Paper e Moleskine trasformano i tuoi appunti su iPad in un libro

Quante volte durante un viaggio in treno, in ufficio o in metropolitana, avete preso il vostro taccuino e scritto un pensiero per la persona cara, conservato una cartolina o un ritaglio di giornale da far vedere o leggere? Molti di voi oggi fanno tutto questo con il loro tablet o smartphone, ma avete mai pensato di trasformare tutto ciò in un bel regalo da fare?

FifthyTree lancia la collaborazione tra l’app per iPad Paper e Moleskine : grazie all’app è possibile creare un proprio book personalizzato e creativo fin dalla copertina e riceverlo in “foglio e inchiostro” direttamente a casa in due settimane!

Paper e Moleskine: dai via alle tue idee!

Più di 8 milioni di persone hanno scaricato l’app Paper solo negli USA dopo il lancio nel marzo 2012. Concepito come uno strumento per la creazione e la condivisione di schizzi, diagrammi e appunti , Apple l’ha premiata come l’app dell’anno nel 2012.

Ora l’agenzia che ha sviluppato l’app, FifthyTree, lancia un’importante partnership tra Paper e Moleskine, i cui prodotti, dai celebri taccuini alle agende, trovano da sempre non soltanto il consenso della comunità del design ma in generale di molti acquirenti.

Il loro progetto comune si chiama Book: gli utenti, scaricata l’app possono ora scegliere di trasformare i loro appunti, schizzi, disegni più creativi in un libro di 15 pagine firmato Moleskine e di riceverlo a casa al prezzo di 40 dollari. Non poco ma con Moleskine era facile da immaginare.

Un’idea regalo ma non solo…

Un libro “artistico” è sicuramente un bel regalo, ma non solo: quello che Paper e Moleskine offrono ai creativi è la possibilità anche di creare un libro personalizzato ad esempio dei propri migliori lavori. Un’ottima possibilità per fare personal branding ad un colloquio davvero importante, ad esempio.

Le opportunità ovviamente sono possibili per i singoli professionisti come per le aziende e tutto questo in pochi semplici passi: scarichi l’app gratuitamente e inizi a lavorare. Gli strumenti sono intuitivi e soprattutto sono reattivi come se tu stessi veramente lavorando su carta. Ovviamente è possibile l’acquisto in-app di colori, matite e altri strumenti per i tuoi appunti.

Paper e Moleskine realizzano un book che è esattamente come lo vedi sullo schermo del tuo iPad: le dimensioni infatti del libro sono pensate come quelle dello schermo del tablet, cioè 4:3. I più bravi potranno realizzare bellissime grafiche sfruttando il fatto che il libro è in formato pieghevole.

Quali idee prenderanno forma dai tuoi appunti?

Puoi scaricare l’app cliccando sull’immagine qui sotto:

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Di Francesco Buonaurio – Audience Development Manager presso BuzzMyVideos.

Tante candidature e tante web series in gara, spam, like, condivisioni, richieste moleste in chat, Twitter, G+ e qualche email, per quei voti via Internet che non si sa se possano essere realmente utili al fine della vittoria, ma danno tanta tanta gloria.

Finalmente l’evento. Tre giorni di proiezioni delle web series in gara, in teatro e for free, in modo che chi si trovasse lì per farsi fotografare con Claudio Di Biagio (nonapritequestotubo), Matteo Bruno (canesecco) o Ruzzo Simone (thejackal), e altri, potesse anche scoprire qualche web series made in Italy.

Tuttavia, la maggior parte rompe loro un le scatole con le solite menate, filmando con camcoder attempati e compattine ogni respiro dei propri eroi del web, e magari non per questioni legate al divismo classico come lo conosciamo (ti fotografo e ti filmo perché ripongo in te un ideale di vita), ma spesso per una sciacallaggio sociale misto ad un bisogno di autoaffermazione (ti fotografo e ti filmo così sono figo di riflesso e faccio visualizzazioni e like).

In fondo questi qui son ragazzi che si sono messi davanti ad un obiettivo per divertirsi -e giocare a fare i famosi è stata una conseguenza del seguito che hanno avuto- ma che si sentono ancora dei ragazzi qualunque, e te ne accorgi se ti ci trovi a parlare, magari avendo qualche argomento in comune, come con i Nirkiop, con cui ho parlato della action camera che mi portavo dietro. Gran simpaticoni.

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Oltre alle proiezioni ci sono state interessanti tavole rotonde, su temi di cui ora si parla poco, ma che probabilmente in futuro saranno oggetto di tesi di laurea e di dibattiti con seguiti maggiori. Si è parlato infatti di dinamiche finanziarie delle web series, del ruolo delle web series nel contesto mediatico, in cui esse occupano sicuramente uno spazio, esiguo, ristretto e circoscritto ai fruitori del web stesso, ma non hanno nulla da invidiare (anzi) agli audiovisivi seriali come siamo abituati ad intenderli (mettendo che poi una web series è spesso a costo zero, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto i tempi stiano cambiando e del fatto che una rivoluzione sia in atto).

Il Roma Web Fest è stata una grande vetrina di talenti, che hanno avuto modo di figurare, apparire, e magari ritagliarsi qualche opportunità!

Sabato pomeriggio, secondo giorno del festival, si è tenuta una sessione di pitching. Il pitching è quel momento in cui un autore con una idea incontra un produttore e, in 5 minuti, cerca di convincerlo ad investire per produrla. È stato un momento che ha dimostrato da un lato il fatto che ci sono (e credo ci saranno sempre) YouTubers e malati di audiovisivo pronti a cimentarsi nel produrre qualcosa, e dall’altro lato che il mondo delle produzioni e dei soldi comincia ad interessarsi a questo mercato polverizzato di talenti sul web.

A mio parere è tutto un discorso di CPM. Il CPM (Cost Per Mille) è il fattore che rende gli YouTubers stranieri più ricchi di quelli nostrani (solo attraverso YouTube), ed esso varia da paese in paese (principalmente, ma non solo). Sono fiducioso del fatto che presto il mondo dell’advertising italiano si interesserà di più al mondo del web e di YouTube in particolare.

Percorrere la strettoia del cominciare a produrre prodotti che abbiano un linguaggio globalmente riconoscibile (e non quindi riferito solo ad una audience italiana) potrebbe essere uno dei modi per cominciare a guadagnare cifre serie. La Tv fa milioni di spettatori con un buon programma, che diventa un contenitore di pubblicità, con inserzionisti pronti a pagare per alcuni spazi; su YouTube il concetto è molto simile, ma i guadagni sono minori perché si investe di meno, e perché in ogni caso non è possibile per uno YouTuber italiano fare 3 milioni di visualizzazioni ad ogni video che pubblica.

Al Roma Web Fest sono stati anche assegnati dei premi, che è d’uopo riportare. Sono state premiate:

  • Lost in Google (Miglior community, Miglior scena d’azione, Miglior Crossmedia Storytelling, Migliori effetti speciali)
  • Soma (Miglior sigla/titoli/link, Miglior scena horror)
  • Le cose brutte (Miglior scena comica)
  • Stuck (Miglior scena comica, Miglior montaggio, Miglior soggetto e sceneggiatura)
  • Run Away (Miglior colonna sonora, Miglior sound design, Miglior fotografia, Miglior regia)
  • Revolution (Miglior scenografia e costum, Premio del pubblico)
  • Deja Vu (Miglior webserie straniera)

Alcuni di questi prodotti non sono caratterizzati dalla presenza di personaggi già famosi o inseriti in progetti noti. È il caso di Run Away, che ha fatto scorpacciata di premi, tra cui il premio alla colonna sonora, alla fotografia e alla regia (che ha permesso agli autori della serie di ricevere il premio speciale di BuzzMyVideos, network partner dell’evento, con cui sono volato fino a Roma).

E se i TheJackal invece voleranno ad Hong Kong essendosi aggiudicati il premio per i migliori effetti speciali, prima di sparare commenti da ciarlatani su inciuci e dietrologie possibili che manco il miglior Signorini del web s’inventerebbe, vedete Lost In Google. Intanto io mi diverto a fare l’Ingenuo con Ciro e Simone.

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Il festival si è vantato della presenza di ospiti stranieri, coinvolti nella giuria del festival: il direttore artistico del Vancouver Web Fest Suzette Laqua, Jean Michel Albert, direttore del Web Fest di Marsiglia, e Michael Ajawke Jr. presidente di giuria e direttore esecutivo del Los Angeles Web Festival, al quale ho descritto il mio lavoro a BuzzMyVideos.

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Mi ha dato il suo bigliettino da visita e mi ha informalmente invitato a Los Angeles per prendere parte ad un panel dedicato a YouTube al suo festival. Chi lo sa, magari andrò davvero a L.A., intanto torno al Google Campus di Londra senza scarpe, ma con il ricordo di una bella esperienza.

Appunti dal Roma Web Fest: YouTube al tempo delle web series

Alla prossima!

Ecco Phonebloks, lo smartphone "mosaico"

Ecco Phonebloks, lo smartphone "mosaico"

Ecco Phonebloks, lo smartphone "mosaico"

Uno smartphone modulare, personalizzabile, facilmente riparabile: questo è Phonebloks, un concept ideato dal designer olandese Dave Hakkens, potenzialmente in grado di dare un giro di vite al mercato degli smartphone.
Si tratta di un telefono componibile, costituito da una serie di piccoli blocchi da collegare – a un blocco più grande a seconda delle esigenze (o dei guasti) attraverso un sistema a incastro molto semplice.

Phonebloks permetterebbe di rendere ogni dispositivo unico, grazie alla possibilità di sostituire i pezzi in base ai propri gusti o necessità: una fotocamera più performante, una memoria maggiore, un altoparlante più potente. Oggi l’unica soluzione è cambiare telefono, nel caso di Phonebloks basterebbe acquistare il pezzo necessario.
Darebbe inoltre un taglio all’obsolescenza tecnologica, oggi che gli smartphone vengono sostituiti dopo poco tempo: come dice lo stesso Hakkens, “Electronic Devices are not designed to last”, i dispositivi elettronici non sono fatti per durare.

Hakkens ha aperto una pagina su Thunderclap, piattaforma di crowdspeaking, per raccogliere opinioni sulla sua invenzione; esiste inoltre una pagina su Indiegogo per cominciare la raccolta fondi, pronta a partire.

Tutti convinti? Non proprio. C’è chi mette in dubbio la fattibilità del device: “Le componenti di uno smartphone non sono disposte al suo interno in maniera causale. I dati circolano tra i circuiti a una velocità sorprendente, e ogni piccola modifica peggiora le performance del dispositivo. Non è un caso se la maggior parte dei produttori cerca di integrare tutte le funzioni possibili nello stesso chip“.

In attesa di capire se il progetto prenderà piede, vi lascio con il video che illustra le peculiarità dello smartphone mosaico. Attendiamo opionioni!

Le migliori (e peggiori) campagne di reclutamento

Le migliori (e peggiori) campagne di reclutamento

Cosa succede quando le forze armate devono promuovere una campagna di reclutamento? Convincere una persona che arruolarsi sia una buona idea non è un compito facile. Si tratta di una sfida difficile per gli esperti di comunicazione, che hanno il compito di analizzare le motivazioni che possono spingere un giovane a sacrificarsi in duri addestramenti e pericolose missioni.

In questo articolo sono raccolti alcuni video tratti da campagne di comunicazione rivolte al reclutamento di nuove leve tra le file degli eserciti di vari Paesi del mondo. Non c’è da stupirsi se alcuni vi faranno storcere il naso o vi faranno sorridere, perché le motivazioni che possono spingere un giovane ad arruolarsi variano a seconda della cultura da cui proviene.

Nelle culture di stampo occidentale le motivazioni su cui la comunicazione fa leva più di frequente sono la ricerca dell’avventura, l’autorealizzazione, la possibilità di ottenere un impiego che permetta un futuro alla propria famiglia. In altri culture la comunicazione è maggiormente improntata su concetti come la difesa della propria Patria o l’ottenimento di un pubblico riconoscimento. In altre ancora, invece, si fa semplicemente leva sul machismo e sul fascino della divisa.

<p>Purestock</p>

Gioca al soldato

Una delle campagne di comunicazione più raffinate è certamente “Start Thinking Soldier” dell’esercito Inglese, in cui sono stati trasmessi dei video girati in prima persona  che propongono allo spettatore la risoluzione di una serie di situazioni delicate.

I soldati presenti nel video si rivolgono direttamente al protagonista, chiedendo “ora, cosa faresti?” e indicando delle alternative. Oltre al video è disponibile anche un minisito, in cui il visitatore è invitato a completare una serie di missioni di addestramento.

Come si può notare, il primo step del processo di reclutamento è addirittura ludicizzato: chiaro è il tentativo di attrarre l’attenzione dei più giovani utilizzando codici di comunicazione e strumenti che sono a loro familiari, invogliandoli a provare nella realtà ciò che li diverte nella finzione.

Impara un lavoro

Di tutt’altro piglio sono le campagne di reclutamento in Australia. Il focus infatti è sulla possibilità, per le giovani reclute, di imparare un lavoro e vivere allo stesso tempo delle avventure eccitanti. Nei video visibili sul sito non si mostrano scene di combattimento, ma testimonianze di soldati e missioni di addestramento che poco hanno a che vedere con l’adrenalina e la violenza del combattimento.

Lo stesso concetto, ma con un pizzico di “Bollywood Style” lo si può notare nel video delle forze armate indiane.

Guadagnati il rispetto della collettività

In Libano invece le campagne di reclutamento sono imperniate sul rispetto e sul pubblico riconoscimento che i militari hanno all’interno della società. Anche in questo caso nel video sono escluse scene di combattimento, si intravede soltanto un soldato che passeggia per le strade di una città, accolto con un sorriso ed un saluto da tutti i passanti che incontra.

In questo contesto il militare protagonista del video non è un feroce combattente, un professionista delle armi, ma una persona il cui compito è quello di far sentire tutti più sicuri. Non fa il militare per soddisfare la sua sete di avventura, ma per rendere il suo Paese un posto migliore.

Fai colpo sulle ragazze

La divertente campagna di comunicazione delle forze armate Ucraine è improntata invece sul famoso “fascino della divisa”. Il video, un misto tra trash, demenzialità e stereotipi, mostra delle avvenenti ragazze che vengono attratte da alcuni giovani in divisa a bordo di un mezzo militare.

Spaventa i bulli

Un’altra campagna divertente è quella dell’esercito Estone. Il video mostra un ragazzo che inavvertitamente danneggia le moto di una banda di motociclisti poco raccomandabili. I gangster si avvicinano minacciosi al ragazzo, ma appena notato che  fa parte dell’esercito, fanno retrofront, intimoriti dalla sola visione delle insegne cucite sulla manica della giacca del soldato.

Addestrati al ritmo di musica

Terribilmente divertente è invece il video di una campagna di reclutamento delle forze armate Russe, dove un sergente dall’aspetto apparentemente rude canta a ritmo di rock, mentre alle sue spalle scorrono immagini dei duri addestramenti dei paracadutisti, tra fuoco, sudore e fumo.

Al di fuori degli esempi divertenti è interessante notare la differenza nell’approccio alla comunicazione adottato dai diversi Paesi per attrarre giovani reclute. Voi cosa ne pensate? Quale esercito è sembrato più convincente?

Diesel Reboot: come la community ti rivoluziona il brand

Aveva già fatto parlare di sé, Nicola Formichetti, il nuovo Art Director di Diesel, giusto questa primavera, quando la sua provocatoria Papessa, proiettata sugli edifici storici di Roma e Milano aveva incuriosito turisti e non. Ve la ricordate?

Una campagna teaser a cui poi è seguita una call-to-action su youtube, che lo stesso Nicola ha rivolto agli internauti, chiamati a contribuire per “portare una ventata di freschezza” al brand con le loro idee. Come? Condividendole su Tumblr, Twitter, Vine e Instagram.

Freedom, creation, originality e l’immancabile bravery sono questi i valori in linea con Diesel, a cui si sono ispirati i neonati brand ambassador e fashion influencer reclutati sul web dall’imprevedibile e sagace Nicola.

Diesel Reboot, 4 mission e 1 solo obiettivo

Mission #1: What inspires your right now?

Il Papa? Un mazzo di rose rosse? Uno scenario mozzafiato? Un paio di seni voluminosi?

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Mission #2: What makes an icon?

La parola icona, che cosa vi fa venire in mente? Non a caso, lo sta chiedendo proprio l’Art Director di uno dei brand più iconici del settore fashion.

Mission #3: Break something (What have you destroyed lately)

Sì, buttate a terra un vaso, fate a pezzi una lettera d’amore, rompete con il vostro partner. Volete creare qualcosa di nuovo? Distruggete prima quello che avete di vecchio.

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Mission #4: Show me your artwork!

Le opere vincitrici saranno protagoniste per 10 giorni, dal 14 al 24 Ottobre, di una maxi-installazione ospitata all’interno e all’esterno del più famoso centro commerciale di Parigi, Les Galeries Lafayette.

[yframe url=’http://dieselreboot.tumblr.com/tagged/paris’]

Il termine ultimo per inviare le proprie opere d’arte è già scaduto. Era stato fissato infatti al 29 Settembre, ma niente paura, se vogliamo sentirci anche noi  protagonisti della campagna Diesel Reboot, Nicola Formichetti sta cercando volti nuovi!

Le 5 T-shirt: da Diesel Reboot a Diesel Reboobs

Sì, avete letto bene. C’è chi ha fatto pure dell’ironia sul nome della campagna lanciata dalla Diesel e per fortuna. Ma procediamo con ordine. Nicola ha pensato bene di trasferire su stoffa, tutte le immagini, le provocazioni, gli slogan, nati grazie al progetto Diesel Reboot. Ecco che tra i temi scelti Il PapaI write my own story, Il ribelleCreativity is my weapon compare proprio la t-shirt con le “tette”, Diesel Reboobs, un vero e proprio omaggio a tutta la community di Diesel.

Che cosa ci possiamo aspettare ancora da lui? Tutto e il contrario di tutto. Stiamo sempre parlando dell’ex stilista di Lady Gaga!

 

 

 

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Comunicare il valore di un bel sorriso senza soffermarsi eslusivamente sulla sua valorizzazione estetica. Compito di certo non facile, ma ci é riuscita Oral-B Italia con il suo ultimo spot “Il potere di un sorriso“.

Protagonisti diversi personaggi, grandi e piccoli: assieme a loro viviamo un momento speciale, quello che precede l’incontro che ti cambia la vita e si trasforma in una grande amicizia o nell’amore più grande. La chiave del cambiamento? Un sorriso, appunto.

Dal dolce e fanciullesco scambio di sgaurdi tra due bimbi in un parco, alla libertà conquistata da un uomo adulto che cambia vita e brucia tutto ciò che rappresenta quella vecchia, passando per l’incontro romantico e casuale tra due giovani, prossimi innamorati. Fino alla situazione più comune a tutti noi: il colloquio di lavoro.

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Il potere di un sorriso nella comunicazione Oral-B [VIDEO]

Ciò che differenzia lo spot di Oral-B dai tanti del settore a cui siamo abituati è la volontà di proporre storie, porre i protagonisti e i loro vissuti “davanti al loro sorriso” (uscnedo dal luogo comune del “cosa c’è dietro ad un sorriso”, e proiettandosi invece in avanti) e trattare questo come “chiave magica”, gratuita e permessa a tutti, attraverso la quale raggiungere la felicità. #smilingpower, insomma.

Breaking Bad versione Simpson nelle illustrazioni di ADN

Breaking Bad, pluripremiata serie televisiva made in USA, è recentemente giunta alla sua conclusione. Molti fan devono ancora riprendersi dalla sindrome dell’abbandono che spesso segue la fine della propria serie tv, e non mancano gli omaggi artistici da parte degli appassionati di tutto il mondo.

Un esempio? Quello firmato dall’artista belga ADN -aka Adrien Noterdaem- il quale ritrae i personaggi principali della serie versione Simpson!

Il felice connubio tra Breaking Bad e Simpson non è una novità: qualche mese fa, infatti, proprio qui su Ninja Marketing vi avevamo segnalato l’originalissima couch gag firmata da Matt Groening, in cui la trama del telefilm ben si integrava con le vicissitudini degli abitanti di Springfield.

Questa volta Adrien compie il procedimento inverso, immaginando i protagonisti della serie culto della AMC con i connotati della serie animata più famosa al mondo: ecco a voi, dunque, come apparirebbero i protagonisti di Breaking Bad se fossero personaggi dei Simpson!

all images © adrien noterdaem

Social media policy aziendale: come e perché scriverla

Avete impostato una strategia di comunicazione impeccabile, creato e aggiornato tutte le pagine social dell’azienda, iniziato a relazionarvi con i primi influencer digitali. Poi, però, finite per essere condiviso su Facebook e Twitter come #epicfail dell’anno. No, non è pubblicità gratuita, non siamo più negli anni del “Purchè se ne parli”. Evidentemente è stato sbagliato qualcosa.

È quello che è successo, ad esempio, a Burger King o a KFC: dipendenti che rovinano la reputazione di un brand, quello per cui lavorano, pubblicando foto che ledono l’immagine aziendale. E se, in questo caso, il licenziamento ha fatto capire anche al resto dei dipendenti la gravità del gesto,  probabilmente sarebbe stato meglio prevenire piuttosto che curare. Come? Con una social media policy (interna) adeguata.

Se infatti avete già sentito parlare di social media policy esterna, indirizzata agli utenti e volta a indicare le finalità, i contenuti e i comportamenti consentiti o meno sulle pagine social, quello di cui potreste aver bisogno è di stilare una social media policy indirizzata ai dipendenti e ai collaboratori della vostra azienda.

Una buona social media policy aziendale, che chiarisce i comportamenti e i messaggi accettati o meno, che specifca i toni da utilizzare online, può aiutare gli stessi dipendenti a capire la potenza delle loro azioni sul web, e a responsabilizzarli. Che le informazioni confidenziali non vadano veicolate può essere infatti scontato per tutti, ma che sia rischioso anche pubblicare una foto o una opinione sul brand sul proprio profilo facebook, è altrettanto condiviso?

Un articolo di Lisa Buyer propone 10 domande su cui riflettere e a cui rispondere per stilare una buona e valida social media policy:

1. Quali sono gli obiettivi della tua social media policy?

2. Come aggiornerai e rinforzerai la tua SMP?

3. Quali sono le informazioni aziendali che i tuoi dipendenti possono condividere?

4. In quali social network l’azienda è presente?

5. Chi si occuperà, e come, di monitorare le conversazioni intorno al tuo brand sui canali social?

6. Come manterrai la coerenza di tono e stile attraverso i differenti social network?

7. Incoraggerai i tuoi dipendenti a partecipare sui social network come rappresentanti del tuo brand?

8. Come risponderai ai consumatori che comunicano con il tuo brand attraverso i social? Chi risponderà a nome del brand?

9. Chi è autorizzato a pubblicare a nome del vostro marchio? Pensa a stilare un rappresentante anche per ogni paese in cui il tuo brand è presente all’estero!

10. Cosa costituisce una crisi sui social media per il tuo business? Quale processo utilizzerai per gestire un post che può essere catalogato come crisi?

Altri consigli utili che vi suggeriamo sono:

  • Se non sapete da dove cominciare, provate ad ispirarti alle SMP altrui senza necessariamente copiarle. A tal proposito, potrebbe tornarvi utile Social Media Governance, una raccolta delle principali policy aziendali americane, e Policy Tool, una guida step by step che vi aiuterà a scrivere (in inglese) la vostra policy perfetta.
  • State parlando a tutti i vostri dipendenti, non a un team di avvocati: fate in modo che le informazioni siano chiare e concise e lasciate perdere termini scritti in burocratese o troppo tecnici per risultare interessanti.
  • È probabile che alcuni dipendenti non prendano bene la presenza di una policy, considerandola come un “limite” alla propria libertà d’espressione. Per evitare ciò, stilate un testo che non imponga esclusivamente divieti, ma anzi che sia propositivo e incoraggi i dipendenti a proporsi come creatori di contenuti per quelle informazioni che sapete potrebbero portare beneficio alla vostra azienda.

E voi, avete già stilato la social media policy della vostra azienda?

Rock the job: il lato migliore del lavoro

In questo particolare momento di instabilità economica e politica del nostro paese, c’è un estremo bisogno di comunicare ai giovani italiani un modo positivo e costruttivo di guardare al mondo del lavoro. Fortunatamente ci pensa Jobyourlife, startup milanese, con l’organizzazione dell’evento “Rock the Job – lavoro, imprese, giovani”, che si terrà al Teatro Litta, a Milano, giovedì 17 ottobre, dalle 16 alle 19.

L’evento si comporrà di due momenti: una tavola rotonda, che vedrà la presenza di esperti, giornalisti e personalità del mondo del lavoro e della politica; e un intero spazio dedicato ad alcune startup digitali di successo attualmente alla ricerca di profili professionali da assumere.

Confronto sul lavoro con Zara e istituzioni

Non la solita job fair quindi, ma uno spazio di confronto e informazione sul mondo del lavoro attuale e sui suoi cambiamenti, in cui i partecipanti potranno dividersi tra un’attività più in-formativa e una più pratica di confronto diretto con le startup.

Il dibattito sarà moderato da Silvia Vianello, giornalista e conduttrice di La3, e vedrà la partecipazione di personalità quali Giorgia Amodei (Risorse Umane, Zara), Giacomo Biraghi (responsabile Tavoli Tematici per Expo 2015), Alessandro Rimassa (IED, Direttore della Scuola di Management e Comunicazione), Girolamo Facchini (Comune di Milano), Valentina Aprea (Assessore all’Istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia), e tanti altri ancora.

Il fulcro della discussione verterà intorno ad alcune tematiche attuali e fondamentali per il mercato del lavoro odierno: qual è la ricetta delle aziende che riescono a crescere in Italia? Come si sta muovendo praticamente la politica per migliorare la situazione? E inoltre qual è il ruolo dell’innovazione e delle nuove tecnologie nel panorama lavorativo italiano?

Rock The Job: un’ ampia panoramica sul mondo del lavoro

L’obiettivo di “Rock The Job” è offrire al pubblico una panoramica più ampia possibile sul mondo del lavoro attuale e sui suoi cambiamenti: da un lato, infatti, i rappresentanti delle istituzioni forniranno il loro punto di vista politico, dall’altro le grandi aziende, come Zara, presenteranno la loro esperienza e i loro ingredienti per riuscire a creare un modello centrato sulla crescita.

Il tutto senza dimenticare di offrire anche delle soluzioni e delle proposte concrete soprattutto ai giovani laureandi e laureati che attualmente sono alla ricerca di un impiego.

Con l’evento ‘Rock the Job’ – spiega Andrea De Spirt, fondatore di Jobyourlife – vogliamo cercare di offrire una visione ottimistica e positiva del mondo del lavoro attuale, perché siamo convinti che le opportunità di crescita esistano e siano concrete. Per questo motivo vogliamo slegarci da una percezione pessimistica e troppo immobile, per puntare alla ricerca di soluzioni concrete nel campo professionale.

Noi saremo lì, al Teatro Litta, il 17 ottobre, non solo con delle parole e dei consigli, ma soprattutto con dei fatti e delle proposte tangibili: offriremo, infatti, ai partecipanti la possibilità di assistere al dibattito che vede coinvolti personaggi di rilievo nel campo del lavoro, del giornalismo e della politica, e di entrare in contatto con realtà aziendali che stanno assumendo.

Che siate quindi alla ricerca di lavoro o semplicemente interessati ad assistere ad un dibattito molto interessante, non perdete l’opportunità di partecipare a Rock the Job (l’ingresso è completamente gratuito), giovedì 17 ottobre dalle 16 alle 19 al Teatro Litta di Milano.

Altre info sulla pagina Facebook dell’evento

#Guerrieri o #Coglioni: Enel ci guadagna o ci perde?

#Guerrieri magari no, ma #coglioni?Un dubbio che sembrerebbe quasi una presa in giro, ma che in queste ore potrebbe anche rientrare nelle domande da porsi su tutti i social network. Sì, amici ninja, perché se ancora non l’avete vista da qualche ora sta circolando una sorta di campagna fake, che contemporaneamente fa il verso all’hashtag più vituperato dell’anno (#guerrieri, appunto) e lancia uno stimolo alla discussione, più che un insulto, provocatorio ed efficace: #coglioni.

Avevamo parlato della campagna Enel qualche settimana fa nel post Enel e il caso #guerrieri: le storie sono armi a doppio taglio?, sottolineando come il tentativo di solleticare la voglia di raccontare degli utenti avesse partorito di fatto un epic fail piuttosto marcato.
Ad amplificare l’effetto “al contrario” di #Guerrieri, arriva oggi l’idea parallela di BluMagenta che con lo scherzo stimola la riflessione su alcuni grandi problemi che affliggono il nostro paese.

Il copy dei manifesti è abbastanza emblematico:

“Siamo Guerrieri o Coglioni? Questo è l’interrogativo che si pone la nuova, provocatoria campagna di nelQ, firmata da Vincent Moro; a rappresentare lo scoramento della gente comune che, oltre a tutto il resto, deve pure sopportare d’esser impudentemente presa per il culo: lo sberleffo martellante di messaggi pubblicitari al gusto purga, ideati da chi evidentemente vive su un altro pianeta.  Abbiamo le tasse più alte del pianeta, un debito pubblico superiore a duemila miliardi, la disoccupazione giovanile al 40%. Il sistema sanitario nazionale è al collasso. Siamo tra i paesi Europei che investono meno in istruzione e cultura, quello con la più bassa percentuale di diplomati e laureati ma con la spesa pubblica costantemente in crescita. Facciamo trecento miliardi di evasione fiscale all’anno. Siamo uno dei paesi più corrotti al mondo.
P.S. L’ energia italiana è la più cara d’Europa.”.

Chiaro e sintetico, non c’è che dire. Il tutto accompagnato a un trattamento grafico che riprende il concept di Enel, cui non è risparmiata una critica velatamente indiretta sul finale del testo.

A cosa può servire una campagna di questo genere?

Certamente a far parlare di BluMagenta, cui certamente non è mancata la creatività e l’intuito di andare a sviluppare un concept per un pubblico pronto ad ascoltare. Ma colpirà il bersaglio?

Diciamolo subito: non crediamo all’inutilità di un messaggio di questo genere. Chiaro che nelle community digitali vi sia sensibilità maggiore rispetto ad altri segmenti di audience, ma è comunque sempre utile sollevare polveroni, anche benevolmente cattivi, per far sì che si possa riaprire, anche a grandi linee, un dibattito.

Qui però parliamo di marketing, e il focus del discorso rimane l’effetto boomerang che #Guerrieri ha scatenato e che Enel, ipotizziamo, stia facendo sempre più fatica a gestire.

Chi può guadagnarci da una presa in giro così efficace? Questa campagna può diventare un volano per capitalizzare l’attenzione più dei continui promoted hashtag che ogni tanto spuntano su Twitter?

#Guerrieri non ha mai avuto appeal sul target. Moltissimi utenti che s’imbattevano nell’invito a raccontarsi declinavo cortesemente.

Ora però c’è un assalto esterno: #Coglioni, appunto. Che Enel potrebbe sfruttare a suo favore.

Come? Semplice.

Dimostrando che lavora per invertire quella tendenza lì. Il concept della campagna è #Guerrieri della vita, ed ovviamente essere.. #Coglioni può essere inteso anche come mancanza di spirito combattivo: soprattutto se declinato in quell’accezione proposta da BluMagenta, dove gli italiani vengono dipinti come primi responsabili dello sfacelo del Paese.

Condivisibe opinione, soprattutto visto che in ballo vengono tirate informazioni talmente macroscopiche da non comprendere come ancora il nostro popolo non si sia perlomeno chiesto se si possa far qualcosa partendo dal basso.
Enel potrebbe convogliare questa sensazione, considerando anche il canale di gestione (sempre il web, ovviamente) della  comunicazione, provando a farsi veicolo di questo dibattito.

Riascoltiamo il copy del video, trasmesso anche in televisione:

Se i #Guerrieri sono quelli che combattono per migliorare, allora possono diventare i primi alfieri per smettere di essere #Coglioni. Enel potrebbe sfruttare l’effetto dirompente e catalizzatore del concept di BluMagenta per aprire uno spin off del concept iniziale, andando a valorizzare le “soluzioni per essere meno… #coglioni”.

In questo senso, la presa in giro potrebbe essere valorizzata a favore di un brand che con una campagna massiccia, evidentemente un investimento cospicuo, ha fin’ora ricavato -sembrerebbe – pochi risultati in termini d’immagine.

Certo, una soluzione di questo genere richiederebbe un’apertura molto forte intanto verso i detrattori dell’azienda e del messaggio lanciato: ma se i mercati sono  conversazioni, allora perché non provare, finalmente, a conversare?