Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

Diciamolo: Giovanni Pascoli non è proprio quel poeta che ci rimane nel cuore una volta terminate le superiori. Un decadente, d’un decadimento che non era “né carne né pesce”, una sorta di via di mezzo tra un romanticismo leopardiano e un maledetto come Baudelaire.

Eppure qualcosa Pascoli c’ha lasciato… no, non l’ansia de “La cavallina storna”, ma l’idea del “fanciullino”. Un recupero di una dimensione infantile e quasi primitiva: secondo Pascoli solo il poeta può esprimere la voce del “fanciullino” presente in ognuno di noi, e proprio su questo aspetto si differenzia dall’uomo comune.

Ma se oltre il poeta ci riuscissero anche i social network?

Snapchat: un social in grande crescita

Negli Stati Uniti Snapchat sta portando avanti, da circa un anno, una campagna mirata al target over 35, puntando così a diventare un social network mainstream e non solo più di nicchia e rivolto ai giovanissimi. Il claim della campagna è “fun and awareness“, ossia “divertimento e consapevolezza”. Esatto, un po’ come la dimensione del fanciullino di Pascoli, dove il poeta mantiene la coscienza adulta, recuperando al contempo la voglia di divertirsi, prerogativa della dimensione infantile.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

Sei su dieci utenti di età compresa tra 16 e i 35 anni, negli Stati Uniti, utilizzano Snapchat, e i numeri stanno crescendo a vista d’occhio anche nella fascia over 35. Nel corso dell’ultimo anno Snapchat ha aumentato la base utenti 25-34 anni del 103%, e gli over 35 dell’84% con una rapidità del 56% maggiore rispetto alla crescita degli utenti di età compresa tra i 18 e i 24 anni, aumentati del 48% (dati comScore). Ad oggi il 12% dei quasi 50 milioni di utenti hanno un’età compresa tra i 35 e i 54 anni.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

La crescita, secondo comScore è guidata dai genitori che vogliono rimanere in contatto con i propri figli, e avere uno sguardo in live sulle loro giornate. Ma Jeremy Liew, investitore in Snapchat, ha anche osservato in una conferenza a Tampa, in Florida, lo scorso maggio, come Snapchat stia aumentando la propria popolarità tra gli over 35 identificati in colleghi di lavoro. Snapchat, dunque, quasi come un nuovo strumento per il team building, come un’evasione dal reale per trovare divertimento fine a sé stesso, pur mantenendo consapevolezza e integrità.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

LEGGI ANCHE: Come usare Snapchat da veri pro e pubblicare snap fuori dal coro

Gli adulti sono sexy per gli inserzionisti

Un’altra delle cause della crescita del numero di utenti over 35 è l’aumento dell’utilizzo di internet via smartphone e tablet, che si avvicina al 15-20%, incrementando di fatto le possibilità di accesso ai social network. Dunque perché una piattaforma in grande crescita come Snapchat dovrebbe continuare a puntare soltanto su un pubblico giovanile? Gli inserzionisti chiedono di più per un social con l’ambizione di dar filo da torcere a Facebook (e i suoi figli, Whatsapp e Instagram in testa).

Gli adulti hanno redditi più elevati, essendo così figure attraenti e sexy per i brand, come ha ricordato Enrique Velasco-Castillo, Senior Analyst della società di ricerca Analysys Mason, durante la stessa conferenza a Tampa di cui si faceva riferimento in precedenza. Gli annunci pubblicitari sono parte integrante della strategia di crescita di Snapchat, social network ovviamente gratuito, che ad oggi non produce profitti, non avendo nemmeno ancora raggiunto il break even.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

Secondo Nielsen, negli Stati Uniti le persone hanno speso nel 2015 circa 42 ore al mese su internet via mobile, circa 19 ore in più rispetto al 2012. E quale gruppo di età ha trascorso la maggior parte del tempo con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone? Esatto, le persone di età compresa da 35 a 44 anni, che viaggiano su ritmi di 45-48 ore al mese.

Snapchat e gli over 35, Pascoli e la poetica del fanciullino

Per Pascoli la realtà non contava tanto in se stessa, ossia come realtà oggettiva (e qui la rottura dalle correnti poetiche precedenti), ma contava per come l’uomo riusciva a vederla e a sentirla dentro di sé, perciò come realtà soggettiva. E quale strumento migliore di un social network per esprimere la propria visione del mondo e della natura? Secondo il poeta romagnolo, ogni persona, indipendentemente dal lavoro che svolge e dalla condizione sociale, ha dentro di sé un fanciullino, quella dimensione infantile e primitiva che nel quartier generale di Snapchat pare abbiano compreso appieno.

OSVehicle: una Startup italiana alla conquista del mondo automotive open source

Il mondo Automotive è da sempre fonte di ispirazione per i settori più innovativi e competitivi (ad esempio, si pensi alla domotica) così come è da sempre costellato da leader e follower in eterna competizione tra loro. Al suo interno, assistiamo ormai da tempo alla proliferazione di automobili elettriche più o meno performanti e più o meno costose, con Tesla a farla da padrona a livello di innovazione/marketing, anche grazie ad un Founder (Influencer) chiamato Ellon Musk.

In Italia – a Torino per la precisione – una Startup formata da un Team competente e molto in gamba, ha avuto una intuizione: creare una piattaforma modulare open-source per la realizzazione di veicoli elettrici.

In questo modo è nata OSVehicle e questa è la storia di TABBY EVO.

OSV_2

I Founder di questa Startup, insieme al proprio variegato e competente Team, partendo dal mondo dell’automotive e da tutto ciò che riguarda quello che viene definito automotive manufacturing hanno creato una realtà unica nel suo genere. Questa unicità non è di certo passata inosservata ed i clienti non hanno ritardato ad arrivare, anche grazie ad un forte presenza social (Linkedin, Facebook, TwitterVimeo).

OSVehicle

Il prodotto principale di OSVehicle è TABBY EVO, una piattaforma hardware open source disponibile per chiunque: la Startup fornisce a chiunque lo voglia acquistare, un kit di montaggio da assemblare autonomamente utilizzando le istruzioni fornite ed i pezzi contenuti nel kit. La mission è estremamente chiara e visionaria: democratizzare la mobilità sostenibile e creare una piattaforma partecipativa per lo sviluppo di veicoli elettrici.
Grazie a questa piattaforma, ad esempio, è possibile creare pre-serie realmente funzionanti a costi irrisori (pensando ad una futura mass production) così come è possibile permettere a chiunque di proporre i propri progetti e le proprie idee.

https://vimeo.com/osvehicle/vision

Il vantaggio principale di TABBY EVO? Il tempo di montaggio pari ad 1 ora, in pratica il tempo che ci si impiega nel montaggio di un LEGO. La piattaforma consente di realizzare differenti tipi di veicoli (EU L7e, EU L6e, US LSV NEV ed M1) con un numero di posti a sedere pari a 2 oppure 4.

Le specifiche principali della prima Open Source Vehicle (OSV) platform, sono le seguenti:

  • Speed: 80 mph
  • Range: 75 miles
  • Power: 19 kW
  • Weight: 838 lb

La Startup non si vuole proporre come car-maker ma come fornitore di un framework hardware open-source (oltre a fornire la possibilità di scaricare file CAD e non solo) a cui tutti possono contribuire grazie alla licenza creative commons. Chiunque può quindi eseguire il download di tutto il materiale necessario e proporre i vari progetti direttamente sul sito dell’azienda. La piattaforma può quindi essere utilizzata per realizzare i veicoli elettrici più disparati soprattutto in fase prototipale abbattendo, di fatto, i costi in R&D. In questo modo, qualsiasi compagnia, riesce ad esempio ad abbattere il time-to-market utilizzando un kit di sviluppo già collaudato e pronto per eventuali modifiche.

OSVehicle definisce TABBY EVO: harder, better, faster and stronger. Auguriamo a questa startup (ormai azienda vera e propria) di proseguire il cammino nel mondo automotive per una mobilità sostenibile con l’intuito che li ha da sempre contraddistinti. Good Luck!

Condividere, per distruggere: il caso Tiziana Cantone e il ruolo dei social media

In queste ore si sta facendo un gran parlare del suicidio della giovane Tiziana Cantone, finita nelle cronache dello scorso anno per la diffusione di un video pornografico che la vedeva protagonista, e che era diventato cult per le frasi che la giovane pronunciava nella clip.

L’attenzione suscitata dal breve video aveva reso celebre la ragazza, che era ovviamente finita per diventare il centro di discussioni in gruppi, pagine e spazi digitali e simili – di cui ovviamente molti votati all’insulto e alla presa in giro – e che aveva così subito il ritorno di una fama non richiesta, ma lesiva per il suo equilibrio, tanto che le era stato accordato quest’anno il cambio di nome da parte dell’autorità giudiziaria di Napoli: processo per altro svolto con criterio di urgenza, proprio perché certificato il grave stato di salute della vittima.

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Nonostante in queste ore il dibattito sia montato, alcuni hanno proposto una teoria, secondo la quale Tiziana Cantone non sia stata una “vittima” in senso stretto, in quanto sarebbe stata lei stessa – secondo alcune voci – a condividere attraverso dei sistemi di messaggistica istantanea la clip incriminata.

Questa è la cronaca: ciò che resta di questa storia, oltre al dramma di una vita che si chiude in circostanze tragiche, è però un lascito che può servire per comprendere l’esistente, e orientare il domani.

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La Viralità, nel genoma

Tutti gli utenti che hanno uno o più account attivi su un canale social sono potenzialmente un hub informativo: ognuno può immettere o veicolare informazioni più o meno veritiere, alimentando così un flusso che può essere di conoscenza, o di disinformazione. Il gesto della condivisione digitale, supportata da device sempre più performanti e veloci, ha di fatto reso endemica nell’essere umano la capacità di comunicare e influenzare i propri simili, trasformandolo in un media a tutti gli effetti.

Ognuno di noi, infatti, è in grado di trasmettere un’informazione, veicolandone il senso con una, seppur parziale, trasfigurazione: dico ciò che vedo, e lo dico a modo mio, comunicando quindi indirettamente se l’informazione che dò sia ammissibile a livello sociale, oppure no.

Non è importante la risorsa: studi ormai ampiamente confermati hanno più volte sottolineato come l’utente medio di un canale social media condivida ma non legga ciò che propone: uno di questi, effettuato dalla Columbia University insieme al French National Institute , e riportata dal Chicago Tribune, indica questa percentuale nel 59% dei link condivisi.

Science Post ha nel giugno scorso fatto in questo senso un test: ha proposto un articolo dal titolo “Study: 70% of Facebook users only read the headline of science stories before commenting“, scritto però in pagina interamente con testo Lorem Ipsum (link originale qui): ebbene, circa il 70% lo hanno condiviso convintamente, senza esitazioni, quasi parlando di un serio studio accademico.

Questo perché avviene? Forse è lì il segreto del meccanismo che ha portato (e chissà quante altre volte porterà) a leggere fatti di cronaca come quello di Tiziana Cantone.

La condivisione come arma di distruzione di massa

Condividiamo il più delle volte non tanto per il contenuto che leggiamo e che vogliamo “condividere” in senso stretto con gli amici della nostra rete sociale, quanto per affermarci con status che quel contenuto garantisce.

Parliamo di politica? Lo facciamo a volte sentendoci obbligati a esprimere il pensiero mainstream, pena l’esclusione (o peggio, il pubblico ludibrio) dalla sfera sociale stessa. Come novelli radical chic (che la Treccani definisce: «che o chi per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali») tendiamo ad accorpare le nostre opinioni a un pensiero unico e dominante, di fatto assumendo quest’atteggiamento nelle espressioni, nei comportamenti, nei giudizi.

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Attenzione: non parliamo di mode. Parliamo proprio di una trasformazione nel modo di essere, che sempre più è influenzato e influenzabile. Sostanzialmente, il rischio che ogni utente dei social media corre è quello di perdere autonomia, credendo di essere libero di esprimere la propria opinione.

Questo cosa comporta? Il non rendersi conto che veicolando informazioni si può nuovere gravemente alle persone intorno a noi.

Un esempio? La ragazza violentata nei bagni di una discoteca, a soli 17 anni, e filmata dalle “amiche” (perdonateci le virgolette), le quali hanno poi condiviso su WhatsApp il video. Fortunatamente, gli inquirenti sono riusciti a fermare la diffusione del filmato, cosa che non è sfortunatamente accaduta in un caso simile, capitato qualche mese fa a Torino.

Non è un caso che protagoniste del fatto siano delle giovani ragazze, inesperte probabilmente ma anche nel pieno dell’adolescenza, periodo in cui il desiderio di affermazione e accettazione è superiore a qualsiasi altra pulsione: il corpo viene usato per scopi sessuali, ritratto, per certi versi umiliato, e infine sfruttato da terzi per rendersi agli occhi degli altri giudici e carnefici.

La condivisione facilita questa meccanica, senza che gli stessi protagonisti dei contenuti si rendano conto delle conseguenze: il “qui” e “ora” dei social media non ha un occhio rivolto al domani, si misura in like e in commenti, e non chiede conto di ciò che potrebbe accadere. Per questo a essere vittime di comportamenti che conducono anche alla morte, sono spesso i più giovani, che spesso non si rendono conto di cosa possa capitare a “diventare media”.

Tiziana Cantone è stata vittima inconsapevole di questo meccanismo? Chissà.

Se veramente è stata lei stessa a condividere il suo video, non ha considerato che il comune senso del limite, misto alla smania di apparire e un mai domo maschilismo che svilisce ancora il corpo della donna, avrebbe scatenato di fatto una tempesta sulla sua testa. Un errore di calcolo, nel caso, per una donna che, posta la legittimità delle sue preferenze sessuali, aveva il diritto di non pagare per uno sbaglio come poi, effettivamente, è capitato.

Il suo caso è però sintomatico: oggi in molti, condividendo contenuti che ne richiamavano l comportamenti, hanno contribuito a minarne la serenità, senza che questo abbia minimamente scalfito la spinta giudicante e sarcastica. In questi mesi, a tutti gli utenti dei social network è capitato di leggere da qualche parte “Bravoh”, così come in moltissimi hanno visto il video: nessuno, però, si è fermato a chiedersi che cosa stesse capitando a quella donna.

Tiziana Cantone - trend
Tiziana Cantone - query
A confermarlo non c’è un’ammissione: basta Google Trends, e leggere le parole cercate. Un trend che, superato il picco iniziale, ha visto un generale ridimensionamento ma che è rimasto comunque costante. Indicativo di quanto fosse stata sdoganata la storia e le espressioni che di essa facevano parte.

“Condividere”, quindi, può diventare un’arma? Sì, se mentre lo facciamo non capiamo che quel gesto equivale a piantare un seme. Che porti frutto, o zizzania, questo dipende da ciò che condividiamo, ma visto la qualità di ciò che si legge online, purtroppo, quasi sempre stiamo parlando della seconda (ne è un esempio l’uomo che ha recentemente messo in vendita su Ebay la propria moglie..).

Secondo questa lettura, possiamo provocare: se condividiamo le cose sbagliate (si pensi alle diatribe sui vaccini) si rischia di minare le sicurezze altrui, creando non pochi problemi, facendo male alla massa di utenti che ci circonda.

Prendere coscienza del ruolo di ognuno

Quindi, come fare? Educarsi, certo, ma come?

Prendendo coscienza che quello che chiamiamo cyberbullismo, o con altre definizioni più o meno sofisticate, è parte di un sistema di pensiero articolato, ma fragile.

Selvaggia Lucarelli ha recentemente pubblicato questo post:

La storia di Louise, terribile tanto quanto quella di Tiziana Cantone e raccontata dal punto di vista asettico delle parole, rende meglio di qualsiasi spiegazione. Mostrare ciò che ha provato la ragazza, non descrivendone gli effetti, ma semplicemente mostrando gli strumenti che hanno causato il dolore: strumenti che sono digitali, e che avrebbero dovuto unire, e non dividere.

Una scelta coraggiosa, quella del padre di Louise, che pone al centro il ruolo di ogni utente come hub, che può alimentare o arrestare un flusso potenzialmente dannoso di informazioni e contenuti: in un ecosistema digitale dove il messaggio viene sempre più reso veloce ed etereo (si pensi a Snapchat e alla sua forma volutamente leggera e immediata), una trasformazione essenziale, e oggi indispensabile.

Basta mostrare la pochezza di tali comportamenti, per avere subito un risultto concreto: il non voler esser accumunati ad essi.

Solo con una corretta presa di coscienza verso gli strumenti digital (e in questo un grande lavoro lo sta compiendo la Polizia di Stato con la sua pagina Una vita da Social) sarà possibile trasformare i social media.

Un tentativo da compiere e che tutti gli operatori del digital dovrebbero sentire come propria responsabilità: perché utenti più consapevoli sui social media sono potenzialmente anche cittadini migliori.

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La forza dei legami deboli per trovare lavoro

Si dice che si nasce e muore da soli. Nel percorso però siamo parte di una rete di relazioni che, ereditate o costruite nel tempo, rendono la nostra vita meno insipida.

Non tutte le relazioni hanno la stessa valenza: come in chimica, ci sono i legami forti e quelli deboli.

I legami forti sono quelle relazioni che ci legano alle persone importanti della nostra vita, quelle relazioni che coltiviamo con molta frequenza. Sono il nostro partner, il nostro miglior amico, gli amici di sempre, i parenti, colleghi più stretti.

I legami deboli sono quelli che stabiliamo con persone con cui interagiamo di meno, per frequenza o intensità.

Sono, ad esempio, le relazioni che stabiliamo con altri sui social network senza averli mai incontrati nella vita reale, ma possono essere anche persone che incontriamo realmente, solo in una cerchia più esterna rispetto a quella delle relazioni più intime.

Mark Granovetter nel suo saggio “La forza dei legami deboli” ci offre una definizione precisa della forza di un legame:

la forza di un legame è una combinazione (probabilmente lineare) della quantità di tempo, intensità emotiva, intimità (confidenza reciproca) e servizi reciproci che caratterizzano il legame.

In quel saggio egli dimostrò che i cosiddetti legami deboli erano in realtà molto importanti, più di quelli forti per diffondere a macchia d’olio idee e informazioni, raggiungendo un pubblico fuori dalla portata di quest’ultimi.

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L’importanza dei legami deboli per trovare lavoro

Sappiamo già che il networking è molto importante quando si tratta di cogliere opportunità di lavoro.

Più collegamenti si collezionano, più facile sarà far sapere di noi o venire a sapere di una opportunità di lavoro interessante.

Un recente studio pubblicato da alcuni ricercatori dei laboratori di Facebook, sembrerebbe arrivare  a due conclusioni contraddittorie:

  • Molte persone trovano un lavoro grazie ad una delle loro numerose relazioni deboli.
  • Le relazioni forti di una persona sono più disponibili da aiutare nella ricerca.

La ricerca “how strong and weak ties help you find a job”, basata su dati resi anonimi e aggregati rilevati dai profili degli utenti facebook negli USA, trae una conclusione forse lapalissiana, ma importante: i legami deboli sono importanti nell’insieme per la loro quantità, quelli forti sono però singolarmente importanti per la loro qualità.

In altre parole, i legami deboli sono importanti per informare la maggiora quantità possibile di persone che siete in cerca di una opportunità di lavoro, ma se desiderate un aiuto concreto quale una raccomandazione o una referenza, solo le persone con un legame forte potranno darvela.

Cosa fare in pratica

Secondo i ricercatori Facebook la miglior strategia sarebbe quindi far conoscere attraverso un post sul vostro diario della vostra ricerca.

Naturalmente, aggiungiamo, con la dovuta prudenza e cautela: se siete dipendenti il vostro attuale datore di lavoro potrebbe non gradire di sapere in questo modo che state per abbandonarlo.

Comunicazioni meno generiche e precise sono da riservare alle persone che hanno un legame forte con voi, inviando per esempio messaggi privati e in cui vi informate su posizioni aperte nella loro azienda o in altre di loro conoscenza.

Cercare un lavoro è un lavoro, e le attività più impegnative e che richiedono più tempo sono da dedicare ai vostri legami forti.

Ma fate sapere al mondo della vostra ricerca attraverso i legami deboli: il messaggio arriverà lontano e, come si dice, non si sa mai!

IF! Italians Festival, cosa dobbiamo aspettarci dalla terza edizione

Mancano poco più di tre settimane a IF! 2016, il festival italiano della creatività.  Sin dalla sua origine, il festival ha l’ambizione di coinvolgere e far incontrare l’eccellenza creativa italiana e internazionale. Anche quest’anno non mancheranno professionisti affermati della comunicazione creativa, artisti e investitori illuminati che calcheranno il palco del Teatro Franco Parenti di Milano.

I protagonisti

Un parterre davvero per tutti i gusti:

Chef Rubio, famoso personaggio televisivo e cuoco Ufficiale di Casa Italia alle Paraolimpiadi di Rio, che promuoverà la “buona cucina” focalizzandosi proprio sugli aspetti sociali del tema.

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Sofia Viscardi, giovanissima star del web e autrice di “Succede”, il caso editoriale dell’anno (edito da Mondadori), che salirà sul palco insieme allo scrittore e filosofo Franco Bolelli;

The Jackal, la celebre crew di videomaker partenopea da 10 anni protagonista su YouTube;

Rudy Zerbi, conduttore televisivo e radiofonico che insieme a Valentina Fronzoni (Founder & Executive Producer di the BigMama) sarà protagonista di un “trivial quiz” sulla pubblicità;

Chiara Luzzana, sound designer e compositrice di fama internazionale, ideatrice del progetto “The Sound of City”;

Calciatori Brutti, creatori dell’omonima e seguitissima pagina Facebook diventata ormai fenomeno virale che racconta il lato “ignorante” del calcio.

LEGGI ANCHE “No show, no business” il tema di IF! Italians Festival 2016

Sono inoltre confermati nel palinsesto Andrea Stillacci, Presidente e Co-Fondatore di Herezie, Cristina Mollis, Head of H-FARM Industry, Davide Bartolucci, Founder & CEO di Shado, e di Emilio Cozzi, vicedirettore di Zero e uno dei massimi esperti in Italia di videogiochi e cultura videoludica.

Il festival sarà anche un’occasione di networking, lì potrai infatti conoscere e confrontarti con pubblicitari, designer e innovatori.

Come partecipare

Per partecipare è necessario acquistare nell’area ticket del sito il 3 Days Pass al costo di 35,00 euro (mentre per studenti, soci Adci e soci Assocom/PR HUB è riservata fino a ottobre la promozione “Early Bird” al costo di 25,00 euro).

Per cogliere lo spirito dell’evento ti consigliamo di guardare il report dell’edizione 2015 del Festival:

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Rai cambia look: ecco il restyling dell’immagine coordinata

È visibile già dal 12 settembre la nuova veste grafica dei principali canali Rai. Loghi e identità visiva di Rai1, Rai2, Rai3 e Rai4 diventano omogenei e coerenti e, come dichiara l’azienda, fanno un grande passo avanti verso un’immagine più inclusiva e immediata. Un’operazione senz’altro di importanza rilevante se consideriamo che Rai è una delle più grandi aziende di comunicazione d’Europa e il quinto gruppo televisivo del continente europeo.

Tanti i cambiamenti apportati, anche se non stravolgenti: l’obiettivo è infatti quello di “definire un’immagine aziendale unica e distintiva ma anche più coerente ed efficace, e portare nelle case degli italiani una televisione dall’identità visiva contemporanea, semplice ed aperta ad ogni età“.

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Rai cambia look: ecco il restyling dell'immagine coordinata

Rai cambia look: ecco il restyling dell'immagine coordinata

Ecco allora che i loghi cambiano colore e posizione, e insieme a loro vengono rinnovati anche bumper, grafiche dei promo e cartelli di servizio. Tutti i loghi sono ora visibili nell’angolo superiore sinistro dello schermo. Predomina ancora la forma quadrata già introdotta nel 2010, tuttora in linea con le tendenze minimali ed essenziali del design moderno, accompagnata da colori rivisitati: Rai1 passa ad un blu più caldo, Rai2 al color carminio, Rai3 schiarisce il suo tradizionale verde e Rai4 diventa viola.

Le animazioni sono state rivisitate nella stessa ottica, e giocano sui movimenti e le frammentazioni della forma quadrata del logo istituzionale.

L’importanza del blog nelle attività delle associazioni no profit

La recente polemica legata alle donazioni di Mark Zuckerberg per la Croce Rossa sotto forma di crediti in campagne pubblicitarie su Facebook, se da un lato ha generato un vespaio solo da pochi giorni placato, d’altro canto deve indurre a riflettere su quanto i social e il web sono diventati importanti anche per le organizzazioni senza scopo di lucro e per le associazioni di interesse pubblico.

Senza voler entrare nel clima da salotto televisivo, è pacifico ammettere che, così come i brand e le aziende dedicate al “consumo”, anche chi opera nel sociale non può più fare a meno di un mondo, quello della comunicazione digitale, fondamentale non solo per farsi conoscere, ma anche per diffondere i propri valori e sensibilizzare l’opinione pubblica verso determinate tematiche.

Del medesimo parare è Sebastian Guiterrez, che nel suo articolo su Hubspot mostra come l’inbound marketing rappresenti uno strumento decisamente utile anche per il variegato mondo del “no profit”.

Content calendar il buon proposito di un blog

L’inbound marketing può essere definito come l’insieme delle pratiche che, ribaltando l’approccio classico che, sfruttando i social network, i blog, le newsletter, i podcast o anche prodotti fisici, intende attrarre verso sé il target di riferimento e indurlo a compiere determinate azioni. Di solito lo si contrappone al marketing più “classico”, denominato anche out-bound marketing, fatto di advertising tradizionale e promozioni aggressive. Il pubblico, prima considerato semplice massa da raggiungere, ha sempre più potere ed è necessario quindi non solo attrarre la sua attenzione, ma coltivare la sua fedeltà e far in modo di apparire credibili e meritevoli di fiducia. Solo successivamente è possibile chiedergli di compiere azioni specifiche, come l’acquisto o, nel caso del non profit, una donazione.

Se non c’è nulla di più importante della fiducia e della reputazione presso il tuo pubblico nel marketing odierno, ancor di più se pensiamo al sempre mutevole mondo del web marketing, ciò è ancora più valido per le no profit che, talvolta, devono scontrarsi con un diffuso scetticismo nei confronti della propria missione. E un rapporto interpersonale non nasce in pochi secondi, ma va coltivato e cementato nel tempo, con impegno e dedizione. Per questo Guetierrez afferma che occorre che le organizzazioni senza scopo di lucro e le associazioni di interesse pubblico debbano cominciare subito a utilizzare le leve dell’inbound marketing.

Una di queste è il blog, spesso sottovalutato in favore di canali più “rapidi” come i social network. Un buon blog, ottimizzato per la SEO, non solo è un ottimo “contenitore” per articoli interessanti e in grado di informare o attrarre il tuo pubblico di riferimento ma, col tempo, può portarti tanti backlink. Sono link “in entrata”, ovvero collegamenti che da pagine esterne portano a quelle del tuo sito web: sono fondamentali per una buona “Link popularity” e sono decisamente graditi dai motori di ricerca, in particolar modo da Google e i suoi algoritmi che regolano le SERP.

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Il blog può inoltre essere un ottimo strumento per invitare gli utenti a unirsi a una newsletter, con la quale un organizzazione sociale può informare i suoi iscritti sulle attività, le iniziative e i risultati conseguiti grazie alle donazioni o i volontari raccolti. L’importante è sviluppare non solo contenuti, ma veri e propri asset che costituiranno poi un patrimonio per le azioni future.

I post “vecchi” infatti non finiscono la loro utilità pochi giorni dopo la pubblicazione, ma possono continuare a portare nuovi utenti – da qui, appunto, l’inbound – anche dopo settimane o mesi. Il trucco, secondo Hubspot, è quello di “migliorare” il passato, aggiornando i vecchi post con nuove informazioni e aggiornamenti per mantenerli sempre freschi e mai superati dagli eventi.

I buoni contenuti, se ben curati, non muoiono mai. Sono in grado di trasmettere i tuoi valori, di aggregare nuovi seguaci, di diffondere i tuoi messaggi su ciò che sei e ciò che fai, a volte in maniera più efficace del classico spot che irrompe nella vita quotidiana delle persone. E ciò è importante tanto per un marchio di consumo quanto, se non di più, per chi si occupa di migliorare la vita degli altri con piccoli e grandi gesti: per questo, ogni no profit dovrebbe dotarsi di uno spazio come questo, per supportare efficacemente la propria comunicazione.

Hp e Samsung, una stampante da 1 miliardo di dollari

Hp e Samsung, una stampante da 1 miliardo di dollari

L’acquisizione della divisione Printing di Samsung è stata al centro del keynote inaugurale durante la partner conference di HP Inc. a Boston e ovviamente c’era da aspettarselo, considerato che l’accordo è il più grande nella storia della compagnia.

HP ha comprato la sezione Stampa di Samsung Electronics Co. in una transazione del valore di 1,05 miliardi di dollari.

HP, Samsung e gli obiettivi dietro l’acquisizione

Lo scopo dell’acquisto è molto chiaro: supportare la transizione della società dalle tradizionali fotocopiatrici alle stampanti multifunzione, con un salto avanti nell’offerta dei prodotti.

Secondo HP, inoltre, l’accordo dovrebbe rafforzare la posizione della compagnia nella stampa laser, già stabilito con Canon, dato che le attività di stampa di Samsung includono più di 6.500 brevetti di stampa.

Il deal dovrebbe concludersi entro un anno, ma non mette un punto sui progetti futuri della Hewlett-Packard Enterprise Co., che la scorsa settimana ha annunciato che avrebbe ceduto una grossa fetta della sua line-up software per il business, in un accordo da 8,8 miliardi di dollari con Micro Focus International PLC.

Dion Weisler CEO di HP, ha così commentato l’acquisizione, indicando chiaramente le prospettive future della compagnia:

La nuova HP è una storia di reinvenzione. Stiamo reinventando tecnologie, clienti, industrie e anche noi stessi. Nei nostri primi 317 giorni, ci siamo alzati pensando ogni giorno al print e ai personal system.

Stiamo reinventando il Printing, con un portafoglio di offerta tutto nuovo e con una acquisizione che ci rende una powerhouse in questa industria.

LEGGI ANCHE: Da Shooz a +ONE, Made in Italy e China si incontrano in una scarpa

Il futuro delle stampanti

HP insomma, punta ad integrare i prodotti Samsung, con l’obiettivo di creare una nuova offerta innovativa, in linea anche con la logica che è stata alla base della separazione di Hewlett Packard in due società distinte, permettendo ad entrambe di investire e crescere nei diversi mercati di riferimento.

Anche il lancio della prima 3D printer targata Hewlett Packard fornisce qualche spunto sui trend che la società seguirà in futuro.

Per il momento le azioni della cosietà sono scese di quasi il 3% nel premarket.

TommyxGigi: la moda come intrattenimento democratico

New York Fashion Week, Pier 16 DI South Street, 9 settembre Tommy Hilfiger presenta la collezione donna fall/winter 2016-17 e la capsule collection TommyxGigi, disegnata dalla top model Gigi Hadid.

Gigi ha aperto la sfilata, i capi sfilavano al tempo stesso in passerella e nelle vetrine digitali di Tommy.com, istantaneamente disponibili per l’acquisto online, e dal giorno successivo in 70 paesi attraverso i monomarca ed i retailar selezioni (Macy’s, Selfrifges, Galeries Lafayette, Rinascente..).

#TOMMYNOW in numeri

TommyxGigi: la moda come intrattenimento democratico

Solamente nella giornata del 9 settembre il sito Tommy.com è stato visualizzato 80.000 volte, registrando un incremento del traffico del 420%. Non solo visibilità, rispetto alla stessa data un anno fa, le vendite hanno registrato un incremento del 220% sulla piattaforma e del 60% nei monomarca Hilfinger e nei due pop-up store dedicati all’evento.
Si è trattato di qualcosa di molto più grande del lancio di collezione. Attualmente la collezione donna rappresenta il 25% delle vendite del brand Hilfiger, e l’obiettivo di PVH Corp è quello di salire a quota 50%.

Un mese fa Emanuel Chirico, chief executive officer di PVH, aveva dichiarato che l’evento era anche parte di una strategia di marketing globale per costruire il business della collezione donna, dunque una grande opportunità.
Scopriamo insieme gli ingredienti di questa formula esplosiva.

Gigi Hadid: topmodel, brand ambassador ed ora anche designer

TommyxGigi

“Con una protagonista del calibro di Gigi Hadid, super modella e icona dei social media l’evento sarà indimenticabile” (T.H.)
Topmodel,21 anni, californiana, socialité virtuale, con 9 milioni di euro guadagnati e 22,7 milioni di seguaci su Instagram percepiti è la quarta top model più pagata del 2016 secondo la classifica stilata da Forbes.

Brand Ambassador globale per le collezioni femminili, gli accessori e le fragranze. Gigi veste Hilfiger sia nella vita quotidiana che sul red carpet. Da lei trae ispirazione l’ultima fragranza del brand “The Girl”, lanciata lo scorso luglio.
Designer della sua prima capsule, TommyxGigi, ha saputo dare un twist contemporaneo, seppur senza tempo, al look nautico che contraddistingue le collezioni molto “American style” di Hilfiger.

Bread & Butter by Zalando: NOW, la moda democratica

TommyxGigi

NOW, l’edizione appena conclusasi del Bread & Butter che ha sfidato l’industria fashion a presentare idee trend e prodotti attraverso l’interazione con in consumatori in real-time, resa possibile dalle tecnologie digitali. In seguito all’acquisizione da parte di Zalando, per la prima volta B&B è stato aperto al pubblico democralizzando l’accesso al trade show, l’interazione con il brand e l’acquisto immediato dei capi.

In un’intervista a Vanity Fair, Jolanda Smit (Head of Global Brand Communications di Bread & Butter) aveva parlato di “arrivare al cuore del consumatore finale. Questo significa per i brand lavorare con largo anticipo sulla produzione delle nuove collezioni, per essere pronti alle vendite appena dopo la preview (…) ora i brand sono pronti a rendere questo processo più organico (…) Il B2B, business to business, continuerà ad esistere, soprattutto per capire insieme ai buyer quali capi funzioneranno di più nelle vendite, ma il concetto look now, buy now sarà sicuramente più accattivante per il consumatore che si innamora di un capo e lo vuole acquistare subito, senza aspettare la stagione successiva”.

Il picco di affluenza della kermesse è stato il 2 settembre per il lancio della la capsule TommyxGigi, disponibile già dal primo del mese su Tommy.com e Zalando.com. La collezione è stata presentata da Gigi all’interno di un’installazione interattiva aperta a stampa, influencer e consumatori. Touchscreen interattivi per acquistare i capi, consigli di styling a cura della top model, lookbook a grandezza naturale e moodboard personalizzabili per un grande successo di pubblico.

TommyxGigi – Amici VIP nel front row e nella catwalk

TommixGigi

Un pubblico globale in streaming  ed una front row stellata che più social non si può.

A sostenere il debutto di Gigi da designer la famiglia al completo: la mamma ex topmodel Yolanda Foster, il magnate Mohamed Hadid, la sorella top model Bella ed il fratello Anwar. Poi gli amici, la cantante e grande amica Taylor Swift, la super modella Martha Hunt, il pilota di Formula Uno Lewis Hamilton, la signora Kardashian Kris Jenner.  Ma non solo: Anna Wintour, Olivia Palermo…  In passerella anche Hailey Baldwin, Josephine Skriver, Taylor Hill e Imaan Hammam. L’esposizione mediatica è garantita da Twitter ad Intagram, da Snapchat a Facebook.

Più di uno show, un carnevale

Pier 16 a New York è stato trasformato in un vero e proprio Luna Park costruito attorno alla passerella: non solo i pop-up store con la collezione ma anche giostre, hot-dog e tatuaggi temporanei. Un carnevale per gli addetti ai lavori ed il pubblico. La moda come intrattenimento, anche l’indomani, con la sfilata riproposta su maxi schermi e dj pronti a far ballare i visitatori del Luna Park.
Tommy Hilfiger ha definito la due giorni “gratificazione istantanea”: “#TommyNow è la massima espressione del mio brand e la sfilata che ho sempre voluto presentare. Siamo un brand che sfida le convenzioni, che pone il consumatore al centro della propria attività e che crede nella creazione di esperienze divertenti e stimolanti, in grado di fondere moda ed intrattenimento.”

Conversational-commerce

TommyxGigi

Moda, divertimento ma anche intelligenza artificiale.

Il bot Tmy.grl anticipa l’esperienza dell’e-commerce del futuro: da Facebook Messenger si accede così a conversazioni one-to-one attraverso le quali essere guidati alla scoperta della collezione fino all’acquisto dei capi. Un bot in grado di fare proprie le abitudine dell’utente per prevederne le scelte e coinvolgerlo al massimo.

Tutte le conversazioni avvengono su Messanger, il pagamento invece avviene in piena sicurezza sul sito Tommy.com.

Per concludere con le parole dello stilista “L’innovazione digitale è al centro della nostra strategia di democratizzazione della moda e il bot Tmy.grl su Messenger introduce un nuovo livello di accessibilità, coinvolgimento e personalizzazione per il nostro pubblico globale”.

 

Photo Credit @TommyHilfiger

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