Tutto quello che devi sapere per fare (bene) video marketing sui social

Dai siti ai social network, dagli annunci pubblicitari a ogni altra piattaforma digitale, i contenuti video hanno invaso il web e la nostra quotidianità, non è un segreto per nessuno. Il video marketing, però, non è solo un trend in crescita tra i professionisti del marketing: è anche il contenuto preferito dai consumatori.
E questo, per noi, significa compiere una transizione, dal testo scritto al contenuto video. Basta sapere che il video è uno dei trend anche del 2018 per convincerci a investire nel video marketing? In questo articolo, dati alla mano, capiremo insieme perché fare video marketing, analizzeremo cosa funziona sul web e quali sono i formati sono più adatti per Facebook, Youtube, Instagram, Twitter e Snapchat.

Video marketing, perché farlo

Come fare un video che funzioni sui social
Prima di creare una cultura dei video all’interno della tua azienda o dell’azienda per cui lavori, è importante capire perché farlo, e come.

Ecco 12 statistiche che ci rivelano perché il web continua a investire nel video marketing:

1. Dopo aver guardato un video, il 64% degli utenti ha più probabilità di acquistare un prodotto.
2. L’utilizzo di un video su una pagina di destinazione può aumentare le conversioni dell’80%.
3. L’utilizzo di video nelle email comporta un aumento delle percentuali di clic del 200-300%.
4. Il 90% degli utenti afferma che i video sui prodotti sono utili nel processo decisionale.
5. Il 75% dei dirigenti guarda video relativi al proprio lavoro su siti web aziendali almeno una volta alla settimana.
6. L’utente medio è esposto a circa 32.3 video al mese.
7. YouTube dichiara che il consumo di video da mobile aumenta del 100% ogni anno.
8. Includere un video esplicativo nella home page del sito web di un’azienda può aumentare i tassi di conversione fino all’80%.
9. I video possono aumentare del 53% le probabilità che un’azienda compaia nella prima pagina delle ricerche Google.
10. Se i video sono abbastanza coinvolgenti, il 76% degli utenti condividerà i contenuti del brand.
11. Il 39% dei dirigenti di un’azienda chiama il fornitore di servizi di cui ha bisogno dopo aver visto un video che racconta la storia del brand e che vende ciò di cui necessita la sua azienda
12. Un utente medio di Internet passa 16 minuti al giorno a guardare annunci video online.
Nonostante questi numeri, le aziende hanno ancora oggi delle riserve sul video marketing. Alcune sono preoccupate per il costo delle attrezzature e della produzione, altre non si sentono del tutto a loro agio al pensiero di dover comparire davanti a una telecamera, e altre ancora non sanno come iniziare e che tipo di video realizzare.

Video marketing, cosa funziona sul web

Come fare un video che funzioni sui social
Oggi, la domanda che dovremmo porci prima di iniziare a fare video non è più se sia o meno possibile raggiungere milioni di potenziali clienti, ma qual è il modo più veloce ed efficiente per farlo. E per rispondere a questa domanda, ci siamo chiesti: cosa funziona sul web?

Funzionano i video “explainer”, da inserire, ad esempio, sulla home page del sito web aziendale, e attraverso i quali raccontare chi sei, cosa fai, quali sono i valori dell’azienda, spiegando con termini facili i concetti difficili del tuo settore, o le caratteristiche dei prodotti che vende il tuo brand.
Funzionano i video con le testimonianze dei clienti e in cui si dà voce alla loro esperienza con il prodotto o servizio dell’azienda. Dire la verità paga, e aiuta a costruire una relazione di fiducia tra consumatori e brand, che sta alla base di qualunque processo di conversione e vendita.
Funzionano i video in cui viene mostrato in che modo i prodotti di un brand possono soddisfare le esigenze e i bisogni dei clienti, risolvendo i loro problemi; i video autentici, pensati per coinvolgere, emozionare e divertire il pubblico. Video che, se ben realizzati, scritti e prodotti, conquisteranno il tuo target e aiuteranno l’azienda a promuovere al meglio se stessa.

Tutti vogliono ascoltare un bel racconto, e il web è il giusto luogo in cui mostrare il tuo video-racconto. Lo abbiamo già detto, il successo della tua strategia dipende dalla relazione di fiducia che riesci a creare tra brand e consumatore finale, il che rende ancora più importante stabilire una forte connessione con il target a cui ti rivolgi, e il video è lo strumento che ha maggiori probabilità, rispetto al contenuto scritto, di stabilire questa connessione.

Torniamo un momento ai nostri dati. Abbiamo detto che un utente medio di Internet è esposto a circa 32.3 video al mese e passa 16 minuti al giorno a guardare annunci video online. Non vorresti che in almeno un minuto di quei 16, ci fossero i tuoi contenuti?

Il video marketing sui social media

Come fare un video che funzioni sui social
Una volta che sai che tipo di video creare, arriva il momento di scegliere i canali attraverso cui veicolarli. A partire dai dati condivisi da Filmora Wondershare, vediamo insieme le principali caratteristiche dei video da veicolare su Facebook, YouTube, Instagram, Snapchat o Twitter, con i loro pro e contro.

Iniziamo da Facebook, dove ogni giorno si registrano più di 4 miliardi di visualizzazioni video, di cui il 75% avviene dai dispositivi mobili.
Caricabili sia da desktop che da mobile, i video su Facebook sono indicati per quei brand che desiderano incrementare la propria reach attraverso contenuti potenzialmente virali, o che vogliono puntare su contenuti live, mentre non sono adatti per quei brand che devono ancora lavorare molto sull’engagement e sulla costruzione della propria fan base. Sono una buona soluzione, invece, per obiettivi di awareness, per interagire con il pubblico, e se riesci nell’impresa e ottieni un buon engagement (like, commenti, condivisioni) avrai più possibilità di apparire nel newsfeed degli utenti di Facebook. Unico neo: i video su Facebook hanno una durata limitata (20 minuti), sono invisibili al di fuori della piattaforma, e può non essere semplice inserire, all’interno del video, una call to action o un link.

I video su Youtube, piattaforma con oltre un miliardo di utenti in tutto il mondo e centinaia di milioni di ore di video guardate ogni giorno, sono consigliati per chi intende puntare sulla definizione della propria audience, mentre, a causa dell’algoritmo di YouTube, non sono una buona soluzione per quei brand che hanno una strategia basata su notizie e trend dell’ultima ora. Caricabili sia da desktop che da mobile, la nota positiva dei video su Youtube è che la piattaforma è di proprietà di Google, per cui ai contenuti video vengono attribuiti rank più alti rispetto ai video caricati su altre piattaforme, il che significa avere maggiori probabilità di comparire nelle prime posizioni dei risultati del motore di ricerca su particolari parole chiave. Quindi, il video su YouTube è l’ideale per chi intende costruire una forte community intorno al proprio brand, ma è un ambiente in cui è anche difficile distinguersi a causa delle dimensioni della piattaforma. E la durata massima dei video da caricare su YouTube? 11 ore.

Su Instagram, che conta 300 milioni di utenti attivi al mese, la durata dei video ha invece il limite di 60 secondi, e, al momento, li si può caricare solo da mobile. È la piattaforma ideale per chi desidera umanizzare il brand e raggiungere i Millennial o comunque un pubblico generalmente più giovane, ed essendo di proprietà di Facebook, è possibile usare molti dei preziosi e dettagliati dati raccolti con le Facebook ads. Tuttavia, è più difficile portare gli utenti a visitare un sito web, o inserire link nei video; non solo: ovviamente non sono adatti per chi vuole puntare sui contenuti “long form”, più indicati per Facebook e YouTube.
Quali sono i contenuti long form? Le rassegne, le interviste, i video educativi, i panel di discussione, e gli eventi. Gli “short form” invece sono i tuor all’interno degli uffici della tua azienda, il lancio di un prodotto, il backstage di un evento aziendale, una breve video intervista durante un evento, consigli su come fare qualcosa, una sessione di domande e risposte.
Oltre che per Instagram, quello della “short form” è il formato più adatto anche per Snapchat e Twitter.

Snapchat, usabile solo da mobile, ha oltre 100 milioni di utenti attivi ogni giorno, si rivolge a un pubblico giovane, tra i 16 e i 25 anni, e i contenuti postati su questa piattaforma hanno una durata di 24 ore. Nella progettazione della tua strategia, non puoi non prendere in considerazione questi dati. I video su Snapchat possono durare fino a 10 secondi e sono indicati per mostrare cosa accade dietro le quinte di un evento o un’azienda, ma non è consentito utilizzare gli hashtag o altri stratagemmi per fare in modo che le persone trovino con facilità il brand; inoltre non è adatto per i brand che hanno bisogno di insight dettagliati sulla propria audience.

Chiudiamo con Twitter, da cui è possibile caricare video non più lunghi di 30 secondi, sia da mobile che da desktop. Integrato con Pericope, è un potente strumento di engagement con gli utenti, ma può essere difficile targettizzare audience specifiche; inoltre, i contenuti hanno una durata, in termini di visibilità, estremamente breve.

Se nessuno conosce il tuo brand, è difficile vendere i servizi che offri, indipendentemente dalla loro qualità. I social media ci hanno permesso di far sentire la nostra voce in tutto il mondo, e questo significa che raggiungere le persone ovunque siano, è fattibile.

Ricorda che un singolo minuto di un video vale 1,8 milioni di parole. Se ti abbiamo convinto, lavora alla tua video strategy a partire da oggi stesso. Scegli l’obiettivo e pensa a cosa vuoi ottenere con il tuo video, rifletti sulla storia che puoi raccontare, non dimenticare di inserire una call to action, testa il formato lungo o breve, individua le piattaforme su cui pubblicare i tuoi contenuti e gli strumenti per realizzarli, stila un elenco dei punti che intendi trattare nei tuoi video, respira, accendi la videocamera, e registra. E se non sei soddisfatto del risultato, elimina e inizia daccapo. Quando sarai pronto, promuovi il contenuto video sui tuoi social network, chiedi un feedback al tuo pubblico e consigli sui prossimi contenuti da trattare.

Chi sono i Top Under 30 del tech, secondo Forbes

Cosa non invecchia mai? Il desiderio di reinventare il mondo! È così che Forbes ci invita a curiosare in una delle classifiche più ambite dai giovanissimi di tutto il mondo. È stata, infatti, presentata anche quest’anno la classifica di Forbes degli Under 30 più meritevoli in diversi 20 settori.

In totale sono 600, divisi in 20 categorie i giovani tra i 20 e i 30 ad essere considerati tra i più lodevoli. Le categorie sono le più diverse dal retail all’healthcare dal food al finance: nella sua settima edizione Forbes ha rilasciato la classifica dei “30 Under 30” del 2018, in cui fanno parte dirigenti, ricercatori, ma anche celebrity famose.
I candidati provengono da 50 paesi differenti e ogni categoria viene valutata da un gruppo di giudici competente in quel rispettivo campo.

Chi sono i 30 Under 30 più rilevanti nel mondo tech?

Un fattore che secondo Forbes accomuna i 30 Under 30 in Enterprise Tech è l’utilizzo nell’Intelligenza Artificiale, argomento molto discusso negli ultimi tempi e che sicuro sarà oggetto di numerosi miglioramenti in futuro, forse non troppo lontano.

Prima di rivelarvi i casi più interessanti partiamo dicendo fin dall’inizio chi ha fatto parte della giuria.
Tra i giudici d’eccezione di questa categoria troviamo:
– Stewart Butterfield – Cofounder, Slack
– Theresia Gouw – Cofounder, Aspect Ventures
– Chris Wanstrath – Cofounder, Github (Under 30 Class of 2012)

Ecco, ora possiamo svelarvi alcuni dei casi più interessanti per questa sezione:

Greg Brockman, 29 anni, sviluppo responsabile dell’AI

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Greg Brockman

Brockman ha posto l’intelligenza artificiale come focus principale del suo business, OpenAI, una società di ricerca senza fini di lucro. L’intelligenza artificiale “sarà la tecnologia più rivoluzionaria mai creata dagli esseri umani e ci dovrebbe essere un’organizzazione impegnata a garantire una trasformazione positiva”, afferma Brockman, che ora è CTO di OpenAI.
In due anni, Brockman ha reclutato i migliori ricercatori di AI e hanno scritto il documento “Concrete Problems in AI Safety“, che definisce un programma per la sicurezza dell’AI.

Sameep Tandon, 27 anni, guida sicura con AI

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Sameep Tandon è il fondatore di Drive.Ai dove sta sviluppando un software AI per veicoli autonomi utilizzando l’apprendimento profondo (Deep Learning), che ritiene sia la chiave per il futuro dei trasporti, in grado di salvare vite e trasformare industrie.
L’apprendimento profondo è una forma avanzata di intelligenza artificiale che impara e opera in modo simile al cervello umano, e potrebbe aiutare a costruire auto senza conducenti, più sicure e intelligenti. Il risultato in continua evoluzione è la tecnologia costruita per identificare i pedoni, avvisare gli esseri umani e come rispondere a tali ostacoli. Con $ 77 milioni di finanziamenti, Drive.ai è diventata una delle prime società a schierare auto a guida autonoma in California.

Tiffany Chu, 29 e Daniel Getleman 27 anni, trasporto pubblico

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Tiffany Chu e Daniel Getleman

Loro sono i fondatori di Remix, una piattaforma di trasporto pubblico utilizzata da oltre 200 agenzie in tutto il mondo. Con un finanziamento di $ 10 milioni, Remix valuta i dati di transito e suggerisce miglioramenti, da deviazioni temporanee e modifiche periodiche del servizio, alla completa riprogettazione del sistema.

Leif K-Brooks, 27 anni, AI e messaggistica

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Leif K-Brooks

Secondo Leif K-Brooks il futuro del commercio sono le app di messaggistica. Leif K-Brooks, all’età di 18 anni ha fondato Omegle, una piattaforma di chat usata da milioni di persone. In seguito si unisce agli under 30, Ben Parr e Matt Schlicht e creano Octane AI, azienda che sviluppa chatbot per brand come Kiehl’s, così come per celebrità come Jason Derulo, Maroon 5 e 50 Cent.

Hai più o meno 50 e non sei felice? È l’età dell’insoddisfazione (e sei in buona compagnia)

La crisi di mezza età non sembra essere una leggenda. A dimostrarlo sono i dati della General Social Survey dell’Università di Chicago che sono stati riportati dal New York Times. Oggetto dell’indagine il livello di soddisfazione finanziaria delle varie fasce della popolazione americana nel 2016. Risultato? Più ci si avvicina ai 50 anni, meno si è felici del grado di realizzazione economica raggiunto. E attraversando l’Oceano fino ad arrivare nel nostro paese, i numeri dell’Istat (qui è possibile leggere l’intero rapporto sull’argomento) restituiscono più o meno la stessa realtà: i cittadini che hanno un’età compresa tra i 45 e i 54 anni esprimono un giudizio sulla soddisfazione per la propria vita inferiore rispetto alla generazione che li precede.

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L’età dell’insoddisfazione

I punteggi rilevati in Italia dall’indagine Istat sulla soddisfazione dei cittadini sono risultati in generale più elevati rispetto al passato: il 54 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni si è detto molto soddisfatto della propria vita. Giudizi analoghi per il 34,4 per cento delle persone oltre i 75 anni di età. E mentre i “giovani adulti” e i “giovani anziani” (rispettivamente 35-44 e 65-74 anni) sono le categorie che si ritengono più soddisfatte, è proprio la mezza età quella in cui la tendenza prevalente è a considerare negativamente la propria esistenza.

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Generazione irritabile

Negli Stati Uniti è stata coniata una definizione per questa fascia di popolazione: Generation Grumpy. È un’espressione che descrive il loro grado di irritabilità dovuto a un’inversione di tendenza riscontrata negli ultimi dieci anni. Se fino a un decennio fa con l’avanzare dell’età aumentava anche la soddisfazione per la propria vita finanziaria e lavorativa, i nati tra il 1962 e il 1971 sono il 12 per cento più inclini a essere insoddisfatti per la loro situazione economica e il 18 per cento più portati a dirsi infelici. In altre parole, questa generazione si è portata con sè il sentimento di ansia e di insoddisfazione che aveva manifestato quando aveva 20 anni.

Stipendi e differenze di genere

Anche se rispetto al 2015 la situazione risulta migliorata in Italia, i dati raccolti dall’Istat nel nostro paese segnalano la stessa tendenza a un minore grado di felicità con l’aumentare dell’età. A incidere su questa sensazione c’è l’inserimento nel mercato del lavoro, il titolo di studio e la posizione occupata nella professione. Da valutare ovviamente anche il dato economico. I ricercatori statunitensi hanno messo in risalto che gli stipendi di chi in America oggi si avvicina ai 50 anni sono scesi nel corso del tempo. E soprattutto in quella fascia di età si raggiunge una retribuzione massima che non è possibile più migliorare con gli anni.

In altre parole, gli appartenenti a questa categoria non hanno vissuto i vantaggi del boom economico che faceva profilare davanti a sé un cammino di miglioramento economico apparentemente inarrestabile e facevano sembrare impossibile la prospettiva della disoccupazione. A queste considerazioni si aggiunge anche la disparità di genere nella retribuzione che rimane un problema importante sia negli Stati Uniti che in Europa: le donne guadagnano ancora il 20 per cento in meno degli uomini in America. Per l’Europa il dato si attesta in media intorno al 17 per cento.

Freedom on the net

Davvero i governi manipolano i social?

Nell’epoca della Russia che entra in gioco nelle elezioni del Presidente degli Stati Uniti d’America, delle Fake News confezionate ad arte, dell’accesso vietato ai social in alcune nazioni del mondo, la risposta al titolo dell’articolo è secca, spietata e per certi versi scontata: in alcune parti del mondo, sì.

Secondo Freedom House, ONG che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani, cresce a livello mondiale il numero di governi che prendono il controllo dei social network per manipolarne i contenuti e reprimere il dissenso online.

Freedom on the net

Freedom on the Net 2017 è il nome del report che ogni anno indica lo status del rapporto tra utilizzo libero della rete e dei social network e di 65 paesi nel mondo e che indica il tasso di penetrazione delle manipolazioni effettuate dai governi, e il dato che subito risalta all’occhio è che nel periodo preso in analisi Solo 13 dei 65 Paesi presi in esame hanno migliorato la qualità, la libertà e la trasparenza della loro informazione. In poche parole, meno di un quarto degli utenti totali in possesso di una connessione internet possono accedervi in totale libertà.
Non solo Stati Uniti e Russiagate, secondo il report, anche altri 17 paesi hanno subito interferenze tramite social network e mezzi di informazione durante il loro periodo elettorale: fake news al vetriolo, informazioni manipolate, disinformazione e atti di sabotaggio sono stati perpetrati ed accertati nei confronti della libera costruzione di un’opinione pubblica dei cittadini delle nazioni costrette (il più delle volte inconsciamente) a subire.

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Ma come agiscono questi meccanismi di distorsione di massa? Beh, c’è veramente un’ampia varietà di scelta: dalla Cina (che anche quest’anno vince il premio di maggiore oppressore per il terzo anno consecutivo), che vieta l’accesso alle pagine straniere e non approvate dal governo, alla Russia che come ormai ben noto ha addestrato vere e proprie squadre di troll pronte ad interferire nella campagna elettorale americana, alla più svariata produzione da parte di regimi più o meno riconosciuti di contenuti Pro-Governo, all’utilizzo di Bot pronti a rispondere e ad infangare i loro avversari politici in qualsiasi momento e su qualsiasi contenuto da loro pubblicato, fino ad arrivare ai veri e propri “TROLL PAKATI” pronti a commentare e a difendere a spada tratta i loro governi e – last, but not the least-  i “tradizionali” attacchi fisici nei confronti degli oppositori.

Ma probabilmente le tecniche più devastanti e che destano più sconcerto restano quelle applicate alla limitazione delle funzioni delle reti mobile e al divieto di utilizzo delle dirette live (soprattutto durante proteste e rivolte), con disservizi pronti a capitare proprio durante periodi particolari dell’anno, come ad esempio durante gli appuntamenti elettorali.

 

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Tutto questo protende a generare un continuo declino nella libertà di informazione online, ormai da 7 anni a questa parte.
Gli effetti devastanti delle tecniche di disinformazione però non tardano a farsi notare ovviamente a discapito della libertà di pensiero e della varietà di orizzonti dell’utenza sottoposta a tale “violenza”.
Non è raro infatti che la realtà percepita attraverso ciò che filtra dagli organi di informazione controllati risulti edulcorata rispetto a quello che poi rispecchia lo stato reale delle cose. Il risultante stato di alienazione di chi viene sottoposto e bombardato continuamente dalla verità che è purtroppo costretta a sentire, riesce a porre tutto l’audience in una vera e propria bolla isolata dalla realtà, tutto questo in barba ai principi di attivismo civico e democrazia.

Ma quali saranno gli scenari futuri prospettati da Freedom House?
Trovate tutte le risposte alle domande, gli approfondimenti e le statistiche qui nel report Freedom on the net.
Anche perché sappiamo bene che dopotutto, la libertà d’espressione non è un’opinione, o almeno per ora.

Quali sono i nuovi lavori e i profili digital più richiesti oggi dalle aziende

Lo sappiamo: la digital transformation sta investendo i luoghi di lavoro. Un fattore primario è in grado di determinare quali aziende saranno in grado di governare il cambiamento per raggiungere un vantaggio competitivo nel mercato: il talento di impiegati e collaboratori.

Attirare e coltivare talenti in azienda non significa solo selezionare persone che abbiano già sviluppato digital skills (abilità e maturità digitale), ma vuol dire permettere a ogni dipendente di sviluppare e aggiornare in modo costante le proprie conoscenze e capacità,  per adattarsi alla continua evoluzione di processi e tecnologie nel lavoro di oggi.

Forgiare e migliorare le skill digitali del personale è il primo passo per rispondere alle sfide dell’Industria 4.0, dei robot e dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e dei Big Data, così come di tutti i nuovi modelli di business digitale.

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Sfide e previsioni per il futuro del lavoro

Le stesse tecnologie evolvono molto rapidamente e la necessità di un aggiornamento costante per chi debba utilizzarle diventa sempre più urgente, tanto che entro il 2020 si prevede, secondo uno studio di Gartner, che il 30% dei posti di lavoro non troverà una corrispondente offerta nel mercato, proprio a causa della carenza di talenti digitali.

La più grande sfida di oggi e per il prossimo futuro è quindi quella di far crescere il personale qualificato, anche all’interno delle stesse aziende in cui queste persone sono già attualmente impiegate.

In che modo? Innanzitutto grazie alla diffusione di una nuova cultura aziendale, in cui la padronanza delle competenze digitali diventi fondamentale per tenere il passo con le richieste del mercato, permettendo all’azienda di rimanere competitiva.

«Mentre il lavoro è diventato più flessibile, troppo spesso l’apprendimento e le competenze non corrispondono a questa flessibilità», ha recentemente sottolineato Matthew Taylor, Chief Executive of the Royal Society of the Arts.

LEGGI ANCHE: Come misurare il ROI di un programma di formazione aziendale

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I nuovi profili necessari in azienda

Boston Consulting Group (BCG) ha individuato sei aree in cui i talenti digitali possono avere oggi il loro massimo impatto:

  1. digital business
  2. digital marketing 
  3. sviluppo
  4. analisi
  5. Industry 4.0
  6. nuovi modi di lavorare

Proprio sulla base di queste aree, BCG ha anche stilato una lista di profili digitali utili per fronteggiare la digital transformation: si va dal Digital Venture Strategist, in grado di condurre qualsiasi fase di sviluppo del business digitale come leader, al Marketing Automation Specialist, che supporta il reparto digital marketing utilizzando bot e intelligenza artificiale per l’interazione con i clienti online. Si passa dagli UI (user interface) e UX (user experience) Designers, che offrono competenze per lo sviluppo di interfacce che migliorino l’esperienza degli utenti anche attraverso app e software, e si arriva al Data Scientist, che analizza e soprattutto interpreta i dati raccolti in modo avanzato, trovando connessioni nascoste e modelli da applicare al business per favorirne la crescita. Vi sono infine il Robotic and Automation Engineer, che costruisce, configura e testa i robot, soprattutto per scopi di produzione, e lo Scrum Master, ossia colui che elabora progetti di sviluppo per facilitare una gestione più agile del lavoro.

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Ovviamente non sarà utile per l’azienda assumere uno specialista di intelligenza artificiale o un team di Data Analyst se non si sa come integrare queste figure all’interno delle attività aziendali: il passo più importante è ripensare al processo produttivo in un’ottica di digital transformation, prima di selezionare quali talenti digitali saranno davvero necessari.

Dove e come trovare i talenti digitali

Quando le aziende intraprendono degli sforzi per il recruiting di nuove risorse, non è sufficiente sapere chi stanno cercando. Altrettanto importante, infatti, sarà sapere dove possono trovare i propri talenti digitali, soprattutto se si tratta di organizzazioni impegnate su scala globale. Non è detto che cercare nuovo capitale umano per area geografica, laddove si hanno uffici e sedi centrali, sia la miglior risposta ad una esigenza di integrazione del personale.

Un utile strumento può essere questo modello di classificazione di 80 dei principali digital hot spot nei quattro continenti, sulla base di 22 fattori su sei diverse dimensioni per ciascuna posizione aperta: ciò che va preso in considerazione sono l’offerta e la domanda di talenti digitali, l’ambiente di business generale, l’ecosistema startup presente, l’attività digitale e le aziende tecnologiche, come mostrato in questo grafico.

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Ognuna di queste sei dimensioni permette di determinare dove sarà possibile trovare il talento digitale di cui si è alla ricerca, anche sulla base delle esigenze aziendali, come analisi competitiva, livello del salario offerto, e così via.

Alcune aziende tradizionali, ad esempio, potrebbero trovare troppo impegnativo richiamare un talento dalla Silicon Valley, e potrebbero pensare di rivolgersi ad altre aree per il proprio reclutamento. L’importante è sapere sempre come e dove cercare, senza trascurare un’analisi di quelle che potrebbero essere le future necessità della compagnia in una prospettiva di crescita.

Gli strumenti a disposizione dei Recruiter

Una volta che l’azienda saprà chi cercare e dove, sarà il momento di passare ai metodi per il recruiting. In questo senso, alcune best practice possono essere molto utili e una su tutte: capire in che modo pensano i talenti digitali, che tra loro potranno presentare anche background e competenze molto diverse, ma condivideranno una mentalità digitale.

Questo tipo di mentalità può essere identificata attraverso caratteristiche come intraprendenza e spirito imprenditoriale, propensione al processo decisionale basato sui dati, capacità di sviluppo di prodotti e servizi incentrati sugli utenti e sui loro bisogni reali, esperienza di lavoro in team multidisciplinari e tendenza verso modalità di lavoro agili e cooperative.

Mettersi nei panni di un talento digitale, per individuare subito il profilo più adatto alla propria azienda, significa anche comprenderne la necessità di work-life balance che questi lavoratori dimostrano oggi e che li porta ad essere più orientati all’obiettivo e al risultato che non all’orario lavorativo, per un impatto significativo su ogni progetto che seguono.

Molto utile potrà essere anche la possibilità di saggiare la competenza nell’uso di alcuni strumenti digitali come l’utilizzo dei social media o di strumenti di networking aziendale come Trello o Slack, solo per citarne alcuni.

Una ulteriore possibilità dei Recruiter di oggi è anche quella di rivolgersi ai propri candidati attraverso i loro veri interessi, raggiungendo così un bacino più ampio. Potranno ad esempio partecipare ad eventi informali, conferenze, occasioni di networking, hackathon, in grado di radunare intere community di talenti digitali, ma anche di facilitare l’incontro e la socializzazione.

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La nuova cultura aziendale sostenibile

Al tempo stesso sarà possibile fornire alle risorse interne una serie di feedback sulle skill digitali necessarie ai futuri sviluppi competitivi dell’azienda, per contribuire alla crescita generale della cultura aziendale, attraverso un modello sostenibile che punti a valorizzare le risorse impiegate nell’ottica di un apprendimento continuo.

Lo sviluppo delle competenze digitali è sempre più legato alla trasformazione dei processi aziendali: solo un’organizzazione in grado di far andare di pari passo questi due aspetti sarà in grado di farsi trovare pronta nel mercato del prossimo futuro.

Cos’è Google Poly, la nuova libreria open e gratuita di oggetti 3D

Si chiama Poly la nuova libreria di oggetti di realtà aumentata e virtuale di Google. Il motore di ricerca ha appena lanciato una piattaforma accessibile che racchiude elementi 3D per qualsiasi utilizzo.
Vi ricordate quanto erano in voga le ClipArt negli anni ‘90? Erano le emoji di quel tempo, la libreria di Microsoft composta da 140.000 disegni animati di ogni stile, uno strumento essenziale per esprimersi graficamente in una brochure o in una presentazione, in un’epoca in cui le app per disegnare non esistevano ancora.

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Poly è open-source

Poly è una libreria di migliaia di oggetti open-source e contiene elementi, rilasciati in Creative Commons o protetti da diritti, per sviluppatori e progettisti di AR e VR.

L’archivio è integrato con Tilt Brush e Blocks, le applicazioni di pittura e scultura dell’universo VR di Google. Si tratta di un sistema accessibile rivolto a coloro che costruiscono con ARCore, ARKit di Apple e altre piattaforme di sviluppo di realtà virtuale. Per chiunque stia sviluppando su un Mac o un PC è possibile accedervi tramite browser

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Poly si propone come uno spazio sperimentale e innovativo, e nonostante sia stato lanciato di recente è già ricco di contenuti e risorse da esplorare.
L’idea di Big G è quella di creare una libreria di modelli che accelerano e semplificano il processo di utilizzo su nuovi supporti digitali, proprio come le ClipArt hanno dato la possibilità di creare facilmente documenti in Word negli anni.

Un archivio di oggetti 3D

Con Poly, Google aggiunge funzionalità simili a quelle che si trovano negli asset store dei motori di gioco Unity e Unreal, attraverso una comoda barra di ricerca in alto è possibile trovare gli oggetti specifici di cui hai bisogno. All’interno puoi trovare animali, attrezzature per l’edilizia, oggetti di uso quotidiano e tanti altri strani progetti artistici.

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Il lancio della libreria 3D posiziona Google nel campo, in continua evoluzione, degli sviluppatori di giochi; tra i player che stanno puntando a questo settore c’è anche Microsoft che di recente ha investito ingenti somme nel Reality Capture Studio di live action, appositamente costruito per filmare attori e oggetti in 3D.

Google conferma che in futuro aprirà ulteriormente la piattaforma per consentire alle app di terzi di collegarsi direttamente tramite un’API. Questo significa che qualsiasi applicazione per la creazione AR o VR potrebbe facilmente importare tutte le risorse di Google.

Proprio come Facebook e i suoi recenti investimenti in VR e AR, Google vuole solo testare queste nuove modalità di progettazione, il processo di monetizzazione potrebbe attivarsi in un secondo momento.

Tutti i numeri della pubblicità online in Italia (che vale 2,65 miliardi)

Più 12% in un anno, per un totale di 2,65 miliardi di euro. Ecco quanto vale il mondo della pubblicità su Internet, secondo i dati dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano, presentati allo IAB Forum.

Dentro questi numeri molto è dovuto all’advertising sui social network, in particolare il video advertising.

Cresce anche del 40% la pubblicità visualizzata da smartphone, ma si attesta a meno del 40% del mercato totale della pubblicità su Internet.

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I formati

Quanto ai formati pubblicitari, la fetta più importante della torta (60%) è ancora occupata dalla display advertising, con 1,6 miliardi e una crescita del 17% rispetto lo scorso anno. Da segnalare, all’interno degli investimenti in formato display, il mercato del programmatic advertising, che occupa il 25% del totale e, forte anche della crescita degli spazi video, nel 2017 vale circa 400 milioni di euro.

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Segue, con il 29% e un valore totale di 770 milioni di euro la pubblicità in campo search, con una piccola crescita del +5% sul 2016. Mentre con l’8% si posiziona sul terzo gradino del podio il classified advertising, che raccoglie complessivamente oltre 210 milioni di euro (+ 7% sul 2016).

Tra i formati “minori”, poco più di 30 milioni di euro vale l’email advertising, in crescita del 3% rispetto lo scorso anno. Cresce invece molto (+27%) il native advertising che, nelle sole componenti di Recommendation Widget e In-feed Unit (social network esclusi), è raccoglie quest’anno oltre 40 milioni di euro.

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Viaggio nei social a quattro zampe (spoiler: un post può valere da 200 a 10 mila euro)

Aprite i vostri smartphone e contate quante foto e immagini del vostro Fido (o come lo avete simpaticamente chiamato) avete memorizzato nella vostra gallery. No, non è uno scherzo. Se più del 20% delle foto ritrae il vostro inseparabile amico a quattro zampe allora questo post è per voi o al massimo per almeno uno dei vostri amici o familiari.

Si avete capito bene, oggi vogliamo proprio fare il punto su un fenomeno in continua e costante ascesa: la presenza, sempre più cospicua, di animali domestici, o meglio compagni di avventura di molti di noi, sui social network.

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Le nuove star dei social

Da Facebook a Instagram alzi la mano chi non ha mai pubblicato una foto in compagnia del proprio cane, gatto o qualsiasi altro animale da compagnia. Secondo quanto riportato dal World Animal Protection, Organizzazione no profit che si occupa della tutela degli animali, dal 2014 ad oggi, su social media come ad esempio Instagram, l’aumento dei selfie con animali è stato del 292%.

Cifre da capogiro che però non ci stupiscono. I cani, infatti, appaiono nelle nostre bacheche e timeline di Facebook e Instagram almeno una volta al giorno e quindi all’incirca sei volte alla settimana.

Da social network dedicati a community fidelizzate, da profili Instagram a pagine Facebook. Cani, gatti, conigli e chi più ne ha più ne metta, i nostri amici a due e quattro zampe sono diventate delle vere e proprie star rubando la scena alle più navigate influencer e fashion blogger.

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I cagnolini influencer

Chi non conosce Matilda Ferragni? No, non è la quarta sorella della top fashion influencer che tutto il mondo ci invidia ma è il simpaticissimo e super cool bulldog francese di casa Ferragni-Fedez. Le foto che lo ritraggono da solo o in compagnia dei suoi adorati padroncini riescono a raccimolare fino a 500 mila cuoricini!

Ma non è il solo. A battersi a suon di like ci sono anche Leone e Lilly i super attivi barboncini di Michelle Hunzicher. Protagonisti indiretti il gatto di J-AX e il pincher di Elisabetta Canalis ai quali i padroni hanno dedicato un dolce e sentito addio.

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I numeri degli animali sui social

Ma c’è anche chi l’influencer in versione pet lo fa davvero. Pose plastiche o foto super professionali. A metterci lo zampino sono sempre gli amici umani ma lo stile e la simpatia no, quella è tutta loro. Di chi parliamo? Degli animali più seguiti sui social, Instagram in particolare.

Secondo quanto riportato da MarketWatch, un cane con una media di 20 mila follower riesce a guadagnare circa 200 euro per post, mentre tra i 150 mila e i 200 mila seguaci poco meno di 3 mila euro. Un amico a quattro zampe con un bacino di quasi un milione di followers può portare a casa addirittura 10 mila euro per una singola foto pubblicata e sponsorizzata da un brand specifico.

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Le piattaforme pet-first

Ma perché accontentarsi di un profilo Instagram quando si può avere un intero social network dedicato? E qui si apre un ulteriore interessante capitolo: Le piattaforme social dedicate al mondo pet a 360 gradi. Negli anni ne sono nate tante e di diversa tipologia.

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Dall’italianissimo BePuppy a Petz.it, da Dogalize al russo DruzhOK. Ce ne sono davvero per tutti i gusti e specie. La caratteristiche che li accomuna? Dare voce a chi non ne ha e creare una rete che faciliti la condivisione e lo scambio tra gli amici umani.

Facebook vuole usare l’intelligenza artificiale per salvare vite umane

Che sia un gruppo di dipendenti di Palo Alto o un sofisticato software, il dato certo è che l’attività degli oltre 2 miliardi di utenti di Facebook è costantemente sotto controllo. È per questo che il team di Mark Zuckerberg ha pensato di sfruttare questo monitoraggio per un fine sociale importante. Anzi per due. Grazie all’intelligenza artificiale il social network più famoso del mondo sarà in grado di individuare i post che contengono pensieri suicidi e di inviare supporto e aiuto a questi utenti. E se il fine sociale di questa iniziativa è ben evidente, la piattaforma può svolgere un ruolo importante con lo stesso meccanismo anche per contrastare il terrorismo. O almeno la condivisione di contenuti legati alla propaganda di Isis e al-Qaeda.

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Dove gli “amici” possono arrivare troppo tardi

I social network e soprattutto Facebook, che da sempre non mette limiti di spazio all’espressione delle opinioni, diventano spesso un luogo in cui le persone sfogano le loro frustrazioni e i loro problemi. La conseguenza è che chi si trova in difficoltà spesso manifesta pubblicamente ai suoi contatti il suo disagio.

Se, però, nessuno dei cosiddetti “amici” interviene per aiutare, l’intelligenza artificiale è in grado di segnalare a dei moderatori umani la presenza di problemi del genere. La risposta consiste nell’invio di materiale che fornisca informazioni sulla salute umana. Nei casi più estremi si può anche provvedere ad avviare la ricerca dell’utente potenzialmente in pericolo.

Il test di questo strumento di controllo è stato fatto negli Stati Uniti e presto potrebbe allargarsi anche ad altri paesi. Esiste comunque un problema di privacy che ne limiterà l’utilizzo in alcuni stati europei. A parlare del meccanismo è stato lo stesso Zuckerberg che ha scritto un post sull’argomento: «È bene ricordare a noi stessi che l’intelligenza artificiale oggi può aiutare a salvare delle vite», ha scritto sul suo social network.

La guerra al terrorismo e il potere di un post

Con un articolo nella newsroom Facebook si è tornato a parlare anche dell’altra iniziativa del social network che sfrutta l’intelligenza artificiale. Nel tentativo di rispondere alle accuse di non fare abbastanza per fermare gli utenti che usano la piattaforma come strumento di propaganda terroristica, da Menlo Park è arrivato un aggiornamento sull’attività di controllo di questi contenuti pericolosi, parte essenziale della lotta al terrorismo online.

Monika Bickert, della gestione della policy globale e Brian Fishman, della sezione contro il terrorismo di Facebook, dal blog aziendale hanno scelto di fare il punto su quello che è stato fatto finora e su quello che ancora si può fare in questo senso.

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg

Come funziona l’AI antiterrorismo di Facebook

I manager di Facebook sono partiti da un dato: il 99% dei contenuti pericolosi che veicolano ideologie estremiste e che vengono poi eliminati dalla piattaforma è individuato dall’intelligenza artificiale prima che gli utenti del social network effettuino una segnalazione. A permettere questo risultato è un sistema automatico di analisi di testi, video e foto.

Una volta decisa la cancellazione, l’83% delle copie di quei contenuti viene eliminata entro un’ora. È una battaglia che Facebook ha iniziato già da diversi mesi, ma che con il tempo riesce ad ottenere maggiori risultati grazie al perfezionamento della tecnologia. Facebook si dice in grado di bloccare anche i profili di chi è in connessione con persone già segnalate per terrorismo o che presenta caratteristiche simili a profili già disabilitati.

I social non hanno ucciso il traffico organico (ma dobbiamo fare contenuti migliori)

Si può concordare con il fatto ormai assodato che le strategie dei social network, con Facebook in prima linea, stiano tutte convergendo nello spingere gli utenti e i professionisti del settore a pagare le loro campagne per raggiungere un numero più consistente di internauti che potrebbero, in ultima analisi, trasformarsi in potenziali consumatori del prodotto/servizio che si cerca di sponsorizzare.

Infatti, già nel 2012, cioè da quando Facebook limitò la portata organica dei post al 16%, si era compresa la strada che si voleva percorrere al quartier generale di Menlo Park, che ha continuato a ridurre gradualmente la portata dei contenuti organici, per buona pace dei brand e dei loro SMM.

In tal modo, si cerca di spingere i marchi a pagare per una maggiore copertura dei loro contenuti. Come è visibile da questo grafico, tra ottobre 2013 e febbraio 2014, la portata organica dei contenuti pubblicati dai marchi si è quasi dimezzata. E secondo Social@Ogilvy, questa potrebbe un giorno arrivare a zero, il che significa che non sarà più possibile raggiungere i propri fan su Facebook, e in generale sui social media, a costo zero.

È l’apocalisse dei contenuti organici? Anche no!

Stai sereno social media manager che ci stai leggendo, e anche tu, piccolo medio imprenditore che hai appena creato la tua pagina aziendale su Facebook (destinandogli un budget pari a zero), poiché c’è anche chi in realtà crede che il traffico organico non sia finito.

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È il caso di Douglas Karr (ma è solo uno dei tanti), imprenditore, autore ed esperto di marketing technology, che su Forbes.com afferma invece che i contenuti organici dei social media sono vivi e vegeti.

Fonte foto: https://www.facebook.com/douglaskarr/photos

Fonte foto: https://www.facebook.com/douglaskarr/photos

Il problema reale dei contenuti organici secondo Karr è che la maggior parte di essi siano insignificanti.

E in un social media marketing in costante sviluppo, che fa segnare un aumento esponenziale della creazione di pagine di attività locali (16 milioni nel maggio 2013, un aumento del 100% rispetto agli 8 milioni di giugno 2012), aumenta anche la concorrenza facendo alzare l’asticella della soglia di qualità per cui un contenuto organico possa diventare appetibile, e di interesse, o meno.

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È altrettanto vero che molti marketer fanno affidamento su un grande volume di lettori per supportare le entrate pubblicitarie. Ma è probabile che la tua azienda non abbia bisogno di quei numeri, con dei contenuti di qualità che vengono condivisi con regolarità.

In questo contesto, la maggior parte delle aziende continuano a spendere tempo prezioso e risorse per produrre post che non vengono neanche letti. Perché continuare a investire in più contenuti che nessuno condivide? Non sarebbe meglio impegnarsi nella produzione di contenuti eccellenti che generino un numero notevole di impressioni e che tutti vorrebbero, o avrebbero il piacere di condividere?!

Karr e il case study sui contenuti organici

Douglas Karr a sostegno della sua tesi porta un case study molto interessante. Dopo aver scritto con i suoi collaboratori 14 articoli su argomenti relativi al disaster recovery per uno dei loro clienti, afferma come questi, essendo “solidi ma non fantastici”, ottennero come diretta conseguenza una consistente diminuzione di visite nel gennaio 2017.

A febbraio, dopo aver condotto delle ricerche sull’argomento, Karr e il suo team scrissero un articolo completo, con un migliore posizionamento sui motori di ricerca, più condiviso e rilevante sul sito del cliente, reindirizzando i 14 articoli, precedentemente redatti, ad esso.

Il mese successivo, come risultato, ottennero che le condivisioni social raddoppiarono. A partire dal primo novembre, hanno registrato un aumento di visitatori, con 1.271 visite attraverso il traffico organico dei social media alla pagina, con una media di oltre 170 visualizzazioni all’articolo ogni mese. Per di più, il tempo medio dell’utente trascorso sulla pagina è aumentato del 61%, arrivando a 3,3 minuti.

E tutto questo senza spendere nemmeno un dollaro per promuovere il pezzo.

Considerazioni (non apocalittiche) sui contenuti organici

Se a questi ragionamenti si aggiungono quelli sui dati che riguardano le informazioni sul livello percepito del ROI generato da canali di marketing selezionati, è possibile constatare che solo un 17% dei professionisti internazionali del settore ritiene che le sponsorizzazioni a pagamento sui social generino il ROI più elevato, rispetto al 20% di coloro che hanno affermato che questo tenda ad arrivare ancora da contenuti organici.

Tale dato, che va indubbiamente e continuamente monitorato e indagato nel lungo termine, conferma che in realtà le potenzialità di un contenuto organico eccezionale non è per nulla variato, anzi.

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Come scrive Salvatore Niffoi ne Il venditore di metafore, in un momento in cui tutto è narrazione continua e pervasiva (e in fin dei conti non lo è più niente), è probabile che l’utente tenda a percepire tutta questa produzione di contenuti forzata, finta e artificiale.

Perciò l’internauta, spinto dal “bisogno” di un sano contenuto autentico e unico, va alla ricerca dell’eccezionalità. Il che ci porta alla considerazione per ora finale di questo dibattito (che ormai va avanti da anni); ovvero che il contenuto organico di qualità nei social media non è morto, ma semplicemente si trova in un ambiente saturo di produzioni e prodotti sterili e insignificanti.