di Armani, con un header a mosaico in cui sono messi in evidenza i principali spot dei profumi del noto fashion brand.


Fa l’occhialino a questa struttura, pur restandone fuori, Casa.it, il cui brand channel è apparentemente focalizzato sulle categorie merceologiche (vendita, affitti, case nuove) offerte dal portale: apparentemente dicevo, perché cliccando sulle varie schede dell’header si viene ricondotti alla relativa sezione del sito, abbandonando dunque il canale YouTube. Insomma, un esempio interessante ma non strettamente appartenente a questo gruppo.

Infine, la terza categoria è quella in cui il canale YouTube diventa qualcosa di più di un semplice contenitore di video, offrendo una user experience stratificata.
Finora l’unico caso italiano è quello dell’ottimo Tim channel, che offre una serie di contenuti interattivi originali (no, non ve li svelo per non togliervi il divertimento!) ma, soprattutto, integrati con la più ampia campagna condotta da Tim sui vari media, che ha per protagonista Leonardo.


In questo caso il valore aggiunto è dato dallo user engagement creato dal canale, che si traduce in una maggiore vicinanza degli utenti alla campagna di comunicazione di Tim ma anche, naturalmente, ai servizi offerti dal noto gestore di telefonia che – come emerso dalla BrandZ Top 100 mondiale – è, insieme a Telecom Italia, l’unico brand italiano in classifica.
Senza dubbio, il migliore esempio italiano nella categoria oltre che un caso probabilmente unico nel nostro Paese.

E voi conoscete altri brand channels italiani?