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MWC 2014: Nokia ripensa i mercati emergenti e lancia Nokia X

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Il 24 Febbraio ha avuto inizio il Mobile World Congress di Barcellona, l’evento di riferimento per gli appassionati Mobile e gli analisti del settore; Nokia ha presentato i suoi prodotti in prima battuta, alle 8.30 del mattino (ora italiana) del primo giorno dell’evento, mettendo tanta carne al fuoco dopo i primi rumors sul Nokia Normandy, il prototipo Android . Scopriamo insieme cosa è stato presentato da Nokia durante la prima giornata del Mobile World Congress per comprendere le mosse future della società!

Price management e mercati emergenti

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“Intendiamo portare le innovazioni Mobile e gli smartphone al prossimo miliardo di persone”. La dichiarazione di Stephen Elop, Executive Vice President della divisione Devices & Services di Nokia, sintetizza le innovazioni della società finlandese presentate il 24 Febbraio durante l’MWC 2014. Sorprendentemente, infatti, non sono stati annunciati nuovi dispositivi della serie Lumia, i terminali Nokia di fascia alta che montano l’OS Windows Phone.

Nokia ha però riservato per l’NWC un terminale ultraeconomico, un dispositivo della serie Asha, ed ha finalmente annunciato la prima generazione dei dispositivi “X”.

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La flotta di terminali Nokia si aggiorna per colpire una nicchia di mercato che presenta ancora margini: coloro che preferiscono un feature phone ad uno smartphone, o che accettano il compromesso di un hardware meno performante a fronte di un prezzo più accessibile e, soprattutto, di una durata della batteria che ritorna (finalmente) oltre la settimana.

Si tratta di una fetta di mercato per cui è difficile innovare: la scommessa di dispositivi economici, ma affidabili e pieni di valore aggiunto, prevede delle decisioni coraggiose. Finora il target di questa nicchia ha dovuto affidarsi a dispositivi economici di importazione o di feature phone non digitalizzati, senza Wi-Fi o accesso a internet. Come dichiarato da Elop, Nokia viene incontro alle esigenze insoddisfatte di questi utenti e di coloro che stanno pensando ad un “ritorno alle origini”, ricercando margini prima nei mercati emergenti, e poi avviando la commercializzazione nei mercati tradizionali.

Scopriamo nel dettaglio i nuovi affascinanti Nokia!

Nokia 220 – Stile classico, piena connettività

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Il Nokia 220 è il terminale più basic annunciato da Nokia, ma a lui è affidata una missione importante: proposto ad un prezzo di soli €29 esentasse, il 220 è dual sim, ha connettività Wi-Fi e GPRS (non 3G), un sistema operativo proprietario (non monta l’OS di Asha o Windows Phone) e garantisce l’accesso ad internet e ai social network Facebook e Twitter.

Il primo valore aggiunto, oltre al prezzo d’acquisto, è il form factor senza tempo dei tipici dispositivi Nokia: tinte unite e colori vivaci che, insieme ad una scocca resistente in policarbonato, rendono il terminale divertente e singolare. La tastiera alfanumerica e la cloche quadridirezionale sono schemi già collaudati da tempo: l’interfaccia è assolutamente user friendly. Nell’utilizzo internet, un’altra novità già vista sul fratello maggiore Nokia 210 è il Nokia express browser: un browser che, grazie ad una particolare modalità di compressione dei dati, riesce a velocizzare la navigazione e contenere il traffico dati.

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A corredo della connettività, il Nokia 220 ha anche delle modeste capacità multimediali; il dispositivo è infatti provvisto di fotocamera da 2Mpx, bluetooth 2.0 e di un potente altoparlante mono. Presente anche per questo modello il jack da 3,5 mm, il player musicale e lo slot per la micro SD: potrete ascoltare musica per ore da questo Nokia 220, che costa meno di un lettore mp3. Un altro plus è la batteria, che in soli 1100 Mah garantisce 24 giorni in dual sim stand-by o 51 ore di ascolto musicale.

Nokia 220 verrà proposto inizialmente nei paesi emergenti, perché rappresenta un buon primo passo verso la digitalizzazione Mobile.

Nokia Asha 230 – La rimonta dell’OS Nokia, low cost e touch screen

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La serie Asha si arricchisce con questo 230, un entry level dual sim fornito di touch screen e OS Asha ridefinito. Asha 230 si posiziona un gradino sotto del suo fratello maggiore Asha 510, ma offre un ampio parco app per rimanere connessi con i propri amici: Wechat, Facebook, Twitter, Whatsapp e Line sono compatibili con questo terminale, che costa €45 al netto delle tasse.

Attraverso lo schermo da 2.8″ è possibile controllare subito tutte le notifiche e scrivere nuovi post sui social accedendo alla fastlane, una novità degli ultimi dispositivi Asha implementata anche nel 230. La batteria di 1020 Mah garantisce comunque 21 giorni di autonomia dual sim Stand-By e 42 ore di riproduzione musicale. Abbiamo solo dei dubbi sulla grandezza del touch: 2.8 pollici saranno abbastanza per effettuare con comodità tutte le operazioni?

Nokia X, X+, XL – App Android su un altro Mobile OS

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La novità Nokia più succosa (e quella che vi abbiamo riservato per ultima) riguarda la nuova gamma “X”: smartphone economici con un sistema tutto nuovo, attraverso il quale installare app android e navigare nei menu in stile “tiles” di Windows Phone. Si tratta di dispositivi in cui convergono più correnti di pensiero: io li definisco i Raspberry Pi degli smartphone“.

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Proposti ad un prezzo che va da €89 a €109, i terminali della serie X sono un caso interessante per due motivi non da poco: sui Nokia X girerà un sistema operativo che nasce da una costola di Android, ma che è stato modificato da Nokia sostituendo i servizi Google a quelli Microsoft e, proprio per questo, sui Nokia X potremmo installare le Apk Android. Tutti e tre i dispositivi godono della fastlane tipica dei dispositivi Asha e sono dual sim.

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Andiamo a descrivere brevemente le caratteristiche della linea X:

Nokia X e X+

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Il Nokia X è il gradino più basso della gamma. Proposto ad un prezzo di €89, l’X ha uno schermo da 4″, connettività 3G, processore dual core Snapdragon S4, memoria RAM da 512 MB e memoria ROM da 4 GB. La batteria è da 1500 Mah, garantisce un utilizzo di 17 giorni in stand-by e 26 ore di ascolto musicale. Il device è sprovvisto di fotocamera frontale, mentre quella esterna è da 3 mpx a fuoco fisso.

Il Nokia X+ ha le stesse caratteristiche, a differenza della RAM (768 MB) e della presenza di una SD da 4 GB nella confezione. Nokia X+ è proposto ad €99.

Nokia XL

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Nokia XL ha caratteristiche da medio di gamma ad un prezzo ridotto: €109. Nokia XL monta uno schermo da 5″ con risoluzione 800×480 px, batteria da 2000 Mah, fotocamera posteriore da 5 Mpx con flash led ed autofocus, fotocamera frontale da 2 mpx. Il processore è lo stesso Snapdragon S4 Dual-Core da 1Ghz, e la RAM è da 768 MB.

 

Cosa ne pensate dei nuovi arrivi Nokia? Vi piacerebbe avere un device prodotto dal colosso mobile del vecchio continente, un incrocio tra Asha e Windows Phone e monta app Android? Personalmente sono molto attratto dal Nokia 220: potrebbe essere un ottimo telefono di riserva per la sua batteria di lunga durata, ed inoltre è un ottimo dispositivo per chi vuole iniziare ad utilizzare Internet Mobile!

10 startup miliardarie che potresti esserti perso

Il Wall Street Journal ha recentemente rilasciato una lista di startup il cui valore è pari o maggiore al miliardo di dollari. Tra le oltre 30 società, provenienti da tutto il mondo, ai primi posti troviamo nomi familiari anche nel nostro Paese, come Pinterest, Uber, Spotify, Airbnb, il gigante Dropbox e la stessa stranominata Zalando. Sebbene queste realtà siano conosciute anche in Italia, è curioso osservare come nel resto della classifica, compaiano startup poco note ai non addetti ai lavori. Abbiamo deciso di mettere in evidenza le prime 10 che potreste non aver mai sentito nominare.

1. Xiaomi: Valutazione $10 miliardi

Fondata da Lei Jun nel 2010 a Pechino, Xiaomi è un’azienda di telefonia mobile che progetta e produce smartphone low-cost. Sotto la guida dell’ex vice presidente Google per lo sviluppo di Android, Hugo Barra, Xiaomi sta infrangendo ogni record di vendite sul mercato cinese e sembra poter essere pronta ad invadere il mercato mondiale. Al momento la vendita in Italia è possibile solo online.

2. Palantir: Valutazione $9 miliardi

Software house californiana di Palo Alto, fondata da Alexander Karp nel 2004, Palantir vanta tra i suoi clienti il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, la CIA (che tramite il suo fondo di venture capital, In-Q-Tel, è stata tra i primi finanziatori del progetto), l’FBI, l’Esercito Americano, i Marines e l’Air Force, oltre ai dipartimenti di polizia di New York e Los Angeles e a diverse istituzioni finanziare di primo livello. Le soluzioni informatiche offerte riguardano infatti la sicurezza informatica e la possibilità di prevedere frodi informatiche e attacchi terroristici mediante l’analisi dai Big data.

3. Beijing Jingdong Century Trading: Valutazione $7.3 miliardi

L’Amazon cinese JD.com (ex 360buy), di proprietà della pechinese Beijing Jingdong Century Trading, è l’e-commerce B2C più grande dell’intera Cina. Sbarcato su internet come jdlaser.com nel 2004, si espande ben presto diversificando la sua offerta nell’elettronica di consumo. Dal 2007 cambia nome in 360buy e inizia a vendere anche prodotti per la casa, per bambini, libri e biglietti aerei. Da fine ottobre 2012 entra anche nel mercato europeo e torna alle origini con il nome JD.com.

4. Space Exploration Technologies: Valutazione $4.8 miliardi

La Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX) è un’azienda statunitense con sede a Hawthorne (California), attiva nel campo dei trasporti spaziali. Fondata nel 2002 da Elon Musk, cofondatore di PayPal, ha sviluppato diverse soluzioni di trasporto orbitale di persone e merci, nonché dispositivi di lancio semi-riutilizzabili . Dal 2012 è stata la prima compagnia privata in grado di rifornire la Stazione Spaziale Internazionale nell’ambito del programma commerciale di trasporto orbitale della NASA.

5. Square: Valutazione $3.3 miliardi

Anche la  Square Inc. viene dalla California e più precisamente da San Francisco. Fondata nel 2009 da Jack Dorsey (co-fondatore di Twitter) e Jim McKelvey ha sviluppato diversi sistemi di pagamento elettronico per tablet e smartphone. Tra questi il sistema di lettura delle carte elettroniche che l’ha resa famosa nel mondo e che consiste in un dispositivo portatile, da agganciare al jack audio dei dispositivi mobili. Nell’agosto nel 2012 Starbucks ha investito 25 milioni di dollari in Square, accettandolo anche come sistema di pagamento in oltre 7000 suoi punti vendita.

6. VANCL: Valutazione $3.0 miliardi

Un’altro gigante dell’e-commerce cinese. VANCL, fondato nel 2007 a Pechino, ha iniziato la sua avventura online come negozio specializzato in t-shirt da uomo per poi diventare il più grande e-retailer di abbigliamento mono-marca della Cina. Il suo punto di forza risiede nell’appeal dei fashion brand proprietari introvabili nei negozi.

7. Woodman Labs: Valutazione $1.2 miliardi

Woodman Labs è la società alle spalle del celebre marchio GoPro. Fondata da Nick Woodman a San Mateo in California, ha saputo incarnare lo spirito dei praticanti di sport estremi, contando sul potenziale virale di questa nicchia in continua espansione. Oggi è diventata un punto di riferimento anche in altri settori, per la semplicità e l’affidabilità del suo sistema di ripresa.

8. Legendary Entertainment: Valutazione $1.5 miliardi

Fondata a Burbank, California, nel 2005, la Legendary Entertainment è una casa di produzione cinematografica che ha ottenuto il culmine del successo con la partecipazione alla produzione di “Batman: Il Cavaliere Oscuro” insieme alla Warner Bros.

9. Jawbone: Valutazione $1.5 miliardi

La storia della Jawbone risale addirittura al 1999, quando Alexander Asseily e Hosain Rahman iniziarono a sviluppare una tecnologia ad uso militare, per ridurre i rumori di fondo. Dalle cuffie agli speaker portatili, la consacrazione mondiale è arrivata con il braccialetto Up, dispositivo capace di monitorare la qualità del sonno, del cibo e dell’allenamento.

10. Coupons.com: Valutazione $1 miliard0

La coupon mania degli americani ha reso Coupons.com una società da oltre 100 milioni di dollari nel 2013. Nata al tempo della bolla delle dot-com, Coupons.com è diventata leader nel mercato americano dei coupon digitali, con oltre 2000 brand serviti.

Video con gatti: in questo ci sei tu, e fai la rock star [VIDEO]

Video con gatti: in questo ci sei tu, e fai la rock star [VIDEO]

Sì, é vero, di video con gatti ce ne sono troppi in rete. Ma nessuno è come quello di Three UK e della sua campagna #SingItKitty. Perché se i dolci micetti pubblicati dai vostri contatti in rete sono arrivati a darvi sui nervi, questo vi coinvolge in prima persona creando la vostra dose di “silly stuff” (roba sciocca) che tutti ci meritiamo quotidianamente.

Collegatevi a www.singitkitty.co.uk e caricate una vostra fotografia: in pochi secondi sarete i protagonisti di un video dalla magica atmosfera rock anni ’80, proprio come la bimbetta tosta del promo che canta sulle note di “We built this city” degli Starship.

Video con gatti: in questo ci sei tu, e fai la rock star [VIDEO]

Video con gatti: in questo ci sei tu, e fai la rock star [VIDEO]

Questa è la seconda campagna del genere promossa da Three UK: vi ricordate del pony ballerino di #DancePonyDance? Come allora, in moltissimi hanno apprezzato questo video e creato la propria personale versione. Perché in fondo, su internet, tutti cerchiamo anche silly stuff 😉

Credits:

Agency: Wieden + Kennedy, London
Creative Directors: Dan Norris, Ray Shaughnessy
Creatives: Chris Lapham, Aaron McGurk, Luke Tipping
Production Company: Partizan
Directors: Traktor
Postproduction: MPC

McDonald's e i giochi mentali: riesci a resistere al potere di un Big Mac?

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Distrarre i Londinesi dal loro lavoro non è cosa facile. Sorprenderli, ancora di più. Ci è riuscita la nuova campagna pubblicitaria di McDonald’s in cui il Big Mac è stato trasformato in una vera e propria walking icon.

Il messaggio è semplice: quando guardi un Big Mac è difficile concentrarti su qualsiasi altra cosa. Il Big Mac Test è stato sottoposto ad una serie di passanti che sono stati messi alla prova per dimostrare quanto erano in grado di resistere al delizioso hamburger.

Una coppia di fidanzatini intenzionati a fare una foto ferma dei passanti. Mentre il ragazzo passa la macchina fotografica al “malcapitato”, ecco che compare un quadro con ritratto un Big Mac e, come in un gioco del programma Cosa ti dice il cervello?il fidanzato cambia: resisterai alla potenza del Big Mac e continuerai a scattare la foto senza accorgertene?

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Il trucco dello scambio di persona affascina e diverte. The Big Mac Mind Test è uno spot che suggerisce come le persone riescono a perdere la capacità di concentrarsi sui dettagli in men che non si dica. Ma a McDonald’s UK interessa solo una cosa che la gente riesca a comprendere: Ogni momento è quello giusto per gustare un Big Mac.

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Simile alle Sirene di Ulisse, il richiamo del Big Mac è troppo potente per non resistergli. Lo stile Candid Camera è assolutamente vincente in un paese come il Regno Unito.

La campagna non è caratterizzata soltanto da spot televisivi, ma anche da una piattaforma online dove tutti potranno testare la propria mcdonaldizzazione. Gli utenti possono scegliere attraverso il sito web interattivo di sfidare se stessi in una serie di giochi mentali.

Per i più curiosi e per gli amanti della sociologia potrebbe essere utile studiare questo tipo di campagna in relazione a quanto sostenuto da George Ritzer in “Il mondo alla McDonald’s”. In questo testo, Ritzer richiama il modello di organizzazione sociale sviluppato da Max Weber analizzando la colonizzazione della società contemporanea in cui l’hamburger diventa una vera icona vivente.

Credits:

Creative agency: Razorfish
Executive creative director: Sean Chambers
Creative director: Cyril Louis
Associate creative directors: Paul Stoeter e Jon Usher
Art director: Yawming Wong
Agency producer: Emma Downham
Film production: Pulse Films
Digital production: Goodboy
Director: Sam Wrench
Executive producer: Anna Smith
Producer: Mickey Levelle

La sdraio dell'Agnello: "Social Naffing"

Partiamo dal presupposto che sto scrivendo da una cabina di una barca a vela e che del social e delle innovazioni e dei premi e di Cannes, guarda davvero lasciatemi perdere. Tuttavia, tuttavia, tuttavia.
Vorrei fare un elogio al social come meccanismo, come entità, come utilità.
Non me ne frega una mazza dei social media manager usciti dallo ied, bocconi, accademie vare, delle loro hogan o mocassini carshoe, dei genietti che vogliono cercare la big idea socialmedia-yeah per far fare quel milioncino in più alla Ferrero dell’occasione o al mozzarellificio in provincia di Latina. Loro possono continuare a vendere fumo ai marketing manager di tutto il santo globo.
Il premio va dato a Vice magazine che ha inviato un cristiano a fare un video per denunciare i cecchini durante la rivolta di Kiev, ai ragazzi Venezuelani che dalla piazza postano gli amici impallinati dalla polizia di stato.
Il premio va a chi twitta che lo stanno caricando e gli stanno sparando i lacrimogeni in bocca.
Troppe volte le innovazioni di comunicazione vengono canalizzate per vendere noccioline o biscottini. Il che va benissimo.
E va anche benissimo che poi le innovazioni vadano in trend. E prima erano i radio al vetriolo, poi gli spot con il nonsense, poi i viral (come se uno potesse farli davvero i viral con l’intento di farli viral), poi le campagne social dici a un amico che sono bello così ti prendo i dati dal profilo e ti arrivo a dire come ingrandirti il pene comprando le mie merendine buone al polistirolo.
Quindi questo bel premio io lo farei consegnare a uno studente tutto insozzato da uno dei grandi guru del social su una montagna di pneumatici bruciati in Ucraina.
And the winner is…
Nessuno.
The winner is quella ragazza che ha twittato “muoio” e poi ci ha detto “ah, no aspetta no, tutto apposto“.
Con tutto che potrebbero essere rivoluzioni pilotate, giochi di potere, spindoctors, massoni, alieni, Walt Disney, e chi più ne ha più ne metta, noi ci siamo dentro mentre ci vibra il cellulare anche se stiamo prendendo un caffè al bar del corso.

Ora scusate, devo andare ho appena avuto una notifica su Tinder. Stasera si fa.
Statemi benissimo. #socialnothing.

 

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Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

Non occorre ricordare che gli ad stunts l’hanno fatta da padrone nei mesi scorsi: dai prank di Nivea a quelli di Heineken, passando per i tanti realizzati per promuovere una nuova uscita cinematografica, di video a telecamere nascoste ne abbiamo visti fin troppi. Finalmente nei giorni scorsi è arrivato qualcosa di differente, un filmato dal nome “Would you give your jacket to Johannes? SOS Children’s Villages Norway“.

La forma interrogativa del titolo cerca di coinvolgere fin da subito lo spettatore, richiamandone l’attenzione e mettendolo all’erta. Niente “prank”, niente “prova”, nessuna “sorpresa”. Rimangono solo le tecamere nascoste a ricalcare il filone tanto di tendenza negli ultimi mesi.

Telecamere fisse che inquadrano un bimbo seduto ad una fermata del tram, senza giacchetto, al freddo dell’inverno norvegese. Laddove le risate dei prank dovrebbero servire a vendere, qui la genuinità delle reazioni porta chi guarda a sperare che tutti diano a Johannes qualcosa per coprirsi.

Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

Telecamere nascoste: finalmente niente prank ma opere di bene [VIDEO]

La call to action non tarda ad essere esplicitata: ti sei commosso davanti alla generosità di queste persone? Allora, tu, “Sei una persona che agirebbe nel vedere qualcuno in difficoltà?
Un pitch perfetto per arrivare all’obiettivo principale del video, raccogliere fondi per i bambini siriani che, realmente, non hanno ciò che serve per affrontare un lungo e rigido inverno.

Il responsabile di SOS Children’s Villages Norway, Synne Rønning, ha dichiarato che il video nasce dal desiderio di mostrare come sia importante non rimanere indifferenti rispetto a situazioni lontane da noi, crisi che non siano, nella fattispecie, un bimbo infreddolito a pochi passi da noi.

Le confessioni di tre social media manager di successo

Come si vive da professionista dei social media?

Ogni giorno su Ninja Marketing cerchiamo di sottoporre alla vostra attenzione le evoluzioni del marketing moderno e di come il campo d’applicazione di competenze ed investimenti stia virando in maniera massiccia sul digitale, ed in particolar modo su un utilizzo fruttuoso dei social network. Per quanto si possano accendere i riflettori sulla materia, illustrando le possibilità in termini professionali e di cambiamenti di scenario, vi è sempre una porzione di domane irrisolte che appassionano addetti ai lavori e non.

A questo proposito abbiamo deciso di proporvi un’intervista molto particolare di Digiday a tre social media manager che ce l’hanno fatta. La redazione della rivista online ha avuto modo di sentire tre social media manager che lavorano per grandi aziende allo scopo di dare a chi si volesse avvicinare a questo mondo uno spaccato su quali competenze siano richieste, quale sia il modo con cui le aziende si approcciano a queste nuove figure chiave del marketing, quali siano le difficoltà nell’imporsi.

Vi riproponiamo le domande e le risposte dell’intervista e cercheremo di trarre qualche conclusione di carattere generale da tenere a mente.

#1 – Pensate che il ruolo del social media manager sia valutato nella maniera corretta?

SMM A: “Nell’ultima azienda per la quale ho svolto questo compito il mio lavoro non veniva affatto valutato. I pezzi grossi ritenevano che indugiassi su internet un po’ troppo, quasi fosse un passatempo. Ad occuparci di questi aspetti eravamo in due, io ed una mia collega, e avevamo da gestire qualcosa come 40 brand. Questo significava occuparsi giornalmente di 100 e passa pagine Facebook e almeno una cinquantina di account Twitter.

Carichi di lavoro eccessivi a fronte di una bassissima considerazione del proprio lavoro, visto che le corporation più grosse si sono aggiornate tardi su questo tema per cui non capiscono molto la natura della professione e non hanno molta voglia di investire (in termini di tempo e risorse economiche) per quello che facciamo. Era davvero molto triste portare all’attenzione dei capi tutta una serie di competenze ed attività e vedersi presi in giro come se non ci si sentisse presi sul serio”.

SMM B: “In molte riunioni, specie agli inizi, mi veniva fatto presente in maniera piuttosto chiara come i social media dell’azienda non fossero tenuti ad avere gli stessi standard di qualità rispetto ad altre attività ritenute strategiche. Ma una volta mostrato quanto redditizi siano i ritorni in termini di investimenti e di come con l’espansione della presenza sui social vi fossero dei risultati concreti riscontrati nelle vendite, ecco che i miei superiori hanno cominciato a cambiare idea.

È molto comune che le campagne social vengano ritenute degli orpelli inutili, una sorta di attività accessoria del marketing, ma se fatte con metodo e con i giusti finanziamenti, camminano sulle proprie gambe e portano risultati impressionanti. In più vi è una difficoltà di genere, molti social media manager sono donne e per loro è molto più difficile interfacciarsi con un sistema maschile e maschilista, e questo costituisce un ostacolo ulteriore”.

SMM C: “E’ una figura professionale che comprende tutta una serie di attività e non sempre un’azienda ha un’idea di quello che devi e sai fare. Il problema principale in cui sono incappato provando questa carriera è che molto spesso vieni ingaggiato da aziende che non hanno bisogno di te, per cui ti trovi in una situazione molto strana nella quale tu produci contenuti e sei giudicato solo e soltanto su parametri numerici e finanziari.

Altra criticità che ho avuto modo di notare è che, per questo tipo di lavoro, molto spesso vengono assunti neo-laureati senza alcuna esperienza dai quali ci si aspetta che sappiano già cosa fare sin da subito e dai quali ci si aspettano risultati in tempi brevissimi.

#2 – Credi che le aziende capiscano cosa fai in qualità di social media manager?

SMM A: “Le aziende più grandi e strutturate non hanno la più pallida idea di quali siano le nostre mansioni. Quando si sta su un social network ci vuole una manutenzione ed aggiornamento costante. Bisogna sempre essere sicuri di usare termini che vengono cercati nei motori di ricerca in modo da comparire (ed in alto) nei risultati. Bisogna tenere d’occhio costantemente gli umori ed il giudizio degli utenti sui brand di cui sei responsabile ed aggiornare in continuazione le pagine con contenuti nuovi.

È  una mole di lavoro notevole. Eppure più si è in alto nella catena di comando, più non ti capiscono. Con le vecchie generazioni è sempre così, c’è un distacco in termini di attenzione difficile da recuperare. Molti ritengono che ciò che fai per loro sia frivolo, ma comunque qualcosa di cui hanno bisogno. Non sanno praticamente nulla di quello che facciamo, e questo è un problema. Spesso chiedono un approccio unico e particolare, ma questo significa che una persona può al massimo occuparsi di tre brand, invece ti chiedono la luna e di farlo da solo“.

SMM B: “Uno dei tabù da sfatare è l’erronea convinzione che, a differenza di altre figure nel settore marketing, un social media manager non possieda competenze tecniche specifiche. Si pensa che non si abbia una conoscenza del web analytics o, per esempio dell’interfaccia di programmazione di un’applicazione, quando invece noi sappiamo queste cose a menadito e fanno parte del nostro curriculum. In più, molti pensano che dedicarsi ad un social voglia dire molto banalmente pubblicare delle foto”.

#3 – Pensi di essere riuscito a soddisfare le aspettative che avevano in te come social media manager?

SMM A: “Nell’ultimo posto in cui sono stato credo si aspettassero troppo, come se fossimo dei cavalli da corsa. Nel momento in cui ci si trova a gestire così tanti brand è naturale che si sia costretti a pubblicare talmente tanti contenuti che la qualità degli stessi cominci a venir meno. È  impossibile conciliare qualità e quantità se si lavora su troppe pagine. Purtroppo ci si aspetta che un SMM pubblichi un post del tipo “metti un mi piace a questa foto!” ed amen, senza alcun piano.

Uno dovrebbe postare con un’idea in testa, con i tuoi superiori che ti chiedono di filtrare dei contenuti in relazione agli scopi prefissati o al limite chiederti di ri-editare cose ed aggiustare il tiro. Purtroppo molti pensano che tutti possano svolgere questo tipo di lavoro perché ne hanno una visione semplicistica, ma non è così. Posso essere spiritoso e divertente nel gestire una pagina social per un marchio. Ma non tutti sono in grado di farlo”.

SMM C: “La prima cosa da capire è che i social media sono appunto social, si tratta di fidelizzare i propri utenti formando comunità attente ed attaccate al brand. Non esiste alcun posto (reale o virtuale) nel quale tu investi 100 dollari e ne hai indietro di sicuro 150, in altre parole avendo a che fare con le emozioni, coi sentimenti e con dinamiche tipiche delle relazioni umane, non si ha mai il controllo totale della situazione, né la certezza assoluta che le scelte fatte paghino subito dividendi. Puoi fare del tuo meglio e fare cose provate e veritiere ma alla fine della fiera è un po’ una scommessa”.

Cosa c’è da imparare

Questo è quello che i tre social media manager interpellati a microfoni spenti hanno risposto alle domande. Quali considerazioni di fondo possiamo trarre da tutto ciò?

  • Quello del social media manager è un ruolo nuovo nell’ambito di un nuovo modo di fare marketing, per cui si pagano gli stereotipi al quadrato in questo tipo di attività. Specie con generazioni di professionisti che hanno accumulato esperienza su modelli passati di business (ma questo potremmo dire che vale per tutte le professioni), ci troviamo di fronte ad un distacco concettuale di fondo.Non aspettiamoci che capiscano subito quello che sappiamo fare e quello che abbiamo intenzione di fare. Se vogliamo imporci, fare il nostro lavoro non basta, bisogna superare anche difficoltà date dalla struttura aziendale nella quale dobbiamo operare.
  • Per essere un buon social media manager bisogna avere competenze non solo di natura creativa, bisogna avere conoscenze tecniche sul mondo del web e digitale tale per cui quella creatività non vada sprecata ma possa essere sfruttata al meglio. Un smm è un po’ un informatico, un po’ un pr, un po’ copywriter: bisogna essere preparati su più aspetti.
  • Per quanto lavorare nel web implicherebbe una visione “digitale” del mondo, moderna e contemporanea delle cose e dei modelli di business, spesso ci si trova ad affrontare problemi molto antichi come la discriminazione di genere, essere sminuiti o non presi sul serio per le proprie competenze, o essere messi sotto carichi di lavoro ingestibili. È  tipico di tutti i pionieri dover affrontare strade sterrate e far fronte a difficoltà che non fanno parte in senso stretto del lavoro.Quindi spalle larghe, non facciamoci scoraggiare dalle avversità e non aspettiamoci che chi ci sta di fronte ci assuma conscio al 100% delle nostre potenzialità. Occorre in un certo senso educare non solo gli utenti, ma anche e soprattutto i nostri colleghi a queste nuove forme di lavoro.

5 packaging creativi tutti da bere

Irresistibili, efficaci, indimenticabili: i packaging creativi sono entrati nel cuore di tutti, addetti ai lavori e non. Perché se è vero che il compito numero uno di un imballaggio è quello di proteggere il suo contenuto, è risaputo che giocando la carta originalità i risultati in ottica marketing siano più che sorprendenti!

Perciò rifatevi gli occhi e dissetate la vostra sete di creatività con questo distillato di packaging tutti da bere!

1. L’edizione limitata J&B tattoo

J&B è una rara miscela di scotch e whisky nata a Londra nella seconda metà del 1800, proprio quando l’arte del tatuaggio iniziò a diffondersi a Londra, promossa da rozza abitudine marinara a nobile orpello delle alte sfere della società (persino del principe Bertie, tatuatosi nel 1862).
Per celebrare questa analoga origine, J&B ha deciso di tatuare un’edizione limitata di 25 bottiglie, ognuna di esse rivestita prima in lattice color pelle e poi personalizzata dal tatuatore Sébastien Mathieu; ben 20 ore di lavoro per ogni bottiglia, ma giudicate voi se non ne sia valsa la pena!

2. Occhio al packaging di Viejo Indecente

Viejo Indecente è la chiave per aprire la porta all’indecenza, perché tutti abbiamo un lato oscuro e ogni tanto berne un sorso non fa poi così male! Così il packaging non poteva che rievocare il motto che accompagna il celebre distillato messicano da generazioni: il buco della chiave è stato reso il più reale possibile, stampando l’occhio sull’etichetta sul retro e lasciando che esso sia visibile da un buco dell’etichetta anteriore.
Qualcuno sta sbirciando attraverso la serratura o siete voi che ne cercate il contenuto proibito all’interno? Sta a voi deciderlo.

3. Francobolli da viaggio per gli sciroppi Lapp & Fao

Il nuovo packaging degli sciroppi Lapp & Fao ripercorre la storia del brand andando indietro fino alle sue origini, quando i due fondatori Linvard Bo Lapp e Efraim Fao iniziarono il loro viaggio in giro per il mondo alla ricerca di dolci prelibatezze di paesi lontani da poter utilizzare all’interno delle loro deliziose creazioni.
La nuova gamma di sciroppi porta il segno indelebile di questa storia, illustrando quei ricordi di viaggio mediante etichette-francobolli tutte da collezionare!

4. Un rimando alla tradizione per i té Nongfu Spring

Nongfu Spring è uno dei più grandi e rispettati produttori di acqua in bottiglia in Cina e il lancio dei suoi nuovi due prodotti non poteva che essere impeccabile. Infatti, il packaging di entrambi i suoi nuovi tè (tè nero con latte e pregiato tè verde) è frutto di un’attenta ricerca che vuole soddisfare lo stile di vita frenetico dei consumatori senza per questo tralasciare le preziose tradizioni: il risultato è una bottiglia dal design davvero particolare, la cui forma rimanda allo specifico strumento in bambù utilizzato proprio per la preparazione del tè!

5. Il packaging intelligente del progetto Elixir

Elixir è un progetto dello studente Barysheva Yana, il quale ha progettato un packaging innovativo che consente all’utente di non dovere necessariamente bere dalla bottiglia. L’involucro, infatti, non prevede solamente la bottiglia ma anche un bicchiere perfettamente incastrato con essa e un rivestimento in plastica per sigillare il tutto. A completamento di una progettazione intelligente, un piccolo tocco di classe: il logo è visibile per intero solo quando i tre componenti sono insieme, poiché ognuno di essi ne contiene un elemento. Originale, non trovate?

5 suggerimenti per migliorare il vostro servizio clienti 2.0

Utilizzare la propria pagina Facebook aziendale per promuovere i nuovi prodotti e tenere aggiornati i propri fan è importante, ma lo è altrettanto utilizzarla per ascoltare i clienti e, soprattutto, rispondere alle loro richieste e lamentele.

Possiamo quindi considerare Facebook come un vero e proprio strumento di social customer care, ma come costruire un servizio clienti attento e curato attraverso il popolare social network? Ecco 5 ninja consigli:

1. Aprirsi ai fan

La pagina di Avon Italia non permette ai propri fan di pubblicare post in bacheca.

Evitate l’ossimoro di avere una pagina Facebook che impedisce ai fan di pubblicare in bacheca.

Se la vostra azienda è sui social network, è perché vuole comunicare di essere vicino ai propri clienti. Impedire loro di esprimere un’opinione, un complimento o una lamentela direttamente sulla pagina, comunicherà chiusura, disinteresse verso i loro feedback e soprattutto poca disponibilità ad aiutarli in caso di difficoltà.

2. Rispondere velocemente

Sulla pagina di Zalando le risposte vengono date più che tempestivamente

Se i vostri fan scrivono sulla pagina invece che telefonare o inviare una mail, è perché mirano ad avere una risposta veloce. E per “veloce” ricordate che il tempo sui social scorre più rapidamente, e lasciar passare una giornata prima di intervenire è come lasciar passare una settimana prima di rispondere a una mail!

Qualora non abbiate un team dedicato a questo servizio, mirate a controllare la pagina almeno 3 – 4 volte al giorno per riuscire così a rispondere tempestivamente ad eventuali richieste!

3. Utilizzare gli strumenti giusti

Il miglior strumento per rispondere ai propri clienti è sicuramente la presenza umana. Talvolta, però, è difficile rispondere a tutti gli utenti in tempi record, e per questo ci si può affidare ad alcuni tool esterni per gestire messaggi privati e post, per tenere traccia delle richieste e delle risposte senza dover necessariamente entrare su Facebook.

Alcuni servizi utili a questo sono Zendesk, Freshdesk, Salesforce Desk o HappyFox. Ma attenti ad automatizzare troppo i processi, o potreste fare la fine di Wind! 😀

Fail 2.0: il risponditore automatico di Wind risponde all'account wind business factor

4. Ammettere gli errori

Il fail su Twitter da parte di Nokia lo scorso novembre

“Errare è umano, perseverare è diabolico” diceva qualcuno, e aveva ragione.

Se vi rendete conto di aver fatto un errore, se il vostro servizio non funziona momentaneamente, se avete riscontrato o i vostri fan hanno riscontrato dei malfunzionamenti e ve li hanno fatti notare… siate sinceri, uscite allo scoperto e i vostri clienti apprezzeranno!

Se sbagliate a postare, ad esempio, non cancellate il vostro errore… lo screenshot potrebbe già essere in rete! Molto meglio correggersi e scusarsi con i propri fan.

5. Personalizzare il messaggio

Non c’è niente di peggio che ricevere risposte dai brand tutte uguali e asettiche. Cercate quindi di personalizzare il più possibile i vostri messaggi: già chiamare per nome, magari taggandolo, il cliente può essere un primo passo in avanti!

Conclusioni

Migliorare il servizio clienti è quindi fondamentale, e lo è ancora di più se si tratta di customer service online perché, si sa, un cliente insoddisfatto parla molto di più di uno soddisfatto, e sulla rete le lamentele corrono ancora più rapide!

E voi, siete d’accordo? Utilizzate la vostra pagina come supporto ai clienti? Aspettiamo i vostri commenti qui sotto.

Stampa 3D: la rivoluzione è qui

Immaginate un mondo dove potrete fare a meno di negozi, spacci e rivendite.

E’ domenica, botteghe e ferramenta sono chiusi. Proprio oggi che pensavate di montare il nuovo scaffale! Aspetta ormai da troppe settimane di essere montato, intristito da strati di polvere ed oblio. Sfortuna: vi rendete conto di non avere quella maledettissima chiave a brugola da 6, l’unica mancante dal vostro set del bravo fai da te. Sia maledetto quello stolto inventore della chiave a brugola!

Che fare? Prendere la macchina e guidare un’ora per perderne un’altra in n affollato ipermercato? Escluso. Chiedere al vicino? Niente da fare. Aspettare un’altra settimana? Spreco.

La rivoluzione è qui

In quel mondo sopra descritto, a quel punto, aprirete il computer ed acquisterete un progetto di stampa 3D da un portale specializzato, e lancerete una stampa 3D. Nel giro di un quarto d’ora, o poco più, avrete pronta per l’uso la stramaledettissima chiave a brugola di cui sopra. Senza spostamenti, senza perdere tempo.

Ad oggi siamo ancora molto lontani da questa prospettiva, sopratutto in termini di costi delle stampanti e delle “materie prime” (polveri e resine) necessarie per la stampa in se. Ma la prospettiva di cambiamento è epocale. Non si tratta solo di stamparsi a casa qualche oggettino. Si tratta di cambiare completamente il modo in cui si fanno le cose. Dal “Fatto in Italia” al “Disegnato in Italia”. Da vedo e compro in negozio a compro online e stampo a casa. C’è la prospettiva, drammatica se si vuole dal punto di vista del lavoro, di una graduale disintermediazione tra disegnatore e consumatore, con la graduale eliminazione delle categorie “produttore” e “rivenditore”. Vi sembra poco?

Come funzionano?

Ma cosa sono in realtà le stampanti 3D? Volendo semplificare, ne esistono due grandi famiglie.

Le stampanti stereolitografiche si basano su resine liquide che si solidificano quando colpite da raggi ottici, fino a dare forma in maniera additiva agli oggetti desiderati. Il secondo grande gruppo è costituito dalle vere e proprie stampanti 3D o FDM (fused depostion modeling), che funzionando (banalizzando un po’) in maniera similare alle stampanti tradizionali, con la differenza che aggiungono una terza dimensione di stampa “verticale”, lungo la quale tessono una sorta di filamento (plastico o di altri materiali) fino ad ottenere gli oggetti desiderati. Sono ancora piuttosto costose, ma non è lontano il giorno in cui i prezzi saranno tali da rendere economicamente sensata l’apertura di grandi “centri stampa 3D” in tutte le città, dove arrivare con il vostro progetto 3D e stampare quanto avete disegnato o acquistato su internet.

Gli impatti ambientali

La stampa 3D avrà anche enormi impatti a livello ambientale. Gli scambi fisici a livello globale potranno subire una sensibile riduzione, per tutte quelle componenti che potranno essere stampate in 3D e che smetteranno di essere prodotte in fabbrica e trasportate al consumatore finale. E’ verosimile pertanto che vedremo meno camion, navi ed aerei trasportare pezzi e componenti a contenuto tecnologico medio-basso.

E’ inoltre prevedibile un impatto positivo sulla produzione di rifiuti: la stampa 3D in quanto additiva eliminerà i cosiddetti “sfridi” industriali, ovvero i pezzi di materie prime che vengono tagliati nelle produzione a “riduzione”, come i trucioli di legno che si ottengono ricavando un oggetto dal legno vero e proprio. Inoltre, la stampa 3D potrà mettere in modo meccanismi di economia circolare, portando alla standardizzazione di componenti e pezzi che potranno poi essere riusati per produrre nuovi oggetti, così come avevamo già prospettato qui su Ninja.

Aziende sull’attenti

Ci sono poi una serie di possibili implicazioni ed impatti per le aziende: lo sviluppo dei nuovi prodotti diventerà molto più veloce ed alla portata di tutti, grazie alla facilità di “stampare”, realizzare e modificare prototipi nel giro di poche ore, permettendo di tastare il mercato ed i consumatori target in tempi e con modalità oggi utopistiche, dando un notevole vantaggio competitivo alle aziende che saranno più rapide ed agili.

Non tutti i prodotti e componenti diventeranno poi convenienti in ottica stampa 3D. Le aziende dovranno essere capaci di individuare con anticipo le condizioni che renderanno possibile ripensare e progettare i propri componenti produttivi in ottica 3D, come ad esempio l’elevato costo del lavoro/manualità, alta complessità con bassi volumi di produzione, rapida obsolescenza.

La stampa additive potrebbe infine ridurre il vantaggio di produrre in paesi a basso costo del lavoro. Questo potrebbe forzare molte aziende che oggi si sono focalizzate sul “design”, a differenziare il prodotto con altre leve, ad esempio la personalizzazione estrema dei beni di consumo, oppure la facilità di riparare e modificare l’oggetto in corsa, dopo l’acquisto.

Infine, la competizione di nuovi players potrà farsi più serrata, sopratutto in segmenti di nicchia e con elevata creatività e personalizzazione.

A patto di non inventare 100 varianti della stramaledettissima chiave a brugola.