10 indimenticabili campagne di experiential marketing

Experiential marketing? Non è un vezzo linguistico di qualche marketer e nemmeno l’ultima moda in materia di marketing non convenzionale. Correva l’anno 1999, un momento decisivo che segnava l’inizio della nuova era, del nuovo millennio. I nomi Joseph Pine e James Gilmore forse non ti dicono molto, ma sono i padri di The Experience Economy, il libro che conferma la rottura con il marketing tradizionale che comunica il prodotto e la nascita di un marketing non convenzionale, che invece comunica alle persone.

In breve siamo di fronte ad una scienza o ad un’arte (dipende dai punti di vista) che si impegna a dare valore aggiunto prima al consumatore e poi al brand. Quel valore aggiunto risiede proprio nell’immergere l’acquirente in un’esperienza che lo lega indissolubilmente ad un marchio, il cui scopo è quello di connettersi con la sfera limbica, solleticando la parte emotiva delle persone.

House Vans

Un omaggio allo urban style, alla street art, alla BMX. Ecco come Vans ha battezzato il suo nuovo progetto a Londra nell’agosto 2014.

Samsung

Londra, 2012. Olimpiadi. Samsung si mette letteralmente in piazza, e in occasione dei giochi olimpici che vedono come protagonista la città di Queen Elizabeth, presenta i suoi gioiellini:  Galaxy S3 e Galaxy Note. Chi si è presentato a uno degli stand disseminati in giro per Londra ha interagito con Samsung, giocando con la app creata apposta dall’azienda sudcoreana. Numero di telefoni venduti contestualmente all’evento? Zero. Tuttavia 9 visitatori su 10 hanno reagito dicendo che avrebbero tenuto in considerazione Samsung per i loro futuri acquisti.

Doc McStuffin

La fortunata serie per bambini Doc McStuffin targata Disney Channel per promuovere la seconda, ha scomodato nientepopodimeno che l’orsetto Big Ted. Come la protagonista del programma, tutti i bambini sono diventati medici e muniti di stetoscopio e camice bianco hanno fornito assistenza al loro paziente speciale.

Red bull

Battere un record in un’impresa estrema. Il paracadutista austriaco Felix Baumgartner scende in campo per Red Bull e ha vinto tutto.

Adidas

Ecco cosa succede se i fan della star dei Chicago Bull, Derrick Rose, vengono invitati a giocare a pallacanestro con lui. Il delirio.

Mountain Dew

Pepsi chiama 15 Brand Ambassador a promuovere la bevanda gasata Mountain Dew. Un’esperienza itinerante di guerrilla su e giù per principali città del Regno Unito.

TNT

“Push to add drama”. Siamo in una tranquilla città belga, in un tipico posto dove non succede mai nulla di eccittante. Metti un pulsante in mezzo alla piazza. Abbi il corraggio di premere il bottone e diventa il protagonista di un film!

Sensodyne

Great Sensitivity Test. L’igiene orale è importante. Lo sa bene il team del dipartimento marketing di Sensodyne che ha fatto una cosa molto semplice quanto sensazionale: invitare le persone ad imparare a lavarsi bene i denti.

Game of thrones

“Aiuto, c’è un teschio gigante sulla spiaggia!”. Sì, Blinkbox si è inventata proprio questo trovata per lanciare la serie numero tre di Game of Thrones. L’immagine si commenta da sola.

Ikea

Alla stregua di Una notte al museo, ecco che IKEA UK dimostra di aver ascoltato intelligentemente le conversazioni di un gruppo su Facebook chiamato “I wanna have a sleepover in Ikea”. Eccoli accontentati. Il collosso svedese ha dato la possibilità ai suoi clienti di dormire proprio in un negozio Ikea di Essex. Si sono presentati in 100.000 e la fortuna ha premiato solo 100 di loro.

The Simpson: il film

Chiudiamo in bellezza. Ti chiedo di fare uno sforzo mnemonico. Anno 2007. Che cosa fa la 20th Century Fox in collaborazione con 7-Eleven per promuovere il film sulla famiglia americana più irriverente del mondo? Transforma 12 negozi in Kwik-E-Marts (il negozio gestito da Apu) uno dei simboli de I Simpson. Che cosa avrei dato per essere lì.

Apre il Berga Urban Museum a Vicenza: intervista al curatore Ale Giorgini [INTERVISTA]

BUM

Si chiama Berga Urban Museum, più semplicemente BUM, per chi lo conosce già, ed è un nuovo spazio espositivo libero e gratuito dedicato all’illustrazione con sede a Vicenza (Borgo Berga per la precisione) che inaugura il prossimo 4 ottobre 2014.

Si tratta di uno spazio di oltre 2000 metri quadrati caratterizzato dalla sua ampia area verde, che sarà decorato (sulla lunghezza di 150 metri) dalle opere di ben 25 illustratori provenienti da tutto il mondo: Noma Bar (UK), Jeremyville (Australia/USA), Brosmind (Spain), Marcos Chin (USA), Tomer Hanuka (USA), Stanley Chow (UK), Christoph Niemann (Germany), Pablo Lobato (Argentina), Keith Negley (Usa), Jean Julliet (France), Ryo Takemasa (Japan), Philip Giordano (Japan), Michel Casarramona (Swisse), Shout (Italy), Olimpia Zagnoli (Italy), Riccardo Guasco (Italy), Mauro Gatti (Italy), Francesco Poroli (Italy), Simone Massoni (Italy), Gloria Pizzilli (Italy), Roman Muradov (USA), Alvaro Tapia Hidalgo (Chile), Malika Favre (France), Jonas Bergstrand (Sweden) e il curatore, Ale Giorgini (Italy) apprezzato designer e illustratore nostrano a cui abbiamo rivolto qualche domanda sull’evento:

Ciao Ale, quest’anno torni a Vicenza come curatore di questo nuovo progetto dopo il successo della mostra Illustri. Ti aspettavi la risposta positiva del pubblico? Quali obiettivi ti sei posto lavorando per il Berga Urban Museum?

Ciao Daniela. Sinceramente? No, un riscontro così non me lo aspettavo. Sono entrate in Basilica Palladiana 25.000 persone per vedere la mostra Illustri, che raccoglieva i lavori di 11 fra i migliori illustratori italiani. Una risposta talmente positiva che è stata da stimolo per intraprendere una nuova scommessa e far diventare Illustri un festival biennale di Illustrazione, che inaugurerà nel dicembre 2015. E una scommessa ancor più grande: far diventare Vicenza un punto di riferimento per l’illustrazione italiana e internazionale. E in questo obiettivo si colloca proprio il progetto di Berga Urban Museum: una piazza pubblica in un nuovissimo quartiere a ridosso del centro storico della città, che diventerà un museo a cielo aperto che raccoglierà i lavori di 25 illustratori provenienti da tutto il mondo. Un modo per promuovere Vicenza a capitale dell’illustrazione e per far conoscere alla città questo nuovo spazio pubblico che si candida a diventare nuovo polo culturale cittadino e non solo.

Come mai avete pensato ad una modalità di accesso libero e gratuito alle opere esposte?

L’illustrazione è un linguaggio universale, alla portata di tutti, una forma d’arte democratica quindi. E ho voluto quindi che l’accesso a questo evento mantenesse lo stesso principio: alla portata di tutti. Mi riempie di orgoglio pensare che la mia città avra una piazza che sarà interamente dedicata a questo tipo di linguaggio, attraverso le opere di disegnatori importantissimi nel panorama internazionale.

E’ stato difficile scegliere gli artisti per la collezione? Quali sono stati i vostri criteri? C’è una linea comune che unisce questi artisti?

Il progetto era ambizioso, quindi immaginavo sarebbe stato un lavoro piuttosto lungo riuscire a raccogliere quella serie di nomi. In realtà ho trovato un grande entusiasmo da parte di tutti nei confronti del progetto e questo ha alleggerito molto il carico di lavoro a cui sono stato sottoposto. Ho reclutato illustratori che potessero dare un panorama il più eterogeneo possibile dal punto di vista stilistico, dando vita ad una line up che mettesse insieme nomi importantissimi e con anni di esperienza alle spalle come Christoph Niemann, Noma Bar, Jeremyville, Shout vicino ad illustratori più giovani e che sicuramente rappresentano il futuro di questa professione come Philip Giordano, Ryo Takemasa o Gloria Pizzilli.

Ecco qualche esempio:

Shout “Turtle”

SHOUT_turtle

Gloria Pizzilli “NuWa”

gloriapizzilli-NuWa

Christoph Niemann “Toothbrush”

CHRISTOPH NIEMANN_Toothbrush

Jeremiville “ImagineEternity”

Jeremiville ImagineEternity

Keith Negley “Timbers”

KEITH NEGLEY_Timbers

Vi ricordiamo che per l’inaugurazione del 4 ottobre 2014 è in programma una performance live di Riccardo Guasco, illustratore e pittore di Alessandria. L’appuntamento è alle ore 17.

Buona visione!

Travel Retail: il sesto continente del business

Check-in effettuato ed è subito shopping! Il travel retail (che comprende scali aerei, ferroviari e marittimi) vale 60 miliardi di dollari, e si prevede che tale cifra possa raddoppiare nel giro di 10 anni, un canale quindi in continua espansione trainato dalle vendite aeroportuali.

Per le grandi aziende il travel retail rappresenta una così ampia fetta del loro fatturato da poter essere considerato un sesto continente. Dal 2009 le vendite crescono di oltre il 12% ogni anno, in parte grazie all’aumento del traffico aeroportuale, in parte sospinte dal desiderio di shopping-on-the-go insito nei viaggiatori. I fatturati di cosmetici e profumi hanno superato le vendite di tabacco ed alcolici, diventando così un business su cui investire.

Lo stretto legame tra travel retail ed il mercato asiatico

Lo scettro del mercato travel retail è nelle mani della regione Asia-Pacifico che detiene quasi il 40% dell’intero giro d’affari, con un turnover che nel 2013 ha raggiunto i 22,3 miliardi di dollari, segnano per l’Asia una crescita del +12% vs 2012. A loro non solo lo scalino più alto del podio, ma ben 7 posizioni nella Top 10 stilata annualmente da Tfwa (associazione mondiale del duty free e del travel retail): al primo posto Seoul Incheon seguito da Dubai International, London Heatrow, Singapore Changi, Hong Kong, Bangkok Suvamabhumi, Shanghai Pudong, Beijing Capital. Paris Charles De Gaulle e Frankfurt. Da solo l’aeroporto Incheon di Seoul rappresenta il 3% del mercato globale travel retail, con ricavi di 1,7 miliardi di dollari.

I ritmi di viaggio del Travel Retail in Italia

Il mercato italiano ha raggiunto i 400 milioni di euro, situazione stabile dal 2012 ma per la quale gli esperti prevedono un incremento grazie ai miliardi di visitatori attesi per l’Expo 2015. L’aeroporto di Milano Malpensa ha già investito 28 milioni di euro per il rinnovo del Terminal 1 affidato all’architetto Gregorio Caccia Dominioni. L’ampliamento del terminal ha previsto anche la realizzazione di una galleria commerciale che trae ispirazione dalla Galleria Vittorio Emanuele e che ospiterà 46 nuovi spazi commerciali, ed il duty-free più grande d’Europa con i suoi 2.550 mq: gli spazi complessivamente destinati al retail raggiungeranno quindi i 23.000 mq. Nella nuova piazza del lusso ai già noti brand del lusso come Bulgari, Hermes, Gucci, Ermenegildo Zegna, Tod’s, si affianca anche il Caffè Oldani che propone piatti firmati dall’omonimo chef stellato.

I paperoni del Travel Retail

Come ogni anno il Moodie Report ha stilato la Classifica Mondiale dei Top 25 Travel Retailler basandosi sul turnover totale del 2013.

Al primo posto DFS con un turnover di 4.065 milioni di euro, performance fortemente sostenuta dai dati di vendita sul suolo asiatico, con particolare riferimento a Hong Kong e Macau. È inoltre interessante notante come i due big player del Medio Oriente, Dubai Duty Free e Qatar Duty, operano entrambi in una location unica, testimoniando così la rapida espansione delle compagnie aeree locali.

Travel Retail non è solo la vendetta aeroportuale

I viaggiatori non acquistano esclusivamente in aeroporto, soprattutto sono clienti anche dei punti di vendita tradizionali. Il travel retail deve diventare per le aziende il momento in cui è possibile avvicinare il consumatore e conquistare così nuovi consumatori, facendo si che questi continuino ad acquistare il brand anche una volta che saranno tornati nelle loro case.

I terminal degli aeroporti diventano media per veicolare il messaggio del brand, ma anche l’occasione per analizzare i propri acquirenti e valutare per l’azienda l’espansione verso nuovi mercati.

La Google Self Driving Car non convince ancora sulle strade più difficili

Era Maggio quando Google presentava la Self Driving Car.

La descrizione del video caricato sul canale Youtube del Google Self-Driving Car Project e con il quale BigG introduceva il test dell’auto è molto chiara:

“La guida completamente automatica è sempre stato l’obiettivo del nostro progetto, perché pensiamo che possa migliorare la sicurezza stradale e aiutare molte persone che non possono guidare.”

Le ultime parole famose… ci viene spontaneo affermare oggi!

Già, perché come segnalato da Digital Trends i buoni propositi della casa americana non sembrano ad oggi tanto… buoni 🙁

In un rapporto del Mit Technology Review si legge in effetti che le auto autonome si basano su mappe, dettagli e dati che non possono consentire la guida nel 99% degli Stati Uniti. Non una prospettiva positiva per Google: anche se i veicoli di Big G hanno già percorso 700 mila miglia in modo sicuro, rimangono molti test da fare. Le vetture devono ancora guidare in condizioni difficili come la presenza di neve o pioggia, superare la prova del parcheggio – anche in strutture multilivello – o affrontare altre situazioni critiche come i lavori in corso, il traffico e scene di ordinaria follia stradale metropolitana.

Un altro elemento che mette in discussione l’infallibilità della Google Self Driving Car è la possibile esposizione diretta alla luce del sole dei sensori quando il mezzo si trova davanti ai semafori con la luce naturale dietro. Inoltre, la macchina potrebbe non riconoscere la giusta strada da prendere davanti a un quadrivio; ciò potrebbe provocare pericolosi rallentamenti nell’andamento del mezzo. E poi ancora, come gestirebbe la presenza di pedoni o di persone che corrono lungo la strada – soprattutto di notte?

Tutti questi dubbi non sono stati al momento affrontati dagli ingegneri di BigG. Chris Urmson, Direttore del team dell’auto di Google, riconosce che le macchine hanno ancora problemi di navigazione ma afferma anche:

“Le soluzioni a questi problemi arriveranno molto prima di quanto tutti pensano. E’ vero che la macchina potrebbe imbattersi in zone di lavori che la potrebbero disorientare”.

Relativamente per esempio ai pedoni, che pare siano riconosciuti dai sensori come pixel in movimento a forma di colonna, c’è da sottolineare che la Google Self Driving Car non potrebbe distinguere un agente di polizia a un posto di blocco o un vigile che gestisce il traffico indicando lo stop alla macchina.

Altre case automobilistiche, tra cui Nissan e Mercedes-Benz, non sembrano rifiutare progetti di macchine automatiche. Tuttavia, le limitazioni tecnologiche e finanziarie stanno ponendo diversi vincoli per concretizzare l’intelligenza artificiale anche al volante. Forse dovremo aspettare ancora molto prima di vedere risolti tutti questi punti oscuri della Self Driving Car e guidarne una… magari in versione Ninja! 😎

5 app utili per tenersi in forma

Syda Productions/Fotolia.com

L’estate è purtroppo, quasi terminata, e come ogni anno i buoni propositi si fanno largo tra i vizi, sperando di esser rispettati.

Uno dei propositi per riprendersi dalle le vacanze estive è sempre quello di rimettersi in forma, o mantenersi in forma per chi ha già dato prima delle ferie. Ecco perché abbiamo deciso di segnalarvi 5 app che vi aiuteranno a tener traccia dei vostri sforzi o ad aiutarvi nel migliorare gli allenamenti. Vediamole insieme!

1. Runtastic Six Pack Abs Workout

Perfetta per chi ha poco tempo ma vuole farsi qualche serie di addominali. Gli esercizi sono tanti e vari, tiene traccia dei vostri risultati nel tempo. Inutile dire che è anche l’app più scaricata in fatto di allenamento 😉

Download: Android, iOs

2. miCoach train & run

Un’app per chi è alle prime armi ed ha bisogno di un aiuto per decidere come allenarsi. Tramite il GPS e le istruzioni vocali, l’app trasformerà il vostro telefono in un valido compagno di allenamento e “coach”. Permette di misurare la distanza, il ritmo e la velocità, con tanto di calorie bruciate e tempo trascorso.

Download: Android, iOs

3. 7 Minute Workout “Seven”

Ideale per chi ha solo 7 minuti al giorno da dedicare all’attività fisica. L’app vi mette a disposizione 12 esercizi da 30 secondi l’uno, con una pausa di 10 secondi tra l’uno e l’altro. Con soli 7 minuti al giorno potrete provare a tenervi in forma senza spendere in troppo tempo, e denaro.

Download: Android, iOs

4. EveryMove: Fitness Rewards

EveryMove si collega ad i vari account delle app per l’attività fisica come MapMyFitness, Nike apps, Runtastic, RunKeeper e tante altre. Vi permetterà di accumulare punti per ogni attività svolta incoraggiandovi ad allenarvi ogni giorno!

Download: Android, iOs

5. Adidas MiCoach

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Adidas MiCoach contiene dei piani di fitness preesistenti, vi permette di inserire la vostra altezza, il peso e stabilisce un piano personalizzato per iniziare a rimettervi in forma nel migliore dei modi.

Download: Android, iOs

David Fincher ha diretto l'ultima campagna di GAP [VIDEO]

gap campagna david fincher

GAP, azienda americana di abbigliamento casual conosciuta in tutto il mondo, ha da poco rilasciato su YouTube quattro commercial realizzati nientemeno che dal regista David Fincher. Parte della campagna istituzionale “Dress Normal” concepita in collaborazione con Wieden+Kennedy, la serie di filmati di forte ispirazione cinematografica colpisce subito lo spettatore che capisce di trovarsi davanti a qualcosa di indefinitamente diverso.

Le varie situazioni raccontate nelle quattro clip sono infatti allo stesso tempo normali e stra-ordinarie: “Kiss“, “Drive“, “Stairs” e “Golf” sono piccoli spot di 46 secondi che hanno tutti per protagonisti dei giovani ragazzi in ambientazioni del tutto comuni, come l’atrio di un edificio o l’interno di un auto, in situazioni tuttavia enigmatiche e affascinanti, con il tocco noir e un po’ inquieto di Fincher.

In “Golf”, vediamo dapprima una giovane e bella ragazza seduta nella sua auto, che muove nervosamente su e giù il piede, come se stesse aspettando un po’ spazientita qualcuno. Pochi secondi dopo, ecco che si alza e a ritmo di musica (un brano che non a caso canta “Wait a minute girl…“) inizia a girare attorno ad un ragazzo intento a giocare a golf (colui che presumibilmente stava aspettando), cercando di attirare la sua attenzione.

Lo spot termina così, accompagnato dalla headline “Let your actions speaks louder than your clothes” (fai parlare le tue azioni più forte dei tuoi vestiti).

david fincher gap

david fincher pubblicità

gap dress normal

Non è quello che siamo soliti vedere nelle pubblicità commerciali del settore fashion, costruite spesso (anche se non sempre!) su cardini simbolici della sessualità e dell’apparire ad ogni costo.

I contrasti tematici che troviamo nel lavoro di David Fincher per GAP rispetto alle convenzioni comunicative del settore sono parte integrante della brand equity di un marchio che da sempre tiene alta la bandiera della moda normcore (termine derivante dall’unione delle parole normal e hardcore, un modo di vestirsi semplice, normale appunto, che rivendica il diritto di essere semplici e non alternativi o trendy a tutti i costi).

In questo spot come negli altri tre, vediamo ragazzi vestiti in modo assolutamente semplice (che passa quasi inosservato) che compiono azioni molto personali, genuine, individuali ed eloquenti (farsi notare dall’amato, correre forsennatamente su per le scale per arrivare dall’amata, e così via…) e per questo distintive.

Quattro semplicissimi racconti presentati “in medias res”, in bianco e nero (scelta figurativa dettata anche dall’allineamento stilistico con il capo di punto della collezione autunnale di GAP, il denim nero) che allo spettatore lasciano intuire poco di cosa stia succedendo, ma quanto basta per sortire l’effetto voluto: intrigare e incuriosire, lasciando molto all’immaginazione e poco alle convezioni.

Voi cosa ne pensate? Il connubio tra pubblicità e cinema può portare ad una nuova creatività?

Credits:

Agency: Wieden + Kennedy, New York
Executive Creative Directors: Susan Hoffman, David Kolbusz
Creative Directors: Stuart Jennings, Susan Hoffman
Copywriter: Sheena Brady
Art Director: Kim Haxton
Head of Content Production: Nick Setounski
Executive Producer: Alison Hill
Producer: Lisa Delonay
Production Company: Reset
Director: David Fincher
Executive Producer, Chief Operating Officer: Dave Morrison
Executive Producer: Jeff McDougall
Line Producer: Laura Miller
Director of Photography: Jeff Cronenweth
Production Designer: Don Burt

Ninja Master Online: ecco come è andata la prima edizione [REPORT]

Ninja Master Online, il racconto della prima edizione

© Rawpixel - Fotolia.com

Come usare in modo efficace i Social Media in una strategia di marketing e diventare un buon Community Manager?

4 mesi intensi, una faculty eccellente composta da un team di 12 professionisti, 27 webinar, esercitazioni, case studies, domande, riflessioni e tanta tanta voglia di imparare e mettersi alla prova: questi alcuni degli ingredienti che hanno accompagnato il Master Online in Social Media Marketing e Community Management della NinjaAcademy che ha dato risposta a queste domande e che si è concluso il mese scorso.

8 passi: Step by Step dalla teoria alla pratica

Un percorso suddiviso in 8 tappe, ognuna con un focus specifico, da cui portare via modelli, strumenti, tips & tricks utili a disegnare e realizzare strategie fruttuose. Pronti a ripercorrere #ninjamasteronline? Let’s start!

Il primo modulo è stato dedicato alla Social Enterprise perché… “la collaboration non è una moda passeggera ma un aspetto a cui le imprese italiane già assegnano importanza”. Stefano Besana ha fornito una mappa per leggere i trend e i modelli che caratterizzeranno l’evoluzione dell’organizzazione del futuro per capire come e con quali strumenti rendere aperta la propria organizzazione, favorire l’integrazione con l’esterno e la partecipazione dei collaboratori ai processi così da ottenere un valore aggiunto per l’impresa.

Fissata l’importanza della dimensione social e collaborativa all’ interno dell’azienda e del processo di lavoro, il percorso è entrato nel vivo degli strumenti, con un’esplorazione teorica e pratica dei principali social.

Da dove iniziare? Dal social per eccellenza: Facebook.

definire obiettivi

Un modulo a due voci, curato da Lorenzo Viscanti e Valentina Rossetti, che da un lato ha fissato le coordinate per costruire una buona Facebook Strategy – stabilire obiettivi misurabili, costruire il pubblico, fare attività di advertising, misurare i risultati dentro e fuori al social network – e dall’ altro ha collezionato indicazioni, suggerimenti, tips & trics utili per tradurre operativamente gli obiettivi lavorando su contenuti, crisis management e ingaggio.

È stato poi il turno di Twitter: immediatezza, tempestività e quotidianità sono le 3 parole chiave del social in cui maggiormente spicca l’approccio Real Time. Francesca Casadei ha illustrato i 3 approcci con cui è possibile gestire la presenza su twitter – passive, endorsed e active – e ha guidato passo passo nella scelta, creazione e gestione dell’account declinando le funzioni che possono essere svolte con il social e dando spazio anche all’ ADV su Twitter (promoted account, tweet e trend) ricordando sempre che quale che sia la scelta… il punto di partenza devono sempre essere gli obiettivi di business definiti: non si scappa. 🙂

Dopo aver visto le potenzialità dei cinguettii, l’attenzione si è spostata su LinkedIn, il social network professionale più diffuso al mondo. Marina Fantini ha illustrato alcune potenzialità del social in chiave marketing, ricordando come LinkedIn abbia il più alto tasso di conversione e sia in grado di raggiunge in modo efficace nicchie di mercato. Qualche spunto? Lo sviluppo dell’ Employer Brand, l’uso di Pulse – l’ aggregatore di news e informazioni professional oriented –, la gestione degli annunci e l’evoluzione del Social Selling.

A Michaela Matichecchia è toccato il compito di presentare potenzialità e modi d’uso del social forse più discusso: Google Plus, il social che “deve far parte della nostra strategia quando vogliamo far conoscere la nostra identità a Google e lavorare sulla brand awareness”. Ma cosa rende G+ una realtà innovativa e peculiare nel panorama della comunicazione? L’integrazione con tutti i servizi Google e l’estrema facilità di condivisione. A partire dagli step legati a publisher, authorship e network , Michaela ha aiutato a scoprire come il G+ se ben usato possa aiutare a rafforzare la reputazione, aumentare l’autorevolezza e comunicare in modo efficace il brand.

Con Lucio Mormile abbiamo parlato di Youtube, il social che ha cambiato le dinamiche di fruizione dei video: “To broadcasting in action, just turn on CBS. To see examples of narrowcasting, go to YouTube”. Con Youtube i brand hanno la possibilità di raggiungere segmenti di target specifici, quando, come e dove vogliono loro. L’obiettivo è mostrare il video al maggior numero di persone.
Ma… da dove si inizia? Dal classico binomio re/regina: “Content is king… distribution is queen”! Un buon contenuto è uno degli ingredienti principali per il successo di un video e ci sono 7 regole d’oro (link to http://blog.ebuzzing.co.uk/article-viral-video-content-is-king-distribution-117341387.html o http://www.ninjamarketing.it/2013/04/18/viral-video-book-il-potere-dellonline-video-adv-infografica) che possono aiutare a creare un video che abbia maggiori chanche di diventare virale.

Content is King, Distribution is Queen

(Fonte: Viral Video. Content is the King Distribution is the Queen” di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero)

… Ma il contenuto da solo non basta: il 99% dei video caricati su YouTube non raggiunge le 100.000 visualizzazioni: diventa fondamentale un piano di distribuzione efficace e gestire correttamente il proprio canale.

Il settimo modulo è stato dedicato alle immagini.

Orazio Spoto ha illustrato le funzionalità di Instagram e mostrato come raccontare e raccontarsi per immagini usando il social network con più alto livello di engagement.
Domenico Armatore ha invece mostrato le potenzialità di Pinterest, il social che “permette di catalogare in modo semplice e veloce i contenuti e soprattutto di farlo in modo accattivante con un buon design”, spiegando come gestire al meglio profili personali e account business.

Il percorso si è concluso con Vincenzo Cosenza (link to http://vincos.it) che ha disegnato la cornice della Social Media Strategy e ha spiegato come nella “società dei dati il Social Media Strategist deve sviluppare un 6° senso: l’abilità di mettere in relazione i dati per migliorare le performance” perché non tutto può essere misurato, ma senza misurazione si può solo navigare a vista. Per questo il “modo corretto di procedere è sforzarsi di collegare gli obiettivi di business alle metriche social”… la bussola del Social Media Strategist è l’obiettivo di business. 😉

Tappe intermedie: 4 approfondimenti per 4 social da scoprire

Come ogni buon viaggio, anche il master ha avuto le sue tappe intermedie, 4 soste per esplorare da vicino alcuni social dall’ alto potenziale:

  • TumblrTommaso Sorchiotti
  • VineLucio Mormile
  • KloutGiovanna Montera
  • StorifyNicola Bruno

Question Time

Ogni modulo è stato arricchito da un’ora dedicata alle domande dei partecipanti. Durante il Question Time il tempo a disposizione è scandito dalle richieste degli studenti e la lezione è costruita ad hoc per approfondire temi e dubbi e per meglio rispondere alle esigenze pratiche dei partecipanti.

La Ninja Social Factory

Alcuni studenti del Master hanno partecipato alla Ninja Social Factory, un percorso a numero chiuso in cui i partecipanti, suddivisi in gruppi di lavoro, si sono cimentati nella realizzazione di un progetto reale di social media marketing mettendo immediatamente in pratica passo dopo passo le nozioni acquisite.
Menzione speciale per i due team che hanno sviluppato: Isola di Ustica – un progetto di Social Media Strategy sull’ area marina protetta dell’isola siciliana per promuovere la salvaguardia del mare; e Buoni Dentro, una strategia di Social Media Marketing applicata all’ industria artigianale dolciaria. Ecco l’intervista al team.

E-Learning: l’interazione possibile

Metti un’aula virtuale, metti docenti disponibili, metti un gruppo di studenti motivato e partecipe. Prendi questi 3 elementi, miscelali con cura, un pizzico di creatività e una buona dose di collaborazione e la distanza fisica non sarà un ostacolo.

Non perdetevi la nuova edizione della Ninja Digital Factory, il percorso premium learning by doing parallelo al Master Online in Digital Marketing che inizierà ad ottobre 2014.

Knowledge for change. BE NINJA!

Quando le CEO sono in lingerie: la controversa campagna di Dear Kate

CEO sono in lingerie

Ci ha pensato Julie Sygiel, fondatrice di Dear Kate, a raccontare un modello di donna che pochi hanno voglia di mostrare, mediando tra femminilità, tecnologia e carriera professionale.

Una collezione dedicata, più che intitolata: Ada Collection – dal nome Ada Lovelace, prima programmatrice di computer al mondo.

Il lookbook per la linea di lingerie mostra sei donne di spicco nel mondo della tecnologia, in posa con computer e codici mentre si spogliano fino alla biancheria intima. Le foto riportano citazioni e riflessioni delle protagoniste rispetto al loro ruoli nel settore della tecnologia.

CEO sono in lingerie

Julie Sygiel ha detto che ha intenzionalmente collocato le modelle sul posto di lavoro, con l’intenzione di rappresentare un’idea e un’ideale di donna nuovi rispetto ai classici modelli.

“Ritengo siano inflazionate le foto che raffigurano donne semplicemente in piedi, con sguardi sexy. Non traspare mai il ruolo di potere e di controllo” – spiega Sygiel al Time – “Nelle nostre foto è importante ritrarre donne attive e ambiziose. Non sono solo in piedi ad aspettare che le cose accadano.”

Ovviamente non sono mancate le voci fuori dal coro criticando come offensiva la campagna, tra cui le femministe, sostenendo che le foto pongono l’accento sulle discriminazioni di un settore che è già pieno di abusi sessuali e misoginia.

“Proponendo foto di professioniste in lingerie, il messaggio che passa è quello di una figura professionale poco seria ” ha dichiarato Elissa Shevinsky, CEO di Glimpse Labs, al Time.

D’altra parte, Adda Birnir co-founder e CEO di Skillcrush ha detto che non ci ha pensato due volte quando Dear Kate ha chiesto di partecipare al servizio fotografico. “Credo sia un’azienda incredibile, che ha integrato nel migliore dei modi il punto di vista delle donne, e volevo aiutarli sostenendo le loro scelte”, ha commentato.

Birnir giudica la polemica interessante e sorprendente, aggiungendo che crea una conversazione fondamentale nel mercato. “Tutte le donne hanno corpi e indossano biancheria intima; è riduttivo relegare tutto agli universi della mondanità. Non siamo né le donne che posano in biancheria intima, nè le donne che hanno a che fare col codice o le donne solo attraenti. Siamo donne che vivono la propria sessualità così come il proprio ruolo professionale. Siamo tutte le cose in una volta, ed è una questione complessa quella di non riuscire a trovare in una sola formula la traduzione di tutto ciò che siamo“.

manager in lingerie

Rebecca Garcia, fondatore di GeekGirlWeb, commenta la campagna a Business Insider: “Penso che mettendo in evidenza le donne e le loro carriere, possa cambiare la stessa proiezione che le donne hanno di sé stesse. È per l’idea di corpo che passa che sono entusiasta di far parte del lookbook.”

E continua commentando le discriminazioni sessuali che avvengono nel settore .”Diverse donne sono state colpite dal sessismo nella tecnologia”, e aggiunge: “Ho conosciuto ogni tipo di discriminazione; per l’età, per non essere prese sul serio come programmatrici, e penso che questa campagna aiuti a normalizzare l’idea che le donne possano stare bene nella propria pelle pur operando in un settore maschile.”

Birnir vede la campagna come il passo di un processo più ampio, utile a raggiungere la parità di genere in tecnologia.

Concludiamo con questa sua riflessione:

“Non credo che una sola campagna possa risolvere tutto. Abbiamo bisogno di più donne nelle posizioni C-level (chief-level). La soluzione non è nel negare la bellezza dei corpi femminili ma di poterli celebrare in aggiunta al cervello.”

7 lezioni di marketing dall’Ice Bucket Challenge

Ice Bucket Challenge

La settimana scorsa abbiamo approfondito le ragioni che hanno portato l’Ice Bucket Challenge a diventare un fenomeno virale.

Oggi vogliamo invece analizzare cosa i brand possono imparare da questa iniziativa. Quanti marketing manager e direttori creativi si spremono le meningi ogni giorno per trovare la formula segreta della viralità?

Ecco 7 lezioni che possiamo trarre e applicare alle nostre iniziative di marketing analizzando il fenomeno Ice Bucket Challenge.

Scegli una call-to-action semplice da seguire

Versarsi un secchio di ghiaccio sulla testa. Questo è tutto ciò che bisognava fare per prendere parte all’iniziativa. Più l’azione è semplice e spontanea e più sarà efficace.

La regola è facile da ricordare: KISS = Keep It Simple Stupid!

KISS, keep it simple, stupid

Aggiungi una sanzione per mancata partecipazione

Uno dei motivi per cui ci si sente obbligati a partecipare è la ‘missione’ che ci è stata affidata da un nostro amico. E se la pressione sociale non basta, c’è anche una penalità da pagare: 100 $ non sono pochi.

Molto meglio partecipare e versare in beneficenza solo 10 $, che possono comunque fare la differenza.

Il tempismo è tutto

La Challenge è cominciata a giugno ed ha raggiunto il suo picco a metà agosto 2014. L’estate è senza dubbio il periodo migliore per chiedere alle persone di versarsi un secchio di ghiaccio addosso; non solo perché fa caldo, ma perché non c’è la scuola, si è in ferie dal lavoro e si è più disposti a divertirsi.

Coinvolgi le celebrità

Un fenomeno virale non lo è davvero se non hai dalla tua parte dei VIP pronti a dare una spinta all’iniziativa. Per ogni tipo di pubblicità serve un testimonial, se uno di questi è Bill gates tanto di cappello!

ice bucket challenge celebrità

Sii pronto a tutto

Se hai pianificato una campagna di marketing virale, tieni presente che il tuo team dovrà essere in grado di gestire giorni o settimane di intensa esposizione mediatica.

Una strategia di pubbliche relazioni proattiva e un piano di comunicazione ben definito devono precedere il lancio di qualsiasi campagna di marketing.

marketing team

Sfrutta il tuo quarto d’ora di celebrità

Un’iniziativa virale permette di avere i riflettori puntati su di te e sul tuo brand, quindi farai meglio ad essere pronto a sfruttare la visibilità ottenuta. E’ ciò che hanno fatto le associazioni contro la SLA che, sulla scia del fenomeno, hanno generato awareness della malattia.

Non perdere di vista l’obiettivo

Che sia raccogliere soldi per beneficenza o aumentare le vendite di un prodotto non dimenticare mai che ciò che stai facendo lo stai facendo per un preciso scopo, quindi ogni azione deve essere rivolta a questo. Alla fine dovrai chiederti se lo sforzo ha dato i frutti sperati.

Livescribe Notebook: la nuova Moleskine fra tradizione cartacea e innovazione digitale

Livescribe Notebook

Pur rimanendo coerente con la propria essenza, Moleskine si rinnova in continuazione…  non delude mai, nemmeno i più scettici della carta!

Che la stessa Moleskine sia il taccuino più conosciuto, e anche il più imitato, è ormai risaputo. Grandi scrittori di viaggi e artisti ne hanno fatto uso, uno su tutti Chatwin che ai tempi de Le vie dei canti lo descrisse così:

Misi le matite in un bicchiere con accanto il coltellino dell’esercito svizzero. Tirai fuori qualche notes e, con l’ordine maniacale che accompagnava l’inizio di un progetto, sistemai i miei taccuini “parigini” in tre pile ordinate. In Francia questi taccuini si chiamano carnets moleskines: moleskine, in questo caso, è la rilegatura in tela cerata nera. Ogni volta che andavo a Parigi, ne compravo una scorta in una papeterie di Rue de Ancienne Comédie. Avevano le pagine quadrettate e i risguardi trattenuti da un elastico. Li avevo numerati in progressione. Sul frontespizio scrivevo il mio nome e indirizzo e offrivo una ricompensa a chi lo ritrovava. Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe.”

Ma dal tempo di Chatwin è cambiato davvero tutto: l’ultima rivoluzione del brand è la collaborazione con Livescribe Smartpens, che nell’era dei digital objects consente la perfetta integrazione tra carta e file.

Livescribe Smartpens

Ma cosa può fare questa nuova Moleskine?

  • Prendere appunti verso nuove frontiere
  • Collegare analogico e digitale
  • Passare dalla scrittura a mano alla tecnologia
  • Usare Tag e Flag in maniera semplice e intuitiva
  • Collegare testo e file audio
  • Combinare il design classico alle tecnologie più innovative

L‘esperienza creativa e artistica rimane intatta, e in più viene perfezionata dalla comodità del digitale.

moleskine

A prima vista, il Livescribe Notebook sembra una normale agenda. Ma scrivendoci sopra con l’apposita penna capace di trascrivere quanto scritto in formato digitale, accade la magia! I vostri appunti di viaggio potranno diventare facilmente SMS, tweet o file audio con le registrazioni delle migliori interviste on the road… Un’innovazione molto importante per un brand che deve ancora la maggior parte del proprio fatturato alla carta.

Chissà se lo avesse avuto Chatwin quanti file inediti avremmo potuto leggere oggi! 😉