Calcio e social media: Juventus

Eccoci alla terza puntata dell’inchiesta su calcio e social media, con la squadra che vince lo scudetto dei social network: la Juventus.

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La Juventus è la regina indiscussa delle piattaforme digitali non solo per essere il club con in assoluto la community più vasta (solo su Facebook i fan sono più di 30 milioni) ma quella con il tasso di crescita maggiore: da settembre 2016 a giugno 2017 è cresciuta di quasi il 30%, passando da 33 milioni di fan a quasi 43 milioni tra Twitter, Facebook, Instagram e Youtube.

Ma cosa rende la Juventus tanto forte online?

La vecchia signora e l’elisir di eterna giovinezza

Il primo punto importante della strategia digitale della Juve è la solidità della narrazione valoriale del club sportivo. Non si tratta né di un concetto astratto come l’affezione dei tifosi al brand-squadra, né tantomeno di un processo di marketing conseguente al ruolo giocato dalla Juventus. L’applicazione dello storytelling al digital della Juventus è, invece, frutto di un grande studio a sé stante, pensato ad hoc per raccontare offline e soprattutto online la presenza della Juve. I valori e la vision della squadra sono il cuore da cui parte ogni strategia, sia di marketing, sia digitale.

In questo senso è stata molto importante l’operazione di rebranding che il club ha operato: il 6 gennaio 2017, al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano, la Juventus FC ha presentato il suo nuovo progetto di brand identity, racchiuso nel nuovo logo.

Il brand è il punto d’incontro tra passione e business, è un catalizzatore di crescita dalla gestione particolarmente complessa, soprattutto per una squadra sportiva: il calcio è l’unica categoria in cui la fedeltà non è mai messa in discussione. La performance può essere negativa, i giocatori possono cambiare ma il brand, inteso come sintesi di valori, rimane immutato.

Con queste parole Manfredi RiccaChief Strategy Officer EMEA & LatAm di Interbrand, azienda leader nella brand consultancy che si è aggiudicata il bando per la realizzazione della nuova immagine di Juventus, commenta il nuovo logo in un’intervista per Wired.

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Questo pezzo dell’intervista rivela il cuore della strategia digitale della Juventus: una squadra calcistica non è semplicemente una prestazione sportiva in termini di punti in classifica, ma è un sistema valoriale. In altre parole, un tifoso non tifa per una squadra solo se questa vince e di conseguenza non l’abbandona se questa perde e cala in classifica.

A legare il fan alla squadra sono i valori, le emozioni, il sentirsi parte di qualcosa di più grande. Per questa ragione la strategia digitale di Juventus prescinde talvolta dalla fedeltà a ciò che è stato o alle semplici performance dei propri giocatori, ma investe su quel sistema valoriale che anima gli juventini.

Solo parole? I dati sono univoci: dal re-branding di gennaio 2017 (adesso siamo ad agosto) i fan sono cresciuti di 5milioni e le interazioni aumentate del 30%.

Il 12° uomo

Se a fare la differenza sono i valori e la fedeltà del fan, ci appare più chiaro da cosa derivi il dato più interessante dei canali social della Juventus: l’engagement rate che è molto alto, con una media di reactions per post 2mila, 50 commenti e 200 condivisioni.

Tutta la strategia digitale è pensata per mettere al centro il tifoso (in gergo calcistico il 12° uomo, appunto) coinvolgendolo a un livello personale e diretto. In altre parole, la chiave della strategia digitale della Juventus risulta essere il rapporto one-to-one che il club crea online commentando, rispondendo, dando attenzione a tutti gli utenti. Commentare, moderare e vincere la lotteria dell’engagement. Un esempio è l’attività digitale intorno alla finale di Champions 2015 contro il Barcellona.

Il video (così come altri numerosi post, tweet, foto e dichiarazioni) lancia l’hashtag personalizzato #SeAndiamoInFinale. In questo modo veniva chiesto un pegno ai tifosi nel caso la loro squadra de cuore fosse andata davvero in finale a Berlino. L’iniziativa è stata un successo: più di 6,4mila tweet e 3mila di utenti unici e ha vinto il Creative Award di Twitter Italia. Ma c’è di più, perché la Juventus, in finale c’è andata davvero ed ecco che i tifosi hanno mantenuto le loro promesse, con una user content generation che è raddoppiata e ha mostrato tutto l’ardore della tifoseria bianconera. Non solo, la Juventus ha risposto a tutti (tutti!) ricordando, una volta comunicato l’accesso alla finale, le promesse fatte.

Da questo, la Juventus, ha realizzato un ulteriore evento digitale all’interno del primo: uno dei tifosi aveva twittato di essere disposto ad andare a Berlino a piedi se la Juve fosse andata in finale di Champions 2015. La Juve l’ha contattato dicendogli di farlo davvero e in cambio di fornirgli i biglietti tanto ambiti per la finale.

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Ne è nato un racconto digitale strabiliante, un daily update del viaggio a piedi e in bici che da Torino ha portato il tifoso – uno tra tanti – fino alla capitale tedesca. Il racconto della magia di un sogno, ma anche della devozione dei tifosi bianconeri.

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Smart Working: tutto quello che abbiamo scoperto visitando i nuovi uffici di Zurich a Milano

Spazi di lavoro dinamici, postazioni non assegnate, ma ogni giorno occupate da chi ne ha bisogno, aree di collaborazione per momenti di condivisione e affiancamento, zone living per riunioni informali o meeting room classiche. È questo l’ambiente di lavoro che abbiamo scoperto entrando nei nuovi uffici di Zurich a Milano, per parlare di smart working con Federica Troya, Direttore Risorse Umane.

Federica Troya

Ma abbiamo anche scoperto che smart working non significa solo spazi aperti e collaborativi, postazioni con sedute ergonomiche, luci antiriflesso e pannelli fonoassorbenti. Il lavoro smart, infatti, è fatto soprattutto di persone e di un rapporto di fiducia costante tra Manager e collaboratori, che oggi sono liberi di scegliere di lavorare fino a due giorni a settimana fuori dal consueto luogo di lavoro.

Smart working: cosa significa davvero?

La politica dello smart working, regolamentato anche in Italia grazie alla Legge 81/2017 pubblicata negli scorsi mesi sulla Gazzetta Ufficiale, fa il suo ingresso anche nei nostri luoghi di lavoro, per offrire un ambiente innovativo e di ispirazione per i dipendenti, basato sulla logica del dynamic working, e una modalità di lavoro che favorisce la comunicazione e l’interazione fra i team.

Ad appena un anno dall’implementazione dello smart working in Zurich, oltre il 70% dei 1.300 dipendenti in tutte le direzioni e sedi Zurich in Italia, ha aderito in modo volontario al progetto, riconoscendo quanto questa nuova modalità di lavoro sia un potente fattore di produttività e di efficienza.

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Dati in linea con i risultati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano che ha registrato un aumento degli smart worker pari al 40% negli ultimi tre anni e alti livelli di soddisfazione fra i dipendenti che hanno aderito all’iniziativa.

Come ci ha raccontato Federica Troya durante il nostro incontro, la nuova modalità di lavoro è diventata parte integrante della vita aziendale ed è risultata particolarmente apprezzata dai dipendenti.

Tra i numerosi benefici offerti dallo smart working, quelli maggiormente apprezzati dai dipendenti riguardano, ad esempio, il risparmio di tempo dedicato agli spostamenti casa/lavoro, l’aumento di produttività ed efficienza, oltre alla possibilità di gestire il lavoro in maniera flessibile nell’arco della giornata.

Per l’azienda, dall’altra parte, lo smart working diventa una leva di retention e uno strumento per attrarre talenti, perché le persone non sono più interessate solo all’aspetto economico del lavoro, ma sempre di più guardano anche alla soddisfazione di altre esigenze di equilibrio tra vita privata e lavorativa.

Abbiamo, infine, chiesto al Direttore delle Risorse Umane di Zurich se rendere i dipendenti felici renda davvero felice anche l’azienda. Ecco cosa ci ha risposto in questa video-intervista alla scoperta dello smart working in Italia.

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La banca mobile-first, che vive unicamente nello smartphone

Riuscite a ricordare un tempo in cui, per mandare dei soldi a qualcuno tramite bonifico, dovevate uscire di casa, recarvi in banca, mettervi in fila, parlare con un operatore e mettere firme su documenti vari? A malapena, vero? Perché, per nostra fortuna, è da un po’ che le banche si sono accorte di poter digitalizzare i propri servizi ad un livello tale da rendere praticamente inutile recarsi in filiale per le operazioni di routine.

Grazie a questo, hanno potuto offrire servizi sempre più economici, fino ad arrivare ad essere gratuiti fintanto che si scelga di effettuare tutte le operazioni – appunto – tramite home-banking. Altrimenti si paga un supplemento, ma la comodità dell’home banking è migliore per la maggior parte delle persone: a patto di saper convivere con qualche password in più, che tanto non ce ne sono mai abbastanza, la nostra vita “finanziaria” è stata resa sempre più semplice.

Perché accontentarsi dell’home banking?

Però se voleste aprire un nuovo conto in banca, per esempio, vi verrebbe naturale recarvi ancora in filiale, giusto? Attese, file, confronti, insomma, oggi come oggi sono tutte perdite di tempo, tempo che potremmo invece usare per fare cose migliori. E le banche non potevano non accorgersene.

E infatti nel 2014 qualche furbacchione tedesco, appassionato di cubo di Rubik probabilmente visto il nome, ha pensato bene di creare un conto che si potesse aprire e gestire non solo semplicemente tramite internet, ma addirittura unicamente via smartphone: nasceva N26, e con essa la prima banca “mobile-first”.

N26, la prima banca mobile-first

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La promessa di N26 è semplice: “apri il tuo conto in soli 8 minuti online e gestiscilo interamente tramite smartphone”. Ed effettivamente è proprio così, parola di chi l’ha provato! Basta collegarsi al sito e seguire la procedura di apertura del conto: pochi passaggi, i classici dati da compilare, la scansione della carta d’identità fatta direttamente tramite la fotocamera e, dulcis in fundo, la videochiamata con l’operatore per verificare l’identità.

Et voilà! Pochi giorni dopo, si riceve la propria carta. La versione base, totalmente gratuita, funziona come una prepagata, ma è possibile sottoscrivere un abbonamento di circa 5€ al mese per ottenere una carta di credito a tutti gli effetti, N26 Black, con vantaggi incredibili offerti da poche altre banche. Perfetta in particolare per i viaggiatori frequenti, quest’ultima assicura vantaggi notevoli, compresa la gratuità dei prelievi in tutte le valute e l’assicurazione dello smartphone e di tutti gli utilizzi della carta di credito!

Ma qual è il grande vantaggio di questo sedicente innovativo conto? La sua applicazione mobile, che è un capolavoro della user experience e dell’usabilità. Accesso istantaneo con l’impronta del dito, visione immediata dei propri dati e del proprio Iban, possibilità di bloccare la carta e cambiare i codici (persino il pin!) in un secondo, possibilità di guadagnare per ogni amico che si iscrive.

E fin qui, potremmo dire che molte di queste sono prerogative comuni alle banche online, giusto? Ma la banca mobile-first fa di più, integrando le relazioni con il network personale (ovviamente se composto da altri utenti N26) e permettendoci di scambiare denaro con loro in modo immediato, o di richiedere un pagamento a quell’amico dimenticone che si dimentica sempre di mandarci i soldi di Netflix.

Dulcis in fundo, i grafici di utilizzo. Non una semplice torta che ci indica quanto abbiamo speso sul nostro patrimonio totale, ma un vero e proprio analizzatore di spese, che le divide automaticamente per categoria in base agli esercenti presso cui si paga, ci fornisce la media degli ultimi mesi e molte altre informazioni utili.

L’era della banca mobile-first è appena iniziata

Non ci poteva volere molto perché questa nuova “filosofia” della banca mobile-first prendesse piede anche oltre i confini tedeschi: essendo riuscita N26 a raggiungere i 10 mila clienti nello stivale in pochi mesi, anche le banche nostrane hanno fiutato l’affare.

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Forse non la più rapida ma probabilmente la più efficace, Banca Sella ci è riuscita alla grande immettendo sul mercato la carta conto Hype, un’alternativa davvero soddisfacente ai vantaggi offerti da N26! Addirittura, la loro promessa di velocità nell’apertura del conto supera quella di N26: solo 5 minuti!

Offrendo in più un ulteriore servizio nell’ottica del controllo del denaro e, quindi, del risparmio: la possibilità di settare un budget giornaliero da “salvare” automaticamente in una separata area risparmio. Utilissimo per riuscire a risparmiare qualcosina in più senza sforzo!

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Simile, ma con l’interessante duplice proposta orientata da una parte al mondo del lavoro, dall’altra a quello della famiglia (come la possibilità di gestire più conti e più prepagate, da bravo padre accentratore), è Soldo, un’app-bank tutta italiana con sede a Londra, ma la lista comincia ad essere davvero lunga: da Fineco a Widiba, da HelloBank alle nuove offerte di Unicredit, quasi ogni banca sta provando a cavalcare l’onda del mobile first, lasciando a casa non solo le filiali ma anche il sito di home-banking, in favore di un’app dalla UX perfettamente allineata con il target giovane e smart di queste offerte.

L’aspetto più interessate di questo trend però, come evidenzia un’analisi di Borsa Italiana, è proprio il fatto che non è necessario essere un istituto bancario per offrire simili servizi oggi. Questo ha messo in moto una forte competizione prima impensabile per un settore così rigido come quello bancario, soprattutto ad opera di startup Fintech come appunto N26, Soldo, Satispay, etc, che non sono vere e proprie banche ma sono state autorizzate dalla Financial Conduct Authority per condurre attività di servizi di moneta elettronica.

Il rischio è solo quello di promettere più di quanto si possa realmente realizzare, come in realtà era successo proprio ad N26 quando si è resa conto di aver creato un conto un po’ troppo gratuito e aveva deciso di introdurre un limite minimo di operazioni trimestrali per mantenere gratuita la carta (ora rimosso), o peggio, di chiudere alcuni conti troppo “alto spendenti” senza grandi spiegazioni. Se da una parte la competizione delle start-up fintech è un’ottima cosa in un settore che è sempre stato molto chiuso e molto autonomo nella definizione dei prezzi, dall’altra dobbiamo ricordarci che i servizi hanno sempre un costo, e che alla lunga spesso ci conviene pagarlo.

Silicon Valley

Cosa ha reso la Silicon Valley il regno delle startup e cosa potrebbe fare l’Europa

Quando si parla di startup o più in generale, di tutto l’ecosistema che ruota intorno ad esse, il pensiero va inevitabilmente a finire in California, nell’area metropolitana di San Francisco, precisamente in Silicon Valley.

Ma cosa ha reso la Silicon Valley il regno delle startup? E cosa potrebbe fare l’Europa per incentivare la nascita di nuove imprese, sulla base di quel modello?

Silicon Valley startup

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Silicon Valley il regno delle startup

Ho due notizie da darvi: una cattiva e una buona. La notizia cattiva è che replicare il modello Silicon Valley nella sua interezza è impossibile. Quella buona è che ci sono almeno quattro aspetti fondamentali di questo modello da cui l’Europa può prendere spunto.

Diamo un’occhiata insieme!

  1. Cooperazione: la Silicon Valley è unica perché è un punto di congiunzione tra Università, Aziende e Pubblica Amministrazione. Questi tre settori così importanti convergono insieme per creare un ambiente che non esiste in nessun altro posto del mondo. Uno scambio continuo di conoscenze e risorse, un flusso costante di nuovi imprenditori talentuosi, ingegneri, programmatori, economisti, marketers e ricercatori molto ben istruiti, un’attiva comunità di venture capital e gente con esperienza nel business. Quando consideri tutti questi fattori e li combini al fatto che aprire un’azienda in California è sostanzialmente molto semplice, il gioco è fatto!
  2. Un’enorme dotazione di capitale: senza il capitale non si va da nessuna parte, e questo chi vuole fare impresa lo sa bene. In Silicon Valley ci sono migliaia di investitori, business angels e fondi di venture capital con dotazioni molto importanti. Questi soggetti sono costantemente a caccia di nuove opportunità di business su cui investire un po’ di soldi, piuttosto che tenerli in giacenza ed essere tassati.
  3. Servizi e infrastrutture: in tutto l’interland di San Francisco c’è una folta presenza di servizi come hotel, centri conferenze enormi, alcuni dei ristoranti più importanti del mondo. Questo rende più facile attirare e trattenere investitori, nuovi business e clienti.
  4. Approccio al fallimento: così come le storie di successo incoraggiano gli imprenditori, allo stesso modo lo fanno le storie di fallimento. La determinazione è un elemento dominante in Silicon Valley e la numerosità delle persone che lavora a progetti innovativi è impressionante. La gente è pronta a fallire, è un fatto culturale.
Silicon Valley Startup Europa

Credits: Depositphotos #101153666

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Ricreare queste condizioni in Europa richiede una forte sinergia tra settore pubblico e privato, oltre che una rivoluzione culturale abbastanza radicale. Saremo in grado di cambiare prospettiva e cogliere tutte le opportunità di crescita che questa epoca ci sta presentando?

Staremo a vedere, stay tuned!

Un fotogramma tratto dall' ad

Quando le dimensioni contano: la brand hallucination di Koodo

Del Canada sentiamo parlare spesso con entusiasmo: che sia per l’alta qualità della vita, per la celeberrima gentilezza dei suoi abitanti o per il suo affascinante Primo Ministro Justin Trudeau, in molti sembrano amare il Paese dalla Foglia d’Acero.

Un po’ meno felici sono, purtroppo, quelli che hanno sperimentato il clima canadese ed i suoi altissimi costi di telefonia (come il sottoscritto).

Il Canada è, infatti, fra i Paesi al mondo con i più alti costi per i servizi in abbonamento sul cellulare – minuti, messaggi, e dati.

È un mercato incredibilmente competitivo, dove circa il 90% dei clienti sottoscrive un contratto con uno dei tre giganteschi operatori telefonici principali: Rogers Wireless, Telus Mobility and Bell Mobility.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau al telefono

Il primo ministro canadese Justin Trudeau

La storia di brand hallucination che voglio raccontarvi è quella di Kodoo, che da un paio mesi ha lanciato in Canada una divertente campagna pubblicitaria intitolataSame Network Coverage as The Big Guys”.

La unique selling proposition di Koodo

Nei vari video, dalla durata dei pochi secondi ciascuno, si vede un ragazzo che prova a spiegarci la unique selling proposition di Koodo: la stessa copertura dei più grandi concorrenti.

Questi ultimi, dal canto loro, provano in tutti modi ad interrompere la spiegazione per tenere all’oscuro noi consumatori.

Tutti gli spot terminano con  simpatici e “sospetti” incidenti: piccoli incendi, manicotti che spruzzano acqua ovunque, ladri che rubano la telecamera con cui lo spot viene ripreso. Insomma, con questo tono ironico Kodoo si presenta come un brand giovane, amichevole, ma comunque performante.

Koodo’s Brand Hallucination

Ora, non ci sarebbe nulla di strano in ciò se Koodo fosse in quel 10% di quota di mercato residuale composto da piccoli operatori regionali, e volesse quindi posizionarsi in opposizione rispetto ai tre grandi player principali.

Purtroppo, non è questo il caso: Kodoo altro non è che un flanker brand, cioè un marchio pensato per accerchiare i concorrenti ed attaccare nuovi segmenti target, nientemeno che di proprietà del più grande operatore telefonico canadese: Telus.

Certo che Kodoo ci dà la stessa copertura dei grandi, allora: è praticamente uno dei grandi, ma con una faccia più carina ed amichevole!

Pensare di poter ingannare i consumatori nell’era di Internet si rivela spesso una scelta pericolosa: sempre più utenti si accorgeranno della natura mendace della campagna, e potrebbero verosimilmente tradurre il loro dislike in scelte di consumo coerenti con esso.

Ciononostante, sono sempre di più le aziende che pensano che per riposizionarsi basti applicarsi dei “baffi finti”, dimenticando che un brand senza prodotto è solo un’allucinazione.

7 Ted Talks che ogni social media marketer dovrebbe seguire

Ogni due giorni creiamo tanta informazione quanta ne è stata creata dall’inizio della civilizzazione fino ad oggi. Questa affermazione di Eric Schmidt, CEO di Google, risale a 7 anni fa, ma farà sempre eco nella mente di ogni social media marketer quando ci si prepara a pianificare nuovi contenuti per la propria strategy.

I Ted Talks, lo sappiamo, sono un ottimo modo per tenersi aggiornati sulla propria industria, ma anche per apprendere nuovi modi smart di lavorare, di pensare e di approcciare problemi.

Di seguito, una selezione di 7 Ted Talks che ogni marketer dovrebbe guardare, che includono topic come time management, la viralità dei video di Youtube con Kevin Allocca Video Trend Manager presso Youtube, o come diffondere le tue idee, o meglio come farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone con uno dei più grandi marketer, Seth Godin.

Una mix di temi che riguardano tutta l’attività di un marketer.

Seth Godin – “Del pane a fette”

“In un mondo con troppe scelte e troppo poco tempo, le scelta ovvia è ignorare le cose normali.”

Qualcuno conoscerà Seth Godin per via della mucca viola: “state guidando, per strada vedete una mucca, e continuate a guidare, perché avete già visto mucche prima d’ora, le mucche sono invisibili, le mucche sono noiose. Chi si fermerebbe e direbbe: “Oh, guarda, una mucca!”. Nessuno. Ma se la mucca fosse viola?


Secondo Godin, l’errore ancora di molti brand è quello di rivolgersi ad un’audience troppo ampia, di massa, che non ha interesse nell’ascoltare il messaggio che abbiamo da comunicare.

Per avere successo quindi, dobbiamo individuare e parlare con coloro che hanno interesse verso ciò che abbiamo da dire. Una volta fatto ciò, saranno loro a fare il passaparola per noi. Il segreto è per citare Godin: “Vendiamo a coloro che stanno ascoltando. E loro forse ne parleranno ai loro amici.”

Kevin Allocca – “Perché i video diventano virali”

Kevin Allocca è responsabile dei trend di Youtube, il che significa che il suo lavoro consiste nel guardare video. In questa TEDYouth Talk, Allocca riconosce 3 caratteristiche della nuova cultura digitale che portano alla popolarità online:

  • L’influenza da parte di trendsetter e influencer;
  • Partecipazione delle community: è importante che il contenuto che si crei sia di ispirazione per la tua audience;
  • L’essere inaspettato: il contenuto inaspettato e che coglie di sorpresa ha più interazione con la propria audience.

Andrew Fitzgerald – “Avventure narrative su Twitter”

Andrew Fitzgerald, precedentemente Head of Moments presso Twitter, ci racconta invece in modo molto interessante come Twitter, come anche altri nuovi media, si sviluppa come uno strumento di narrativa, per raccontare una storia nella nuova era digitale, analogamente a come la radio negli anni trenta ha portato alla diffusione di un nuovo formato di storytelling.

Lo storytelling sta prendendo delle forme sempre più nuove, ad esempio le aziende che usano Instagram Stories o Snapchat in modo dinamico e creativo stanno sviluppando una nuova linea narrativa.

È interessante, come ci spiega Fitzgerald, vedere come gli utenti utilizzano “l’identità flessibile e l’anonimato sul web confondendo i confini tra realtà e finzione”

Tim Leberecht – “3 modi per perdere il controllo (a proprio vantaggio) del proprio marchio”

“Il tuo brand è quello che le altre persone dicono di te quando tu non sei nella stanza”, così Tim Leberecht, strategist e precedentemente CMO presso Frog Design, apre la sua talk.

Leberecht spiega come nel momento in cui si è rilevanti, c’è una conversazione constante che avviene intorno al brand sulla quale si ha sempre meno controllo. Ma ci sono tre modi in cui un’azienda può perdere positivamente controllo sul proprio brand creando esperienze significative per i propri consumatori:

  • Dare più controllo alle persone, fidandosi e collaborando con i propri impiegati e i propri consumatori;
  • Dare alle persone meno controllo (e più significato): la fiducia si guadagna attraverso comportamenti prevedibili, ma quando tutto è standardizzato come si posso rendere le esperienze più significative? Dare alle persone meno controllo, può essere un modo per sorpenderle e renderle felici ogni giorno;
  • Trasparenza: ogni brand deve trovare il proprio equilibrio di trasparenza. L’essere aperti è importantissimo, ma la totale apertura non è la soluzione.

Mary Norris – “La gloriosa pedanteria della Regina delle Virgole del The New Yorker”

I social media marketer e in generale tutti gli editor, sanno quanto sia importante la scrittura, ma soprattutto il check, double check e triple check.
Un refuso può cambiare il significato di una parola e, di conseguenza, di un intero messaggio.

Mary Norris, per chi non la conoscesse, è la “Regina delle Virgole” copy editor del The New Yorker. Nella sua TED Talk ci racconta quanto sia importante il copy editing e il livello di dettaglio che ne avvolge l’intero processo. Il copy editor non è né l’autore, né l’editor, ma si occupa “semplicemente” (le virgolette sottolineano l’ironia della parola) della correzione grammaticale e della punteggiatura.

Un vecchio proverbio recita “La gatta per andare di fretta, partorì i figli ciechi”, cioè bisogna dare il tempo necessario a tutto per terminare tutto in maniera corretta. I social media marketer questo lo sanno bene: per ogni Facebook e Instagram post, tweet, spesso un errore ci può scappare, anche quando si è fatto un triplo controllo.

Laura Vanderkam – “Come imparare a gestire il proprio tempo libero”

Molti di voi avranno sicuramente sentito dire spesso negli ultimi tempi la frase time is the new luxury: il tempo è il nuovo lusso. Laura Vanderkam, un’esperta in time management, ci spiega come il “non avere tempo” che accomuna molte persone nell’era digitale, non significa “non avere tempo” ma tradotto in maniera più esatta: “la tua richiesta non rientra nelle mie priorità”.

Per trovare un equilibrio tra vita professionale e personale, la Vanderkam ci suggerisce due passaggi chiave, applicabili in qualsiasi strategia di marketing o anche a sé stessi:

  • Pretendete di essere un anno nel futuro: scrivete una revisione della vostra performance di fine anno (quello a venire) come se guardaste nel passato. Che traguardo avete raggiunto? Siete soddisfatti?
  • Suddividete i vostri obiettivi in traguardi raggiungibili: stabilite quello che volete fare che “non avete tempo per farlo”, aggiungetelo alla vostra schedule settimanale e trattatelo come una priorità, dividendo i vostri obiettivi in 3 categorie: carriera, relazioni, voi stessi. Ogni categoria deve essere riempita con qualcosa.

Una migliore gestione del nostro tempo avrà sicuramente degli effetti positivi sia sulla nostra vita personale che professionale.

Tristan Harris – “Come una migliore tecnologia può proteggerci dalla distrazione”

Tristan Harris, esperto di design nell’industria tecnologica e precedentemente Etico del Design presso Google, studia e sviluppa nuovi strumenti in ambito digitale per aiutarci ad evitare distrazioni e utilizzare il nostro tempo in modo più efficiente.

Sia nella vita personale che nella vita professionale ci lasciamo spesso disturbare da notifiche, e-mail, messaggi, finestre pop-up, push notification e chi più ne ha più ne metta. Queste interruzioni oltre ad interrompere il nostro focus, finiscono col rubarci più del tempo necessario. È interessante vedere il punto di vista dall’angolazione del design.

Harris ci chiede: Come sarebbe il futuro della tecnologia se il design fosse finalizzato non a ottimizzare il nostro tempo, ma a come utilizzare il nostro tempo nel migliore dei modi, per coltivare i valori e le relazioni umane?

I social media marketer devono sempre pensare come creare contenuti che abbiano significato per i propri utenti e la filosofia di Harris condivide sicuramente dei punti molto interessanti.

Buona visione!

5 principi fondamentali del predictive marketing

L’evoluzione è estremamente rapida nel mondo del digital advertising e, in particolar modo, in ambito programmatic, dove sempre nuovi player fanno la loro comparsa nel mercato e la trasformazione rappresenta un fattore fondamentale.

La nascita del programmatic advertising ha portato un notevole progresso nell’identificazione dei segmenti di clientela online, nella pubblicazione di annunci su larga scala e nella realizzazione di contenuti personalizzati e rilevanti per i consumatori. Tuttavia, la crescente frammentazione dei canali e delle audience, oltre al rapido aumento dei dispositivi e delle piattaforme, sta rendendo il mercato sempre più complesso.

Ora, non solo i consumatori prendono decisioni d’acquisto in una frazione di secondo, ovunque si trovino, ma si aspettano anche che le aziende offrano proposte interessanti e anticipino le loro esigenze. Dunque, per riuscire a comprendere i consumatori e comunicare con loro nel momento migliore, è ormai essenziale che le aziende passino dal programmatic al predictive marketing.

 

Flat design stylish vector illustration megaphone with cloud of colorful application icons on media theme. Digital marketing concept. Isolated on stylish turquoise background
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Cos’è il predictive marketing

Il predictive marketing consente ai marketer di analizzare l’enorme quantità di informazioni sui consumatori in loro possesso attraverso l’intelligenza artificiale e identificare quando è più probabile che una persona si interessi a un determinato prodotto o servizio. In questo modo, le aziende potranno offrire esperienze cross-device, always-on e sempre rilevanti per gli utenti, che saranno maggiormente portati alla conversione.

“Secondo la nostra recente indagine Consumer Perceptions of AI, i giovani – e specialmente i Millennial – vedono positivamente la realizzazione di pubblicità personalizzate e rilevanti. L’80% degli intervistati tra i 25 e i 35 anni ha infatti dichiarato di comprendere il valore dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per proporre pubblicità e offerte interessanti”, ha commentato Enrico Quaroni, Regional Director Southern Europe and Mena Region di Rocket Fuel.

Enrico Quaroni_Regional Director Southern Europe e MENA Region di Rocket Fuel

Inoltre, quando i marketer dividono i potenziali clienti in segmenti – identificando un ristretto gruppo di persone con determinate caratteristiche – automaticamente pongono un limite al numero di utenti che possono raggiungere. Il predictive marketing, invece, basato sul machine learning, consente di elaborare continuamente le informazioni sui propri clienti, scoprendo e raggiungendo sempre nuovi utenti che adottano comportamenti simili online.

Un’ulteriore preoccupazione dei marketer è riuscire ad avere il controllo su dove vengano pubblicate le proprie pubblicità. L’integrazione dell’intelligenza artificiale garantisce che gli ad raggiungano le persone giuste nel momento migliore in un ambiente sicuro, riducendo il rischio di bot e frodi e massimizzando il controllo su dove viene posizionata la pubblicità.

Cinque principi fondamentali

Il predictive marketing, dunque, si fonda su cinque principi:

  • Momenti, non segmenti: consegnare pubblicità significative che piacciano ai potenziali clienti usando l’intelligenza artificiale e il moment scoring in real-time per identificare il momento migliore in cui raggiungere l’utente.
  • Dati proprietari, non di terze parti: usare, organizzare e analizzare i first party data per ottenere informazioni preziose sui propri consumatori e usarle per trovare nuovi potenziali clienti che condividono con loro abitudini e comportamenti online.
  • Persone, non dispositivi: concentrarsi sul singolo consumatore nel momento in cui è pronto a interagire, indipendentemente dal dispositivo utilizzato.
  • Customer journey, non funnel: le interazioni degli utenti sono sempre più diffuse, frammentate e frequenti. È necessario superare il funnel “considerazione-acquisto” per raggiungere i potenziali clienti in qualsiasi momento del loro customer journey.
  • Decisioni, non dati: tutti i dati del mondo sono inutili se un’azienda non possiede la tecnologia e l’intelligenza artificiale necessarie per dar loro un senso. Una Data Management Platform consente di prendere decisioni su vasta scala in tempo reale.
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I tuoi KPI sono quelli giusti?

Tutti sappiamo quanto il monitoraggio sia alla base di qualsiasi strategia di marketing e quanto la selezione dei giusti KPI costituisca un passaggio fondamentale al fine di valutare il comportamento dei consumatori (e le sue variazioni).

Questo è ancora più vero quando le aziende si immergono nel digitale, un universo nel quale è sempre più importante tracciare e dare un senso ai dati accumulati.

Cerchiamo ora di dare una definizione di KPI per orientarci meglio nel discorso: i KPI (Key Performance Indicator) sono indicatori legati ad obiettivi che si vogliono raggiungere, devono quindi essere definiti precedentemente all’avvio di qualsivoglia operazione e devono essere misurabili. Devono essere necessariamente quantificabili poiché a volte è utile creare combinazioni di dati che consentano un’analisi più accurata e in profondità.

Dominare i dati con i KPI, non esserne dominati

Ecco gli errori principali che commettono molti brand utilizzando un monitoraggio obsoleto, per intenderci, un monitoraggio pre-digital-era. Entriamo nel merito della questione.

È spesso necessario cambiare un determinato numero di attributi dopo un certo periodo di tempo, periodo che dipende dal tipo di obiettivi e/o dalla tipologia di prodotto. A partita in corso si deve capire se la strategia decisa in partenza sia effettivamente quella giusta o se ci sia bisogno di un’attenta revisione delle nostre scelte: bisogna valutare l’opzione di scendere a compromessi e prendere nette decisioni sui cambiamenti da apportare. Non tenere conto in corso d’opera delle prestazioni negative può portare ad una successiva distorsione dell’analisi e ad una valutazione totalmente errata della percezione che i clienti hanno del brand una volta arrivati alla fine della campagna.

kpi giusti

I numeri servono, fino a un certo punto

Un altro passo falso è fermarsi all’analisi quantitativa dei dati: siamo tutti bravissimi ad accumulare informazioni su informazioni, il mestiere realmente difficile non è accumulare dati ma interpretarli. È di fondamentale importanza capire e fornire una spiegazione qualitativa dell’informazione (preziosa se decifrata in maniera corretta) ottenuta dagli utenti. Per esempio, è utile chiedersi il motivo per cui persone di una determinata fascia demografica si comportano in modi diametralmente opposti o anche per quale motivo un device converte più in una città e meno in un’altra.

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Un’analisi esclusivamente quantitativa non sempre può darci delle risposte mentre se, oltre ai numeri, riusciamo a compiere un’analisi di tipo qualitativo possiamo anticipare le tendenze (soprattutto sui social media) e possiamo attribuire ai feedback dei nostri clienti un maggior valore.

I social media offrono un’ampia panoramica sui consumatori facendoci capire cosa il futuro può avere in serbo per il nostro brand: è necessario potere e sapere ascoltare gli utenti implementando sondaggi brevi e cercando di comprendere se la risposta dell’utente è indirizzata alla descrizione delle caratteristiche del prodotto o se tende a descrivere le proprie emozioni (positive o negative) nell’esperienza di utilizzo.

Stabilendo i giusti KPI abbiamo la possibilità quindi di capire il tone of voice generale, analizzare il contesto e anticipare i tempi, apportando modifiche che ci porteranno alla diminuzione degli attriti nel funnel, con un conseguente aumento del ROI (Return on Investment).

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Per concludere

A noi marketer piacciono i dati (a dire la verità anche i grafici colorati!) ma non dimentichiamoci che siamo entrati già da un po’ di tempo in una nuova era del monitoraggio, che ci permette (e ci permetterà sempre di più) di indirizzare ogni giorno più persone verso il nostro brand, così da conoscere in maniera più approfondita chi ci segue e farci conoscere meglio da chi condivide la mission del nostro brand.

32 GIF per l’ultima campagna di Converse con Eleven di Stranger Things

Eccitazione, paura e rabbia sono sentimenti molto comuni tra i ragazzi che tornano a scuola.

L’ultima campagna di Converse “First Day Feels” – nata da un concept di Big Spaceship – nasce proprio per cristallizzare tali sensazioni in immagini e per presentare la nuova collezione. Per farlo si è scelta come protagonista Millie Bobby Brown, l’attrice della serie originale di Netflix “Stranger Things”, con un format decisamente particolare: 32 divertenti GIF.

La serie di GIF verrà pianificata su diversi media: da BuzzFeed a Teen Vogue in Nord America, UK e Francia. Oltre che su tutti i canali di Converse e su Giphy e Tenor (così da diffonderla anche sulle piattaforme native).

Questa campagna originale segue il recente rebranding del marchio, attualmente di proprietà di Nike.

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In A Heartbeat, la storia d’amore animata finanziata su Kickstarter

Quasi 2 milioni di visualizzazioni già registrate su YouTube per In A Heartbeat, la dolce storia d’amore tra due ragazzini, che a maggio era stata finanziata grazie ad una campagna di crowdfunding su Kickstarter.

Partito con un trailer da 25 secondi, il corto animato ha colpito nel segno (e nei cuori) di tanti finanziatori, che hanno permesso al film di essere completato.

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In A Heartbeat, la storia semplice di un amore

La storia alla base di In A Heartbeat è semplice, proprio come il suo titolo: è il racconto di un innamoramento.

Un ragazzino dai capelli rossi, Sherwin, si innamora del suo compagno di classe Jonathan. Il cuore gli esce letteralmente dal petto e lui deve ritrovarlo prima che questo sveli a tutti i suoi veri sentimenti.

Un corto animato che apre al dialogo, consentendo al pubblico di capire, in modo semplice e dolce, attraverso gli occhi di un ragazzino, la confusione e le emozioni di questo momento così particolare.

I due filmmaker autori del video, Beth David ed Esteban Bravo, hanno dichiarato all’Huffington Post“Speriamo che il film sia in grado di risuonare con quelli che si identificano con questo personaggio – e per chi non vi si identifica, speriamo che ne acquisti una maggiore comprensione per chi vive questa esperienza”.

Il progetto, che ha raccolto 14mila dollari di finanziamento su Kickstarter, aveva uno scopo chiaro nell’idea dei due autori: non doveva essere una predica sull’amore omosessuale, doveva semplicemente mostrare al pubblico cosa significhi crescere, quale sia la confusione che può avere in testa un ragazzino e la paura per i suoi sentimenti.

Noi abbiamo già guardato il film animato e ci sentiamo di dire “missione compiuta”.

Goditi il video e raccontaci se ha fatto centro anche con te e cosa ne pensi sulla nostra pagina Facebook!