Analisi comunicativa del primo discorso di papa Francesco I: buonasera, nuove tecnologie!

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Ne avremo di occasioni per valutare l’operato del nuovo papa, Jorge Mario Bergoglio, per gli amici Francesco I. Oggi voglio speculare, nel senso latino del termine – ci mancherebbe, su quanto abbiamo visto ed ascoltato ieri sera. Parliamo non di liturgia, ma di comunicazione: quell’elemento fondante di qualsiasi religione che mette alla sua base i concetti di Verbo (Logos), novella, annunciazione.

Nei giorni scorsi, il popolo social&digital ha avuto modo di apprezzare il repentino aggiornamento dell’account Twitter @pontifex in Sede Vacante, con conseguente archiviazione dei tweet precedenti.

Ma il primo discorso di Francesco I è denso di elementi comunicativi semplici e nuovi al contempo. Vediamo:

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Fratelli e sorelle, buonasera.

Detto col sorriso. Cosa c’è di più naturale di un buonasera, alle 19.06? Il volto è sereno, quasi riesci ad intravedere i solchi che la luce del sole sudamericano gli ha scavato sul volto.

Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma.

Durante l’intero discorso, Bergoglio non utilizzerà mai per sé l’appellativo di Papa. Ma si prende un enorme responsabilità che carica di aspettative i fedeli del mondo: assume il nome di Francesco per la prima volta nella storia dei pontefici. Povertà, sobrietà, umiltà. Sguardi di sottecchi allo IOR? Stamattina tutti i giornali dicono a gran voce che è una persona che non ama il lusso, che gira in monopattino e la sera si cucina da solo le frittatine. Indossa una croce di metallo semplice e non d’oro, come previsto per i Papi, fa notare Davide Basile su Facebook. Ma l’aspettativa non è su come è stato nel passato, bensì su come si comporterà in futuro. Una brand identity cui dovrà necessariamente seguire una brand image coerente con questi valori.

Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati quasi a prenderlo alla fine del mondo, ma siamo qui.

Una fine del mondo non solo geografica ma anche simbolica per la crisi reputazionale che sta attraversando la Chiesa. Lui è qui e dimostra di voler ignorare protocolli, cerimoniali e tradizioni: niente abito corale, stola indossata per pochi secondi durante la benedizione e poi subito tolta. Microfono toccato, quando non si dovrebbe.

Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo: grazie! E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.

Direte voi, la situazione “eccezionale” di un ex Papa ancora in vita ed un Papa nuovo porta in seno il concetto di strappo alla regola. E giù di Padre Nostro ed Ave Maria. Niente preghiere auliche in latino, ma le due più comuni, recitate in italiano. A questo punto è evidente l’enorme differenza comunicativa, visiva e lessicale, da Benedetto XVI.

E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo, vescovo e popolo. […] Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima- prima vi chiedo un favore. prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera che… voi su di me.

Non era mai accaduto che un pontefice chiedesse una preghiera per sé stesso, il primo giorno di lavoro.

Adesso darò una benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Passa la parola ed il testo che viene recitato per concedere l’indulgenza plenaria mi ha fatto sobbalzare dalla sedia:

“… quelli che ricevono la sua benedizione, a mezzo della radio, della televisione e delle nuove tecnologie di comunicazione concede l’indulgenza plenaria nella forma stabilita dalla Chiesa”.

Ho appena ricevuto l’indulgenza, #sapevatelo. Prossimo step, pagare per accendere le candeline in chiesa con Square? Il cielo su San Pietro prima dell’Angelus via Instaweather? Se il Papa è pronto per i social, i social sono pronti per lui?

Fratelli e sorelle, vi lascio, grazie tanto per l’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buenas n- Buona notte e buon riposo!

Buenas noche anche a te, Papa semplice. Ti vogliamo mayor di Castel Gandolfo!

Perché Nespresso ha fatto bene a dire addio a Clooney

Correva l’anno 2006 quando George Clooney diventava testimonial di Nespresso, marchio leader nella nicchia di mercato del caffè in capsule. Dopo esattamente 7 anni il rapporto tra il gigante svizzero e l’attore hollywoodiano è giunto ormai al termine per avvenuta scadenza del contratto.

L’anno scorso, Penelope Cruz era diventata il volto del brand negli Usa, mentre a Clooney restava il compito di rappresentare nel resto del globo la marca di proprietà della Nestlè. Indiscrezioni affermano che Nespresso stesse già da tempo vagliando l’opportunità di non rinnovare il rapporto che la legava al vincitore di 3 Golden Globe e 2 premi Oscar.

Il cambio di rotta sarebbe dato dalla voglia di centralizzare gli sforzi comunicativi sul Club Nespresso, con relativi vantaggi per chi ne fa parte. Questo Club conta milioni di membri in tutto il mondo e per farne parte basta comprare la famosa “coffeemaker”, tanto pubblicizzata dallo stesso Clooney in veste di brand ambassador. Nuovo obiettivo ricercato dall’azienda sarebbe quello di dare il giusto peso a chi rappresenta sul serio l’essenza del brand Nespresso.

L’analisi del celebrity endorsement

Sia chiaro. Il cambio dopo 7 proficui anni della strategia di comunicazione in seno alla multinazionale risulta essere innanzitutto fisiologico. Tuttavia è evidente che Nespresso abbia compiuto una scelta giusta nel servire “l’ultimo caffè” al rinomato artista. Perché? 

Generalmente una marca impegnata nella costruzione della propria brand equity tramite un personaggio famoso attua un particolare tipo di co-branding. L’utilizzo del celebrity endorsement è tra le associazioni di tipo secondarie più collaudate dalle marche internazionali. Il sodalizio tra la propria immagine a quella di un personaggio famoso serve a rafforzare la brand awareness, nonchè a connettere il patrimonio della marca a idee di successo e glamour. La scelta del brand partner (in questo caso la celebrità) viene effettuata senza perdere di vista alcuni parametri fondamentali.

La credibility della celebrità è fondamentale per far sì che lo sforzo dell’azienda non venga vanificato e perda di rilevanza. Il personaggio protagonista dell’endorsement, in tal senso, deve rispettare parametri di competenza, professionalità, affidabilità ed empatia con il target di riferimento.

Fin qui, nessuno potrebbe affermare che Clooney non sia stato un viso perfetto per Nespresso, alla luce di questi parametri. Difficile trovare sul mercato una personalità come quella del nostro “eroe”, soprattutto in quanto ad affidabilità ed empatia con il pubblico.
Se questi parametri vengono rispettati il passaggio quasi “osmotico” dei valori della celebrità al brand è sicuramente profittevole.

Nespresso è divenuto un lovemark ed ha costruito la propria fortuna intorno a valori attualmente irrinunciabili, quali una connotazione lifestyle, una caratterizzazione di prodotto d’élite e l’individualizzazione del consumo. Anche grazie al nostro George, icona di Hollywood e del concept “per molti ma non per tutti”.

Rischio di brand dilution per il brand Clooney

 

Bisogna però tener conto degli eventuali rischi che possono derivare da un matrimonio tra una marca e un VIP. Spesso quando la celebrità è di livello mondiale lo sforzo finanziario per assoldarla è notevole. Bisogna rendersi conto se ne valga veramente la pena.

Un altro possibile rischio riguarda la possibilità del verificarsi di un “danneggiamento” della brand image, causato dal comportamento irrispettoso della star che perde il proprio credito nei confronti del pubblico ed indirettamente colpisce la marca che promuove. O semplicemente la star fa delle scelte legate alla sua carriera che la portano ad essere meno famosa, con perdita di brand awareness.

Altro scenario si verifica nel caso in cui l’immagine della celebrity sia talmente forte e potente che nel consumatore resta impressa solo quella e non invece la relazione col marchio o le informazioni su ciò che l’azienda offre (è la cosiddetta cannibalizzazione del prodotto).

Infine, quando il testimonial sostiene più prodotti, è possibile che vi sia una perdita d’efficacia dell’ endorsement. E’ proprio questa la fattispecie che pesa di più nella possibile brand dilution della nostra celebrità.

No George, No Party!

Se limitiamo il nostro focus al brand Clooney, crediamo che proprio l’ultima delle variabili esposte sopra, più di tutte, sia stata la causa del depotenziamento della marca dell’attore e la ragione per cui Nespresso abbia compiuto una saggia mossa a disfarsene.

Durante gli ultimi 15 anni Il brand George Clooney si è speso in sponsorizzazioni di innumerevoli prodotti e cause. E le migliori aziende del mondo hanno fatto i salti mortali per strappare un accordo con uno dei personaggi più influenti dello star-system. Basti pensare che solo in Italia è stato testimonial di Martini, Fiat, Nespresso e Fastweb. Anche in giro per il mondo sembra non si sia dato tregua. Da Toyota a Mercedes, da Budweiser alla banca norvegese DNB ASA, ecc. La lista è lunga, almeno quanto quella delle sue fidanzate.

Per cui non bisogna stupirsi del fatto che con il passare del tempo e dei matrimoni commerciali il suo “potenziale comunicativo” sia andato scemando. Concordiamo sul fatto che  non vi sia conflitto sul mercato tra una linea telefonica e una capsula di caffè. O tra il mercato USA e quello cinese. Il punto è che Internet ha definitivamente cancellato ogni tipo di distanza. Il risultato dell’ endorsement di più prodotti è che quando un consumatore pensa a Clooney, non gli viene in mente una e una sola marca.

Ecco spiegata e dimostrata la brand dilutionWhat Else?

Nuovo update per Google Panda in arrivo. Come cambierà la SEO?

Nuovo update per Google Panda in arrivo. Come cambierà la SEO?

Google Panda è pronto ad effettuare un nuovo update del suo algoritmo e a far tremare i consulenti SEO meno attenti alla qualità dei contenuti e alle strategie di comunicazione che creano valore per gli utenti.

Dal Search Marketing Expo 2013Matt Cutts ha annunciato un nuovo aggiornamento di Google Panda  – previsto per il 16 o il 18 marzo – e ha rivelato l’arrivo di alcune importanti novità che andranno a modificare i risultati nel motore di ricerca, penalizzando lo spam e i network di link. Il team di Google sembra fare sul serio: già dall’inizio del 2013 molti esperti SEO hanno notato una certa fluttuazione delle Serp, con il declassamento di alcuni website e  la conseguente rivalutazione di quei siti molto più attenti alla qualità della user experience.

Nuovo update per Google Panda in arrivo. Come cambierà la SEO?

Tra le novità illustrate da Cutts c’è anche un importante aggiornamento che rivoluzionerà la struttura di Penguin e creerà una nuova generazione di algoritmi che analizzano i backlink e la densità delle parole chiave. Al progetto sta lavorando l’intero team Webspam di Google, ma ancora non si sa quando saranno pronti per il lancio.  Quello che è certo è che la guerra allo spam di Google è solo agli inizi: Cutts ha infatti confermato esplicitamente i rumors secondo i quali nel giro di un paio di settimane ci sarà un nuovo grande update contro i network di link.

Nuovo update per Google Panda in arrivo. Come cambierà la SEO?

Come cambia la SEO con il Google Panda Update?

L’aggiornamento di Google Panda e le novità emerse al Search Marketing Expo confermano anche per il 2013 la tendenza di Google a premiare i contenuti di qualità e i website che offrono coerenza e una buona esperienza per gli utenti. Gli algoritmi di Google sembrano muoversi inequivocabilmente nella direzione di un’analisi sempre più raffinata delle pagine web e verso il miglioramento dell’accesso alle informazioni rilevanti, personalizzate a seconda del cluster di utenti.

I visitatori cercano dei contenuti che possano interessarli e sono la chiave di volta per una strategia SEO ben riuscita. Puntare sugli interessi e sulle richieste del proprio target di utenti resta il metodo più indicato per incrementare il proprio business ed essere favoriti dai motori di ricerca.

'Matrix' raccontato in 60 secondi [VIDEO]

Ricordate i bignamini, quei fantastici libretti che si usavano a scuola per evitare un brutto voto quando proprio quel romanzo non ce lo eravamo letti? Sono tornati di moda, anche se a essere ‘distillati’ non sono libri ma film. Poco tempo fa vi abbiamo parlato di ‘Speedrun, Back to the future‘. Oggi i suoi animatori sono tornati con il secondo episodio, dedicato a Matrix, trilogia culto dei fratelli Wachowski.

Anche in questo caso 1A4Studio condensa la pellicola in soli 60 secondi, presentando e caricaturando le scene più importanti del film.

Film certo non scelti non a caso: un cult degli anni 80, un sempreverde, prima, e la saga che ha dato vita ad uno dei piú significativi ed analizzati casi di franchising culturale e commerciale degli ultimi anni. Quale sará la prossima scelta?

Codemotion: dal 20 al 23 marzo amanti della tecnologia unitevi! [EVENTO]

Dal 20 al 23 marzo, andate a scoprire una nuova arte: l’arte di programmare!

Berlino, Madrid e Roma, torna il Codemotion: tutti i linguaggi e le tecnologie uniti sotto lo stesso tetto e a braccetto con l’emozione, l’innovazione e gli ospiti internazionali!

Il programma

Il Codemotion 2013 si dividerà in più “tappe”:

Dal 20 al 21 marzo ci saranno sessioni di workshop pratici con speakers internazionali;

– Il 21 ci sarà la vera e propria inaugurazione del Codemotion con un aperitivo all’insegna dell’innovazione con: gli amministratori delegati di Microsoft e Office Arduino [per partecipare iscriviti qui!] e sarà presentata la Maker Faire Rome di ottobre – il grande evento mondiale dedicato all’inventiva, alla creatività e all’intraprendenza, per famiglie e amanti del “fai da te” tecnologico.

– Dal 22 al 23 marzo, invece, si parte con le 36 ore non stop di tecnologia: più di 100 talk tecnici, un hackathon, startup in action, laboratori per bambini e tanto altro!

10 workshop tutti per voi

L’edizione di quest’anno vede l’aprirsi del Codemotion con due giornate di workshop pratici della durata di 4 o 8 ore:

Work Better Together Than Alone, With Git and GitHub di Brent Beer
Implementing layouts using CSS3 and HTML5 di Chris Mills
Python development from Zero to Hero di Gianni Valdambrini
DDD Reloaded – Introductory Workshop di Alberto Brandolini
Erlang: multi-core e massive scalability di Roberto Aloi
– Persistere i dati nelle app iPhone/iPad con Core Data di Massimo Oliviero
Creazione Rapida di Applicazioni di Realtà Aumentata di Massimo Avvisati
– HTML5 and CSS3: Web app per tutti gli schermi di Marco Casario
– High Performance Web Apps con PHP e Symfony 2 di Eugenio Pombi e Giorgio Cefaro
– Hackers vs. Developers: attacco e difesa di Simone Onofri

Nei due giorni di conferenza ci saranno 14 parallele tematiche dove si parlerà di: web, Big Data, maker, sviluppo Gaming, Mobile, Enterprise, Javascript, Cloud, Linguaggi, Metodi, Opensource, Innovazione e OpenSource.
Ci sarà anche spazio per interventi meno tecnici rivolti alle esperienze di vita degli sviluppatori.

Con ospiti da Facebook, Google, SoudCloud, ma anche tanti relatori riconosciuti come veri e propri guru esperti in tecnologie specifiche.

Partecipa!

Partecipare al Codemotion 2013 è facilissimo e gratuito!

Basta registrarsi all’evento qui ed il gioco è fatto!

La tecnologia ti aspetta alla facoltà di Ingegneria, dell’Università Roma Trenon mancare!

Ah, e non dimenticate i vostri CV gli sponsor li raccoglieranno per cercare nuovi professionisti!

Ambient da paura per promuovere l'uscita di Dead Man Down [VIDEO]

Il prank advertising sta davvero facendo scuola. Sfruttando uno dei modelli di fruizione piú diffusi tra gli utenti di YouTube, ossia guardare video divertenti, candid, raccolte di ‘Epic Fail’, sempre piú brand scelgono di realizzare video che ne ricalchino la struttura. Come nel caso di “Elevator Murder Experiment“, ambient realizzato per promuovere il film “Dead Man Down“.

Mascherato da ‘esperimento sociale’, il video cattura l’attenzione dello spettatore con un’interrogativo curioso: cosa fareste se incappaste in un omicidio in corso? Come succede ai protagonisti del filmato che, al momento di salire a bordo di un ascensore, si trovano davanti a due uomini che lottano, mentre uno cerca di strangolare l’altro.

Un trailer decisamente efficace e low budget, non credete?

Difficile prevedere la propria reazione, ma di certo spero che nessun’altro replichi quella dell’ultimo soggetto, che sceglie di immortalare la scena con il suo smartphone 😉

Big Big Pixel: cover iPhone e iPad per i nostalgici degli 8 bit

Nel mondo del progresso tecnologico, in cui i cari vecchi videogiochi sono ormai un vago ricordo, l’unico modo per osservare i pixel di un’immagine è esagerare con lo zoom fino a dissolvere ogni contorno in un mare indistinto di quadratini colorati.

Tuttavia, come abbiamo spesso osservato proprio qui su Ninja Marketing, i nostalgici degli 8 bit sono dietro ogni angolo e da bravi estimatori del vintage digitale non perdono l’occasione di celebrare i loro miti con l’effetto pixel.

Analogamente, il progetto Big Big Pixel omaggia gli 8 bit declinandoli in custodie pixellate per iPhone e iPad (ma anche MacBook Air e Pro fino ai 13″).
Infatti, per bilanciare l’altissima risoluzione dei display di nuova generazione, Big Big Pixel inventa una busta di pelle sintetica dai bordi “sgranati” per proteggere i vostri dispositivi in modo davvero originale.
Per dare uno stile geek ai vostri iPhone, invece, crea delle cover in TPU affidabili, simpatiche e minimaliste.

Infine, se ancora non ne avete avuto abbastanza, il tuffo nel passato prosegue con Big Big Cursor, il cursore per touchscreen che, oltre a essere bello a vedersi, supplisce alle vostre dita quando rischiano di sporcare il vostro schermo ed è anche magnetico, così da essere sempre a portata di cover.

Il Fundraising scientifico italiano diventa un Festival grazie a Valerio Melandri [INTERVISTA]

Il mese scorso abbiamo introdotto l’argomento per capire quale sia lo stato attuale del fundraising in Italia e quali i suoi protagonisti, gli obiettivi, i pregiudizi culturali e le nuove possibilità professionali. E abbiamo scoperto che

“il fund raising oggi sta cambiando velocemente. Non è più compito esclusivo dei volontari (…). Il nuovo fund raising è organizzato, determinato, etico e interventista.”

Così infatti scrive Valerio Melandri nel suo libro Viaggio nel fund raising, Storie di successo nella raccolta fondi, frutto di uno dei primissimi studi italiani ad esso dedicati, risalente a dieci anni fa e condotto con il Philanthropy Centro Studi della Facoltà di Economia di Forlì.

Docente, consulente e presidente del Festival di Fundraising, che ha fondato nel 2008, è un convinto sostenitore della formazione per il fundraser professionista. Ecco perché ho deciso di continuare proprio insieme a lui questo discorso e farci guidare alla (ri)scoperta della cultura filantropica italiana, fino agli aspetti marketing ed etici coinvolti in una campagna di raccolta fondi.

In che modo, all’interno del contesto italiano, si inserisce il Festival del Fundraising e qual è l’obiettivo maggiore che si pone?

Per secoli il fundraising è stato compito esclusivo dei volontari. Inoltre, secondo la mia opinione, in Italia i valori religiosi sono sempre stati e sono tutt’ora predominanti: basta pensare che le istituzioni e le organizzazioni religiose ricevono quasi la metà di tutti i contributi umanitari, che oltre il 60% delle organizzazioni no profit italiane nascono da ispirazione religiosa e che nessun altro settore riceve più del 15%.

Poiché la storia del fundraising è di fatto la storia sociale dell’immaginario morale, per il quale è dovere comportarsi in un determinato modo quando le persone si trovano in situazioni di difficoltà e tutti dovrebbero contribuire in qualche misura a migliorare queste situazioni per il bene comune, allora il fundraising si può considerare la storia dei tentativi di organizzare e mobilitare risorse umane e materiali per svolgere funzioni di pubblica utilità.

Ma a volte l’efficienza dell’utilizzo delle risorse diventa discutibile perché l’obiettivo non è mai di rendere dipendente chi aiutiamo proprio attraverso i nostri interventi d’aiuto, bensì riuscire a modificare i comportamenti all’origine del disagio sociale per cui siamo spinti ad agire, analizzando e pianificando l’amministrazione delle risorse raccolte.

Il Festival nasce cinque anni fa come necessità degli operatori della raccolta fondi per ragionare insieme sulle pratiche e le tendenze del fundraising. Ci siamo organizzati in 70 sessioni, 10 parallele, che affrontano percorsi diversi fra loro, ad esempio quello inerente la digitalizzazione, lo stato delle fondazioni, ecc. Il bilancio dei risultati ottenuti fino ad ora è positivo, perché abbiamo raccolto l’attenzione degli operatori così come volevamo.

Tra i nuovi obiettivi c’è la politica: ovvero approcciare gli interlocutori politici che possano darci gli strumenti legali per evolverci sul piano del diritto, quindi del riconoscimento di chi opera nel mondo del fundraiser, rendendo visibili questi professionisti, che sono parte della Causa.

Ecco perchè diciamo che il nuovo fundraising è “organizzato, determinato, etico ed interventista”.

Società e donatori: dato il gap italiano rispetto alla panoramica internazionale del fundraising, quali sono i principali ostacoli che dobbiamo ancora superare per favorire la diffusione della pratica?

Per quanto mi riguarda, la colpa del gap italiano non va ricercata nel comportamento dei cittadini, ma nei media, che anziché informare in maniera precisa, attendibile e verificata preferiscono andare alla ricerca dello scandalo.

Le racconto una cosa che ci è capitata, giusto per intenderci: qualche anno fa una rivista -di cui non facciamo il nome- si occupò di scrivere sul fundraising raccontando di noi ed elogiando il nostro lavoro (senza che nessuno glielo chiese). Qualche tempo dopo lo stesso giornale scrisse un articolo completamente contrario al primo, puntando il dito contro e aprendo gli argomenti sulle speculazioni delle campagne di raccolta fondi, senza interpellare nessuno né riferirsi a fatti specifici.

Questo modo di lavorare senza dubbio non aiuta le persone a comprendere il mondo del non profit e, anzi, aumenta l’insieme di quei pregiudizi culturali intorno alle truffe che, seppur rare, è vero che esistono, ma non è certo in questo modo che si impara a difendersene.

Come si sceglie la Buona Causa da finanziare?

Si valuta la Causa in sè, il veicolo e l’interlocutore che abbiamo a disposizione per finanziarla.
In termini di valore ciò significa andare a distinguere il cosa, cioè qual è il target di riferimento della donazione, il come, cioè quanto è giusto donare risorse (umane o materiali) in quei termini definiti dalla raccolta, e il chi, cioè quali donatori vengono individuati per sostenere la causa.

Consideri che nel 70% dei casi la buona riuscita della raccolta dipende dalla valutazione di “chi” dovrebbe donare, per esempio imprese piuttosto che singoli cittadini.

Quali sono gli impegni etici a cui il fundraiser deve restare fedele?

Beh, deve tenere innanzitutto conto del fatto che lui mira a due cose: al cuore e al portafoglio della gente. Quindi il suo è un lavoro estremamente delicato, fatto molto di creazione e cura delle relazioni e di impegno in prima persona. Consideri che io stesso, per esempio, per una delle ultime consulenze che ho prestato alla fine mi sono ritrovato a fare il volontario per la Causa. Questo accade perché il fundraiser sente innanzitutto la vocazione verso pratiche ed obiettivi sociali che si vanno ad esprimere poi nella ricerca della Buona Causa e in secondo luogo perché ne è emotivamente preso.

Bisogna capire che l’etica professionale si esprime proprio nel grande obiettivo di coinvolgere la gente, di scatenare l’azione delle persone. A me piace definire questo un compito fatto di grazia ed equilibrio.

Quanto è importante il personal branding per un fundraiser professionista?

Non lo è. Il personal branding non conta molto perché il fundraiser non è un agente o un rappresentante, né il suo lavoro è quello di vendere la Causa. Il suo obiettivo, come dicevamo poco fa, è creare e curare le relazioni con i potenziali donatori, che diventano per noi dei veri e propri amici.

E, guardi, nell’amicizia vera non c’è niente di più bello che sapere di poter fare riferimento a persone fidate, arrivando addirittura a chiedere dei soldi. Con quanti amici lo facciamo? Pochi, pochissimi, perché chiedere soldi non è mai facile e spesso le amicizie si misurano anche sulla nostra capacità di chiedere e di dare aiuto.

Questa però non è un’azione fine a se stessa, ecco perché bisogna non essere aggressivi quando ci muoviamo all’interno della rete di contatti.

Approva invece il ricorso alle agenzie di comunicazione per la diffusione della Causa?

Si. Le agenzie svolgono un lavoro importante per organizzare le campagne di raccolta fondi ed è giusto quindi pagarle per i loro servizi. Per il fundraiser questo costituisce un investimento e va calcolato quando ci si avvia a creare una campagna. Parte dei fondi andranno infatti a coprire le spese di creazione e gestione della raccolta.

Il marketing è un mondo strano, comunque: non abbiamo bisogno di comunicazioni belle ma di comunicazioni che funzionino. La valutazione sul come comunicare viene fatta sulla capacità di una campagna di comunicazione di scatenare azioni reali.

Ci fa l’esempio di un caso di successo a cui è rimasto particolarmente legato?

Ah, questa è una bella domanda da fare, non me l’aspettavo! Dunque… torno a parlarle della situazione di prima, quando ho iniziato a lavorare da consulente alla causa e poi sono talmente entrato in coinvolgimento con essa da diventare uno dei volontari. Si tratta de La Casa della Carità di Milano, una fondazione che ogni giorno accoglie e si prende cura gratuitamente di centinaia di persone in difficoltà: dalle famiglie senza casa ai giovani migranti, fino alle mamme con bambini o persone con problemi di salute.

Dopo aver chiacchierato con Valerio Melandri mi viene facile suggerire a tutti gli interessati l’esistenza dei corsi di laurea in Economia della cooperazione e delle imprese non profit a Forlì, gli unici corsi accademici di questo tipo in Italia che, insieme ai master, sostengono attivamente la formazione e la consulenza di matrice scientifica sul fundraising.

Per concludere, fare fundraising oggi, soprattutto online, significa per tutti, cittadini, organizzazioni e imprese, aprirsi a maggiori opportunità sociali. Se si può essere d’accordo con coloro i quali giustamente muovono obiezione nei confronti della situazione italiana che, rispetto ad altri paesi occidentali, continua a restare indietro, bisogna anche considerare che il nostro Paese dimostra ancora poca cultura filantropica generale ma non mancano certo iniziative. Tant’è che in Italia a creare opportunità per il fundraising sono anche medie e piccole realtà, quindi non soltanto grandi organizzazioni.

Ma come fanno a mantenere quello che hanno? Se molti fundraiser tendono a spostarsi verso grandi organizzazioni proprio per il riconoscimento professionale che ottengono e le opportunità di crescita che invece piccole organizzazioni tendono a non attribuire, in che modo allora vengono gestite le iniziative di queste piccole organizzazioni?
Continueremo a discuterne in maniera approfondita, dando uno sguardo alle strategie di comunicazione e marketing, alla cultura d’impresa e al management per il fundraising attraverso qualche caso pratico e nuovi interventi. Intanto a voi la parola.

8 temi WordPress gratuiti per il tuo E-commerce

WordPress è ormai diventata una delle piattaforme più diffuse per la creazione di siti web: blog, portfolio, ma anche e-commerce. Facilità d’uso e di installazione, disponibilità di plugin e estensioni per tutte le esigenze ne fanno uno strumento efficace soprattutto per chi ha un budget limitato e una conoscenza base di html, ma vuole comunque riuscire a ritagliarsi un piccolo spazio sul Web.

Vuoi creare uno shop online e non sai da dove partire? Ecco una lista di template per Wordpress gratuiti, ma dalla grafica accattivante e dalle molteplici funzioni:

Balita

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Coca-Cola porta il blind “taste” test ad alta quota

Zero calorie, stesso gusto. Coca-Cola ha deciso di dimostrarci che Coca Zero ha lo stesso sapore di Coca-Cola, tanto da essere difficilmente distinguibili. Per farlo ha utilizzato il classico blind taste test con una rilettura decisamente social. Il risultato è un old fashioned guerrilla ad alta quota!

Dopo essere stati omaggiati all’imbarco con un bicchiere di Coca Zero, i passeggeri di un aereo hanno avuto la possibilità di sostituirla con la Coca Cola. I furbacchioni del marketing però, seguendo le regole del blind taste più classico, hanno sostituito solo il bicchiere e, sorpresa!, i passeggeri che credevano di sorseggiare le bollicine della felicità ad alto tasso zuccherino stavano gustando in tutta tranquillità una bevanda a zero calorie. Sotto lo sguardo di telecamere accuratamente nascoste e, successivamente, di qualche migliaio di persone.

Perché ci piace? Perché l’ambientazione ad alta quota rende tutto più moderno e divertente rispetto ai soliti blind taste test nelle piazze e nei supermercati. Perché il video è diventato subito virale e con un campione di appena un centinaio di persone, Coca Cola ne ha raggiunte più di 600.000 in pochi giorni. Ciò dimostra che anche una campagna che utilizza meccanismi già consolidati può risultare innovativa se realizzata in contesti nuovi e combinata ai social.

Coke takes it all: alla fine del test, tutti i passeggeri sono felici di avere tra le mani una Coca, che sia Cola o Zero, in pieno stile campagna della felicità. Tutto è bene quel finisce bene. Ma a voi, tutto questo, non ha ricordato una tappa fondamentale e non propriamente felice nella storia della Coca Cola?