Nissan, un banner "intelligente" per aumentare i test-drive

Quando si è produttori di auto capaci e sicuri delle proprie competenze, la pubblicità migliore (dopo il passaparola) è far parlare direttamente le auto prodotte. Come? Con un test-drive ovviamente.

Ma ecco che iniziano i problemi: i test-drive sono costosi e ormai poco in voga, se poi il luogo destinato è Dubai, i problemi non tardano ad aumentare. Nissan, con l’aiuto dell’agenzia TBWARAAD di Dubai ha usato la creatività per far collimare le sue esigenze: fare in modo che la gente testi le sue auto rimanendo entro un budget non troppo oneroso.

L’idea? L’Househunter test-drive, sostanzialmente il test-drive per chi è alla ricerca di una casa.
L’idea parte dal presupposto che chi cerca una nuova sistemazione avrà probabilmente anche la necessità di acquistare una vettura per spostarsi; l’agenzia TBWARAAD, quindi, ha lanciato la sua campagna di test-drive Nissan avvalendosi del sito di ricerca alloggio più cliccato di Dubai: Dubizzle.com

Come funziona? Il sito Dubizzle per effettuare la ricerca si avvale delle informazioni sul budget a disposizione, componenti del nucleo familiare, quartiere e così via, informazioni che risultano essere adatte anche alla definizione dell’auto ideale.

Detto fatto, durante la ricerca della casa ecco che spunta un banner con l’auto Nissan adatta al profilo dell’utente, insieme alla possibilità di prenotare un test-drive per raggiungere il luogo dove è situata l’abitazione da visitare.

 

Un ottimo modo questo di proporre un’auto in linea con il profilo del consumatore, che vedrà pubblicizzato solo il modello più consono alle informazioni inserite, quindi mirato sulle sue reali esigenze.
La campagna, che per tre mesi è passata sul sito Dubizzle, ha realizzato un ottimo successo, con più di 1200 test-drive prenotati dagli utenti in cerca di casa.

Che abbiano acquistato o no l’auto non è dato saperlo, ma sicuramente ha generato un buzz positivo attorno al brand Nissan che potrebbe anche decidere di farlo diventare un progetto a lungo termine.

Voi che ne pensate?

Online reputation: la check-list per gestirla al meglio [INFOGRAFICA]

La reputazione online: tantissimo tempo per costruirla, pochi secondi per distruggerla! Con la diffusione di Google, poi, il suo costante monitoraggio diventa essenziale per adottare comportamenti adeguati e proattivi a qualsiasi problema.

E voi, vi state allineando con un controllo sistematico dell’online reputation del vostro business, oppure avete ancora tanta strada da fare? Una bella infografica di Demand Force vi guiderà per capire se è tutto a posto e siete sulla retta via… oppure se è necessario un immediato cambio di rotta!


Mobile App o Sito Mobile? Guida per l'ardua scelta [INFOGRAFICA]

Quando un’impresa decide di aprire le sue porte al mobile, ha sempre un grande dilemma da affrontare: Sito Mobile oriented o Mobile App? Che approccio bisogna intraprendere per comunicare i valori aziendali nel modo più efficiente possibile?

L’infografica che vi proponiamo oggi è curata dall’agenzia americana  MDG, rielaborando dati Ipsos, Comscore, Alexa.

Studiamo e commentiamo insieme l’infografica

App o Sito Mobile?

Prima di prendere l’ardua decisione, bisogna aver coscienza di quello a cui si va incontro: adattare un sito internet per i mobile devices presenta costi meno contenuti e l’accesso da tutti i browser, ma si tratta di un contenuto statico, e per poterne fruire è necessaria la connessione ad internet. Le App invece sono più costose da progettare e devono passare attraverso il filtro degli App Store, ma, se scaricate, hanno un maggior grado di coinvolgimento e possono essere utilizzate anche offline.

Tra i punti principali di questo ragionamento, possiamo notare che:

  • L’utilizzo di Applicazioni mobile ha superato, nell’utilizzo, il web browsing. Siccome per ogni cosa è stata inventata un App, col tempo abbiamo imparato a non separarcene;
  • I siti internet, d’altro canto, generano più accessi unici e più visite. Le App, più interative, producono più engadgement rispetto ai Mobile website;
  • Questo trend è confermato dalla preferenza di utilizzo per ambito: gli utenti preferiscono internet per ricerche, intrattenimento e consigli sugli acquisti, mentre utilizzano le app per la gestione (di impegni, eventi e documenti), i social network e, ovviamente, per la navigazione satellitare.

 Binari paralleli: due approcci, due necessità

Non esiste una soluzione ad hoc per il dilemma App-Mobile Website: la strada ideale sarebbe quella di produrre entrambi gli strumenti, destinandoli a funzioni diverse.

Ovviamente, questa soluzione prevede un grande impiego di risorse e personale; per orientarvi meglio nella scelta della vostra “isola mobile”, è fondamentale definire e anticipare i bisogni del target di riferimento, studiando continuativamente i cambiamenti all’interno e all’esterno dell’azienda.

Ad esempio, un reseller della grande distribuzione troverebbe conveniente costruire una App per acquisti più facili, mentre una grande testata giornalistica potrebbe semplicemente adattare il proprio sito internet.

Uptu, la social app che migliora il mondo intorno a te

Smart city, partecipazione attiva, progetti in crowdsourcing: tutto questo è il meglio del futuro che le nuove tecnologie possono offrici e a cui il Mobile contribuisce in modo decisivo.

La mobile experience ci permette di abbattere i limiti dello spazio creando communities che vanno oltre il territorio: la responsabilità civica diventa così imprescindibile perché l’intervento a favore della qualità della vita e di un mondo migliore non è più un gesto da rimandare al domani né da demandare agli altri.

Ognuno di noi può contribuire, smartphone alla mano, a segnalare problemi, a informare su quello che vediamo con i nostri occhi, a partecipare a eventi e momenti condivisi dagli altri: non soltanto la partecipazione diventa possibile ma è soprattutto l’ignoranza a non essere più ammissibile.

Mobile e social network: come contribuiscono ad un mondo migliore

Queste sono le evoluzioni del fenomeno dei social network applicati agli strumenti potentissimi della comunicazione in mobilità: ne abbiamo avuto un esempio con eventi eclatanti come le rivoluzioni e le guerre più recenti, che hanno percorso il filo veloce del web e dei social network, ma anche alle giornate di neve e maltempo di questo inverno in cui le notizie degli interventi giungevano da Twitter prima che dalla stampa tradizionale.

E proprio in questi giorni vediamo come, a seguito dei terremoti che hanno messo duramente alla prova l’Emilia Romagna, la solidarietà ha scelto anche la social sfera per esprimersi.

Stiamo percorrendo momenti duri per l’economia mondiale che possono essere superati con progetti nuovi, con idee che devono cambiare la rotta e il volto del mondo così come oggi lo conosciamo: il Mobile ci dimostra, come aveva già fatto a suo tempo la Rete, che  occorre rivalutare le architetture delle nostre comunità, dalle più piccole alle più grandi, dalle famiglie alle nazioni.

Si pensa oggi a città intelligenti, a stili di vita sostenibili, a tecnologie green mentre il cittadino è chiamato alla partecipazione attiva ai cambiamenti attraverso i canali più veloci di comunicazione e condivisione, appunto i social network.

Uptu: il social network che difende e migliora il tuo mondo

Questo nel mondo… ma qui in Italia? Ecco, noi vi abbiamo già parlato di un Comuni-chiamo, l’app per l’intelligenza collettiva.

Sempre made in Italy, un’altra app che si muove sempre nella stessa direzione, Uptu, che è stato appena premiato come terzo classificato  allo SMAU Mob App Awards di Bologna, nella categoria Community e Social, ed è tra i 30 vincitori dell’European City Challenge (Fonte @Blog Uptu).

 

Progettata da At Work, web agency di Torino, Uptu è stata lanciata recentemente e nasce sia come sito web che come applicazione mobile. Il social network che vi è dietro permette ai propri utenti di condividere le informazioni utili a difendere e migliorare il mondo che li circonda. Infatti Uptu significa It’s Up to You, ovvero “Adesso tocca a te!”.

Il progetto ha numerosi partner, tra associazioni, media e amministrazione al momento soprattutto localizzate a Torino, la città dove si trova At Work. Il social network esiste già in 6 lingue: italiano, spagnolo, francese, inglese, tedesco e portoghese.

Come funziona Uptu?

 

Eccole azioni principali che si possono compiere all’interno della smart community di Uptu, favorita dall’app per smartphone:

  • segnalare  problemi e disagi di un territorio con supporto di geolocalizzazione e condivisione foto e video;
  • inserire mappe e orari che si possono costruire e aggiornare in crowdsourcing;
  • condividere progetti, per trovare partner, collaboratori e supporter;
  • segnalare eventi;
  • inserire associazioni, enti, gruppi, bandi che possono aiutare i cittadini;
  • inserire sondaggi;
  • edutnaiment, per giochi con finali educative;
  • gestire emergenze, grazie anche alle notifiche push-up;
  • creare gruppi di interesse;
  • conoscere e approfondire informazioni grazie anche alla presenza di opinion leaders, definiti proprio da loro grado e dalla qualità della loro partecipazione su Uptu.
Lasciamo infine qui un vidoe di presentazione di Uptu:
[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=nx5cYuJHhBw’]

 

Al momento Uptu è disponibile solo per Android, a breve anche l’app per iOS. Ecco il link al download:

Che ne pensate? Non è anche questa una bella idea contagiosa come Comuni-chiamo da tenere d’occhio? Intanto voi segnatevela in previsione del Master in Viral Strategy & Archetypal Branding del 22 e 23 giugno.

Art director Vs Copywriter: l'eterna battaglia a colpi di illustrazioni

Un progetto creativo, di qualunque argomento si tratti, ha bisogno di entusiasmo, collaborazione e concentrazione da parte del team che se ne occupa, e la coppia di riferimento è formata proprio dall’Art Director e dal Copywriter, due figure spesso in contrasto in base ai criteri, agli strumenti utilizzati e alle prospettive di pensiero, ma se queste menti geniali si uniscono sanno creare qualcosa di davvero originale (o forse di genialmente malato 😀  ).

Ed è proprio quello che ha fatto il team creativo formato da Caio Pena, Henrique Parada entrambi art, e la copy Leticia Hanower: hanno creato la pagina Facebook CW Versus AD in cui raccolgono attraverso diverse illustrazioni le abitudini, i punti di vista tipici di art director e copywriter.

E voi riconoscete qualche somiglianza?  😉

Deep Fried Gadgets, la tecnologia è fritta!

Tablet avvolti nella pastella di birra e Iphone fritti e croccanti… Fanta-cucina? No, non parliamo di tragici errori di cuoche distratte, dedite alla chat con le amiche troppo vicino ai fornelli.

Deep Fried Gadgets, la tecnologia è fritta!
Parliamo invece dei piatti, poco commestibili e men che mai salutari, che il fotografo Henry Hargreaves ha pensato di ritrarre nella sua serie serie ispirata ai gadget tecnologici.

Hargreaves ha scelto una prospettiva insolita da cui rappresentare oggetti quotidiani ma allo stesso modo simboli di un nuovo culto.
Questa storia comincia in Giappone, con il video di un ragazzo che ha letteralmente fritto la sua PSP per poi mangiarla davvero.

Vedere per credere ecco qui il video.

Deep Fried Gadgets, la tecnologia è fritta!

Il fotografo è partito da questo input, rendendo questa strana ricetta meno insana e più artistica.
Friggere un ipad non è certo un’operazione senza rischi, per questo gli ingredienti di Hargreaves in realtà sono fatti di una speciale schiuma internamente mentre all’esterno sono ricoperti dalle foto di oggetti veri.

Deep Fried Gadgets, la tecnologia è fritta!

Con il supporto della Food Stylist Caitlin Levin l’eccentrico artista ha trovato il modo di servire i piatti come in un vero diner dalla cucina grassa e untuosa.
La riflessione che è dietro a questo gesto provocatorio è veramente interessante: Hargreaves vede un file rouge ad unire fast food e tecnologia mobile.

Il flusso è questo “Prendi l’ oggetto, ne sei entusiasta, lo consumi e poi lo distruggi” secondo il fotografo, convinto che ci siano delle affinità tra questi due mondi di oggetti di consumo.

Henry Hargreaves ha voluto in questo caso rendere evidente il legame tra junk food e tecnologia mobile, ma oltre a seguire diversi progetti di fotografia tradizionale, si dedica anche a side projects innovativi e ironicamente insoliti: per il recente Giubileo della Regina Elisabetta ha creato un ritratto fatto da 1400 pezzi di toast!

Per tutte le immagini copyright © 2012 Henry Hargreaves.

La vacanza perfetta: sole mare e Estrella Damm [VIRAL VIDEO]

“Quando ami quello che possiedi, hai tutto quello di cui hai bisogno” è il claim che accompagna il nuovo coloratissimo promo estivo della birra Estrella Damm,  che come ogni estate ci regala un assaggio di Spagna attraverso la storia di un gruppo di ragazzi in vacanza: mare cristallino, sole e colori della penisola iberica la fanno da padrone dipingendo lo sfondo incantevole di una vacanza perfetta.

Quest’anno l’azienda della stella catalana ha scelto come location Serra de Tramuntana, catena montuosa a nord dell’isola di Maiorca, da circa un anno diventata patrimonio dell’Unesco e meravigliosa meta turistica del mediterraneo.

Mediterraneamente è infatti lo slogan che accompagna il filone di spot che Estrella realizza ogni anno: sul web i video sono cliccatissimi e contano milioni di views, da rimarcare lo spot del 2009 ambientato a Formentera e quello del 2010 a San Juan.

I video si accompagnano di sola musica e particolarità degli stessi è il fatto che in Spagna la soundtrack scelta per lo spot Estrella diventa un vero e proprio tormentone estivo. Vedremo se anche quest’anno il promo porterà fortuna alla canzone “You can’t say no forever” del gruppo svedese Lacrosse.

Il concept che sta dietro la campagna è più vicina al product placement usato nel mondo del cinema, che alle logiche commerciali degli spot tv: la birra infatti compare nelle diverse scene del video che, nell’evoluzione dello storytelling, comunicano serenità, amicizia e divertimento ovvero i valori che rappresentano Estrella Damm.

Copyright e nuove normative: il parere dell'Avvocato Massimo Sterpi [INTERVISTA]

È di queste ore la notizia che dopo diversi mesi l’Agcom ha finalmente rinnovato i suoi vertici con una votazione che, visti i risultati, non potrà che scatenare polemiche. Al di là delle valutazioni politiche e sul sistema di scelta, per gli operatori del settore del web è importante osservare le mosse della più importante Authority italiana in materia di comunicazione, contenuti e diritti d’autore per capire cosa potrebbe cambiare.

Le voci circolate in questi mesi, soprattutto in maniera di regolamentazione delle opere d’autore residenti in rete ha fatto immaginare un futuro più restrittivo per tutte quelle figure professionali che mettono al centro la condivisione, più che la produzione, di un dato contenuto: pensiamo ai community manager che operano su Facebook, i quali sviluppano engagement con i propri user grazie alla condivisione di prodotti come scene di film o brani musicali presi da YouTube.

Qual è il futuro che si sta delineando? Cambierà il modo di “immaginare” il contenuto sul web e nasceranno nuove forme di business? Lo abbiamo chiesto a un vero Principe del Foro, l’avvocato Massimo Sterpi, Co-fondatore e Senior Partner dello Studio Legale Jacobacci & Associati, che si trova a Torino, Milano, Roma, Parigi e Madrid. Già “Avvocato dell’Anno 2011 per il Settore Proprietà Industriale ed Intellettuale” nei Top Legal Awards tenutisi nel novembre 2011, l’avvocato Sterpi è anche docente in diverse realtà universitarie e relatore in oltre 130 conferenze in materia di proprietà intellettuale in Italia ed all’estero e conta molte pubblicazioni sul diritto d’autore e copyright.

Buongiorno, avvocato Sterpi. Negli ultimi mesi l’Agcom ha parlato apertamente sul web di “regolamentare il flusso di contenuti nella Rete”. Qual è lo scenario che si sta delineando?

In realtà, vi è molto fraintendimento in relazione a questo Regolamento dell’Agicom (peraltro, tuttora allo stadio di bozza). Infatti, esso non crea nuove figura di illecito, ma prevede soltanto delle misure pratiche per reagire ad utilizzi già previsti come illeciti dalla normativa sul diritto di autore. Anzi, per paradosso, la procedura di “rimozione selettiva” dei contenuti è molto più favorevole a chi aveva utilizzato illecitamente un contenuto coperto di d’autore rispetto a quanto previsto – da anni e senza alcuna protesta – dalle norme sul diritto d’autore (v. art. 171 e ss LdA). Infatti, la normativa sul diritto d’autore è molto drastica e prevede sanzioni penali molto severe in caso di utilizzo on-line di contenuti protetti dal diritto d’autore, sia a fini privati che commerciali. Quindi, piuttosto che interrogarsi sulla presunta severità del Regolamento Agicom, ci si potrebbe al contrario chiedere perché tale autorità – che dovrebbe rivestire la qualifica di pubblico ufficiale – non sia obbligata a comunicare all’autorità giudiziaria le violazioni di carattere penale di cui viene a conoscenza, ma possa invece procedere solo con la “rimozione selettiva”.
Parlare di “regolamentare il flusso di contenuti nella rete” mi sembra una deformazione giornalistica in quanto la finalità è solo quella di regolamentare i contenuti illeciti poiché in contrasto con il diritto d’autore, e non certo quelli leciti.

Dal punto di vista giuridico se la direzione intrapresa dall’Agcom si concretizzasse, un utente di un social che sul proprio profilo personale condivide un contenuto protetto sarebbe incriminabile di infrazione del copyright?

In realtà, l’utente del social e già incriminabile da anni se inserisce nel proprio profilo personale un contenuto protetto dal diritto all’autore che egli non abbia regolarmente acquistato. Infatti, l’articolo 171 LDA già prevede che “ Salvo quanto disposto dall’art. 171-bis e dall’articolo 171-ter è punito con la multa da euro 51 a euro 2.065 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma: … a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa”.
Al contrario, con il Regolamento Agcom a tale utelente verrà solo richiesto di eliminare il contenuto: un bel vantaggio, direi.

Concentriamoci su un aspetto in particolare, quello dei social network: molti dei contenuti considerati “protetti” si può dire che acquistino valore anche perché veicolati dai meccanismi di condivisione? E nel caso non sarebbe quasi un controsenso che la rigidità dei produttori ufficiali di contenuti affinché i loro contenuti non siano resi liberi da vincoli?

Non va dimenticato che la lotta in corso non è tanto e non è solo una lotta fra i proprietari di contenuti protetti dal diritto di autore e gli utenti singoli, ma piuttosto fra tali proprietari di contenuti e una serie di operatori commerciali – i cosiddetti Internet Service Provider – che di tali contenuti beneficiano gratuitamente (ed indebitamente). Si pensi solo ai video caricati su YouTube, che generano milioni di visite da cui il sito riceve norme beneficio economico tra ricavi pubblicitari. Il numero di non sarebbe certo lo stesso se su tale si dovessero verificare soltanto i video prodotti dagli utenti. O si pensi a modelli di business come Bitorrent, o simili.
Il vero obiettivo delle major è quello di non dover rincorrere ogni singolo utente per ogni singola violazione, ma di potersi concentrare contro soggetti che operano in maniera massiva nella intermediazione o utilizzazione illecita di tali contenuti, e ciò senza dover fare ricorso all’autorità giudiziaria, civile o penale: i costi del contenzioso sarebbero infatti talmente proibitivi da portare al fallimento qualsiasi proprietario di contenuti.
Concludendo sul punto, l’utente di un social network non ha nulla da temere oggi più di quanto non avesse da temere in passato: anzi, forse oggi potrà evitare una denuncia penale semplicemente aderendo alla richiesta di rimozione di contenuto protetto. Sempre, ovviamente, che regolamento in questione venga alla fine approvato.

È possibile ipotizzare che il mercato della pubblicità on line riesca a coprire i costi imputati a pagare, secondo i produttori, i cosiddetti “diritti d’autore”?

Assolutamente sì, in quanto è chiaro che l’attuale sistema di protezione del diritto d’autore sia del tutto incompatibile con la velocità di circolazione dei contenuti e la facilità di riproduzione dei medesimi, a mezzo di un clic. La vera soluzione sarà sicuramente quella di modelli di business alternativi, che mettono a disposizione contenuti protetti per cifre molto ridotte (ispirandosi a iTunes oppure al gadget elettronici che è possibile acquistare nei giochi di ruolo), oppure di mettere a disposizione gratuitamente determinati contenuti digitali di base, al fine di vendere pacchetti di che contengano essere più sofisticate dei medesimi (secondo il dilagante modello freemium).

A proposito del quesito precedente: la via più realizzabile non sembra quella intrapresa da Facebook e Warner con il progetto legato a The Dark Knight? (film visibile on demand direttamente su Facebook con un costo equamente diviso fra produttore e piattaforma social ndr)

Come accennato al punto precedente, questo non è uno che degli infiniti di modelli potenzialmente possibili. Anzi, data l’esigenza del mercato di trovare soluzioni innovative per la condivisione lecita dei contenuti, ecco uno spazio enorme per future start-up innovative che vorranno proporre nuovi modelli di business al riguardo.

Un grazie dai Ninja avvocato Sterpi, parole sicuramente che fanno chiarezza in una jungla ancora poco definita. Buon lavoro!

Logo e naming: 5 consigli per una marcia in più al tuo business

Il logo ed il nome rappresentano il primo approccio visivo e percepibile di un brand: la prima forma di identificazione nella mente del consumatore, il primo tratto distintivo che permette ad un’azienda di emergere nel maremagnum di prodotti ed offerte sempre più simili e difficilmente distinguibili. Questi 2 aspetti sono strettamente legati, e solo da un accostamento coerente e riuscito può emergere un risultato efficace, in grado di creare una forte identità distintiva.

Ecco una serie di consigli per la scelta del naming e del logo, utili sia per una start-up, che per un impresa già presente sul mercato, che intende dare una marcia in più al proprio business:

Durare nel tempo, ma avere il coraggio di cambiare

La scelta del naming è “per sempre”: rimane infatti legato nel tempo al prodotto con cui viene identificato al momento del lancio sul mercato, dovrà quindi richiamare un valore coerente con la mission aziendale. Discorso analogo per il logo: è importante quindi puntare a creare qualcosa che conservi un senso anche tra 20 anni, piuttosto che seguire l’ultimo trend.

L’eventuale operazione di restyling deve essere ponderata con attenzione per non creare confusione in chi acquista, ma può essere utile quando si decide di cambiare il target a cui rivolgersi, o variare il messaggio che si vuole comunicare. A volte il renaming è assolutamente necessario per salvare dall’insuccesso, in particolare nelle aziende in fase di start-up, come vediamo in alcuni casi emblematici:

Google fino al 1998 era Backrub. Probabilmente non sarebbe mai diventato il motore di ricerca per eccellenza senza questo cambio di rotta: la presenza, nel nome di quelle “o” pronte a moltiplicarsi esprimevano perfettamente l’idea di assicurare un numero elevatissimo di informazioni utili. Per non parlare dei Doodle, le versioni modificate del logo, (che per la sua struttura si presta perfettamente a queste simpatiche manipolazioni) utilizzate in occasione di particolari eventi, molti di questi passati alla storia.

Pepsi nasce come Brad’s Drink, dal nome del suo inventore: una scelta banale e che non le permetteva di emergere nel mercato dei soft drinks. Stessa sorte sarebbe toccata ad Andersen Consulting, oggi conosciuta come Accenture (contrazione di Accent on the future): l’attuale nome del colosso di consulenza direzionale è breve, grintoso, e ben si sposa con l’elemento grafico della freccia che accompagna il lettering.

Essere al passo con i tempi

Spesso è necessario adeguare la propria immagine ai cambiamenti e alle nuove tendenze: attenzione, questo non vuol dire stravolgerla! Per il logo, soprattutto se questo si “fonde” visivamente con il nome del brand, è importante conservare la riconoscibilità, preservando il senso originario ed il concetto che si voleva esprimere quando è stato creato. Un caso emblematico è Hp, che ha ceduto alle tendenze minimaliste senza perdere la sua identità distintiva:

Semplicità e minimalismo

Vale la pena puntare su nomi brevi, veloci da scrivere e facili da pronunciare. Sembra banale, ma alcuni nomi, nati con l’intento di essere originali e creativi, rischiano di generare confusioni, errori di battitura su tastiera, trascrizioni errate. Deve essere inoltre facile da memorizzare, così come il logo che lo accompagna.

Attenzione a non cadere nell’eccesso opposto, e abusare degli acronimi, in genere adatti solo ad aziende che operano in ambito economico e informatico. Con le dovute eccezioni gli acronimi trasmettono un’idea di “freddo”e impersonale.

La semplicità ed il minimalismo sono inoltre fondamentali per rendere un logo facilmente riconoscibile, versatile e difficile da dimenticare, senza essere pieno di inutili dettagli. Molte aziende hanno deciso di abbreviare il proprio nome e semplificare la propria immagine, tra cui Federal Express: il nome venne contratto in FedEx, operazione particolarmente riuscita perché in grado di trasmettere un’idea di maggiore tempestività e rapidità nella consegna:

Unità di logo e testo

Nome e logo di un prodotto devono creare un connubio armonico. L’esempio più classico è Apple: oltre al richiamo nel nome, si è scelto un elemento grafico (la famosa mela) che punta a colpire la memoria visiva.

Il problema in questi casi è definire il giusto rapporto visivo tra logo e testo. C’è il rischio di non trovare la giusta proporzione, in termini di dimensione: allargare il simbolo puo rendere il testo illeggibile, o viceversa, soprattutto se consideriamo che il logo potrà essere stampato su biglietti da visita e piccoli oggetti di merchandising.

La soluzione? Un nome non deve essere necessariamente accompagnato da elementi grafici, ma può diventare di per sé un logo, soprattutto se si trova un lettering ben studiato, come per Coca-Cola e Mtv. Oppure puntando su un pittogramma, ben visibile anche su scala ridotta, come la minimale ala stilizzata di Nike:

 Il fai da te non sempre è efficace

A volte il nome nasce da un’intuizione del fondatore, da una coincidenza o semplicemente per caso. Google, ad esempio, prende il nome da “googol” ovvero la cifra formata da un 1 seguito da 100 zeri. Sull’origine del logo Apple si dice derivi dalla passione di Jobs per l’omonima casa discografica dei Beatles. Il nome Kodak, invece, stando alle parole del fondatore, è stato scelto in quanto: “breve, vigoroso, facile da pronunciare e, per soddisfare le leggi sui marchi depositati, non significava nulla”.

Scegliere il nome per una nuova azienda, ed accostarlo ad un logo che ne riprenda il senso intrinseco è un’operazione complessa, che richiede competenze in diversi campi, esperienza, accorgimenti. È un’operazione che non va lasciata al caso, sperando che la propria intuizione sia quella giusta(e correndo il rischio di troncare all’origine un business promettente), ma va ponderata tenendo presente diversi fattori ed avvalendosi della collaborazione con professionisti del mondo della comunicazione.

Il rapporto azienda/professionista dovrebbe essere incentrato sul dialogo, mettendo a disposizione quante più informazioni possibili sul proprio business, sulla propria mission e gli obiettivi futuri, in modo che ci sia coerenza con l’immagine di sè che verrà trasmessa attraverso il logo ed il naming.