Social Street Italia: quando il web migliora la comunità

Un’idea per migliorare, almeno un po’, la vita di tutti i giorni: questo è Social Street Italia, un progetto nato dall’esigenza di scoprire – letteralmente – chi siano i nostri vicini di casa.
Proprio così: quante volte avete guardato con sospetto chi abita di fianco alla vostra porta solo perché magari restio a parlare e lasciarsi andare a quattro chiacchiere? E quante volte avete pensato che un buon vicinato avrebbe notevolmente migliorato la vita del vostro quartiere?

Social Street Italia nasce proprio con questo compito: unire i vicini di buona volontà per creare piccole community… reali. Il tutto si sviluppa su Facebook, attraverso dei gruppi nominali della via/quartiere che si vuole “unire”. Il resto lo fanno gli abitanti, che cominciano a scoprire chi abita dietro la porta di fronte: un potenziale amico, prima che un buon conoscente.

Abbiamo parlato con Federico Bastiani, del team che ha pensato e messo in opera questo piccolo grande strumento.

Buongiorno Federico!
Ciao a tutti!

Da dove nasce l’idea di Social Street Italia?

L’idea l’ho avuta questa estate. Vivo in Via Fondazza in centro a bologna da tre anni e mi rendevo conto di non conoscere nessuno dei miei vicini, al massimo un buongiorno e buonasera, ma non si andava oltre. come spesso accade in città, la diffidenza prevale. Avendo un bambino di 20 mesi e la famiglia mia e di mia moglie lontana, il mio bimbo giocava sempre da solo e mi sarebbe piaciuto che invece giocasse con altri bambini della strada, ma come fare a sapere se c’erano altri bambini? come entrare in contatto con loro? Ho deciso cosi di aprire un gruppo facebook chiuso con l’obiettivo di socializzare.

Quali sono gli obiettivi che vi ponete con questa iniziativa?
L’obiettivo primario è costruire un rapporto di fiducia fatto di relazioni umane, con i propri vicini di casa tentando di ricreare quel senso di comunità che magari è normale in un piccolo paese ma che è più difficile da ricreare nella città. Via Fondazza vuole essere un modello per far si che il Social Street venga replicato in altre città e per questo abbiamo creato un sito www.socialstreet.it per fornire le linee guida a chi vuole tentare l’avventura visto che è molto semplice e gratuita ma con benefici per tutti. Per me adesso che ci salutiamo tutti per strada, è già una gran risultato.

Domanda “antipatica”, ma dovuta. Da dove deriva la sostenibilità economica di Social Street Italia?
Il Social Street non ha bisogno di sostenersi economicamente, perchè dovrebbe? Socializzare con i vicini richiede denaro? Chi mi sta dando una mano lo fa nel proprio tempo libero e le risorse le ho trovate in strada, anche per realizzare il sito internet non è stato necessario investire dei soldi perchè una persona di via fondazza si è offerto di farlo. Qua non si tratta di scambiarsi i favori, qua si tratta di fare qualcosa di utile per il vicino perchè a me non costa niente farlo. Tutto è iniziato con un post per quanto mi riguarda. Una giovane famigliola appena trasferita in via Fondazza e sulle spese, cercava un seggiolino per auto, io ne avevo uno in cantina che prendeva polvere, ho risposto al post, ho attraversato la strada e gliel’ho portato. Poi mi hanno invitato a cena ed abbiamo fatto amicizia. Questo è il meccanismo molto semplice direi. Poi questa persona in seguito mi ha dato una mano per fare il sito ma semplicemente perchè ha apprezzato la mia disponibilità iniziale ma ripeto, io non volevo niente in cambio, era un gesto che non mi costava nulla fare.

Vi appoggiate a Facebook per far “socializzare” gli abitanti di una strada: avete in cantiere l’idea di sbarcare su altri social network?
No. Ho scelto Facebook perchè è gratuito e lo usano tutti, quindi diffondere la mia idea usando questo veicolo era la soluzione più semplice e veloce.

Quali possono essere le evoluzioni del progetto? Pensate che Social Street possa diventare un vero e proprio hub per generare attività di community che dall’on line passano all’off line?
Potrebbe succedere. Al momento c’è molto interesse a livello nazionale ed internazionale, le social street aumentano di giorno in giorno e può darsi che tutta questa energia positiva sfoci in questa direzione ma al momento non so dirlo. Io sono già felice di ricevere messaggi che mi dicono “grazie al Social street sto conoscendo gente meravigliosa che vive a 5 metri da casa mia e che ho sempre ignorato”.

Grazie per la tua disponibilità!
Un saluto a tutti i lettori di Ninja Marketing!

Per maggiori informazioni, visitate anche la pagina Facebook!

Pantene: la campagna #whipit contro le etichette e le differenze di genere

Siamo nel XXI secolo eppure siamo ancora lontano dal raggiungere la parità dei sessi. Ce lo ricorda Pantene, che ha lanciato una campagna sottolineando come lo stesso comportamento da parte di un uomo o una donna venga percepito ed etichettato in modo diverso.

Si tratta di un’occasione per parlare del fenomeno definito ‘Glass ceiling’, espressione che indica l’insieme di barriere sociali, culturali e psicologiche che si frappone come un ostacolo, invisibile ma insormontabile, al conseguimento della parità dei diritti.

Se un uomo e una donna, entrambi con la stessa educazione, gli stessi successi, e la stessa esperienza competono per una posizione di leadership, ad ottenere il lavoro sarà quasi certamente l’uomo. Le donne hanno solo permesso di salire così tanto sulla scala, fino a colpire la testa contro il soffitto di vetro.

Lo spot di 60 secondo mostra scene della nostra vita quotidiana che mostrano come cambia la percezione di un comportamento a seconda che sia da parte di un uomo o di una donna : in ufficio, un uomo sicuro di sé e autoritario è il ‘boss’ (il ‘capo’), mentre una donna che si comporta allo stesso modo viene definita ‘bossy’ (‘prepotente’). Se un uomo è ‘persuasivo’, una donna è ‘invadente’. Lui è ‘pulito’, mentre lei è ‘vanitosa’.

Le disuguaglianze sono messe in risalto anche da una cover di Mad World dei Tears for Fears, perfetta per lo scopo, e lo spot si conclude con un messaggio fiducioso, con un consiglio di Pantene a tutte le donne che lottano ogni giorno contro le etichette:

“Non lasciare che le etichette ti frenino. Sii forte e splendi”

In tutto lo spot, non si vede neanche una bottiglia di shampoo, ma il messaggio è forte è chiaro (e comunque non mancano capelli bellissimi e lucenti).

ll video è solo il primo step della campagna #whipit che ha innescato un’accesa discussione su YouTube e su Facebook.

Questa campagna di Pantene Philippines ideata da BBDO Guerrero è molto diversa dagli spot a cui Pantene ci ha abituato, forse anche P&G si è reso conto che bisogna dare avvio ad un tipo di comunicazione molto più personale, proprio come il concorrente Dove di Unilever insegna.

Webserie, la strategia interattiva di "The Viral Effect"

Webserie, la strategia interattiva di "The Viral Effect"

The Viral Effect è una webserie in quattro puntate incentrata sul pericolo di una pandemia, prodotta da Big3 e promossa dal NSCS (Segretariato di Coordinamento per la Sicurezza Nazionale) di Singapore. La serie di video è parte di Let’s Stand Together, un progetto orientato a informare i cittadini sui seguenti temi: minacce informatiche, terrorismo e salute.

L’ultimo argomento riguarda per l’appunto la webserie presa in esame, presentata in anteprima presso la sede di Ogilvy & Mather di Singapore ai Partner del progetto, tra cui il Ministero degli Affari Interni, il Ministero della Sanità e il Ministero della Pubblica Istruzione.

Il tema e l’intreccio narrativo deciso dall’utente

The Viral Effect segue la vita della famiglia Lim, al centro di una potenziale pandemia. Nello specifico il sito di Let’s Stand Together recita: Una pandemia potrebbe mandare tutte le nostre vite allo sfacelo. Ricordate l’impatto della SARS e della H1N1? Nuovi virus continuano ad evolversi e diffondersi. Ma siamo spesso troppo presi dalla nostra vita quotidiana per notare i segni. Essere consapevoli e attenti può preservare noi e i nostri cari.

Alla fine di ogni puntata, le scelte che i protagonisti dovranno affrontare sono decise dagli utenti, grazie all’utilizzo degli hashtag #LetsGOsg e #LetsSTAYsg sulla pagina Facebook del progetto.

Oltre all’onere di decidere quale direzione prenderà il video, l’utente ha l’onore di poter essere selezionato, in base alla qualità dell’intervento inserito in post predefiniti sulla pagina Facebook, per ricevere in premio un iPad Mini.

Analisi degli strumenti usati su YouTube

Le annotazioni presenti nelle quattro puntate rimandano alla possibilità di interazione e al collegamento alle altre puntate, in tal modo si mantiene la coerenza del filo narrativo (seguendo quindi in parte le linee guida sulle annotazioni).

C’è da dire però che queste annotazioni risultano piuttosto sommarie, infatti linkano l’intero canale Youtube e non le puntate specifiche. L’uscita dei video a puntata è a cadenza settimanale, il lunedì è il giorno di pubblicazione in cui si scioglie il precedente snodo narrativo; di contorno non mancano ulteriori video-interviste ai cittadini imperniate sulle tematiche affrontate, ciò a cui si mira è senza dubbio il generare nuovi argomenti di conversazione da cui prendere spunto e amplificare la discussione in merito.

Infine, i commenti su Youtube, che al lancio di The Viral Effect erano attivi, sono stati disabilitati, probabilmente per non confondere gli utenti e portarli unicamente ad esprimere il loro parere sulla pagina Facebook.

Webserie, la strategia interattiva di "The Viral Effect"

Obiettivo = Risultato?

L’obiettivo della campagna è infondere nei cuori dei Singaporiani una coscienza collettiva di unità nazionale, dimostrando che, di fronte ai più grandi disastri, non è il singolo a far la differenza ma lo sono tutti. Insomma Let’s Stand Together sta per: L’unione fa la forza o, se preferite, Tutti per uno, Uno per tutti! In fondo è lo stesso principio che soggiace all’utilizzo dei nuovi media, ma la volontà di fare community si traduce anche in un’etica legata al bene comune? Come vedreste una campagna simile in Italia?

Toys 2.0: Mattel aiuta a scegliere il giocattolo giusto nell'era digitale

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Alzi la mano chi, nella sua infanzia, avrebbe tanto desiderato un trenino elettrico, ed invece si è ritrovato a scartare l’action figure di quel robot giapponese che proprio non gli andava a genio. Oppure chi ha storto il naso perchè avrebbe voluto giocare con il Camper di Barbie ed invece ha dovuto mettere nella cesta dei giochi l’ennesimo bambolotto piagnucolante.

Bene, non siete stati i soli: secondo un’indagine del Politecnico di Milano, ogni anno 1 regalo su 6 che finisce nelle case degli italiani è sbagliato, in quanto non rispondente alle reali necessità o desideri dei piccoli. In questa prospettiva, Mattel Italy si è lanciata nella sua prima operazione digitale.

Individuata la tensione culturale dell’ansia da “scelta del regalo giusto”, ha cercato di risolvere questo dilemma decisionale attraverso lo sviluppo della piattaforma web e dell’app “La Scatola dei Giocattoli”, per accompagnare i grandi nella scelta delle sorprese per i più piccini. Mattel la scatola dei giocattoli

Presentata alla stampa il 7 novembre nel quartier generale di  Mattel Italia, questa piattaforma web e App per mobile presenta  la possibilità di customizzare scatole virtuali personalizzate su misura della vita dei bambini  e delle loro occasioni di festa che potranno poi essere salvate online e condivise sui social network, per suggerire e ispirare altri regali (ed incrementare il sellout).

Luca Fois, professore del Politecnico di Milano, ha illustrato i retroscena psicologici dietro la realizzazione del progetto: che la scelta di un regalo adeguato al bambino è un processo difficile, perchè il giocattolo per i primi 10 anni di vita di un bambino vive di una forte dicotomia che condiziona le scelte di marketing, design e progettuali: il destinatario è un bambino, ma l’acquirente è un adulto.

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La conferenza stampa presso l'HQ Mattel

Internet is the new normality

Fabio Vaccarono, Country Director di Google Italia, è intervenuto alla conferenza stampa esponendo il retroscena digital alla base dell’operazione e le tendenze di acquisto nella nostra era ultra-connessa. Le influenze della rete nel percorso decisionale, informativo ed esperenziale sono la chiave di volta per sviluppare questa nuova dimensione del business del giocattolo. Infatti, la consumer journey è cambiata radicalmente: da un percorso lineare, si passa ad un processo decisionale molto più complesso, dove il word of mouth, il multiscreen e la ricerca in mobilità hanno un ruolo fondamentale.

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Inoltre, il consumatore è sempre più multimediale: circa l’80% degli italiani cerca su internet prima di fare un acquisto, informandosi su almeno 10 fonti differenti prima di compiere una decisione. Le ricerche su mobile sono quelle che portano un’azione commercialmente rilevante nell’ora successiva: solitamente un utente che ricerca un giocattolo in mobilità, lo fa perchè si sta dirigendo ad acquistarlo, oppure è già lì tra gli scaffali del negozio.

E l’App La Scatola del Giocattolo (che ha anche vinto il premio come miglior app all’International Events & Relational Strategies GrandPrix) risponde proprio a queste esigenze:

La Scatola Dei Giocattoli App from Neosperience on Vimeo.

Parlando di giocattoli, vi lascio con qualche leggera curiosità su Barbie: sapevate che si chiama Barbara Millicent Roberts ed ha i piedi troppo piccoli per poter sopportare il suo peso?
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Messi e Bryant: duello all'ultimo autoscatto con Turkish Airlines [VIDEO]

Dopo il successo di “Legends on Board” Kobe Bryant e Lionel Messi tornano a sfidarsi a ritmo di autoscatti e fusi orari a bordo della Turkish Airlines.

Il sequel, intitolato “The Selfie Shootout” li trascina ovunque in una divertente escalation che vede i due rincorrersi ai quattro angoli del globo: dal deserto Africano alla Grande Muraglia Cinese, dalla barriera corallina alla città delle stars, Hollywood.

Ovviamente i due sfidanti documentano tutto tramite autoscatti invidiabili da inviare al proprio avversario, che sceglie immediatamente un’altra destinazione da raggiungere e così via.

Durante l’avventura incontrano squali pacifici, simpatiche scimmiette, un tenero leone e dei giornalisti impazziti mentre fotografano le meraviglie che li circonda.

I due campioni, infine, si incontreranno per un breve istante nella grande e bellissima Istabul. Il tempo di un autoscatto, con la soffiata di Kobe, per poi riprendere la corsa contro il tempo verso nuove destinazioni!

Dietro agli oltre 82 milioni di visualizzazioni si nascondono anche due coincidenze, o per meglio dire strategie di marketing seguite a Turkish Airlines: il video arriva proprio nel momento in cui la parola “selfie” è stata nominata come parola dell’anno e la Nike ha appena presentato un nuovo modello di calzature, le Kobe 9 Elite.

Non resta che attendere il terzo episodio e scoprire la nuova sfida firmata Turkish Airlines. Stay tuned!

Credits:

Agency: Crispin Porter & Bogusky
Worldwide Chief Creative Officer: Rob Reilly
Exec. Creative Director: Sue Anderson
Creative Director: Hoj Jomehri
Associate Creative Director: Andy Grant
Senior Copywriter: Ryan Montanti
VP Executive Integrated Producer: Sloan Schroeder
Executive Art Producer: Rebecca O’Neill
Production Company: HSI
Director: Joseph Kahn

Pantone: il colore del 2014 è Radiant Orchid

Anche per quest’anno, Pantone ha annunciato il suo nuovo Colore dell’Anno: tenetevi pronti ad accogliere 18-3224 Radiant Orchid.
Pantone descrive il suo Radiant Orchid come “un magico calore che affascina gli occhi e fa viaggiare l’immaginazione.”

“È un viola espressivo, creativo e avvolgente, che trasporta in un seducente incantesimo. Un’accattivante armonia di fucsia, viola e tonalità di rosa, Radiant Orchid trasmette gioia, amore e benessere”


La scelta del colore dell’anno da parte di Pantone non è mai casuale, ma segue un’indagine analitica approfondita e trasversale a moltissimi settori: dal beauty al fashion, dal travel and leisure fino all’hi-tech e all’entertainment. L’immagine e il mood di molti ambiti della nostra vita saranno scanditi nel 2014 da un leitmotiv cromatico “in rosa”.

Un’ispirazione calda e avvolgente per quest’anno, scelta per il suo carattere creativo, originale e versatile. Radiant Orchid è una tonalità moderna, vitale ed energica.

“È un invito all’innovazione e incoraggia la creatività e l’originalità, qualità degne di sempre più ampia considerazione nella società contemporanea” afferma Leatrice Eiseman, direttore esecutivo di Pantone.

In particolare, saranno beauty e fashion ad essere protagonisti con questo colore, grazie ai perfetti abbinamenti con differenti nuances di pelle, occhi e capelli e all’incantevole accostamento con gli outfit più creativi.
Anche il mondo del design con Radiant Orchid potrà “darsi un tono” ancora più fresco e originale, young&colourful ma senza mai risultare invadente.

E a voi, ninja readers, piace questo colore? Condividete la scelta di Pantone?

Coin, la card che raccoglie tutte le vostre carte

Coin, la card che raccoglie tutte le vostre carte

Coin, la card che raccoglie tutte le vostre carte

Il bancomat, la carta prepagata e poi le carte fedeltà di tre profumerie (ci tengo al mio aspetto! 😛 ), quella del negozio hi-tech, dell’erboristeria, le fidelity di due catene di supermercati in aggiunta alla tessera della libreria, della palestra e del treno: eh già, nel mio portafogli ci sono tutte queste card! E nel vostro, Guerrieri?

Se la risposta è affermativa sappiate che presto potremo porre fine all’invasione di carte grazie a Coin, la carta che raccoglie fino a 8 carte. No, non è un gioco di parole… è un’invenzione made in Usa.

Basta prendere la card da associare a Coin passarla nel lettore di carte plug-in per smartphone, che vi sarà fornito dall’azienda, e scattare una foto alla tessera per collegarla all’account della carta hi-tech. Al momento di fare un pagamento è necessario selezionare la card che volete usare tramite il display e… That’s It!!! Coin funziona con carte di credito, bancomat, gift card e carte associative.

Coin, la card che raccoglie tutte le vostre carte

Se avete più di 8 tessere da collegare potete scaricare sullo smarphone l’App che è disponibile sia per iOS che per Android. Con l’applicazione è anche possibile bloccare il gadget hi-tech nel caso in cui ve lo rubino o lo perdiate e addirittura il telefono invia un segnale bluetooth se si allontana troppo da Coin e perde il contatto. La card non può essere usata direttamente per i pagamenti online, tramite l’App si possono fornire solo i dati della carta, ma in compenso può essere usata come bancomat.

Ecco un video che spiega nei dettagli tutte le caratteristiche di questo innovativo e comodo strumento di pagamento e… non solo!

Per quanto riguarda la sicurezza, sul sito della start-up si legge che anche se la carta non può essere bloccata ed evitare quindi che estranei la usino, l’account Coin è protetto da una password come d’altronde anche l’App che la richiede all’utente ogni qualvolta vuole accedere ai dati sensibili della carta. “In fondo – si legge sul sito – non c’è bisogno di bloccare la carta perchè si disattiva automaticamente se perde il contatto con il telefonino per un periodo di tempo da configurare nell’app mobile Coin”. La piccola batteria utilizzata per il display e per la connessione bluetooth dovrebbe durare per circa due anni, una volta esaurita va cambiata la card.

Secondo il blog di viaggi The Points Guy l’idea di Coin si differenzia da Wallaby che, per il momento, è solo un’app che permette di gestire l’utilizzo delle carte a seconda della situazione più appropriata.

Sul web si leggono anche perplessità relativamente all’innovativo strumento di pagamento. Collegando tutte le carte a Coin si consegnerebbero una quantità incredibile di dati del cliente: da quelli personali agli acquisti e alle abitudini oltre che i dati di tipo finanziario. E’ possibile ci possa essere dietro qualche vantaggio per i consumatori? O magari per le banche e le aziende?

Coin, la card che raccoglie tutte le vostre carte

Kanishk Parashar, Ceo e Founder di Coin

Il Ceo e founder di Coin, Kanishk Parashar, in un’intervista a Cnn Money ha detto: “Non mi aspettavo queste critiche, sono previste delle modifiche in futuro” in particolare per quanto riguarda le relazioni commerciali oltre che l’adesione al sistema di pagamento globale.

Per il momento possiamo solo dirvi che probabilmente Coin sarà sul mercato nel luglio 2014 e, nella speranza che si possa usare anche in Italia, se la vorrete avere vi converrebbe prenotarla ora al prezzo speciale di 55 dollari, spese incluse.

Be Coin! Che ne pensate?

Histagrams: se la storia venisse postata su Instagram?

Cosa accadrebbe se volessimo ripercorrere la storia attraverso immagini di Instagram?

Questa è la domanda che i due designer Gavin Alaoen e Gusto NYC si sono fatti per creare il tamblog Histagrams.

Sì, Histagrams: avete letto bene, nessun refuso! Prendete il termine “History” e unitelo a Instagram aggiungete grandi personaggi ed eventi storici, hashtaggate , filtrate e il risultato sarà da “double tap” assicurato!

Cosa avrebbe pubblicato John Lennon quando ancora suonava nella band “The Querrymen”? E ancora, come avrebbe commentato Hillary Clinton  l’arrivo di Monika Lewinsky alla Casa Bianca…


Un’idea interessante, non trovate?
Ma lasciamoparlare le immagini, in fondo Histagrams è fatta non solo di parole. Eccone alcuni lavori per solleticare la vostra curiosità: tutte le altre le troverete qui! 😉

JLennon – Suonando durante un’esibizione con i The Quarrymen!
PaulMcCartney
– Il nome non è ancora quello giusto fratello.

WilliamClinton – Facendo un giro per incontrare i nuovi membri interni, sarà un grande anno!
Hillary_Clinton
– Sembra così carina!

SirNewton – Finalmente! Questa è LA mela giusta!
stevejobs
–  Sei davvero fonte di ispirazione fratello!

martin_luther_king_jr – Cercando di finire il discorso per domani!

E con Martin Luther King vi lasciamo fantasticare. Chissà cos’altro potrete trovare su Histagrams: esploratori, filosofi o ancora Beatles?

Un viaggio tra startup e progetti innovativi imperniati sull'oro rosso di Sicilia.

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Innovazione, startup e bucce d'arancia

E’ possibile perdere una battaglia commerciale avendo a disposizione il miglior prodotto disponibile sul mercato? La risposta è assolutamente si, soprattutto se parliamo di arance e ci spostiamo a latitudini siciliane.

Ci troviamo nella Piana di Catania, tra la provincia etnea e quella di Siracusa. L’Etna è il grande padrone, visibile da ogni angolo e svettante su ogni collina. Può portare venti freddi e gelate, ma contribuisce a rendere fertile il terreno e creare un microclima unico per lo sviluppo di quella che è considerata da tutti la migliore arancia al mondo: l’arancia rossa siciliana, nelle varietà Moro, Tarocco e Sanguinello.

Raccolgo o non raccolgo?

Ogni anno in Sicilia si producono circa 10-12 milioni di tonnellate (fonte: ISMEA). La quota di scarti e macero è in crescita, ed in centinaia di ettari di agrumeto il prodotto non viene neppure raccolto: troppo alti i costi di raccolta a fronte di un prezzo di vendita ridottissimo. Resta sugli alberi, cade, si rovina, e nel migliore dei casi viene raccolto da ambulanti che lo rivenderanno poi a 50 centesimi al chilo a bordo strada, con tanto di cartellone pubblicitario “arance rubate”. Eppure al supermercato e nei bar, quando arriva, l’arancia viene spesso venduta a prezzi tutt’altro che popolari. La filiera assorbe spesso più di 4/5 del prezzo finale, con i produttori a raccapezzarsi con le briciole.

Nello stesso anno, in Italia e nel resto dell’Europa, arance spagnole, marocchine ed israeliane invadono il mercato a prezzi concorrenziali. Andando in un centro commerciale a Catania o Palermo, non troverete spesso e volentieri le arance rosse, ma biondiccie varianti dall’accento spagnolo o magrebino. L’arancia rossa sembra essere sempre più relegata ad un ruolo di nicchia, di elite, quasi esotico.

Per quale motivo?

Il principale motivo della disfatta dell’arancia rossa siciliana è senza dubbio la totale mancanza di coordinamento ed organizzazione di filiera, cui si abbinano carenze nel marketing e nella costruzione di un marchio forte. In Spagna, i produttori sono raggruppati in consorzi efficienti, le produzioni vengono fatte su larga scala, e sono presenti pochi ma grandi impianti di lavorazione del fresco. In Sicilia è deserto, con una miriade di piccoli produttori incapaci di comunicare tra loro e con una costellazione di micro- impianti di lavorazione, senza una voce comune ed un potere contrattuale forte da contrapporre alla grande distribuzione. Che semplicemente impone il prezzo o preferisce contrattare con i grandi interlocutori stranieri.

Nuovi spunti per nuove imprese

Ma le straordinarie proprietà dell’arancia siciliana, oltre al crescente numero di scarti e prodotti abbandonati, stanno scatenando la fantasia di scienziati ed imprenditori, tutti in fila per la creazione di nuovi prodotti basati sull’oro rosso della trinacria.

Il Progetto Sagro ad esempio punta alla realizzazione di celle solari rese fotosensibili grazie ad alcuni pigmenti ed estratti dell’agrume siculo. Queste potranno portare quindi alla costruzione di parchi fotovoltaici convenzionali ma anche di pellicole fotosensibili da applicare sulle pareti degli edifici. Nato dalla Collaborazione del Dipartimento di Tecnologie agroalimentari della Facoltà di Agraria di Catania e del Dipartimento energia e trasporti di Messina del CNR, ha a disposizione un finanziamento complessivo di quasi 1,5 milioni di euro,

Il progetto Orange Fiber è invece finalizzato alla creazione di una fibra vegetale per la moda ricavata appunto dagli scarti delle arance. Inoltre, la fibra è integrata di sistemi nanotecnologici per il rilascio di vitamine direttamente sulla pelle dell’utilizzatore, coniugando così riciclo, benessere ed etica. Il progetto è portato avanti da due giovani imprenditrici catanesi con il sostegno del Politecnico di Milano.

Fuori dal nostro paese, il progetto OPEC sta sviluppando una tecnologia per ricavare bioetanolo proprio dalle bucce dell’arancia. La tecnica si basa sull’utilizzo di micro-onde che estraggono dei distillati utilizzabili appunto come carburanti alternativi. Si possono inoltre estrarre fragranze da usare nell’industria cosmetica e farmaceutica. Il progetto è capeggiato dalle Università di York, San Paolo e Cordoba che stanno sviluppando la prima fabbrica proprio a York, una volta terminata la fase sperimentale in laboratorio.

L’arancia rossa ha sicuramente bisogno di essere rilanciata per quella che è la sua funzione elementare, nutrizionale, come frutto o derivato. Si aprono però spunti per nuove applicazioni, che accoppiate al rilancio del prodotto arancia in quanto tale avranno la possibilità di restituire il lustro di un tempo alll’oro rosso di Sicilia.

Vi consigliamo di conservare la buccia la prossima volta che mangerete un’arancia.

Apple compra Topsy e accede ai dati di Twitter

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Immagine tratta da mashable.com


Apple
ha di recente acquistato Topsy, una startup che si occupa di Social Media Analytics.

L’acquisizione è stata inizialmente segnalata da The Wall Street Journal, secondo il quale l’affare è stato stimato di oltre 200 milioni di dollari.

Topsy è uno dei pochi servizi che ha accesso all’enorme flusso di dati che quotidianamente scorre su Twitter. Offre agli utenti l’opportunità di analizzare i tweet, di raccogliere le opinioni e di misurare la portata di una campagna, di un hashtag o di un messaggio. Nel mese di settembre l’azienda ha implementato la possibilità di setacciare tutto l’archivio di Twitter, a partire dal primo tweet.

Topsy, in realtà, è un acquisto interessante per Apple, perché a differenza dei suoi acquisti passati di start-up come HopStop e Locationary, non vi è un’immediata applicazione del prodotto.

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Immagine tratta da Wired.it

Lo stesso si potrebbe dire per PrimeSense, l’acquisizione di Apple dello scorso mese, ovverosia della società responsabile per il sensore originale 3D nella prima Xbox Kinect. Ma, almeno con PrimeSense, è ovvio che Apple sarebbe interessata nelle implicazioni di tali sensori in prodotti futuri.

Con Topsy, lo scopo è meno chiaro. The Journal ipotizza che potrebbe tornare utile per iTunes Radio – un prodotto che ha già l’integrazione diretta con Twitter Music – o il suo sbandierato prodotto iAd. Ancora una volta, la volontà di acquisire una società di Twitter analytics che è così focalizzata su di uno specifico Social Network risulta, in una parola, strano.

Il portavoce di Apple non risponde nemmeno alle richieste di spiegazioni da parte di Mashable, tuttavia ha riferito al Journal che:

“Apple acquista aziende tecnologiche più piccole di volta in volta, e generalmente non discute dei propri scopi o dei propri piani”.

Poco ma sicuro. Voi che ne pensate?

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Immagine tratta da Agi.it