11 cose divertenti a cui non hai mai fatto caso

Nella frenesia di tutti i giorni non possiamo dare attenzione ad ogni piccolo particolare, in più la psicologia ci insegna che la nostra attenzione è di tipo selettivo, ovvero coglie solamente pochi stimoli esterni alla volta. Quindi, per rimediare a ciò vi proponiamo una divertente raccolta di un pò di cose che probabilmente non avete mai notato durante la vostra routine quotidiana:

#1. La striscia bianca sul logo della Pepsi cambia in base alle caratteristiche del prodotto.

#2. I personaggi dei cereali Chex, una volta sistemate le scatole, si completano l’un l’altro.

#3. Il cappuccio delle caramelle Tic Tac è anche un dispenser.

#4. Ogni Stato che confina con l’Austria è più a sud della stessa.

#5. Certi prodotti Apple assomigliano a quelli della Braun degli anni ’50.

#6. Il video su YouTube dei Daft Punk “Around the world” non è visibile in tutto il mondo.

#7 A Hong Kong l’icona a forma di mondo di Facebook mostra l’altro emisfero rispetto alla nostra.

#8. I moderni cestini per la spesa sono modellati per non sbattere sulle gambe.

#9. I tappi delle bottiglie Coca Cola in plastica vanno bene anche per le bottiglie di vetro.

#10. Il proprietario del caffè del film “Pulp Fiction” e riportato nei credits come “Coffee Shop”.

#11. Il puntino sulla “i” di Pringles non è nient’altro che una delle patatine.

MINI Paceman: un loft gratis a Milano durante il Salone del Mobile

Realizzare una campagna che si occupi del lancio di un nuovo modello di automobile è una sorta di salto triplo nel mondo dell’advertising, perché il prodotto sembra imbrigliarti in schemi di realizzazione e commercializzazione predefiniti nei quali l’originalità e l’inventiva vengono costantemente messe alla prova da lacci e lacciuoli legati alla tipologia di prodotto da promuovere.

Ecco perché, in virtù della complessa architettura posta in essere, abbiamo deciso di illustrarvi la nuova campagna integrata realizzata per l’uscita della nuova MINI : la “MINI Paceman a cura dell’agenzia Bcube.

Ci siamo imbattuti in questa campagna quasi per caso e senza esserne consci in quanto, per la nostra volontà di essere presenti alla Design Week che si terrà a Milano il prossimo mese, abbiamo cominciato, verso la metà di Febbraio, a cercare degli alloggi per i nostri ninja-invitati. Tra i vari annunci presenti uno in particolare ha destato la nostra attenzione :

L’annuncio ci è sembrato subito alquanto sospetto, il suo carattere gratuito, la concomitanza con il salone del mobile, la sua centralità, c’hanno fatto pensare ad un quid stat pro aliquo, ad un annuncio che in realtà voleva essere un trigger per una operazione di marketing di più ampio respiro.

Nel frattempo la curiosità attorno a questi annunci cresceva in maniera esponenziale sul web, pur non trovando riscontri di carattere ufficiale da parte di aziende. Il passaparola e l’incremento di interesse verso questo loft gratuito disponibile a Milano ha raggiunto il suo climax verso la fine del mese quando, la pagina facebook web della MINI Italia ha visto la pubblicazione del seguente post :

Contemporaneamente, in via Torino a Milano, veniva affisso il cartellone 3d che avete visto ad inizio articolo e che vi riproponiamo :

Il mistero quindi si andava dipanando, il lotf ed i falsi annunci erano un teaser per il lancio della campagna di presentazione vera e propria per l’uscita della nuova MINI Paceman.

L’interazione tra azienda e target però non si è esaurita nell’innesco di un meccanismo (riuscitissimo) di curiosità ma anzi ha avuto il suo inizio vero e proprio con lo spostamento del piano di comunicazione sui social network e sulla sponsorizzazione in presa diretta.

Va osservato come in questo senso il peso delle attività sui social network e sull’affissione a Milano fossero di pari grado ed integrati in un solo veicolo pubblicitario.

L’obiettivo di MINI-Italia da un lato era la fidelizzazione verso la sua pagina ufficiale (con tanto di mission multimediale con promessa di disvelamento del contenuto delle immagini coperte dalla saracinesca con l’aumentare di “mi piace” sulla pagina) e dall’altro la proposizione del concorso vero e proprio che garantiva il soggiorno nel loft di Mark Paceman.

Al fine del raggiungimento di questo obiettivo anche il poster pubblicitario di Via Torino era da considerarsi come “social“. Coloro i quali hanno la fortuna di passarci in questi giorni si imbatteranno in un amabile maggiordomo che ci “invita” nel loft di Mr Paceman e a “citofonarlo” per saperne di più.

Il citofono altro non è che una web cam che scatta delle foto ai passanti e le invia alla pagina ufficiale, in questo modo tutta l’attenzione gioca su un continuo rimando tra spazio fisico (il loft, l’auto, il poster in 3) e spazio virtuale al fine della promozione del concorso vero e proprio che porterà i più fortunati e capaci ad usufruire di casa Paceman per due settimane.

Da questa fase la pagina facebook di MINI assurge a ruolo di protagonista per la definizione della campagna. Ogni giorno Mark ci sottopone nuove e fantasiose prove per testare la nostra attitudine e vedere se siamo davvero degni di alloggiare in casa sua. Le prove sono state pubblicizzate anche attraverso l’immisione in rete di alcuni viral video nei quali Paceman ci esorta a prender parte alla competizione (di seguito uno degli spot a cura della Soho What) :

Va sottolineato come l’identità della nuova MINI venga raccontata attraverso l’esposizione di Mark Paceman. Aggressività, risolutezza, creatività e modernità sono qualità che riconosciamo al protagonista sin dalla prima visione e vengono riflesse nell’auto senza l’ausilio di una messa in scena “classica” per l’industria dell’automobile. Un artificio in cui il testimonial ed il prodotto vedono la stessa compenetrazione di genere e significati che tutta la campagna ha mostrato nella sua realizzazione.

L’intera operazione quindi, come vi abbiamo mostrato (speriamo nella maniera migliore possibile), ci mostra come una campagna moderna possa e debba operare su tutti i piani comunicativi disponibili, facendo leva sui punti di forza di ciascuno. Una scenografia dagli assetti variabili che premia il lavoro di equipe di tutti i professionisti coinvolti e nella quale il pubblico non è inteso solo come destinatario di un messaggio pubblicitario ma è coinvolto esso stesso nella creazione e nello sviluppo della promozione.

 

Credits:

Bcube
Direttore Creativo Esecutivo: Francesco Bozza
Direttore Creativo Associato: Sergio Spaccavento
Copywriter: Martino Lapini
Art Director: Domenico Montemurro
Account Director: Davide Bergna
Account Supervisor: Sabrina Montemurro
Account Executive: Roberta Sessini

Vizeum
Fulvia Mattiolo

Posterscope
Manuel Biagioni

MenCompany
Matteo Stella

E3
Direttore Creativo: Maurizio Mazzanti
Direttore Clienti: Federico Ceccarelli
Art Director: Pankaj Juvekar
Senior Account Executive: Marco Boschian Pest
Social Media Manager: Stefano Quadraro
Web Developer: Daniele Belvedere
Web Developer: Gabriele Tamburini
Touch Revolution (per il citofono interattivo)

Icet
Gian Mario Corti
Matteo De Martino

A New York il museo lo colorano i bambini: Paries Pictus

A New York il museo lo colorano i bambini

Tutti noi da bambini abbiamo fantasticato di dare sfogo alla nostra fantasia sulle superfici più inusuali: i muri del salotto, le piastrelle della cucina, il pavimento in terracotta così caro a papà, il vaso in porcellana preferito di mamma.
Eppure ci è sempre stato proibito.

Ora, ripensate per un momento a voi stessi da bambini e immaginate che finalmente questa possibilità vi sia concessa. Risveglio in Paradiso? Sbarco nell’Eldorado?
No, in un museo di New York.

L’artista africano Robin Rhode ha completamente rivoluzionato la Chrystie Streets della New York Lehmann Maupin Gallery, trasformandola, in occasione della sua ultima mostra, in un gigantesco album da colorare per bambini.

Un’esposizione molto particolare, intitolata “Paries Pictus“, che fa parte del progetto Time In: un’iniziativa educativa che vuole avvicinare i bambini in età scolare all’arte, con l’obiettivo di creare una connessione tra la vita scolastica quotidiana e quella di gallerie e musei.

Per l’occasione sono stati disegnati sulle pareti della galleria dei semplici contorni e outlines, oppure illustrazioni in stile “unisci i puntini”, accompagnati da un set di matite giganti. Dopodichè, sono entrati in scena i protagonisti: 37 bambini dei primi anni di scuola elementare, dai 6 agli 8 anni.

I piccoli ospiti sono stati invitati a colorare con le matite giganti gli spazi all’interno dei contorni tracciati sul muro e unire i puntini per svelare i disegni. Inutile specificare il divertimento nel dipingere e scarabocchiare le pareti.

Oltre che un intento volto a sensibilizzare i bambini alla cultura, il progetto ha l’obiettivo di farli sentire coinvolti in un processo, per far loro percepire che sono parte di un mondo unico, che va oltre l’idea di “noi e loro”: oltre l’idea di segregazione razziale. Un fine che si lega molto alla storia personale dell’artista: il passato di Robin Rhode è scritto infatti nel difficile Sudafrica dell’Apartheid.

Un’affascinante mostra che, sebbene destinata ai bambini, di sicuro piacerà anche agli adulti. E li farà riflettere.

Sapere condiviso: Spotify e Wikipedia

Mi interrogavo nei giorni scorsi sulle forme di sapere partecipato. Non credo sia normale. Ma, del resto, c’è di peggio nel mondo: non credo, per intenderci, che Dexter mentre applica le regole di Masterchef alla carne umana si interroghi sulle forme di sapere partecipato, né che lo faccia Lapo Elkann. Che entrambi abbiano più soldi del sottoscritto, importa poco; che il primo sia più figo del sottoscritto – sul secondo ho qualche dubbio: almeno io parcheggio a modino e con un’auto non mimetica – poco importa.

Dicevo: mi interrogavo sulle forme di sapere partecipato, in merito a una risorsa online da anni, ma non vetusta – e parlo di Wikipedia – e a una che invece sta muovendo i suoi primi passi, quantomeno da noi – ossia Spotify.

Per chi non la conoscesse o non avesse letto i nostri post su Spotify, quest’ultima consente – essenzialmente come fanno Goodreads e anobii per quanto concerne i libri – di condividere gusti, in questo caso musicali. Ciò che, per le caratteristiche intrinseche del mezzo, differenzia Spotify (al punto che a mio vedere siamo di fronte a una rivoluzione: ma avremo modo di parlarne), sta nel fatto che non solo possiamo conoscere ciò che piace ad altri, ma anche condividerlo.

Non solo potete sapere che in questo momento sto leggendo Steinbeck, ciò che non aumenterà la vostra conoscenza di Steinbeck ma solo dei gusti del vostro affezionato, ma anche entrare, in qualche modo, nella mia testa e venire a conoscere da dentro i miei gusti musicali.

Per dire: questo è il link della mia playlist, chiamata – con notevole sforzo inventivo – Ivano’s playlist. Tramite questa potete sapere cosa ascolto, capire che (indipendentemente da quanto io asserisca) adoro alcune canzoni di Mina, degli U2 e dei Negramaro; cose così.Non solo: il servizio elimina di fatto larga parte della pirateria, perché la rende inutile.

Attendiamo gentilmente una presa di coscienza pari a questa nel mondo del cinema: a un costo alla portata di tutti ci si può abbonare e scaricare la parte del database che si desidera fruire offline; se invece si vuole mantenere un basso profilo il servizio resta gratuito e disponibile online.

Un esempio evidente – che spiega parte del titolo – l’ho avuto questa sera. Guardavo La storia di Glenn Miller, di Anthony Mann (un superlativo James Stewart), quando ho sentito un motivo che conosco da anni ma cui non ho mai saputo dare un nome. Bene, detto fatto: Glenn Miller, Pennsylvania 6-5000 (che qualcuno forse ricorderà anche dalle compilation di Jive Bunny), ascolto immediato a 320 Kbps e inserimento in playlist.

Qual è la caratteristica di Spotify? Crea quello che io chiamerei non un sapere condiviso, ma isole di database condiviso. Cioè: ciò che mi interessa non è materialmente l’intero database, perché a una larghissima parte di questo non sono interessato o non dispongo delle informazioni per raggiungerlo – benché a queste lacune suppliscano in parte la funzione Avvia radio e un’app interessantissima quale Soundhound -, ma la possibilità di piluccarvi in base a quanto conosco e quella, molto interessante, di attingere a playlist di utenti specifici, rivalutando di fatto il sistema dell’opinion leader.

Potete sentire non solo i Jamiroquai, per dire, ma anche ciò che loro stessi ascoltano – e che quindi andrà a influenzare la loro musica. Oppure la playlist di Rich Froning, per sapere con quali ritmi si motiva l’uomo più in forma del mondo quando si allena.

Un’altra forma non tanto di sapere condiviso ma di isole di database condiviso, stavolta in forma social, è Twoorty. Lo sto ancora sperimentando – più con gli occhi che con le dita, per ora – ma ne parleremo presto.

Tutto questo per giungere a Wikipedia. Lo conoscete tutti: probabilmente, insieme a Google e Facebook, è il sito più noto al mondo. Si dice che Wikipedia crei una forma di sapere condiviso, una forma di accesso democratico al sapere perché nasce da una formazione democratica del sapere. Ma a me interessa proprio sapere cosa si intenda esattamente con democratico, in un periodo in cui certi termini hanno un peso, una consistenza, una connotazione politica.

Wikipedia è fatta di diverse centinaia di migliaia di referenze – abbiamo appena raggiunto il milione di voci in italiano -, di versioni non solo sovranazionali (inglese, spagnolo) o nazionali (italiano) ma anche regionali o locali (ladino, sardo, napoletano). Le sue voci sono notoriamente scritte da chiunque, sì, ma esiste contemporaneamente una funzione di controllo importante. Questo non solo per evitare troll e flamers, ma anche la possibilità (teorica e assai praticata) di tentare di condizionare pagine cruciali per motivi economici, di immagine, politici, sociali, religiosi ecc.

Ricorderete che alcuni anni fa vi furono pagine bloccate a causa di accessi ripetuti provenienti da una struttura istituzionale che… modificavano le modifiche allo scopo di ripulire la reputazione di suoi rappresentanti politici; più recentemente Philip Roth entrò in polemica con l’enciclopedia creando un cortocircuito che potete ricostruire tramite un articolo di Andrea Pomella, qui. Per fare due esempi assai noti.

Questo per dire che il sapere condiviso non equivale a un sapere portato da ognuno e acriticamente accettato, ma da un sapere che viene accolto, discusso, appreso e in alcuni casi rigettato, in altri ancora discusso, a volte con decisioni opinabili – vedi i paradossi di Roth, visto come fonte non attendibile in merito a un’opera di Roth. Un contesto magmatico, diremmo: così come è il sapere.

Se a qualcuno viene in mente, in base a quanto ho detto appena sopra, il concetto “uno vale uno” di cui si parla così spesso in queste ore, non casca male: la riflessione nasce proprio da questo concetto, dall’idea che sia il concetto più travisato della storia della democrazia.

Dall’idea che “uno vale uno” non significa accettare acriticamente un intervento ma anzi, a volte, rifiutarlo – proprio perché il sapere qualificato e condiviso si crea partendo da chi quel sapere lo ha ottenuto qualificandosi e lo ha voluto condividere, e quindi non fa parte di questo sapere chi non se lo è qualificato o chi agisce contro la condivisione.

Ma qui è il momento di fermarsi. E rileggersi la voce “Democrazia” su Wikipedia, magari, e magari anche “Democrazia liquida”; magari mentre s’ascolta Stray Heart dei Green Day.

La startup We Hang It stampa le tue foto rispettando l’ambiente

Stampare le foto delle vacanze o di un evento speciale sta diventando una pratica sempre più rara, visto che ormai ci basta averle a portata di click su pc , tablet e smartphone.

I più nostalgici, quelli che hanno ancora voglia di avere un ricordo appeso alla parete ameranno la startup tutta italiana We Hang It.

Basta andare sul sito, caricare un’immagine, o scegliere una di quelle caricate sul proprio account Instagram, e ordinare il proprio Tonki: la foto stampata direttamente su una cornice realizzata in cartone riciclato e riciclabile, facile da assemblare, ad un prezzo vantaggioso.

Chi meglio del founder, il bresciano Ruggero Fregoli, può raccontarci cosa è We Hang It?

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Come nasce We Hang It?

L’idea è nata da alcune mie esperienze passate: condividevo con mia sorella un laboratorio di stampe d’arte, e dovevamo fare i conti con i costi elevati dei supporti di stampa tradizionali. Inoltre risultava impossibile spedire a poco prezzo una stampa finita e pronta per essere appesa a casa del cliente. Insomma: la stampa d’arredo per come è intesa oggi non poteva diffondersi online in maniera seria. Volevo creare qualcosa di più adatto al mercato web, una stampa compatta, da acquistare già pronta da appendere.

L’idea è arrivata durante un weekend a Londra: il problema era il materiale, era necessario trovare un supporto smontabile per la spedizione e ri-assemblabile in modo semplice dal cliente finale. Seguendo il trend della green economy, ho subito pensato al cartone.

L’idea di realizzare una cornice quadrata è arrivata pensando al successo di Instagram, ed è proprio da lì che poi siamo partiti. Il design finale del Tonki, il nostro primo prodotto, si è poi evoluto in qualcosa di decisamente particolare, ispirato dai cosiddetti “shadowbox”, le cornici-vetrina dove esporre i propri oggetti più preziosi. Per la stampa abbiamo scelto di usare solo inchiostri ecologici per rientrare appieno nella filosofia di Tonki, che risulta interamente riciclabile. Il nome del prodotto? Un’idea della mia ragazza Alessandra, che mi sta dando una mano con le scelte di marketing.

Perché dovrei stampare le mie foto su un Tonki?

Perché è un modo semplice e totalmente ecologico per avere sempre davanti agli occhi i tuoi ricordi migliori, proprio come recita il nostro claim.

Che sia la gita con la scuola, il tuo primo bacio o quella mossa di break-dance, Tonki risulta un supporto versatile e decisamente elegante per lanciare qualunque messaggio. Puoi sbizzarrirti stampando praticamente qualsiasi cosa (immagini o testi) e, perché no, creare un vero e proprio wall di Tonki nella tua camera. La nostra ricerca ci ha consentito di arrivare ad un supporto che conferisce alle immagini stampate un effetto assolutamente unico e non paragonabile a quello della stampa tradizionale.

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Il vostro punto forte è il carattere ecosostenibile del progetto. Da dove nasce questo interesse?

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni. Mai come ora l’interesse generale si sta spostando su temi d’interesse comune come l’ecosostenibilità, il riciclaggio e la tutela dell’ambiente. L’economia green sta prendendo ogni giorno più piede ed influenza tutti i settori, una nuova impresa non può permettersi di ignorarlo. Crediamo che attraverso la vendita di un prodotto interamente riciclabile sia possibile sensibilizzare il cliente. Essendo il nostro un prodotto molto in voga tra i giovani riusciamo ogni giorno a concentrarne l’attenzione su queste problematiche.

Parlaci della collaborazione con Very Nearly Almost Magazine

La collaborazione con VNA è nata quasi per caso. Era dicembre ed eravamo a Londra, ospiti di Instagrammer London per l’Iconic 2012. Lì abbiamo conosciuto i ragazzi che da 6 anni lavorano a questa fantastica rivista. Il colpo di fulmine è stato reciproco tanto che, ad un solo mese di distanza, hanno deciso di affidare a We Hang It il lancio del numero 21 di VNA. Detto fatto! Siamo ripartiti per Londra con due valigie piene di Tonki e l’evento presso la Stolen Space Gallery nel cuore di Brick Lane è stato un vero successo. Centinaia di persone hanno potuto vedere e toccare con mano i Tonki con stampate le immagini dei loro artisti preferiti e alcune decine di fortunati hanno portato addirittura portarsene a casa uno. (Un breve video di questa avventura è visibile qui. Il successo del primo evento ha gettato le basi per un’importante collaborazione che darà i primi frutti nei prossimi mesi.

Com’è fare startup in Italia?

Dipende dalla startup. Nel nostro caso è stata una fortuna quella di essere in Italia. La tradizione del “fatto a mano” e dell’artigianato italiano ci hanno permesso di creare un prodotto versatile e di grande valore simbolico. In altri paesi sarebbe stato sicuramente più difficile trovare materiali, macchinari e metodi per realizzare il nostro Tonki. Noi, a questa “impresa”, abbiamo voluto crederci. Abbiamo lavorato sodo e i risultati sono stati di gran lunga migliori delle aspettative. C’è ancora tanta strada da fare, ma penso di poter dire a chi, come noi, sta provando a cambiare le cose che si, si può fare, anche in Italia.

Cosa vi aspettate dal futuro?

Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro per cui preferisco non fare previsioni. Piuttosto ragioniamo a microsegmenti, cercando di cambiare il mondo della stampa pezzettino per pezzettino. Uno degli obiettivi è sicuramente portare il design e il “fatto a mano” italiano all’estero. Abbiamo appositamente scelto di realizzare Tonki anche attraverso alcune fasi manuali per garantirgli una specificità unica. Potete venirne a toccare con mano già al Fuori Salone. Quest’anno siamo infatti progetto speciale del Ventura Lambrate, dove allestiremo uno stand tutto dedicato a questi temi. E nel 2013, dopo l’avventura a Londra, approderemo anche al D-Ive di Barcellona ed al Paint Club di Monaco. Insomma, di una cosa siamo certi: ce la metteremo tutta!

Non ci resta che augurare tanta fortuna a Ruggero e a tutto lo staff di We Hang It e fiondarci su wehang.it per ordinare il nostro Tonki!

Mr. Wolfdog e il meta-marketing di Old Spice [VIDEO]

Chi è Mr. Wolfdog? E cos’è il meta-marketing? La risposta è unica perché Mr. Wolfdog è il meta-marketing.

Ma cerchiamo di chiarirci le idee un passo per volta. Mr. Wolfdog è il personaggio creato ad-hoc da P&G per la nuova campagna di Old Spice. Mr. Wolfdog è  un lupo e nello spot, creato da Wieden + Kennedy, interpreta il ruolo di direttore marketing del brand.

La scelta di parlare di marketing all’interno di una campagna marketing è ciò che intendiamo come meta-marketing. È ben noto che questo non è il primo caso e che dare a celebrità ruoli di tale genere è ormai di moda:  Alicia Keys è il direttore creativo di BlackberryJustin Timberlake è il nuovo direttore creativo di Bud Light Platinum, e  Marc Jacobs è il direttore creativo di Diet Coke “esclusivamente” per 2013. Gli autori del video giocano sull’ironia presentando il lupo come uno di questi vip prestati al marketing. Inoltre, e forse questa è una novità, il nostro lupo semi-antropomorfo ha un account twitter e un blog tumblr personale.

Vale la pena dare uno sguardo al sito mrwolfdog.com perché sin da subito percepiamo l’ironia dei realizzatori nel creare un effetto retrò da “web 1.0”, stesso mood che caratterizza l’ambientazione del video. Tutto l’arredamento, dalle lampade alla calcolatrice, richiama lo stile Mad Man.

Naturalmente il linguaggio usato dalla voce di Mr. Wolfdog, che viene da uno strambo marchingegno che traduce in “umano” il pensiero del lupo, non è da meno. E infine una regia statica fatta di totali di scena e primi piani continua a prendersi gioco di un’idea di marketing che fa parte del passato, nel tentativo di rinnovarsi a volte anche riciclandosi!

Ladies and gentlemen a voi Mr. Wolfdog!

Interact 2013: il digital advertising si mette in mostra [EVENTO]

Interact 2013: il digital advertising si mette in mostra

Uno degli appuntamenti da non perdere questa primavera sarà sicuramente Interact 2013. A Barcellona, il 23 e 24 maggio, una due giorni di dibattiti focalizzati soprattutto sugli investimenti nell’area digital.

Mercati sempre più concorrenziali e saturi, dove i consumatori sono sempre più difficili da raggiungere anche perché fruiscono delle informazioni su vari device (e schermi). Gli ospiti illustri alla tavola rotonda, “The Battle of the Screens: Compete or Collaborate?”, proveranno a dare alcune risposte e a delineare gli orientamenti futuri.

Interverranno, tra gli altri, Georges-Edouard Dias, Senior Vice President (digital business) L’Oréal, Patrick Hoffstetter, direttore di The Digital Factory (Renault), Geoff Seeley, Global Communications Planning Director di Unilever e Pete Blackshaw, Global Head of Digital Media & Social di Nestlé: presentazioni e dibattiti su come sia cambiato il comportamento dei consumatori con l’esplosione di smartphone tablet.

Digital adv: Interact 2013 a Barcellona

La due giorni sarà impostata in questo modo. Il primo giorno, 23 maggio, esperti del settore presenteranno gli ultimi sviluppi in ambito digitale su tre temi principali:

– le tendenze nei business digitali, alcune ricerche sui consumatori e le iniziative di standardizzazione in Europa;
– aggiornamenti sulle proposte di nuove norme sulla privacy dei dati, i limiti legali e i rischi di regolamentazione nell’universo dei multi-screen e l’autoregolamentazione per la pubblicità comportamentale online;
– ispirazione da e per l’industria della pubblicità, i premi per le campagne digitali e le ultime innovazioni digitali.

Il secondo giorno si parlerà di strategie e tattiche usate dai leader nel mercato digitale:

– le risposte delle agenzie alle nuove sfide: multi-screen e l’era dei consumi post-digitale;
– innovazione nella esperienza di consumo di contenuti e brand su dispositivi multipli;
– le iniziative dei marchi leader per coinvolgere attraverso gli schermi;
– le strategie vincenti dei publisher;
– gli ultimi strumenti per misurare l’evoluzione del pubblico e valutare l’impatto pubblicitario.

Ninja Marketing è media partner dell’evento: un’occasione da non perdere per conoscere gli ultimi trend seguiti dai maggiori player in vari settori, dall’industria alla grande distribuzione.
Appuntamento per il 23 e 24 maggio a Barcellona, per la conferenza che IAB Europe sponsorizza, arrivata alla settima edizione quest’anno.

Foursquare: perché facciamo check-in? La geolocalizzazione (per gli utenti e per le aziende) spiegata da Diego Orzalesi [INTERVISTA]

Mobile Marketing

Check-in, mayorship, venue, badge, tips: queste le parole chiave della geolocalization e, in particolare, di Foursquare, social network dedicato alla condivisione della propria posizione, disponibile su mobile e su web. 

C’è chi sostiene stia attraversando una fase d’arresto per la continua diffusione di applicazioni simili che ne riprendono funzionalità e stile, ma i dati parlano chiaro: (più di) 20 milioni sono gli utenti registrati, (più di) 2 miliardi sono i check-in effettuati, (più di) 750.000 aziende lo utilizzano per contribuire all’eco del proprio Brand

Ma in che modo è possibile sfruttarne il potenziale? Quali sono i consigli per utilizzarlo al meglio per il proprio business?

Da grande Foursquare Lover quale sono, ho avuto il piacere di confrontarmi con Diego Orzalesi, CEO di Fritumuv e SuperUser Foursquare, che interverrà durante il prossimo Corso Online di Ninja Academy dedicato al Mobile Marketing

(PS. Oggi è l’ultimo giorno di Sconto Early Booking, approfittatene!)

Ninja Academy

Perché facciamo check-in? Cosa vogliamo comunicare? La mia curiosità si è spostata anche su una prospettiva più prettamente sociologica e ho scoperto che.. 

Diego Orzalesi

Ciao Diego. All’interno del Corso Online in Mobile Marketing ci sarà un tuo prezioso intervento. Cosa impareranno i partecipanti?

Grazie per il prezioso 🙂 Faremo un Foursquare Tour focalizzando l’attenzione sia sull’utilizzo lato utente (funzionalità dell’App e del website) che sugli aspetti legati alla presenza aziendale.

Vedremo quali sono le forme dedicate ai local business e ai brand di dimensioni maggiori. Scopriremo come ottimizzare un luogo (venue) una volta reclamata la proprietà e come utilizzare al meglio le potenzialità della piattaforma a livello commerciale, monitorandone i ritorni.

C’è chi lo reputa ormai sorpassato e chi invece lo scopre solo ora. Qual è la forza di Foursquare?

Lo ritengo uno strumento interessante da inserire in un piano bilanciato di presenza Social, specie in ottica Mobile come in questo caso. Utilizzato da solo credo abbia poco senso, ma in una strategia di Marketing Mix dà un tocco di colore e giocosità che a mio avviso non guasta affatto. Io lo uso spesso per indagare cosa ci sia nei dintorni, specie in località che non conosco molto, seguendo i consigli lasciati da persone con le quali sono in contatto, sul web o nella vita reale.

Essendo un social comunque di nicchia, gli utenti in genere sono discretamente attivi e hanno cerchie sociali abbastanza sviluppate, quindi la singola registrazione in un luogo (check-in), se condivisa, ha una buona diffusione online, contribuendo al branding aziendale. Curare la propria presenza su Foursquare necessita di poco tempo e poche risorse da allocare. Mi piace molto anche come strumento di valorizzazione territoriale, vedremo questo aspetto in maniera specifica.

Sappiamo che sei un SuperUser! Ma chi si cela dietro questo appellativo?

Noi SuperUsers (@It4sqSU su Twitter) siamo gli utenti più attivi e appassionati di Foursquare: abbiamo il compito di tenere ordinati i “luoghi” sul social network allo scopo di garantire la migliore esperienza di utilizzo agli utenti. Possiamo editare i luoghi (ad esempio possiamo modificarne nome, posizione e categoria, accorpare quelli duplicati e chiudere i fasulli) dei quali definiamo e applichiamo le regole di naming nel rispetto delle guidelines di Foursquare.

Ad esempio, una volta decisa quale sia la corretta formattazione delle stazioni ferroviarie, ciascuno le ottimizza e riorganizza per competenza territoriale o altra metodologia decisa in community. Inoltre controlliamo che gli utenti e le marche utilizzino Foursquare in maniera etica e conforme alla policy

Foursquare Brand Pages: qual è il potenziale per le aziende?

Le Brand Pages sono la forma di presenza dedicata in genere a brand di ampie dimensioni, ma non solo. Permettono di inserire in un’unica o più liste luoghi collegati in qualche modo alla filosofia aziendale, che li reinterpreta attraverso i tips (consigli). Così, ad esempio, un brand di abbigliamento sportivo potrebbe listare luoghi dove si pratica sport fornendo consigli specifici caso per caso, che vengono visualizzati dagli utenti che seguono la pagina.

Sono un ottimo strumento che le aziende hanno per lasciare segnali geolocalizzati che contribuiscono al loro branding, sempre a mio avviso all’interno di una strategia di più ampio respiro.

Perché sentiamo l’esigenza di fare check-in? Cosa vogliamo comunicare a chi ci segue?

I luoghi che frequentiamo fanno parte di noi, della nostra vita di ogni giorno. Le registrazioni degli utenti aiutano a dare un’identità al luogo stesso. Noto una voglia e un’attitudine sempre maggiore alla condivisione di qualsiasi tipo di informazione, non ultima la posizione.

Conosco persone che fanno check-in solo in posti che ritengono fighi, per dare un’immagine di sé di un certo tipo, altri che si registrano dovunque solo per dire: hey, se mi volete sono qui. Altri ancora per rincorrere lo sblocco di un badge o l’acquisizione di una mayorship (il “sindaco” di un posto su Foursquare è la persona che lo frequenta più assiduamente). A ciascuno il suo, insomma.

Mobile 2013: quali saranno i nuovi trend? Su cosa dovrebbero puntare le aziende?

Forse ti direi applicazioni di Realtà Aumentata, ma su questo mi rimetto alla competenza di Mauro Rubin. A mio avviso le aziende dovrebbero semplicemente puntare ad avere una presenza bilanciata e congrua (sconosciuta alla maggior parte delle realtà) partendo da un website responsive adatto alla navigazione da dispositivi mobile e da un’attenzione al modo attuale di fruire il web, specie da parte dei nativi digitali, web on the go, attraverso gli smarthphone o i tablet.

Niente di trascendentale quindi, spesso mi sembra manchi una corretta impostazione di base e credo sia il caso di partire da qui, ma per questo ci sono i corsi di Ninja Academy 😉

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Delocalizzare in Cina (forse) non conviene più

La Cina fornisce sempre interessanti spunti per approfondire la situazione economica e sociale del paese, abbiamo infatti già affrontato il tema dell’eCommerce dal punto di vista cinese e le nuove regole di questa potenza economica.
Questa volta ci spingiamo oltre e ci poniamo un quesito: conviene ancora delocalizzare in Cina?

La domanda è complessa e non esiste una risposta applicabile universalmente a tutte le aziende, però è possibile analizzare i singoli fattori che possono influenzare una scelta del genere per poi capire se nel caso specifico convenga o no investire in Cina.

Costo del lavoro

Il motivo principale che negli anni ha spinto le aziende occidentali a spostare tutta o parte della propria capacità produttiva nell’est è stato un costo del lavoro irrisorio e neanche lontanamente paragonabile a quello dei lavoratori dei paesi più sviluppati.
Questo ha attratto in Cina moltissime realtà produttive, soprattutto quelle labor-intensive, decretando spesso la perdita di migliaia di posti di lavoro nei paesi di origine.

Oggi tuttavia a causa del miglioramento netto dell’economia e di alcune leggi che impongono l’aumento dei salari minimi del 10-15% per alcune fasce di lavoratori il costo del lavoro non rappresenta più un vantaggio così ampio, pur rimanendo nettamente inferiore alla media Europea o Americana.

Yuan in apprezzamento

Una valuta mantenuta per anni volutamente a valori bassissimi ha permesso alla Cina di conquistare un immenso vantaggio a livello commerciale sul resto del mondo.
Le esportazioni risultavano molto convenienti per i paesi importatori e le importazioni venivano penalizzate, facendo in modo che la ricchezza prodotta all’interno del paese restasse in Cina.

Tuttavia gli alti livelli di inflazione cui è andata incontro la Cina negli ultimi anni l’hanno costretta ad un apprezzamento forzato dello Yuan e questo rende tutto più caro per un eventuale investitore esterno.

La bolla immobiliare

Un po’ come ci sia aspetta in ogni economia in forte crescita, gli immobili raggiungono prezzi elevatissimi a causa dell’alta domanda.
Acquistare terreni e fabbricati in Cina oggi è molto più costoso rispetto a qualche anno fa e sicuramente può scoraggiare l’apertura di uffici e impianti nel paese.
Si dice tuttavia che la bolla immobiliare stia per scoppiare a causa del rallentamento nell’economia.

Concorrenza dei paesi cintura

Ebbene sì, anche la Cina comincia a soffrire la concorrenza di paesi più poveri che riescono ad essere più competiviti sul costo del lavoro.
Ma non solo, alcuni dei paesi vicini come Vietnam, Cambogia e Indonesia, subappaltano una parte del lavoro ai paesi Africani, a loro volta più poveri, riuscendo quindi a offrire prodotti manufatturieri a prezzi bassissimi.

Molti in queste condizioni potrebbero preferire cercare altri paesi in grado di offrire vantaggi di costo maggiori, anche se quasi sicuramente a scapito della qualità.

I Cinesi si accontentano di una ciotola di riso (ancora per poco)

La popolazione Cinese per vivere si accontenta di poco. Sappiamo tutti che si tratta di un popolo che vive quasi esclusivamente per lavorare ed è felice di avere una ciotola di riso a fine giornata.
Questo è un fattore sul quale il governo fa molto affidamento, anche per una questione di presa sulla società ed è proprio questo il fattore che permette di mantenere i salari ancora a livelli bassi.

Ma quanto durerà tutto questo? Nel recente articolo sulla nuova economia Cinese, avevamo anticipato di come stiano migliorando nettamente gli stili di vita nelle zone più sviluppate del paese e di come le abitudini di acquisto delle persone si stiano sempre più spostando verso beni di importazione contraddistinti da elevati standard qualitativi.

Dunque i salari in Cina continueranno ad aumentare, gli stili di vita miglioreranno velocemente, la bilancia commerciale Cinese sarà sempre più penalizzata e il commercio si riaprirà un po’ anche verso paesi come il nostro che al momento dalla Cina riescono quasi solo ad importare.
Insomma la ruota gira e lo scotto da pagare per lo sviluppo è proprio questo, resta solo da chiedersi chi sarà la nuova Cina.

Scopri il Marchio, la campagna Oxfam per consumatori consapevoli

Le grandi aziende dell’alimentare scelgono il modo in cui il cibo viene prodotto, l’utilizzo delle risorse e condizionano la vita di milioni di persone. Aumenta sempre più l’esigenza di trasparenza, di sapere da dove proviene e chi produce cosa mangiamo.

Nasce così la campagna Scopri il Marchio’, il cui scopo è quello di fornirci informazioni sui brand che troviamo sugli scaffali del supermercato. Oxfam ha analizzato le politiche adottate dalle 10 maggiori aziende del settore alimentare, le “10 Grandi Sorelle” del cibo (che guadagnano, complessivamente, 1 miliardo di dollari al giorno) su 7 tematiche precise:

– Trasparenza
– Trattamento delle donne che lavorano nella filiera produttiva
– Diritti dei braccianti agricoli nella filiera produttiva
– Trattamento economico e commerciale dei piccoli produttori agricoli
Terra, diritti d’accesso alla terra e uso sostenibile
Acqua, diritti e accesso alle risorse idriche e uso sostenibile
Cambiamento climatico, sia in materia di riduzione delle emissioni di gas serra che di aiuto agli agricoltori ad adattarsi ai cambiamenti climatici

Queste informazioni sono presentate attraverso un’esperienza interattiva sul web. Proprio come al supermercato siamo di fronte allo shopping wall, dove è possibile selezionare il logo dei prodotti che ci piacciono di più, quelli che compriamo ogni giorno, scoprire a quale azienda appartengono e come quest’ultima si comporta su ognuno dei temi considerati. E quando non ti piace ciò che vedi puoi agire, direttamente attraverso la piattaforma.


Curiosi di scoprire quali sono le aziende che hanno raggiunto il punteggio più basso? La pagella di ‘Scopri il Marchio’  ha promosso Unilever e Nestlé, mentre sono rimandate a settembre ABF, Kellogg’s, Mars. Tuttavia, nessuna delle 10 maggiori aziende sta tutelando abbastanza i milioni di uomini e donne che producono e coltivano le loro materie prime, né la terra, l’acqua e l’aria da cui dipende ciò che mangiamo ogni giorno.

Oggi la campagna lancia la sua prima azione pubblica rivolta ai consumatori, esortandoli a chiedere a Nestlé, Mondelez e Mars di proteggere le donne che lavorano nella filiera del cacao, e promuovere migliori opportunità lavorative.

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Oxfam non chiede ai consumatori di non comprare più i prodotti che amano, ma di chiedere alle aziende di comportarsi in modo da restare all’altezza delle loro aspettative.

Nessuna azienda è così potente da ignorare la voce dei propri consumatori.