Con Animal Planet gli animali arrivano in città!

Anche Animal Planet si è lasciato contagiare dal marketing non-convenzionale: nelle scorse settimane il canale di Discovery interamente dedicato al mondo degli animali ha letteralmente invaso le città di Milano e Roma.

Come? Dopo azioni teaser, come per esempio le impronte di animali in punti strategici (molte le scuole) delle due città, Animal Planet ha disseminato nelle strade, sui marciapiedi e nelle vie del centro sagome e immagini a grandezza naturale d’elefanti, pinguini, scimmie e di altri animali trainati da biciclette.

Si tratta di un progetto di guerriglia marketing intitolato “Siamo arrivati a casa tua” e realizzato con l’obiettivo di portare a contatto diretto l’immaginario del canale con il suo pubblico.

La campagna, curata dall’agenzia non-convenzionale guerrigliamarketing, ha previsto fra le varie azioni perfino un gioco di carte scaricabile dal sito di Animal Planet ed è proseguita anche nei weekend del 21-23 d’ottobre presso alcuni parchi cittadini.

Nella città di Milano, i parchi coinvolti sono stati quello del Sempione e i Giardini Pubblici di Porta Venezia; a Roma invece il canale si è spostato con i suoi animali nel parco di Villa Ada e di Villa Dora Pamphili.

In entrambe le location, dalle 14:30 alle 18:30 numerosi spettatori hanno potuto osservare le sagome degli animali sfilare in corteo e ricevere durante le esibizioni, in ricordo del loro passaggio, le trading card di Animal Planet.
Due simpatiche scimmiette dal sito di Animal Planet!

HP fa entrare il proprio logo nelle opere di giovani artisti

Arriva anche in Italia dall’8 al 27 novembre il progetto Hype. L’evento, dopo aver transitato
per Londra, Parigi, Mosca e Singapore giungerà in Via Assab 1 a Milano. Si tratta di una galleria itinerante dove alcuni artisti potranno esporre un’opera che contenga le lettere H e P.

Le immagini verranno stampate su grande formato sfruttando la tecnologia Hewlett Packard, mentre i filmati saranno mandati in loop su proiettori digitali Hp.

Il progetto è firmato da Publicis, con la direzione creativa di Stefano Colombo e il coordinamento operativo di Federico Vincenti.

Nella fase intitolata “Intrigue” alcune persone hanno realizzato una performance per Milano muovendosi all’interno di sfere marchiate Hype; nella seconda, “Inspire” invece sono stati realizzati una campagna multisoggetto pianificata sulle principali testate rivolte a un target giovane, alcuni spot on air su My-Tv, viral advertising e banner inseriti in un sito creato per l’occasione.
L´opera quanto mai appropriata di Lucio Luzo Lazzara

Colori più vividi: la Sony fa davvero girare le palle!

Di ritorno dalla prima conferenza sul Word of Mouth Marketing ad Amburgo vi parlammo dell’emozione che abbiamo provato nell’assistere alla preview dello spot SONY Bravia.

Tra qualche giorno il film sarà finalmente programmato sulle maggiori televisioni Europee, Italia compresa.

Uno spot che ha fatto parlare molto di sè gia prima di essere divulgato e che ha alimentato un acceso dibattito tra i blogger Californiani.

Lasciar rimbalzare 250.000 palline colorate giù per una di quelle ripide discese tipiche di San Francisco sembrerebbe la cosa più assurda da fare, e invece proprio quello che Il regista Nicolai Fuglsig ha fatto in una torrida mattina estiva.

Grande passaparola si è scatenato tra gli abitanti di San Francisco, che lo scorso luglio hanno vissuto dal vivo questa esperienza. Nella giornata in cui è stato girato lo spot, infatti, in molti hanno realizzato foto e video amatoriali che si sono diffusi in rete creando forti aspettative per quello che sarà, a nostro modesto avviso, il video commerciale dell’anno.

Mai stucchevole o retorico questo pregevole lavoro ci culla teneramente in una atmosfera senza tempo, avvolgendoci in una morbida colonna sonora (“Heartbeats” dall’Album Veneer) che non è, come può sembrare un vecchio pezzo di Simon&Garfunkel, ma del cantautore argentino-svedese José González, in un sound a metà tra Nick Drake e João Gilberto, che ricorda le migliori canzoni d’amore di Peter Gabriel.

Per introdurre la prossima generazione di schermi era necessaria una comunicazione di forte impatto. Ma i ragazzi della Fallon ci insegnano che questo non necessariamente significa “gridare a squarciagola”.

Nessun effetto speciale è stato utilizzato, tutti i frame sono stati girati in due giorni e la sequenza principale ha coinvolto 23 cameraman con un’unica chance di riprendere le funamboliche evoluzioni delle 250 mila palline.

Lo spot lancia un messaggio semplice: il colore che vedrai su questi schermi non lo hai mai visto!

Il risultato: un’autentica, semplice, poetica celebrazione visiva del colore.

Cinema e brand: preziosa opportunità per l’industria italiana

Il ritardo italiano nel product placement è evidente, ma il potenziale è elevato, dal momento che si tratta di un’opportunità da cogliere assolutamente sia per superare il problema dell’affollamento pubblicitario sia per raggiungere efficacemente gli spettatori, le cui abitudini sono sempre più modificate da strumenti tecnologici come i Personal Video Recorder.

Inoltre il product placement è uno strumento per “fare branding”, un esercizio di grande risultato per la costruzione della marca, e, cosa ancora più importante, è una pratica che non disturba perché un mondo senza marchi non è un mondo reale

Questi sono alcuni dei motivi sulla cui base, nel secondo convegno sul product placement tenutosi a Milano lo scorso 12 ottobre, si è affermata la necessità di un coinvolgimento reciproco tra cinema e brand sempre crescente, con opportunità legate a tutto il sistema, comprendendo anche la promozione e gli eventi.

Di seguito vi allego un articolo relativo al convegno di Milano pubblicato da Silvia Antonini su DailyMedia.it.

Gli operatori sul product placement: alto potenziale ma mercato ancora troppo piccolo
(articolo di Silvia Antonini)

C’è ancora parecchia strada da percorrere prima di riuscire a trasformare il cinema italiano in un’industria competitiva. Mancano le risorse economiche, e gli investimenti pubblicitari, secondo l’Upa, nel 2005 raggiungeranno gli 82 milioni di euro circa, più o meno quanto l’anno scorso. E adesso ci si mette anche la finanziaria 2005 e i tagli al Fus.

In questo contesto ci aveva provato il legislatore a dare una mano in minima parte: nel 2004, con la legge Urbani sul cinema, il mondo dei 35 millimetri incontra quello dei marchi pubblicitari. La pratica di inserire brand in un film si chiama product placement e in Usa è un mercato molto fiorente, che quest’anno è cresciuto del 15% circa rispetto al 2004. Ma in Italia questa resta un’opportunità in buona parte sulla carta, dato che i decreti attuativi sono vecchi di pochi mesi e i volumi non ancora abbastanza significativi. Eppure, il potenziale è alto, soprattutto oggi che attraverso i videoregistratori selettivi è possibile registrare programmi tv eliminando la pubblicità.

Di tutto questo si è parlato a Milano nella seconda puntata del convegno “Product placement: cinema e brand si incontrano”, organizzato da la Repubblica e Cinecittà Holding. Una ricerca condotta da Astra Demoskopea, su un campione di spettatori italiani che al cinema hanno visto due pellicole di produzione non Usa, ha evidenziato che il 50% ha notato i marchi inseriti nella storia, mentre complessivamente la reazione alla presenza evidente di prodotti ne ha disturbato, a diversi livelli, solo il 16%.

Va detto che, nonostante in generale l’atteggiamento degli spettatori sia tollerante, la propensione all’acquisto non ne risulta particolarmente sollecitata. L’utilizzo del product placement solleva alcune problematiche che, in primo luogo, riguardano i contenuti artistici del film.
Si tratta di scegliere, come ha sottolineato il critico de la Repubblica Roberto Nepoti, tra un inserimento coerente con la storia e uno del tutto avulso.

Cosa è meglio? Per Mark Workman, ceo della First Fireworks, agenzia che si occupa di product placement per marchi come Visa o Mercedes, la strategia del placement, come nel caso di un film di grande successo come “Pretty Woman” di cui però non si ricordano gli sponsor, è stata ampiamente superata da quella dell’integrazione tra prodotto e personaggio, vista molto bene in “Man in black” con gli occhiali da sole.
Il futuro, ormai alle porte, è quello del branded entertainment, progetti di comunicazione che presuppongono una perfetta coincidenza tra marchio, film e campagne pubblicitarie a sostegno del prodotto. Il film “National Treasure” con Nicholas Cage, sponsorizzato da Visa, al botteghino ha guadagnato350 milioni di euro, e per la carta di credito ha generato un incremento delle vendite del 15,7%.

L’Italia resta poco competitiva rispetto a Hollywood anche perché non esiste un vero star system, i nostri attori non hanno lo stesso potere di identificazione dei divi americani. Tutto ciò limita la possibilità di sviluppare un adeguato merchandising che, invece, rappresenta una parte importante dei profitti. Inoltre, la pubblicità è più interessata ai volti televisivi.

Una felice eccezione, sul fronte delle aziende, è rappresentata dalla pasta Garofalo, che ha deciso di investire sul cinema il 100% del proprio budget in comunicazione, tra product placement e campagne pubblicitarie al cinema. Nel 2006 il marchio sarà presente in ben quattro pellicole, tre realizzate in collaborazione con Cattleya e la quarta insieme alla Colorado Film, dal titolo “La cura del gorilla”, con Stefania Rocca e Claudio Bisio.

Alla gestione di un progetto di product placement devono concorrere anche strutture di consulenza, come la milanese Camelot, i centri media, le stesse case di produzione. Nel caso del film “L’uomo perfetto” di Luca Lucini, la presenza di Coca Cola è stata assicurata dall’azione congiunta di Starcom e Cattleya. Con l’azienda sono state concordate le scene di inserimento senza intervenire sulle modalità.
La visione di marchi durante la proiezione di un filmL´effetto della visione di marchi nel film

VIRAL VIDEO – Anche Ing Direct si butta nel viral mktg

C’era da aspettarselo. Un brand così non-convenzionale non poteva non sfruttare tutte le leve del nuovo marketing. Così Ing Direct lancia un minisito di video virali: si tratta di video barzellette pensate per enfatizzare i valori di non-convezionalità e positività che da sempre caratterizzano il primo marchio bancario prêt-à-porter.

Alcune di queste sono molto divertenti e l’obiettivo dichiarato dell’azienda è quello di generare un passaparola positivo sull’azienda e di parlare anche a chi si sente “allergico” al mondo dei servizi finanziari e sta cercando qualcosa di “veramente” nuovo.

La campagna prevede anche la pianificazione nei cinema (per tutto novembre, in oltre 900 sale cinematografiche) e un’azione di direct marketing. Non si esclude che in futuro gli spot possano apparire anche in tv. La direzione creativa della campagna è di Cesare Casiraghi.

La produzione è di Mercurio Cinematografica per la regia di Erminio Perocco e Va-h. Il budget della campagna: 225mila euro.

COM-PA: dopo 5 anni lavora il 95% dei laureati in scienze della comunicazione

BOLOGNA – A un anno dalla laurea in Scienze della comunicazione 72 ex studenti su cento hanno un lavoro e la percentuale sale al 91% dopo tre anni e al 95% dopo cinque. Di fatto una situazione di piena occupazione, anche se la transizione verso la stabilita’ arriva a medio termine: nel primo anno il 67% ha un lavoro atipico e solo dopo cinque anni il lavoro stabile arriva al 72% pareggiando la media nazionale.

Anche il guadagno netto in partenza e’ il linea con la situazione complessiva del Paese: 922 euro al mese, ma dopo un quinquennio il laureato arriva a 1.331 euro, decisamente di piu’ rispetto al complesso dei laureati.

I dati sulla condizione occupazionale prendono in esame i laureati pre-riforma di 24 universita’ e fanno parte della ricerca di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario cui aderiscono 43 atenei italiani. Li ha presentati Andrea Cammelli, professore di Statistica sociale a Bologna e direttore di Almalaurea, al terzo Incontro degli studenti e dei docenti di Scienze della comunicazione che si e’ tenuto nell’ ambito del Com.Pa il salone della comunicazione pubblica. Gli studenti di questa facolta’, ha spiegato Cammelli, si laureano in tempi brevi e con ottimi voti, usciti dall’ universita’ si inseriscono facilmente nel mercato del lavoro anche perche’ hanno buona padronanza degli strumenti informatici e conoscono bene l’ inglese.

Un aspetto che ha sottolineato anche Pierluigi Magnaschi, direttore dell’ Ansa: ”Un ragazzo che abbia 20 anni e che non sappia perfettamente l’ inglese assomiglia ad uno zoppo che abbia il sogno di vincere i cento metri alle Olimpiadi. Se spera di lavorare nel giornalismo deve rendersi conto che sara’ destinato ad essere un giornalista di serie B”.

Magnaschi ha spiegato l’ internazionalizzazione dell’ informazione portando anche l’ esempio della neonata Ansamed, l’ agenzia che parla del Mediterraneo ai mediterranei, cui hanno gia’ aderito le principali agenzie della regione e nella quale per chi ci lavora e’ indispensabile la perfetta padronanza della lingua piu’ importante, ma molto importante e’ la conoscenza delle altre, a partire dall’ arabo.

Sul fronte del lavoro, se Carlo Lefebvre, coordinatore tecnico-scientifico del Formez, ha spiegato che potra’ ancora crescere quella percentuale (ora l’ 11%) dei laureati in comunicazione che e’ impiegato nella Pubblica amministrazione, Carlo Morcellini, preside a La Sapienza e presidente della Conferenza nazionale delle facolta’ di Scienze della comunicazione, nella nota introduttiva ha avuto parole di critica sul mercato del lavoro ”le cui risposte alle provocazioni della modernita’, e in particolare alla qualita’ media dei laureati in comunicazione, hanno caratteristiche di evoluzione modesta o, in qualche caso, di stallo”.

Morcellini ha chiamato in causa ”l’arretratezza nel processo di maturazione del sistema politico, economico, comunicativo e persino di quello universitario, rispetto alla domanda di formazione che proviene dalle culture giovanili”. A tutto questo, ha aggiunto, si somma una crisi profonda ”la progressiva precarizzazione del lavoro, che sembra proporsi come metafora regressiva della nostra societa”’.

© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 04/11/2005 17:30

Seminario Understanding word of mouth – Bologna, 3 novembre

Il Professor Robert East, docente di Consumer Behaviour al Kingston Business School terrà un seminario dal titolo Understanding word of mouth, presso il
Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Universita’ di Bologna il 3 novembre 2005.

Relatore: Prof. Robert East (Kingston University, UK)
Data: 3 novembre 2005
Luogo: via Belle Arti, 41 – 40126 Bologna, ore 14-16 Aula 2

Di seguito un abstract del lavoro del professor Robert East

Cosa vi spinge a comprare quell’iPod o a scegliere quel parrucchiere piuttosto che un altro?. Qualche volta è la pubblicità, altre volte è il vostro punto di vista, ma spesso è un consiglio di qualcun altro o il passaparola (o anche è una combinazione di tali fattori).

Nonostante la sua importanza, il word of mouth è poco studiato. Dal momento che non capita spesso, è difficile da osservare. Il risultato è che ci sono poche testimonianze evidenti ma questo non frena le persone nel credere in tale mezzo. In particolare, i marketers sembrano essere certi che il passaparola negativo sia più comune e più forte di quello positivo.

Negli ultimi 5 anni, ho provato a chiarire lo schema alla base del word-of-mouth e la prima fase di questo lavoro è ora in larga parte completata. Sembra che le credenze diffuse siano del tutto sbagliate. In diversi studi abbiamo scoperto che il passaparola positivo è sempre più frequente di quello negativo, in media è superiore di circa tre volte.

Usando diverse unità di misura si ottengono gli stessi risultati. Ora sappiamo spiegare perchè si giunge ad essi. Sappiamo anche che il passaparola positivo ha un impatto uguale o maggiore del passaparola negativo. In più abbiamo scoperto che le categorie che ricevono un passaparola negativo hanno anche un effetto passaparola positivo, e che le persone che emettono un passaparola negativo siano più credibili nel fare al contempo passaparola positivo.

Ma come dobbiamo sfruttare questi dati? Non è semplice. I target groups devono essere identificati e indirizzati e abbiamo bisogno di sapere cosa dire loro. Anche in questo il lavoro suggerisce modi in cui ulteriori ricerche, l’uso di database e la scelta dei media possono essere sfruttati per contrastare il passaparola negativo e promuovere quello positivo.

Breve biografia
Robert East è professore di ‘consumer behaviour’ presso la Kingston Business School. Compiendo studi di psicologia sociale ha ottenuto il dottorato alla Sussex University.
Dopo attività di ricerca alla London Business School, ha pubblicato il suo primo libro, ‘Changing Consumer Behaviour’, un approccio behaviour-oriented che riflette la supervisione di Andrew Ehrenberg.
Una revisione ed un approfondimento di questo testo compaiono nel 1997. Il suo libro più recente è The Effect of Advertising and Display, pubblicato da Kluwer in 2003.

Il marketing nei campus? E’ word-of-mouth

In anni in cui il tanto ambito target degli studenti non può più essere raggiunto così facilmente tramite la tv, la radio o i giornali, e dal momento che strumenti come i digital video recorder, gli iPod e Internet mettono in crisi i tradizionali modelli pubblicitari, diventa necessario per i marketers ridefinire i propri concetti sui mezzi di comunicazione e sviluppare nuovi schemi di azione.

A tal proposito è illuminante quanto ha mostrato lo studio di Intelliseek sul Consumer Generated Media.

Lo studio rileva l’importanza che per i consumatori rivestono i consigli degli altri consumatori (il 50% è più influenzato dal passaparola dei conoscenti che dalla pubblicità televisiva e radiofonica) e sottolinea che i giovani sono il segmento più propenso alla creazione di Consumer Generated Media.

Ecco allora che dagli Stati Uniti provengono i primi esempi di aziende che applicano in modo creativo e strategico tecniche di word-of-mouth marketing per raggiungere l’esclusivo ma critico target degli studenti.

La tattica utilizzata è stata definita ‘student ambassador tactic’ e rappresenta un’esemplare via per stimolare il tanto agognato effetto word-of-mouth tra il pubblico giovanile. Microsoft è solo una delle tante società che la sta sperimentando.

Aziende di nicchia quali JetBlue, Airways, The Cartoon Network e Victoria’s Secret, ne sono già convinte sostenitrici.

La ‘tattica dello studente ambasciatore’ consiste nell’arruolare studenti per consigliare e vendere prodotti ai loro coetanei.

Una società che volesse applicare questa tattica non deve far altro che spingere studenti universitari ‘selezionati’ ad essere ambasciatori di un prodotto presso la loro sede universitaria. Il resto dovrebbe scattare da sé grazie all’effetto word-of-mouth…

“E’ cambiato il modo in cui le aziende fanno marketing per raggiungere gli studenti del college”, sostiene Matt Britton, manager di Mr. Youth, azienda di New York specializzata in ‘college student marketing’. “La tattica degli studenti ambasciatori abbraccia tutti gli elementi che nella società odierna si rivelano più efficaci come il peer to peer ed il word-of-mouth, è flessibile e rompe nella confusione degli altri media. Ed inoltre opera e si diffonde molto velocemente”.

Il presupposto fondamentale è che gli studenti selezionati per la carica di ambasciatori devono essere dei veri e propri leaders del campus, con un gran numero di relazioni sociali da sfruttare per le finalità di marketing.

Parliamo di opinion leaders, ma il loro ruolo e la loro importanza non è certo una novità, dal momento che hanno rappresentato da sempre uno dei target preferenziali della pubblicità. E non è neppure una novità l’influenza della dimensione sociale sull’agire di consumo.

La vera innovazione introdotta dalla ‘student ambassador tactic’ è la possibilità di indirizzare e sfruttare in maniera strategica e creativa il processo di influenza sulla società, stimolando il tanto desiderato effetto passaparola attraverso l’utilizzo di tecniche di marketing non-convenzionale.

Gli studenti selezionati, ovvero i leader universitari, devono infatti non solo dedicare circa 10 o 15 ore alla settimana a parlare agli amici dei prodotti dell’azienda che li ha ingaggiati, assicurarne la visibilità come sponsor agli eventi del campus e spingere i reporters dei giornali universitari a menzionare i prodotti negli articoli redazionali. Essi devono anche tappezzare le bacheche universitarie con posters, appiccicare sticker, diffondere volantini e scrivere o disegnare col gesso il nome/logo dell’azienda sui marciapiedi – tattiche di guerrilla e street marketing che ‘intenzionalmente’ rasentano il limite delle regole dei campus.

Come spingere gli studenti a fare tutto questo? Compensandoli abbondantemente con gli stessi prodotti che divulgano e/o con un piccolo-grande assegnetto (dipende dal bilancio dell’azienda lo emette!)…

C’è anche da dire che la stessa esperienza lavorativa nel complesso rappresenta un incentivo a diffondere il verbo dell’azienda: un vero e proprio tirocinio formativo nel campo del marketing e della comunicazione, ed in particolare delle pubbliche relazioni, che può anche significare una possibilità di inserimento, dopo la laurea, nell’azienda da cui si è stati ingaggiati.

Le società che utilizzano la tecnica degli ‘inviati speciali’ nei campus universitari sono attente anche al monitoraggio e controllo dei risultati. Ad esempio Microsoft monitora il lavoro degli ambasciatori registrando il numero di download dei suoi software effettuati dai campus. Mr Youth utilizza invece un portale online dove gli studenti-leader inseriscono il numero di volantini diffusi e di sticker appiccicati, gli indirizzi e-mail raccolti, ed il gradimento del prodotto presso il loro gruppo di contatti.

La sfiducia e l’indifferenza nei confronti dei messaggi pubblicitari tradizionali sono elementi che rendono ancora più efficace la tecnica della creazione di passaparola nei campus per raggiungere il target giovanile.

Ognuno nella propria cerchia di amici ha qualcuno che svolge il ruolo di consigliere: il suo ruolo e i bisogni che esso crea attraverso l’effetto passaparola, devono essere riconosciuti e sfruttati dalle aziende in maniera adeguata.

Inoltre, il word of mouth tra gli studenti fa leva sul sentimento di fiducia, elemento alla base del marketing efficace. Infatti, secondo quanto emerge da interviste a studenti di college americani, si ascoltano i consigli degli amici perché ci si fida, sono ‘allo stesso livello’ e non si pensa mai che possano volerti vendere un prodotto, ma solo darti un’opinione.

Se allora i media tradizionali non servono più per raggiungere il pubblico degli studenti, quale tecnica migliore del passaparola nei campus?

Contenuti virali per tutti i dirty boys

Axe, la linea di deodoranti per uomo di Unilever, promuove i propri prodotti dall’efficacia infallibile come alleati perfetti per una vita ricca di nuove esperienze, e lo fa attraverso un sito che mostra l’incontenibile effetto che i prodotti Axe esercitano sul sesso femminile.

Rivolto a tutti i dirty boys che hanno voglia di divertirsi, il sito Theaxeeffect è davvero pieno di contenuti virali e, dopo averci navigato in lungo e in largo per delle ore, sono convinta di non averli ancora scoperti tutti!

Innanzitutto è possibile divertirsi con quattro video virali che mostrano “How dirty boys get clean” e numerosi advergame online e giochi da scaricare, ognuno abbinato ad un prodotto della linea Axe, tra i quali il gioco per un pubblico adulto Mojo Master che promuove “New Axe Unlimited”, l’ultimo prodotto lanciato dal brand di deodoranti.

Poi un concorso a premi, sexy screens e wallpapers, e i desktop V.I.X.E.N.S. – “Very Interactive Xtremely Entertaining Naughty Supermodels” – ovvero desktop che assumono le sembianze di una coniglietta, una provocante pastorella con la sua pecora ubbidiente ed una cameriera sexy (i soliti stereotipi maschili!).

Ma soprattutto c’è Pitman, lo strano essere che ha scatenato la mia fantasia e curiosità: una sorta di tronco dotato di piedi e con una leggera peluria che sembra far impazzire le donne!

Secondo voi di cosa si tratta? Abbiamo avanzato qualche ipotesi sulla sua identità, ma personalmente non ne sono ancora convinta…
L´homepage del sito theaxeeffectUn sexy advergameIl mitico Pitman

Halloween e siti web: attenzione al Virus da… zucca!

Secondo una ricerca di Nielsen/NetRatings la prima settimana di ottobre è quella più attiva nei preparativi di Halloween ed il traffico di utenti dei siti dedicati a questa festa raggiunge la vetta durante la settimana che va dal 2 al 9 ottobre.
Buycostumes.com è uno di questi siti: nella prima settimana di ottobre ha registrato ben 700,000 visitatori unici, mentre già nella settimana successiva ha visto una diminuzione del 7%.

Liquidgeneration.com è il sito di Halloween il cui numero di utenti è cresciuto più velocemente nella settimana che va dal 2 al 9 ottobre con una crescita del 163% rispetto alla settimana precedente. E, si tratterebbe di un’eccezione, il trend positivo è continuato anche nella settimana successiva, dal momento che si è registrata una crescita di un ulteriore 45% nella settimana che termina il 16 ottobre.
Questo sito conferisce alla festa di Halloween un aspetto decisamente high-tech e propone cartoni interattivi in flash che spingono gli utenti a costruirsi online la propria zucca di Halloween per poi incitarli ad inviarla ad amici e parenti. Questa crescita esponenziale degli utenti può essere effettivamente attribuita agli effetti del marketing virale.

Durante la settimana dal 2 al 9 ottobre lillianvernon.com , che si definisce l’ “Halloween Hauntquarters” ha attirato ben 395,000 visitatori unici prima di ritornare,intorno al 16 ottobre, al suo traffico medio.

Infine Kraft Food & Cooking e FamilyFun.com, offrendo ricette e suggerimenti x decorazioni di Halloween hanno raggiunto il massimo degli accessi nella prima settimana di ottobre registrando un audience complessivo di 1.1 milione e crescendo del 48% rispetto alla settimana precedente.
Guarda i dati della ricerca