Perché le aziende amano i candidati passivi?

Trattare il tema lavoro è pericoloso. Spesso, molto spesso, ci sono opinioni discordanti riguardo a ciò che va inserito nel curriculum vitae, su ciò che va chiesto al recruiter, su ciò che invece non va mai detto e così via.

Un recente articolo di Liz Ryan su Forbes fa luce, poi, su una faccenda parecchio delicata, quella dei  cosiddetti candidati passivi.

Un candidato passivo è un soggetto già impiegato che non è alla ricerca di un lavoro ma che viene ugualmente contattato dalle aziende in cerca di profili interessanti.

LinkedIn candidati passivi

La domanda reale che dovremmo porci è perché un datore di lavoro preferisce qualcuno che non è interessato alla posizione aperta, ma snobba chi ha investito tempo ed energie per informarsi sull’azienda, inviare CV, lettera motivazionale e portfolio?

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La risposta potrebbe essere questa: i responsabili HR hanno paura di sbagliare e per questo motivo giudicano i candidati per la loro attuale condizione lavorativa. Ryan fa riferimento nello specifico ad una serie di argomenti utilizzati dai responsabili HR con i quali si giustificano per queste scelte. Ricostruiamole insieme.

Perché le aziende amano i candidati passivi? Parola ai recruiter

Perché le aziende amano i candidati passivi?

Di seguito un elenco con una serie di giustificazioni fornite dai recruiter:

  1. Se qualcuno è impiegato in un’azienda sarà un profilo valido per il proprio datore di lavoro mentre se non sta lavorando non possiamo sapere se è un candidato valido.
  2. I candidati disoccupati potrebbero aver perso le loro abilità.
  3. Quando privilegiamo i candidati passivi rispetto a quelli in cerca di lavoro lo facciamo perché non dobbiamo preoccuparci di capire i motivi legati al loro licenziamento.

Lascio a te l’arduo compito di commentare queste giustificazioni poco plausibili. Ma quali potrebbero essere le reali ragioni legate a queste scelte? Proviamo a rispondere.

Perché le aziende amano i candidati passivi: le ragioni reali

  1. Alcuni manager non si fidano del proprio istinto riguardo la ricerca dei migliori talenti, per questo motivo contattano i candidati passivi che, banalmente, lavorano per i loro competitor. In questo modo si può portar via qualcuno da un’azienda rivale facendo in modo che il processo diventi più importante della persona che viene assunta.
  2. Scegliere un candidato passivo affrettando il processo di selezione è facile, oltre ad essere da pigri. Questa facilità di scelta non sempre premia. Come dicevamo in precedenza non è scontato che un candidato passivo sia più preparato di uno alla ricerca di lavoro. Questo genere di decisione allevia le responsabilità dei recruiter dal rischio di “aver tentato”.
  3. Alcuni manager sono prevenuti nei confronti dei candidati disoccupati per l’antica credenza secondo la quale solo i cattivi dipendenti vengono licenziati.

Bisogna aver la fortuna di avere a che fare con un manager in grado di capire se ha di fronte un vero talento, ma questo processo non può essere affrettato o peggio automatizzato, resta sempre legato ad una parte fondamentale di ogni processo di assunzione: le persone.

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