Obama VS Romney: due brand "made in USA" a confronto

Chi fa marketing lo sa. O meglio, lo dovrebbe sapere. Tutto può essere “brandizzato”. L’orologio che indossiamo, l’acqua minerale che beviamo, il cantante che ascoltiamo, il politico che ci rappresenta (o perlomeno dovrebbe).

Gli Stati Uniti si preparano a stabilire chi tra Barack Obama e Mitt Romney sarà il 45esimo presidente. Il presidente attualmente in carica è dato per favorito, ma la vittoria questa volta non è così scontata. Ci serviamo del nostro punto di vista Ninja per analizzare lo scontro.

Reputation, prominence and awareness

Non vogliamo analizzare la superficie, non ci interessa. Facciamo un tuffo più profondo e andiamo a scavare all’interno del brand-DNA dei due. Secondo lo statunitense Kevin Keller dell’illustre Tuck School of Business un brand è “qualcosa/qualcuno che abbia un certo ammontare di reputazione, rilievo e riconoscibilità nel suo mercato di competenza”.

Questa definizione, tra le tante, rende l’idea di come un politico sia anche una marca. Nella terra dello Zio Sam hanno le idee chiare. D’altronde lo stesso Barack vinse il premio come Marketer Of The Year in seguito alla strabiliante campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca nel 2008.

STEP 1: Brand Elements

Il valore del brand politico può essere incrementato, in primis, con la gestione oculata e coerente dei brand elements. Distinguibilità è la parola chiave.

Temi

In un mercato elettorale “efficiente” questo dovrebbe essere l’unico brand element rilevante per il cittadino. Tuttavia l’importanza delle altre variabili è direttamente proporzionale alla somiglianza dei programmi elettorali.

E’ proprio quello che è accaduto negli Usa. I programmi dei due candidati non mostrano idee antitetiche nei punti chiave e, quindi, tutte le altre variabili in gioco hanno acquisito un maggior peso specifico per il duello. Le grandi differenze sono emerse solo in 3 punti.

Slogan

Lo “Yes, We Can” di Obama lo conoscono anche su Marte ed è stato uno degli slogan più utilizzati negli ultimi anni dalla pubblicità. Stessa cosa non si può dire per quello attuale. Chi riesce a ricordarlo? Per la cronaca è Forward. Più sornione, meno deciso. Dopo la rivoluzione del “Change” ci si aspettava decisamente di più.

Da un certo punto di vista a Romney è andata anche peggio. Peter Berg lo ha accusato di aver rubato alla sua famosa serie “Friday Night Lights” lo slogan “Clear eyes, full heart, can’t lose”. Al di là dell’accusa di plagio, il produttore ci tiene a precisare quanto quelle parole genuine non possano essere accostate alla campagna elettorale di Romney. Il programma tratta le vicende di una squadra di football liceale del Texas e i suoi valori sono agli antipodi rispetto a quelli del candidato repubblicano. Almeno secondo la denuncia di Berg. Destro diretto in pieno volto per Mitt.

Tra i primi slogan proposti ce n’era stato un altro, “Keep America America“, simile allo slogan del Ku Klux Klan “Keep America American“. Apriti cielo. Ad ogni modo, il suo pay-off ufficiale è Believe in America. Lui crede nell’America. C’è scetticismo sul fatto che avvenga anche il contrario.

Logo

A nostro avviso Romney qui si è mosso meglio. Il suo brand tricolore ha tutte le caratteristiche che dovrebbe avere un perfetto brand element. Sembra un dentifricio. E’ memorizzabile, piacevole e adattabile a differenti elaborazioni. Quello di Obama a stento è cambiato dal 2008 ed ha l’aria di vecchio.

Packaging

La configurazione esterna di un prodotto è fondamentale. Per un politico curare quest’aspetto, consiste nel presentare la sua immagine sempre con un determinato codice nelle svariate occasioni pubbliche. La coerenza, anche per questo non trascurabile elemento, è un must. Una forte riconoscibilità e l’apprezzamento degli elettori rappresentano il premio per chi ci riesce.

Barack si propone sempre con un look più frizzante e giovanile. Anche quando è obbligato all’istituzionale giacca e cravatta, veste con un fare spigliato e non convenzionale. L’idea è che sia il nuovo che avanza, al di là dei contenuti.

Mitt sembra sempre più ingessato a confronto. Più conservatore, appunto.

Non è certo una novità. Curare quest’aspetto significa tenere d’occhio l’intero quadretto. Assume importanza, quindi, anche lo stile delle potenziali first ladies. E qui la bilancia dello scontro pende a favore del presidente uscente.

Chiariamo: Ann Romney sta divinamente interpretando il suo ruolo. Il suo caschetto di capelli biondi, la gonna a campana e l’aria di sfida strizzano l’occhio all’aspetto di una casalinga americana anni ’50. Ogni scelta è azzeccata e piace anche quando azzarda. Tuttavia Michelle è un’icona di stile. Seppur studiatissima anche lei, non vuole apparire diversa da quello che è, indipendentemente dalla serata di gala o dalla cura del suo orto. Se ci fosse un’elezione anche per la first lady lei vincerebbe a mani basse.

Linguaggio

Romney ha parlato di più, rispetto a Obama. Più parole pronunciate, dicono gli analisti di Expert System. Quelle ripetute più spesso sono state “job eAmerica”, concetti chiave per il suo elettorato. Obama invece ha usato più spesso due verbi: “do” e “make”, che suggeriscono un’idea di produttività, concretezza e operatività.

Per entrambi l’esposizione è stata d’immediata comprensione, senza rendere necessaria un’astrazione da parte di chi ascolta. Ogni frase e ogni pausa assumevano una precisa funzione, sia a livello di forma sia a livello di contenuto. Dopo il primo dibattito Mitt era risultato più convincente. Obama ha recuperato e leggermente allungato nei successivi due. Anche se è sembrato sfiorito, non l’Obama deciso che ci si aspettava.

STEP 2: Leve secondarie

Oltre all’istantaneo effetto dei brand elements, la costruzione di un forte valore della marca matura anche quando vi è lo sfruttamento di associazioni con leve secondarie. In altre parole, ci sono elementi che indirettamente rimandano al brand principale e ne influenzano il valore.

Origin

Anche qui conta molto la componente “Made In”. Obama è figlio di un immigrato e nelle sue vene scorre sangue inglese, tedesco e keniota. Incarna il sogno americano. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando della prima nazione al mondo per numero di immigrati ospitati.

Il repubblicano Romney è, invece, figlio dell’ex governatore del Michigan e discende dalla comunità dei Mormoni in Messico. Ciò potrebbe rivelarsi un importante electoral asset, data la crescente rilevanza della comunità Latina in alcuni Stati chiave per lo scontro.

Company Brand

Il parent brand influenza in tutto e per tutto il successo del sub-brand. Se i consumatori perdessero fiducia nel company brand Barilla, è facile che ciò si ripercuoterebbe anche su Mulino Bianco. Stesso discorso è per la politica.

Sembra che il partito repubblicano abbia aiutato di più con la sua ascesa la candidatura di Romney, rispetto a quanto abbia fatto il partito democratico con Obama, promotore di risposte inadeguate alla gravosa crisi delle economie occidentali.

Celebrity Endorsement

In politica questa forma particolare di Co-branding è molto diffusa. E’ una moda che va avanti da tempo: i personaggi più influenti dello star system si schierano a favore di uno dei due candidati. Ecco alcuni illustri supporters:

L’importanza di questo fenomeno è tale che negli Usa si è arrivati a calcolare una formula che misuri “The Oprah Effect”, cioè l’impatto che genera un endorsement di successo come fu quello della popolarissima Oprah Winfrey nel 2008 per Obama.

Motivi? Ritorno d’immagine gratuito. Vale anche per il candidato? Dipende dalla celebrità. Il rischio è che il supporto di una star decadente possa addirittura ridurre il valore del brand del politico e generare una brand diluition. Ah, così come ve la poniamo noi sembra quasi che ogni cosa abbia un substrato di marketing, direte voi. Esatto, diciamo noi.

Eventi

Un brand deve sempre fare i conti con gli eventi che gli si presentano e trasformarli in situazioni positive. Per una marca comune un evento può essere sfruttato con una sponsorizzazione. Qui però non si parla di marchi comuni. L’evento può arrivare in maniera inattesa. Devi essere pronto a sfruttarlo o a non farti travolgere.

La popolarità di Obama è calata quando il popolo americano ha stabilito che non sia stato in grado di fronteggiare l’enorme crisi economica. Ha guadagnato punti, invece, con la gestione estremamente prudente dell’uragano Sandy.


Romney ha, nella prima parte della sua campagna, ottenuto l’invidiabile record di commettere errori ad ogni evento a cui presenziava. Una chicca per intenditori: farsi definire addirittura come ignorante in una sua uscita alle Olimpiadi di Londra, nella quale affermava che tutti gli statunitensi hanno geni britannici nel loro DNA. Quasi dimenticando quel piccolo particolare costituito da quella centinaia di milioni di cittadini a stelle e strisce che non li hanno.

Chi ha già vinto

Indipendentemente dal risultato che sanciranno le urne, Obama  è il brand politico perfetto per gli USA. Più di Romney sicuramente. Anche se sembra essersene dimenticato un po’. Per questo motivo il responso dell’election day non è già stato scritto. Gli statunitensi si accingono a contare i voti in modalità breathless, come dicono loro. E non è detto che non possa emergere qualche inaspettata sorpresa.

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Il 27 ottobre scorso si è svolta a Roma la prima conferenza italiana sul tema del Crowdfunding. I Ninja non potevano mancare a Crowdfuture, ed ecco il resoconto della giornata!

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Dall’evento è emerso che il crowdfunding è un fenomeno in evoluzione, sia a livello di conoscenza (il successo potrebbe derivare proprio da un approccio più mainstream?) che di legislazione (con gli attuali limiti che, parlando per l’Italia, potrebbero oscurarne il cammino).
Alla conferenza mattutina si è parlato in modo chiaro, cercando di far capire l’essenza del modello e provando a fare delle previsioni per il futuro.

Si possono consultare tutte le slide degli interventi sullo SlideShare ufficiale di Crowdfuture, mentre sul sito è presente la registrazione video della conferenza.

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Alberto Falossi – Kapipal

Personalmente ho apprezzato molto l’intervento di Alberto Falossi (founder di Kapipal). Tra le frasi che mi sono segnato, suggerisco:

Everybody needs crowdfunding (quindi, non applichiamo questo processo solo a imprese/startup/politica: ma andiamo anche nel piccolo, per esempio liste nozze, compleanni, cure mediche, eventi, piccoli progetti);
Your friends are your capital (Manifesto di Kapipal, sito italiano nato prima di Kickstarter);
Il crowdfunding può cambiare la storia delle persone: interessante l’esempio di Katy, una teenager inglese che grazie alla raccolta su Kapipal ha partecipato (e vinto) i Campionati europei di Taekwondo (una piccola raccolta può cambiare la vita e i sogni di molti).

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Alessandra Talamo – Master in User Experience (Univ. La Sapienza)

Guardiamo il crowdfunding come sfida per lo sviluppo. Due punti su cui ragionare:

– se ci permette di fare qualcosa, in modo migliore;
– se ci permette di fare qualcosa che prima non potevamo fare.

Il crowdfunding nasce come pratica su cui abbiamo il bisogno di costruire teorie, si situa in contesti locali (o glocali) e porta cambiamenti culturali di lungo corso (che non sono immediati).

Interessante anche il concetto di Knotworking (come passo successivo del networking), ovvero “da una moltitudine di contatti alla moltitudine di collaborazioni”.

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Da non perdere i contributi di Chiara Spinelli (Eppela) e Daniele Ferrari (esempio Vinylmania), gli esempi di Dario Giudici (SiamoSoci), Maurizio Sella (Smartika) e Dan Marom (speech finale molto interessante).

Per approfondire il discorso, ecco qualche domanda che potrebbe mettervi sulla buona strada riguardo il finanziamento collaborativo.

Cos’è il Crowdfunding?

Il crowdfunding è il processo di finanziamento collaborativo tramite cui tante persone ripongono la propria fiducia versando somme di denaro, piccole o grandi per supportare progetti, iniziative o start-up.

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

Quali sono i modelli di Crowdfunding?

Questa immagine spiega i vari modelli esistenti:

Crowdfuture: il Crowdfunding spiegato dagli esperti!

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Nel blog di Crowdfuture c’è anche la spiegazione chiara e dettagliata.

Quali le principali piattaforme di Crowdfunding?

Da Kickstarter (forse la più famosa) a IndieGoGo, da Eppela a Starteed, passando per Kiva, SiamoSoci e GrowVc.

Ma sono quasi 500 le piattaforme attive: insomma un mondo in continua evoluzione, tutto da scoprire!

Rihanna sceglie un contest 2.0 per lanciare il nuovo album Unapologetic

Incoronata regina dei social network da Billoboard e Forbes  e dopo aver attuato la miglior campagna di social media marketing con UNLOCKED per il precedente album “Talk that Talk“, ecco che Rihanna torna a dare lezione di fan engagement con il lancio del nuovo lavoro.

Dalla fanpage di Rihanna, un post relativo alla Unlocked Facebook App

In radio è già possibile sentire il primo singolo estratto dall’album: “Diamonds”. Questo, però, non sembra essere sufficiente per accontentare l’esercito di fan (“Rih Navy”) impaziente di ascoltare le nuove tracce inedite del settimo album.

Sette: un numero che ripercorre gli stessi di carriera della cantante, ognuno segnato dall’uscita di un suo album. Ed ecco spiegato il nome del tour promozionale “777 Tour“: un Boeing 777, 7 giorni, 7 live in sette diverse città!  😎 Ma come se non bastasse, per accompagnare il nuovo tour è stato creato un sito, di cui è possibile farne parte. “Cooome?”  🙄

Ebbene sì: attraverso un vero e proprio contest in cui gli utenti saranno chiamati in sette step successivi (ma vah? 😉 ) a dare il proprio contributo tramite diversi canali social. Questo per accedere ai premi in palio per i fan più agguerriti. Un countdown – o contestdown che dir si voglia – in cui per ogni settimana che precede la data di uscita del nuovo album di Rihanna (guarda caso sette) sarà posto un quesito relativo a informazioni geografiche legate agli album della popstar. Vi spieghiamo  di seguito come funziona!

Per  ogni domanda è possibile localizzare sulla mappa la risposta corretta, grazie al cursore che acquisisce la  forma di una lente di ingrandimento.

 

Previa corretta localizzazione, si passa allo step successivo che riguarda l’utilizzo dei social.

I primi tre step del contest…

Nella prima fase – R1 – di questo nuovo percorso è stato chiesto di utilizzare Instagram per postare una propria immagine inspirata a “Diamonds”, geolocalizzandola e utilizzando l’hashtag #R7.

Oltre all’onore di visualizzare la propria picture all’interno della instagram map del sito, le immagini profilo degli utenti sono state utilizzate per la creazione del “Navy mosaic” che potete vedere qui di seguito.

Se qualcuno poi si fosse chiesto dove sia finito il video musicale relativo al brano “Diamonds” beh, ancora non è stato pubblicato. Molto probabilmente in questa straziante attesa è stato cercato sul canale Youtube di Rihanna, trovando solamente la lyric version. Ovviamente nulla è lasciato al caso: questa “mancanza” fa infatti parte della strategia promozionale dell’intero album.

E questo ci permette di introdurre la fase R2 del contest. Semplicemente, tramite Viddy o Youtube è stato chiesto di interpretare il singolo “Diamonds”. Una grande risposta da parte dei fan ha messo in luce performance veramente di gran classe… ma anche casi umani  e stecche allucinanti! In questo caso è comunque importante mettersi in gioco, magari utilizzando i nostri consigli sulla SEO dei video su Youtube!

E’ da poco uscita anche la fase R3: correte a leggere la domanda e la leva di engagement!

… in attesa dei prossimi

In attesa dello “sbloccaggio” degli altri step del contest, è possibile seguire Rihanna su Twitter (account che gestisce personalmente vantando più di 26 milioni di follower), Google Plus, Instagram (@badgalriri) e ovviamente Facebook. Dando così l’esempio di come si possa stimolare l’engagement dei propri fan utilizzando genuinià, call to action e user generated content.

Se Rihanna è la Regina dei social i suoi fan ne sono all’altezza. In questi giorni il fan site ufficiale Rihanna Daily si è evoluto per l'”unapologetic era“. A tenere aggiornati sullo stato dell’evoluzione  ci ha pensato il “Bunny Rihvolution” che durante l’avanzamento dei lavori di manutenzione ha ripercorso gli stili della cantante nei sette diversi album.

Il recente rinnovamento “getting social ha toccato anche la community italiana Rihannaitalia. Insomma, di tutto e di più: fan o non fan, fateci sapere cosa ne pensate! 😉

Pizza Hut, un cliente riscuote un coupon vecchio di 20 anni!

“Mangiare gratis con il coupon?Figata!”, deve essere stato più o meno questo il pensiero del tizio che ha acquistato una videocassetta delle Tartarughe Ninja al discount per avere i buoni di Pizza Hut. Certo, dopo 20 anni potevano essere pure scaduti ma un tentativo vale la pena farlo! E così, con un amico che ha registrato tutto, sono andati in uno dei ristoranti della catena con il loro VHS e ci hanno provato. Enorme sorpresa di tutti: erano ancora validi!!!E acquistando un Meat’s Lover hanno mangiato una “fantastica” torta con l’ananas!

Da quasi “tv-spazzatura-dipendente-per-ridere”, ho subito pensato alla trasmissione “Tutti pazzi per la spesa”, di Real Time, dove americani riescono a fare spese da 500 dollari con soli 40 dollari, grazie ai coupon!!Resto puntualmente a bocca aperta su come ci riescano: la pazienza di raccoglierli, catalogarli, controllare le scadenze, calcolare quanto comprare e quanti buoni utilizzare…in pratica un secondo lavoro. Per alcuni, poi, diventa quasi un comportamento maniacale che influenza gli acquisti di familiari, parenti, amici e vicini di casa, che vengono assoldati per fare razzia di buoni ovunque.

E in Italia?Questo fenomeno non è così tanto diffuso, soprattutto perchè la promozione attraverso coupon, da parte delle aziende e dei supermercati, non è altrettanto utilizzato e per lo più è caratterizzato dalla non cumulabilità dei buoni stessi. Navigando on-line però si possono trovare siti come Pazziperlaspesa, nome evidentemente ripreso dalla trasmissione, dove, tra blog e pagina facebook, si possono ritrovare indicazioni su come sfruttare buoni e promozioni anche nei nostri supermercati. Oppure, come CouponGratuiti, nel quale si possono trovare i buoni delle aziende che si registrano al sito: “elettronica, bellezza, make up, ristoranti, alimenti, servizi e tanto altro”.

Poi si sa…l’italiano ha fantasia, e se si tratta di soldi ne ha doppia, e un sistema per eguagliare gli americani lo si troverà!

Tam Town: la piattaforma per monetizzare il proprio tempo

Conosci bene il russo e hai due ore libere alla settimana? Quel tempo potrebbe essere monetizzato, se solo riuscissi a trovare qualcuno interessato a delle lezioni di lingua nella tua città. Dovresti ridipingere la casa ma non hai una giornata per farlo? Magari un tuo vicino avrebbe del tempo a disposizione, ma certo non puoi bussare alla porta di tutti gli appartamenti del tuo condominio.

Una soluzione a questi problemi, sia dal lato dell’offerta di lavoro che dal lato della domanda, è stata trovata da un gruppo di laureandi del Politecnico di Torino che hanno creato Tam Town. Il CEO Simone Graglia, assieme a Giorgio Depaoli, Alberto Trivero e Matteo Cavallero stanno infatti lavorando allo sviluppo di una piattaforma di crowdsourcing dove gli utenti possono comunicare le proprie necessità e trovare qualcuno che le soddisfi nel tempo desiderato.

Facciamoci dunque raccontare da Simone Graglia come è nato e si è sviluppato il loro servizio.

Come è nata l’idea?

Lo scorso anno c’è stata una festa di compleanno e volevamo fare un montaggio con i video di coloro che non potevano partecipare alla festa. L’unico problema è che non eravamo in grado di utilizzare un programma di montaggio, quindi ci sarebbe servito trovare velocemente una persona che aveva quelle competenze. Ci siamo quindi accorti che nella stessa nostra situazione si trovano molte persone che scrivono su Facebook annunci di piccoli lavori: “cerco qualcuno che fa ripetizioni di francese”, “cerco qualcuno che porti a spasso il mio cane.”

Così è nata l’idea di costruire un servizio che faccia incontrare domanda e offerta. Un servizio focalizzato soprattutto sulla domanda, che possa andare a risolvere i piccoli problemi, le necessità quotidiane che non si è capace di risolvere per mancanza di tempo o di capacità.

E’ nata così Tam Town, una piattaforma di crowdsourcing che consente alle persone che non hanno un lavoro fisso o hanno del tempo libero di guadagnare qualcosa o arrotondare lo stipendio.

Come si è evoluto il progetto?

Inizialmente eravamo focalizzati esclusivamente sulla parte di business, poi abbiamo cominciato a lavorare sulla comunicazione. Abbiamo deciso di realizzare dei video coinvolgendo i nostri contatti, le persone che sarebbero state i primi utenti di Tam Town. Ogni video rappresenta una categoria professionale. E’ stata una strategia vincente perché ci ha permesso di comunicare molto direttamente il nuovo servizio, che ancora non esisteva.

A Giugno 2012 abbiamo quindi siglato un accordo con Seri Group, una società di imprese con sede a Torino che è diventata nostro partner tecnologico. Grazie all’accordo abbiamo guadagnato, oltre ad un investimento all’interno della società, una struttura con informatici con esperienza e con un project manager che ha seguito la nostra idea e l’ha trasformata in una piattaforma.

Come funziona Tam Town?

Il sito, lanciato a settembre, consente di inserire una richiesta o esigenza a cui si cerca risposta. Le richieste sono suddivise in categorie e geolocalizzate. Coloro che offrono un servizio che risponde a tale esigenza possono mandare un preventivo e l’utente sceglierà il professionista tra tutti i preventivi ricevuti, avendo poi l’opportunità di dare un feedback sul servizio ricevuto.

Abbiamo stimato che, a regime, il tempo medio tra quando si posta la domanda a quando si conclude il contratto è di 2 minuti. Quindi abbiamo reso molto efficiente l’incontro tra domanda e offerta, anche grazie al servizio integrato di messagistica interna con cui si può contrattare le modalità del servizio.

Tam Tam dunque crea il contatto ma, essendo provider tecnologici, noi non gestiamo il contratto. Comunichiamo però ai nostri utenti che quando si vuole offrire un servizio tra privati è possibile utilizzare la prestazione occasionale, per un massimo di 30 giorni lavorativi all’anno non consecutivi con un’entrata massima di 5mila euro. Quindi si tratta del mondo più adeguato per avere dei guadagni e arrotondare il proprio stipendio senza necessariamente essere liberi professionisti con partita Iva.

Tam Town può essere però utile però anche a piccoli imprenditori e artigiani che, non potendo investire in pubblicità tradizionale, diffondono la conoscenza del loro servizio attraverso il passaparola. Un esempio è il proprietario di un negozio di abbigliamento che crea abiti su misura. Ha messo il suo annuncio su Tam Tawn come personal shopper: và a casa delle persone, vede quali vestiti non usano più, e, interagendo con il cliente, ne crea di nuovi. Grazie a Tam Town i piccoli artigiani, oltre a raggiungere una visibilità maggiore, danno dunque vita a nuove professioni.

Come intendete scalare?

Al momento abbiamo sviluppato il servizio soprattutto a Torino, ma abbiamo ricevuto richieste di persone interessate a sviluppare il servizio nella loro città. Dopo aver capito quali sono le strategie di marketing più efficaci qua a Torino, le esporteremo quindi in altre zone. Innanzitutto da gennaio ci sposteremo a Milano, in seguito a Roma, quindi nelle città di provincia per rendere capillare il servizio. Sono anche strategiche per noi le città universitarie, perché gli studenti sono il nostro target principale.

Qual è il modello di business?

Inizialmente la nostra idea era di la classica fixed fee, poi ci siamo spostati sul percentage fee, ma attualmente abbiamo deciso di sviluppare un modello freemium, mettendo a disposizione delle feature aggiuntive a pagamento. In particolare sarà possibile avere account premium che consentono di acquisire maggiore visibilità.

CV su Pinterest, ecco come Wanda Catsman cerca lavoro

Che la crisi interessi oramai tutti i settori dell’economia mondiale e spinga a una riflessione continua su mercati, capitalismo postmoderno e, più in generale, sulla nostra identità di persone in cerca di collocazione sociale, oramai è argomento comune. E il concetto seguente, se questa fosse una conversazione, sarebbe “dobbiamo ripensare al nostro modo di vivere e agire in questo mondo”.


I Social Network in questo senso ci vengono in aiuto, sostenendoci in una delle attività più difficili del nuovo millennio: cercare lavoro. E se il lavoro oramai è cambiato, diventando sempre più fluido, immateriale e discontinuo, lo sono anche le modalità per trovarlo.
In larga parte, oramai, il lavoro si cerca su internet, e soprattutto in quei luoghi di interazione e comunicazione continua tra utenti che sono i Social Network. E proprio i Social Network, accanto ai siti di job search, offrono creative possibilità di brandizzare il proprio cv in modo da “distinguersi” tra i tanti alla ricerca di un nuovo impiego. Tempo fa fu Facebook, come ne è un esempio il lavoro di Claudio Nader che al grido “Ideas can beat the crisis” ha lanciato nel 2011 il FacebookCv, pubblicando per primo il proprio curriculum vitae sul social network. Sulla stessa linea di Claudio è l’olandese Wanda Catsman che ha usato il social network del momento, Pinterest, per creare il proprio cv personalizzato. Come?

Wanda ha pinnato diverse sue competenze, esperienze lavorative e professionali, referenze e curiosità, sulla board di Pinterest, in modo tale da fare self branding, e rendersi maggiormente visibile e vendibile.

A chi risponde che sono idee di poca utilità nel magma disordinato dei flussi digitali, la risposta: Claudio dopo aver pubblicato il suo FacebookCV ha trovato lavoro, scegliendo tra le decine di offerte ricevute, e ci aspettiamo che anche Wanda venga premiata per la sua idea. Quindi, in bocca al lupo!

Come le compagnie aeree low cost riescono a garantire prezzi competitivi [INFOGRAFICA]

A seguito della liberalizzazione del trasporto aereo abbiamo potuto assistere all’ascesa delle compagnie low cost, che, con le loro offerte, hanno certamente dato nuova vita al traffico aereo ma soprattutto ci hanno fatto conoscere le disperate corse per accaparrarsi i posti migliori sull’ aereo e le stressanti contestazioni sul peso dei bagagli al momento del check in!

A chi non è mai capitato?

Come le compagnie aeree low cost riescono a garantire prezzi competitivi

Osservando il mercato Italiano le compagnie di maggior successo sono sicuramente Ryanair con il suo 33% della quota di mercato dei voli low cost, seguita da Easyjet che ne possiede il 17% (dati CRIET ).

Il punto di forza non è certo un mistero!

Come indicato anche dal nome è il prezzo estremamente competitivo, cioè il riuscire a proporre biglietti per le tratte più affollate e richieste a prezzi di gran lunga inferiori rispetto alle “sorelle maggiori”. Proprio sulla base di questa politica di prezzo sorge una domanda: ma come fanno a mantenere prezzi così bassi e guadagnare?

Il segreto sta nell’organizzazione di un modello di business volto alla minuziosa riduzione dei costi, la quale può portare ad ottenere un risparmio medio del 43% rispetto alle normali compagnie .

Ma dove è esattamente il risparmiano?

Come le compagnie aeree low cost riescono a garantire prezzi competitivi

Comunemente viene da pensare alla quasi assenza del servizio in cabina, alle elevate tariffe sul peso dei bagagli o alla scelta di orari scomodi per i passeggeri ma, come è possibile vedere, entrano in gioco anche altre scelte organizzative e strategiche: l’elevato numero di posti a sedere, il maggiore utilizzo degli aerei, il minor costo dell’equipaggio, la scelta di aeroporti secondari, la scelta di un solo tipo di aereo, la vendita di biglietti senza intermediari e apparati amministrativi ridotti.

Come le compagnie aeree low cost riescono a garantire prezzi competitivi

Virgin, al viaggiatore più frequente un viaggio nello spazio in regalo!

La Virgin si è sempre distinta per le sue iniziative pionieristiche, ma questa volta ha superato se stessa. Virgin America, Virgin Atlantic e Virgin Australia hanno indetto un concorso per i propri frequent flyer, mettendo in palio due premi strabilianti: il primo consiste in un viaggio nello spazio suborbitale con il programma Virgin Galactic, mentre il secondo in un esperienza di volo con assenza di gravità grazie a ZERO-G Corporation.

Per poter vincere questi bellissimi premi i frequent flyer devono essere iscritti al programma Elevate e iniziare a viaggiare a più non posso fino al 7 agosto 2013, termine del concorso. Chi avrà macinato il maggior numero di chilometri potrà partecipare a queste uniche esperienze. Il valore dei premi è elevatissimo, si parla di 200,000$ per il primo e di 87,500$ per il secondo!

I voli suborbitali non sono una novità, venivano effettuati già negli anni ’60 dall’esercito statunitense e poi anche dai russi. Questi tipi di voli vengono definiti sub-orbitali in quanto, partendo dalla Terra, arrivano ad oltrepassare la linea di Kàrmàn, ovvero oltre 100km sopra il livello del mare. Come ho già detto, non è una pratica nuova ma, c’è stato un evento importante che ha segnato una svolta in questo campo: il lancio dello SpaceShipOne nel 2003 ad opera della Scaled Composites, una società che non ha richiesto un centesimo di soldi governativi per il progetto.

Questo evento ha dato la spinta necessaria alle organizzazioni private che volevano raggiungere lo spazio per svariati motivi, questi motivi andavano dal turismo spaziale, ai voli di linea (un volo suborbitale in partenza dall’Europa potrebbe raggiungere gli Stati Uniti in un’ora!) ai motivi scientifici.

La particolarità di questi voli non risiede soltanto nel fatto che arrivano nello spazio, ma anche nella strabiliante esperienza dell’assenza di grativà! Per qualche minuto (arrivati oltre i 100km dal livello del mare), dal momento in cui i motori vengono spenti fino al punto in cui l’atmosfera inizia a rallentare l’accelerazione verso il basso, i passeggeri possono provare la sensazione di assenza di peso.

Affrettatevi! C’è poco tempo e tantissimi chilometri da macinare se volete battere l’attuale numero uno in classifica, ha all’attivo ben 52,910 miglia! In bocca al lupo 🙂

Gli identikit dell'utente medio di Facebook, Twitter, Google Plus e Pinterest

Ha la barba, ama il rosso ed ha gli occhiali. No, non stiamo giocando al famoso gioco di società “Indovina chi”, ma cercando di identificare un ‘utente social medio’! Con l’aiuto di studi, statistiche e infografiche scopriamo allora insieme il perfetto identikit dell’utente medio di Facebook, Twitter, Google + e – non ultimo – Pinterest. Vi riconoscete?

 

Identikit #1: Facebook

Superato il miliardo di utenti, Facebook si classifica come il social più utilizzato di tutti i tempi. Sì, ma chi lo utilizza? Insomma, chi è che passa ogni giorno dell’anno quasi un’ora (mediamente) postando, commentando e mettendo like?

Il tipico Facebook user statunitense, ci informa l’agenzia Jess3 utilizzando i dati di uno studio condotto da Pew Internet and American Life Project (qui disponibili i dati), è un uomo sulla quarantina che aggiorna il suo status maggiormente nel weekend ma che utilizza quotidianamente il suo profilo e che ama inviare messaggi privati ai suoi circa 230 amici (la maggior parte proviene dalla stessa scuola) di cui commenta il 26% delle volte status e link!

E quello europeo? Immaginiamo cambi poco: magari l’età potrà essere minore, ma la sostanza rimane 😉

Identikit #2: Twitter

Grazie una ricerca condotta su circa 36 milioni di profili da Beevolve è nata la surveyAn Exhaustive Study of Twitter Users Across the World“. Secondo la ricerca, il tipico utente medio Twitter è una giovane donna (americana, e su questo il nostro tasso di utilizzo del social network può fare ben poco confrontato al dato USA) tra i 15 e i 25 anni, che utilizza uno smartphone  per condividere i propri tweet con i suoi 200 (o poco più!) followers. La parola più twittata? Ma ovviamente amore!

Guy Kawasaki, un vero evangelist del web, ha individuato i sei profili più ricorrenti su  Twitter! In quale di questi vi riconoscete?

Identikit #3: Google+

L’utente medio di Google + differisce da tutti gli altri per le sue conoscenze tecniche e il poco tempo che gli basta – circa 3 minuti al giorno – per essere sempre aggiornato. E’ un uomo (57% del campione) tra i 26 e i 34 anni che si interessa di open source, ama i geek-brand (Chrome, Android e Mashable) e condivide lunghi post, video ed immagini relativi ai propri interessi con le proprie cerchie. Due infografiche Facebook vs. Google+ a Guide to Brand Pages” realizzata dall’agenzia Pardot e User Activity Comparison of Social Networking Sites” di GoGulf.com, ci illustrano nel dettaglio le differenze di utilizzo tra l’utente Google+ e gli altri social.

Identikit #4: Pinterest

Oggi Pinterest è il social più popolare dopo Facebook, Google+ e Twitter. Scopriamo insieme chi è il suo utente medio in un’infografica riassuntiva dello studio condotto dall’agenzia Engauge, “Pinterest – A Review of Social Media’s Newest Sweetheart“.  Secondo i dati, l’avarage user della piattaforma avrebbe 230 followers, seguirebbe circa 20 profili e avrebbe una media di 170 pins. Ma, sopratutto, sarebbe nel 44% dei casi una donna. 89 minuti sarebbero i minuti trascorsi mensilmente on board dall’utente, che in pochissimi casi (appena il 17% delle volte) fornisce una descrizione personale.

E voi rientrate nelle statistiche e nei differenti profili o siete utenti ‘fuori dagli schemi’? 🙂

Coupon scaduti? Mai più grazie a ReDeal!

Abbiamo intervistato Tommaso Fasoli, co-founder di ReDeal, una piattaforma italiana che permette la rivendita e lo scambio di coupon ottenuti mediante i maggiori gruppi d’acquisto come Gruopon, Gruopalia, PrezzoFelice e tanti altri.

Coupon scaduti? Mai più grazie a ReDeal.it!

 

Tommaso parlaci un po’ di te e di ReDeal, come è nata questa idea?

Durante un corso offerto dal Politecnico di Milano sullo sviluppo di attività imprenditoriali e tecnologiche, ho conosciuto tre ingegneri informatici Valerio Panzica La Manna, Nicolò Maria Calcavecchia e Alfredo Motta, con i quali collaboro da quasi tre anni. Abbiamo sempre dedicato del tempo allo sviluppo di nuove idee e ci siamo resi conto che molto spesso gli utenti, per vari motivi, si trovano impossibilitati ad usufruire del coupon acquistato e fanno sfumare lʼofferta. Così nasce ReDeal, con lo scopo di creare un second-hand per tutti i coupon inutilizzati dal primo acquirente.

Il mercato dei deals è in forte crescita e mi riferisco a quelle piattaforme web che offrono coupon di sconto per diversi tipi di servizi e prodotto, come Gruopon e Groupalia. Questi coupon sono sostanzialmente dei pdf che riportano i dettagli dellʼofferta e un codice univoco associato; questo permette uno scambio facile e veloce tra i consumatori.

Un ulteriore beneficio per i nostri utenti è sicuramente la possibilità di acquistare dei coupon ad un prezzo più basso, perché spesso chi si trova a rivendere il deal preferisce proporre un prezzo più economico per aumentare le proprie probabilità di successo nella vendita e per via del fatto che la scadenza di utilizzo è molto vicina.

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Quali sono le potenzialità di ReDeal ?

ReDeal, oltre ad essere semplice ed intuitivo, offre una serie di servizi aggiuntivi dedicati ai nostri utenti. La newsletter infatti è personalizzata sulla base degli interessi dell’utente attraverso un algoritmo che studia le sue caratteristiche e i suoi comportamenti. Ad esempio, se il nostro utente ricerca più spesso deals sui soggiorni benessere la nostra newsletter si focalizzerà principalmente su questa sua preferenza. Abbiamo cercato di sviluppare diversi algoritmi che ci consentono di rispondere in maniera abbastanza precisa alle esigenze manifestate dai nostri clienti.

Le altre caratteristiche su cui puntiamo sono la sicurezza e la semplicità di accesso. E’ possibile usufruire dei servizi ReDeal previo collegamento con l’account di Facebook. Ci rendiamo conto che questa decisione limita in parte il mercato, ma è una garanzia di sicurezza perchè significa che il nostro utente manifesta e rende nota la propria identità registrata sul social network. Ovviamente abbiamo elaborato anche un valido meccanismo di riconoscimento dei fake account e di controllo dei coupon caricati. In futuro probabilmente prevederemo anche altre forme di login alla piattaforma.

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Ho notato che su ReDeal date la possibilità di inviare idee e suggerimenti, trovo che questo sia un’altro punto a vostro favore

Siamo agli inizi quindi qualunque feedback per noi è molto importante. In questo momento il sito sta crescendo e abbiamo già ricevuto qualche segnalazione utile. ReDeal aumenta considerevolmente ogni mese i suoi utenti come il valore complessivo dei coupon caricati. Sicuramente questo è stato possibile anche grazie alla nostra policy di trasparenza e chiarezza che abbiamo deciso di perseguire.

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Quali saranno i vostri sviluppi futuri?

Abbiamo lanciato la versione italiana del sito e stiamo valutando diverse collaborazioni con altri siti di e-commerce o del settore. Ci ha stupito l’interesse che abbiamo suscitato nel campo!

Per quanto riguarda l’accesso ad altri mercati, abbiamo intenzione di espandere la nostra idea in Europa. Stiamo valutando la possibilità di stringere delle collaborazioni anche nel mercato asiatico.

In termini tecnologici ed innovativi, posso dirti che non possiamo fermarci mai! Abbiamo tante idee per crescere che stiamo sviluppando.