Bike Thief, la dura vita della bici a New York [VIDEO]

Ladri di biciclette a New York, non è il remake del famoso film ma soltanto un gioco da ragazzi! Nel 2005 Van Neistat aveva girato un video per mostrare la facilità con cui era possibile rubare una bicicletta a NYC, con risultati a dir poco sconfortanti. Dopo sette anni suo fratello Casey prova a vedere se la situazione è migliorata.

Il risultato? Forse più triste del precedente. Munito di cesoie e seghetto, e nell’indifferenza dei passanti, sottrae le sue biciclette in tutta tranquillità. Solo in ultimo, fermato da alcuni poliziotti (forse disturbati dal rumore del suo seghetto elettrico!) il giovane riesce finalmente a farsi notare!

Il significativo documentario è stato realizzato in collaborazione con il New York Times, che ha successivamente reso noto il risultato.

Questo video ce ne ricorda molto un altro di cui avevamo parlato qualche tempo fa, “Una bici a New York: la storia in 365 scatti“. Davvero dura la vita delle due ruote nella Grande Mela!

Su Facebook il "grande album di famiglia" degli italiani [VIDEO]

Il compleanno dell’Italia sbarca anche su Facebook: una festa di tutti alla quale siamo invitati a partecipare condividendo le nostre foto, i nostri video, commenti e ricordi sulla giornata che ci ha visti celebrare i 150 anni del nostro Paese. Un’iniziativa coinvolgente, questa, che punta a costruire un “grande album di famiglia” dei festeggiamenti da qui al 2061, anno in cui le candeline, per il nostro stivale, saranno ben 200.

La pagina Facebook vuole essere una sorta di museo diffuso della storia d’Italia, per celebrare le 25000 iniziative tra eventi, mostre, progetti, rappresentazioni e drammatizzazioni di tutti i tipi, che si sono svolte in tutto il Paese lo scorso anno. E quale miglior cornice di Facebook, oramai diventato per eccellenza il luogo di raccolta e di condivisione dei nostri pensieri, delle nostre emozioni, dei nostri ricordi? Un libro virtuale dove rendere visibile quel bagaglio culturale e storico di una nazione ricca, da questo punto di vista, come poche al mondo, ma che ha bisogno di riappropriarsi di sé stessa e delle proprie radici. Partendo anche dal costruire un’Italia digitale proprio grazie ai suoi cittadini.

E proprio in questo, appunto, si individua l’obiettivo delle celebrazioni istituite per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia avviate già dal 2006, il cui invito è stato accolto da numerosi enti e cittadini che hanno organizzato migliaia di manifestazioni e celebrazioni che ora si vuole raccogliere in questo grande album digitale.

Un progetto ambizioso dunque, che segue la scia di contenuti che sono gli stessi cittadini ad aver condiviso: il 17 marzo scorso molti utenti hanno infatti pubblicato il messaggio “Buon compleanno Italia” accompagnandolo con immagini, video, canzoni e arie famose sui principali social network, ridonando di fatto visibilità all’iniziativa dello stesso periodo dell’anno precedente, il 2011, quando oltre 13 milioni di famiglie (secondo i dati di ricerca dell’Istituto Piepoli) vollero manifestare il loro senso di appartenenza all’Italia esponendo il tricolore.

Per promuovere l’iniziativa è stato prodotto un video animato, “17 marzo 2011. E tu dov’eri?” che ripercorre la roadmap de “I luoghi della memoria“, l’iniziativa di recupero, restauro e valorizzazione dei principali luoghi del nostro Paese protagonisti di vicende legate all’Unità, quali monumenti, statue, musei, memoriali o luoghi di battaglia.

E voi, dov’eravate?!

Horror Vacui, i mostri degli anni '80 cattivi e… invecchiati [INTERVISTA]

 Horror Vacui è il progetto di Federico Chiesa, giovane fotografo toscano, che ha reinterpretato i mostri degli anni ’80 presentandoceli come sarebbero oggi, cioè cattivissimi e… invecchiati.

Ma come nasce un lavoro fotografico così complesso e originale? Lo abbiamo chiesto all’autore in una Ninja Intervista!

Com’è nato il progetto Horror Vacui?

Volevo realizzare un lavoro sulla crisi, dato che oggi tutti ne parlano e tutti ne soffrono. Volevo analizzare quella che secondo me e’  la forma di crisi più’ terribile: quella di identità.
Partendo dal gioco di parole “Horror Vacui” (dal latino “paura del vuoto”) ho immaginato le icone del male degli anni ’80 invecchiate e conseguentemente spogliate della loro aura di malvagità.
Il tempo le ha cambiate, o sono io che col tempo non riesco più a riconoscerle?

 

Se dovessi interpretare uno dei tuoi mostri, chi vorresti essere?

Ogni ragazzo cresciuto come me negli anni ’80 non può non aver immaginato di vestire i panni di Darth Vader o di indossare il guanto di Freddy Krueger. Entrambi cattivi per colpa della società’, in fondo vittime. Quando sul set ho avuto modo di provare il guanto con le lame (che alla fine mi sono portato a casa) sono letteralmente tornato un bambino. E quando ho indossato il casco di Darth… beh, ho cominciato a dire a tutti “Luke… io sono tuo padre” .

 

Le tue foto sono estremamente precise e studiate, quanto tempo hai impiegato per ottenere lo “scatto perfetto”?

Pianificare bene gli scatti e’ una componente fondamentale per chi si occupa di fotografia pubblicitaria. Anche nei progetti personali tendo a curare molto i dettagli, ma se sul set c’e’ sempre una componente di improvvisazione. Per questo lavoro ho avuto il fondamentale aiuto della mia compagna, Carolina Trotta, con la quale abbiamo preparato i costumi e le scenografie. Ogni scatto e’ cominciato con un disegno ed alla fine il risultato e’ stato molto vicino a quello che avevamo immaginato. Una parte molto divertente e’ stata la realizzazione degli effetti speciali, sempre opera di Carolina. Una volta riprodotta la pelle bruciata con il lattice, l’emulo di Freddy era davvero impressionante!


Come vedi te stesso all’età dei personaggi di Horror Vacui?

Senza capelli? A parte gli scherzi , la vecchiaia non mi spaventa a patto di avere accanto una persona che amo. Quello che spero e’ di poter dire di aver fatto qualcosa di buono e di non aver mai calpestato nessuno per ottenerlo. Ma posso sempre accontentarmi di una spada laser come lampada e un bel plaid sulle ginocchia!

Cosa non deve mai mancare sui tuoi set?

Riesco a scattare con il minimo indispensabile, quello che invece non deve mai mancare e’ l’entusiasmo, l’umiltà’ e la voglia di migliorarsi sempre. Durante i miei scatti si deve respirare un’aria piuttosto giocosa, che credo giovi sempre al risultato. Indispensabili sono anche i collaboratori. E’ impensabile realizzare certi lavori da soli. Assistenti, Make Up Artists, Stylist… sono tutte figure che contribuiscono enormemente alla buona riuscita dei progetti.

Cliccate qui per trovate Federico Chiesa su Facebook e qui per il suo sito web!

Non è un vero amico? Aggiungilo su Facebook alla lista dei “Conoscenti”

Non è un vero amico? Aggiungilo ai “Conoscenti”

Diciamo la verità, a volte chiamarli “amici” è davvero troppo. Magari erano nella nostra stessa scuola alle elementari, o li abbiamo conosciuti in vacanza anni fa, o semplicemente sono amici di amici. Ma queste persone nel concreto ci interessano poco, così come ci interessano poco anche i loro aggiornamenti continui. D’altra parte però, forse rifiutare una richiesta di amicizia ci sembra maleducato. Per risolvere questo “imbarazzo da scarsa conoscenza”, Facebook ha lanciato la lista dei “Conoscenti”, ossia una categoria a sé che permette di ignorare aggiornamenti di utenti che non riteniamo amici stretti, senza però escluderli dalla nostra lista di amici. Tramite questa funzione sarà senza dubbio più facile ripulire il News Feed da notizie di scarso interesse per noi, mostrandoci solo gli aggiornamenti di coloro che davvero ci interessano.

Non è un vero amico? Aggiungilo ai “Conoscenti”

Nel post del suo blog, Facebook annuncia che nella sostanza cambierà poco. Ogni utente aggiunto alla lista dei conoscenti non verrà avvisato di tale spostamento, semplicemente sarà la nostra bacheca a disintossicarsi da notizie poco attraenti per noi.

La nuova lista, presentata ufficialmente il 21 Marzo scorso, è in realtà operativa ufficialmente da Settembre 2011 assieme alla cerchia degli “Amici del cuore”, ma in molti ancora non la conoscono o non sanno come utilizzarla. Per poterla attivare occorre cambiare le impostazioni nella sezione dedicata ai propri amici, inserendo nella lista dei conoscenti chi riteniamo meno interessante. Sarà lo stesso Facebook, fra l’altro, a suggerirci in un box laterale gli utenti con i quali abbiamo già pochissime interazioni, per facilitarci il compito di selezione.

Difficile parlare di “novità”, poiché come ben sappiamo altri social network hanno già pensato da tempo ad una differenziazione di questo tipo. Google + propone da sempre le “cerchie”, per una ripartizione migliore delle proprie conoscenze, e Twitter permette agli utenti di essere seguiti da qualcuno senza l’obbligo di seguirlo a loro volta. Dunque nulla di realmente innovativo, ma senz’altro la nuova lista rappresenta un apprezzabile tentativo di Facebook di ottenere bacheche e profili sempre più “a misura di utente”.

Con un poco di zucchero l’application fee va giù! IAG risponde [INTERVISTA]

La scorsa settimana abbiamo letto la prima parte del faccia a faccia tra startupper ed il Gruppo di angel investor, IAG, che ha istituito l’application fee per l’invio di BP tramite il sito web . Ci siamo lasciati con una raccolta di opinioni in generale concordanti nel disapprovare una pratica che, a parer di chi fa impresa, può mortificare l’imprenditorialità e scoraggiare l’innovazione.

Ma è realmente così?

Oggi leggiamo la replica di Italian Angels for Growth attraverso l’intervista a Lorenzo Franchini, socio fondatore e managing director del Gruppo IAG.

Il microfono alla controparte IAG: il punto di vista dell’investor sull’application fee

Lorenzo, puoi fornirci una panoramica sul contesto in cui operate e sul “traffico” di BP che investe IAG periodicamente, in modo da aiutarci a contestualizzare la decisione presa in merito alla fee? Dacci qualche numero:

“Il mercato early stage è strutturalmente un mercato di grandi numeri. Solo l’1-2% degli imprenditori che cercano investitori vengono effettivamente finanziati e questa percentuale non varia da mercati più maturi e evoluti come US a mercati giovani e più immaturi come l’Italia.

Noi di IAG riceviamo circa 500 BP all’anno e nel 2011 abbiamo fatto 9 investimenti (tra primi round, follow on, investimenti di gruppo e individuali) per un ammontare di 2,6 milioni di euro. Il 25% del nostro deal-flow e dei nostri investimenti è estero, abbiamo quindi una finestra comparativa privilegiata che altri investitori o imprenditori non hanno.”

Continua Lorenzo:

“La nostra piccola struttura è subissata di BP provenienti dal sito. Negli ultimi 3 mesi, 25-30 al mese. Noi abbiamo la buona-cattiva abitudine di rispondere a tutti e leggere con attenzione tutto quello che riceviamo e questo ci porta a passare troppo tempo su opportunità non in linea con le nostre attese (il 95% circa del deal-flow dal sito viene scartato al primo filtro) invece di concentrare la nostra attenzione sui deal di qualità e sullo scouting degli stessi”.

Necessità di scremare le proposte che pervengono alla società attraverso il canale di accesso più utilizzato, internet, per elevare la qualità dei progetti presi in esame, e ridurre un’ondata di application che risultava essere time-consuming senza un adeguato risultato in termini qualitativi e quantitativi: sembrano essere queste le ragioni che hanno reso necessario un intervento.

Chiudere il sito sarebbe stato anti-democratico. Trasformare l’application form in un documento troppo strutturato avrebbe fatto perdere di vista chi è realmente il soggetto imprenditore che si cela dietro una proposta, obbligandolo ad uniformarsi a qualcosa di impersonale, mortificando l’originalità che lo contraddistingue.

La scelta della fee da pagare prima di fare la submission di un BP è parsa, quindi, la scelta vincente.

Chiediamo a Lorenzo se l’origine dell’idea abbia altri genitori, quindi, se magari hanno introdotto in Italia una pratica in realtà già diffusa altrove.

Nella scelta della fee ha inciso la nostra attività di benchmarking

risponde Lorenzo, e continua:

“Abbiamo visitato con business trip approfondite i mercati più strategici del mondo early stage (US, Israele, UK, Cina, India e Svezia, tra le prossime tappe abbiamo Germania e Brasile). La application fee è ormai pratica diffusa in molti gruppi di angel americani, addirittura qualcuno la usa per tutti i canali del deal-flow.

Guardando alle best practice in Europa, Halo Business Angel Network (insieme a noi, London Business Angel, e Sophia Business Angel, considerato uno dei top 4 angel group in Europa da EBAN nel 2010) mette una fee per la application online di 150€, mentre London Business Angel fa pagare 750£ per le aziende che, passata la selezione dello screening, presentano ai soci.”

Quella della application fee risulta, quindi, essere una pratica già diffusa tra i “cugini” americani ed europei che possono solo fare scuola al mercato dell’early stage investment italiano. E i buoni esempi, si sa, vanno imitati.

Questa fee può essere meglio percepita come “pillola zuccherata”?

Prima di trarre le conclusioni, abbiamo fatto due ultime cruciali domande al nostro portavoce di IAG.

Lorenzo, cosa meglio dei primi risultati dall’introduzione della fee può dimostrarci se la vostra scelta sta funzionando o meno? Com’è cambiato il “traffico” in IAG con la fee?

I dati dei primi 20 giorni di deal flow con la fee sono confortanti. La bottom line è che ci sembra che stia funzionando e molto bene, mi spiego: negli ultimi 3 mesi ricevevamo appunto 25-30 pportunità al mese dal sito e 15-20 dalle altre fonti.

Nei primi 20 giorni di Marzo, invece, abbiamo ricevuto 5 opportunità dal sito a pagamento e 24 alle altre fonti registrando un miglioramento qualitativo del deal flow significativo rispetto agli ultimi mesi, al momento al di la di ogni più rosea previsione.
E’ passato poco tempo, sarà un caso, ma se i dati si confermano questi siamo molto soddisfatti della scelta fatta.

Lorenzo, alla luce anche dei primi risultati positivi che state registrando, ritenete giustificato il polverone che si è sollevato attorno alla Vostra decisione? Come suggerite agli startupper di leggere l’introduzione della fee?

“No, affatto. C’è un misunderstanding di fondo. La fee è assolutamente un’opportunità. Con questa fee riusciremo a dare un servizio migliore sia a chi applica online che a chi segue altri canali. Potremo rispondere più tempestivamente, mentre prima si arrivava ad aspettare anche 2-3 settimane per un primo feedback.

Si eleverà il tasso di buone opportunità individuate sul mercato, riducendo il rischio di perdere di vista buone proposte per la mancanza di tempo, dedicato invece ad un lavoro di lettura poco qualitativo.”

Inoltre, IAG ha fornito la possibilità di inserire il BP, se scartato, in un box online nella loro area riservata del sito, dove possono accedere tutti i soci e magari fare follow-up su un’iniziativa che non corrisponde alle attese del loro Gruppo, ma potrebbe essere appetibile in un’ottica di investimento individuale.

In un contesto imprenditoriale come quello italiano, dove c’è un buon livello di ricerca e innovazione, con un deal-flow quantitativamente adeguato, ma con un livello di value proposition ancora in media qualitativamente basso per cultura imprenditoriale e formazione del team ancora non ai livelli esteri, c’è bisogno di premiare la “qualità” ed incentivare a perseguirla, qualora venga ritenuta un aspetto di second best.

L’istituzione dell’ application fee va intesa proprio come incentivo ad affinare i progetti, diventare perfezionisti, dando il meglio a chi deve aiutare al lancio dell’impresa, pretendendo in cambio il meglio in termini di feedback costruttivi ed accordi conclusi.
Sarà un pillola inizialmente, e le pillole non piacciono, ma il retrogusto alla fine sarà zuccherato.

Ringraziando i partecipanti a questo dibattito in due round, speriamo di aver chiarito un po’ le idee agli startupper sintonizzati e tranquillizzato un po’ gli animi.

Credits photos: [iStockphoto]/Thinkstock

Viral Marketing? Consigli per le agenzie dal libro Create! [VIDEO]

ADVexpress, società editrice che opera con prodotti editoriali  rivolti agli operatori della pubblicità, del marketing, dei media e degli eventi, ha intervistato Mirko Pallera sul suo nuovo libro “Create! Progettare idee contagiose (e rendere il mondo migliore)

Vi proponiamo il video integrale dell’intervista e un riassunto dei contenuti fondamentali:

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L’acronimo C-r-e-a-t-e!

Partiamo dal titolo del libro. Create! è infatti un acronimo che contiene una formula utile a guidare l’agenzia nel processo di progettazione e creazione di un contenuto digitale rilevante nell’ambiente dei media sociali. Il modello prende spunto da case history storiche come quelle di T-Mobile Dance, di Old Spice Response Campaign, Nike Write the Future, Diesel XXX e dai percorsi personali di ricerca dell’autore che si è immerso nella filosofia antica, nella psicologia archetipica e nelle religioni orientali.

Si può vivere in una società dei consumi come la nostra e rendere contemporaneamente il mondo migliore?

La comunicazione sta cambiando perchè i consumatori sono oggi creatori e creano significato attraverso i contenuti che condividono in Rete, utilizzando supporti dotati di senso (video, immagini, idee) tra cui anche i materiali prodotti dalle marche (viral video, slogan, campagne pubblicitarie). Ecco quindi che i brand diventano funzionali ai progetti di senso che partono dai consumatori. I creatori costruiscono il mondo anche grazie ai brand e le aziende possono aiutare questo processo sostenendo i progetti dei consumatori.

Per fare questo l’esperto di marketing deve approfondire i processi di creazione del significato. Il marketing si intreccia quindi alla psicologia, all’antropologia e anche alla filosofia, dottrine che offrono nuove prospettive ad una disciplina che oggi deve necessariamente puntare all’evoluzione sociale e spirituale delle persone.

C’è una formula segreta per riuscire a comunicare in maniera efficace coi consumatori?

Bisogna cambiare completamente approccio, le marche devono sostenere il progetto di senso dei consumatori e supportare quell’energia valoriale e culturale che parte dalle persone. Solo in quel modo i consumatori percepiranno la vicinanza delle marche e le utilizzeranno nei loro percorsi esistenziali. Le persone utilizzeranno le marche per costruire il mondo che desiderano.

Le aziende sanno ascoltare veramente i consumatori? E soprattutto, sanno dare le giuste risposte?

I social media stanno affermando un rapporto completamente nuovo tra azienda e consumatori. L’ascolto aiuta a migliorare la comunicazione con i clienti ma soprattutto permette di migliorare costantemente l’azienda, i suoi processi, i suoi prodotti, in modo che possa evolvere con la società, con gli scenari di riferimento importanti per il suo business. La cosa più importante oggi è continuare ad evolversi e i social network possono essere utilizzati come un vero e proprio sistema di intelligence e di ricerca e sviluppo per le aziende.

Cos’è la lettura aumentata contenuta in Create?

Il testo è ovviamente cartaceo ma c’è la possibilità di poter integrare la lettura con contenuti multimediali. Per ora possibile solo con iPhone. E’ necessario scaricare un App che permette di vedere in tempo reale dal proprio smartphone le case history e video a cui si fa riferimento nel libro. Il ninjetto a lato pagina rimanda ai contenuti citati nel testo.

Temple Run da oggi anche per Android [BREAKING NEWS]

Molti androidiani aspettavano questo momento: da oggi su Google Play è disponibile Temple Run per Android. Si tratta dell’ entertainment killer app del momento, un giochino dalla dinamica molto semplice destinato ad avere un successo clamoroso come è successo per Angry Birds.

Temple Run  Temple Run 2  Temple Run 3

Lo storyboard è ridotto all’osso: impersonerete un esploratore che ha appena trafugato il tipico manufatto sacro dal tempio azteco, scatenando l’ira delle creature ultraterrene. Dovrete aiutare il novello Indiana Jones a scappare sano e salvo dal tempio, sfuggendo alle grinfie degli spiriti e scansando vari tipi di trappole. Ci riuscirete? Noi non l’abbiamo ancora finito; intanto vi lasciamo con il trailer ufficiale (relativo all’app per iPhone)

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Oltre a far felici molti casual gamers dell’alieno verde, quest’app è segno di un grande trend: la liberalizzazione delle app. Uno dei vantaggi nel preferire Apple ad Android era l’accesso ad app esclusive (come instagram, anch’esso in fase di sviluppo per Android); probabilmente la crescente diffusione di device Android sta convincendo gli sviluppatori ad aprirsi sempre di più verso una progettazione senza esclusiva: la stessa App per i due principali Mobile OS. Ovviamente, non mancano problemi di compatibilità. Abbiamo già saputo che Temple Run per Android ha dei bug: su alcuni terminali, dopo che è finita una partita e si clicca su “run again”, l’app va in crash!

Quanto contano per voi le App disponibili per il vostro os? Se Android avesse tutte le app disponibili su iTunes sarebbe un duro colpo per Apple?

Pantene Beautiful Lengths, un programma di CSR che commuove

“È stata dura quando i miei capelli hanno iniziato a cadere. Venivano giù a ciocche. Ti porta via ciò che sei”.

Inizia con la testimonianza forte di una donna sopravvissuta al cancro il mini documentario girato per raccontare la storia del progetto Beautiful Lenghts, ideato da Pantene in collaborazione con l’American Cancer Society.

La salute dei capelli è fondamentale, anche per le donne malate di cancro. È per questo che Pantene ha dato vita a Beautiful Lenghts, donando parrucche di capelli veri alle associazioni che supportano le donne malate di cancro.

Pantene e l’American Cancer Society hanno buttato l’amo, ma il successo è dovuto soprattutto alla grande generosità delle ragazze e donne americane che hanno contribuito con piacere ed entusiasmo.

Dal 2006 ad oggi sono state donate ben 303,998 code di cavallo, ma il numero è in aumento costante.

Il mini documentario, ambientato in un liceo del New Hampshire, racconta l’evoluzione del progetto Beautiful Lenghts, raccoglie testimonianze di coloro che hanno aiutato e delle donne che hanno ricevuto questo dono dal valore impareggiabile.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=BRHn1h7_0sg’]

Una delle intervistate afferma:

“Sapere che ci sono persone che fanno una cosa come questa per me mi fa sentire che c’è qualcuno a sostenermi, pur non conoscendomi”.

È difficile non commuoversi durante la visione del documentario. Qualcuno potrebbe ritenere superficiale dare tanto peso ad un taglio di capelli, ma le donne lo sanno quanto sia importante vedersi bene per sentirsi bene.

Assistere ad una prova come questa, soprattutto affrontata dalle adolescenti di una scuola, mostra l’importanza della consapevolezza dell’aiuto che si può dare a chi è in difficoltà. Tagliare qualche centimetro di capelli e donarlo ad una donna che si trova a dover combattere una battaglia estrema ed estenuante è un gesto inestimabile. Chi accetta di tagliare i suoi capelli dona una parte di sé, facendo sentire il proprio supporto.

Pantene ha saputo mettere in piedi un progetto valido e utile, donando consapevolezza a coloro che non possono capire quanto sia difficile trovarsi in una situazione come questa e restituendo dignità e speranza alle donne malate di cancro.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=CbNc6yKgrTs&feature=player_embedded’]

Altri video sono disponibili sul sito Pantene.

Google Analytics ora è più social-oriented

I social network giocano un ruolo determinante nel social media marketing, ma non è sempre facile misurare la loro efficacia e il loro reale valore; questo perchè i canali social svolgono importanti attività sia entro un sito web che fuori.

Con il crescere dell’importanza del web 2.0 diviene quindi indispensabile cercare di ottenere report accurati sul comportamento dei  canali social in relazione ad obiettivi prefissati, in modo da capire se le strategie di social media marketing stanno avendo gli effetti  desiderati.

A tal proposito e dopo aver aver rilasciato la nuova versione solo qualche mese fa, Google torna a parlare di Analytics introducendo un nuovo set di report  per misurare il contributo di diversi canali social su un sito web. Riprendendo quanto pubblicato sul blog di Google Analytics, gli obiettivi dei nuovi strumenti di misurazione dei social sono:

  • identificare un valore complessivo del traffico proveniente dai social e misurare la portata delle conversazioni;
  • favorire la comprensione delle attività social che intercorrono sia nel proprio sito che fuori, per aiutare a ottimizzare lo user engagment e incrementare i KPI (key performance indicator);
  • fornire dati che aiutino a definire più efficacemente una strategia di social media marketing.

Il nuovo set di report permette dunque di raggiungere questi obiettivi simultaneamente e di disegnare un quadro completo sull’impatto dei social network sulle performance di un sito web.

Ecco le principali novità introdotte:

> Panoramica: permette di visualizzare la performance dei social e il loro impatto sulle conversioni. In altre parole il rapporto panoramica permette di monitorare il tasso di conversioni generato dai canali sociali, cioè quanta parte del traffico di un sito deriva dai social media.

 

> Report Conversioni: una volta definiti gli obiettivi e assegnato un valore monetario al loro raggiungimento, con questo strumento è ora possibile misurare il valore di ogni canale social osservando il grado di conversione di ogni social network e il loro valore monetario.

> Fonti social: indica il tasso di conversione di ogni singolo social network. Queste informazioni, in chiave di social media marketing, sono decisive per capire come gli utenti interagiscono con i contenuti nel sito e se questi concorrono al risultato desiderato.


> Social Plugin: se si pubblica un contenuto su un sito o un blog, certo si vuol sapere quali articoli sono più comunemente condivisi o raccomandati, e su quali reti sociali sono maggiormente condivisi. Il rapporto social plugin offre un quadro complessivo di quali articoli hanno ottenuto maggiore diffusione e quali pulsanti social, come quello del like e del tweet, vengono cliccati per essere condivisi.

Con queste informazioni in mano è possibile ottimizzare i contenuti che di volta in volta vengono pubblicati, in base alla popolarità che articoli simili hanno riscosso precedentemente, ma anche testare diversi layout di pulsanti di condivisione sociale per cercare di migliorare la loro efficacia.

> Activity Stream : mostra ciò che succede al di fuori del sito internet. Mentre gli altri rapporti mostrare l’impatto che diversi canali social hanno su un sito, la scheda di Activity Stream mostra come gli utenti condividono i contenuti di un sito nei diversi social media. 

Attualmente questo tipo di attività viene riportata per Google+, ma Google sta lavorando per portare anche Badoo, Disqus, Echo, Hatena e Meetup. Aspetteremo per tutti gli altri!

Si può "imparare" la creatività? Johan Leher ci spiega come, in 10 step

Fin da bambini ci hanno sempre raccontato la favola del genio incompreso e solitario  che dal nulla tira fuori invenzioni strabilianti. Questo luogo comune è completamente sbagliato: non esiste solo un elite creativa di artisti e inventori, ognuno può imparare ad essere creativo.

Johan Leher nel suo libro Imagine: How Creativity Works – che si apre con una citazione di Steve JobsCreativity is just connecting things – spiega come sia possibile sviluppare le proprie abilita creative.

Ciò che accomuna Steve Jobs, Bob Dylan e la Pixar è la capacità di coltivare esperienze e conoscenze, unito ad un infaticabile lavoro di ricerca e di studio.

Ecco quindi le 10 regole d’oro suggerite da Johan Leher per sviluppare il talento creativo nascosto in ognuno di noi:

  1. Alzarsi all’alba perché quello è il momento più propizio del giorno
  2. Sognare ad occhi aperti, astraendosi dalla situazione reale
  3. Pensare come un bambino
  4. Lavorare fuori dallo schema abituale
  5. Vivere all’estero per qualche tempo
  6. Lavorare circondati dal blu, il colore che aiuta a rilassarsi
  7. Evitare i meeting e lavorare lontano dalla propria postazione di lavoro
  8. Sorridere, per stimolare le intuizioni
  9. Non utilizzare termini tecnici, che limitano il pensiero
10. Spostarsi in una grande città

E voi cosa ne pensate, la creatività è davvero qualcosa che si può”imparare”?