I crediti di Facebook si possono acquistare anche con Paypal

Era nell’aria, ma da Venerdì scorso è ufficiale: Paypal diventa una delle opzioni di pagamento per l’acquisto dei crediti di Facebook . Un matrimonio d’interessi destinato a portare benefici per entrambe le parti in gioco.

Facebook, infatti, aveva l’esigenza di semplificare l’acquisto dei crediti, viste le tante applicazioni che ne fanno uso, e grazie al servizio offerto dal portafoglio digitale più famoso al mondo porta a casa l’obiettivo garantendo anche un salto di qualità in termini di sicurezza dei micropagamenti, tanto ricercata dagli utenti. Paypal, di contro, incrementerà la sua visibilità, legherà il suo marchio ad un servizio di successo come Facebook e incasserà anche un bel po’ di commissioni su singole transazioni, che non fanno male.

Un matrimonio che, come detto, era già caldeggiato dai tanti rumors delle ultime settimane, ma che diventa ufficiale proprio nei giorni in cui la stessa Paypal porta in tribunale Google, acerrima nemica proprio di Facebook, e il suo nuovissimo servizio Wallet per violazione di segreti commerciali. Sospetta la tempistica, ma è da escludersi la semplice ripicca. Gli interessi dietro questo matrimonio vanno oltre i, seppur importanti, crediti di Facebook.

Come sempre, infatti, quando c’è di mezzo la società di Palo Alto, quello che accade nel presente non è altro che un preludio di grandi novità future, ed anche in questo caso è sensato aspettarsi belle sorprese. Pochi giorni fa, all’eG8 in Francia, Zuckerberg si era sbilanciato sulla possibilità di condividere sul suo social network musica, video, libri ed altri contenuti digitali (vedi: “Facebook e Spotify: la musica diventa sempre più social“). Versosimilmente, questi contenuti saranno a pagamento, e quale sistema più rapido, efficace e sicuro di Paypal può garantire il lancio in grande stile del nuovissimo (anche se non ancora ufficiale) servizio di contenuti multimediali made in Palo Alto? E questo è giusto per avanzare una modestissima ipotesi.

Plain Ink, il crowdsourcing al servizio del no profit

Oggi vi parliamo di Plain Ink, un’interessante associazione no profit nata nel 2010 grazie al talento e alla determinazione dell’italianissima Selene Biffi.

L’associazione produce fumetti educativi per bambini al fine di insegnare loro in maniera semplice e diretta le basi di salute, sicurezza alimentare, mitigazione dei disastri e altro, diffondendoli in alcuni tra i paesi più poveri al mondo.

I fumetti, distribuiti gratuitamente, vengono prodotti in loco nei Paesi in cui opera l’associazione (Afghanistan e India) per creare lavoro e contribuire all’economia creativa della zona.

Attraverso il sito internet ufficiale è possibile diventare subito soci versando una quota associativa (dai 5€ ai 50€), collaborare al progetto (come autori, illustratori e supporter) o diventare volontari.

Project Marketplace

Tra le varie azioni promosse dall’associazione occorre parlare del Project Marketplace: attraverso un meccanismo di crowdsourcing, ogni socio di Plain Ink può collaborare inviando le propria idea. Questa passerà al vaglio di Plain Ink che ne considererà l’eventuale realizzazione e i progetti più promettenti potranno essere votati dagli altri soci.

Il progetto più votato diventerà il “Progetto del Mese” a cui verranno destinati tutti i fondi raccolti in quel periodo. Il voto sarà aperto sul sito a partire da Giugno.

Parallelamente ai progetti destinati ai paesi per il terzo mondo, il lavoro editoriale dell’associazione è gestito da un’entità separata, la Plain Ink Books, che in Italia si occupa di creare e commercializzare libri con storie originali bilingue per bambini sia italiani che immigrati. Questi libri in italiano/arabo, italiano/cinese etc. sono inoltre provvisti di schede di edutainment per favorire dialogo interculturale e interazione. Tutti i proventi derivanti dalla vendita dei libri vengono poi versati ai programmi di Plain Ink.

Alfabetizzazione, accesso all’istruzione e risoluzione dei problemi locali sono solo alcuni degli obiettivi di Plain Ink che oggi ha un forte bisogno di soci, sponsor e volontari.

L’associazione inoltre partecipa anche al Ben & Jerry’s Good Ideas, l’iniziativa del produttore di gelati indirizzata a tutte le imprese sociali che mette in palio 25 donazioni del valore di 2000€ ciascuna.

Sapete cosa significa Nano? [SPECIALE WEBBY AWARDS]

Vi siete mai chiesti cosa ci sia dentro un vostro capello? E dentro la particella che compone il capello? E ancora, dentro la particella che compone la particella che compone il capello? Potremmo andare avanti quasi all’infinito e ciò che troveremmo, dopo qualche milione di passaggi, sono le ormai celebratissime “nanoparticelle“. Come spiegare a un bambino cosa sono le nanoparticelle? Con un po’ di creatività e tanta fantasia, questo video propone un viaggio all’interno della complessità delle cose, per capire come è realmente e fisicamente fatta la realtà che ci circonda.

Quindi diventiamo, insieme alla giovane protagonista del video, piccoli come un globulo rosso e poi ancora più piccini, fino a raggiungere la misura della lunghezza d’onda di un raggio di luce non visibile all’occhio umano: praticamente invisibili. Qui scopriamo come è fatta la struttura delle cose e fino a che punto sia complicato il mondo in cui viviamo. Un video che vuole spiegare ai bambini cosa si intende per “nano”, ma che forse è più utile ai grandi per capire cosa veramente siano le nanoparticelle e cosa si intenda veramente quando si parla di nanotechnology.

Il video, prodotto dalla Science Alberta Foundation, ha vinto il premio Webby 2011 per l’animazione nella categoria video on line. Più che meritato direi!

Top 5 Horror – Maggio 2011

Nei nostri post di solito cerchiamo di mostrarvi le idee più belle trovate in rete, le più interessanti o quelle stilisticamente realizzate meglio.

Ma spesso nelle nostre ricerche ne vediamo anche altre veramente brutte, schifose e stupide e siccome non vogliamo privarvi di nulla, ecco la Top Horror di Maggio, la classifica con gli orrori del mese.

Se non avete paura dei pubblicitari, beh dovreste averne!

Questo mese avremmo voluto fare la Top Horror degli spot elettorali, ma probabilmente non mi sarebbero bastati tre mesi per scriverla, quindi Top Horror classica.

Una schifezza d’uomo e un uomo di m…. per spiagge più pulite!

Ebbene sì, la SAS (Surfers Against Sewage) ha scelto come testimonial due frasi usate nel linguaggio comune personificate per battersi contro l’inquinamento marino e delle spiagge. Il gruppo ambientalista inglese, appoggiato dalla M&C Saatchi & Coy! Communications ha prodotto questi ad che vogliono mettere in guardia la popolazione contro la spazzatura, i liquami e le scorie tossiche presenti in mare.

Probabilmente il concept è anche giusto, e devo dire che l’uomo fatto di rifiuti non è neanche un’idea malvagia, ma c’è sempre modo e modo: il mostro di “melma” (chiamiamola così, per essere politically correct) è una schifezza di proporzioni epocali… e diciamolo, che pubblicità di m…. (in senso letterale)!

I veri uomini non guardano i video dei bambini su internet

Questa forse non avrebbe bisogno di commento, visto che si mette abbastanza in ridicolo da sola. Ma è una perla che meriterebbe davvero una menzione nella Hall of Fame della nostra Top Horror (se esistesse una Hall of Fame ovviamente).

Questo omaccione palestrato e tatuato (e quindi per stereotipo molto virile in teoria) fa un rinvio degno del miglior Dino Zoff con un bimbo innocente che stava lì seduto in terra a giocare, e poi vi urla in faccia in tedesco, per sembrare ancora più incazzato: “Il bambino più carino di tutti, incredibile. State guardando il bimbo carino su internet?Quanto è carino, quanto è bello, quanto è felice. Che cavolo state combinando? Smettete di voler fare gli uomini moderni e andate a mangiarvi un Ricky Royal”. Ah, il Ricky Royal per la cronaca è un hamburger: chissà cosa ci mettono dentro per partorire queste idee… voi lo mangereste?

Lo spot di Frutta nelle Scuole

Pubblicità progresso, cito da Youtube: “Spot del Programma comunitario Frutta nelle scuole , promosso dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, in collaborazione con le Regioni, le Province Autonome, il ministero della Salute e il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, finalizzato ad aumentare il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini e ad attuare iniziative che supportino più corrette abitudini alimentari e una nutrizione maggiormente equilibrata”. Farebbe già ridere così, ma magari subito dopo è stata trasmessa una pubblicità di McDonald’s.

Famiglia perfetta, tutti pettinati e truccati in modo impeccabile, anche il bambino di più o meno 7 anni. Aiuto, sembra una scena di Pleasantville! La mamma, a cui forse non hanno spiegato di sembrare naturale, domanda: Cosa avete fatto a scuola oggi? La sorellina ha imparato le equivalenze, ma la mamma non contenta chiede anche al fratellino, il quale invece spiega esprimendosi a gesti che ha imparato a riconoscere una fragola e mordere una pera, probabilmente una pera finta visto quanto è lucida. Complimenti per lo spot, ma veramente complimenti!

La gomma che dura un’eternità

Vi siete mai chiesti quale marca di chewing gum usassero dei personaggi televisivi per farsi 10 stagioni di telefilm masticando? Forse abbiamo avuto finalmente una risposta, dovevano essere assolutamente Stride! Ebbene, queste gomme, prodotte evidentemente con una mescola speciale, resistono a qualsiasi cosa, anche ad una cremazione… bah, saranno le gomme di Highlander. E alla vecchina che ha spaccato le ceneri del marito resta pure un ricordino, cosa volete di più?

Tezenis e gli annunci equivoci

E’ proprio vero che nelle stazioni di Milano si vende di tutto e di più. Comunicazione infelice (e pure rettificata a quanto pare, pensate se non l’avessero rettificata cosa ne sarebbe venuto fuori) di Tezenis per i suoi clienti, con forse un messaggio velato.

Cari disperati dell’amore, perchè non trovate il partner giusto, o magari perchè non vi interessano storie impegnative, non disperate! Tezenis, oltre ai capi d’abbigliamento, vi offre la soluzione a tutti i vostri problemi, ed a prezzi stracciati tra l’altro! Direttamente dall’agenzia di Lele Mora, parti basse uomo e donna a soli 3 Euro! Ma solo le parti basse poi? Ci sarà un supplemento se uno vuole pure il resto del corpo? Sapete com’è, qualcuno ci tiene anche alla testa…

200 anni di storia della pubblicità [INFOGRAFICA]

Raccogliere tutte le pubblicazioni, le acquisizioni e i lanci delle più grandi agenzie del mondo, dal 1800 ad oggi? Innegabilmente, ha un non so che di ambizioso l’ultima enorme infografica di vitamintalent.com, realizzata dai newyorkesi di Barbarian Group.

L’universo dell’adv non ha mai arrestato il suo costante sviluppo, e quale miglior modo per omaggiarlo se non riassumere in una sola opera le sue innumerevoli evoluzioni? Ci asteniamo però dal commentare ulteriormente: è impossibile descrivere con le parole la storia di colossi aziendali e le infinite statistiche di holding internazionali. Dunque, ammirate, ninja, ammirate!

(qui il fullsize dell’infografica)

Google Wallet: il servizio di pagamento mobile firmato Android!

Il 26 maggio Google ha lanciato la notizia della sua nuova applicazione per il Mobile Payment: Google Wallet. In attesa di poterlo testare un giorno di persona, abbiamo raccolto i rumours, le informazioni, i video ufficiali e le dichiarazioni più importanti a riguardo, inclusa la vicenda della denuncia di Paypal per violazione dei segreti commerciali.

Come funziona

“Tap, pay, and save with Google Wallet”: niente di più facile, sembra dire Google. In effetti il portafoglio elettronico di Google non è nulla di nuovo, perché usa una tecnologia che molte delle carte di credito più famose già sfruttano, la NFC, Near Field Communication: la Mastercard ad esempio ha al suo interno la circuiteria NFC che è in grado di rispondere al wireless di appositi POS abilitati, permettendo in totale sicurezza i pagamenti.

Al momento dunque l’app Google Wallet funziona su un solo tipo di dispositivo mobile, il Nexus S 4G grazie al provider Sprint e per la sola carta di credito Mastercard Citi, anche se sono già stati presi gli accordi con le compagnie First Data, Subway, Macy’s, Walgreens e Toys ‘R Us. La promessa è che presto sarà possibile far funzionare l’app anche sugli altri dispositivi Android.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=5s9wYEkRAgs’]

A questo punto mano al portafoglio, ehm al cellulare, e vediamo cosa fare. Primo passo: dopo aver scaricato l’app, bisogna impostare l’account della carta di credito. Visto che per ora l’unica disponibile è la Mastercard Citi, occorrerà  accedere alle proprie credenziali, se la si possiede già, altrimenti attivarla dalla pagina web dedicata di Citi, scegliendo tra diverse modalità di credito. Potete anche attivare la Google Paipad Card, una carta prepagata che può attingere anche dalle proprie carte di credito già esistenti e che nel momento in cui viene attivata ha già a disposizione 10$ gentilmente regalati da Google (!).

Secondo passo: individuare gli esercizi commerciali che espongono l’adesivo che vedete nella figura sopra. Saranno circa 120mila punti vendita negli USA, da cui partirà questa estate l’iniziativa. A quel punto, con il prodotto scelto, dirigiamoci alla cassa e con un touch e la digitazione del nostro pin, porteremo a casa il nostro acquisto.

Le opportunità per i commercianti

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=gZGoXvzW4WU’]

Come se non bastasse, a Mountain View hanno pensato di far guerra anche ai siti deal-of-the-day come Groupon con Google Offers, il sistema di sconti e offerte last minute legate anche al territorio. Sfruttando il modulo GPS dello smartphone si riceve la promozione del giorno più vicina a dove ci troviamo, da riscuotere alla cassa. Un motivo in più per gli esercenti di aderire all’iniziativa, che inoltre grazie a Google Offers accedono anche ai dati degli acquirenti utili ai fini commerciali.

Sicurezza e Mobile Payment

Oltre alla concorrenza che si è fatta già sentire, il primo ostacolo per Google Wallet è la diffidenza degli utenti: è davvero sicuro mettere nel proprio cellulare tutte queste informazioni? Google dichiara che Wallet è anche più sicuro dei tradizionali metodi di pagamento con carta e contante. Intanto per accedere all’app bisogna digitare un pin: le credenziali della carta sono criptate su un chip del device chiamato Secure Element. L’elemento Secure è separato dalla memoria del telefono Android. Il chip è progettato per permettere solo a determinate applicazioni di accedere alle credenziali delle pagamento in esso memorizzati. La tecnologia di cifratura sicura di MasterCard PayPass protegge le credenziali di carte di pagamento quando vengono trasferiti dal telefono cellulare al lettore POS. Nel caso di furto o smarrimento del cellulare, Google ricorda comunque che è possibile bloccare la Mastercard così come le carte di credito a cui si appoggia la carta prepagata, attraverso le banche di riferimento.

Paypal vs Google

A poche ore dal lancio di Google Wallet, ci si aspettava la reazione dei colossi dei circuiti di pagamento, in particolare dalla rivale per eccellenza di Mastercard, ovvero Visa, la quale si è messa subito in moto rispondendo con ugual moneta a Big G: un sistema di pagamento mobile basato anch’esso su NFC che sarà supportato da Bank of America, Chase, Us Bank e Wells Fargo, disponibile da autunno negli USA e in Canada.

Ma la reazione più decisa e inaspettata arriva da eBay, la piattaforma del commercio consumer to consumer che possiede il sistema di pagamento Paypal. Come nella trama dei migliori racconti di spionaggio industriale, due dipendenti di Google, Osama Bedier e Stéphanie Tilenius, avrebbero rubato l’idea di Google Wallet dal loro precedente posto di lavoro, appunto Paypal, dove ricoprivano ruoli chiave proprio all’interno del settore mobility. Nel blog ufficiale di Paypal, la compagnia ci tiene a specificare che non ama “frequentare” i tribunali ma che per questa vicenda ne vale la pena:

La risposta di Google al momento arriva dalla notizia lanciata da Techcrunch: difendendo i propri dipendenti, Big G. afferma la libertà degli individui di portare le proprie competenze nel loro posto di lavoro, anche se queste arrivano da una precedente esperienza professionale. Staremo a vedere l’evoluzione della questione. Nel frattempo scommettiamo che questo è solo l’inizio della competizione  nel business dei pagamenti mobile…

Fabio Chiusi, ilNichilista scrive di WikiLeaks [INTERVISTA]

Ad Aprile è uscito Nessun Segreto, edito da Mimesis per la collana “Il caffè dei filosofi”.

Il saggio ricostruisce gli eventi salienti della biografia di Julian Assange e il contenuto dei “cable” pubblicati finora, fino ad arrivare alla questione più spinosa e dibattuta: che cosa vuole ottenere Julian Assange?
Rimandiamo la risposta alla lettura del libro.
A Fabio Chiusi abbiamo invece voluto chiedere qualche dettaglio in più sulla figura di Assange e su cosa ne sarà di WikiLeaks.

Che fine ha fatto Julian Assange?

Assange è ai domiciliari in una residenza nel Norfolk, nell’est dell’Inghilterra. Qui attende di conoscere l’esito dell’appello, presentato dal suo avvocato, alla sentenza di estradizione in Svezia pronunciata dalla corte di Belmarsh per le accuse a sfondo sessuale che lo vedono coinvolto nel Paese scandinavo. L’udienza è fissata per il 12 luglio.

Quali fonti ha utilizzato per il suo libro e con quale il criterio le ha selezionate?

Ho utilizzato principalmente le testimonianze di prima mano contenute in alcuni libri, come quelli dell’ex numero due di Assange, Daniel Domscheit-Berg e dei giornalisti del Guardian, David Leigh e Luke Harding, che hanno lavorato a stretto contatto con Julian. Per la sua biografia mi sono servito del racconto, anch’esso preso in prima persona, di Raffi Khatchadourian per il New Yorker, oltre agli scritti dello stesso Assange e ai racconti fatti in svariate interviste. Quando possibile, ho sempre cercato di risalire ai documenti originali. Per la parte più «filosofica», invece, il lavoro è stato principalmente di ricostruzione del dibattito apparso in rete su siti e blog più o meno conosciuti. Ma ho anche intervistato due «guru» del settore, Micah Sifry, ideatore del Personal Democracy Forum, e Gabriella Coleman, forse la maggiore esperta di antropologia hacker. Un lavoro non semplice, dato che su molti aspetti del suo «pensiero», Assange è criptico, frammentario o, più semplicemente, non ha mai scritto o detto nulla. E che parlare direttamente con Assange, come è facile immaginare, mi è stato impossibile. Quanto al criterio di scelta, ho dato la priorità alla solidità delle argomentazioni.

Cultura hacker, metodo giornalistico, filosofia cyberpunk, ideologia anarchica. In che modo tutto questo si fonde nella figura di Julian Assange?

Si fonde grazie alla sua biografia. E grazie alla tecnologia attuale, che permette di mettere in discussione molte barriere un tempo ritenute inscalfibili. Che differenza c’è, infatti, tra il giornalismo tradizionale d’inchiesta e l’idea, hacker, di usare l’ingegno e la creatività per promuovere e tutelare la libertà di espressione e la conoscenza? Allo stesso tempo, in che modo gli strumenti concettuali adottati da Assange sono diversi da quelli di un attivista per i diritti umani? E ancora: cosa impedisce a un sito come WikiLeaks di pubblicare rivelazioni che, sia questo o meno il fine esplicito dell’organizzazione, rischiano di alterare profondamente le istituzioni per come le conosciamo, oltre al rapporto tra cittadini e autorità? Per ora WikiLeaks ha prodotto tanto buon giornalismo, e in pochissimo tempo, ma non ha portato alla luce fatti gravi al punto da suscitare cambiamenti profondi nell’atteggiamento dell’opinione pubblica o nei comportamenti delle pubbliche amministrazioni e dei governi. Tuttavia ha mostrato che esiste un metodo per farlo, e in modo sicuro. Questo può avere conseguenze davvero devastanti.

Bruce Sterling, padre della letteratura cyber-punk, considera Assange “uno su un milione”, perché?

Perché a suo dire è espressione di un mondo che non ha mai saputo esercitare un’influenza così plateale, mediatica, globale. E tuttavia lo rappresenta profondamente. È il mondo che abita il sottobosco della rete, se così si può dire, e che fin dai primi anni 90 si spende, per esempio, per l’utilizzo della crittografia al fine di tutelare la privacy degli individui e la libertà di espressione. Assange, tuttavia, ci ha messo la faccia in un modo inedito, unico, trasformando azioni individuali e movimenti sotterranei in una sfida al sistema politico internazionale e in una mobilitazione che ha coinvolto milioni di persone.

Quali sono le ricadute del cablegate nell’attuale scenario politico internazionale?

È presto per dirlo. Solo una piccola percentuale dei circa 250 mila cablo in possesso di WikiLeaks e di alcuni suoi media partner, infatti, sono stati pubblicati. E non è trascorso abbastanza tempo per poter valutare con serenità e correttezza la loro influenza sullo scacchiere geopolitico. Eppure in Italia si è parlato di «tempesta sul mondo», «11 settembre della democrazia» o, al contrario, «gossip scadente». Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha addirittura detto che Assange vuole «distruggere il mondo»: un obiettivo stravagante per chi continua a collezionare riconoscimenti per le sue battaglie in favore dei diritti umani. Stando a quanto pubblicato, comunque, si può dire che i cablo hanno avuto maggiore risonanza effettiva in India, Paraguay, dove hanno comportato sconvolgimenti politici, e in Tunisia, dove potrebbero avere aiutato a scatenare la miccia della rivolta popolare, che negli Stati Uniti.

WikiLeaks ha inaugurato un nuovo modo di fare giornalismo?

Non credo. Credo invece abbia ricordato a certi giornalisti come si fa il proprio mestiere. Certo, lo strumento utilizzato da WikiLeaks è sostanzialmente nuovo, ma ciò che consente di fare è tutto sommato giornalismo tradizionale: protezione della propria fonte, scrutinio della validità dei documenti, analisi del loro significato, contestualizzazione, traduzione in una storia comprensibile ai lettori. Con una differenza: WikiLeaks consente a chiunque ne abbia tempo, voglia e capacità di diventare a sua volta un buon giornalista d’inchiesta. Perché il materiale è lì, a disposizione di tutti.

Lei sostiene che c’è qualcosa Julian Assange potrebbe aver “appreso a sproposito”, ci vuol spiegare cosa significa?

È quanto sostiene il suo ex numero due, Domscheit-Berg. Nel racconto della sua esperienza lavorativa, ma anche umana, con Assange, Domscheit-Berg accusa Julian di aver interiorizzato i difetti di alcune delle organizzazioni finite nel mirino di WikiLeaks. È un’accusa pesante, perché comporta che Assange sia diventato una sorta di «mostro finale» che racchiude in sé tutte le insidie rappresentate da quelli affrontati in precedenza. Difficile, naturalmente, provare una affermazione di questo tipo. Quel che è certo, tuttavia, è che il rapporto tra Assange e molti dei suoi più stretti collaboratori è stato problematico e si è interrotto proprio a causa del suo stile di leaderhip autoritario e della sua insofferenza alle critiche.

Julian Assange è WikiLeaks?

In un certo senso sì, senza dubbio. È lui l’ideatore, lui la mente, lui ad accentrare in sé il potere decisionale sulle pubblicazioni e sulle strategie di comunicazione. Tuttavia, in un altro senso non lo è. Prima di tutto perché Assange è di certo un genio tuttofare, ma non può addossarsi tutte le responsabilità derivanti dalla gestione di un’organizzazione nell’occhio del ciclone come WikiLeaks. In secondo luogo, perché l’idea e il modello WikiLeaks sopravviveranno, e si evolveranno, indipendentemente dalle sorti di Assange e perfino della sua organizzazione. Questo è forse il motivo di maggiore preoccupazione per i suoi detrattori: sradicate le radici, i rami non muoiono. Anzi.

Come giudica il modo in cui il caso wikileaks è stato trattato dalla stampa italiana?

Pessimo. Ampia e urlatissima copertura per i «festini selvaggi» di Berlusconi di cui si parla nel Cablegate, e di cui sappiamo tutto; due colonne striminzite per i Guantanamo Files, che rivelano dettagli inediti e terribili, come l’incarcerazione di 150 innocenti, compresi vecchi e adolescenti, anche se mentalmente disagiati o a rischio suicidio. Per non parlare del silenzio quasi tombale sul caso Bradley Manning, l’analista dell’intelligence che avrebbe fornito centinaia di migliaia di documenti ad Assange, in carcere da un anno in assenza di un processo. Fino alle pure e semplici bugie raccontate, per esempio, dal Foglio qualche giorno fa. In un pezzo in cui il quotidiano di Giuliano Ferrara sosteneva che Assange e la sua superbia fossero la «causa» della morte di «molti» collaboratori afgani degli Stati Uniti. Circostanza addirittura smentita dalle stesse autorità statunitensi. Del resto, siamo nel Paese in cui, a Porta a Porta, a commentare il caso WikiLeaks è stata chiamata la conduttrice Mara Venier.

Ha provato a mettersi in contatto Assange?

Certo. Ma non mi è stato possibile raggiungere né lui né i suoi collaboratori.

Come giudica l’esperimento de L’Espresso di creare un canale di comunicazione con Assange?

Un’ottima idea. Non inedita, del resto: se non sbaglio lo stesso sta avvenendo con un totale di 70 media partner in tutto il mondo. È il modo migliore per pubblicare i cablo giusti al momento giusto, contestualizzarli al meglio, garantire l’obiettivo del «massimo impatto politico». Che è quanto Assange si prefigge.

Recentemente Assange ha dichiarato che Facebook è uno strumento in mano alle intelligence, si trova d’accordo con questa affermazione?

Non so di che informazioni disponga Assange per giustificare una simile affermazione. Di certo, io non ne possiedo. Quindi un conto è lamentare, giustamente, la scarsa trasparenza nella gestione del social network e in particolare nelle modalità di attuazione delle sue condizioni di utilizzo; un altro ipotizzare legami con l’intelligence. Onestamente penso che pensieri come questi riflettano più il carattere paranoico di Assange che un dato su cui riflettere. A meno che Julian sia a conoscenza di fatti che ignoro, o di documenti che, ribadisco, non possiedo.

Molti dicono che Barrett Brown, ex portavoce di Anonymous, sia il nuovo Assange, lei cosa ne pensa?

Già il fatto che si definisca portavoce di un movimento che, per sua natura, non ha un portavoce me lo fa dubitare. Quanto al suo legame concettuale, non mi sembra si tratti di soggetti comparabili: Brown afferma candidamente di voler violare server, per esempio quelli di Hb Gary, mentre Assange con WikiLeaks non ha alcun bisogno né alcuna intenzione di farlo. Forse il paragone è sorto perché entrambi, agli occhi dei media, possono sembrare soggetti in cerca di visibilità e disposti a giocare al limite delle regole. Ma io non credo ci sia bisogno per forza di un «nuovo Assange». La postfazione al mio libro, di Guido Scorza, lo spiega molto bene: potrebbe esserci, ma non avere un volto, e non agire dietro a un brand come WikiLeaks.

Sentiremo ancora parlare di WikiLeaks con lo stesso fragore dello scorso anno?

Possibile, dipende tutto dalle sue fonti. E dal ripristino della piena funzionalità del sito, il cui sistema di ricezione dei documenti, per quanto ne so, è ancora fuori uso. Bisogna poi considerare che se è vero quanto sostiene l’accusa su Bradley Manning, WikiLeaks ha vissuto un anno eccezionale nel senso proprio del termine. Non capita spesso di avere un’unica fonte che riesca a trafugare così tanti documenti, e così tanto importanti. In seconda battuta, dipende dalle vicende giudiziarie di Assange. Se dovesse essere estradato negli Stati Uniti e incriminato per spionaggio, le pubblicazioni potrebbero passare in secondo piano. Io credo che di WikiLeaks sentiremo ancora parlare, a ogni modo. Julian ha ripetutamente annunciato di essere in possesso di documenti scottanti «in grado di far crollare una banca», e pare si tratti di Bank of America. E poi c’è quel file da 1,4 gigabyte, insurance.aes, di cui nessuno conosce il contenuto. Chissà.


Alzi la mano chi non pensa anche a questa “mecca dorata del consumismo moderno” appena sente nominare Londra. Il grande magazzino di lusso più importante al mondo, con 5000 dipendenti, che accoglie punte di 250.000 visitatori al giorno, in cui si vendono i sandali più costosi al mondo… non poteva non avere una propria app. Una fantastica app!

'>

Harrods lo store di lusso più famoso al mondo arriva nell'App Store di Apple

Arriva direttamente da Knightsbridge nel quartiere di South Kensigton, una delle zone più ricche ed esclusive di Londra, una spettacolare novità: l’applicazione ufficiale di Harrods.

Alzi la mano chi non pensa anche a questa “mecca dorata del consumismo moderno” (cit. Wikpedia) appena sente nominare Londra. Il grande magazzino di lusso più importante al mondo, con 5000 dipendenti, che accoglie punte di 250.000 visitatori al giorno, in cui si vendono i sandali più costosi al mondo… non poteva non avere una propria app! Questo il video di lancio.

In perfetto stile Harrods, l’app è un vero gioiellino, un tantino pesante da gestire ma di sicuro effetto. Il layout grafico centrale è impostato su una prima schermata dedicata alle news, organizzata con finestre a scorrimento orizzontale che informano l’utente su News, Upcoming Events e Must-Have & Most desired. Basta un clic sull’immagine e si va all’articolo in modo inaspettatamente veloce.,

Il secondo menu è Store, in cui è presente una pianta completa di tutto l’edificio. In basso alla mappa infatti è possibile selezionare il piano e cliccando su ogni POI, una schermata in pop-up informa sui negozi presenti. Si può decidere di “essere portati lì” oppure annullare e tornare indietro. Ovviamente, la posizione dell’utente sarà geolocalizzata e ciò permetterà all’app di individuare in che piano dell’edificio si trova e guidarlo fino a destinazione.

Terzo menù è dedicato alla Storia dei grandi magazzini Harrods, a partire dal “chi era mr.Harrods?” fino ad arrivare alla conquista egiziana ad opera di Al Fayed di metà anni ’80. Pezzo forte di questa sezione, altrimenti molto riempitiva, è l’Audio Tour della struttura. Si torna infatti alla mappa, e selezionando gli stessi punti di interesse di cui già accennato, si può ascoltare una breve narrazione dei reparti.

La sezione Harrods, dove si trovano i settings, le informazioni per raggiungere lo store, un breve about Harrods un po’ ridondante a causa della sezione storia dedicata, e una My Shopping List. Questa si arricchisce grazie agli articoli che vengono promossi nella schermata principale. I post su abbigliamento, accessori, o quant’altro ci sia di desiderabile, recano in calce un ADD TO SHOPPING LIST.

Infine, un po’ nascosta, c’è la riproduzione 3D dell’edificio. Navigabile però soltanto lungo l’asse orizzontale per un angolo di 180°, non un granché in verità. Vi si accede premendo sul logo Harrods in qualsiasi delle sezioni in cui ci si trova.

Per i patiti dello shoppingcompulsivo, ecco dove scaricarla gratuitamente, procedendo a fare acquisti senza volare nella capitale britannica:

People of WalMart diventa una canzone [VIRAL VIDEO]

People of Walmart è un sito americano dove i clienti della famosa catena possono postare le foto scattate ai personaggi più strani incontrati tra le corsie del negozio. E sembra proprio che queste persone che, diciamo, non passano inosservate, siano tante davvero! Questo è ciò che leggiamo nella pagina “About” del sito:

Let’s face it; we all have seen the people who obviously don’t have mirrors and/or family and friends to lock them in a basement, and they all seem to congregate at Walmart.

Dunque, la filosofia degli ideatori e degli utenti è ben chiara. E da qualche giorno, tutte queste persone sono diventate il soggetto di una canzone, a loro dedicata, “People of Walmart”, appunto, scritta e interpretata dalla cantante Jessica Flech. Il video è realizzato con alcune delle foto visualizzabili sul sito…e credete, ne potete trovare di migliori (o peggiori, a seconda del punto di vista)!
Sul sito potete visitare anche la sezione “Storie” e “Video”, tutte rigorosamente nate attorno al mondo WalMart…una vera fucina di talenti!  😉